Ella aveva passato la notte fra un corteo di sogni lubrici e
maravigliosi che s'innestavano l'un nell'altro, e non finivano.... Le
erano sembrati la carezza d'una mano sagace, uno sfiorar di labbra
ardite, un principio di tutte le voluttà e un'interruzione di tutte,
un invito al piacere e una lusinga ingannatrice, un vellicar di piume,
dalla nuca alle reni....
Da ultimo, sull'alba, s'era vista per una lunga amplissima scala, i
cui gradi erano dissimulati con drappi vivaci così di tinte, così
poderosi nel disegno, che si sarebbero creduta l'opera di molti
artisti immortali. La scala metteva capo a una porta chiusa, pesante
per ornati di bronzo a cesello. Stagnava una grigia penombra....
E sugli scalini,--indimenticabile spettacolo,--seminude o nude, erano
sdraiate numerose femmine di bellezza magica.... Alcune Emilia poteva
ricordar tuttavia; adagiata alla sommità era una, intensamente bionda,
una bionda simile a luce d'oro, a torrente di luce; ed ogni sua
bianchezza appariva, ogni curva, ogni delicatezza di vene
azzurreggianti.... V'era anche una bruna ridente con la grande e pur
deliziosa bocca aperta a uno schianto irresistibile., pel quale più
rosse parevano le labbra schiuse a mostrar denti perfetti.... V'era
una creola, dagli occhi ingenui e larghi.... Ah quei capelli, non
lunghi ma folti, dal torpido profumo, quelle ciocche selvagge che
cadevan dietro le spalle, passavano per le spalle sul petto, e lo
baciavano, attorcendovisi intorno,--quale illustre guanciale, quale
acqua di Lete a tutte le angosce!...
Nessuna parlava, nessuna aveva idea del tempo. Un magnifico silenzio
d'accidia sopiva le donne, viventi d'ineffabile vita animale.
Anch'ella, Emilia, stava tra di loro.... A capo della scala o al
fondo? Non rammentava se non d'avere visto dopo di sè, sotto di sè
altri corpi femminili digradanti in basso, fino a smarrire la
perspicuità delle linee, giù nella lontananza.
Non rammentava se non il turbamento che le era penetrato nell'animo
quando, imbevuti gli occhi di quelle forme e i sensi di quella
invincibile pigrizia, aveva richiamato lo sguardo sopra sè medesima, e
si era scorta nuda, tutta nuda, tanto crudelmente nuda, ch'ella non
aveva trovato fra le compagne se non la bionda aurea la quale potesse
competere con lei d'impudicizia.... Era rimasta sgominata dalla
molesta punta di verecondia; i suoi occhi non s'erano più vòlti a
guardare in giro, e con una mano aveva nascosto infantilmente un
piccolo nèo che le macchiava d'una macchia graziosa il petto, fra i
due seni.
Poi, di repente, all'orecchio le avevano susurrato una parola, qualche
parola imperativa per la quale ella s'era alzata, aveva asceso la
scala fino alla sommità, movendosi, non sapeva perchè, non meno
leggiadramente che se il suo corpo fosse stato protetto dalle vesti.
Nessuna delle donne al suo passaggio aveva sollevato la testa a
lanciarle gli sguardi invidi, che nella realtà le dilaniavano le
carni. Il silenzio e la penombra incombevano dovunque.
Su, a capo della scala, s'era trovata a seguire un essere bizzarra, nè
maschio, nè femmina; il volto era infantile e le membra, come fuse nel
bronzo, erano glabre, neutre.
La strana guida l'aveva condotta in una sala marmorea, radiosa di
luce.... (Emilia soffriva ancòra la sensazione del marmo freddo sotto
i piedi)...., impregnata di fragranze le quali per un attimo le avevan
dato le vertigini.... Un largo bagno tepido, più limpido del
cristallo, si apriva nel mezzo.... Emilia v'era accorsa, vi si era
tuffata: l'acqua emanava globi d'odori floreali e mormorava discreta
intorno al corpo della donna.
Allora la strana guida accosciata presso la vasca aveva dato principio
a narrare le voluttà che aspettavano Emilia.
Quali parole!... Non mai Emilia ne aveva udito di simili...! Quella
bocca dalle labbra piatte, dai denti aguzzi, sprigionava un fiume
incandescente, soffiava un vento infuocato, così le imagini erano
procaci e le parole schiumanti di lascivia.....
Ritta nell'acqua, la quale giungevale poco oltre i fianchi, e con le
braccia stese ai due lati della vasca, Emilia ascoltava: il liquido
mormorìo era cessato, ma salivano ancòra i globi di profumo; la donna
aveva conservato la sensazione del suo corpo lentamente preso da un
tremito di concupiscenza, e degli occhi dilatati quasi ad afferrare le
imagini fluenti dalla bocca del neutro narratore.... Che cosa egli
prometteva? Che cosa raccontava? A chi era ella destinata, a quale non
comune Iddio di libidine inesausta?
Il viso di lei doveva essere purpureo di vergogna, mentre il suo corpo
si dibatteva sotto la scudisciata delle cùpide visioni; più volte
l'aveva scossa l'impeto di balzar dall'acqua e di fuggire; ma la
curiosità di quella facondia sensuale la tratteneva, con le braccia
spalancate e le mani ferme ai due bordi della vasca.... Se il suo
sguardo vagava, sotto di sè ella poteva veder nel liquido cristallino
il riverbero del seno, del collo, del viso, dei capelli diffusi per le
spale; e si sorrideva, e socchiudeva le labbra ad ammirarsi i denti
piccoli ed eguali.
Le parole soffiavano intanto sopra la sua testa, fischiava il vento
infiammato delle promesse lascive.
E come avviene nei sogni in cui la personalità non è morta intera,
Emilia si diceva: «Ora, tutto sparirà; ancòra un poco e potrò
risvegliarmi e rientrar nella vita; dopo questa tortura, tutto
sparirà.»
Invece la forma umana che parlava, l'aveva afferrata intorno al busto,
le aveva passato sul petto, sulle reni, una mano accorta comunicandole
brividi inenarrabili, con una carezza nuova, con uno sfiorar di piume
sulla vibratile colonna nervosa; onde a poco a poco entro le vene ella
aveva sentito scorrere non sangue ma lava, e dalla bocca le erano
sfuggiti singulti di desiderio.... Era balzata infine dall'acqua, le
membra asciutte quasi per magìa e odoranti un balsamo più intenso dei
profumi che esalavano dal bagno.... Pronta per l'amore, era uscita,
s'era ritrovata presso la gran porta chiusa, al sommo della scala
ricoperta di tappeti doviziosi e di femmine o seminude o nude.
Allora (i polsi le battevano più forte, ricordando) s'era incontrata
nell'uomo al cui capriccio doveva sacrificarsi; e sùbito le mani di
lei avevan tentato invano di celare la nudità, ma comprendendo il
malgarbo dell'inutile movimento, era rimasta dritta in piedi, le
braccia lungo i fianchi, a testa china. Ella avrebbe detto che la sua
vita fisica si fosse in quell'istante sospesa; assorta nella
trepidanza dell'aspettazione, solo il palpito del cuore veemente aveva
segnato l'attimo d'angoscia. «Ti guarda! Non temere; sei bella.» Ma
alzando gli occhi, un grido le era sfuggito. L'uomo sorridendo le
aveva preso una mano appena per l'estremità delle dita. Ella non aveva
visto di lui se non lo sguardo; ma non s'era ingannata, o colui che
doveva possederla era ben lo stesso ch'ella amava nella realtà d'ogni
giorno. Il misterioso lavacro l'aveva così preparata all'amore di lui;
il canto fescennino ricco di promesse infernali le aveva trasfuso il
fuoco nelle vene, perchè ella gli fosse potuta giungere assetata di
voluttà, perchè non avesse più avuto requie se non fra quelle braccia,
perchè il suo corpo si fosse piegato, allacciato a rosee spire sotto
le labbra dell'uomo; perchè non fosse stata infine più nulla di
cògnito, se non una splendida forma armonizzata dalla passione.
Ed aveva seguìto l'uomo con la tremante gioia di essere costretta alla
felicità.
Ma qual terribile cosa, quale scherno satanico era avvenuto poi?
La donna bionda, a sommità della scala, si era gettata fra le braccia
dell'amante, ed egli, sollevatala in un amplesso gagliardo, l'aveva
raccolta trasportandola via.
Sulla soglia della porta invarcabile, Emilia era piombata in
ginocchio, senza il conforto delle lacrime.
Risvegliatasi dal sogno, ella girò gli occhi per la camera. La lampada
notturna era spenta, e l'alba entrava dalle finestre.
Nella mente della donna, le inconfessabili promesse cantate al suo
fianco nel bagno eran rimaste intatte, quasi scolpite sopra tavole di
bronzo; e avrebbe potuto ripeterle in un giorno di delirio; e le
davano ancòra un brividìo di cupidigia e di spavento.
Ora, con le membra estenuate di fatica, dopo il sogno molle e focoso
non aveva tardato a riaddormentarsi, cercando una tranquilla pace; e
sùbito avevan ripreso le figurazioni di malìa.
Erale parso le si fosse aperto innanzi un libro dalle pagine
smisurate, sulle quali le imagini raggiungevano quasi la dimensione
delle umane sembianze; i fogli passavano adagio, svolti da una mano
occulta.
Inutilmente Emilia, aveva tentato di staccarne gli sguardi. La
curiosità era viva; attraente il mistero dei gruppi figurati, e la
donna aveva finito per guardare ad una ad una le pagine enormi,
seguendo tutta la liturgìa d'amore, che di foglio in foglio diveniva
più mordace.
I margini erano all'intorno carichi di ornati massicci, spesse volte
intrecciantisi con l'imagine principe, avviluppandola in tale rigiro
di draghi, di convolvoli, di èdere, di gigli e di grifoni, che il
disegno centrale si faceva oscuro.
Sfilava, in principio, una serie di ritratti femminili; teste di
donne, classiche nelle vicissitudini amorose, delineate con gagliardìa
fino al busto sopra uno sfondo turchiniccio. Ognuna portava, o negli
occhi, o sulle labbra, o sulla fronte, una stimate vigorosa di
passione; ognuna aveva, in diverso grado ed espressi con diversa
perizia tecnica, il senso di vitalità esuberante, la luce
incontenibile, palese sul volto delle donne che amano l'amore e gli si
dànno senza limiti.
L'iconografia partiva da tempi lontanissimi e procedeva attraverso
tutte le epoche, attraverso tutte le nazioni. Vi erano dapprima alcuni
tipi di femmine quasi selvagge, probabilmente fantasticate
dall'artista, meglio che ricordate in una qualunque storia: seguivano
di mano in mano tipi più calmi ed evoluti, i quali avevano qualche
legame di somiglianza con le prime, nella manifestazione di un non
comune calore; e spesso i simboli mitologici rammentavano la loro
divinità, o un diadema sui capelli indicava la loro origine gentilizia
o regale.
Dai margini, i capricciosi avvolgimenti degli ornati concorrevano
talvolta a portare una nota originale, allargandosi dietro le teste
gentili a guisa di verzura iperbolica, formando con quei visi eburnei,
e quei capelli bruni e fulvi uno stridulo contrasto, creando nuovi
intrecci o qualche coppa non mai veduta, da cui sorgevano e la testa e
il busto, sveltamente.
Eran così forse passate centinaia di ritratti, ed a similitudine di
rapide meteore avevan lasciato negli occhi d'Emilia una pertinace
luminosità, lo strascico di molte scintille.
Concludeva la serie una figura di donna,--questa, tutta intera da capo
a piedi--con intorno al corpo e sulle reni avviticchiato un mostro
ributtante, verde, in forma di ragno smisurato, gli occhi
fosforescenti a fior di pelle; il quale teneva confitti i suoi
tentacoli nella carne viva della femmina, passandoli sopra le spalle a
serrarle anche i seni ed il ventre in un abbraccio furioso. I
tentacoli possedevano un rilievo quasi tattile, e la bocca era
tremenda, appoggiata alle reni della vittima, da cui suggeva sangue e
midollo. Ancòra dritta e prona innanzi, la donna s'affaticava a
divincolarsi dall'amplesso viscido, e con le braccia stillanti gocce
porporine, resisteva alla stretta che la soffocava. Sul volto,
l'impronta di raccapriccio era formidabile, la bocca aveva un _rictus_
di strazio, gli occhi schizzavano dalle orbite, e dietro la schiena la
chioma nera s'avvolgeva attorno alle branchie del mostro orrendo.
Non pareva, quello, il simbolo eterno delle anime passionali? Non era,
il mostro, una cupidità salda ed ostinata?
Ma lo sgomento del dramma terrifico era sfumato in Emilia al
succedersi di pagine liete, in cui una fantasia senza confini aveva
trovato un'espressione priva d'esitanze.
Le scene si svolgevano dissimili, gli abbracci strani e contorti, i
gruppi numerosi.
La dormente non riusciva ad afferrarli tutti. Il cuore aveva rialzato
il battito, una morsa di ferro le aveva attanagliato la gola, e con
gli occhi immobili nel sogno ella stava a scrutare.
Che cosa avveniva?
Un caos, un turbine, lo straripare di un torrente in dirotta; ed ogni
scena pareva di prim'acchito semplice e casta; a ciascun foglio, si
sarebbe detto che la fantasia stanca si fosse compiaciuta di un
riposo, disegnando idillii ed atteggiamenti pudichi.
Ma le linee si spostavano sotto gli occhi della spettatrice; il
quadro, in cui eran raccolte le cose stridenti che nella realtà si
escludono e nel sogno si sposano con tranquilla inverosimiglianza, il
quadro scopriva presto, il suo concetto afrodisiaco.
Corpi femminei e corpi maschili, antichi mostri e simboli nuovi
foggiati dall'ingegno balzano, contorni sfrontati, figure d'una
temerità insultante, ogni creazione sfolgorava linee di demoniaca
audacia.
Strette le mani, stese le braccia, aggomitolato il corpo
spasmodicamente, Emilia convergeva nel sogno gli sguardi immobili, la
bocca un po' schiusa al respiro tronco.
No, ella non avrebbe mai supposto una sì lunga scala di secreti
piaceri....
Inorridiva, e soffriva la tentazione di ridere senza fine,
d'atteggiare la fisionomia al ghigno lubrico onde si illustravano i
volti degli ossessi, che le sfilavano innanzi e le si accavallavano
nella memoria. Provava l'ambascia di un solletico mortale, abbinata
colla sensazione dolorosissima della nuca, ove l'epidermide sembrava
ristringersi gradatamente. Non poteva gridare, nè di spasimo nè di
rivolta, e tuttavia aveva informi nel cervello lo parole, e le si
aprivano le labbra e si movevano invano.
La fatica greve dell'incubo, la luce ormai chiara che, tormentandole
gli occhi chiusi, arrossava anche le imagini, finirono con lo
spossarla.
Ella vide ancòra passar due Centauri, maschio e femmina, rapidamente
in una prateria soleggiata; dell'una, intese con la vista una grossa
treccia bionda, il petto superbo; del Centauro, la rincorsa avida, il
raggiungere, l'impennarsi....
Poi il corpo d'Emilia si ribellò a un tratto, inarcandosi come un
vimine che brucia....
Ed ella battè due volte con le reni sul piano del letto....