CAPITOLO VII.

NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI.

DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE.

Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò

Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai

ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al

duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai

Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi

più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste

cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice

di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli

Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della

vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio

piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai

moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene

la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di _mannerino_, che

a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non

ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni

piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole

confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali

tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati.

Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile

suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si

accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a

rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò

molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non

tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si

era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non

si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti

più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere

avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli

fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.»

I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua

conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più

ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo

Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi

delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri:

quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli

fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava.

Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva

al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì

«e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero

adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se

io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non

si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non

debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè

anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia

ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici

non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò

fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli

Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori

per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine,

e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli

e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a

Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione

di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito

della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona

perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere

l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto,

a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse

al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato

lo Stato in Firenze.

Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che

nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli

faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo

le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla

vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad

un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e

godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo

mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio

e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro

e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano.

«Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa

e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti

per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi

ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio

quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni

reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti

degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco

di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi

vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni;

e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di

tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi

sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.»

Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore

della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi

pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo

scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che

avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri

del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva

di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del

conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono

a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di

Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non

essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a

mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui

non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè,

le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse

dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che

«a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a

conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve

a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo,

gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa

direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per

quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le

quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi,

ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il

Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di

molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini

solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli

avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della

Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come

esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi

a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando

quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai

loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro

medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze

del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente

speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde

hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del

Machiavelli.

Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella

Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al

libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e

il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero.

Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun

rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza

da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile

attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti

ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne,

la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni

che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era

più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi

sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano

e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel

mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città

italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro

sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre

nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie;

conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e

vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una

necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’_Arte della Guerra_,

i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano;

volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di

quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle

molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause

della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase,

quanto alla pratica, di nessun effetto.

Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la

forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del

mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che

noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto

frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone

cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le

nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai

grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio

della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo

i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero

delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati

in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono

ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto

una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad

un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in

canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il

campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un

popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere

che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il

Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e

non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse

mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto

ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza

quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che

egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi

farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti

fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore

aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi

dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando

certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti

delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade

nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria

dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli,

e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi.

Nè quel suo _Principe_ educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi

s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo

cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli.

Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in

Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero

nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge

ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi

malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in

un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per

necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle

leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè

stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate

quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè

nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti

nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri.

Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima

disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli

Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più

coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo

e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel

vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la

vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro.

Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e

popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e

sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San

Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io

credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne

concessa.

Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione

di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e

fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere,

ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a

un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in

sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie

principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la

fortuna e vedere _se la se ne vergognasse_; e dopo lungo esercizio

in cose di Stato, ambizioso _di servire a chi reggeva_: ammirato e

vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro

e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli

maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza

che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi

e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia:

ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate,

grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione,

come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè

spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia:

come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno

del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e

con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale

l’Italia.

Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande

uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di

Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli,

non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma

uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare

in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del

pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene

costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di

Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde

tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta,

esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria.

Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è

visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea

attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione

di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare

dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto

e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria

congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando

sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più

elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già

che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma

trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che

a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia.

Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre

vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo

scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava

ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi

a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della

famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e

vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari

discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora

patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici;

poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi

ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei

Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con

Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile;

per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano

generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col

Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era

in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino

e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo

troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare

il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e

consiglio che nulla lasciano da desiderare.

In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a

esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi,

discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine

di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo

proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in

questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da

lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso,

quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie

sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle

date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi

d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le

cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui

come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di

riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia:

niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi

stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli

produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo

cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione

dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere

inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli.

Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le

guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza;

ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro

le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono

i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque

abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra.

Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la

patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in

quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura

l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava

i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire

cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno,

ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando

in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa

occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono

grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle

Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè

un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa

coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini

ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più

che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne

la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a

spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè

basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare

mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi

doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore.

Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro,

superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi

modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come

procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e

superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento;

a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma

dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non

andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che

gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara

sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto

apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste

apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro

modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga

il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a

trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale

non s’era per anche indurita in colpe maggiori.

Era il governo per lui un fatto, nè alla libertà credeva, nè alla virtù

delle forme. Di genio andava con gli Ottimati, pel grande dispregio in

che ebbe i Consigli e i voti popolari; non si vede però che cercasse,

come altri al suo tempo, fondare un governo sull’esemplare dei

Veneziani; ma costretto stare co’ Medici, che egli non amava, questo

solo avrebbe voluto, che sotto a quell’ombra governassero i più capaci,

primo egli fra tutti. Non gli repugnava dare al Papa il consiglio

di porre lo Stato di Firenze in mano a pochi senza temerne pericolo;

perchè (diceva egli) quei pochi avendo il campo libero agli arbitrii,

saprebbero anche d’essere in odio all’universale; il che gli terrebbe

più stretti a quella Casa il cui nome era una forza. Cotesti consigli

non erano buoni: ma peggio fu quando i Medici essendo tornati principi,

si trovò a questi sospetto, come uomo troppo alto locato, intanto che

a lui rodevano il cuore le ire superbe contro agli uomini popolari che

avevano osato sì a lungo resistere. Allora i consigli da lui dati al

Papa, che sono impressi in più discorsi, mostrano ch’egli nè avrebbe

voluto un principe effettivo, nè altro saputo raccomandare se non quel

suo solito governo di pochi. Ma era troppo tardi; e già Clemente, si

era sentito le mani libere quando ebbe visto l’Italia tutta ammutolita

dalle armi straniere; e il Guicciardini, che ad ogni modo era costretto

a volere lo Stato de’ Medici, sfoggiando in durezza e inacerbito dalle

private sue passioni, fu crudele nel confinare chiunque avesse potuto

dare ombra. Ma pure temeva si potesse dire che aveva fatto poco; del

che si scusava col mettere fuori la necessità «di mantenere viva la

città a fine che questo non sia uno Stato senza entrate, che non vuol

dir altro che un corpo senz’anima.» Il Guicciardini lasciava di sè

memoria odiata nella patria sua.

Mi è caro questa rassegna d’ingegni pei quali ha grandezza l’istoria

nostra, finire col nome di Michelangelo Buonarroti. Sugli ultimi

due che abbiamo notati pesarono gravi le colpe del secolo a cui

appartennero; ma il Buonarroti ebbe natura e ingegno che sembrano

del tempo dell’Alighieri e si direbbero come usciti seco dal masso

medesimo. Che se il Poeta si può inalzare più in su dell’Artista,

ciò viene in lui non che dalla qualità del fine, dalla eccellenza

dei mezzi che ad esso conducono; l’ingegno suo vive nell’esercizio

d’un pensiero più alto e più vario e senza confine, contempla

continuo gli aspetti e le forme e le imagini delle cose guardandole

dentro all’anima sua, e fuori nella universalità del mondo; adopra

incessantemente di sè stesso la parte più degna. Ma invece l’artista,

perchè delle cose non può altro rendere che le parvenze, esprime

con l’uso di mezzi meccanici quella imagine che egli ha concetta; lo

studio tecnico, a lui necessario, gli porta via troppa gran parte di

sè, non dice intera la sua parola. Nessuno mai ebbe nè tanto facili

come il Buonarroti nè tanto possenti i mezzi dell’Arte, ond’è che

niuno mai lo agguagliasse in quanto all’esprimere gli alti concetti

per via d’imagini figurate. Continuò fino alla vecchiezza lo studio

paziente ed ostinato dell’anatomia del corpo umano; vivea su’ cadaveri

quell’uomo di tanta autorità e fama le intere giornate, cercando nel

morto come si muovessero i muscoli, e in essi dipoi col pensiero suo

divinatore mettendo la vita. Di questa sua scienza faceva uno sfoggio

che può alcune volte parere soverchio; ma intanto fu egli il più ideale

degli Artisti antichi e moderni. In questo amore, in questo sentimento

dell’ideale stava il movente della forza per cui fu creatore il genio

del Buonarroti: andava sempre più in là dei mezzi che l’arte gli dava,

sebbene avesse la facoltà di trarre da un marmo alla prima l’ingombro

del masso informe nel quale vedea la figura che avea concetta nel

suo pensiero, e a farla uscire fuori mandasse giù colpi del fiero

scalpello.

Sentiva altamente la bellezza; ma questa mi pare facesse consistere

piuttostochè nella assoluta squisitezza delle forme, in quella imagine

che a lui raffigurasse meglio l’idea della mente, e che non di rado

cercava esprimere con la poesia scritta. A questa però non aveva egli

avuto scuola nè fattosi abito sufficiente, ond’è che fallisse molte

volte a lui lo strumento, sebbene adoprato con grande fatica. Quel

ch’egli aveva immaginato, fidava sicuro all’opera della mano; e quanto

più andava in là per tal modo, tanto più lontano poneva quel segno al

quale avrebbe voluto condursi col mezzo della parola. Sono di lui molte

poesie, che più tardi andarono a stampa non so s’io mi dica rifatte o

disfatte da uno della famiglia sua. Ora ne abbiamo, grazie al signor

Guasti, il primo getto qual era uscito dalla penna del Poeta: io non

mi perito di chiamarlo tale, sebbene a lui mancasse l’arte di fare i

bei versi, e desse alcune volte nell’astruso o in quei troppo arguti

concetti ai quali il secolo già inclinava: sono spesso embrioni di

liriche, a cui l’Editore ben fece d’aggiungere una interpretazione.

Ma in tutti i luoghi dove al Buonarroti riesca in parole scolpire il

pensiero, e dove il concetto abbia intera e limpida espressione, ogni

volta insomma che trovi egli modo a scrivere la sua poesia come già

dentro a se stesso l’aveva sentita, è grande poeta.

Come nell’arte Michelangelo tenne un luogo dove egli era solo, così

mi pare lo tenesse in tutta la vita, che a lui durava lunghissimi

anni. Accolto all’uscire dalla fanciullezza nella casa ed alla mensa

di Lorenzo de’ Medici, e avendo fino dalla gioventù destata di sè

maraviglia, fu tosto chiamato alle grandi opere del principio del

pontificato di Giulio II, che volle di lui fare una gloria del suo

regno. Il Papa lo amava, nè poteva stare senza lui; ma impetuosi

com’erano entrambi, facilmente si guastavano tra loro e tosto venivano

alle rotte. Il Papa una volta discorrendo di lui e dell’eccellenza sua

diceva: «ma è terribile, come tu vedi; non si puol praticar con lui.»

Si direbbe che l’uno dell’altro avesse paura: essendo Michelangelo una

volta fuggito da Roma, dovette il Papa quasi pregando e con intromessa

d’altri farlo andare a Bologna perchè gli facesse in bronzo la statua,

che poi fu distrutta dal popolo bolognese. Sentiva altamente di sè

e dell’arte, superbo non era: abbiamo di quel tempo le lettere di

Michelangelo alla sua famiglia, soccorsa da lui e quasi governata con

cure paterne; ma per la modesta gravità delle sue parole non si direbbe

fosse egli nè tanto giovane nè tanto grande: una volta che un suo

fratello aveva voglia di andare a Bologna, scrisse non lo lasciassero

andare perchè (aggiungeva) «Son qua in una cattiva stanza e ho

comperato un letto solo nel quale stiamo quattro persone, e non arei il

modo raccettarlo come si richiede.» In Roma gli Artisti grandi vivevano

lautamente: Raffaello aveva ornata una sua casa, usciva con grande

accompagnamento, e per poco non fu cardinale. Michelangelo ebbe altre

glorie, nè fu chi ne avesse al pari di lui: era invalso chiamarlo il

divino; due suoi discepoli ne scrissero e pubblicarono la vita mentre

era ancor vivo: i Principi stessi a lui facevano di berretta.

Molto aveva guadagnato, ma non mutò quella sua semplice vita: aveva

ottant’anni quando gli moriva un suo carissimo servitore chiamato

l’Urbino, e scrisse di quella morte al Vasari con sì profonda verità

d’affetto, che non può egli tanto essere ammirato da noi per l’ingegno

che più non sia amato per quelle parole: respira in esse quell’alto

sentire in fatto di religione, che fu tanta parte della sua natura di

uomo e di artista. Il secolo declinava, e il sommo ideale già si era

abbassato per due contrari versi nel mondo diviso. Pare a me che il

Buonarroti rimanesse ultimo nell’antica altezza; non si abbassò mai

fino alla critica che tutto distrugge, nè avrebbe sofferto sentirsi

nell’animo turbata la fede. Non rinnegava però l’umanità, ma suo studio

era torne via il troppo (ha questa imagine nelle sue rime), come faceva

del rozzo marmo perchè di dentro a quello uscisse una divina figura.

In questi pensieri gli era compagna Vittoria Colonna, che amò avendo

egli settant’anni e fu amato condegnamente da lei, bella, illustre,

onorata sopra quante donne allora fossero in Italia. Nè per essere ella

figlia di Fabbrizio Colonna e stata moglie del Marchese di Pescara,

cadde a lui nella mente di essere egli a lei disuguale. Diresse a lei

molte delle sue rime, e sono quelle dove più forte spira quel senso di

religione a cui diceva di sentirsi da lei innalzare: potevano questo in

essa l’ingegno, gli studi, le poesie e le opere virtuose. I loro due

nomi rimasero segno a gran riverenza in mezzo ad un secolo nel quale

erano come soli; ma se molti avessero seguito quelle orme, nè il misero

sbrano sarebbe avvenuto, e meglio sarebbe stato all’Italia e a tutto il

mondo.

Si narra che Michelangelo, al vedere la corniola che ha incisa

l’effigie del Savonarola, dicesse che l’Arte avendo toccato il colmo

doveva necessariamente declinare. Da Giotto insino a Raffaello era

stato un progredire, dove si direbbe che l’arte mettesse appena piede

innanzi piede, perchè ad ogni passo era una fermata, e copia d’ingegni

avevano occupato ciascuno dei gradi. Compieronsi i tempi, e il Sanzio

venne a porsi in sulla cima portato da quelli che lo precederono; ed

egli avendo così acquistata pienissima scienza di tutte le parti onde

si compone la pittura, in sè le congiunse con armonia maravigliosa. Per

questo nelle opere di lui si può dire perfetta ogni cosa, perchè ogni

cosa risponde in esse a quello che forma il fine dell’arte, ritrarre

l’ideale dalla bellezza del vero. Cotesto ideale temprato e diffuso per

tutto il dipinto riesce, egli è vero, a farsi quasi una negazione del

sublime ch’è sopra ogni legge e che non può fare a meno di avere in

sè qualche sorta di disarmonia; ma io non vorrei che fosse Raffaello

uscito da quella pacata e sempre uguale perfezione ch’è tutta sua

propria. Alquanto più vecchio degli altri due sommi, Leonardo da Vinci

cominciò pittore; ma poi trasportato dal genio suo speculativo, cercò

il sublime per via di assidue meditazioni dell’intelletto e fece l’arte

essere una forma della scienza. Poneva uno studio insaziabile in ogni

parte di quello che avesse in mente di fare, dal volto del Cristo fino

alla vernice dei suoi quadri, talchè distendendosi per tutta l’ampiezza

del sapere, lasciò poche opere, che pure a lui valsero altissimo luogo.

Nel Buonarroti insieme con l’idea nasceva intera la forma, nè in ciò

altri credo che lo arrivasse: di lui non abbiamo bozzetti nè studi

pe’ quali salisse gradatamente alla espressione del suo concetto; e

molte statue si direbbe lasciasse imperfette perchè alla vita di quegli

abbozzi null’altro credesse potere aggiungere con la finitezza. Nelle

prime opere di scultura si attenne al semplice dell’antica scuola,

mostrando appagarsi di quello ch’è umano; e questa io credo che fosse

in lui timidità giovanile. Ma nella figura tranquilla del David giunse

al perfetto, e in quella e nel Bacco di Galleria vedi le membra in sè

avere la necessità del moto, com’è nella vita. Michelangelo non fece

mai professione che di scultore, tenendo quest’arte da più delle altre:

chiamato da Papa Giulio a dipingere la grande volta della Cappella

Sistina, ignorava le pratiche dell’affresco; ma tosto pervenne a fare

l’opera più difficoltosa e la maggiore che abbiano vista i moderni

secoli, e che gli antichi nemmeno avrebbero potuta sognare. Per lui

dal perfetto si andò al sublime: dipinse le opere della Creazione, e il

genio biblico mai non ebbe più alta espressione. Dio che scorrendo pei

cieli divide la luce dalle tenebre, poi col tocco del dito suo infonde

la vita nell’uomo che sorge: poi quelle severe figure dei Profeti in

ampie vesti, dentro alle quali si vede la travatura di membra potenti:

tutto questo insieme di alti concetti fatti palesi con la magnificenza

di forme solenni, destava nel mondo nuova maraviglia. Non che altri

Raffaello, allora sul colmo della gloria e della fama, si diede a

seguire le orme del Buonarroti; e da quel giorno la pittura mutò le sue

vie.

Avea Michelangelo trasceso il bello ed era andato più in là del

perfetto, il che non può l’arte fare impunemente; quanto a sè aveva

toccato il suo colmo. Le Sepolture in San Lorenzo dei congiunti di

Leone X, perchè non traevano maestà dal subietto, non mostrano a noi

che statue bellissime, nè altro egli voleva. Le figure di quei due

giovani trattò in modo affatto generico, e forse con qualche segreto

dispetto pose quattro nudi di non ben chiara significanza a stare a

disagio sulle due grandi arche. Ma chiunque voglia da un marmo solo

conoscere quale fosse il Buonarroti, guardi più volte il suo Mosè,

poi vi pensi sopra, poi si dia ragione di quel che ha pensato. Non

vi ha opera d’arte che presti alla critica più facile appiglio, nè

altra ve n’è che ti lasci sì forte impressione: quel braccio dentro

a cui tu vedi correre tanta e tale vita, quelle ginocchia potenti a

salire il monte del Sinai ed a scenderne gravate di quelle tavole che

saranno sempre divina legge alla umanità; quella lunga e strana barba,

capriccio d’un genio fuor di ogni misura; quella faccia istessa dove

all’uomo si aggiunge la vigoria d’un leone, ma dentro alla quale siede

un pensiero più che umano; queste cose il Buonarroti avea trovate fuori

dei confini che sogliono essere quei dell’arte. A lui non bastava quel

che l’uomo vede, ma fuor ne traeva un’altra imagine con la mente, che

aveva in sè stessa la verità sua; nè la figura del suo Mosè avrebbe

cercata tra gli uomini. Dove anche si fosse dentro ai confini naturali,

faceva lo stesso; nè credo che mai potesse un ritratto copiare dal

vivo.

Già vecchio dipinse il Giudizio Universale nella parete della sua

stessa Cappella Sistina, ch’è sopra all’altare; opera fra tutte

vastissima per le innumerabili figure che vanno dal cielo fino

all’inferno, ciascuna facendo parte d’un insieme e poste dentro a

quello stesso ambito di luce per cui tutto il quadro si abbraccia in

una veduta: nè Michelangelo fu mai tanto mirabile per la scienza dei

nudi e per la novità e per l’ardire delle invenzioni. Volentieri egli

dal sublime andava al terribile; i tempi nell’animo gli ponevano una

tristezza da lui medesimo espressa più volte. In quella grandissima

composizione, piuttostochè il giudizio della umanità risorta al bene

ed al male, fece la condanna dei reprobi: in cima il Giudice irato

e la Vergine spaurita, e gli Angeli con le loro terribili trombe, e

pochi Santi: poi sotto subito il precipizio dei malvagi, e più sotto i

loro tormenti già in esercizio, come nell’Inferno di Dante, dal quale

gli piacque di trarre perfino Caronte con la sua barca; nè a lui fu

vietato. Quest’opera, in mezzo a tante bellezze, mostrò che l’arte

aveva passata la sua perfezione; l’aveva passata, ma pure spiegando

potenza insolita fino allora. Quindi è che l’impronta lasciata da lui

riuscì troppo forte; ma io per me credo giovasse alle arti infondere

nella scuola dei quattrocentisti un nuovo fermento; e bene sarebbe

stato alle lettere, se ad esse pure lo stesso avveniva.

Come architetto il Buonarroti fece i disegni di molti edifizi, fu

consultato per grandissimi lavori, diresse le fortificazioni della

città di Firenze. Nell’arte del costruire valentissimo sopra tutti,

seguiva il suo genio quanto alle forme ed agli ornamenti, d’esempi

classici si curava poco. Andava il pensiero suo alle opere smisurate:

nelle dimore che fece in Carrara ed in Serravezza per attendere alla

cava dei marmi, aveva immaginato di tagliare uno di quei monti con un

suo disegno, per cui a guardarlo di lontano dal mare offrisse figura

di un grandissimo Gigante accovacciato in quelle sommità. Nei venti

estremi anni della sua vita fece la Cupola di San Pietro. Non che però

si conducesse egli ad alzarla su quel fondamento che egli medesimo le

aveva posto a tanto nuova e maravigliosa altezza; ma tutta l’opera del

voltarla e del munirla fu condotta sopra i suoi modelli e con le misure

da lui lasciate. Chi stando in terra nel centro del grande spazio, alzi

su gli occhi girandoli per tutta la Cupola all’intorno, poi giunga a

fermarli nel sommo punto dov’ella si chiude, crede il pensiero avere

cedute le sue ragioni alla fantasia o crede esser egli nell’infinito.

Quella Cupola fortunatamente rimase all’interno sobria d’ornamenti,

e non perdè la sua grandiosità sublime. Volea il Buonarroti che tutta

la Chiesa fosse a croce greca, chiudendo le tre grandi navate con una

quarta d’eguale misura. Quella più lunga che venne fabbricata dopo alla

sua morte, disturba non che l’economia di tutta la pianta, l’effetto

ancora per cui la chiesa, com’è ingombrata di ornamenti costosi e

importuni, appare d’assai minore grandezza pei molti inciampi e per

gli inganni che incontra la vista. Se il primo disegno fosse stato

mantenuto e che il nobile e grandioso vestibulo avesse introdotto a

quella bene ragionata e sopra tutte magnifica base che il Buonarroti

voleva dare alla sua Cupola, la chiesa accorciata sarebbe agli occhi

apparsa più grande; e il pensiero religioso di tutto il tempio, che

oggi ha perduto l’unità sua ed è interrotto da tanto incongrua varietà

d’oggetti, sarebbe asceso riposatamente verso il cielo. Michelangelo

Buonarroti moriva di presso che novant’anni a’ 18 febbraio del 1564;

nel giorno medesimo (come ora è accertato) nacque Galileo.

Alla fine del Libro Nono dell’Istoria di Benedetto Varchi è una

descrizione della città e stato di Firenze, la quale si rannesta in

qualche modo all’altra che aveva scritta della città stessa Giovanni

Villani due secoli prima. A tutti è ovvio quanta incertezza regni nelle

descrizioni o statistiche di tal sorta, ai tempi antichi per saperne

poco e ai nostri per volerne sapere troppo. Sembra però a me che la

statistica del Villani abbia maggior chiarezza e precisione, quanto ai

fatti, di quella del Varchi. Noi trascrivemmo più ampiamente quella,

ed ora di questa poco trarremo e sparsamente, pigliando le cose che

sembrano a noi più certe e più chiare. Sulle origini di Firenze molto

si distende quel dotto uomo che fu il Varchi, nè senza un qualche acume

di critica; vorremmo che egli avesse speso più tempo a cercare le cose

quali erano in quelli estremi della Repubblica. Non possiamo a buon

conto accettare i calcoli suoi quanto alla popolazione della città;

ma perchè scrive più sotto, che «circa due mila settecento erano i

battezzati annualmente in San Giovanni,» possiamo noi così all’ingrosso

opinare che circa novantamila fossero gli abitatori di Firenze, non

contando i forestieri, nè quella crescita che veniva dal molto numero

dei religiosi pei quali si altera la proporzione dei vivi sul numero

dei nati. Più di cento erano tra conventi di frati e monache e chiese

collegiate; di sole donne quarantanove monasteri; settantacinque le

confraternite di varie sorte, dalle più ricche e più fastose fino alle

più chiuse e più devote che attendevano a pietà rigida o ad uffici di

carità. L’antico e celebre Spedale di Santa Maria Nuova era opinione

ai tempi del Varchi che avrebbe posseduto, pei molti lasciti che in

diversi tempi gli erano stati fatti, la maggior parte delle possessioni

della città, se per varie cause molte non ne fossero state alienate.

Spendeva ogni anno per la cura degli infermi venticinque mila scudi,

dei quali traeva diciottomila dalle possessioni e il rimanente da

limosine; più altri Spedali erano in Firenze, molti nel contado. Lo

Spedale degli esposti, detto degli Innocenti, spendeva ogni anno undici

mila scudi, che settemila cinquecento da beni stabili, e ogni di più

dal pubblico in limosine.

Oltre ai pubblici edifizi, erano un centinaio di case private che

avevano nome di palazzi; delle quali trenta, scrisse un contemporaneo

essere state edificate tra ’l mille quattrocento cinquanta e il

settantotto; molte più belle e di più ornata architettura avea Firenze

vedute sorgere in quei tempi splendidi, che furono dalla creazione di

Leone X fino all’Assedio. Era magnificenza delle più antiche famiglie

avere presso alle case loro una loggia ad uso pubblico: se ne vede

tuttora qualcuna, e ai tempi del Varchi n’erano aperte più che una

ventina. Le antiche torri, forza e superbia della città, scapezzate

per la maggior parte, di rado si alzavano più in su del pari delle case

che appartengono al primo cerchio: grande era il numero e la estensione

dentro alle mura di orti e giardini, sia di privati sia di religiosi.

Ma poichè le arti ebbero sparsa in questo popolo la ricchezza,

chiunque poteva ebbe desiderio di farsi una villa; talchè all’intorno

dei castelli disarmati si fabbricarono le casette pacifiche, dove il

lanaiolo ed il setaiolo amavano lietamente riposarsi con le famiglie

loro; si adornavano ciascuna secondo le facoltà, improntandosi di

quel bello che vi mettevano i grandi artisti. Scrivono esserne state

ottocento dentro le venti miglia, murate di pietra e di scalpello, cui

davano nome di palazzi: presso a Firenze erano frequenti così, che alla

vista la città si prolungava lungo spazio fuori delle mura; e l’Ariosto

scriveva in sua lode:

«Se dentro un mur, sotto un medesmo nome

Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi,

Non ti sarian da pareggiar due Rome.»

Il piccolo Stato aveva oltre a cinque città, Pisa, Volterra, Pistoia,

Arezzo, Cortona; quattrocento terre murate, le quali si serravano ogni

sera e si riaprivano la mattina: le terre che in segno di tributo la

mattina di San Giovanni offrivano ciascuna un palio, erano cento;

e circa trenta Comunità offrivano un cero ciascuna. La Repubblica

mandava col nome generico di Rettori a governare le varie parti

dello Stato diciassette Capitani, dodici Vicari, ed altri minori

col nome di Potestà, oltre ai Castellani delle Fortezze, Consoli

di mare a Pisa e camarlinghi e provveditori e doganieri. Dicevano

essere d’intorno a ottomila gli uomini chiamati alla milizia delle

Ordinanze col nome di volontari. Il Varchi scrive, che le entrate

della Repubblica non passavano quei medesimi trecentomila fiorini

d’oro che erano ai tempi di Giovanni Villani: registra come titoli di

maggior conto, dalla gabella delle porte, settantatremila; dalla dogana

di Firenze, settantamila; dal camarlingo del sale, vino e macello,

cinquantatremila; dalle decime ordinarie e straordinarie e arbitri

della città, cinquantamila; dalla gabella dei contratti, dodicimila

novecento trentanove; dalle gravezze del Contado, quattordicimila;

dalle città, castella e comunanze tassate, dodicimila; dal camarlingo

d’Arezzo, quattromila; dall’accatto de’ contadini e non sopportanti,

duemila trecento trentotto; dalle gravezze de’ sobborghi, quattrocento

cinquanta; con altre minori fino agli avanzi dei pegni venduti al

giudeo. Maggiori d’assai erano in ogni tempo le entrate straordinarie

di balzelli ed accatti posti ai cittadini: dal 1377 al 1406 le sole

guerre costarono undici milioni e cinquecentomila fiorini d’oro:

nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici,

settantasette case di Firenze pagarono di straordinari imposti ad

arbitrio quattro milioni e ottocentomila fiorini, che sono in detto

tempo più che cento some d’oro. Lo stato popolare dal 1527 al 30 cavò

di straordinari in tre anni un milione e quattrocento diciannovemila

cinquecento fiorini d’oro. Questi erano debiti scritti sul Monte, a

cui pagava la Repubblica innanzi quel tempo, per interessi e paghe

d’ogni sorta, novantaquattro mila fiorini all’anno; e sedicimila per

terzi delle doti delle fanciulle che hanno la dote sul Monte e si

maritano. Ricchezze erano principali alla città le arti della Seta e

della Lana, la quale sola «lavorava ogni anno da venti a ventitremila

pezze di panni, come si può vedere dai libri dell’Arte, dove dette

pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» Correvano molte sorte di

moneta, delle quali era il Fiorino la più antica e principale, e monete

forestiere d’oro e d’argento, il maggior numero francesi.

Nel vitto erano i Fiorentini tenuti frugali, ma di grande pulitezza;

si nominavano poche case che fossero use a mettere tavola ed a

vivere splendidamente. I cittadini si appellavano col proprio nome

o col soprannome, questi essendo qui frequentissimi; ciascuno dava

all’altro del tu, fuorchè ai dottori, ai cavalieri ed ai canonici, i

quali avevano del messere; e i frati, del padre. Quanto al vestire,

il cappuccio repubblicano, con quella striscia lunga che si avvolgeva

intorno al collo, non era per anche affatto dismesso; non si cavava

che al Gonfaloniere di giustizia o a grandi prelati: ma sottentravano

altre nuove foggie, ciascuno cercando mostrarsi gentile quanto era più

fiacco; le avevano recate le Corti che si erano in Firenze succedute

dal dodici in poi, e massime quella del Cardinale di Cortona. Ma

nondimeno sempre le usanze ritennero qui assai più che altrove del

mercatantesco, del che i Fiorentini venivano proverbiati da quanti in

Italia più avessero accolto i nuovi costumi.

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 18 / 80 题