_Silvio ad Eugenio._
«Non so darmene pace. Ed è possibile spingere la semplicità a questo
punto? e voler ritessere di propria mano nuovi inganni alla mente,
perchè ella asserisca ciò che non può pensare? Pure è questa da qualche
giorno la mia tortura. E m'affatico stoltamente a deludere il mio buon
senso, per poter credere ancora alla virtù di quella donna.
La virtù, la virtù! sempre questa parola che enfia pomposamente le gote
degli ipocriti; questa che noi chiamiamo virtù è maschera di più fino
lavoro delle altre, ma maschera al pari delle altre; il mondo tutto è
una mascherata ridicola; e chi non ha labbra da ghigni beffardi, non
ha petto da starsene fra gli uomini e farà meglio ad andarsene. Poni
la virtù sopra una bilancia, e dimmi quanto pesi; interroga i mercati,
e che ti si dica il prezzo di questa merce; incontrerai molte virtù
da vendere — ma la virtù non già, perchè non è cosa di terra — Se oggi
ci venisse un istante, un usuraio la porrebbe all'incanto, e domattina
l'avrebbero violata.
Hai forse ragione, mio ottimo Eugenio; e in questo momento sono assai
più disposto a convenire teco; ma sono ben otto giorni che mi arrovello
a contraddirti e a persuadermi del contrario. Che vuoi? Sono oramai
così debole, che mi appiglio ad ogni cosa che possa arrestarmi in
qualche modo su questo fatalissimo pendio che mena all'apatia. Gli
uomini sentono di buon'ora questo bisogno; se non che, quando si ha
esuberanza di passioni e di forza, il dubbio sfiora il cuore senza
passarlo; e se un disinganno tarpa le ali per un istante, bentosto la
speranza le rinnova più robuste.
La gioventù è l'inno dell'amore — si è giovani, e si ama — a qualunque
prezzo, anche a prezzo del dolore e del sagrifizio — si ama perchè
giovani, si è giovani perchè si ama.
In questa effervescenza di vita e di affetti si esaurisce rapidamente
la gioventù e l'amore — colla gioventù la forza, coll'amore la fede,
però che la fede è un'amore.
L'indifferenza, fredda, muta, desolata ci galoppa alle spalle; ieri era
l'avvenire e il passato; oggi è l'oggi — inesorabilmente.
Io lo sento, e vorrei sottrarmi a questa barbara legge, vorrei
sottrarmi a me stesso, al peso della mia memoria e della inerzia
della mia fantasia. Vorrei... oh! sì; strapparlo dal seno questo cuore
impotente.
Ecco forse perchè m'affanno a credere ancora alla virtù di Carlotta.
È un fantasma vano, tu dici; che importa? è pur sempre una fede, è
pur sempre un amore; non è più Carlotta che io domando al cielo, sono
le mie passioni, i miei affetti, il mio cuore. Non è Carlotta, ma il
pensiero di Carlotta.
Ah! la memoria di quel giorno mi toglie il senno. Spingere a tal punto
la perfidia; ingannare un uomo che non vive che di lei, che ella
dice d'amare, con cui divide il tetto, la mensa e l'avvenire.... e
ingannarlo per chi?
Quel signor Verni è pure la buona persona; affettuoso, cortese,
dignitosamente austero; ma che monta tutto ciò? egli è un marito;
conviene che egli sia giudicato come tale, e amato come tale. Amato...
sì; e non è possibile che io m'inganni. Carlotta ama suo marito... E
perchè dunque?... Enigma tormentoso, indefinibile mistero del cuore
d'una donna, chi mai saprà leggere nelle tue pagine capricciose?
Mi sono recato più volte, dopo quella giornata, in casa di Carlotta.
La vidi mesta, pallida, stravolta: tale un giorno, tale sempre. Che
può ella avere che l'affanni? Il rimorso forse? Menzognera e meschina
e falsa riparazione questa del rimorso... «La poveretta ha errato, ne
soffre». Infamia, infamia; nissuna pietà per la colpa che mendica il
perdono colle vesti del pentimento.
Se l'immagine della vostra colpa può tanto sull'animo vostro da
rendervi infelice, perchè mai non potè arrestarvi prima di commetterla?
«Un istante di debolezza». Verissimo. Ma poichè foste deboli
nell'errare, siate forti nel subirne la penitenza — non vogliate lavare
l'onta colle lagrime, la debolezza colla debolezza, il vizio colla
menzogna.
Quell'uomo, quel cavaliere Salvani, non è più venuto in casa Verni dopo
quel giorno. M'ingannerei io dunque? Io sono pure lo stolto giocoliero
ad affannarmi per ingannare me stesso. Potessi colle mie stupide
querele arrestare un istante il fantasma della mia fede, e morire
con essa! Morire benedicendo ed amando, morire col pensiero di lei,
coll'immagine di lei dinanzi agli occhi, la mia bocca fremente sulla
sua fronte purissima... la sua fronte purissima!... Irridimi cinico,
irridimi; la tua beffa non può ferire il mio delirio».