_Silvio ad Eugenio._
«Se i miei calcoli non fallano, a quest'ora sei ad Huesca, supponendo
che tu non abbia mutato proposito, e che, attraversata la Francia,
arrestandoti appena ad Avignone e a Tarbes, ti sia affrettato, com'era
tuo disegno, a valicare i Pirenei durante la bella stagione. Ad ogni
modo io ti scrivo ad Huesca, non bastandomi l'animo di attendere una
tua lettera.
Mi pare un anno che tu sia lontano da me, e se penso che non sono
invece che poche settimane, non so darmene pace, cotanto il mio tempo
mi è diventato increscioso. Tu dirai come al solito che è la mia anima
che è pigra, e che la sua lentezza indolente è quella appunto che mi
fa parere più tardi che agli altri mortali i due movimenti del nostro
pianeta. Ma questa volta t'inganni; e dico in sul serio che se mai vi
fu momento della mia vita in cui abbia sentito il sangue giovanile
pulsare violento ed ostinato alle arterie ed al cuore, questo gli è
desso. E non ho più a rimpiangere come per lo passato gli stravizzi
e le orgie che, come tu affermavi, avevano ottuso i miei sensi, e
spuntato le spine del desiderio. Anzi io penso che questo raddoppiarsi
della mia vita, questo nuovo vigore delle mie forze morali, mi facciano
appunto parere lungo il tempo che trapasso. Non dico che io non mi
annoji — la solitudine mi condanna a questo — ma l'avidità con cui
aspiro ad un bene impossibile, il desiderio e la speranza sempre
alimentati in segreto, sono senza dubbio più potenti della noia.
Non mi sono mai sentito così audace, e così gaio, come di questi
giorni. Se qualche volta sospiro, lo faccio per abitudine, o anche per
smania, all'incirca come un viaggiatore frettoloso sospira il momento
che avrà toccato la meta. Accetta questo paragone disgraziato; so bene
che non fa al caso mio. Io non ho una meta, peggio, non so neppure se
io non l'abbia; i sentimenti che m'empiono il cuore sono così vaghi ed
indeterminati, che sfumatura di pennello maestro non saprebbe renderne
l'immagine. Ma tuttavia sono sentimenti — questo almeno sta fermo —
però io me ne trovo pago, e cinguetto tuttodì da solo, da fare invidia
ai passeri che in questo momento pispigliano inseguendosi e beccandosi
fra i rami del vecchio platano del mio giardino, che tu hai cantato nei
tuoi primi versi.
Ad ogni modo il tempo mi è increscioso. È questa una bizzarra
contraddizione del mio spirito irrequieto, se pure in uno spirito
irrequieto vi sono contraddizioni vere, o piuttosto il volere e
disvolere a un tratto cento cose non è una condizione necessaria di
quello stato.
Ma bando a sofisticherie; il tuo retto senso filosofico n'andrebbe come
al solito _intronato_, e non mi daresti requie colle tue punture — ed
io so bene quanto valga il tuo aculeo, perchè cerchi di starmene, se
posso, alla lontana.
Confessami che a questo punto ti ho messo in una gran curiosità dei
fatti miei. Potessi pagartene in qualche modo! Potessi darti la mia
confidenza, ed averne in cambio i tuoi conforti! Ma dovrei scrivere un
libro, e non basterebbe; e non sapresti nulla del mio cuore, perchè io
stesso non so nulla. So che in questo momento sono lieto, e che di tali
momenti non è povera la mia giornata; sento il sangue circolare più
rapido, l'intelligenza più chiara, e più salda e vigorosa la potenza di
amare.
Amare! — L'ho io scritta questa parola? La ci stia. Tu ne sorriderai
con sarcasmo, e sarà tutto; e se interpretando a modo tuo la confusione
di queste mie parole, mi dirai seriamente che io sono innamorato, ti
crederò senza dibattere. Sarei così felice di innamorarmi un'altra
volta! Ma ho paura, mio buon Eugenio, che ciò non sia, e che tutto il
benessere che io provo in questi giorni si risolva in una quistione
di nervi. Anzi se devo credere al Dottor L. gli è proprio così,
e a discuterci sopra mi farei dare del gaglioffo. Colui dice che
noi viviamo nelle nuvole, e che i nostri malanni derivano da ciò,
che discendendo da quelle alture, vediamo le nostre ali tarparsi
miseramente, e temiamo non bastino a reggerci al volo mai più. Ho
spesso creduto che egli avesse ragione; ma ora non temo più di nulla;
e se è vero che mortale ebbe mai le ali, io me le sento crescere sui
fianchi così salde e robuste, da sfidare l'aquila a seguirmi. E davvero
che da qualche tempo gli uccelli non mi fanno invidia, e guardo le
nuvole senza desiderio, e misuro l'orizzonte con qualche sicurezza.
Mi par di vederti — e ti leggo negli occhi, nel sorriso e nel cuore una
domanda; ma io non ti risponderò per ora. Cerca pure in questa lettera
un nome di donna — non lo troverai. Se è vero che io debba provare
ancora le dolcezze puerili — io dico _puerili_ — dell'amore, vorrò
essere il primo a sincerarmene; nè tu, nè altri, ne avrà la certezza
che dalla mia bocca.
Ricorda che io conto inesorabilmente sopra le _Impressioni di viaggio_
che tu hai promesso di scrivere. So che il _far niente_ ti serena
l'animo, e che contemplando ti parrà di vivere troppo bene, perchè
abbia ad occuparti di questo strumento di tortura che è la penna del
letterato in Italia.
Lavora per me; arrossisci di rivedere le Alpi, senza aver cantato i
Pirenei. Oltre a che il tempo ti parrà più breve, e le noie degli
avvocati meno amare; e quando le tue faccende siano all'ordine, e
ritornerai fra le braccia dell'amico tuo, anch'egli sarà in qualche
modo compensato della tua assenza. Amami».