_Silvio ad Eugenio._
«Ti avevo promesso di non parlarti più di questo mio amore, ti avevo
promesso che mi sarei fatto forza, che avrei vinto me stesso ed avrei
dimenticato. Non credere che io intenda fallire così al mio proposito;
se te ne scrivo ancora non è perchè io non voglia dimenticare, ma sì
perchè non ho ancora dimenticato.
Un istinto più potente della mia volontà, un istinto fatto più di
compassione e di curiosità che d'amore, mi riavvicina a quella donna.
Ho dovuto ritornare in sua casa dopo essermene allontanato alcun tempo,
e ti giuro che, se non fosse stato di quell'uomo, io non vi sarei
ritornato più; avrei subìto la mia sorte, avrei domandato la pace ad
ogni cosa, anzi che straziarmi in questa sterile lotta d'un amore non
corrisposto. Ma sapere che un altro era vicino a lei, e tentava forse
con maggior fortuna le vie del suo cuore, era troppo gran strazio; io
non poteva aggiungerlo alle mie torture, senza soccomberne.
Sono dunque ritornato in quella casa. Non l'avessi fatto mai! Vi ho
perduto la sola cosa che mi fosse ancora cara, la fede incontaminata
nella virtù di Carlotta.
Io non ho il diritto di farmi giudice delle sue azioni, ma tuttavia non
posso chiudere dentro di me questa condanna che mi viene sulle labbra.
Ho voluto difenderla, ho pensato l'amore che ella ha per suo marito, e
l'apparente ripugnanza che dimostra per questo assiduo corteggiatore;
ma tutto ciò non basta. Se fra di loro non v'ha vincolo d'amore o
di colpa, quali diritti così possenti può egli vantare sull'animo di
Carlotta?
Vorrei pure illudermi ancora, vorrei poter essere ancora in tempo, e
fuggire recando meco la mesta croce dei miei dolori, e le mie ultimo
illusioni. Oh! le mie illusioni! povera corona sfrondata!... Ma oggi
è inutile; dovunque io andassi, avrei dinanzi agli occhi l'immagine
di quest'uomo che mi ha avvelenato la sola gioia che m'era rimasta,
la gioia del sacrificio. Nulla più può salvarmi, se non la certezza;
di qualunque natura ella sia, pur che mi tolga da questo dubbio
inesorabile che mi cammina a fianco, che si appoggia al mio capezzale
e affanna i miei sonni coi suoi quesiti, che mi rode le viscere come un
tarlo. Ma che dico! posso io dubitare ancora, dopo ciò che è avvenuto?
Ah! se un dubbio v'è nella mia mente, è la mia mente che lo nutrisce;
l'anima mia vigliacca vede la certezza, e ne rifugge impaurita, e si
dibatte con un vacuo fantasima, meglio che desistere dalla lotta.
Giudicane tu stesso.
Erano venti giorni che io non andava più in casa di Carlotta. Vi andai
oggi dopo il mezzodì. Avevo in mente di scusare per tal modo la mia
assenza; in cuore di rivederla, di combattere ancora per contendere
l'amore di Carlotta a quell'odiato rivale. A quell'ora io mi sarei
trovato solo con essa, o almeno non avrei avuto intorno a me il volto
marmoreo di quel biondo cavaliere; forse... che dico? io era giubilante
di questa determinazione; guardai il cielo, e mi parve bello; i volti
umani, e mi parvero più sereni; la speranza giovine e robusta rinasceva
nel mio povero petto.
Entrai nella sua casa tremante; la signora era nelle sue camere,
il sig. Verni uscito poco prima. Mi feci annunziare a Carlotta ed
attesi. Il servitore ritornò a dirmi che la signora mi faceva pregare
d'attenderla un istante nella sala. La gioia mi rendeva insensato:
seguii macchinalmente il servo che mi precedeva.
Entrando nella sala, udii il rumore d'una porta sbattuta con violenza.
Mi rivolsi; era la porta che metteva nelle camere di Carlotta; la
spinta era stata così violenta, che l'uscio aveva rimbalzato senza
chiudersi, e la maniglia tremolava ancora.
Rimasi solo, e contemplai sbigottito quel luogo in cui avevo
passato tante sere felici; la luce del giorno me lo rendeva quasi
irriconoscibile.
Fui tolto alle mie meste fantasie dal suono d'una voce che partiva
dalle camere di Carlotta. M'accostai all'uscio che era rimasto
socchiuso; la voce pareva venire dal fondo della camera; era d'uomo.
Non potei vincere la mia curiosità; ahimè, era certamente assai più che
curiosità! appoggiai la testa contro l'uscio, ed ascoltai vergognando
della mia debolezza.
Erano due voci, e parevano contendere; l'una più robusta, più
imperiosa, ed era quella d'un uomo; l'altra supplichevole e fioca,
d'una donna, forse di Carlotta. Un freddo sudore spuntò sulla mia
fronte; tesi l'orecchio per ascoltare, ma le parole non giungevano fino
a me che stentatamente.
— Verrete? domandava quell'uomo, e l'altra replicava fra i singhiozzi.
— Verrete? insisteva il primo.
Mi venne in mente che fosse lui, il cavalier Salvani; e immaginai
Carlotta pallida, lagrimante, stretta dalle mani audaci di quell'uomo.
La pietà me l'imponeva, il mio amore me ne dava diritto; posi la mano
sulla maniglia della porta, e feci per entrare.
— Verrete? ripetè ancora una volta quella voce.
Un gemito straziante le rispose, poi alcuni passi affrettati, poi più
nulla.
Mi appoggiai al muro un istante, e tentai invano di ricompormi.
Carlotta entrò; la salutai freddo, ella sorridente. La guardai negli
occhi; aveva pianto... Mio Dio! Mio Dio! E quell'uomo dunque? ah! è
cosa da perdere la ragione...
«Verrete?» Era una preghiera? no, era un comando — ma dove? quando?
e qual sarà stata la risposta di lei? Stolto! e posso io dubitare
ancora?»