Nº III.

(Vedi pag. 149.)

TRATTATO SEGRETO DI CONFEDERAZIONE TRA PAPA LEONE X E CARLO RE DI

SPAGNA, SOTTOSCRITTO IN ROMA A’ DÌ 17 GENNAIO 1519.

(ha la firma di Pietro Ardinghelli, e sono di sua mano anche le parole

che Leone X avrebbe aggiunte alla sottoscrizione.)

CAPITOLI SEGRETI FRA LEONE X E FRANCESCO I RE DI FRANCIA, DEI 20

GENNAIO 1519.

(Ciò che è scritto dopo la data è di mano propria del Re.)

Il primo di questi due Trattati fu da noi pubblicato nel primo volume

dell’_Archivio Storico Italiano_ (pag. 379); l’altro, ignoto anch’esso

agli storici, per quanto noi sappiamo, sta nel proprio originale fra i

manoscritti donati al nostro Archivio di Stato dai Marchesi Torrigiani,

che gli ebbero dai Del Nero già eredi degli Ardinghelli.

I motivi pe’ quali ebbe il Papa a desiderare più stretta lega con

Carlo di Spagna, si trovano esposti in questo terzo tomo, pag. 149,

nè più si ha dai Copialettere che, di pugno dell’Ardinghelli, stanno

fra’ manoscritti Torrigiani; dove neppure è cenno delle trattative

che naturalmente precedettero quella Lega: che non passassero per

la mediazione del cardinale Egidio, ch’era Legato presso il Re

Cattolico, ma per le mani di qualche altro negoziatore; o piuttosto,

che l’ambasciatore di Carlo ne trattasse in Roma personalmente col

Papa. Ben altrimenti andò la cosa per la Lega col Cristianissimo. Stava

presso di lui, come Legato pontificio, il cardinale Dovizi da Bibbiena:

a lui scriveva da parte del Papa, e anche in nome proprio, il cardinale

Giulio de’ Medici.

Leone X, e come papa e come Medici, aveva molto da sperare per parte

del Cattolico, alla Corte del quale disegnava mandare il giovinetto

Ippolito, e «darglielo in perpetuo per servitore;» tanto più quando

ebbe inteso che, vivente ancora Massimiliano, gli Elettori pensavano

di dare a Carlo il titolo di re de’ Romani, e così agevolargli la

via all’Impero. Questo confortava il Papa a carezzare lo Spagnolo;

di che Francesco si mostrava geloso. Luisa di Savoia, madre di

lui, non ne taceva al Bibbiena; al quale commetteva di scrivere

a Leone X, che «avvertisse a tutte le pratiche che tiene con gli

altri Principi,» perchè la corte di Francia era bene avvisata «delle

cose che si trattano in tutte le bande.» Rispondevano da Roma: non

avere il Cristianissimo cagione di sospettare del Papa; al quale

pur conveniva non scoprirsi tutto francese, e anzi intrattenere

«con qualche amorevolezza gli altri Principi:» essere gli Elettori

disposti a nominare Carlo in re de’ Romani, e alla dieta di marzo 1519

si pubblicherebbe: avere Carlo scritto al Papa fino dal settembre

del 1518 dandogli parte della futura elezione, e domandandogli la

conferma dell’investitura di Napoli, dalla quale, per antico patto,

l’eletto re de’ Romani verrebbe a decadere: essergli stata finalmente

dall’Imperatore domandata la corona senz’obbligo di venire a prenderla

in Roma; e avere il Cattolico unite le proprie alle istanze di Cesare.

Aggiungevasi, che il Papa non aveva promesso nè l’investitura nè la

corona; pur vedendo il pericolo che porterebbe il rifiuto. E poichè

dalla parte di Francia si esortava il Papa a non compiacere nè il

Cattolico nè Cesare; Leone faceva domandare al Cristianissimo quali

aiuti sarebbe disposto a dargli, quando quei potentissimi volessero

vendicarsi del suo rifiuto.

«Nostro Signore (scriveva a’ 3 dicembre 1518 il Vicecancelliere

Cardinale de’ Medici al Bibbiena) ha molto bene da pensare et misurare

più d’una volta come si metta ad negare queste domande et offendere

queste due Maestà tanto nel vivo, provocandoseli imperpetuo inimici,

senza sapere al certo dove possi ricorrere per adiuto quando da loro

fussi sforzato o infestato, havendo maxime el Catholico molti modi

facili da offendere la Chiesa et Sua Santità, sanza che se li possi

reprobare che da lui vengha tala offesa; perchè la vicinanza del Regno

di Napoli et la parte grande che hanno in questi Baroni di Roma, et

maxime ne li Colonnesi, possono in un punto con piccola cosa molestare

Sua Santità et le terre di Roma: et quando più copertamente anchora

volessino farlo, non manca travagliare lo Stato di Siena sotto colore

et protectione di Borghese, et apiccare il foco in Toscana, et nel

transito di qua con le loro gente fare qualche disordine. La S. V.

mi potria respondere, che il Cristianissimo sarà quello lui, che,

quanto a le forze, è potente ad removere ogni iniuria, et desposto ad

farlo, et lo desidera, et di già lo ha promesso. A questo l’ultima mia

lettera potria replicare ad sufficentia, che se Nostro Signore vede

li Franzesi procedere con sì poco respecto de lo honore et dignità

di Sua Beatitudine in un tempo che epsa ha poco bisogno di loro; che

coniectura si può fare che habbino ad essere poi quando Sua Santità si

troverà in necessità, et havere offeso tucti questi altri ad petitione

di Francia? Non voglio anchor tacere, ad ciò che V. S. non creda che

questo punto si sia passato senza considerarlo, che se Nostro Signore

col negare la corona a Cesare et col non potere S. M. venire per epsa

a Roma, et con qualch’altro impedimento si interrompessi et variassi

questa electione del Catholico; forse quelli Electori potrieno fare

novi pensieri, et volgersi con la fantasia al Cristianissimo con quelli

mezi che si sono usati per il Catholico, et con maggiori et più potenti

anchora, quanto Francia ha più che dare et più che promettere che

Spagna: et se oltre a la auctorità et grandeza ordinaria che si trova

ne la corona di Francia, vi si adiungessi questa altra extraordinaria

de lo Imperio, Nostro Signore conosce molto bene che il Cristianissimo

andrebbe in cielo, et in tucto Sua Santità resterebbe a discretione

ec. Nondimeno, con tucte queste considerationi che, come ho decto,

non si passano per ignorantia; poi che una volta si è inclinato et

unito con S. M., et così si starà constantemente; et quando trovassi

riscontro, di novo si unirebbe et colligherebbe più strectamente,

riposandosi in su la fede et iuramento di S. M., et in su una certa

ragione naturale, che per exaltarlo et farli bene non havessi ad patire

et ad ricevere danno o vergogna; et quando di novo si capitulassi con

honore et commodo de l’uno et de l’altro, et si levassi via materia

di generare diffidentia et mala contenteza, si potrebbe confidare che

la capitulatione havessi ad durare et essere observata. Verbigratia,

chiarire lo articulo di Milano, che di queste cose spirituali o simili,

che domandano, non si parlassi et la Sede Apostolica vi havessi quella

auctorità che si conviene: che li ribelli non si racceptassino nè

da le parte, nè da subditi o feudatarii ec.: che la cosa dei Sali si

observassi in tucto: che le cose di Ferrara si stessino come le stanno;

et che il Re si obbligassi ad defendere in facto tucto quello che tiene

et possiede hoggi Nostro Signore, et non solo con 500 lance et XII.^M

ducati el mese, ma con tucto quello che fussi di bisogno, et si facessi

in tempo et in modo che giovassi; che sapete nel subsidio di Urbino

come passorono le cose; et che Sua Santità non sia molestata poi con

domande extraordinarie ec. In tal caso Nostro Signore parteciperebbe

sempre tucto quello che intendessi da ogni parte, et non piglierebbe

alcuno partito sanza consiglio del Cristianissimo, et in queste cose

di Cesare et del Catholico si governerebbe come paressi a Sua Maestà;

penserebbe di continuo a la exaltatione del Re, indicando che in

epsa fussi coniuncta quella de la Sede Apostolica et de la Casa sua.

A Nostro Signore è parso aprirvi tucto el suo secreto, et chiarirvi

meglio la ultima mia lettera.»

A questa lettera, che racchiudeva la sostanza dei Capitoli da

stipulare, ne tenne dietro una del cardinal Giulio, più aperta e alle

cose temporali più accomodata. Esagerando il pericolo in cui si metteva

il Papa col negare a Cesare di mandar la corona, e di confermare

l’investitura al Re di Spagna quando fosse eletto Re de’ Romani, non

s’astiene di parlare col Bibbiena del danno che potrebbe venirne a

Casa Medici; perchè il Cattolico offeriva un Ducato di quindici o

ventimila ducati liberi a Lorenzo de’ Medici, e a Ippolito uno Stato

della rendita di seimila; occasioni (scriveva Giulio) che, «non che

a la vita di un papa, ma non tornano in mille anni; et chi non le sa

pigliare al tempo, invano si sforza poi di andare lor dreto.» Questa

lettera è de’ 21 dicembre. Ai 30 poi dello stesso mese «Sua Santità

(scriveva il Vicecancelliere al Legato) va di mano in mano togliendo

la speranza a li Spagnoli del mandar la corona a Cesare, per esser

cosa extraordinaria, et havendo compreso quanto questo prema al

Cristianissimo: ma quella Maestà ha bene ad pensare che Nostro Signore

non può in su le spalle sue reggere questo peso, et ha da fare dal

canto di S. M. in modo che il Papa intenda potere securamente negare,

et restare con lo animo quieto.»

Così tutto il mese si andò stringendo il trattato. A’ 19 gennaio

scriveva il Cardinale Giulio al Bibbiena, confortandolo «a non perder

tempo di redurre a particulari quel tanto che vole fare S. M. circa

al novo restringimento di Nostro Signore col Cristianissimo.» Ma lo

spaccio non era ancora partito, che il Cristianissimo consegnava al

Bibbiena la Capitolazione da lui sottoscritta il 20. Al Papa giunse il

documento autentico con le lettere del 4 di febbraio, mentre si trovava

alla Magliana. Non gli parve che i Capitoli contenessero quanto avrebbe

desiderato; ma fidando nelle buone disposizioni del Re, ratificò i

Capitoli, e ne mandò al Bibbiena un esemplare sottoscritto di sua

propria mano e suggellato coll’anello del Pescatore.

Queste notizie tanto precise e tanto chiare intorno alla Capitolazione

col re Francesco I, destano in noi un grave dubbio quanto al Trattato

con Carlo di Spagna. Abbiamo voluto qui a ogni modo ripubblicarlo,

perchè nel buio di quei viluppi e in quei giorni tanto decisivi, giova

sottoporre agli storici ogni documento atto a recare una qualche luce.

Ma noi crediamo che qualche cosa dovesse nascere tra ’l 17 e il 19

gennaio perchè il Trattato a cui l’Ardinghelli aveva già ogni cosa

preparato e fino alle parole che Leone X doveva aggiungere al suo nome,

cotesto Trattato non avesse altro seguito e non andasse in Ispagna

mai per la sottoscrizione del Re. Nè pare a noi che altro motivo si

debba cercarne fuori della morte istessa di Massimiliano, avvenuta

l’11 di quel mese, la quale saputa in Roma tra ’l 17 e il 19 facesse

rompere il Trattato con Spagna, perchè nell’imminenza d’una elezione

all’Impero, nè il Papa voleva troppo impegnarsi, nè fare troppo; nè

si fidava che il Trattato restasse segreto, nè avrebbe sofferto di

romperla in modo scoperto e irrevocabile con Francia. Qui frattanto

la morte medesima saputa in quei medesimi giorni persuase a rompere

ogni indugio che ritardasse la Capitolazione; e al re Francesco fece

scrivere di propria mano, come si vedrà più sotto, quelle parole tanto

sviscerate verso il Papa, del quale Francesco aveva bisogno o che

poteva assai giovargli nella elezione ora imminente di un imperatore.

S’aggiunsero gli stimoli del Bibbiena, che tutto Francese, appena udita

la morte di Massimiliano, si affrettò a stringere quell’accordo prima

che da Roma gliene fossero pervenute le istruzioni; allora, cred’io,

cominciò a perdere il Bibbiena la grazia del Papa. Gli altri negoziati

dovevano essere corsi personalmente tra l’Ardinghelli e lo Spagnolo

Ambasciatore in Roma: rotti una volta, non ne rimase alcuna traccia,

e ai 19 l’Ardinghelli potè scrivere in Francia con nuove istanze per

la Capitolazione, la quale poi giunta innanzi tempo e non come il Papa

l’aveva voluta, fu da Leone ratificata per la meglio e per non rimanere

solo, trovandosi avere offeso ad un tempo i due possenti competitori.

Queste cose delle quali ora solamente abbiamo notizia, ci spiegano per

quale motivo il Trattato con Carlo di Spagna rimanesse tra le carte dei

ministri di Leone X come Atto che mai per circostanze sopravvenute non

giunse ad avere la sua perfezione.

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 27 / 80 题