XXVII.

Colei era dunque Carlotta!

Il rimanente di quella giornata fu una tempesta pel cuore di Silvio.

Questo incontro così inaspettato, o in tali circostanze, era per lui

un avvenimento fatale. La mente piena del passato gli suggerì che il

destino avesse vincolato inesorabilmente la sua vita alla vita di

quella donna; allora non pensò più a sfuggirla. Aveva dimenticato

facilmente tutto ciò che stava contro di lei; vedendola, tutto era

risuscitato in un punto. Il disprezzo lottò un'altra volta coll'amore,

lottò spietatamente, tenacemente; ma a questa lotta disperata aveva

preso parte un nuovo sentimento. Egli aveva visto quella donna vestita

a bruno, solitaria, dolente, straziata forse da segreto rimorso; la

compassione potè più che l'amore, egli si senti ravvicinato dal dolore

a Carlotta.

Silvio ripensò ogni minuto particolare di quell'incontro; riflettè

sulle strane abitudini d'isolamento di Carlotta, per poterne trarre uno

spiraglio di luce. Che cosa era adunque avvenuto in quel frattempo?

Evidentemente l'uomo ch'egli aveva visto con Carlotta era il marito,

il signor Verni. E come mai non l'aveva riconosciuto? E perchè s'era

egli indotto a vivere così lontano dal mondo, ed a nascondere la

moglie? Aveva dunque scoperto ogni cosa? E per tal modo era questa una

punizione? E Carlotta una colpevole?

In questo labirinto di domande, che egli muoveva a sè medesimo senza

potervi rispondere, aveva smarrito la memoria di tutti i suoi progetti

anteriori. La donna che egli aveva spiato con tanta cura pel corso

di alcuni mesi, la donna per la quale aveva tessuto tutta una tela di

seduzione, e colla quale aveva sognato un idillio, era Carlotta; non

avrebbe potuto essere altri; tutto adunque si perdeva in Carlotta. Il

suo soggiorno in Isvizzera e i cento castelli della solitudine erano

troppo misera cosa al confronto del passato che riviveva in quella

donna, perchè egli potesse ancora averne la mente occupata.

Non dimenticò però che egli aveva gettato una lettera nel giardino;

che quella lettera fatta per una sconosciuta avrebbe potuto offendere

Carlotta; che avrebbe potuto pervenire in mani del signor Verni ch'era

pure stato suo amico; infine che egli aveva fatto voto di non macchiare

di colpa l'onore di quella donna, di non portare il suo amore come un

ostacolo all'affetto di due sposi che si amavano.

Carlotta aveva potuto essere colpevole; non perciò egli era autorizzato

a farla colpevole un'altra volta. Bisognava rinunziare; resistere

ancora, poi che aveva resistito fino a quel punto.

Egli aveva dei doveri, e non li avrebbe dimenticati; un istante di

oblio avrebbe aggiunto un'altra spina alla corona di rimorsi che faceva

sanguinare il cuore di quella creatura adorata.

Ad ogni modo non l'avrebbe sfuggita; ciò era superiore alle sue forze;

era forse contrario allo stesso destino che lo aveva riaccostato in un

modo così strano a quella donna.

Silvio si prese il capo fra le mani. Un'idea fissa lo torturava senza

frutto. Venne ancora alla finestra, e guardò all'intorno. Il giardino

era deserto; le finestre della casa chiuse nel modo consueto; quella

fatale pallottola di carta era ancora là, dove prima era caduta. S'egli

avesse potuto ritrarnela! per istinto misurò d'uno sguardo l'altezza

che separava il giardino dalla finestra, all'incirca venticinque piedi;

il pergolato avrebbe potuto aiutarlo nella discesa; ma tanto era una

prova assai pericolosa. E poi avrebbe abbisognato attendere la notte; e

l'oscurità rendeva più grave il pericolo.

E tuttavia dover lasciare quel foglio nel giardino!... Ella forse

avrebbe aspettato la notte per raccoglierlo, e la leggierezza di quelle

parole l'avrebbe offesa. È ben vero che quella lettera non era diretta

a lei; ma come dirglielo? Oltre a ciò, lo stesso signor Verni avrebbe

potuto averne notizia....

Silvio guardò al cielo, meno per chiederne consiglio, che per vedere

se promettesse soccorso. Chi sa? Un acquazzone avrebbe potuto lacerare

quel malaugurato foglio e seppellirlo fra le zolle.

Ma il cielo era purissimo, e il sole tramontava lentamente dietro i

colli.

Allora Silvio si rifece a misurare la strada che avrebbe dovuto

percorrere per scendere in giardino. Egli avrebbe posto i piedi sopra

un'asta di legno del pergolato, tenendosi al parapetto della finestra.

Quindi, appoggiandosi alla muraglia, avrebbe guadagnato un palo

che pareva più vigoroso degli altri, e si sarebbe lasciato scorrere

lungh'esso fino al fondo. La risalita non doveva essere più difficile.

Rifacendo i calcoli gli parve ora un'impresa semplicissima.

Con questo proposito aspettò la notte. Una mezz'ora dopo il tramonto,

Silvio si accostò alla finestra, parendogli d'udire rumore nel

giardino. Sperava e temeva che Carlotta lo avesse prevenuto; ma il

giardino era deserto. Conveniva affrettare; alcuni istanti dopo non

sarebbe forse stato più in tempo. Scavalcò il davanzale della finestra

con una trepidanza indicibile; egli poteva essere visto, poteva

incontrarsi con Carlotta, e quel che era peggio col marito. Pose i

piedi sull'asse del pergolato e, prima di abbandonarvisi, ne provò

con una scossa del corpo la resistenza. L'asse piegò sotto il peso,

ma non si ruppe. Tuttavia fu col cuore serrato dal raccapriccio che

egli si decise a distaccare le mani dalla pietra del davanzale. Senza

volerlo, i suoi occhi guardarono sotto di sè, quel pergolato contava

almeno 18 piedi d'altezza. Era un'inezia per chi aveva salito il San

Gottardo, e Silvio sorrise della sua debolezza. Col corpo inclinato

verso il muro si trascinò lentamente lungo quell'asse, e giunse al palo

che aveva adocchiato. S'egli riuscva ad attaccarvisi colle mani, era

tutto fatto; lo stesso palo l'avrebbe accompagnato fino a terra. Ma per

afferrare quel palo gli toccava reggersi in equilibrio per un istante,

senza alcun appoggio delle mani, e ripiegare il corpo lentamente, senza

uscire da quel bilico difficilissimo. Silvio eseguì questa ginnastica

con qualche disinvoltura, e in breve pose piede nel giardino. In

quell'istante un'ombra nera passò nel viale dei pini. Era illusione

cagionata dal turbamento di Silvio, od era realtà? Silvio non ebbe

altro pensiero che di nascondersi; se il signor Verni l'avesse sorpreso

in quel luogo, egli ne sarebbe morto di vergogna. Si rannicchiò in

mezzo ad alcune piante di mirto, ed attese.

Quando gli parve d'essere al sicuro, uscì dal suo nascondiglio, e si

rivolse verso il padiglione per rintracciare la lettera. Riconobbe

il luogo ove era caduta, ma non vide più la malaugurata pallottola.

Pensando d'essersi ingannato, guardò alla sua finestra, rifece

coll'occhio l'arco descritto dalla pallottola, e conobbe di non essere

in errore. Tuttavia cercò minutamente fin presso al padiglione.

Non vi era dubbio; qualcheduno avea preso quel foglio; e chi mai

se non Carlotta? Questo pensiero gli empiè il cuore di gioia; ma

fu un istante. Che avrebbe pensato Carlotta della arditezza del suo

linguaggio?

Senza accorgersene, s'era introdotto nel padiglione, e s'era seduto

sullo stesso sedile su cui aveva visto Carlotta. Da quel luogo egli

vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle

ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso

pensiero!

Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue

fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il

pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati,

aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla:

dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto.

Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore

della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore;

quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per

pochi minuti, e si spense.

Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò

più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue

meditazioni.

Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli

intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come

per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua

volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione

e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle

inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno

lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un

fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio — il linguaggio

della solitudine e della notte.

Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in

faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle

finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse

avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una

fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte

dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei

grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che

agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo?

Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno.

Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro;

ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma

se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio

d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando

lentamente sui cardini.

Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva

essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la

fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in

breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro,

spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si

attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente.

Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo

all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva

il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso

sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la

sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e

lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva

come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma

riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che

Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il

pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in

cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto

percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza

per tal sorta di viaggi...

Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne

approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato

veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera

che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò

altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli

pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi

in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del

davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e

tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande

stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione

e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel

punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui

Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve

distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase

un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido.

Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi

alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono

contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto,

e cadde...

Un segreto, vol. 1 · 第 34 / 42 题