_Silvio ad Eugenio._
«I magnifici soli di queste giornate mi hanno messo di buon umore. Sono
venuto a Costanza, città incantevole per la sua posizione, e pel suo
lago; non ho mai visto la natura così lusinghiera; i monti, le vallate
fresche, le nevi in lontananza, e questo cielo purissimo!... È cosa da
impazzirne; mi sento un brulichio per le vene come avessi la febbre.
Ieri ed oggi ho remigato guidandomi da solo sul lago per entro certe
piccole barche di forma assai diversa dalle nostre che sono la delizia
dei villeggianti. Ne ho contato poco anzi una trentina colle velette
bianche e lucenti spiegate al vento inseguirsi radendo le onde come
colombe selvatiche.
Questa mattina fui anche più allegro del solito, e avvenutomi in un
ministro evangelico che asciolveva lautamente alla stessa mensa, mi
sono cacciato con lui in un labirinto di sottigliezze teologiche.
Quel ministro era uomo ancor giovine, pieno di fuoco, favellatore
facile, arguto e, deggio dirlo, benevolo. Egli mi ha risparmiato più
d'una volta, e fu davvero benignità, poichè io mi era fitto in capo di
prendermi spasso delle sue credenze. Io guardava lui, e certe bistecche
di maiale di cui egli alternava i bocconi colle citazioni, e poi ancora
lui. Mi venne in mente ciò che scrisse Gian Giacomo dei preti cattolici
e dei protestanti, e conclusi press'a poco come egli conclude nelle sue
confessioni.
Mi ricordo ora di averti promesso di raggiungerti presto a Milano.
Non dico ancora di no; ma comincio a prevenirti per ogni evento che
mi sento assai poco disposto a lasciare questi paesi. Ci si respira
un'aria che costì cercherei invano; e quel sapersi libero di pensare,
di dire e di scrivere come il capriccio o le convinzioni suggeriscono
è tal bene che appena ora apprendo a stimare quanto valga. Non è già
che costì le mie opinioni possano essere condannate o soffocate — tu
sai di che sorta d'opinioni, e di che picciol numero, si componga il
mio arsenale politico — ma tanto tanto quel sapermi padrone assoluto di
dire ciò che penso e di pensare diversamente dai _reggitori_ del paese
(vedi che dico _reggitori_) è un potere che mi rialza qualche pollice
in faccia al mio amor proprio, e mi fa credere d'essere in qualche
guisa un uomo importante.
Qui il Governo ci è, ma tu non lo vedi ad ogni passo come nella
tua benedetta Milano, e non ti ferisce nella dignità d'uomo collo
spettacolo di livree salariate, e poi, e poi....
Ma è forse meglio che io mi trattenga dal dirtene di più; ritorniamo
artisti, e serbiamoci tali per tutta la vita, se ci è possibile, almeno
nel cuore. La politica ha guastato tutto; alla guisa di certi bruchi è
passata su tutti i fiori, e ha stampato sul velluto dei vergini petali
la lurida impronta del suo corpo.
Non profaniamo l'arte che è primogenita dell'idea. Se anche gli artisti
si cacciano in capo di rubare il mestiere ai diplomatici, non vi sarà
più altro al mondo; e se pensi alla cifra spietata dei politicanti,
vedrai che non è poco danno. Infine anche quei messeri, ambasciadori,
ministri plenipotenziarii, incaricati d'affari, e che so io, hanno
cento ragioni d'arrabbiarsene; è il loro mestiere, il loro privilegio;
e pensa se domani mandassero all'estero l'Arte — _alma parens_ —
conciata colle livree gallonate, col cappello a due punte, e le sue
brave credenziali del nostro buon Governo...
Per carità ritorniamo artisti.
Poichè ho incominciato a lasciarti indovinare in qualche parte i miei
progetti, sarò sincero e ti dirò ciò che all'incirca ho contato di
fare.
Non pensare però che la confessione dei miei propositi — se pure sono
propositi — debba obbligarmi ad attenermici. Dico questo perchè in
generale si suole attribuire a leggerezza il mutamento frequente dei
progetti, mentre il più delle volte, se si ha una colpa, è quella
di aver palesato troppo presto il proprio pensiero, senza attenderne
il frutto che è la determinazione vera, la quale è sempre una sola.
Quegli uomini che dicono «farò questo» e fanno, non è già che abbiano,
come si crede comunemente, la forza mirabile di fare quello che
dicono, inalterabilmente e sempre, ma piuttosto che hanno l'astuzia
o la prudenza, ed è tutt'uno, di non dire se non ciò che hanno
assolutamente fermato di fare. Vedi che non è un giuochetto di parole,
ma una verissima cosa, una specie di piramide, poco meno certamente,
a puntellare la serietà e la fermezza dell'umana natura; serietà e
fermezza a cui si crede meno che non convenga.
Voglio dire che domani io potrei pensare diversamente da quel che penso
oggi, e non per questo dovrebbe venirmene taccia di volubile. Se io
aspettassi la vigilia di compiere i miei disegni per palesarli, tu mi
avresti in concetto di uomo ferreo; e ci avrei assai più del mio conto.
In conclusione Gossau è un bellissimo paese — così mi si dice —
vi hanno belle villeggiature e molti villeggianti, tutte cose non
indifferenti; aria buona, bel cielo, buone vivande, altre cose di cui
sono avidissimo; ed ho in mente di recarmivi e passarvi questi mesi
d'autunno.
Ecco ciò che mi passa ora per il capo; se domani avrò mutato consiglio,
non sarà grave danno, e il peggio che possa capitarmi è di far ritorno
a Milano e rivedere ciò che non vorrei rivedere mai più. L'ho detto;
e se la prudenza è debolezza — e parmi davvero che le sia dato a torto
l'appellativo di virtù, — dì pure che questa mia è debolezza. Forse io
misuro male le mie forze, e saprei resistermi; ma non so pormi a questa
prova.
Vederla ancora, parlarle ancora! non è possibile; tutto in lei mi
farebbe male; la mia stessa indifferenza mi sarebbe penosa, nè io
saprei essere impassibile se non a prezzo di nuovi dolori ancora più
atroci. Guardarla senza lacrime e senza palpiti, dopo tanta frenesia!
Ahi, sarebbe questo un disinganno assai più amaro, e vi getterei
l'ultima illusione: la pazza fede che io l'avrei amata eternamente.
Non parliamone più. Mi preme che questa mia ti giunga presto, e so
che vi è un pessimo servizio postale tra la Svizzera e l'Italia. Dimmi
delle cose tue; dimmene lungamente, e persuadimi, se ti è possibile, a
raggiungerti presto. Egli è pure il mio desiderio, ma una catena fatata
mi lega a questo paese».