Come Silvio aveva dubitato, il cavalier Salvani si acquetò alle scuse,
e il duello non ebbe luogo. Riportando questa novella al signor Verni,
Silvio immaginava che il dispetto avrebbe tradito in qualche modo
il segreto pensiero di quell'uomo; ma per quanto egli si adoprasse a
spiare ogni gesto, il volto del signor Verni rimase calmo e sorridente.
— Avevo fede nello spirito del cavaliere, disse con disinvoltura, e
null'altro.
Benchè Silvio fosse disposto a pensare come il signor Verni, non poteva
tuttavia dissimulare a sè stesso un certo rancore; e certamente, più
che il duello fallito, poteva sull'animo suo la nuova tenebra che s'era
fatta nella sua mente.
Il pensiero di Carlotta gli ritornava più importuno di prima; egli si
affannava inutilmente a liberarsene. Aveva potuto lusingarsi di non
stimare più quella donna; ma non era riuscito ancora a non amarla.
Non è vero che l'amore non possa sopravvivere alla stima; la leggenda
degli affetti ha registrato assai spesso nelle sue pagine gli esempi
di passioni veementi concepite per creature abbiette. Creature che non
furono stimate mai, furono tuttavia potentemente amate. Il disprezzo
incomincia spesso dove finisce la stima; l'indifferenza non mai; ma
anche il disprezzo è un moto del cuore; non è più l'amore, ma è ancora
la passione; non è l'amore, ma è la lotta, la ribellione dell'amore.
La condotta del signor Verni aveva avvivato nell'animo di Silvio, se
non la fede, il dubbio sulla virtù di Carlotta.
Spesso chi dubita oggi, crede ed afferma domani; il dubbio è a metà
strada della fede.
Tuttavia il dubbio di Silvio ne era lontanissimo; e se vagheggiava
una certezza, era più quella della colpa, che quella della virtù di
Carlotta.
Uno strano sentimento di egoismo e di debolezza lo spingeva a ciò.
Se Carlotta fosse stata virtuosa, egli non avrebbe saputo non amarla;
amarla senza volerla spingere alla colpa, era carico troppo superiore
alle sue forze. Al contrario s'ella era colpevole, il disprezzo oggi,
l'indifferenza più tardi, avrebbero sanato la sua piaga.
In questo vaneggiamento del suo spirito, v'era però un fondo virtuoso,
il desiderio di non farsi egli stesso occasione d'un tradimento; e
se vi spirava l'egoismo, non era quello che assicura la propria pace
colla sciagura altrui, bensì quello di chi s'adopera per non essere
trascinato nell'irreparabile disastro d'altro uomo. Carlotta colpevole
oggi, risparmiava forse la colpa propria del domani, e quella di
Silvio. Carlotta, virtuosa sempre, avrebbe avvelenato la pace di chi
l'avesse amata senza speranza, e non senza desiderio — e quest'ultimo
appunto era l'argomento dell'egoismo.
Il desiderio di Silvio non era adunque nè troppo ingiusto, nè troppo
biasimevole e conveniva alla natura dell'anima sua, capace della forza
battagliera che si espone agli sguardi del pubblico, ma non di quella
forza segreta che non apparisce, e costa tuttavia lagrime e dolori
assai più grandi: la rassegnazione.
Silvio era uomo onesto, ma non uomo virtuoso; aveva della virtù ciò che
ne è rimasto all'età nostra dopo il turpe diguazzare nelle oscenità
da trivio: l'incapacità a commettere di proposito una mala azione.
Se l'occasione si porgeva, sapeva lottare contro le seduzioni della
colpa; resisteva, ma piegava; quella robusta e serena operosità della
virtù gli era ignota, perchè lo era pure al mondo in cui egli viveva.
Egli avea preso dal mondo ciò che gli era stato offerto, sceverato il
buono dal pessimo, ma non aveva potuto raccogliere ciò che il mondo
non poteva dargli. Tuttavia Silvio era uomo virtuoso; se egli non
corrisponde al tipo, si ha da incolparne l'attrito che ha sbiadito
le linee dell'impronta. La pallida e slombata virtù dei giorni nostri
riconosce in Silvio una sua creatura.
Tuttavia Silvio fu tratto un'altra volta da un raziocinio inesorabile
a' suoi primi propositi. Rammentò tutti i particolari che accusavano
Carlotta, e conchiuse che se il signor Verni non si batteva col Salvani
non era prova dell'innocenza di Carlotta, ma al più della fortuna dei
suoi inganni e della cecità proverbiale dei mariti.
Con questo convincimento nell'animo, pensò alle sue valigie, e ad
Eugenio che lo aspettava alle falde dei Pirenei.
Egli ritornava a casa, ed affrettò il passo. D'un tratto vide innanzi a
sè un uomo che gli veniva incontro sorridente, il cavalier Salvani.
— Lui! ruggì l'anima di Silvio, e l'espressione d'un odio profondo si
dipinse sul suo volto.
Il cavaliere si accostò con disinvoltura.
«Era lieto che il signor Verni gli avesse offerto un mezzo per
sciogliere una quistione che non aveva di serio che il pericolo».
«Silvio ne era lietissimo, anch'egli; ma protestava che la quistione
gli pareva seriissima».
— Diamine! disse il cavaliere; che intendete di dire?
— Io sostengo precisamente l'opinione del signor Verni; il ministro
attuale rovinerà il paese.
— Ah! voi credete?...
— Lo sosterrei in faccia a chicchessia.
— Opinioni; interruppe il cavalier Salvani con accento di dileggio.
— E aggiungo che chi lo pensa in modo diverso non è all'altezza dei
tempi.
L'intenzione di Silvio si faceva palese.
— Opinioni; ripetè ironicamente il cavaliere. Infine voi convenite meco
che il duello è una pazza cosa, tanto più per tali bazzeccole; e che si
può pensarla diversamente su qualche punto di politica, e stringersi la
mano come buoni galantuomini. In faccia al buon senso tutte le opinioni
sono rispettabili... tranne quelle che mancano di buon senso.
In così dire il cavalier Salvani porgeva la mano a Silvio.
Quell'atto era una sfida allo spirito di Silvio; Silvio strinse la mano
del cavaliere.
Qualche ora dopo partì giurando di non arrestarsi che ad Huesca.