PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.]

Giulio II era morto a 21 febbraio 1513; agli 11 marzo Giovanni dei

Medici fu eletto Papa, e assunse il nome di Leone X. Non fu mai

creazione la quale destasse tanta allegrezza nè sì universale, in Roma

non solo, ma nella Cristianità, per le speranze che in lui si ponevano:

eletto senza macchia di simonia, giovane di trentasette anni, ma bene

esperto; caro e onorato pel grande nome del padre suo, ed egli tenuto

di buoni costumi, benigno e mansueto, magnifico nella vita, liberale

nelle grazie e nello spendere eccessivo; di animo regio fin anche in

certa incuranza signorile per cui mostrava della grandezza volere i

godimenti, ma non le fatiche: un gaio vivere e fastoso regnò intorno

a lui; l’Italia versava in Roma sè stessa con tutta la copia dei

suoi belli ingegni. Piacque a Leone che il giorno nel quale pigliava

possesso del Pontificato fosse un mese dopo alla creazione, l’undecimo

d’aprile, anniversario di quel giorno nel quale era egli rimasto

prigione per la rotta di Ravenna. Le arti, le lettere, l’opulenza

renderono splendida e memorabile quella cerimonia; il Papa vi spese

centomila scudi; profana ogni cosa; encomiavano Leone con mitologiche

allusioni, ed accennando ai due precedenti regni, dicevano in versi

di latinità elegante avere avuto i tempi loro Ciprigna e Marte, ora

essere venuto il regno di Pallade. Non avea mai veduto Roma dopo alla

devastazione dei Barbari un giorno più magnifico nè più superbo. Alle

fortune del nuovo Papa si aggiungeva l’avere trovato gli animi stanchi

intorno a lui per essere stati tenuti da Giulio in continua fatica,

oppressi da quella volontà subita, dalle ire, dall’animo infaticabile,

irrequieto, e dagli impeti del pensiero corrivo ai disegni vasti e

smisurati. Nè a lui piacevano altro che le cose grandi, nè si abbassava

nei disegni privati e proprii; due concetti soli ebbe egli costanti

infino all’ultimo suo respiro, ampliare lo stato temporale della

Chiesa e liberare (com’egli diceva) l’Italia dai Barbari. Nato alle

imprese ed alle grandezze di principe secolare, nella Chiesa ebbe la

sua famiglia, nè si curò molto dei suoi congiunti: avendo a Francesco

Maria della Rovere suo nipote consentita l’adozione dei Montefeltri,

non cercò ampliare lo Stato d’Urbino, e solamente negli estremi della

vita domandò in grazia dal Collegio dei Cardinali che lo accrescessero

con l’investitura di Pesaro, senza la quale i Duchi d’Urbino avevano

sede troppo arida e ingrata. Ma egli si teneva certo nel principio

della primavera, che poscia non vidde, costringere sotto alla potestà

immediata della Chiesa Ferrara cacciandone gli Estensi, e opprimere

con le armi d’Inghilterra il Re francese a cui vietava prestare

ubbidienza, fidandosi molto nella virtù militare degli Svizzeri e

nella rozzezza dei loro costumi e in quel tenere che essi facevano

per signore chiunque gli pagasse, siccome coloro che altro principe

non riconoscevano; contava col nome di Pontefice e col danaro tenergli

sotto alla dipendenza sua, compiendo con le armi loro il finale voto

del suo regno, cacciare d’Italia dopo a’ Francesi anche gli Spagnoli. I

quali disegni che s’incalzavano nella mente sua, per essere troppi, se

stessi impedivano; e prorompendo per via di collere e di un comandare

concitato, gli avevano tolta con l’affezione anche la fiducia di

quelli medesimi che egli era solito adoprare.[103] Natura potente ma

troppo diversa, non che dall’ufficio che a lui si spettava, dai tempi e

dagli uomini in mezzo ai quali gli toccò a vivere e regnare. Non ebbe

Leone di tali concetti; ma per le magnificenze del suo regno soleva

quel secolo chiamarsi da lui. Ai letterati ed agli artisti la reggia

del figlio di Lorenzo Medici pareva essere casa loro; intorno a lui

tutti sapeano di lettere o ne facevano professione. Appena pontefice,

chiamò in Roma ad essergli segretari Giovanni Sadoleto e Pietro Bembo,

scrittori celebratissimi di lingua latina; la stampa fioriva in quella

città, e il nome di Leone X si ritrova da per tutto. Avevano le Arti

prima di lui toccato il colmo, e Giulio II lasciava in esse più forte

impronta di vera grandezza: fu suo pensiero che la chiesa di San

Pietro vincesse d’ampiezza e di magnificenza tutti gli edifizi antichi

e moderni; al Buonarroti faceva dipingere la vôlta della Cappella

Sistina e gettare in bronzo la propria sua effigie colossale, che

dai Bolognesi fu poi distrutta; nelle stanze del Vaticano, le prime

storie che vi facesse Raffaello da Urbino, e le più belle, sono del

tempo di Giulio II. Da Leone X fu il Buonarroti mandato in Firenze

per ivi servire a Casa Medici con la costruzione della facciata di San

Lorenzo, che non fu mai fatta, e con la Cappella o Sagrestia di quella

chiesa per le sepolture di due congiunti del Papa, che il grande uomo

non condusse a fine e che a lui furono sempre mal gradite. Ma i sommi

onori ch’ebbe Raffaello nei suoi ultimi anni come signore dell’Arte,

furono decoro di Roma e del Papa; nè quante opere ivi si facessero di

pregio insigne è possibile numerare. In ogni cosa Leone X amava la

vita splendida, e tenere intorno a sè allegro il mondo; le feste in

Roma si succedevano alle feste, e ad esse le Arti davano bellezza.

Voleva il tempo queste allegrie, che sono accusa di spensieratezza;

si viddero sempre venire innanzi alle calamità ultime, e prepararle

con quella molle scioperataggine ch’esse inducono in fondo agli animi

già di prima guasti e avviliti. Leone X partecipava egli medesimo

a quella smania di godimenti frettolosi, non che la sua mente fosse

incapace d’antivedere i mali e nemmeno di prevenirli con l’accortezza

dei partiti e con l’indirizzo che bene sapeva dare ai consigli; ma

presto s’annoiava dei lunghi pensieri, e male soffriva pigliarsi

affanni prima del tempo. Quando da principio gli facevano un gran

dire delle predicazioni e degli scritti che certo Lutero spargeva in

Germania, gli parvero cose da non vi badare.[104] In quel piacere che

si pigliava dei Letterati e degli Artisti, oltre allo spendere troppa

parte di sè stesso, non tenne sempre cura bastante dei doveri che gli

imponevano gravità di vita: faceva lui presente recitare nel Palazzo

del Vaticano la _Calandra_ del Cardinale Bibbiena, commedia che oggi

non si rappresenterebbe sulle scene. Poco era severo quanto al pensare

e al vivere di coloro che avea per amici; baciava l’Ariosto sovra ambo

le gote,[105] e avrebbe voluto fare Cardinale Raffaello da Urbino. Ma

quello che è peggio, si dilettava nelle cene di buffoni e di parasiti,

sè stesso abbassando infino a riderne, e pigliandosi alle volte crudele

sollazzo di aggirare con le celie la testa dei semplici sino a farli

divenire mentecatti.[106] Io credo la fibra molle e cagionosa fosse

a lui scusa e gli facesse cercare piuttosto siffatti piaceri che le

fatiche dell’intelletto: era grande della persona e corpulento con

gambe sottili; e la sua faccia, chi la vede espressa al vivo di mano

di Raffaello, costretto a guardarla, non fa pensare altro che l’arte

mirabile del gran dipintore.

In Firenze la novella di questa elezione recata, forse per segnali, la

sera stessa «messe tutta la città per allegria sottosopra, pazzeggiando

ciascuno di qualunque etade e sesso. Si festeggiò in pubblico e in

privato: rupponsi le Stinche, e tutte le altre carceri della città;

liberarono gli Otto e la Balia tutti i confinati per la congiura.»

Aveva il Cardinale Soderini, sagacissimo come egli era nell’antivedere

i suoi privati vantaggi, favorita sino dal principio l’elezione del

Medici; e questi avendola tosto con Breve onorevolissima annunziata

a Piero Soderini che per sospetto de’ Ragusèi si era sottratto in

terra de’ Turchi, gli fece invito che si recasse a vivere in Roma:

il che essendo da questi accettato, dimorò l’antico Gonfaloniere

della Repubblica all’ombra del Papa, sinchè non moriva in Roma stessa

più anni dopo:[107] tutti i Soderini furono in patria restituiti.

«Tali benefizi ricevuti da tali famiglie, le speranze concepite da’

mercatanti, dagli artefici, dai negoziatori, al guadagno; le dignità,

le utilità già rapite col pensiero dai parenti e dagli amici dei

Medici; facevano un’armonia di tanta satisfazione universale, che

il pensiero della Repubblica pareva sparito dagli animi di ciascuno:

però rivoltisi universalmente alla osservanza dei Medici, s’ingegnava

ciascuno di guadagnarsi la grazia loro, o almanco di non essere per

avversario notato.[108]»

Della famiglia dei Medici allora molto numerosa chi ponga insieme

le affinità e le aderenze, Giuliano era dopo alla esaltazione del

fratello andato in Roma con cento cavalli, separatamente dalla grande

ambasceria che in nome della città doveva fare ubbidienza al nuovo

Pontefice. Giuliano ben tosto creato Gonfaloniere della Chiesa rimase

in Roma, nè delle cose di Firenze s’impacciò mai, come poco atto alle

difficili brighe di quel Governo. Il Papa ordiva cose maggiori per

il fratello che, vivo ancora Luigi XII, divenne marito a Filiberta di

Savoia, della quale una maggiore sorella, di nome Luisa, era madre di

Francesco duca d’Angouleme, che poco dopo fu re in Francia. Il primo

nato dei figli del magnifico Lorenzo, Piero che affogò nel Garigliano,

avea lasciato dall’Alfonsina degli Orsini un figlio, anch’esso di

nome Lorenzo, in età allora di venti anni. Questi, già con gli zii

tornato in patria, fu per accordi passati in famiglia destinato dal

Papa a tenere lo Stato di Firenze. La forma fu quella stessa che,

dall’avo istituita, lasciò di sè molto gloriosa memoria: un Consiglio

di Settanta aveva la somma di tutto il Governo; da quello si andava

ad un altro Consiglio chiamato dei Cento, ma che per le molte aggiunte

saliva a maggior numero, e cui spettava decretare le spese e le leggi:

questo Consiglio era scelto anch’esso tra gli amici della Casa Medici

e tra quelli che poco temuti si volevano onorare, o che si cercava

di guadagnare: il Gonfaloniere a due mesi; la Signoria e i Collegi si

traevano dalle borse formate con ogni studio per cotesti Magistrati:

rimase in piedi la Balia con la potestà sua di rinnovare le borse

e provvedere ai casi più straordinari. Il giovane Lorenzo usava da

principio modi civili; facile alle udienze, andava in Piazza la mattina

di buon’ora con accompagnamento di staffieri e intorno giovani che

a lui più erano familiari; udiva i casi che nascevano, raccomandava

ai Magistrati fare a tutti eguale giustizia. Con questa figura di

capo della Repubblica, e sopra ogni cosa con la grande potenza del

Papa cui Firenze era come un privato suo patrimonio, stavano aperte

larghe le vie agli ambiziosi, che sono i principi dei paesi liberi.

Nel libro pubblico del Priorista è scritto con quella nuova forma di

Governo la nobiltà essersi vendicata e ridotta in libertà, riformando

lo Stato secondo la volontà degli ottimati e dei patrizi.[109] Ciò

propriamente non era vero, ma veniva al fine stesso quando in Roma alle

dignità e alle grandi faccende civili o ecclesiastiche erano chiamati

gli uomini più ingegnosi, che molti ne aveva Firenze, e un Papa

fiorentino volentieri gli adoperava portandoli alle dignità maggiori,

o ad essi fidando le cose più gravi. In questo muoversi e salire che

allora si fece, gran parte del popolo era tirata o dai guadagni o da

quella sorta d’allucinamento che dà la grandezza; nel fondo amavano

la Repubblica, ma con pensieri disuniti, e ciascuno andando per vie

diverse, ed i pensieri personali avendo più forza dei pubblici: vi

erano uomini incorrotti, vi era una plebe ingenua e temprata sulle

dottrine del Frate, la quale aveva spavento dei vizi levati in alto, e

si atterriva pensando ai gastighi che pure una volta doveano scendere.

Un predicatore in Santa Croce gli annunziava con tanto tremendi colori

che tutta la città ne fu compresa. I cortigiani ed i gaudenti corsero

al riparo; ed oltre all’avere proibito siffatte prediche e devozioni,

empirono la città di mascherate, trionfi e giostre, formandosi in

compagnie, che l’una si chiamava del Diamante, l’altra del Broncone,

imprese dei Medici: rappresentavano que’ trionfi il secolo d’oro, che

ad essi pareva tornato al mondo; si fecero cavalieri con gran pompa e

da lunghi anni disusata: le feste disordinate o scandalose dispiacevano

ai più severi.[110]

Apparteneva alla famiglia dei Medici Giulio, figlio naturale del primo

Giuliano, e nato dopo all’essere ucciso il padre suo nella Congiura

dei Pazzi, l’anno 1478. Fu egli educato insieme co’ figli di Lorenzo,

e visse dopo all’esiglio nella corte del Cardinale con le insegne

di cavaliere di Rodi. Quando le pratiche pel ritorno di Casa Medici

cominciarono, fu egli di queste principale autore: andò col Bibbiena

travestito a conferire nella villa di Nipozzano con Anton Francesco

degli Albizzi; e seco e con gli altri congiurati mantenne dipoi

segreto carteggio. Tornato in patria, fu sostituito a Paolo Vettori nel

comando di quelle milizie che aveano la guardia del Palazzo pubblico;

fatto Papa il cugino, fu egli suo principale strumento e lo dicevano

consigliero dei maggiori negozi. Quando fu nominata l’ambasceria dei

Fiorentini al nuovo Pontefice, dovea presiederla Cosimo dei Pazzi

arcivescovo di Firenze. Ma questi moriva subitamente; e perchè intanto

si dissero fatte rivelazioni di aderenze che il Pazzi avesse nel

fatto del Boscoli, sospetti allora troppo frequenti nacquero intorno a

quella morte. Leone bentosto dava l’arcivescovado a Giulio dei Medici,

che indi a non molto fu Cardinale. Quattro erano in quella prima

promozione, dei quali tre fiorentini, Giulio dei Medici e Lorenzo Pucci

Datario e Bernardo da Bibbiena, che con l’ingegno e la destrezza molto

avea fatto per la elezione del suo gran patrono, del quale era stato

Segretario nel Conclave. Giulio divenne Vicecancelliere, ed era ogni

cosa nel papato del cugino, avendo in sue mani la direzione anche del

governo della Repubblica di Firenze.

Le cose intanto di Lombardia erano oltremodo travagliate, sebbene già

negli ultimi giorni del precedente anno Massimiliano Sforza per le

convenzioni di Mantova fosse venuto al possesso del ducato di Milano.

Seco erano il Vicerè spagnolo e in nome di Cesare il Vescovo Gurgense e

i rozzi deputati dei Cantoni degli Svizzeri, temuti allora sopra ogni

altro: avevano forma di governo regolare, tantochè andavano alle loro

Diete ambasciatori di alto grado mandati dai Principi, ciascuno bramosi

d’avere seco le armi loro. A discrezione di tutti questi regnava in

Milano il nuovo Duca giovinetto di venti anni, misero d’animo e di

corpo: i Milanesi questo guadagno aveano fatto, d’avere a pagare oltre

ai soldati forestieri anche una Corte fastosa e impotente.[111] Quando

poi scese un altro esercito di Francesi condotti da La Tremouille

e dal Trivulzio marescialli, ai quali si era già stretta in lega la

Repubblica di Venezia; ribellandosi Milano ed altre città lombarde

contro a quel falso governo del Duca, non rimase a questi altro

scampo che rinchiudersi in Novara, dove l’esercito degli Svizzeri

in grande numero si fortificava; talchè i Francesi, tiratisi un poco

indietro, aspettarono la battaglia. Fu questa oltre modo feroce: gli

Svizzeri avendo con infinito sangue conquistate le artiglierie dei

Francesi, le voltarono contro ad essi, facendo strage massimamente dei

lanzichenecchi odiati da loro quasi con odio di consanguinei; periva

la nobile gendarmeria francese o si disperse in fuga vilissima. Il

vinto esercito ripassava le Alpi, e frattanto aveano i Francesi perduto

anche Genova; ed altri Svizzeri, uniti questa volta con altri Tedeschi,

assediavano in Digione l’avanzo francese condotto dal La Tremouille,

il quale scampava per grossa somma di danari e promettendo l’abbandono

delle fortezze che in Italia si tenevano tuttavia nel nome di Francia.

Luigi XII aveva nel tempo stesso con gli Inglesi guerra infelice presso

alle coste della Manica; il re Scozzese Giacomo IV, venuto a recare

aiuto ai Francesi, periva in una di quelle battaglie. Venezia rimasta

sola, non però cedeva dalla consueta sua fermezza: si era l’Alviano

rinchiuso in Padova; Treviso e Crema si tenevano per la Repubblica; ma

fuori di queste, le città e campagne erano devastate barbaramente da

Spagnoli e da Tedeschi infino all’orlo della laguna; le palle spagnole

aveano una volta cercato l’antico palazzo dei Dogi. Usciva l’Alviano,

e campeggiando felicemente sosteneva la guerra ineguale, tantochè

l’Imperatore dovette ritrarsi, e Raimondo da Cardona faceva svernare

i suoi soldati nei colli Euganei presso a Padova. Il Papa in questo

abbassamento dei Francesi si raccostò ad essi, tra Spagna ed Austria

già preparandosi quella terribile congiunzione che fu all’Italia

servitù: cercò pertanto di rappacificare co’ Veneziani l’Imperatore; ma

più efficace delle sue pratiche fu la virtù del Senato di Venezia, che

non atterrito nemmen da un incendio che avea consumato la miglior parte

e la più ricca della città, ripigliava con l’anno nuovo la guerra con

buoni successi, avendo l’Alviano disperso le armi Spagnole e vinto nel

Friuli quelle dei Tedeschi: Renzo da Ceri, anch’egli di Casa Orsina,

teneva fortemente Crema e con essa quel lembo estremo della Repubblica.

Essendo morto Luigi XII il primo giorno del 1515, succede al regno

Francesco I, il quale per essere anch’egli del ramo degli Orléans

aggiunse al titolo di Re di Francia quello di Duca di Milano; giovane

ch’era nel ventunesimo anno, del corpo bellissimo, nutrito di spiriti

cavallereschi da trarsi dietro gli animi dei Francesi. Deliberò tosto

scendere in Italia; e già nell’estate varcava le Alpi, conducendo

con ammirazione di tutti l’esercito per valli insolite ed inospite,

perchè gli Svizzeri occupando fortemente Susa gli aveano impedito le

vie consuete del Monginevra e del Cenisio. Avendo colto all’improvviso

Prospero Colonna ch’aveva il comando pel duca Massimiliano, lo facea

prigione; ed occupata la Lombardia fino alle porte di Milano, si

affrontarono i due eserciti presso Marignano, con tanto valore da ambe

le parti, che al Trivulzio parve diciotto battaglie che aveva vedute

essere state appresso a questa giuochi da fanciulli. Fu la vittoria due

giorni disputata; ma infine l’avanzo degli Svizzeri, la maggior parte

uccisi, non fuggitivo ma con virtù che non si crederebbe in uomini

avvezzi a fare ogni cosa per moneta, si ritrasse. Milano fu sgombro, e

Massimiliano Sforza, ceduto il castello e rinunciando allo Stato suo,

patteggiò vivere oscuro in Francia con la provvisione di settantadue

mila lire tornesi all’anno: ne’ primi d’ottobre il re Francesco entrava

in Milano.[112]

Al cominciare di questa guerra Leone era stato ambiguo e sospeso a

quale parte volgersi: avea lega col Re Cattolico, ma lo intimoriva

quel forte esercito dei Francesi e quell’ardore. Teneva inoltre col

re Francesco segrete pratiche, disegnando con armi unite conquistare

sugli Spagnoli il regno di Napoli e darne a Giuliano suo fratello la

corona. Ma perchè il Re si era mostrato risolutamente avverso a quel

partito,[113] creando Giuliano solamente duca di Nemours; teneva il

Papa in mano altre fila per fargli uno Stato di qualche importanza

di qua dal Po, mettendo insieme quelli di Parma e Modena e Ferrara,

la quale anelava torre agli Estensi. Gli conveniva da un altro lato

avere qualche rispetto alle cose di Firenze, dove l’appressarsi del

Re francese destava gli animi a nuovi pensieri, perchè all’antica

inclinazione dei Fiorentini si aggiungeva il gran capitale che avevano

in Francia sulla piazza di Lione e per le rive del Rodano: quivi gli

antichi traffici s’erano accresciuti per le molte case di fuorusciti

che mantennero in Lione allora e per lungo tempo una colonia divenuta

francese, ma sempre avversa ai Medici e speranza di quanti in Firenze

fossero amatori di libertà. Leone infine deliberato di osservare la

lega con Spagna, mandava col gonfalone e coi soldati della Chiesa

Giuliano a Piacenza, della quale aveva fatto Governatore Goro Gheri

pistoiese:[114] ma intanto Lorenzo anch’egli voleva essere qualcosa,

nè a lui bastando avere in Firenze il nome di Capitano, convenne anche

dargli soldati da condurre. Il Papa era tirato in più parti dalle

ambizioni dei suoi parenti; ma bentosto Giuliano essendo da inferma

salute costretto partirsi, lasciava il campo libero al nipote, cui

s’aggiungeva, in qualità di Commissario de’ Fiorentini, Francesco

Vettori. Doveano essi fare mostra di guerra senza venire a effetti:

chiedeva istantemente il Cardona passassero il Po, ma il Vettori

accortamente cavava Lorenzo d’impaccio negandogli il soccorso delle

genti fiorentine. Seguita la grande vittoria di Marignano, Lorenzo

mandava al Trivulzio Benedetto Buondelmonti, già essendo presso al Re

nunzio per il Papa Lodovico Canossa vescovo di Tricarico. Si venne

quindi a un trattato pel quale Parma e Piacenza erano date al Re

come facenti parte del ducato di Milano, con più altri accordi che,

ratificati dal Papa, condussero ad una amicizia tra lui e Francesco,

promettendo questi di recarsi a fare ossequio al Papa in Bologna, dove

Leone intendeva condursi a riceverlo. Pei Fiorentini al Re andavano

ambasciatori in Milano Francesco Vettori e Filippo Strozzi.[115]

Leone X, che si recava per la via di Toscana ad aspettare il re

Francesco, rimase tre giorni presso a Firenze nella villa dei

Gianfigliazzi a Marignolle, sinchè gli apparecchi nella città fossero

compiuti. Aveano all’entrare abbattuto l’antiporto perchè vi capissero

il Papa ed il seguito, nel quale erano diciotto Cardinali; per tutte le

strade archi trionfali con ornati, emblemi e figure, opere dei grandi

Artisti che aveva Firenze.[116] Leone discese nell’alloggiamento solito

dei Papi a Santa Maria Novella; poi continuava la via per Bologna.

Quivi stettero più giorni il Papa e il Re nella stessa casa, con

segni scambievoli di grande fiducia e conferendo tra loro due soli:

pensava Francesco a ripigliare i suoi diritti sul regno di Napoli;

e quanti disegni si facessero tra loro, e quanto palleggio di città

e di Stati cosicchè potessero trovarvi entrambi il conto loro, non è

possibile indovinare. Convenuti di abolire la così detta prammatica

sanzione per cui si reggeva la Chiesa di Francia, fecero accordi nei

quali il Papa e il Re avevano i guadagni loro, ma parve ingiuria a

quella Chiesa. Quando si furono dipartiti, il Re, licenziato l’esercito

e stato poco a Milano, tornò in Francia: il Papa, venuto a Firenze

pei giorni del Natale, vi dimorò qualche settimana nel Palazzo dei

Medici, ed era già in Roma nel febbraio del 1516. Pochi giorni dopo

moriva nella Badia di Fiesole senza figli Giuliano de’ Medici: era il

migliore della famiglia, di vita placida, grande spenditore, tenendo

intorno a sè uomini ingegnosi, ed ogni nuova cosa voleva provare.

Leone in quel tempo aveva già fermo nell’animo di privare del ducato

d’Urbino Francesco Maria della Rovere, al che Giuliano si opponeva

per la memoria del grazioso rifugio ch’egli ebbe in quella Corte,

dov’era il seggio d’ogni eleganza[117]. Ma in casa Medici assai poteva

l’Alfonsina degli Orsini, vedova di Piero, donna imperiosa, cui non

bastava pel figlio Lorenzo il grado tenuto da lui in Firenze. Usciva

condanna contro al Della Rovere, che lo spogliava per fellonia del

feudo d’Urbino; e il Papa ne dava a Lorenzo dei Medici l’investitura,

commettendo a lui di farne l’acquisto con le armi: il che non fu cosa

di molta fatica, e il duca Francesco Maria con la moglie e figli si

ridusse in Mantova presso al marchese Francesco suo suocero.

In Lombardia, dopo che il Re fu partito, Massimiliano imperatore

continuava quella sua guerra contro i Veneziani, ai quali prestavano

aiuto debole i Francesi. Aveva il Cardona sgombrato la Lombardia,

quando la morte di Ferdinando d’Aragona faceva re unico di tutte le

Spagne Carlo suo nipote, giovinetto che per gli anni andava col secolo

e aveva dal padre la signoria delle Fiandre. Il Cardinale Ximenes

reggeva lo Stato, e conchiuse con Francia una tregua che divenne pace,

cui aderiva a contro genio l’Imperatore. Per questa pace i Veneziani,

che prima avevano riacquistata Brescia, riebbero ai primi dell’anno

1517 anche Verona: dopo bene otto anni di guerre crudeli e di costanza,

l’antico Stato di Terraferma tornava intero alla Repubblica di Venezia,

ma guasto, misero, devastato, e mentre i commerci pigliando altre vie

mancavano a quella regina dei mari. D’allora in poi la veneta sapienza

non ebbe più altro che un solo pensiero, protrarsi la vita; e fu

grandissima sua lode averla condotta fino all’estrema decrepitezza,

dopo alla quale non è che la morte.

La pace tra’ grossi potentati che si disputavano l’Italia, lasciava

oziosi molti soldati spagnoli, guasconi, tedesche, svizzeri, italiani,

soliti a vivere della guerra. Vi erano poi gentiluomini delle più

illustri famiglie italiane, i quali faceano loro mestiere le armi,

seguendo chi l’uno chi l’altro principe; condottieri che differivano

dagli antichi, perchè non avevano compagnia stabile di soldati che gli

seguitasse: di essi taluni s’erano acquistata insigne fama di capitani.

Tra questi era in Mantova Federigo da Bozzolo, di Casa Gonzaga, il

quale diede animo a Francesco Maria Della Rovere di ricuperare lo Stato

d’Urbino: entrambi fecero aggradire cotesto disegno a Odetto di Foix,

signore di Lautrech, preposto allora dal re Francesco al governo di

Milano. A lui pareva che fosse bene indebolire le forze del Papa, il

quale tenendo tanto grande Stato e posto nel cuore d’Italia in mezzo

tra i Francesi e gli Spagnoli, poteva, se l’occasione gliene venisse,

intendere l’animo a cose maggiori: avea mostrato poco rispetto al Re

col negare al Duca di Ferrara la restituzione di Modena e Reggio, e

fare contro alle istanze sue l’impresa d’Urbino. Per queste ragioni

Lautrech diede mano a Francesco Maria ed a Federigo, i quali con grande

numero di quei soldati d’ogni nazione invasero la Romagna, e quindi

entrati su quello d’Urbino, recuperarono facilmente lo Stato intero

pel grande amore che aveano quei popoli alla casa Montefeltra, solita

reggerli con mansuetudine. Leone a quell’improvviso assalto richiese

d’aiuto i Re che si erano a lui collegati, e si mostrarono molto

freddi; assoldò i migliori di quei Capitani, Renzo da Ceri, Vitello

Vitelli, Guido Rangone, parte in nome suo, parte dei Fiorentini,

obbligando a seguitarlo Gian Paolo Baglioni per la dipendenza che avea

dalla Chiesa; ma le paghe non si facevano perchè il danaro andava

profuso dal Papa e dai suoi. Lorenzo dei Medici guidava l’impresa,

poco ubbidito dai Capitani, i quali cercavano tirarla in lungo, perchè

dallo stare sull’armi ottenevano oltre ai guadagni anche reputazione.

Vi furono scontri e assalti vari di castelli; in uno dei quali Lorenzo

ferito gravemente nella testa, dovette lasciare il campo e farsi curare

in Ancona: invece sua era mandato dal Papa il Cardinale Bibbiena,

ingegno pronto a ogni cosa, ma di guerra non s’intendeva. Dopo alcune

settimane Lorenzo venuto a Firenze dove lo dicevano già morto, ritornò

al campo: Francesco Maria, rinvigorito d’altri soldati che per non

essere pagati lasciarono il Papa, gli conduceva per le città della

Marca, dalle quali aveva danari in via di riscatto. Entrato nell’Umbria

e avendo trovato a lui connivente Gian Paolo Baglioni, assaltò Anghiari

nella Toscana, e avrebbe condotte le cose del Papa a mal partito, se

avesse avuto soldati che da lui veramente dipendessero. I due Re uniti

per la difesa di Leone, avevano entrambi sospetto di lui, e l’uno

dell’altro gelosia grandissima, ond’è che cercarono finire la guerra.

Dalle due parti erano Spagnoli, i quali Francesco Maria temette non

s’accordassero a tradirlo: costretto pertanto abbandonò al Medici

il ducato, avendo ottenuto con l’interposta dei due Re portare seco

le artiglierie e tutte le robe sue, e nominatamente la Libreria che

Federigo da Montefeltro suo avolo aveva raccolta in Urbino. Quella

guerra continuata per otto mesi aveva costato al Papa ottocentomila

ducati d’oro, pagati la maggior parte dai Fiorentini, ai quali più

tardi Leone cedeva in via di compenso la Fortezza di San Leo col

Montefeltro e il Piviere di Sestino.[118]

In quella pace tra’ Principi cristiani, e poichè vana riusciva ogni

pratica di fare lega contro al Turco, due cose cercava Leone ogni

volta che l’occasione gli se ne offrisse; domare l’avanzo degli

antichi feudatari della Chiesa, ed in Toscana fondare alla Casa dei

Medici un principato. Nei primi tempi che fu Papa, col minacciare di

guerra i Lucchesi ottenne restituissero ai Fiorentini Pietrasanta.

Volendo inoltre assicurarsi di Siena, cacciava con le armi Borghese

Petrucci figlio di Pandolfo che la teneva come in signoria, facendo

lo Stato passare in un altro di quella famiglia discaro ai Senesi,

ma che era tutto sua creatura. Del che pigliò tanta indignazione il

cardinale Alfonso Petrucci fratello di Borghese, che minacciava con

parole furiose la vita stessa del Papa, fino a dire che lo avrebbe un

giorno ucciso di sua mano in mezzo del Concistoro. Essendosi inoltre

offerto a Leone di fare venire da Firenze certo famoso chirurgo perchè

lo curasse di una fistola che lo molestava, fu detto avesse pagato il

chirurgo che lo avvelenasse. Temendo il Petrucci quindi per sè stesso,

fuggiva di Roma; dove tornato poi con salvocondotto, e imprigionato

e sottoposto ad un processo, moriva in carcere: altro cardinale

Bandinello Sauli, amico d’Alfonso, e condannato come lui, ebbe poi

grazia della vita. Raffaello Riario, dei più vecchi nel Cardinalato, e

soprattutti magnifico, il quale confessò avere conosciuti i propositi

del Petrucci, fu privato del grado, che riebbe quindi per danaro, ma

senza voce nel Concistoro: per somigliante motivo Adriano da Corneto

fuggiva, e nulla di poi se ne seppe: il Cardinale Soderini si ricovrò

fuori dello Stato della Chiesa: furono in Siena squartati alcuni minori

complici.[119] Dopo ciò il Papa fece un atto di molta risolutezza,

il quale può dirsi venisse a mutare sostanzialmente le condizioni

del Sacro Collegio; facea promozione di trentun Cardinali, contro

all’usanza, tutti in un solo giorno. Prima il Collegio era di pochi e a

lui poco amici, ma ora il molto numero abbassava la soverchia potenza

d’alcuni. Tra’ nuovi eletti erano uomini di qualità varie; insieme ai

parenti del Papa e agli amici, v’erano ecclesiastici dei più autorevoli

per bontà e dottrina, e alcuni nobili delle antiche famiglie romane

lasciate in disparte quando erano più temute: raccolse il Papa dai

promossi, com’era consueto, forte somma di danaro. Frattanto, e finchè

gli bastò la vita, seguiva Leone gli antichi disegni di Giulio e suoi

contro al Duca di Ferrara, cercando in più modi torgli lo Stato. Contro

a Gian Paolo Baglioni aveva più accuse in pronto: lo chiamò in Roma

a purgarsene con gran promessa di sicurezza; ma fattolo chiudere in

Castel Sant’Angelo, e ricercati per via di processo i molti e grandi

peccati che aveva, gli fece mozzare il capo: d’allora in poi Perugia

fu sottoposta al Governo immediato della Chiesa. La sorte medesima, o

poco dissimile, avvenne ad altri tirannucci; e quindi il seme di questi

spegnevasi in tutta l’Umbria e nelle Marche.[120] Il duca Lorenzo dei

Medici teneva lo Stato in Firenze.[121] Dal re Francesco ebbe in moglie

una fanciulla di sangue congiunto al sangue reale, Maddalena dei Conti

di Boulogne e dell’Alvergna: si celebrarono con gran pompa le nozze

in Parigi, dove Lorenzo tenne a battesimo un figlio del Re. Tornato

in patria, fra tante grandezze mutava contegno: viveva da principe,

aveva una corte, non soffriva l’eguaglianza cittadina, male si appagava

di quella mezzana signoria; si consigliava con Filippo Strozzi suo

cognato e con Francesco Vettori, uomini più da corte che da repubblica.

Ma vietava il Papa a lui di scuoprirsi, e di quel vivere gli faceva

colpa: Goro Gheri, segretario del Duca ed uomo di grande maneggio,

molto intendente delle faccende, tutto devoto a Casa Medici, dipendeva

dal Papa e dai suoi più autorevoli consiglieri, tenendo carteggio con

essi continuo.[122] Imposto al Duca dalla volontà del Papa, gli era

necessario quando i piaceri e quindi la malattia lo distraevano dal

governo. Ma intanto in Firenze mutavano i costumi, andavano i giovani

a quella parte dove era vita più gaia e più sciolta; molti disdegnando

gli antichi cappucci, portavano barbe alla francese, divenuti

gentiluomini della Corte, o lancie spezzate. Piacevasi il Duca di avere

attorno soldati, massime poi quando la presenza in Italia dei Francesi

temeva potesse ridestare le speranze dei molti ch’erano a lui contrari.

In quel tempo il Papa e Giulio cardinale, non si tenendo ben fermi

nella città, domandavano pareri intorno al modo che fosse migliore a

governarla: ne abbiamo a stampa uno di Francesco Guicciardini, dove

lodando il confidarsi a uno Stato largo, descriveva i modi che fossero

atti a tenerlo stretto in mano di pochi.[123] Ma bentosto, per vecchi

morbi e continui vizi, Lorenzo infermava; divenuto d’altiero salvatico,

non tollerava compagnia d’altri che del cognato Filippo Strozzi e di

un buffone che gli era conforto nelle ultime ore. Si moriva egli a’ 4

maggio 1519; e sei giorni prima era morta la moglie sua, dopo avere

partorito una figliola di nome Caterina che fu poi famosa regina

di Francia:[124] — con lui si spense la stirpe maschile del vecchio

Cosimo e di Lorenzo. Il Cardinale, venuto da Roma, pigliava lo Stato

in mano sua, ma con modi tutti differenti: nel Palazzo dei Medici era

un fare più semplice, una compagnia più grave, ai Magistrati mostrava

riverenza; fece andare per tratte non pochi uffici ch’era invalso

creare a mano e ad arbitrio. Quando il cardinal Giulio de’ Medici stava

in Roma, sia per l’ufizio della Vicecancelleria, o perchè il Papa si

era avvezzo averlo vicino, reggeva invece di lui lo Stato il cardinale

Silvio Passerini di Cortona.[125]

In questi tempi era una grande contesa in Europa. Vacato l’Impero per

la morte di Massimiliano nei primi giorni dell’anno 1519, facevano

forza per esservi eletti Carlo di Spagna e Francesco I, giovani

entrambi e potentissimi; quello dei due che fosse asceso all’Impero,

avrebbe grandezza da molti secoli non mai veduta. La scelta era in

mano dei sette Elettori, i quali mettevano i voti loro a caro prezzo;

nel che avea posta la sua speranza il Re francese, che intanto si era

con le armi accostato al luogo della elezione. Ma gli era contraria

nella opinione degli Alemanni quella stessa contiguità tra le due

nazioni, cagione di guerre tra Francia e Germania; gli Spagnoli erano

più lontani, e Carlo Arciduca, tedesco di nascita e di famiglia, era

destinato dall’avo ad essergli successore per mezzo di pratiche aperte

già prima da Massimiliano; tantochè al giorno della elezione facendo

concorso con le armi i principi e le città libere, ai 28 giugno il

nuovo eletto Imperatore pigliava nome di Carlo Quinto.

È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta

grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era

egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito

con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o

che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole,

sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la

scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo

principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si

vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava

tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare

in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e

Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come

suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del

quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un

Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare

con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto

Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo

che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le

armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro

d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni

pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti

gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa

comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero

insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale

acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio

superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al

dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò,

aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per

il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal

Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di

Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un

fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo.

Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano

tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare

che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa

della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato

scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei

popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i

Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il

terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che

la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano

in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un

secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione

all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni

di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto

più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non

mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione,

portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per

ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso

i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati

come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti

che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che

una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più

gradito d’unirsi invece all’Imperatore.

Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo

re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di

Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si

preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima

quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè

uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega,

che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea

rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi

tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione

promette osservarla _verbo romani pontificis_. Non poteva essere

infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato

d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti

sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della

Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del

sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il

motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei

sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la

morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di

procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè

una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze

era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici.

Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che

morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio

nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe

a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne

un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto

con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli

storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126]

Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel

giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono)

arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei

suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza,

per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il

ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato

e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di

cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è

che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva

seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea

recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano

duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e

Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa

dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano

pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai

Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in

Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi

fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella

città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega,

già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza,

per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo,

deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra,

portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio

da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre

d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri

danni ferocissimo capitano.

Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega

direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra

molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il

Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio

Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi

del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani,

e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col

re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il

Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini

con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra

’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si

partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con

forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato

il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli

Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno

apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici,

il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua

passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe

in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco

Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri

fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano.

Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi

dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di

Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni

ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano

sotto al dominio della Chiesa.[128]

In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità

delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana.

Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno

prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare

tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi

racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio

verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche

grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un

altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per

il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni

affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la

cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando

il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu

côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa

da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina

del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che

il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per

gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere

egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo

d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu

liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere

gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129]

intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione:

cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto

degli altri, ricadevano sopra di noi.

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 16 / 80 题