Colei era dunque Carlotta!
Il rimanente di quella giornata fu una tempesta pel cuore di Silvio.
Questo incontro così inaspettato, o in tali circostanze, era per lui
un avvenimento fatale. La mente piena del passato gli suggerì che il
destino avesse vincolato inesorabilmente la sua vita alla vita di
quella donna; allora non pensò più a sfuggirla. Aveva dimenticato
facilmente tutto ciò che stava contro di lei; vedendola, tutto era
risuscitato in un punto. Il disprezzo lottò un'altra volta coll'amore,
lottò spietatamente, tenacemente; ma a questa lotta disperata aveva
preso parte un nuovo sentimento. Egli aveva visto quella donna vestita
a bruno, solitaria, dolente, straziata forse da segreto rimorso; la
compassione potè più che l'amore, egli si senti ravvicinato dal dolore
a Carlotta.
Silvio ripensò ogni minuto particolare di quell'incontro; riflettè
sulle strane abitudini d'isolamento di Carlotta, per poterne trarre uno
spiraglio di luce. Che cosa era adunque avvenuto in quel frattempo?
Evidentemente l'uomo ch'egli aveva visto con Carlotta era il marito,
il signor Verni. E come mai non l'aveva riconosciuto? E perchè s'era
egli indotto a vivere così lontano dal mondo, ed a nascondere la
moglie? Aveva dunque scoperto ogni cosa? E per tal modo era questa una
punizione? E Carlotta una colpevole?
In questo labirinto di domande, che egli muoveva a sè medesimo senza
potervi rispondere, aveva smarrito la memoria di tutti i suoi progetti
anteriori. La donna che egli aveva spiato con tanta cura pel corso
di alcuni mesi, la donna per la quale aveva tessuto tutta una tela di
seduzione, e colla quale aveva sognato un idillio, era Carlotta; non
avrebbe potuto essere altri; tutto adunque si perdeva in Carlotta. Il
suo soggiorno in Isvizzera e i cento castelli della solitudine erano
troppo misera cosa al confronto del passato che riviveva in quella
donna, perchè egli potesse ancora averne la mente occupata.
Non dimenticò però che egli aveva gettato una lettera nel giardino;
che quella lettera fatta per una sconosciuta avrebbe potuto offendere
Carlotta; che avrebbe potuto pervenire in mani del signor Verni ch'era
pure stato suo amico; infine che egli aveva fatto voto di non macchiare
di colpa l'onore di quella donna, di non portare il suo amore come un
ostacolo all'affetto di due sposi che si amavano.
Carlotta aveva potuto essere colpevole; non perciò egli era autorizzato
a farla colpevole un'altra volta. Bisognava rinunziare; resistere
ancora, poi che aveva resistito fino a quel punto.
Egli aveva dei doveri, e non li avrebbe dimenticati; un istante di
oblio avrebbe aggiunto un'altra spina alla corona di rimorsi che faceva
sanguinare il cuore di quella creatura adorata.
Ad ogni modo non l'avrebbe sfuggita; ciò era superiore alle sue forze;
era forse contrario allo stesso destino che lo aveva riaccostato in un
modo così strano a quella donna.
Silvio si prese il capo fra le mani. Un'idea fissa lo torturava senza
frutto. Venne ancora alla finestra, e guardò all'intorno. Il giardino
era deserto; le finestre della casa chiuse nel modo consueto; quella
fatale pallottola di carta era ancora là, dove prima era caduta. S'egli
avesse potuto ritrarnela! per istinto misurò d'uno sguardo l'altezza
che separava il giardino dalla finestra, all'incirca venticinque piedi;
il pergolato avrebbe potuto aiutarlo nella discesa; ma tanto era una
prova assai pericolosa. E poi avrebbe abbisognato attendere la notte; e
l'oscurità rendeva più grave il pericolo.
E tuttavia dover lasciare quel foglio nel giardino!... Ella forse
avrebbe aspettato la notte per raccoglierlo, e la leggierezza di quelle
parole l'avrebbe offesa. È ben vero che quella lettera non era diretta
a lei; ma come dirglielo? Oltre a ciò, lo stesso signor Verni avrebbe
potuto averne notizia....
Silvio guardò al cielo, meno per chiederne consiglio, che per vedere
se promettesse soccorso. Chi sa? Un acquazzone avrebbe potuto lacerare
quel malaugurato foglio e seppellirlo fra le zolle.
Ma il cielo era purissimo, e il sole tramontava lentamente dietro i
colli.
Allora Silvio si rifece a misurare la strada che avrebbe dovuto
percorrere per scendere in giardino. Egli avrebbe posto i piedi sopra
un'asta di legno del pergolato, tenendosi al parapetto della finestra.
Quindi, appoggiandosi alla muraglia, avrebbe guadagnato un palo
che pareva più vigoroso degli altri, e si sarebbe lasciato scorrere
lungh'esso fino al fondo. La risalita non doveva essere più difficile.
Rifacendo i calcoli gli parve ora un'impresa semplicissima.
Con questo proposito aspettò la notte. Una mezz'ora dopo il tramonto,
Silvio si accostò alla finestra, parendogli d'udire rumore nel
giardino. Sperava e temeva che Carlotta lo avesse prevenuto; ma il
giardino era deserto. Conveniva affrettare; alcuni istanti dopo non
sarebbe forse stato più in tempo. Scavalcò il davanzale della finestra
con una trepidanza indicibile; egli poteva essere visto, poteva
incontrarsi con Carlotta, e quel che era peggio col marito. Pose i
piedi sull'asse del pergolato e, prima di abbandonarvisi, ne provò
con una scossa del corpo la resistenza. L'asse piegò sotto il peso,
ma non si ruppe. Tuttavia fu col cuore serrato dal raccapriccio che
egli si decise a distaccare le mani dalla pietra del davanzale. Senza
volerlo, i suoi occhi guardarono sotto di sè, quel pergolato contava
almeno 18 piedi d'altezza. Era un'inezia per chi aveva salito il San
Gottardo, e Silvio sorrise della sua debolezza. Col corpo inclinato
verso il muro si trascinò lentamente lungo quell'asse, e giunse al palo
che aveva adocchiato. S'egli riuscva ad attaccarvisi colle mani, era
tutto fatto; lo stesso palo l'avrebbe accompagnato fino a terra. Ma per
afferrare quel palo gli toccava reggersi in equilibrio per un istante,
senza alcun appoggio delle mani, e ripiegare il corpo lentamente, senza
uscire da quel bilico difficilissimo. Silvio eseguì questa ginnastica
con qualche disinvoltura, e in breve pose piede nel giardino. In
quell'istante un'ombra nera passò nel viale dei pini. Era illusione
cagionata dal turbamento di Silvio, od era realtà? Silvio non ebbe
altro pensiero che di nascondersi; se il signor Verni l'avesse sorpreso
in quel luogo, egli ne sarebbe morto di vergogna. Si rannicchiò in
mezzo ad alcune piante di mirto, ed attese.
Quando gli parve d'essere al sicuro, uscì dal suo nascondiglio, e si
rivolse verso il padiglione per rintracciare la lettera. Riconobbe
il luogo ove era caduta, ma non vide più la malaugurata pallottola.
Pensando d'essersi ingannato, guardò alla sua finestra, rifece
coll'occhio l'arco descritto dalla pallottola, e conobbe di non essere
in errore. Tuttavia cercò minutamente fin presso al padiglione.
Non vi era dubbio; qualcheduno avea preso quel foglio; e chi mai
se non Carlotta? Questo pensiero gli empiè il cuore di gioia; ma
fu un istante. Che avrebbe pensato Carlotta della arditezza del suo
linguaggio?
Senza accorgersene, s'era introdotto nel padiglione, e s'era seduto
sullo stesso sedile su cui aveva visto Carlotta. Da quel luogo egli
vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle
ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso
pensiero!
Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue
fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il
pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati,
aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla:
dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto.
Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore
della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore;
quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per
pochi minuti, e si spense.
Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò
più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue
meditazioni.
Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli
intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come
per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua
volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione
e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle
inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno
lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un
fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio — il linguaggio
della solitudine e della notte.
Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in
faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle
finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse
avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una
fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte
dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei
grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che
agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo?
Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno.
Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro;
ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma
se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio
d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando
lentamente sui cardini.
Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva
essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la
fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in
breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro,
spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si
attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente.
Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo
all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva
il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso
sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la
sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e
lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva
come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma
riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che
Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il
pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in
cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto
percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza
per tal sorta di viaggi...
Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne
approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato
veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera
che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò
altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli
pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi
in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del
davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e
tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande
stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione
e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel
punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui
Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve
distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase
un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido.
Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi
alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono
contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto,
e cadde...