Carlotta era colpevole. Silvio aveva finalmente questa certezza
crudele. Invano la speranza ritentava ancora le suo magiche lusinghe;
l'animo suo era chiuso inesorabilmente. Illudersi ancora sarebbe stato
mentire a sè medesimo.
Tuttavia, e benchè vi fosse stato preparato, il suo cuore era
angosciato.
Rammentava ancora, non per discolpare Carlotta, ma per legittimare la
propria cecità, il contegno severo di quella leggiadrissima creatura,
l'espressione di candore che spirava dai suoi occhi, l'amore dimostrato
con tanta apparenza di sincerità, e forse con sincerità, pel marito.
Era cosa da impazzire! pensare che quella donna così giovane, così
bella, così felice ed amata, avesse potuto dimenticare ogni cosa per
abbandonarsi nelle braccia di un uomo come il cavalier Salvani.
Questo pensiero atroce martellò gran tempo la testa agitata di Silvio.
A poco a poco però venne rasserenandosi.
L'amore non corrisposto o si perpetua coll'entusiasmo melanconico, o si
spegne rapidamente col disprezzo.
L'anima di Silvio seppe disprezzare.
Andò in quella stessa sera presso il cavalier Salvani; s'accordò coi
padrini, e il duello fu fissato in tutti i suoi particolari.
Poi andò a dormire, pregando il cielo per il signor Verni.
Quella notte, tra per la veglia dell'antecedente, e forse un poco
perchè la sua guarigione era incominciata, dormì sonni profondi, e
sognò che il signor Verni con un fendente fortunato aveva accorciato le
orecchia del cavaliere.