Ai 19 di maggio entrarono solennemente in Firenze i due Commissari

apostolici, che erano il Generale dei Domenicani e il Vescovo quindi

Cardinale Romolino: ricominciava il Processo il giorno dipoi. Ci

asterremo qui dal riprodurre le crudeli parole che furono attribuite

al Romolino, perchè non vogliamo tutto accettare dai Biografi. Il fine

cercato dai Commissari più specialmente era scuoprire quali aderenti

avesse il Frate alla proposta del Concilio. Disse: «Risponderò chiaro;

le cose del Concilio non mi furono consigliate da nessuno; co’ Principi

d’Italia non ne tenni pratiche, perchè gli stimavo tutti miei nemici;

speravo nei Principi stranieri; i Cardinali e Prelati sapevo essermi

tutti avversi.» Il Romolino cercava scuoprire se in nulla vi fosse

implicato il Cardinale di Napoli. Si venne quindi ai tormenti, in

mezzo ai quali gridò il torturato d’avere avuto pratiche seco; poi

si disdisse: quel Cardinale faceva stima del Savonarola, ma tra essi

non fu altra corrispondenza che in termini generali. Il terzo Esame

finì come gli altri, nè fu pubblicato. Si venne il giorno dopo al dare

sentenza, e tra i Giudici fu discorso di salvare Frate Domenico, ma

poi lo condannarono insieme con gli altri: presenti al Processo erano

Magistrati della Repubblica, la quale in una Pratica molto stretta,

negando uno solo, decretò eseguirsi la sentenza. Questa fu letta la

sera stessa ai tre condannati, portando che fossero prima impiccati e

quindi arsi.

La notte il Savonarola assistito dal confortatore con la cappa nera,

ch’era per la Confraternita a ciò destinata un Niccolini, e da un

monaco di san Benedetto che gli fu dato per confessore, ottenne

rivedere i suoi due Compagni, che da lui furono comunicati la mattina:

era il 23 maggio, vigilia dell’Ascensione. Giunsero gli sbirri che

gli condussero nella Piazza, dove sulla ringhiera aveano alzato

il tribunale pel Vescovo che gli dovea degradare, e un altro pei

Commissari apostolici, ed un terzo pel Gonfaloniere e gli Otto, ai

quali spettava mandarli al patibolo. Questo era formato di un’asta che

in alto avea una traversa, dove i tre Frati dovevano essere appesi;

ma perchè troppo presentava la forma di croce, le sue braccia furono

scorciate: sotto si alzava un palco di legna e materie facili a

bruciare. In Piazza era grande la moltitudine: vi erano uomini amici al

Frate, tra’ quali il buono Iacopo Nardi che a noi lasciava memoria del

fatto: intorno ad essi altri esultavano, intanto che molti e fin dei

più avversi erano compresi di terrore. Aveano lasciato che passassero

vicino al rogo, e lo circondassero, di quelli uomini che senza vergogna

o insultano al vinto o sul misero inferociscono. I tre Frati salirono

il palco: Fra Domenico sereno e come andasse a festa; Fra Girolamo,

che della croce teneva il mezzo, fu l’ultimo al quale il boia desse

la spinta fatale; poi subito in mezzo ad urla feroci fu appiccato il

fuoco, che arse i tre corpi legati da una catena perchè non cadessero:

di essi e del palco e d’ogni cosa le ceneri furono gettate in Arno

dal Ponte Vecchio; ma donne pietose travestite spingendosi nella

folla, raccolsero quante reliquie potessero, e alcune ne rimangono

tuttavia.[50]

La morte del Savonarola fu vittoria di tutto quanto era in Firenze di

più guasto; il vizio montato in superbia si gloriava di sè stesso;

e il ben vivere pareva che fosse dispregio:[51] entrava il secolo

corrottissimo del cinquecento, ed in Repubblica sempre popolare, i

costumi erano già tornati peggio che medicei. Uomini di conto, che

avevano prima notoriamente creduto al Frate, ora come lieti d’averlo

scoperto traditore, lo aggravavano gettandogli addosso le ingiurie

più odiose; lo chiamavano un diavolo, anzi una intera legione

d’inferno. Erano oltre agli Arrabbiati, gli astuti e i paurosi ed

il volgo dei prudenti, e l’altro volgo più innocente che aspettava

da lui un miracolo; e quelli che cercano mostrarsi furbi ai danni

altrui, ed i pentiti o vergognosi d’avergli creduto.[52] Cessate però

bentosto le ire e le paure, più non si leggono di tali accuse, ma in

Firenze e fuori troviamo invece uomini gravissimi averlo in onore: il

Guicciardini e il Machiavelli di lui parlano con rispetto; Filippo de

Comines, che aveva praticato seco, lo tenne per santo.[53] Le arti

nella loro maggiore eccellenza riprodussero più volte l’effigie del

Savonarola, e fin nelle stanze del Vaticano Raffaele Sanzio a lui dava

luogo tra’ grandi Teologi e tra’ Padri della Chiesa.

Quanti in Firenze rimanevano capaci di libertà, e coloro che più tardi

o la difesero o la piansero, uscivano dalla scuola del Savonarola, o ne

seguivano le traccie via via cancellate nel corso dei secoli. Il culto

del Frate durò più che il regno della Casa Medici; ed a memoria dei

padri nostri, la mattina del 23 maggio trovavano fiori sparsi in quel

punto della Piazza, sul quale era stato piantato il rogo. Il Convento

di San Marco, già essendo fondato il governo principesco, dava ombra

ai Regnanti; e i frati ne furono per qualche tempo cacciati. In molti

conventi d’uomini e donne di san Domenico il Savonarola aveva culto e

ufficio suo proprio, che fu pubblicato per le stampe ai giorni nostri.

Ma sul cadere del cinquecento un Medici arcivescovo ed un Medici

granduca si accordarono insieme a proibire l’ufficio ed il culto;

nondimeno vi ebbero Santi e vi ebbero Papi suoi lodatori, e la dottrina

di lui posta in Roma sotto ad esame rigoroso, ne usciva incolpata.[54]

Com’era da credere, i protestanti hanno preteso che il Savonarola fosse

uno dei loro; ma egli veramente in nulla precorse ai tedeschi novatori,

perchè nulla volea s’innovasse, nè mai gli cadde nemmeno in pensiero

mutare, com’essi fecero, il principio della fede. In religione non ambì

farsi capo di parte o fondatore d’una scuoia nuova, nè avrebbe saputo,

non essendo altro che un predicatore il quale si ardiva percuotere i

vizi palesi nei sommi della gerarchia; per questo fu arso. Non era la

sua di quelle nature che sieno atte a fare nel mondo le novità grandi,

perchè in tali uomini la volontà forte è necessario che sia anche

fredda e che adoperi le arti capaci ad ottenere il fine voluto: ma egli

era fidente nella sua propria ispirazione, e questa seguiva. Nessuno

dei maestri della Riforma lo pareggiava per alto sentire; avendo

incontro tale battaglia, rimase qual’era: era cattolico, era frate; e

grande anima con forte ingegno.

CAPITOLO III. GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI SPAGNOLI A

NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA. [AN.

1498-1503.]

In Francia essendo morto Carlo VIII senza figli, andò la corona in

Luigi duca d’Orléans che fu duodecimo re di quel nome; aveva in proprio

la signoria d’Asti, si teneva personalmente investito dell’eredità

dei Visconti; e ora succeduto come re nelle ragioni degli Angiovini,

vedendo i Francesi bramosi di guerra e sè in forze e in età da farla,

si diede tutto a quella impresa: già era l’Italia pei re stranieri

come una terra che aspettasse di fuora i padroni, ond’egli con nuovo

esempio pigliava titolo di Re delle Due Sicilie e Duca di Milano. Era

disciolta la Lega poderosa che aveva cacciato fuori d’Italia Carlo

VIII, rinate le grandi gelosie tra lo Sforza e i Veneziani, aggiuntasi

un’altra esca terribile all’incendio. Alessandro VI, poichè fu morto il

Savonarola ed egli conobbe non avere fondamento l’idea di un Concilio,

credette sè stesso libero ad ogni cupidità più sfrenata, intantochè a

lui s’aggiunse uno stimolo ed uno strumento capace alle opere che si

preparavano. Per la uccisione avvenuta del Duca di Gandia erano andati

tutti gli affetti e le ambizioni di Alessandro nel figlio secondo, che

fino allora aveva dovuto dispettosamente chiudersi nelle ecclesiastiche

dignità. Cesare Borgia, lasciato il manto di cardinale, non pensò ad

altro che a farsi uno stato, usando a tal fine la tenerezza del padre

e la potenza della Chiesa e gli sconvolgimenti d’Italia, ai quali

convennero di dare la mano il Papa e il Re con volontà pari; e Cesare

Borgia, andato in Francia, ebbe una moglie di sangue reale di Navarra,

che fu Isabella degli Albret, e in dote il ducato di Valenza nel

Delfinato, col promettersi le due parti aiuto scambievole alle grandi

opere di sovversione, che noi vedremo bentosto seguire.

Lodovico il Moro, tardo a riscuotersi, e fidando col tempo e con le

arti rimuovere da sè la tempesta, dopo avere condotto egli stesso a

Pisa le forze dei Veneziani; poichè gli ebbe veduti andare con molto

ardore a quella guerra, temè non trovarsi posto a discrezion loro,

quando con la possessione di Pisa gli stessero incontro dall’uno

all’altro mare. Vedeva inoltre, dopo la tanto da lui bramata ruina

del Savonarola, passato il governo della città di Firenze in mano

a quegli uomini co’ quali a lui era più facile intendersi: deliberò

quindi fin dai primi giorni dell’avvenuta mutazione mandare soccorsi

ai Fiorentini contro alle armi Veneziane che da più parti discendevano

verso a Pisa. Già fino dal maggio del 1498 aveva l’aiuto di queste

rialzato le fortune dei Pisani a Santo Regolo, dove poichè i soldati di

Firenze furono rotti, parve la colpa essere stata del Capitano: quindi

fu chiamato a governare tutta la guerra contro Pisa Paolo Vitelli,

condottiero allora di molta reputazione e di possanza per avere quella

famiglia la signoria della Città di Castello. Questi, dopo essersi

avanzato alquanto in quelle infelici terre dei Pisani tante volte

calpestate, sapendo che per la Lombardia scendevano in molto numero

altre genti dei Veneziani, fu d’accordo con i soldati del Duca di

munire i passi dell’Appennino così da impedire ad esse l’entrata nella

Toscana; che fu consiglio prudente, sebbene male gradito in Firenze

e sospettato di pravi disegni. Tentava allora la Signoria di Venezia

altre vie contro ai Fiorentini; e prima cercava di avere il passo

dai Senesi, dei quali era poco meno che signore Pandolfo Petrucci; ma

questi per concessioni avute nelle cose di Valdichiana si mantenne in

pace con la Repubblica di Firenze. Esclusi da questa banda i Veneziani,

si provarono in Romagna ad occupare Marradi; ma non poterono pei

soccorsi che vi mandò il Duca di Milano e, a sua richiesta, Caterina

Sforza signora in Forlì, ultimamente lasciata vedova da Giovanni dei

Medici mentre portava in seno un altro Giovanni che poi fu in arme

tanto famoso.

Voltarono allora in Casentino la guerra, dove sulla fine d’ottobre

occuparono furtivamente Bibbiena col favore di Ser Piero Dovizi da noi

già mentovato: Piero de’ Medici e Giuliano suo minor fratello seguivano

le armi dei Veneziani governate dal Duca d’Urbino e da Bartolommeo

d’Alviano. Talchè la Signoria di Firenze richiamava di sotto Pisa in

grande fretta Paolo Vitelli; e seco le genti dello Sforza entrate

in Casentino sostentavano quivi la guerra, sebbene fosse in luoghi

aspri nel cuore del verno: i villani di quei monti, sotto la condotta

dell’abate di Camaldoli, molto infestavano i nemici. Ma Bibbiena non

si racquistava; del che il popolo in Firenze dava cagione al Vitelli

e al Duca di Milano come fossero insieme d’accordo per allungare la

guerra. Pagava lo Sforza, col non trovare chi a lui credesse, la pena

dei vecchi peccati suoi; ma veramente questa volta, di già odorando

che i Veneziani tenevano pratiche con Francia, andava sincero nel

desiderare che i Fiorentini, reintegrati di Pisa, gli fossero aiuto

valido: bramava inoltre avere a’ suoi soldi Paolo Vitelli, molto in lui

fidando. I Veneziani vedeva già stracchi di quella guerra; e poichè il

cessarla credeva sarebbe tenuto comune beneficio, confidava così meglio

unire le forze d’Italia contro all’assalto di oltremonti. Volgeasi

pertanto al Duca di Ferrara perchè praticasse, come uomo di mezzo, un

accordo sopra il fatto di Pisa: al che avendo le due parti consentito,

fu nel mese d’aprile del 1499 pronunziato un lodo in Ferrara, ma tale

che a niuno potè soddisfare, perchè ai Fiorentini concedeva in Pisa una

signoria mezzana, come se in tanti odi e in tanto invecchiata sete di

vendette potessero avervi libertà i Pisani e i Fiorentini sicurezza.

Il compromesso non fu accettato da nessuno; ma i Veneziani di cheto

ritrassero le genti loro dalla Toscana, e in quel mezzo pubblicavano

la lega stretta già prima segretamente col Papa e col Re di Francia,

che si obbligava dopo l’acquisto di Milano cedere ad essi Cremona con

la Ghiaradadda. Così era imminente il pericolo del Duca, e molto in

Firenze la città divisa, potendo in alcuni il pensiero del recente

benefizio e in altri l’antico amore per Francia; ma indugiavano a

scuoprirsi mentre pendeva tuttora dubbioso l’evento.

Contro a Pisa invece andavano allegri di nuova baldanza, poichè i

Pisani più non avevano chi gli soccorresse; duello di popoli fiero

e terribile sopra ogni altro. Pigliate a soldo altre milizie, le

posero tutte sotto al comando di Paolo Vitelli, che richiamato dal

Casentino, e dopo l’espugnazione di alcuni di quei castelli tante

volte perduti e ripresi, poneva il campo sotto Pisa; dove accadde che

mentre ai 10 d’agosto piantava le artiglierie, una mano di soldati suoi

trovando male difesa la rôcca forte di Stampàce, che è sopra le mura,

v’entrassero dentro: del che nei Pisani fu grande sbigottimento, e

per alcune ore la città fu detto che stesse a discrezione del Vitelli;

ma questi cauto per natura, e non avendo a ordine le milizie, temette

cacciarsi dentro vie mal note, in mezzo ad uomini disperati, e suonò

a ritratta: i Pisani rincorati fecero altri ripari.[55] Pochi dì poi

il Capitano aveva con le artiglierie gittato a terra tanta parte di

muro ch’era possibile entrarvi, ma, come diceva, con molta uccisione

dei suoi; ond’era meglio aspettare pochi giorni perchè fosse aperta

più larga entrata. Ma in questo mezzo cominciarono per la stagione a

regnare in campo certe febbri pestilenziali per cui le compagnie de’

soldati molto diradavano, e gli stessi Commissari tutti ammalarono;

talchè a due per volta quattro volte rinnovati, quattro di essi

perirono, e tra questi Paol’Antonio Soderini, ch’era sempre dei primi

nella città, ma poco amato: cadeva su’ Fiorentini l’abbandono crudele

nel quale aveano tanti anni lasciato gli scoli della provincia Pisana.

Convenne bentosto al Capitano levare il campo di sotto Pisa, dov’erano

anche entrati trecento fanti mandati dai Lucchesi. Di ciò in Firenze

fu grande lo sdegno ed alte le grida, che il Vitelli accusavano

traditore. Contro lui erano antichi sospetti: egli superbo e rozzo ed

avaro, riusciva male atto dove una moltitudine richiamata subitamente

a libertà credeva spiegare la forza sua nell’avere sempre per nemici

coloro che stavano più in alto di lei. Nè mancavano uomini ai quali

paresse rinnalzare il nome di una Repubblica popolare con l’abbattere

senza rispetti un Capitano che aveva in Italia fama di possente:

credeano agguagliarsi alla Repubblica di Venezia se tagliassero il

capo al Vitelli, come aveano fatto in simile caso i Veneziani al

Carmagnola. La forza in quei tempi, qualora sapesse un po’ di delitto,

cresceva agli Stati quel che appellavano reputazione. Fu il Vitelli da

un Commissario della Repubblica, sotto specie di conferir seco, fatto

venire a Cascina e ritenuto quivi in custodia: Vitellozzo suo minor

fratello, riuscendo a salvarsi tra’ suoi, fuggiva, serbato più tardi a

morte peggiore. Paolo Vitelli, condotto a Firenze e messo ai tormenti,

benchè non trovassero per molti esami contro a lui cosa di sostanza,

ebbe nel seguente giorno mozzata la testa: gli uomini della piazza

lodarono il fatto.[56]

In questo tempo era il re Luigi entrato in Italia. Qui niuna alleanza

fortificava lo Sforza, e quella di Massimiliano imperatore gli tornò

vana, sebbene questo principe fosse legato a lui di parentela, e

bramasse molto difendere i diritti della imperiale investitura,

chiudendo ai Francesi la via d’Italia: ma i suoi disegni cadevano a

vuoto per la leggerezza dell’animo e per l’inopia di danaro. Non avea

lo Sforza temuto chiamare contro alla Repubblica di Venezia i Turchi;

e questi gli furono migliori amici, poichè mentre assalivano la Morea,

invasero il Friuli fino alla Livenza, devastarono ogni cosa, uccisero

o trassero in schiavitù gli abitanti. Comandava l’esercito milanese

Galeazzo da Sanseverino, guerriero da mostra più che da campo, il

quale al primo urto dei Francesi abbandonata vilmente Alessandria,

apriva ad essi la via di Milano; e i popoli erano mal disposti: al

che sbigottito il Duca, insieme col cardinale Ascanio suo fratello e

col tesoro e co’ figliuoli si fuggiva in Allemagna. Del Castello di

Milano aveva fidata la guardia a Bernardino da Corte suo allevato,

ma questi corrotto dal Re con danaro gli aperse il Castello. Così

tutto lo Stato del Duca venne in mano dei Francesi, eccetto Cremona

e la Ghiaradadda; le quali sebbene facessero istanza che il Re le

accettasse, andarono ai Veneziani secondo le convenzioni. Ciò fu nel

settembre del 1499, dopodichè il re Luigi tornò in Francia, lasciato

il Trivulzio governatore in Milano. Lodovico fuggiasco attendeva con la

sola potenza che a lui rimanesse, la moneta, a farsi un altro esercito

assoldando Svizzeri e Lanzichenecchi; e quando poi seppe rimasti in

poco numero i Francesi ed essere i popoli già infastiditi di loro,

tornava indietro nel mese di febbraio del 1500, e agevolmente rientrato

in Milano, cercava munirsi per quando i Francesi, come n’era certo,

scendessero un’altra volta giù dalle Alpi. S’era il Trivulzio rinchiuso

in Novara, dove assaltato cedè al valore degli Svizzeri di Lodovico;

ma intanto venivano con singolare prestezza in Lombardia tra le genti

del Re altri Svizzeri al soldo di questo. Lodovico di già s’apprestava

a dare battaglia; ma quei suoi Svizzeri medesimi tumultuavano per le

paghe, e poi ben tosto venuti ad intendersi con quelli del Re, insieme

convennero di abbandonare Lodovico: nè ai preghi di lui cedendo nè

alle lacrime, gli permisero solamente uscire travestito in mezzo alle

file come uno di loro; ma non gli valse, perchè riconosciuto e forse

tradito, cadeva ben tosto in mano ai Francesi. Non sia permesso ad

altra nazione levare accusa contro agli Italiani perchè mancassero

alla fede: i grandi principi e i liberi uomini del pari tradivano; i

semplici alpigiani dell’Elvezia venderono lo Sforza ad un Re. Lodovico

andò prigioniero nel castello di Loches in Turena, dove finiva la

vita.[57]

I Fiorentini godevano poco favore alla Corte e nei consigli del Re

francese per essere stati tardi a dichiararsi, e ultimamente per

l’uccisione di Paolo Vitelli ch’era stato soldato di Carlo VIII, e

perchè sempre mettendo innanzi la recuperazione di Pisa, andavano

contro ai disegni del Trivulzio al quale i Pisani aveano offerta

la signoria. Purnondimeno prima che il Re partisse da Milano aveva

firmato una carta, della quale la sostanza era pe’ Fiorentini riavere

Pisa con le armi francesi, promettendo poi d’essere insieme col Re

nell’impresa che egli disegnava contro Napoli.[58] Nè appena spedite

le cose di Lombardia, scendevano per la via di Pontremoli soldati

Guasconi e Svizzeri sotto la condotta di Ugo di Beaumont, che i

Fiorentini aveano al Re chiesto come loro bene affetto. Chiudeano i

Pisani le porte all’esercito, dichiarando che al Re si darebbero con

allegrezza, ma sotto promessa di non essere mai ceduti ai Fiorentini:

ricevevano nella città i soldati quanti venissero alla spicciolata, e

gli servivano di viveri e d’ogni cosa domandassero. Il Beaumont con

l’artiglierie batteva le mura; ma quando i Francesi ebbero aperta

una larga breccia, trovarono che i Pisani, uomini e donne, erano lì

a munire una fossa scavata in fretta dietro alle mura. Questo fu il

termine dell’impresa: le vettovaglie scarseggiavano all’esercito, e i

Commissari della Repubblica ne aveano carico, tantochè si venne a non

più intendersi; i soldati predavano i carri degli approvvigionamenti,

e in Pisa praticavano come amici. L’onore del pari e la compassione

gli muovevano; Pisa era stata a quelle miserie condotta da Francia.

Si legge che a due Francesi d’alto grado mandati ad intimare la resa,

le fanciulle pisane andate incontro abbracciassero le ginocchia, e

poi menatigli davanti a un’immagine della Vergine e cantando preci

da spezzare il core, chiedessero almeno che si unissero con loro a

invocare dal cielo pietà, se dagli uomini non l’ottenevano.[59] Il

disordine entrò nel campo, e si avvicinavano i tempi delle febbri;

era discordia tra Guasconi e Svizzeri, e tutti sgombrando, questi

condussero prigioniero il Commissario Luca degli Albizzi che pel

riscatto pagò grossa taglia.[60]

Luigi XII per le convenzioni con papa Alessandro si era obbligato

dargli aiuto alla conquista di Romagna che il Papa agognava. Già

nei Pontefici era antico desiderio finirla una volta con quel grande

numero di tirannetti e di terre libere che di nome ubbidivano alla

Chiesa, ma in fatto nè pagavano tributi, nè si astenevano dall’entrare

in guerra tra loro e con altri, e di frequente contro a Papi stessi.

Nel Borgia, che era uomo di vasti concetti, le ambizioni di pontefice

si univano alla brama di fare uno stato al figlio e spingerlo alle

grandi cose: col nome e con le armi di Francia avean essi deliberato

abbattere e distruggere i Vicari che già da più secoli tenevano la

Romagna. Contava il Re molto sull’amicizia d’Alessandro pel grado e

per la moneta, e perchè vedeva nel padre e nel figlio uomini da non

lasciare a mezzo le cose; la Lega pertanto avea saldi vincoli, perchè

utile a entrambi. Andava il Papa franco all’impresa, che nessun altri

oppugnerebbe; poichè i Veneziani avendo addosso la guerra col Turco,

e a condizione che non se gli toccasse Ravenna e Cervia, ritiravano la

protezione sotto la quale erano usi tenere i Signori della Romagna; nè

i Fiorentini poteano allora prestare a questi valido aiuto.

Cesare Borgia, chiamato generalmente il Duca Valentino, era di Francia

venuto col Re, che non appena entrato in Milano gli aveva dato trecento

lance sotto Ivo d’Allegri, e col Balì di Dijon quattromila Svizzeri da

essere mantenuti a spese del Papa. E questi intanto con la paura aveva

costretto a seguitare le armi della Chiesa gli Orsini, i Vitelli, i

Baglioni di Perugia e gli altri Signori i quali erano più vicini a Roma

e che di solito faceano vita di condottieri. Altre forze erano già in

pronto, e il Valentino espugnata Imola, condusse la guerra contro a

Forlì dove risedeva quella valorosa Caterina Sforza, la quale mandati

i figli a Firenze con tutto il mobile, perchè non poteva difendere la

città, si chiuse nella cittadella; e a questa essendo dalle artiglierie

aperta una breccia, poi nella rôcca, dove animosamente si difendeva;

ma quivi pure entrati con molto sangue i nemici, andò essa in Roma

prigioniera. Allora essendo Lodovico Sforza tornato in Milano ed

i Francesi richiamati in Lombardia, fu costretto il Valentino per

qualche mese interrompere la conquista; ma sul finire dell’anno 1500

reintegrata la guerra, ed avendo già il Malatesti abbandonata Rimini,

e Giovanni Sforza lasciatogli Pesaro senza contrasto, poneva il campo

sotto a Faenza. Qui era signore il giovinetto Astorre Manfredi, che

aveva appena diciotto anni e poca guardia di soldati; ma i Faentini

avvezzi a quella domestica signoria, e per lo spavento che metteva

il nome del Borgia, chiusero le porte, sostennero un primo assalto

e quindi un altro ed un altro. Correva l’inverno rigidissimo, ed

ai soldati era impossibile alloggiare a cielo scoperto, sempre

infestati ferocemente da quei di dentro: il Valentino si rodeva, ma

gli convenne fino a primavera distribuire le sue genti nei luoghi

all’intorno. Tornato a battere la città, ne fu respinto un’altra volta

con grave perdita; ma i Faentini allora vedendosi essere all’estremo

si arresero, salvi gli averi e le persone, e con che Astorre andasse

libero conservando le sue possessioni. Il Valentino, grande maestro

d’una politica scellerata, ai Faentini mantenne i patti; ma perchè

l’arte di spegnere le persone valeva qualcosa in tempi nei quali

pareva la forza degli Stati e delle parti essere tutta in certi uomini

ed in certi nomi, aveva già in sè deliberato la distruzione di tutte

intere le famiglie dei Signori da lui spossessati: amava condire col

tradimento la crudeltà; e più che vi fosse infamia, più gli piaceva.

Ritenne appresso di sè il bello e misero giovinetto, poi di notte

tempo lo mandò a Roma, dove in modo oscuro fu messo a morte insieme a

un fratello suo naturale. Dopo di che il Valentino ebbe dal Papa e dal

Concistoro titolo e investitura di Duca di Romagna.[61]

Voleva andare contro a Bologna, ma perchè Giovanni Bentivoglio

era in protezione del Re di Francia, s’accordò con lui che intanto

insanguinava Bologna con la uccisione della famiglia e della parte

dei Marescotti a lui nemica. Ferrara fu salva perchè Alfonso d’Este

consentì a farsi quarto marito di Lucrezia Borgia; lo costrinse la

paura e lo attirò il molto danaro e l’inestimabile ricchezza d’arredi

e di gioie che la sposa portò seco da Roma a quelle ducali nozze, che

i Fiorentini molto onorarono con presenti.[62] Il Valentino, cui non

bastava la Romagna, prese la via di Toscana; dimandò il passo alla

Repubblica di Firenze, dicendo ch’era per andare a Roma; poi non appena

ebbe valicati gli Appennini e investito Firenzuola, scese difilato

giù per la via di Mugello presso alla città fino a Campi, dove giunse

nei primi del maggio 1501. Firenze a quel tempo era in molto basse

condizioni: la guerra di Pisa l’avea logorata, le città vicine la

nimicavano; poca guardia di soldati, perchè i cittadini erano stracchi

dall’averne pagati tanti con tanto mal frutto; debole il Governo e

dalle moltitudini sospettato. Il che s’era veduto in Pistoia: qui

da oltre due secoli si mantenevano le parti dei Cancellieri e dei

Panciatichi, fomentate anche dalla Repubblica di Firenze, dove era

antica regola tenere Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti.

Le due famiglie che davano il nome a quella discordia potevano meno,

perchè essendo ambedue dei Grandi, erano escluse da ogni partecipazione

nello Stato; ma i loro aderenti, che aveano gli uffici, in quelli si

urtavano. Erano i Panciatichi fautori de’ Medici e parenti dei Vitelli:

Giovanni Bentivoglio favoriva i Cancellieri: questi un giorno, e sotto

agli occhi degli Ufficiali e dei Commissari di Firenze, levatisi in

arme, cacciarono i Panciatichi di Pistoia e arsero le case dei capi

di quella parte. La guerra s’accese per il contado e per la montagna;

nè la Repubblica vi poteva nulla, divise le voglie e le opinioni dei

governanti. Un contadino di parte Panciatica, giovane di grande animo

e di senno, mostratosi prode nella difesa di casa sua e fatto capo dei

suoi, gli guidava contro ai Cancellieri; dei quali molti, mutate le

sorti erano uccisi e arse e devastate le possessioni: durò quella peste

continua più mesi. Così in Italia si viveva quando gli stranieri vi

furono entrati.[63]

Intanto per opera del Valentino Piero de’ Medici era venuto fino

a Loiano; Giuliano era andato in Francia, sperando favore dal Re;

Vitellozzo, mandato in Pisa con le sue genti, faceva ogni danno ai

Fiorentini; e una segreta convenzione tra il Duca e i Pisani, a questo

dava la signoria, con che dovesse recuperare tutto l’antico stato di

Pisa, escludendone tutti e per sempre i Fiorentini. A questi il Borgia

si protestava sempre amico: domandava però il ritorno dei Medici,

o almeno la formazione d’un Governo stretto con altre condizioni;

quindi soprastette un poco, sperando che nella città divisa ed agitata

potesse nascere qualche movimento. Qui era tumulto ed in alcuni volontà

incauta di uscire popolarmente e assalire il campo nemico: prevalse il

consiglio degli uomini più autorevoli benchè sospetti, ed il Vescovo

d’Arezzo con altri oratori fu mandato a trattare con Valentino. Questi

dal canto suo vedeva intanto che mutare lo stato in Firenze non sarebbe

facile opera nè sollecita, ed a lui tardava fare cammino per gli avvisi

ricevuti di Roma e di Francia. Prima lentamente di luogo in luogo

si condusse infino ad Empoli, e per via conchiuse con la città un

trattato pel quale, mettendo da parte ogni altra pretensione, veniva

egli nominato Capitano generale della Repubblica per tre anni, con

certo numero d’uomini d’arme, e con condotta di trentaseimila fiorini

l’anno; trattato che dava a lui grandezza di nome piuttosto che forza

effettiva: ma nè questo, nè l’altro che aveva fatto in contrario

co’ Pisani, ebbero mai sorta alcuna d’esecuzione. Da Empoli il Duca

accompagnato dai Commissari della Repubblica, ma non senza fare alle

campagne grandissimi danni, lasciata da banda Volterra e occupata con

qualche difficoltà Ripomarance, scese in Maremma e pose il campo sotto

a Piombino. Iacopo d’Appiano qui era signore; il quale veduta la mala

parata, si condusse per mare in Genova; ma i Capitani suoi continuavano

la difesa, nè Piombino cadde sotto all’obbedienza di Cesare Borgia se

non quando questi era già in Napoli co’ Francesi.[64]

Abbiamo alla fine del primo Capitolo di questo Libro, lasciato il

giovane Ferdinando aragonese padrone del regno che egli si aveva

recuperato con le armi. Ma nelle gioie della vittoria e d’un matrimonio

troppo da lui desiderato, quel nobile giovane moriva nel settembre

del 1496; onde la corona andò in Federigo suo zio, di mite animo ed

immune dalle colpe del fratello Alfonso e del padre. Il nuovo Re,

scorato al primo avanzarsi dei Francesi, offrì a Luigi XII di rimanere

in Napoli come suo vassallo; partito invero nè da proporre nè da

accettare, perchè ad entrambi era impossibile mantenerlo. Ma iniquo

fu quello che accettò Luigi. Il regno di Napoli conquistato dal primo

Alfonso, era stato da lui trasmesso a Ferdinando suo figlio naturale;

il che pareva essere contro alle ragioni della famiglia d’Aragona,

sebbene con astuzia e pazienza spagnuola (scrive il Guicciardini) non

mai le avessero messe innanzi, e invece prestassero a quei di Napoli

buono ufficio di parenti sempre, e da ultimo al re Federigo. Ma parve

essere buona l’occasione al re Cattolico ora che il Francese consentì

seco venire a patti per la divisione del reame. Bene potè Ferdinando

vantarsi d’avere un’altra volta ingannato suo fratello Luigi, il quale

veniva con quel trattato a porsi a fronte un re possente e di lui più

accorto, che aveva piede in Sicilia e sempre aperte le vie del mare.

Tale convenzione rimase più mesi segretissima, e si svelò quando già

essendo i Francesi venuti innanzi, papa Alessandro improvvisamente

concedeva l’investitura a quei due Re, ciascuno per la parte che gli

spettava. Del che Federigo essendo ignaro, sollecitava Consalvo di

Cordova, che di Sicilia era venuto in Calabria come a soccorrerlo, si

affrettasse, non potendo ancora credere all’inganno, che lo spagnuolo

negava fin quando si ebbe la prima notizia dell’investitura. Intanto

i Francesi avanzavano condotti dall’Aubigny; ciò fu nell’agosto 1501.

Federigo, la cui maggior forza era nei due valenti capitani di casa

Colonna, Fabbrizio e Prospero; poichè ebbe scoperto il tradimento,

fidò al primo la difesa di Capua; e questi dopo avere ributtati nel

primo assalto con grave perdita i Francesi, era costretto venire a

patti, quando rallentate le guardie entravano i nemici dentro alle

porte inferociti del danno sofferto. Fabbrizio rimase prigioniero; la

città fu saccheggiata con grande uccisione, molti presi e poi venduti,

massime le donne, con empietà efferata. Così perduta ogni speranza,

Federigo convenne con l’Aubigny cedergli Napoli e tutta la parte

superiore del reame, andando libero co’ suoi nell’isola d’Ischia, dove

stavano raccolti miseramente gli avanzi di quell’antica Casa d’Aragona

che fu in Italia tanto possente. Dipoi Federigo si cercò un asilo in

Francia, piuttosto che averlo in Ispagna da quel parente che gli era

stato traditore.

Il Valentino, poichè fu terminata l’impresa di Napoli, avuta frattanto

la possessione di Piombino con l’isola d’Elba, venne ad accogliere

nel nuovo Stato il Papa con grande pompa di solennità guerresche;[65]

andava poi seco a Roma, intantochè i Capitani suoi risalivano per la

Toscana, chiamati a nuovi e a vari disegni che allora si ordivano.

Era in quel tempo il re Luigi male disposto verso i Fiorentini dai

quali non era stato servito, nonostante i patti, nè di soldati nè di

danari; e per la poca fermezza loro non si fidando a quel governo,

dava ascolto ai Medici e si era vôlto a rimetterli in Firenze. Questo

volevano con passione Vitellozzo e gli Orsini soldati del Duca; Pisani

e Lucchesi a ciò inclinavano, sperando che Piero dei Medici sarebbe

contento rientrare con lo Stato dimezzato; Pandolfo Petrucci in Siena

ordiva trame diverse contro i Fiorentini. Da costui fu mosso Arezzo

un giorno a ribellarsi: non vi credevano a Firenze da principio, e

non provviddero; il Capitano della terra Guglielmo de’ Pazzi e il

Vescovo, ch’era figliolo suo, rifuggiti nella rôcca, furono costretti

a renderla. Piero de’ Medici e il Cardinale suo fratello vennero in

Arezzo; gli Orsini stavano tutti per loro, Vitellozzo ed il Baglioni

ciascuno seguivano privati disegni: il Valentino, che aveva messo le

sue genti in quel di Viterbo, guardava incerto quale a lui sarebbe

preda più facile. Ma subitamente l’animo del Re s’era mutato: aveva

questi cercato rimuovere per mezzo di parentadi Massimiliano imperatore

da ogni pensiero circa le cose di Lombardia; ma quell’accordo

essendosi rotto, e perchè ambasciatori di Massimiliano venuti a Firenze

annunziavano che presto scenderebbe egli in Italia per la corona; Luigi

XII a cui parevano già troppo grandi le ambizioni e la fortuna del

Papa e del Duca, si credè fermarle col dare soccorso ai Fiorentini.

Già Cortona e la Valdichiana, Anghiari e Borgo San Sepolcro in Valle

Tiberina, avevano ceduto alle armi di Vitellozzo, credendo quei popoli

che fosse per conto di Piero de’ Medici. Luigi allora, che aveva

fatto della persona sua una comparsa fino a Milano, consentì alle

istanze degli Ambasciatori fiorentini, inviando alla recuperazione

d’Arezzo quattrocento lance sotto a Carlo di Chaumont nipote del

Cardinale d’Amboise, il quale era arbitro dei consigli del Re francese.

Vitellozzo, che già era venuto fino presso a Montevarchi, lasciò

l’impresa; e così Arezzo tornò al dominio della Repubblica, alla quale

era tornata nel giorno stesso Pistoia, per una forzata concordia che si

fece allora tra le due Parti.[66]

Il Valentino in queste cose non s’ingeriva; ma da Viterbo, lasciata

stare la Toscana, si era condotto verso le Marche; e diceva andare

contro al Signore di Camerino; e a quel d’Urbino mostrando intanto

ogni amicizia, fece trattato con lui d’avere seco le genti sue e

le artiglierie; le quali non prima ebbe tratte fuori dallo Stato,

entrò in Urbino, e presane possessione, costrinse a fuggirsene il

duca Guidobaldo.[67] Poi subitamente voltatosi a Camerino, l’ebbe

per sorpresa, facendo morire Giulio da Varano che n’era signore, e

i suoi due figli. Ma perchè intanto a lui premeva sopra ogni cosa

purgarsi col Re, ed il momento vedea propizio perchè tra Francia e

Spagna già era minaccia d’offese, andò a Milano in poste avanti che

il Re ne uscisse; col quale ebbe tosto ristretta la Lega ed ottenute

da lui dugento lance che gli fossero aiuto al riacquisto degli Stati

della Chiesa. Presentiva radunarsi contro lui una gagliarda tempesta,

e venne ad Imola guardando gli eventi. Quei condottieri che aveva

tratti seco, sapevano bene che sarebbero alla volta loro spogliati

anch’essi in nome del Papa, del quale erano vassalli; odiavano quindi

in segreto il Valentino, odiati da lui; e ora trovandosi molti in

questo pensiero e nella speranza d’un qualche aiuto in Italia o

fuori, e perchè il pericolo intanto stringeva; si unirono insieme ad

un comune intendimento Vitellozzo e gli Orsini ed i Baglioni ed un

Oliverotto, valente soldato che per iniquo tradimento era divenuto

signore di Fermo; anima d’ogni più astuto consiglio Pandolfo Petrucci:

col Bentivoglio erano d’intesa, poichè il Valentino avea già l’animo

a Bologna. Fatta tra loro una Dieta alla Magione in quel di Perugia,

scopertamente si dichiararono nemici al Valentino; e procedendo,

restituirono lo Stato d’Urbino al Montefeltro. Il Valentino pazientava

fermato in Imola, e aspettando l’aiuto di Francia: co’ negoziati che

si tenevano allora in Roma si era accertato che avrebbe favore dai

Veneziani, e l’ottenne anche dai Fiorentini, che più di lui temevano

Vitellozzo e gli altri che avrebbero rimessi i Medici in Firenze.

Abbandonava intanto l’impresa di Bologna, e diede al Bentivoglio

sicurezza; radunava genti da ogni parte, e in quell’indugiare si sentì

forte ad ogni evento. Del che fatti accorti i collegati della Magione,

e veduto essersi arrischiati troppo e messi in grande paura, cercarono

accordo: il Valentino gli accoglieva benigno e facile. Ricacciarono

essi d’Urbino il Duca; e il Valentino licenziate le genti francesi

col dire che non ne aveva più bisogno, e avanzando a bell’agio per la

Romagna, si rafforzava segretamente di lance spezzate e di gentiluomini

di campagna soliti a vivere delle armi. Accostatosi a Sinigaglia,

chiamò i suoi riconciliati Condottieri a convenir seco le cose comuni.

Vennero a colloquio Vitellozzo e gli altri fuori della porta della

città, ed egli intrattenutigli con discorsi, quando ebbe cenno che le

genti sue gli attorniavano da ogni parte, fece mettere le mani addosso

a Vitellozzo e ad Oliverotto e a Paolo Orsini e al Duca di Gravina, i

quali essendo portati nell’alloggiamento suo, due furono strangolati

la notte medesima e gli altri poco dopo: era la notte che principiava

l’anno 1503. Di che pervenuta segretamente al Papa la notizia, questi

fece subito chiamare in palazzo il Cardinale degli Orsini, che ivi

dopo alcuni giorni moriva; altri quattro di quella famiglia, uno dei

quali era Arcivescovo di Firenze, nel tempo stesso furono ritenuti. Non

mai si vidde tale scelleratezza nè più meditata, nè condotta con tale

maestria: io mi confondo al pensare quanto malvagio spreco si facesse

allora in Italia di fiere indoli e d’ingegni, di scienza di cose e

d’esperienza accumulata, in mezzo a un vivere elegante ed alla cultura

delle arti gentili; nè so più intendere ciò che sia quel che oggi

chiamiamo civiltà.

Da Sinigaglia il Valentino, senza perder tempo, s’indirizzò a Città di

Castello che trovò abbandonata dai Vitelli, e quindi a Perugia, d’onde

medesimamente Gian Paolo Baglioni s’era fuggito. Prese la possessione

dell’una e dell’altra città come Gonfaloniere della Chiesa; e quindi

avviatosi ai confini dei Senesi, ma non osando pigliare quell’impresa,

mandò ambasciatori a Siena perchè fosse cacciato Pandolfo Petrucci,

dichiarando che fatto ciò, continuerebbe la sua strada in terra di

Roma. Il Re di Francia gli avea mandato intimazione di non recare

molestia ai Senesi: bene bramava fossero battuti quegli armigeri

Baroni, _reputando essere utile a conservazione del suo Stato che la

milizia d’Italia si spegnesse_.[68] Pandolfo, lasciata la città in

guardia dei suoi, andò a Pisa per breve tempo. Gli Orsini e i Savelli

correvano la campagna intorno a Roma; onde il Valentino andatigli a

cercare nei loro castelli, espugnò Ceri rôcca fortissima degli Orsini;

per tal modo avendo fiaccate le forze di quelle famiglie che più

non riebbero l’antica grandezza. Ma in questo tempo il Re s’alienava

dal Papa, temendo che non divenisse troppo forte, ora che le cose di

Francia vedeva già messe in pericolo nel regno di Napoli.[69]

Nella divisione tra i Re di Spagna e di Francia non era espresso bene

a chi andasse la provincia di Capitanata che è parte della Puglia, ma

senza la quale i bestiami degli Abruzzi non avrebbero dove svernare;

mutando luogo, dovevano ogni volta pagare una gabella che dava provento

ricchissimo. I Francesi, più forti e più baldi, aveano occupata quella

provincia, e quindi essendo bandita la guerra, venuti innanzi per le

altre che erano tenute dagli Spagnuoli, non lasciarono a questi rifugio

se non poche città poste sul mare Adriatico, obbligando Consalvo di

Cordova a rinchiudersi dentro Barletta; alla quale il vicerè di Napoli

Duca di Nemours poneva assedio, intantochè l’Aubigny campeggiando la

Calabria rompeva altre genti di Spagnuoli venute a soccorso dalla

Sicilia. In Barletta era somma carestia d’ogni cosa, e la peste vi

regnava; ma Consalvo, il gran Capitano, con mirabile fermezza faceva

durare ai suoi quelle crudeli strettezze, dandone egli stesso il primo

esempio; ottenuto anche con le uscite che egli faceva dalla città

sugli assedianti qualche vantaggio non piccolo. Avvenne che in quelle

lunghezze d’assedio nascesse disfida tra’ cavalieri Francesi e quelli

Italiani che seguitavano gli Spagnuoli: dal che si venne, col consenso

dei due Capitani, a fermare le condizioni d’un combattimento fuori

delle mura di Barletta, dove tredici Francesi doveano affrontarsi con

tredici Italiani, primo dei quali Ettore Fieramosca capuano. Al giorno

dato fu la battaglia ferocissima con le picche e con le spade; gli

Italiani rimasti superiori conducevano in Barletta con grande trionfo

i Francesi prigionieri: nobile tema di romanzo in quella miseria di

storia. Avendo i due Re in questo tempo fatta una pace tra loro per

mezzo di Filippo arciduca d’Austria, marito alla erede del trono di

Spagna; fu ai Capitani dei due eserciti mandato ordine si fermassero.

Il che da Consalvo non fu voluto consentire, ed egli di suo proprio

moto continuava la guerra nella quale già vedeva essere superiore.

Imperocchè nuove genti di Spagna essendo venute per mare, assaltarono

in Calabria l’Aubigny che aveva raccolto in Seminara il grosso delle

sue forze, e che ivi fu rotto e fatto prigione insieme ad altri

Capitani e Baroni del Regno di parte francese. Allora Consalvo uscì di

Barletta; ed erano seco Fabbrizio e Prospero Colonna: si affrontarono

i due eserciti alla Cerignola, dove fu battaglia grandissima e

memorabile; il Nemours vi cadde morto, e i Francesi andarono in fuga

avendo perduto i carriaggi e le artiglierie: si raccolsero le reliquie

dell’esercito sotto Ivo d’Allegri e il Principe di Salerno, ma Consalvo

procedendo entrava in Napoli a’ 14 di maggio 1503.

Abbiamo voluto finora descrivere sommariamente i grandi fatti, i quali

nei primi tre anni di quel secolo aveano mutato le sorti d’Italia

col mettere in essa le Signorie forestiere e dare la possessione

effettiva dello stato secolare ai Papi, che prima non l’avevano goduta

che a brani ed incerta. Diremo adesso d’una alterazione che avvenne

allora dentro allo stato della Repubblica di Firenze, rifacendoci

un poco più indietro a dire le cause che la produssero. Dopo alla

morte del Savonarola nulla fu innovato quanto al Governo della città,

contentandosi di mutare le persone di quei magistrati che troppo

sembrassero ligi alla setta; ma non appena era scorso un anno, che

uomini di parte fratesca con gli altri entravano negli uffici. Una

repubblica popolare col Consiglio Grande si può quasi dire che tutti

volessero; e chi non amava di per sè quel modo, lo accettava temendo

peggio. Era una forma ampia e solenne di libertà, e sarebbe stata

come un’idea astratta, sorta in un popolo disavvezzo, se l’esempio

della Repubblica di Venezia non avesse prestato ad essa un’autorità

somma: tenevasi allora in Italia e fuori, Venezia essere quello Stato

che avesse fra tutti migliore governo. Ivi però il nome di Maggior

Consiglio significava la generale assemblea dei nobili, i quali erano

quel che altrove i cittadini aventi parte nella sovranità; e sotto

a quello era l’altro popolo, e sopra un certo numero di famiglie

che aveano la forza e in sè custodivano le tradizioni e la scienza

dello Stato. Ma in questa nostra città popolana il Gran Consiglio

rappresentava l’intero popolo senza distinzioni di ceto nè d’ordine;

lo aveano formato di tutti coloro le cui famiglie fossero state nei

maggiori uffici o sotto il governo dei Medici, o sotto il precedente

Stato libero: il qual modo, sebbene vizioso perchè derivava dalla

formazione sempre arbitraria delle borse, pure con l’andare tanto

indietro comprendeva tutte le parti della cittadinanza, o come dicevano

i benefiziati: le famiglie delle Arti maggiori ivi entravano per tre

quarti, e le minori per l’altro quarto; il che alla forza univa la

libertà con proporzioni che erano abbastanza giuste. Veramente del

Consiglio Grande, com’era formato, nessuno può dirsi fosse malcontento;

questo mantenevano tenacemente quanti volevano la libertà, che in esso

aveva tutto il fondamento suo; era una difesa contro al ritorno dei

Medici, e gli stessi partigiani di questa Famiglia gradivano meglio

confondersi tra la universalità dei cittadini, che avere sul capo la

signoria di pochi, nemici antichi e più inclinati alle oppressioni e

alle vendette.

Nella Repubblica veramente le antiche parti si urtavano poco per essere

ognuna d’esse divenuta molle e cedevole. Viveva qui pure, come da

per tutto, la perpetua guerra tra’ pochi ed i molti; ma più non aveva

l’antica sostanza, nè più serbava le antiche forme: il nome di guelfi o

di ghibellini nulla più valeva, i grandi si erano venuti a confondere

co’ grossi mercanti, il Consiglio Grande aveva finito d’uccidere i

Collegi delle Arti, nè più era guerra degli Artefici della bottega

contro a’ loro capi; nei cittadini più facoltosi la terra formava

il minor cespite di ricchezza, ed in Firenze tra’ patrimoni di molte

famiglie poco era l’eccesso. Tuttociò avrebbe dato buone condizioni

a quell’Assemblea la quale doveva qui essere sovrana come a Venezia;

nè il male era in quella, ma nella mancanza di chi preparasse le

cose che in essa erano poi da decretare, o in altri termini, di chi

governasse la Repubblica sotto il freno dei sì e dei no che l’Assemblea

pronunzierebbe. Negare o approvare ma non discutere si potevano

le grandi e le piccole faccende là dove sedevano intorno a mille

cittadini, ed erano oltre a due mila i nomi scritti di coloro nei quali

il diritto propriamente risedeva. Spettavano quasi tutte le elezioni

a quel Consiglio, ma per non esservi chi le avesse avviate prima e

procacciato ad esse i voti, non si vincevano senza difficoltà grande o

andavano a caso. La libertà era antica in Firenze, ma il congegno del

governo già logoro dopo essere stato per sessant’anni coperta facile

alla servitù, era d’impaccio più che di guida oggi a questa Repubblica

nuova, nella quale entravano idee dottrinali o ch’aveano pregio

dall’imitazione. Ricondurre le cose ai loro principii sarebbe stato qui

pure intempestivo com’era impossibile, essendo invece mestieri dedurre

principii nuovi dai nuovi fatti che il corso del tempo avea generati.

Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo

delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria

di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo

maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i

Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si

traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere

approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa

nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato;

ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva

togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava;

quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo:

sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di

poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri.

Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma

era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse

dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi

uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e

della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli

Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso

dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano

arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere

vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano;

oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci,

creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni

cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte

e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso

grande odio. Gli chiamavano i _Dieci spendenti_; imputavano ad essi

le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne

le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto

più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine

lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato.

La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza

dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che

molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande,

nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano

accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella

gravezza che aveva nome di _Decima Scalata_, e per la quale dove i

meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo

alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che

le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva

su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i

cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma

tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava

in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no

a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito

potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli

Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti

s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con

l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà;

e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero

relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero

affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle

varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i

carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e

ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il

maggior numero nel Contado.

Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè

questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu

quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea

sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa

da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero

della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi

avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli

stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando

vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle

spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla

quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le

cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra

loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna

pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non

si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con

l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori

a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano

poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male

condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le

leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta

all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto

peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non

volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno

i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la

lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere

secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva

che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio

degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima

che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè

ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non

tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con

chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.»

Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della

Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli

sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e

senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino

posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri

e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in

modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe

prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila.

Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari,

erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza

soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze

nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive

cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano

mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in

tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte

a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per

forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa

seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e

grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di

reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a

quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano

far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi,

un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di

cui trascriviamo qui molte parole.

«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere

autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni

riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche

scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo

che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo

presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito

in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè

per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che

i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere

loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato,

dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di

danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si

volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece

di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case

loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che

avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano

che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che

erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel

quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e

con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto

gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si

ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una

volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si

era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri

questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e

della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo

intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri;

fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli

spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto

perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al

Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la

febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà

tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi

e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e

in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad

acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo,

purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in

pochi.

Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali

cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per

mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri

pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli

ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati

nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà

maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano

altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e

pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il

peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali

volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere

i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica

più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più

radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo

a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare

lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di

luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un

Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato

portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e

primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo

scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a

proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita.

Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una

deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta

e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto,

come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere

abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva

la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà;

la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del

Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro

modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado

che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a

tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con

più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di

quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo.

Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere

pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita

in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere

il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali.

Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici;

i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse

loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non

avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e

quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati

dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e

punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte

guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse

ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o

di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il

che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la

Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa

Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si

vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi

della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal

Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio,

perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla

prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme

a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo,

andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in

agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale

intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto

solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma.

Entrò in ufficio il primo di novembre 1502.

Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo,

e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena

di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di

mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri

e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento

poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e

senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini

di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]»

Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo

popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite

le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante

volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la

moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e

più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi

più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò

pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando

le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore.

Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze

standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta

grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco

suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu

creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro.

Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò

l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano,

ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè

in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini,

andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di

Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi

della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un

segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una

o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare;

guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava

in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate

nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del

Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei

cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove

intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di

Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati

cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti

insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza

se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita

almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a

loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo.

Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più

lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte

per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio;

da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio

Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome

del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74]

Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 · 第 13 / 80 题