In tutta notte Silvio non potè dormire un solo istante; il fantasma
della sua sciagura s'era seduto sul suo letto; i suoi occhi lo
fuggivano, ma invano — quel fantasma gli era sempre dinanzi. E pigliava
le forme più spaventose, e gli atteggiamenti più strani. Terribile
strazio, notte interminabile; il primo raggio di sole illuminò la sua
fronte madida di sudore. Egli salutò quella luce come un benefizio.
Abbandonò il suo letto ed uscì; che aveva in mente? nulla; e tuttavia
non avrebbe potuto restare un istante di più sotto quella volta, fra
quelle mura che erano state testimonii di quella notte passata nel
delirio e nella febbre dell'insonnia. Gironzò a caso gran tempo; senza
avvedersene e quasi istintivamente, egli si era spinto fin presso
all'abitazione di Carlotta. S'inoltrò; vide le sue finestre e i suoi
vasi di ciclamini, i fiori che essa amava sovra tutti gli altri, e si
fermò sulla via a contemplarli melanconicamente. Gli ritornarono in
mente le segrete battaglie del suo timido amore.
Trascorse gran parte della mattina senza che egli avesse potuto
decidersi ad abbandonare quei luoghi. Guardava tratto tratto alle
finestre, sperando il povero conforto di vederla ancora una volta prima
di abbandonarla per sempre.
Improvvisamente si accorso d'una donna che lo precedeva di un
centinaio di passi e che egli non aveva visto passare innanzi. Vestiva
semplicemente, ma con eleganza; gli volgeva le spalle, e s'allontanava
a passi rapidi. Il cuore di lui rianimava le suo tempeste; parevagli
di riconoscere Carlotta; all'andatura e alle spalle avrebbe giurato
che era dessa. La ragione lo veniva confortando in questa credenza;
quella donna gli era apparsa dinanzi in un solo tratto; sarebbe stata
troppo strana cosa che gli fosse passata dinanzi ed avesse tardato
tanto a vederla. Era dunque uscita da una porta; la sua distrazione gli
spiegava che non l'avesse vista ad uscire; ora la porta dell'abitazione
di Carlotta si trovava per l'appunto a tal distanza che tornava bene
coi suoi calcoli. Così pensando affrettava il passo dietro a quella
donna, procurando di tenersi alle muraglie per celarsi.
Perchè la seguiva egli? non lo sapeva. Se pure avesse avuto la certezza
che quella donna era Carlotta, avrebbe egli osato arrestarla sulla
via e parlarle? E parlarle di che? Certamente non pensava nulla di
tutto ciò; la seguiva non già per raggiungerla, ma per seguirla; anzi
quando gli parve di guadagnare troppo cammino, rallentò il passo per
mantenersi alla stessa distanza.
Ella s'era voltata più volte, ed egli aveva aguzzato il suo sguardo, ma
un fitto velo le nascondeva il viso. Allora solo Silvio ricordò quella
parola udita il giorno prima, e gli parve d'udirla ripetere ancora
malignamente al suo orecchio:
_Verrete?_
— Oh! ella adunque si reca a quel convegno, non vi è più dubbio — disse
fra sè gemendo, e accelerò il passo.
Quella donna camminava sempre innanzi a lui. Guardandola più attento,
gli parve che si fosse ingannato e che non potesse essere Carlotta; le
forme e le movenze eran di Carlotta, ma mancavano due linee alla sua
statura, per poter dire che la fosse davvero. Egli non poteva errare;
l'aveva vista tante volte....
— Oibò, conchiuse, non è Carlotta.
Tuttavia non seppe risolversi di arrestarsi e proseguì, sebbene più
lento, nel cammino che gli veniva segnato da quell'incognita.
Ad uno svolto di via il cuore gli battè più celere, il velo di quella
donna s'era sollevato alquanto, e gli occhi penetranti di Silvio erano
passati come un dardo in una feritoia.
— È dessa, è dessa — ripetè sconfortato.
E questa volta accelerava il passo con frenesia; se non che non andò
molto che si arrestò un'altra volta. Aveva misurato ancora la statura
di quella donna, e assolutamente le mancavano due linee per farne una
Carlotta.
Non osando più affermare nulla dentro di sè, si lasciò guidare
macchinalmente, spinto da quella che si può chiamare la forza d'inerzia
della volontà, e che è pelle nature variabili e deboli la sola
direttrice delle azioni.
Camminò di tal guisa gran tempo; parea che quella donna errasse
capricciosamente, come se temesse d'essere seguita, e volesse sviare
ogni ricerca. Pure egli era certo di non essere stato veduto.
D'un tratto l'incognita si fermò, e guardandosi attorno, entrò d'un
balzo in una carrozza da piazza, che pochi istanti dopo partì al
galoppo.
Silvio s'arrestò sbigottito.
Un'altra carrozza gli veniva incontro, e il cocchiere dall'alto del
cassetto agitava lo staffile per richiamarne l'attenzione ed offerirgli
i suoi servigi.
Silvio corse incontro a quell'uomo.
— Hai tu veduto quella carrozza che è partita or ora?
— Il numero 102.
— Ti basta l'animo di raggiungerla e di seguirla?
— Per raggiungerla gli è l'affare di cinque minuti; le gambe di _Lupo_,
ed accennava il suo cavallo, sono d'acciaio. In quanto a seguirla, se
anche io chiudessi gli occhi, Lupo le terrebbe dietro ugualmente; egli
conosce meglio di me il numero 102, perchè lo ha giorno e notte dinanzi
agli orchi. Vedete ho il numero 103 io...
Silvio non aveva ascoltato che a metà le ciancie di quell'uomo; s'era
cacciato in carrozza e avea rinchiuso, sbattendolo, lo sportello.
La carrozza partì come una furia.
In breve il numero 103 fu dietro al numero 102; allora rallentò il
passo.
Il numero 102 svoltò in una via, svoltò in un'altra, in un'altra
ancora, e il 103 dietro sempre come un'ombra. Allora parve che
l'incognita si fosse accorta d'essere seguita, perchè d'un tratto il
102 si slanciò al galoppo. E il numero 103 dietro egli pure al galoppo.
A quella corsa sfrenata i passeggieri si davano da banda spaventati.
— Passale innanzi — gridò Silvio al cocchiere.
La povera rozza tremò sotto lo scoppiettio della frusta, e accelerò
ancora la sua corsa. Silvio appoggiò il capo allo sportello, tenendosi
nascosto dietro le tende; aveva speranza di veder quella donna e di
riconoscerla, e voleva darle a credere di non essere inseguita, per non
stornarla dal suo proposito.
Il numero 103 raggiunse il 102.
La corsa delle due carrozze era così rapida, che, prima di passar
oltre, si trovarono di fronte un breve tratto. Silvio vide le tende
calate, e l'estremità di una mano che spuntava dietro i vetri. Il volto
di quella donna era là... dietro... sbigottito forse e tremante.
La carrozza passò oltre.
Il 102 approfittò di quel momento, e voltò a sinistra. Silvio non
sentì più il rumore delle ruote dietro di sè. Ahi! essa dunque gli era
sfuggita.
Lungi dall'arrestarsi, il cocchiere tirava diritto al galoppo, e giù
staffilate sul disgraziato _Lupo_.
— Lasciatemi fare, gridava dal suo cassetto a Silvio che gli comandava
d'arrestarsi.
La carrozza volava, radendo il terreno come una freccia. Silvio
intese il rumore delle ruote farsi più sordo, e cessò affatto d'udire
l'alternato scalpitare delle zampe di _Lupo_ sul lastrico. Allora levò
il capo dallo sportello, e conobbe d'essere nella Piazza d'Armi.
Una carrozza privata era ferma nel mezzo della piazza; parve che il
cocchiere di quella, vedendo una carrozza accostarsi, si ripiegasse
indietro per pigliare degli ordini; infatti poco dopo tirò le redini,
e mosse lentamente incontro al numero 103. Il cocchiere del numero 103
dal suo canto rallentò le redini sul collo di Lupo, e lasciò che egli
si avanzasse al piccolo trotto.
All'improvviso la carrozza privata mutò direzione, e volse a sinistra;
da quella parte un'altra carrozza arrivava di galoppo. Silvio riconobbe
in essa il numero 102, smarrì le forze, e dovette abbandonare lo
sportello.
Un'istante dopo diede ordine al cocchiere di passar oltre per non
insospettire.
Allora appoggiò la fronte ardentissima sul piccolo finestrino
posteriore, e guardò con occhio smarrito ciò che stava per succedere. E
vide le due carrozze arrestarsi l'una presso all'altra, e lo sportello
del numero 102 aprirsi, e contemporaneamente aprirsi lo sportello
dell'altra; poi un piede piccolo appoggiarsi sul predellino del
numero 102, ed uscirne una donna velata. Silvio rattenne il respiro
per concentrare negli occhi tutta la sua vita... Un grido proruppe
soffocato dal suo petto; no, egli non poteva più oltre dubitare: quella
donna era Carlotta.
La vide attraversare il breve tratto di via che la separava dall'altra
carrozza; e una mano sporgersi per aiutarla a salire; poi null'altro;
le lagrime gli oscuravano la vista.
Poco dopo un polverio lontano segnava ancora il sentiero di quella fuga.
— Devo seguirli?... domandò il cocchiere, accennando col dito la
carrozza che si allontanava.
— No; rispose Silvio con voce cupa.
— Volete che mi accosti al numero 102?...
Senza aspettare la risposta, spinse Lupo al galoppo.
— Arresta; gridò Silvio.
La carrozza si fermò. Silvio si fe' condurre dinanzi all'abitazione del
signor Verni; e quivi discese.
— Uscirò da questa incertezza fatale, mormorava fra i denti salendo le
scalinate.
— Voi qui, signor Silvio! disse una voce daccanto a lui.
— Voi, signor Verni!
— Vi fa meraviglia?
— Tutt'altro, vi cercavo.
— A meraviglia; sono agli ordini vostri.
— Voi uscite?
— La mia solita passeggiata. E che cosa volevate dunque da me?
— E la vostra signora moglie?
— Sta bene; è uscita anch'essa.
— Uscita....
— Da un'ora, una visita ai suoi poverelli; quest'oggi è il
sabbato. Attaccatevi al mio braccio, mi parlerete del vostro affare
passeggiando.