CAPITOLO VI.

FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE

VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]

La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi

ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste

andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il

Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero

costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli

Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal

morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato

di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo,

essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino.

L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un

altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero

di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa

Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta

sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più

giorni.

Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si

chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed

imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che

aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a

impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente

ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano

innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi

avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e

molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella

mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto,

gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto

Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma

temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come

un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione,

fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la

Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto,

di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia

quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle

mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa

di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo

Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere

della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero

Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di

mare.

Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco

Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi

questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato

battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro,

espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva

posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva

mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di

sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro

a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto

di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le

cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’

Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti

di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca

d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal

Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo

da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già

entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni

cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino

ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto

Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che

molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di

nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti;

Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131]

Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo

assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della

Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre

avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non

avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella

bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato;

laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni,

perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere,

al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla

costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani.

S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva

dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città

potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che

in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli

teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli

animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e

molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati.

Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve

non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro

dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza

impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non

era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si

aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva

fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre

secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano

sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni

cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse

il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta

della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli

Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i

pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere

a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come

più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto

Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore:

il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più

savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci

del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le

speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per

la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così

fatte dimostrazioni furono molti che non crederono.

Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati,

soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai

aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi

stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più

insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano

convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola

del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri

a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano

cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri

sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio.

Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei

pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro

debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più

lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta

famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio

Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella

spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di

mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma

col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella

impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove.

Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi

oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare

il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per

liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese

addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il

Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti

pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa,

furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi

luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre

degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto

che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli,

tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata

la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini;

ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà,

invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua

mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli

impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e

al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma:

il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi,

temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò

alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di

fanti.[133]

In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila

Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro

agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva

assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove

gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi

in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti

ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo

svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della

vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè

la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già

famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto

disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro,

e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un

accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova

che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto

d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una

breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro

alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco,

deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che

seguitava la parte spagnola.

Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove

Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via

d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le

norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e

nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo

grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe

anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo

al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi

per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi

avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo

aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò

la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse

temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio

per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia

di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e

straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima

stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i

modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco:

ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con

lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i

Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto

era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva

essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a

rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico;

e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o

se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse

che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice

separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse

virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e

alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro

di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti

carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare

l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie

che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un

mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato

vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva

Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi,

dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e

fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e

di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora

molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla;

dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi

dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e

selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano

spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano

mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in

quella Roma il miser uomo avea trista vita.

In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella

Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà

degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni

di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane

Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi

portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse

dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre

contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire

in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non

che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da

riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V

mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore

a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero:

imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila,

a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di

Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via

d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava

alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di

possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti

al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel

ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua

mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in

Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano

con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da

essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si

astenessero dalle violenze.

Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche

agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al

vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano,

al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto

per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca

e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare

a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici

allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di

cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo

era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che

molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al

Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e

togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori

Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale

Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere

in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione

ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva

nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani,

privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora

conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando

arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e

i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti

insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani

si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in

guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e

poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con

esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si

scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone

suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo

Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione.

Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con

molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato

in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte

di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in

Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri

autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri

in quella regione.[138]

Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti

stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta

giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli

dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero

de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle

costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando

eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni

speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico

aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome

e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per

sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si

teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo

scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma

tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la

fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario,

patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il

cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’

19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il

papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141]

In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza,

la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle

sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto

fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere

papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe;

e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse

che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima

di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato

andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi

correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la

sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore

di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava

bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi,

per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un

vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente

parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così

fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel

giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città.

Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore

che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici

con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale

forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non

erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette;

intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati,

cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome

d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine

loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe

stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo

alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che

lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte

qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il

comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario

modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile

di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme

dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza

mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi

la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di

una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno

la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste

nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune,

persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa

sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era

usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno

a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo

Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo

supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di

sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando

l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole

si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa

stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle

varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o

più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere

la riapertura del Consiglio grande.

Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo

Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola

rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella

famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel

giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia

e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e

Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato.

Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da

Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i

Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo

Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava

sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto.

Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di

una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno

franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio,

scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età

corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù

ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle

alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado

la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa

Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli

altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non

aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi

a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla

madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano

con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a

quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui

mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava

tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di

quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello

di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza

della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò

a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla

fortuna che a lui parvero mancar sempre.

Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè

d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di

sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una

gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua,

diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi

e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di

modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla

morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare

la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi

però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella

Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il

ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore

all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta,

mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino.

Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della

madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente

nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove

egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un

confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu

mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio

Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi

aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144]

Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna

essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto

l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio

Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli

ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di

una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente.

Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che

mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per

favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio

da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta

oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di

Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti

conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza

militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in

mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato

virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto

l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne

la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti

ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente

devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime

estorsioni.[145]

A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti

d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti

come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata,

era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile

a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era

stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva

contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva

che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da

principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto

più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del

vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il

che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura

capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo

di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde

quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato

ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui

dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e

accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu

incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva

grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non

fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali,

quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi;

ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto

ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio

Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra

Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre

e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato

distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena

d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la

preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che

la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna,

e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva

in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al

regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina.

Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere

prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo

V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il

Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che

da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano

posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque

mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani

fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a

grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora

grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere

del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli

aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra

salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia,

il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta

e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non

s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a

quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne

seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva

si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore

della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva

condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in

lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza

d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla

perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano.

La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio

quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara

gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi

allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco

di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio

del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece

là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti

principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia;

il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli

col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per

tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi

ritenuto con grande ossequio e buona guardia.

Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la

debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia

dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende

impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta

per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una

donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e

perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi

dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi

salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero

dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale

modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia

di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania

con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per

animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si

unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia.

Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi.

Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato

che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al

Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior

uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli

stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che

molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua,

tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato

da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel

quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso

di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano

obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte

della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne

furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e

messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che

mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi

a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano

sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che

mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto

poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e

molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti

italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli

sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini

che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza

di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più

sicurezza.

Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato

in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di

tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra

in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e

stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare

nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli

fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che

bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria,

che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta

la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già

dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe

egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma

protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte

volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la

Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia

per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una

forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di

qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia

pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e

del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè

Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di

Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia

non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato

di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era

lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco

le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle

fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia

a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine

d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero

in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’

18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma

d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima

le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto

dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per

questo modo anche l’onore.

Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia

senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega

col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della

Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria

degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva

danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il

duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un

assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla

signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma

ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il

suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo

politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire

ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro

di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo

attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso

accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva

una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia,

Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte

stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando

bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe

conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno;

ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo

ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio

volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in

mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene

sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel

partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria

Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la

trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo

dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli

uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo

dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico

degli Imperiali.

Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia,

donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno,

da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione

che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una

Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di

Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso.

Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai

non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli

Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos

marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza

era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione

contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della

Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine

Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle

fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con

autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso

fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva

con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel

Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia,

che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri

in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non

giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello;

nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che

l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire

Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con

Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle

dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che

il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però,

nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato

impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali

essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi

della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse

a Gaeta dov’era diretto.[150]

Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma

stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti

del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza

degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne

mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà

loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città

di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni

luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con

l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel

Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne

architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine,

uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte

delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio

furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una

ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151]

Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a

dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo

di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre

vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama

con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli

e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano

di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un

trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre

fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco

una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano

con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di

San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si

raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più

abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo

del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo;

e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del

tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano

i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano

all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel

Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle

case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente

sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare

i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria

dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua

famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni

ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi

agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso

era un preludio vergognoso di giorno più tristo.

Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega,

tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe

l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto.

E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il

governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che

male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire

tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva;

e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma;

e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova

non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in

lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi

Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era

accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma

intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che

a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva,

e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo

presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di

quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli

fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande

uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava

oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre

qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che

dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere

l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere

stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco

innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli

scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor

Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli

venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era)

l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di

Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di

nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca.

Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po,

cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di

Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati

dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a

Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria,

dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale

di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava

indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di

aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già

per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese,

il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi,

fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici

mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno

scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine

e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella

nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva

direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni

cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio

antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava

innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero

disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e

il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo

questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per

la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente,

devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove

la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone

che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi

negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano

con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero

finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto

danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli

si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da

quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla

bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai

soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano

per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano

al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito

dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva

ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era

trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse

con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno

di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire:

un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli

Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di

Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto

condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal

Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville

dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare

accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco

aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa,

nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le

cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il

Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno

cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare

le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse

a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento

mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona,

uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse

esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre

erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati

d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte

provvedimento _sarebbero stati una mattina presi nel letto_: il Papa

invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande

Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e

traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il

Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra

loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte

d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in

tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale

tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini

pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai

nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire

ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi:

e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di

maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e

San Pietro.[154]

Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la

battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto

qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la

quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano

poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali,

ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i

nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi

agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse

al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa;

il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo,

confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè

mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a

gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali.

Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo

il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono

per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla

preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma

abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case,

le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le

chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli

fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa

alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non

si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti,

di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti

di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le

taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto

mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi

del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte

d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati,

gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti

forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate

care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna

tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani,

il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno

andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse

trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno;

prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri

dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in

quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono

sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e

più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa

ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime

condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di

Firenze già era caduto di mano a Clemente.

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 17 / 80 题