CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO
ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.]
L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori
quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze,
dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti
sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere
goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i
cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il
popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più
servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei
Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza,
secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede
nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi
era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli
e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro
governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa
mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali
sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare
dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa
paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a
forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un
padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e
della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia
più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche
i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al
principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno
di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze,
massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per
parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso.
Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con
gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela.
Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a
Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la
parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo
di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale
ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto
a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso
ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era
da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati
che li combatteva.[157]
Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli
e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle
necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi
carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via
d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che
si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto
licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il
terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere
le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta
di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi
avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la
paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato,
entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e
vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la
via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto
fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu
salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici
il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi
tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i
due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini,
ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi
al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si
avvicinava alle porte di Firenze.[159]
Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito
e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo,
uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale
disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che
i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di
giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini
di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a
provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere
Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute
parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure
quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si
offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto;
avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non
ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano
intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro
alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto
aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e
decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano
indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato
a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati
nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza,
della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al
Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano.
Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di
Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il
Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne
alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto
e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio
del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora
un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi
dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria,
e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a
tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel
quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si
tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese
quell’atto.[161]
Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso
Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e
senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere
gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena
la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe
loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia
e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello
Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta
alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo
di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del
quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente
devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte
notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze
fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto
irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu
mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però
guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163]
ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè
Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti
perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero
in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai
cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164]
Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei
primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa
de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la
bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come
il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in
Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in
nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi
innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio
generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi
che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi
e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri
cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio;
ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli
per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi
furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono
pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e
il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono
a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone
loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella
di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari
pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti
dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la
frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da
quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella
città.
Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto
aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola
tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde
in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso
nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè
gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di
quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa,
come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù
l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel
mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici,
o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro.
Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle
cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie,
pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo
largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile
a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri
Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non
poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e
cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà.
Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice
e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel
convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle.
Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in
arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini
delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al
Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii
la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli
che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi,
col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi
maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica,
abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel
1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di
guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè
la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e
bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero
riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del
quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si
radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento
cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin
lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo
rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere
il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e
infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal
primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse
divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due
mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che
avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta.
I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici,
e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da
ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto,
nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie,
com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con
ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti.
I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè
d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si
dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli
d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo
di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini
diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come
quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile:
così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli
Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali
volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè
nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici
di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la
parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si
avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi
civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di
Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici,
nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei
migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli
antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici:
in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte,
perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, _quattrocento
fave ferme_ o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di
più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi
nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed
appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano
lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai
Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro,
spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si
accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi
che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano
oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto
il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro
fortuna nella sorte delle armi.[165]
Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome
la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si
opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza
voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti
essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva
Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio
guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia
presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e
insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna
o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello
che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono,
sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più
facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra
alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore
tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una
mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello
che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con
altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate
sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle
milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate
Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso
esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice
nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città
d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da
Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto
Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle
galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa
rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma
e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e
vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi
nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma
forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo
nemico.
Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono
molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il
numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento,
fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero
per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo
grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione
del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave,
costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e
amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case
dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme,
così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno
ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la
Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse
ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal
Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il
Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio
Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte
Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo
e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di
quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di
Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato
formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso.
Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà,
crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era
già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato
i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella
parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati
prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di
Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi
fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra.
Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi
di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia;
Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi
attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni
giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo,
andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di
cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria
ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o
scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma
nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria,
vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali
cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria,
che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero,
nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo.
Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con
quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi
contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano
a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto
co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste
riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e
co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse
dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari.
Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale
attestasse la solennità dell’atto.
Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca
di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva
racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più
che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro
Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il
quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto
favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy,
il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe
d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma
e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi
e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa
nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e
avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli
abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto
l’esercito di Lautrech s’accampò intorno.
Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una
battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse
le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a
Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e
oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste,
parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro
alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta
l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie
assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per
la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del
Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando
al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi
giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come
traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima
aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo
a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’
Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite
o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian
Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a
Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta
vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati;
al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni
che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei
Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono
contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più
forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono.
Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia,
poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori
effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già
lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia
di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre
l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un
governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo
periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea
Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande
servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben
meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure
ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi
sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre
maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene
a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro
avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente
sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con
diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè
trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati
e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue,
tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo
Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande
accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero
l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti
a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno
il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da
Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli
rimanevano.
In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei
Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato;
cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza
contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la
signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel
tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII
tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi
a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato;
e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni
indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e
questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che
gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo,
essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da
Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto
intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità
dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano
per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti
nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al
popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè
in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era
il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè
vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel
timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il
Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale
fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano
la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6
novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i
Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi,
benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un
cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si
scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere
nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille
settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o
spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve
cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo
con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati
decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione
tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa
quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra,
scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier
Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già
Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’
più accesi verso il popolo e la libertà.[172]
Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia
del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi.
Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un
comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno
a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza,
sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi
trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro
voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la
patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene.
Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace,
essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli
altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono
insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe
in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si
credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare
quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli
degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo.
Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare
insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il
ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli
radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è
un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse
in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a
giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e
di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un
partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che
fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni
decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in
sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo
di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo
che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se
veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un
gran cittadino.
Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni
parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla
sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che
persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti.
Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto
poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli
più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che
sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo
del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo
com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono
essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già
era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata,
diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato
un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in
Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto
che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione
in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo,
era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato:
infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo
eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio
di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto
ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa
famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome
Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti
ultimi di questa Istoria.
Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo,
quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini
importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli
dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose
mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo
della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più
la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito
cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma
nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al
futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione
alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il
Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando
a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle
robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti
vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente,
ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando
era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un
cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di
lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due
Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze
il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi
cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e
Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto
in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico
al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli
nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente
al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone
d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto
manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con
quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili,
nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro
temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e
ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose
di meno importanza.
Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò
una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da
Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta
in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi
Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e
che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il
Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro
chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo
d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento,
deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi
principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia;
il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso,
ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi
deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era
gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di
Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene
avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero
che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del
Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla
fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior
parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso
ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica
legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza
essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e
parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento
degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano
condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra
molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così
tornò a casa.[175]
In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare
facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa
Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse
chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando
inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in
Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle
armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che
Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe
offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi
adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato.
Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male
disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello
dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che
taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni,
gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato
le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia.
Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava
per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a
visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si
era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci
in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè
e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre
pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma
sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente
come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei
figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore
insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici.
Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e
poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV.
SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi
depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non
vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo
come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche,
si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a
noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo,
con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si
potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto
ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma
che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo
loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era
il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze
gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse
ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova
e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi
Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta
ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde
in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi
dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi
e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva
in esso più che altra cosa il sentimento.
L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia,
avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno
1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che
la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado
che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea
di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta
in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva
dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi
ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad
essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto
questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere
via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere
qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta
nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in
briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico
divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella
delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la
recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne
l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle
armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal
Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura
che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli
Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa
medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava
tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia
al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano
stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno
ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero
dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente
gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in
Italia per la corona.
Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano
riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto
poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti
in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale
anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero
creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli
mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno
che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè
l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono
smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray,
Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo
V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso
venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle
due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la
Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione
e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento
mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con
la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza
a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era
inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie
per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli
uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie
vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il
Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani
alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate
combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua
schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più
debole.
Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da
parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano
peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui
confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare
alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta
città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e
abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento
degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi
trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che
voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non
sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso
si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito
fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a
Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano
in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a
Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di
Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo:
allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano
quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e
i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione
circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava
fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto
non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come
Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i
Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli
amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea
scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando
poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo
aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle
piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad
essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo
da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A
questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray
a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori
costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179]
Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e
leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia
erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei
Re.
Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le
speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico
non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso
aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza,
«procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che
il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia
pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso
d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri
Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato
dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale
Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna
pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano,
le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la
difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti
e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e
gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il
nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di
parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava
modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli
ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali
entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti.
Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse
una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno
al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di
Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più
prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.
Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta
necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando
l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che
Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto:
lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille
cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila
venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo
dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non
contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino
allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei
popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una
continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi
era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse
fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui
ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero
non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo
di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel
resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla
Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata
come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero;
col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile;
divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo
V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il
possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature
dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna
poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa
non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze
e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui
era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia
con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po,
abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria
conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca:
la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al
popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che
a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli
antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio;
l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato
di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o,
come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o
poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori
con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era
col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa
fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra
grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte
nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il
Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di
Firenze.
Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi
col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi
confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e
che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra
guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente
stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal
sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali
di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a
morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre
alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio
comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica
vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece
che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti
amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo
a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami
e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni
come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria,
che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano
mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore
per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non
fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo
freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare
le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto
imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni
innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni
erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul
modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento
una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella
fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria
premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere
vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano
stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella
Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva
guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa.
Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di
uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori
di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno
dell’Aragona.[181]
Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto
alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano
gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad
essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati
pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi
fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel
rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò
in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello
Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove
appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire
novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in
contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne
fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo
Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze.
Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo
alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi
condotto questa misera patria?[183]»