Nell'estate successiva, e precisamente ai primi di luglio, un
viaggiatore attraversava la Svizzera pedestre. Si arrestava ad ogni
paese, ad ogni capanna; avido di cose nuove domandava a tutti se nei
dintorni vi fosse qualche paesaggio che mettesse il conto d'essere
veduto; non curava pericoli, e si arrampicava pei dirupi sfidando i
lupi e i sentieri sdrucciolevoli. Una guida che lo aveva accompagnato
sul monte di S. Gottardo giurava d'aver avuto a fare rarissime volte
con uomo così intrepido. Quel viaggiatore aveva anche la borsa ben
fornita e pagava senza lesinerie; i pastori delle rive dell'Aaar non
avevano mai avuto più larga mercede in compenso dei loro formaggi e del
loro latte fresco. Costeggiando le rive dell'Aaar e poi il Reno s'era
spinto fino a Sciaffusa e v'aveva visto la famosa cascata, e poco più
oltre il vasto ed incantevole lago di Costanza colle sue braccia snelle
gettate audacemente frammezzo ad una vegetazione gagliarda.
Quel viaggiatore era Silvio.
Di ritorno dalla Spagna, ripassati i Pirenei ed attraversata un'altra
volta la Francia, s'era internato per la via di Ginevra nella Svizzera,
con quella spensieratezza che è propria degli artisti.
Eugenio lo aveva accompagnalo fino a Ginevra, ma quivi aveva protestato
di non volere andar oltre; però dopo aver tentato invano Silvio perchè
ritornasse con lui a Milano, vi si diresse solo.
Tutto quel tempo trascorso dal giorno della partenza di Silvio da
Milano s'era passato per lui in una lotta penosa tra il disprezzo e
l'amore. Confortate dalla lontananza, queste lotte raggiungono per lo
più l'oblio e l'indifferenza.
Nei primi giorni Silvio s'era rimasto taciturno; aveva sfuggito il
pensiero, ma il pensiero di quella donna che lasciava dietro di sè lo
aveva accompagnato durante tutto il viaggio.
Eugenio, vedendolo in tale stato, se n'era spaventato, ed aveva chiesto
la cagione. Silvio aveva detto tutto, e il cinismo d'Eugenio non ebbe
sogghigni per quella confessione. Il male era serio, e la pietà, meglio
che il conforto, suggeriva il silenzio.
A poco a poco Silvio diventò più calmo; anzi, con un mutamento
repentino, si fece a un tratto ciarliero e gozzovigliatore. Eugenio
tentennava il capo e ripeteva dentro di sè: «egli vi pensa ancora».
Una settimana dopo Silvio spargeva a piene mani il ridicolo sui suoi
amori arcadici, e giurava di non essere mai stato così imbecille come
presso Carlotta, e prometteva che non lo avrebbe fatto più, con atto di
così buffo pentimento, che Eugenio lo guardò meravigliato.
Ma questa volta ancora tentennò il capo e ripetè a sè stesso: «egli vi
pensa ancora».
Un'altra volta attraversando una boscaglia, Silvio si chinò a terra e
raccolse un fiore, un ciclamino, il fiore che Carlotta amava tanto.
Egli stette chino un pezzo e non raccolse più nulla; risollevandosi
aveva la fronte impensierita. Eugenio lo guardò attento, guardò il
fiore, ma non comprese. Silvio dopo alcuni passi gettò il fiore dietro
di sè, ma non potè liberarsi così dal pensiero importuno di Carlotta.
Giunti a Montpellier, Eugenio aveva detto a Silvio:
— Lo sbocco del Rodano sul golfo è uno spettacolo incantevole; vuoi che
proseguiamo il viaggio per mare?
Ma Silvio aveva risposto che non amava il mare, ed Eugenio aveva
conchiuso che Silvio non voleva allungare il suo viaggio, e che gli
premeva di arrivare presto a Milano.
A _Gap_ Silvio era stato preso da improvvisa vaghezza di visitare la
Svizzera, e aveva indotto Eugenio a seguirlo fino a Ginevra. Ed Eugenio
aveva conchiuso che Silvio non voleva rivedere Carlotta.
A Ginevra Eugenio si ribellò affatto, e lasciò il suo amico, convinto
oramai che sarebbe guarito, e che la natura avrebbe operato meglio
dell'arte, e il tempo meglio dei consigli.