Sembravano due ragazzi accaniti in una gara ingenua, ed eran due odii
che si cercavano, una coppia che travisava la lotta dei sessi, la
quale finisce con un abbraccio, e qui non aveva speranza di finire se
non con qualche impreveduta violenza. Tale era divenuta a poco a poco
l'intimità fra Cesare e Roberta, che il dottore e la fanciulla non si
chiamavano più coi nomi loro, ma con nomignoli bizzarri. Cesare per
Roberta era «pipistrello», e Roberta era «cavalletta» per Cesare.
Trascinato dal giuoco, egli s'era fatto più audace di lei, ed ella
doveva talora cercare un cantuccio nascosto del giardino per leggere
in pace i suoi libri; dove il Lascaris arrivava, agitando in aria un
grosso ranocchio o un ispido vermiciattolo, minacciando di
gettarglielo sulle vesti. Stavano in agguato delle debolezze
reciproche per cavarne il tema a uno scherzo o a un'insolenza; si
disegnavano il ritratto sopra un pezzo di carta, prodigando linee
buffonesche, musi spaventevoli, capelli incolti; le fogge di vestire
non isfuggivano alla critica; l'inesperienza di Roberta a descrivere
una scena e ad esporre un lungo racconto, offriva a Cesare
l'opportunità di contraffare la ragazza crudelmente. Sentivano nella
implacabile guerriglia una attrazione quasi sensuale, aspra. Cesare
aveva bisogno di tutta la sua prudenza per vigilarsi, per costringere
lo scherzo entro i confini e non eccedere.
Illuminata dal male, Roberta appariva certi giorni veramente bella: un
viso bianco e giovanile, che già si piegava a scrutare i vuoti abissi
del nulla, un corpo fragile di cui Cesare conosceva quasi intere la
forma e l'attraenza.... Poi, la giovanetta, anelante alla bellezza, si
faceva di ora in ora più seduttrice, con molta incoscienza, la quale
era un'altra seduzione; e nel giuoco sfoggiava una naturale arte
femminea, dando alla voce alcuni coloriti di preghiera e d'ironia, che
vibravano a lungo e sembravano commuovere lei medesima. Si vestiva con
cura minuziosa; aveva strappato a Emilia il permesso di portare gli
orecchini di brillanti e i gioielli inibiti ancòra alle ragazze.
Attillata, guantata, coi cappelli fantastici allora in moda,
vivificata e rosea per la piccola febbre che la distruggeva
lentamente, somigliava qualche volta a sua sorella, e, predestinata
dalla malattia, qualche volta era di sua sorella più capziosa.
--Non Le sembra,--aveva detto a Cesare un giorno, in cui era scoppiato
il temporale, e voleva ottenere ch'egli chiudesse la finestra, alla
quale ella non osava affacciarsi,--non Le sembra che La preghi
deliziosamente, con una voce da sirena?...
Aveva intrecciato le mani, composto il viso a timida umiltà, pel
timore che il Lascaris non si giovasse dell'incidente a vendicarsi
delle spesse cattiverie di lei....
Ma quella sera eran giunti anche più oltre. Per difendersi dal
fulmine, Cesare aveva suggerito a Roberta la consuetudine dei
pusillanimi che si nascondono nudi fra due materassi....
--È un'idea,--aveva aggiunto, incapace a frenarsi.--La provi.
Supponiamo che il fulmine cada nella sua camera, mentre Lei è così al
riparo; non imagina che gioia, che trionfo?
Aveva taciuto un attimo; quindi, pazzamente:
--Badi però di non dimenticare in quale posizione Ella si trova.
Sarebbe piacevole che balzasse fuori dal nascondiglio, tutta nuda, e
venisse ad annunziarmi gravemente il pericolo scampato!...
Andare da lui, tutta nuda? L'imagine s'era presentata assai monca alla
fantasia della giovanetta, ed ella non vi aveva visto se non la
comicità o il ridicolo; per questo, mentre Cesare già si mordeva le
labbra, risuonò nella camera una lunga risata, e Roberta concluse
negligentemente:
--Sì, sarebbe piacevole, Pipistrello!...
E fu tutto.
Il Lascaris la tormentava con una gragnuola di proverbii, stroppiati,
confusi, mescolato il capo dell'uno con la coda dell'altro; e
interrompeva le parole di lei per lanciare due o tre sentenze così
grottescamente camuffate, ch'ella ricordava e ripeteva.... In tal modo
infilavano discorsi strani, scintillanti qua e là di qualche lampo
d'arguzia spontanea.
Poi, di repente, l'un dei due si faceva serio e parlava di cose gravi;
ciò avveniva più spesso alla presenza d'Emilia, la quale aveva
assistito in parte al nascere della confidenza inaspettata, e non
sapeva giudicarla, attonita. La conversazione diventava saggia, ma
variata per le immancabili puerilità di Roberta; discutevano del
matrimonio, dell'amore, in termini poco definiti, perdendosi. Cesare
non poteva esprimersi compiutamente; Roberta non aveva dell'amore se
non l'idea romantica; Emilia era distratta e nervosa. Seguitavano fin
che l'abitudine della quotidiana guerriglia non li avesse ripresi, e
l'uno non avesse dichiarato l'altra incapace a qualunque ragionamento
più volgare.
Ma con abili scandagli, il Lascaris era riuscito a stabilire che,
sebbene romantica, l'idea dell'amore era completa in Roberta. Senza
madre, non vigilata da Emilia se non materialmente, in dimestichezza
stretta con altre fanciulle, Roberta sapeva e indovinava con una
perspicacia talvolta contradditoria. Non arrossiva mai fuor di
proposito; sapeva benissimo, ad esempio, d'essere vergine, e ignorava
in che cosa la sua verginità consistesse.
La conversazione seria assumeva una vivacità estrema. Cesare si levava
in piedi, camminava pel salotto, parlava come innanzi a un avversario
che si deve convincere.
La fanciulla ascoltava e prendeva poi la parola ad esporre i suoi
dubbii; la facondia dell'uomo le smagava i sogni e le toglieva il
concetto abituale della vita. La spauriva l'insistenza di Cesare nel
definir nettamente i termini della lotta, una cosa nuova per lei,
orribile nelle sue forme infinite. Ella aveva sempre considerato
l'esistenza uno scambio d'aiuti e una gara d'arrendevolezze; non
poteva piegarsi a credere specialmente nel male e a diffidare del
bene.
Le discussioni davan luogo anche a qualche episodio.
Una sera in cui parlavan di matrimonio, Cesare aveva chiesto a Roberta
quale sarebbe stato per lei il marito ch'ella avrebbe idealmente
scelto; e come la fanciulla non sapeva sbrigarsene sùbito, il Lascaris
seguitò, con una fievole punta d'ironia:
--Vediamo, per esempio: io so che sarei un marito eccellente. Se io,
dunque, la domandassi in isposa, Lei accetterebbe?
Emilia drizzò il capo, sussultando. Roberta esitava; nonostante la
confidenza, ella soffriva sempre innanzi a Cesare un po' d'impaccio, e
finita la febbre dello scherzo, era ripresa dalla tema d'offenderlo.
Infine, si decise:
--No,--disse.--Rifiuterei. Non è abbastanza idealista.
L'osservazione fece ridere il Lascaris, forse perchè si sentiva
colpito a fondo; ma Roberta aveva nascosto una verità più cruda. Per
lei, Cesare era brutto, ed ella pensava che la bellezza era quanto si
doveva cercare e portare nel matrimonio.... Ah, la bellezza eterna e
l'eterna giovanezza rappresentavano la fantasia carissima fra tutte
alla fanciulla! Solo aveva sguardi per istudiare il volto degli uomini
e delle donne, la maniera di vestirsi, gli atteggiamenti e le
espressioni....
--Hai visto che begli occhi?--domandava a Emilia, quando
passeggiavano.--Hai visto che bella figura?...
Cesare coglieva il momento in cui passava, qualche deforme, per
chiedere alla giovanetta:
--Ha visto, che bel naso?
La bellezza era il riflesso d'una grande bontà; le anime belle non
potevano stare se non in bei corpi; e non era questa l'opinione più
bambinesca di lei: arrivava fino alle ultime puerilità, fino a credere
una persona elegante assai superiore ad una dagli abiti modesti.
L'ingegno doveva avere un paludamento visibile.... E poi, con
un'inflessione di voce, con un nonnulla nel gesto o nella posa,
risaliva all'altezza della donna e alla scienza della seduzione.
Di tratto in tratto, il Lascaris aveva per l'inconsapevole morente un
lampo di vera tenerezza; la consigliava e la correggeva, quasi una
sorella....
--Andiamo, selvaggia! Andiamo, cavalletta, si tenga bene sul busto,
porti alto il capo.... Su, un poco d'energia, Lei che vuol essere
bella! Perchè s'incurva così?
--Non posso, mi lasci: sono malata,--rispondeva la fanciulla, ora
distrattamente, ora con un'esclamazione di strazio indimenticabile.
--«Sì, non ha un anno di vita,--pensava il dottore.--Perchè la
tormento?»
La condanna crudele, senza scampo, dava giusto al Lascaris tanta
libertà con Roberta. I suoi discorsi non interamente scettici, ma già
troppo scettici per l'inesperta ascoltatrice, la sua intimità ardita,
pericolosa, la quale nessuno sapeva fin dove sarebbe giunta, avevano
scosso lui medesimo; e non si liberava dal dubbio di coscienza, se non
pensando:
--«Muore: non ha dimane. Sarà almeno vissuta.»
Salvare la fanciulla non poteva; crescevagli l'odio per quel fragile e
infrangibile ostacolo alla sua passione; e tuttavia avrebbe voluto
accendere la moribonda giovanezza di Roberta, non lasciarla spegnere
così, semplice larva. In lui, simile tentazione non era nuova; spesso,
innanzi ai casi di fatali malattie con prògnosi sfavorevole, s'era
sentito spinto ad avvertir l'ammalato. Avrebbe detto volentieri:
--«Voi avete diritto a vivere diversamente da noi, che siamo sani e
rappresentiamo l'esempio e l'avvenire. Toglietevi dal volto la
maschera, gettate lungi l'ipocrisia atavica. Siete liberi!»
E pensava al terribile spettacolo di quei morituri, che avrebbero
traversato il mondo in cerca d'una plaga serena, ove sfrenar la rabbia
degli ultimi piaceri.
Ma se in tutti gli altri casi l'uomo era stato vinto dal medico, egli
per Roberta non era più il dottore che compiange e passa: aveva rapito
a Emilia qualche cosa delle sue ribellioni contro il male.
Indi, il combattente si rialzava improvviso da quelle prostrazioni
sentimentali. Egli voleva Emilia; ogni giorno il bavaglio imposto al
suo amore lo torturava vie più; Roberta doveva morire, poichè era
l'ostacolo.... Cominciava anzi a sospettare che la fanciulla si
prestasse all'anormalità dell'imprevista confidenza non per altro se
non per distrarlo e sviarlo dalla sorella.... Lo infiammavano allora
l'inquieto egoismo, la caparbietà di raggiungere un fine con qualunque
mezzo.... No: no: egli non si lasciava sviare.... La tentazione era
forte, senza dubbio: si sarebbe detto che la febbrile audacia di
Roberta dèsse l'adito a tutte le speranze. Ma Cesare nelle sue
inclinazioni, per indole e per sapere era normale: amava la sanità
quanto la bellezza, e non poteva cader vittima d'un inganno momentaneo
dei sensi.
Il giorno stesso in cui aveva secretamente fatto pervenire a Emilia
una lunga lettera appassionata, fu attentissimo a Roberta, fraterno.
Il cuore gli batteva in petto, da spezzarsi; quando Emilia comparve
taciturna e pallida, egli si sentì così goffamente intimidito, che non
osò guardarla in volto, nè dirigerle la parola.
Dovevano recarsi il giorno appresso a una gita, a Mont'Allegro. Vi
andarono, salendo da Rapallo al monte, Emilia sopra una quieta
giumenta, Roberta con un asinello piagato che l'aveva commossa sino
alle lacrime, quantunque avesse poi finito col batterlo; e Cesare a
piedi.
La guida, un ragazzotto esile e sciocco, li esilarò co' suoi
spropositi di storia e di lingua. Dava a Roberta il titolo di signora,
credendola moglie del Lascaris, e di signorina a Emilia, ch'egli
supponeva la cognata di Cesare....
--Signora, signorina, è poi lo stesso,--egli comentava col
dottore.--Io, di queste mariuolerie non m'intendo....
La fanciulla rideva a gola spiegata; anche Emilia trovava qualche
sorriso; Cesare stava presso la ragazza, lasciando la guida a fianco
della donna.
Roberta era a cavalcioni della bestia; per un malinteso, mancava la
sella acconcia, e la giovanetta aveva bravamente inforcato la sua
cavalcatura.
--Su, ritta: i gomiti ai fianchi; nella staffa, appena metà del
piede,--suggeriva Cesare, fingendo una partita d'equitazione.--Non
tormenti il puro sangue colle redini del morso: andiamo, trotto
leggiero! Battute giuste in sella!...
--Oh, insomma,--gridava Roberta, irritata e ridente.--Vuol lasciarci
tranquilli?...
A poco a poco, le dolsero i ginocchi: la presenza del Lascaris la
impacciava, togliendole la libertà di mutar positura. Infine, poichè
l'asinello s'era fermato a brucar tranquillamente l'erba, ella riprese
la sua arditezza infantile e pregò Cesare d'aiutarla a scavalcare.
Fu quello l'istante, in cui l'abitudine mentale di considerar la
giovanetta come una larva che non provava e non comunicava alcun
fluido di desiderio, spinse il Lascaris alla temerità estrema.
Egli cercò di trar Roberta d'arcione afferrandola pel busto; non vi
riuscì, e la cavalcatura avviandosi in quel punto di nuovo, Cesare non
esitò a passare una mano sotto le vesti della fanciulla, ad allargarne
le ginocchia indolenzite, e a strapparla di sella in tal modo,
rapidissimamente.
Poi la sostenne in piedi, e le disse ridendo, impassibile:
--Che nessuno lo sappia!