Alla mattina si levò di buon'ora, e secondo l'accordo fatto andò in
casa del signor Verni. Lo trovò pronto.
Per la prima volta Silvio pensava al pericolo cui quell'uomo andava
incontro, pensava a Carlotta che n'era stata causa, e non sapea darsene
pace. E tuttavia se egli guardava in volto il signor Verni, si sentiva
venir meno nella sua convinzione; la calma di quell'uomo avrebbe tratto
in inganno chicchessia.
— Siete disposto? domandò Silvio.
— Lo sono; rispose sorridendo il signor Verni; ma vi confesso che
l'idea di pigliar parte ad una commedia di tal natura è tutt'altro che
aggradevole; in cotesto genere di riparazioni d'onore che non riparano
nulla, non ci si guadagna altro che il ridicolo.
— Diamine! il ridicolo!
— Certamente. E vi pare cosa assennata che due uomini si comportino
come belve feroci rinchiuse nella stessa gabbia che contendono per una
libbra di carne, che tanto tanto il domatore strapperà dalle zanne del
vincitore? Ne va di mezzo l'onore? fate da senno e finitevi; che la
vita dell'uno paghi la pace dell'altro! ma scendere nella lizza per
versare qualche goccia di sangue, sotto il pretesto di salvare l'onore,
in verità è cosa tanto sciocca, che non è a dire di più. Da bravi,
miei cari leoni, divertite il pubblico, questo pubblico di conigli che
circonda l'arena per sentenziare del vostro onore.
— Avete ragione; disse Silvio a malincuore, temendo d'indovinare a che
mirassero le parole del signor Verni.
— Voi avete escluso i colpi di punta...
— E i fendenti al capo.
— Eccoci a quello che io dicevo; non vi pare?
— Non dico di no, ma poichè si tratta d'una bagattella...
— È giusto; la vita di due galantuomini non deve esporsi per una
bagattella.
— Voi dite? esclamò Silvio turbato.
— Dico che l'uomo di cuore deve anteporre l'onore alla vita, e
sacrificare questa a quello, se le circostanze lo comandino; ma che non
mai uomo di senno debba farsi schiavo d'un pregiudizio, e battezzare
_quistione d'onore_ ciò che non è che stupida e inutile millanteria.
Silvio, convintissimo di tutto ciò, non vi poneva mente se non per
immaginare a che cosa il signor Verni volesse riuscire.
— Ho pensato molto al mio duello, riprese quegli; ne parlerà tutta
Milano, e il mio nome correrà pelle bocche di tutti, come quello del
primo cialtrone che fa mestiere di spadaccino. È doloroso in fede mia.
Vorrei porvi riparo, poichè sono ancora in tempo.
— Riparo? in qual modo?
— Direte al cavalier Salvani che io sono dolente di ciò che avvenne
fra di noi, che io penso che due gentiluomini non debbano retrocedere
vergognosi dinanzi ad una giusta e leale riconciliazione.
Silvio rimase estatico.
— Una scusa? balbettò egli.
— Se il cavaliere l'accetta, io sono soddisfatto.
— Soddisfatto!... E se non accettasse?...
— In tal caso si mutino le condizioni del duello; non mi si condanni ad
una parte ridicola, e mi batterò.
Silvio respirò più libero. Gli parve di comprendere pienamente i
progetti del signor Verni. Una vendetta seria, una riparazione solenne;
un segreto seppellito eternamente nel seno d'un cadavere. Pensandoci,
questa tela si rischiarava di maggior luce, ma ad intervalli si
oscurava affatto, e allora Silvio non comprendeva più nulla, e volendo
sbarazzarsi, si ingarbugliava di più nel suo labirinto. Infatti il
cavaliere poteva tenersi pago delle scuse dell'avversario, e di tal
guisa mandare a monte il duello. Ora, se ciò avveniva, la riparazione
sarebbe sfuggita di mano al signor Verni; e non pareva probabile che
questi, essendo stato ferito nell'onore, volesse offrire al cavaliere
un mezzo di uscirsene onorevolmente senza danno. Bisognava adunque
credere che la cagione del duello fosse in realtà quella indicata dal
signor Verni; se pure non vi era fra i due avversarii una precedente
intelligenza, chè in questo caso il cavaliere avrebbe rifiutato le
scuse, e accettato le condizioni d'un duello più arrischiato.
Giunto a quest'ultimo partito delle supposizioni, Silvio ebbe il buon
senso di non andar oltre nelle sue fantasticherie.