CAPITOLO IX.

APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI

DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]

Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente,

che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione

al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti

e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel

mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del

luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per

conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè

ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere.

«In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro

non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e

la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che

vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi

gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco

di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di

Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti

erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano

alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza

veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in

Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto:

più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini

d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia

scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera

e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier

Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un

Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che

menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a

Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con

tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne,

avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello

ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila

de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri

che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e

poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di

quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo

dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i

venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla

speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente

da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli

riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare

sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non

gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella

bella parte di Toscana.[184]

Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai

Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai

Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale

non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno

fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio

primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno;

finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo,

disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro

nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel

tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese

di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i

patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da

spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere,

il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso

nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno

la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna

e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello,

mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero,

non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando

convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva

quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero,

salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.

Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange

di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore

Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della

Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli

di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze

circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in

guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto

mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange

aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era

fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche,

nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le

condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai

ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini,

e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello

Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi

nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove

sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva

non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle

loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un

condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere

egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse

meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa

città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti

d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un

uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto

essere cosa loro.[186]

Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la

via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14

settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona,

dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande,

convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto

quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati

di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una

leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio,

vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte,

lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi;

e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea

fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu

saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era

commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno,

il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e

come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca,

abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del

Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli

ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse

difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno

alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini

avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere

licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati

sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto,

rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille

soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando

già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si

continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto

innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre.

Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano

tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non

piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano

della Repubblica.[187]

In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e

la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e

confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue

cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici

dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per

deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo

molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto

con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle

farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano

dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu

tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno

alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al

mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si

mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa

si era disciolta.[188]

Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa,

nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè

taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di

allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco

Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed

ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto

fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la

commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere

che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non

avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino.

— Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere

ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena

fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e

non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre

molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di

questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai

con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e

alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte

cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi

del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito

alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di

tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora

gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo,

grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo

erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter

trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular

governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli

aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle

leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con

la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare

essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità,

la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima

recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che

lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo

grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua

Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano

fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di

tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare

al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la

città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità

facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei

noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo

giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga

avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più

efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo

di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha

voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo.

Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e

commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno

riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia

da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver

preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere

ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per

potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di

tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato

che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a

questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto

intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. —

In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non

essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità

non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li

sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole

e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto

asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità

non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato

sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà

noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro

discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di

essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando

a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata

provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva

il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre

ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e

Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il

mandato.

Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo

sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non

ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che

si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline,

conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori

Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria:

la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un

Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto,

che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo

di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire

dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio

Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava

il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro

con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere

induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo

stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che

solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine,

riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come

per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta

San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure

i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un

messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai

prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte

d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte

e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta

fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza

qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di

rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente

udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi

a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi,

anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in

Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già

solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali

il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191]

Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui

tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere

chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale

potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le

lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno

esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui

si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non

solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma

eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava

la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa

fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo

di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale

pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato

Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita

cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini

essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e

dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra

fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri,

la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo

a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo

esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari,

essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri

per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo

queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare

il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni,

eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni,

deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente

la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi

la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di

danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di

non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero

tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi

palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore

di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era

usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca

testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e

fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene

ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e

grande concordia.[193]»

Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti

contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via

d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati.

Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati

per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non

comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in

quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni,

Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni

fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli.

Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in

segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in

Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone,

passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a

ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con

l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere

fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della

Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a

piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei

uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra

quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati

diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il

tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano

de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il

Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre

altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato

cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei

Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In

questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa

magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei

Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo

stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte.

Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a

Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi

diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro

care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di

giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla

città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini,

per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità

o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia

d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito

si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di

San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo

Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione

desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto

bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando

difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio;

il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi

mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo

Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle

Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu

suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale

stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto

prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i

nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila

buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri

di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di

circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da

36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere

più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte

erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per

capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi

del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli

era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni,

che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono

Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini,

non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese

nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio

che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse

tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare

Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi

volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti

alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e

tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di

un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari

modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti

o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio

nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro

pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza

di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una

parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti;

istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o

inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro

amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi

termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure.

Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie

laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni

delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre

il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano

intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti

di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario

allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di

universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio

custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per

tutto l’Assedio.[196]

In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare

con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato

dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il

terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva

Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico,

Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta

era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe

a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea

nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza;

nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e

pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del

Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista

che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita

pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia;

e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti

onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca

cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria

bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi.

Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non

per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò

alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da

San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti;

altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono

altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma

trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti

non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o

con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti

degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire

ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il

nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al

che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate

dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella

disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini,

i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria

nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori

provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero,

potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi

innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii

oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto,

non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo

di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà

questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma,

quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è

oppressa.

L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca

sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini

infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo

devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto

era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano

i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti,

dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in

preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una

Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle

mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale

ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi

con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi

annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10

l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare

nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla

città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro

innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi

gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i

broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto

avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra

parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio;

il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli

incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera

dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità

di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli

animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo

per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più

copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo

volontariamente.

L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse

dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi,

perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore,

male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero

inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade

cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente,

che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse

pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi

che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che

l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi

in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei

Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi

artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203]

Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da

una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio

trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di

questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva

dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava

un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero

in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro

lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi,

torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San

Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario

Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro

Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori.

Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce

stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo

colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere

dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda

stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio

e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla

guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte.

Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi,

a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da

oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino

all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo

di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti:

qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il

conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli;

a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange

risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini:

lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava

Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto

con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San

Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si

erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso

alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli

Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto

Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto

il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a

Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali.

Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole,

Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con

trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia:

poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno

si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che

molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i

vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti

giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando

la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe

accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di

assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e

gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i

ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle

finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio

a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde

le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove

udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per

il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno

dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo

intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie

a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le

case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla;

fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati.

Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle

quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia,

dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli

come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime

vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel

trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri

fuor d’ogni usanza.

Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col

solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla,

girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa

di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose

ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori,

altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il

nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il

quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata

da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma

era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche

in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse

il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato

insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a

quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il

segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e

decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche.

Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi

e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al

buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una

camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in

quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi

e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano

pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta

e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina

tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece

che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo

insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il

rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata

sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo

Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi

nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con

grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa.

Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed

ai Fiorentini parve non lieve guadagno.

Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa,

luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso

Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo

aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di

già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito

che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno

a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e

Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla

città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era

se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi

d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del

verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto

si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero

maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere

Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi

abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si

è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi

e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per

Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano

a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade

dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali

non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un

Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe

a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore,

prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri

diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a

Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra

perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima

imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta

con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del

sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò

Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204]

Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può

dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze,

così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò

solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni

oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani,

che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del

soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che

aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura

per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto

a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa

coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava

il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza

quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava

ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva

fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano

in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo

genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa

e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci,

metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così

andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva

fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e

mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le

cose che importassero alla guerra.[205]

Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare

quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter

essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al

nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare

all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano

ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle

contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè

visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il

Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto

Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo

prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio

non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a

cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e

artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella

di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento

soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e

combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai

soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito;

imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi

risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma

non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca,

salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo

sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della

forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima

di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli,

che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed

altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci

mirabile a molti, e segno d’invidia.[206]

Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era

decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in

Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il

Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che

si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici,

schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più

efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e

senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani

e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto.

Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con

maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in

un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie

più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale

aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori

tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo

d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi,

destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui

concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli

stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo

di non troppo difficile composizione.

Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere

nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti,

espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento,

al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che

stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci;

interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse

di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione;

parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore

dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima

posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che

badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e

nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più

lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro

all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati,

sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi,

intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano

negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto

tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri

e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso

Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che

lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna,

e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero

che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due

Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire

la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui

era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso

quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che

cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la

libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari;

questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama

d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano

pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a

dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro

a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così

tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio,

senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo

una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale

deliberare.[207]

Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo

pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per

annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale

per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni

che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni,

con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro

due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di

soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli

altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità

stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate

vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al

quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli

a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per

togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca

tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di

chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei

luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via

d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla

Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata

da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra

ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete

d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce

con una corona di spine.

Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni

ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo

senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre

ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse

molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione

prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San

Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso,

e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in

sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una

dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra

il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso

di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e

Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa

Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna,

per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse

a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei

cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse

atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza

la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe

un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano

misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di

buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome

il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti

e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del

Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di

Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e

ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere

essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209]

Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di

Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva

allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di

dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto

suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal

lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo

articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano

ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle

ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse

poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza

fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava

per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la

Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero

Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine

andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto

a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo

a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in

quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e

condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare;

ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli

e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che

sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange

avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il

Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza

dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la

ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore

ubbidirebbe al suo giuramento.[210]

Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere

fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene

molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in

modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore,

venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado

supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi

andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella

guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei

prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e

più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non

poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva

aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto

accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non

era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere

il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo

fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare

sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto

Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa

vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero,

verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore

non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze

l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti

credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile

della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire

nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano

dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la

dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo

stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l

Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse

tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo

Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta

quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in

Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra

Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza

saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa.

Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre

stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà

forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta

nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in

cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia

scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero

altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero

di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima,

perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse

unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna

la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di

Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti

nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva;

non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città,

ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa,

senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le

squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.

Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo

nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla

più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San

Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe

d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non

senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio.

Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto

fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai

nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo

l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal

principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino,

l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto

che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’

Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani

mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto

d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare

s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la

carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come

cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano

in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da

Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non

venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel

Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale

diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che

fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano

le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio

contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei

Fiorentini.

Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori

durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti

anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane

di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore

della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu

detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro

alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto

l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta

de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore

accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente

donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un

compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa

spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi,

giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il

campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio

dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con

pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse

chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in

vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come

tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi,

gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella

seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore,

che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse

in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice

giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale

tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti

giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle

ferite.[212]

Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con

l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore,

malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213]

Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da

lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi,

com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non

s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa.

Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava

Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia

la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo

Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale

con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto,

gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti

nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande

assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello

da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora

da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della

guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti

una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le

armi.[214]

Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza

d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di

Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla

Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi

mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col

quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere.

A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma

poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più

tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga

lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto

le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che

bastavano, vettovaglie per più mesi, e il _cuore buono_ e risoluto a

mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico

da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza

dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più

volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento

assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che

all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo

motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva

che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo

V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto

un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè

a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco,

ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in

Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale

aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini

della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia,

bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti,

e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad

occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la

spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle

sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della

piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere

lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il

conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso

di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti

formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione

della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe

a bacchetta in tutto e per tutto.[217]»

Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra

parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva

Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre

sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva

certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo

che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca

Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla

giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte

novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate

sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più

sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si

faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi

stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non

si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una

sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e

degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto

quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non

poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere

affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito

ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le

fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse

una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si

diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali

aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad

un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro

del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo.

Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella

che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi

suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando

il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere

impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che

sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero

per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal

petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non

fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli

umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano

con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi

veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle

bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere

essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando

esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e

via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani

si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del

Pontefice.

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 20 / 80 题