_Eugenio a Silvio._
«La tua lettera mi ha preceduto di due giorni. Or eccomi finalmente ad
Huesca, dopo un viaggio abbastanza lungo, e se devo dirlo, poverissimo
d'avvenimenti. Vedi che io dico avvenimenti, e non avventure; non
perchè di queste ultime ne abbia avuto, ma perchè tu non immagini che
io n'andassi in cerca. Per altro non mi sono annoiato; ho pensato, ho
fantasticato molto, ho raccolto una gran messe di idee e di _voli_; e
se le mie _Impressioni di viaggio_ vedranno quando che sia la luce, tu
stesso ne sarai giudice.
Come tu l'hai pensato, io ho mutato di molto il progetto del mio
viaggio; ho incominciato dal cedere una volta, e invece di tirar
diritto da Avignone a Tarbes, mi sono spaventato della distanza e ho
fatto sosta a Montpellier. Il guaio volle che Montpellier mi piacesse,
e vi dormii una notte — un dolce sonno te lo assicuro — ed è per
lo appunto questa dolcezza che mi ha fatto invaghire dei viaggi a
tappe. Infatti invece di partire il domani per Tarbes, come io aveva
sacramentato meco medesimo di fare, me ne andai con animo di arrestarmi
a Carcassona. A metà via discesi a Beziéres. Però d'allora in poi
non fermai più nulla, e come Dio volle, venni man mano a Pamier, e
poi a S. Gaudenzio, e a Tarbes — e se il diavolo ci ficcava meglio
la coda, uscivo di via e mi spingevo fino a Pau — nè so come mi sia
risoluto a discendere a Bagnéres, e a Baréges. In quest'ultima città
mi disponevo ad attraversare i Pirenei presso il Monte Perduto, ma un
inglese che viaggiava per diporto, e con cui avevo stretto relazione a
Tarbes, scese in quel giorno allo stesso albergo, e poichè egli voleva
visitare la famosa Valle d'Arran, mi decisi a deviare un breve tratto
con lui. Così passai i Pirenei fra le gole del monte Maledetto. Non ti
dico nulla dell'incanto di quella traversata — tanto varrebbe che io
scrivessi per te solo le mie _Impressioni di viaggio_.
Di Huesca non ti parlo; mi è riuscita spiacevole a prima vista, e parmi
che non mi ricrederò; ad ogni modo non ho a fermarmici molto, e, se Dio
lo vuole, conto di trovarmi presto al tuo fianco. E tanto più ci conto
e me ne struggo, se penso al piacere con cui ho visto i tuoi caratteri,
e la parola _Italia_ sul timbro postale della tua lettera.
Ma che! tu minacci dunque d'impazzire? E che modo è questo tuo di
torturare il cervello d'un amico che ha i fianchi rotti, non so se più
dai cavalli di posta, o da una mezza dozzina di curiali che gli stanno
alla cintola giorno e notte? Che vuoi tu che io capisca di queste
vaporose fantasime del tuo intelletto?
In verità io ho serio timore che assai valesse meglio la tua tetraggine
d'una volta, che questa falsa allegria che ti contorce le labbra
come la sardonica; e meglio era non uscirne mai, che uscirne così
stoltamente.
Sei o no innamorato? Non lo sai! l'hai a sapere dico io. In queste
miserie del cuore, se non ci vedi dentro tu, chi ci ha a vedere? Oltre
a che tu sarai colto alla sprovveduta, come una fortezza sguarnita; e
questo, credilo, è il peggior danno che possa toccare ad un galantuomo.
Diffida, diffida sempre, e di tutti; e più che d'ogni altro, di te
medesimo. Se gli uomini sapessero cacciarsi in mente questa verità:
che le grandi sciagure sono tali per lo appunto, perchè inaspettate, il
numero degli sciagurati n'andrebbe minorato d'assai.
In amore l'abbandono è pericoloso come in tutte le cose della vita —
forse peggio — la vita non si ha già ad avere in conto d'un'infanzia
perenne, nè l'amore s'ha a torre come un giocattolo da bimbi. Assai
triste gioco è quello che fa l'amore, e in fede mia ci si dee pensare
non una, ma cento volte.
Non dimenticare i tuoi ventisei anni, non rinfanciullire a un tratto
dinanzi al volto d'una bella donna. Quale che ella sia, pensa che
il suo sorriso nasconde un pugnale, e i suoi baci un veleno. Le suo
braccia sono morbide come il velluto, e fragili e pieghevoli come uno
stelo di giunco; ma tuttavia sanno stringere in amplessi soffocanti —
la voluttà che spira dalle sue nivee forme è un fuoco che consuma.
Oh! io conosco troppo bene come le vanno queste cose — e tu pure. Ma
all'occasione si è sempre arrendevoli; ingannati cento volte, cento
volte la bestemmia è spirata sul nostro labbro — domani ci si ingannerà
ancora.
«Gioventù e bellezza sono armi troppo potenti, perchè i virili
propositi possano resistere a lungo». Verissimo — se si cadesse nella
lotta, sopraffatti nobilmente — se non che — ed è questa vera codardia
— disillusi, vagheggiamo col pensiero un nuovo fantasma di donna che
raccatti il nostro cuore e voglia mentire un po' d'amore per lui.
Osceno mercato di sentimenti, di fantasie e di menzogne — e di
voluttà. E se ricerchi ciò che vi ha di vero in questi rapporti, vedrai
sbigottito una sola cosa, il sesso — e non potrai andar oltre.
Tu giuochi una scommessa perigliosa; v'ha per posta una parte, la più
bella parte, del tuo avvenire.
Che potrai ottenere da questa donna, se tu l'amerai? Un momento
di voluttà, un po' d'amore forse — ma sai tu ciò che vi perderai
inesorabilmente?
Pensaci. Se mai avvenga che dal confronto tu ritragga qualche forza,
combatti disperatamente; se sarai vinto, avrai qualche conforto più
tardi; quando ti parrà d'aver tutto perduto, ritroverai dentro di te
qualche cosa che non sarà morta coi tuoi amori — la compiacenza della
propria forza adoperata nobilmente, e quella non minore di poter far
carico alla sorte soltanto dei tuoi dolori.
Questi miei consigli — e non vogliono essere più che consigli, nè meno
— ti giungeranno forse tardi, e ti saranno cagione d'inutili rimorsi.
— Ma se la mia voce avrà mai la sorte di prevenire, d'un solo istante,
l'estremo passo, oltre il quale è questo fatalissimo abisso dell'Amore,
tu soffermati alquanto a meditarla. Forse la chimera pazza che vagheggi
andrà sfrondata delle sue corone, e le seduzioni di una sirena non
sapranno rimuoverti dall'austera saldezza che ti eri proposto di
mantenere per tutta la vita.
Se poi a quest'ora il tuo spirito si culla nelle nenie voluttuose di
questo tuo amore adultero, la pace sia teco; e tu perdona alla audacia
di chi ha osato profanare il tuo tempio, parlandoti un linguaggio
insensato.
Ho scritto «amore adultero». M'ingannerei io forse? Affè, che non
saprei più raccapezzarmi. Ma questo è un dubbio passeggiero, e si è
dileguato di già dal mio cervello senza lasciarvi traccia.
Scommetterei anzi di potermi spingere più oltre senza fallire, fino ad
immaginare il pallido viso della ninfa che ti ha sedotto, e a poter
ripetere il nome che i vaneggiamenti del tuo sonno tradiscono forse
ogni notte. Ed è...
Ma io potrei errare, e ci farei pure la triste figura dopo aver
vantato tanta avvedutezza; e forse anche — e questo sarebbe peggio —
l'importanza del mio consiglio ne andrebbe scemata ai tuoi occhi, e
ti parrebbe che le mie parole siano inspirate dalla persona e non dal
principio, e sprezzeresti le mie teoriche. Però questo è per l'appunto
ciò che io non voglio da te; e se posso, farò che tu non sorrida della
mia filosofia balzana. Ad ogni modo tieni in mente questo che io ti ho
detto: che credo d'avere indovinato il nome dell'eroina della tua nuova
passione.
Se è rimasto un posticino nel tuo cuore, serbalo per me; ma ho paura di
no — i nuovi amori sono come i nuovi proprietarii d'un campo; i quali,
per far sentire il loro imperio, si cacciano dappertutto, e rimuovono
e ricostruiscono i limiti, per attaccare in qualche modo la loro
personalità alla nuova possessione».