_Silvio ad Eugenio._
«Ciò che mi dici nella tua lettera d'ieri, mi fa male. Lo ignoro io
forse perchè tu debba ammonirmene?
«Non è che un anno che essa è sposa a lui», perchè farmene sovvenire?
e con qual animo mi faresti tu questo richiamo, se non dubitasti delle
mie intenzioni?
Sii franco meco; l'amicizia te ne dà il diritto, te ne dà il dovere.
Dimmi adunque, giacchè lo pensi, che io sto per commettere un'azione
indegna, che sto insidiando codardamente la pace d'un uomo onesto, che
vive al pari di me d'affetto e di speranze, che mi accoglie nella sua
casa, che mi stringe la mano...
T'intendo, t'intendo — tu non credi alla mia forza, perchè non credi
che nissuno possa amare una donna col solo fine di amarla. Il tuo
scetticismo non si smentisce. Ma io ho creduto che le mie parole
dovessero rassicurarti, e che non mi avresti stimato così debole da
infrangere il mio giuramento, nè così stolido da comperare un'ora di
voluttà a prezzo d'un rimorso.
Può essere che io m'inganni.
Da qualche tempo sono così mutato, sento l'amore in un modo così
diverso, e il mio raziocinio si è così impoverito, che non riesco a
darmi ragione dei fatti miei. Tuttavia mi pare che sarei forte, che,
anzi che costarle una lagrima, vorrei prima morire. Ma sono pur stolto
io! Parlo come se essa corrispondesse al mio amore... mentre...
A quest'ora ella sa tutto. Non so come l'animo mi reggesse a questa
rivelazione; e ne sono quasi pentito, o vorrei fuggire per non
rivederla mai più. Una forza più potente della mia volontà mi tiene qui
soggiogato; io ritornerò dinanzi ad essa pauroso come uno schiavo...
A quest'ora forse ella pensa a me; ripeterà dentro di sè le mie parole
— che dirà il suo cuore?... Il mio non batte più, s'è come paralizzato;
da ieri io vaneggio come un pazzo — vorrei dimenticarmi, vorrei
sfuggire a questa tortura del pensiero, e non mi è possibile. La notte
di ieri mi è sempre dinanzi alla mente, nè io posso staccarmene un
istante.
Me le ero seduto daccanto, e da un pezzo non le dicevo parola.
Rimuginavo dentro di me cento maniere diverse, e non sapevo qual
scegliere per palesarle l'amor mio. Più volte avevo aperto le labbra
per incominciare, e il pentimento me le aveva richiuse in un sospiro.
— Fa molto caldo, mi disse Carlotta.
— Estremamente — risposi, e non mentivo.
Volli dir di più, ma mi venne meno l'ardire. Suo marito si accostò
a noi, mi rivolse la parola, e mi sorrise; poi parlò lungamente
con Carlotta. Quando si allontanò, vidi gli sguardi di Carlotta
che lo seguivano con espressione di affetto; tutte le mie forze si
accasciarono per un istante. Se non che mi risollevai poco dopo, e
credo che la speranza non mi avrebbe mai dato tanto ardimento, quanto
me ne venne dalla certezza della sua indifferenza.
— Ho una cosa a dirvi — dissi d'improvviso arditamente.
Ella rivolse la sua faccia verso di me, affissò i grandi occhi nei miei
con espressione di meraviglia.
Non potevo più dare indietro.
— Non oso — aggiunsi balbettando.
— Diamine! diss'ella, scuotendo il capo con un sorriso mesto.
— Se voi l'indovinaste...