GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. —
GUERRE IN ITALIA; RITORNO DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.]
Le vittorie di Consalvo rendeano perplessa la mente del Papa, il quale
venuto in somma potenza con l’aiuto dei Francesi, vedeva le sorti loro
declinare; e già sapeva che il re Luigi, temendo le armi e le ambizioni
dei Borgia, cercava opporre ad essi una Lega, nella quale entrassero
Firenze, Bologna e Siena, avendo in questa città fatto ritornare
Pandolfo Petrucci. Vedeva all’incontro che dagli Spagnoli potrebbe
avere partiti larghi; e benchè il volgersi dalla parte loro gli paresse
cosa di molto pericolo ora che un altro esercito di Francesi già era
in Italia, tenendosi pure in tanta grandezza quasi che arbitro della
scelta, era opinione sarebbe andato dove lo tirava la sete d’impero
in lui più accesa dalla fortuna. Ma in quel mentre avendo il Papa e
il Valentino dato una cena ad alcuni Cardinali in una vigna presso
al Vaticano, il Papa sorpreso da morbo improvviso moriva nel giorno
seguente, che fu il 18 di agosto 1503, e il Valentino era portato a
casa in grande pericolo della vita. Corre un’istoria, e fu creduta
generalmente, che per lo sbaglio di certi fiaschi bevessero entrambi il
veleno da essi apparecchiato a quei Cardinali per averne le ricchezze:
ma noi ricordiamo che a molti Principi riuscì fatale in quella stagione
dell’anno l’aria appestata della campagna di Roma, che poi si dissero
morti di veleno; ed all’istoria della Casa Borgia teniamo per fermo che
si aggiunga una leggenda d’infami delitti e poco credibili; gastigo dei
veri.
Morto Alessandro, fu grande tumulto in Roma; già quasi era sulle porte
un esercito di Francesi avviato a Napoli, e seco il Cardinale di Roano
che si confidava per tal mezzo salire al papato. Gli Orsini correvano
al sangue del Valentino; e questi in mezzo alla infermità, raccolte
nei prati di Roma le genti sue e guadagnatisi i Colonna con rendere ad
essi le tolte castella, faceva testa e si confidava di fare eleggere
un Papa a suo modo. Ma nel Conclave la divisione essendo grandissima
tra’ Cardinali spagnoli o francesi e tra gli amici o nemici della Casa
Borgia, portò la minaccia dei pericoli vicini che si accordassero ad
eleggere in pochi dì un Papa vecchio ed infermo e di qualità buona,
ch’era Francesco Piccolomini arcivescovo di Siena, nipote di Pio II,
per la cui memoria si fece chiamare Pio III. I Francesi continuarono
la via loro; il Valentino un poco riavuto dalla infermità sua, perchè
dentro a Roma stessa gli Orsini e i Baglioni erano più forti, ottenne
ritrarsi in Castel Sant’Angelo; e intanto moriva Pio III dopo 26 giorni
di pontificato: al quale successe, con mirabile consenso, il più temuto
e ricco e potente dei Cardinali, Giuliano della Rovere, che pigliò
il nome di Giulio II; agli uni amico, agli altri largo promettitore,
e tenuto uomo di franca e veridica natura; capace fra tutti a non si
smarrire in mezzo a quella tempesta di cose. Tornavano nelle città di
Romagna gli antichi Signori, ma il Valentino teneva le fortezze, nè a
lui male affetti erano i popoli. I Veneziani che aveano piede in quelle
Provincie ed erano avidi d’ampliarsi, facendosi innanzi, investirono
Faenza, città ch’era solita di avere guardia dai Fiorentini; ma questi
sebbene temessero molto quella prossimità dei Veneziani, non furono
abili a impedire che dopo Faenza avessero anche Rimini e Pesaro, per
l’abbandono che fece di quella l’ultimo dei Malatesta, di questa
lo Sforza. Giulio II in quei principii del pontificato credendosi
forse avere bisogno del Valentino, lo raccoglieva onoratamente nel
Palagio per averne i contrassegni delle fortezze, che in altro modo
i Castellani negavano cedere; avevagli anche dato licenza di recarsi
per mare da Ostia a Napoli, ma poi nata qualche differenza, lo
ritenne; finchè il Valentino, dopo lunghe pratiche, avuto in mano un
salvocondotto di Consalvo, si fuggiva, da questi accolto e accarezzato
molto familiarmente. Nè il Borgia cessava dai vasti disegni: il nome
suo, che era terrore a molti, sapeva che avrebbe tuttora sèguito dei
più audaci; gli sparsi soldati a lui anderebbero volentieri; teneva
in deposito per conto suo dugentomila ducati nei banchi di Genova. Ed
ora pensando a far valere quell’antico titolo di signoria che aveva
sulla città di Pisa, ed accordatosi con l’Alviano, il quale voltato
a parte spagnola cercava rimettere Piero de’ Medici in Firenze; avea
di consentimento e con l’aiuto di Consalvo ordito un disegno per cui
si sarebbe gettato in Toscana. Ma lo Spagnolo aveva scritto al suo Re
aspettando quel che gli ordinasse circa il Valentino, e fu la risposta
di farlo prigione: quindi preso all’uscire dalle stanze di Consalvo,
fu con solo un paggio sopra una galera condotto nella fortezza di
Medina del Campo, ed ivi rinchiuso; due anni dopo riuscito a fuggire
per l’opera del suo cognato Re di Navarra, fece morte da soldato,
combattendo per conto di questo alcuni castelli.
Da Roma i Francesi avevano continuata la via per Napoli sotto la
condotta del Marchese di Mantova: era già cominciato l’inverno aspro e
difficile oltre il consueto, ed essi pigliarono la via più breve; ma
dove il Garigliano, alto e profondo presso alla foce, poneva ad essi
maggiore ostacolo. Avea Consalvo più scarso il numero dei soldati, ma
duri al disagio e pazienti per la fede che aveano grandissima nel gran
Capitano, laddove i Francesi malvolentieri ubbidivano al Marchese che
si dovette come straniero partire dal campo, lasciando il governo a
tre Capitani tra loro discordi. Tentarono invano il passo del fiume
dove Consalvo si tenne fermo, e tenne i suoi con mirabile costanza
cinquanta giorni. Ma quando a lui fu sopraggiunto l’Alviano recando
seco le forze di Casa Orsina, Consalvo allora spingendosi ardito di là
dal fiume, ruppe i Francesi con grande vittoria e memorabile per gli
effetti, essendo gran numero di essi perito in quelle paludi, e gli
altri dispersi e spenti in più modi per la diligenza di Consalvo: Gaeta
si arrese il primo dell’anno 1504, e da quell’ora la possessione di
Napoli, come di Sicilia, stettero per bene due secoli sicure in mano
degli Spagnoli. Piero dei Medici, che seguitava l’esercito francese,
avendo nella levata del campo cercato con altri gentiluomini condurre
pel fiume a Gaeta alcuni pezzi d’artiglieria, si annegò insieme con
essi pel troppo peso della barca e i venti contrari: più tardi il
fratello, divenuto Papa, gli fece inalzare un monumento nella chiesa
del monastero di Montecassino.[75]
Dopo la rotta al Garigliano si fece tregua e indi pace tra i due Re
che nella Italia si adagiarono; ma continuava sempre in Toscana quella
sciagurata guerra contro Pisa, la quale parve migliore consiglio
terminare lentamente col dare il guasto alle terre dei Pisani e
chiudere i passi alle vettovaglie per terra e per mare, avendo a tal
fine condotto Francesco Albertinelli fiorentino con alcune galere;
intantochè l’esercito di terra campeggiava sotto Ercole Bentivoglio,
ed era Commissario quel celebrato Antonio Giacomini, buon cittadino,
uomo risoluto e franco ed esperto nelle cose della guerra. Avevano
anche dato ascolto ad un disegno di volgere il corso dell’Arno e
mettere Pisa in secco; ma quell’opera falliva, e una fortuna di mare
ruppe le galere. Pensarono allora di lasciare libera l’uscita a quanti
Pisani volessero e ad essi restituire le terre: non credevano al fermo
animo di quel popolo, e aveano speranza di vuotare così la città; ma
pochi uscirono, bocche inutili; e i tornati nel possesso delle terre
nascostamente sovvenivano alla penuria di quei di dentro. Ne mancò
loro anche questa volta soccorso di Principi ch’aveano disegni sopra a
Pisa. Nel seguente anno 1505 credendosi generalmente che il re Luigi
XII fosse per malattia vicino a morte, il cardinale Ascanio Sforza,
che stava in Roma, formò con l’intelligenza di Consalvo, e come si
disse dei Veneziani e del Papa, un disegno per cui l’Alviano entrando
in Toscana per la via di Pisa riconducesse il Cardinale e Giuliano
dei Medici in Firenze, i quali poi dessero aiuto allo Sforza per la
recuperazione di Milano. Ma il Re tornò sano contro all’opinione di
ciascuno, e invece Ascanio venne a morte: l’Alviano, che era già in
sull’arme, non avendo come impiegare i suoi soldati e molto eccitato da
Pandolfo Petrucci, deliberava per suo conto seguire l’impresa contro
a’ Fiorentini. Da Siena pigliando la via per la Maremma di Volterra
si condusse fino alla Torre di San Vincenzio, dove incontrato a’ 17
d’agosto dalle schiere Fiorentine che lo avanzavano per il numero delle
fanterie, quel grande ma sempre infelice Capitano fu rotto, e presi
molti de’ suoi e tutti i carriaggi e le bandiere; scampato egli stesso
a mala pena con dietro la caccia dei vincitori. Questa vittoria diede
tanto animo al Gonfaloniere Soderini, che egli si credette di avere
Pisa: ma perchè Consalvo, sapendo lui essere di parte Francese, aveva
pigliato la protezione dei Pisani, gli mandò in Napoli ambasciatore
Roberto Acciaioli. Consalvo allegava una promessa che in Roma il
Cardinale Soderini aveva fatta in nome del fratello di non offendere
i Pisani; e benchè Roberto dicesse non essere la città obbligata per
le promesse del Gonfaloniere, dichiarò l’altro che in otto giorni
avrebbe mandato a Pisa delle sue genti. Al che il Gonfaloniere affrettò
l’impresa; la quale però ebbe l’effetto consueto, essendo l’assalto
dei Fiorentini ributtato, intanto che in Pisa entrava una mano di genti
Spagnole.[76]
Piero Soderini, poco arrischiato per sè medesimo, aveva natura da stare
co’ molti; il che a lui tenne luogo di forza in quella Repubblica ed
in quei tempi a mantenere il grado suo e a non eccederlo. Seguiva
il pensare comune dei Fiorentini, dando poco ascolto agli uomini
principali dai quali avrebbe avuto alle volte migliori consigli, ma gli
conosceva divisi e diversi di voglie e di fede. Pei quali modi teneva
contenta la moltitudine, cui bastava che fosse in Palagio un timone
fermo: dava a lui poi sommo favore che avendo trovato quando entrò
molto disordinata l’amministrazione, e le gravezze grandissime, e il
Monte che non rendeva le paghe; egli con la diligenza sua, ed usando
quella parsimonia che soleva anche nelle cose private, limitò le spese,
scemò le gravezze e rinnalzò il credito del Monte con molta sua lode.
Quanto alla guerra, diveniva in tutta Italia necessario opporre altri
ordini e altri modi ai grossi eserciti e alle fanterie, ch’erano ai
loro paesi una milizia cittadina e parte essenziale delle istituzioni
d’ogni Stato. L’Italia non ebbe fanterie paesane perchè nessun
principe o città voleva dare le armi in mano ai propri suoi sudditi;
ma poichè il tristo mestiere dei Condottieri veniva meno e si mostrava
insufficiente ai nuovi casi, era necessità il provvedere. Venezia
tirava senza suo pericolo soldati propri d’oltremare e aveva il Friuli
provincia belligera; nondimeno cominciò a fare, col nome di cerne,
qualche leva tra’ popoli sudditi di Terraferma: anche il Duca di
Ferrara, che teneva nello Stato radice profonda, le aveva tentate.
Firenze in quegli anni fece la prova; e benchè ne uscissero effetti
deboli, fu concetto forte di Niccolò Machiavelli che lo persuase al
Gonfaloniere Soderini, essendosi in quello poi molto adoprato. Divenne
egli Cancelliere di un ufficio di Nove creato per l’Ordinanza o Milizia
fiorentina, che negletta per due secoli, fu a quel tempo istituita con
nuovi ordini i quali abbiamo di mano sua. Doveano essere dieci mila
almeno gli uomini scritti a quella milizia nel contado e distretto,
escluse però Firenze e le città murate delle quali non si fidavano,
e perchè non fosse armare in ogni città le discordie. Le Compagnie
dovean essere di trecento almeno, sotto un capitano e una bandiera,
tutti dimoranti nello stesso Vicariato; armati di picche o altre armi
da taglio con poco numero di scoppietti. Erano esercitati nei giorni
di festa; ed un Conestabile, che aveva il comando di più compagnie,
faceva riviste molto solenni due volte all’anno, nelle quali dopo avere
udita la messa in luogo aperto, si facevano discorsi che rammemorassero
ai militi i loro doveri verso Dio e la Patria; le pene gravi per ogni
trascorso, fino alla bestemmia e al giuoco. A mantenere una forte
disciplina condussero per Capitano di Guardia del contado e distretto
don Michele Coriglia spagnolo, uomo terribile, che era stato col
Valentino; ed a lui diedero trenta balestrieri a cavallo e cinquanta
fanti perchè facesse eseguire le sentenze o condannasse i trasgressori
nelle rassegne, che ordinava nei luoghi diversi dov’erano battaglioni.
I Conestabili per la maggior parte erano presi fuori dello Stato;
gli esercizi a modo svizzero o tedesco. Il Machiavelli andava spesso
in nome dei Nove a fare le mostre; il Giacomini avea la cura delle
milizie nei luoghi che guardavano verso a Pisa. Più tardi fu aggiunta
l’Ordinanza d’una milizia a cavallo, che doveano essere cinquecento,
presi e descritti nel modo stesso.[77]
Ora cominciano le imprese di Giulio II. Raffaello d’Urbino lui
dipingeva portato in sedia nel tempio d’onde un angelo con la spada in
mano cacciava gli spogliatori. Questo voleva Giulio II, ma come uomo
a cui piaceva il fare da sè; non però al modo di Alessandro VI e non
pe’ suoi, recando egli con maggior decoro nel seggio papale pensieri
grandiosi di principe e mente d’uomo di Stato, quando però la sua
indole fiera e impaziente non lo traportasse. Nel mese di settembre
1506 uscito da Roma con l’accompagnamento di oltre a venti Cardinali,
venne a Perugia; dove occupate le fortezze e tolta a Gian Paolo
Baglioni la signoria, lo condusse co’ suoi soldati a servigi della
Chiesa per l’impresa contro a Bologna, alla quale il Papa s’accingeva
con la promessa anche di soccorso dal Re di Francia. Recavasi Giulio
quindi in Urbino, dove il nipote suo Francesco Maria della Rovere
per adozione dell’ultimo dei Montefeltro era divenuto Duca: di
là volgendosi, e per evitare Faenza che era tenuta dai Veneziani,
entrato di Romagna dentro allo Stato dei Fiorentini, e avuto da essi
cento uomini d’arme, s’appressò a Bologna, contro alla quale veniva
dall’altra parte con l’esercito Francese Chaumont Governatore di
Milano. La famiglia dei Bentivoglio cedeva lo Stato, Giovanni essendosi
dato prigione al Re di Francia con buoni patti: il Pontefice ordinava
sotto il dominio della Chiesa il governo di Bologna, che fosse quanto
alla pubblica amministrazione dato a quaranta dei principali della
città, i quali avendo a capo un Senatore presentassero forma di Stato
indipendente: questa forma durava in Bologna fino al tempo dei padri
nostri. Papa Giulio, dopo essersi ivi trattenuto poco tempo, tornava
in Roma subitamente contro all’opinione di tutti: il fine di quella
concordia tra lui e Francia, sebbene per anche non manifesto, era
contro a’ Veneziani; ma nuove cose intanto nacquero in Italia.[78]
Il re cattolico Ferdinando, che dopo la morte d’Isabella di Castiglia
sua consorte portava nome di re d’Aragona, era venuto in quel tempo
stesso a visitare l’altro suo regno di Napoli. Qui lo avea chiamato,
oltre alla voglia di abbassare la troppa grandezza di Consalvo, forse
qualche altro maggiore disegno intorno alle cose d’Italia: molti
da lui speravano l’abbassamento dei Veneziani, speravano oltreciò i
Fiorentini riavere Pisa. Ma prima di scendere in Napoli aveva il Re
saputo la morte improvvisa del giovane arciduca Filippo suo genero,
che seco divideva la monarchia di Spagna. Rimase in Napoli Ferdinando
pure quell’inverno; e poichè per la pace con Francia doveva ai Baroni
Angiovini la restituzione dei feudi che prima erano stati loro tolti,
acconciò alla meglio le cose tra essi e i Baroni Aragonesi: partiva
poi, conducendo seco il Gran Capitano ornato da lui col titolo di
Grande Conestabile di quel regno, dal quale veniva intanto rimosso.[79]
Genova in quel tempo si era ribellata contro al re Luigi, che la teneva
in protezione da quando ebbe tolto lo Stato allo Sforza, sebbene ciò
fosse con le apparenze di governo libero e serbando le antiche forme.
Ora i popolani teneano lo Stato, avendo cacciato l’ordine dei nobili
devoto al Re; il quale disceso in Italia nel mese d’aprile 1507 con
forte esercito di Francesi, nè senza battaglia entrato in Genova,
rimetteva gli ordini antichi ma più stretti, aggravando su quella città
il peso della soggezione.
Dopo ciò ebbero i due Re in Savona un molto segreto e molto
familiare abboccamento, essendo stati insieme tre giorni a conferire
personalmente comuni disegni; e la sostanza fu di assalire lo Stato
dei Veneziani appena che a loro ne venisse il destro. Ma entrambi
convennero che fosse ogni cosa da differire per gli apparecchi i quali
vedevano farsi dall’imperatore Massimiliano, che aveva in Costanza
chiamato una Dieta, ed annunziava scendere in Italia con le armi
dell’Impero a pigliare la corona ed a rivendicarne gli antichi diritti.
A fine pertanto di togliere ogni sospetto delle intenzioni loro,
Ferdinando tornava in Ispagna, e Luigi XII ritirava d’Italia gran parte
dell’esercito.[80] I Fiorentini stavano in due, come erano consueti,
non bene sapendo da quale delle contrarie parti avrebbono avuto con
minore sborso di danaro partiti migliori. Il Soderini era per conto
proprio e del fratello Cardinale che aveva in Francia grandi benefizi,
tutto francese, come per uso antico era il popolo di Firenze. Fu nelle
Pratiche disputato molto; gli Ottimati volendo che a Cesare andasse
un’ambasceria solenne; ma il Gonfaloniere gli mandò invece Francesco
Vettori, senza facoltà di trattare; nè di lui troppo fidandosi, poco
tempo dopo gli pose accanto il Machiavelli ch’era tutto cosa del
Gonfaloniere.[81] In questo tempo Massimiliano, perchè l’aiuto dei
Tedeschi gli mancava sotto, leggiero com’era di consigli e di moneta,
per fare qualcosa, mosse ai Veneziani un poco di guerra; nella quale
ributtato dai villani delle Alpi affezionati al nome veneziano, soffrì
gravi perdite dal lato del Friuli; dove la bandiera di San Marco fu
condotta da Bartolommeo d’Alviano fino a Trieste e Gorizia e Fiume,
venendo a chiudere sotto il suo dominio tutto l’Adriatico. Ma qui ebbe
termine l’ingrandirsi di quella Repubblica: a dieci dicembre 1508 il
Cardinale d’Amboise e Margherita, figlia di Massimiliano e governatrice
della Fiandra, conchiusero essi due soli in Cambray un segreto accordo,
pel quale lo Stato dei Veneziani doveva dividersi tra l’Impero e
Francia e Spagna e il Papa, se Giulio accettasse quella convenzione.
Il che egli non fece senza qualche repugnanza, ma vinse lo sdegno
contro alla Repubblica; e peggio era forse rimanere solo, quando i tre
maggiori sovrani d’Europa tra loro partivano a brani l’Italia: così fu
conchiusa la Lega celebre di Cambray.
Quella concordia tra’ due Re gli rendeva arbitri dei minori Stati,
e innanzi di porsi ad un maggiore cimento bramavano entrambi avere
fermate le cose in Toscana. Luigi XII, trattando in nome anche del Re
di Spagna, mandava in Firenze un Ambasciatore il quale facesse mostra
di vietare ai Fiorentini la recuperazione di Pisa, per essere quella
città in protezione di Francia e di Spagna, mandando pure a quella
volta uomini d’arme; e levò dai soldi della Repubblica un corsaro
genovese il quale chiudeva con le sue navi le bocche dell’Arno. Ma
erano lustre, e in quanto a Pisa null’altro cercavano che venderne a
caro prezzo l’abbandono, bisognosi com’erano entrambi di danaro per
la grande guerra che allora imprendevano. Infine convennero di non
difendere i Pisani e d’impedire che i Genovesi gli soccorressero, la
Repubblica obbligandosi di pagare centomila ducati a Francia e farsi
debitrice di cinquanta mila al Re di Spagna. Rimanevano i Lucchesi,
dai quali andavano soccorsi a Pisa d’ogni maniera: prima i Fiorentini
cercarono di costringerli facendo una mossa contro Viareggio, ma poi
vennero agli accordi, i Lucchesi promettendo, quando non fossero
molestati nella possessione di Pietrasanta, non lasciare entrare
nella città assediata soldati nè viveri. A Firenze voleano finirla con
Pisa, la quale sapevano essere agli estremi. Aveano cessato di tentare
assalti, che ogni volta erano riusciti a male per la disperata virtù
dei Pisani, persino le donne facendo la parte che in guerra potevano.
Ma ogni anno si dava il guasto alle terre che i Pisani avessero
seminate, riuscendo utilissime alla crudele opera le milizie di nuovo
formate, per essere meglio disciplinate e più obbedienti e più atte
a spargersi in piccole compagnie. Formavano questi nuovi battaglioni
le due terze parti dell’oste dei Fiorentini divisa in tre campi, che
uno a San Piero in Grado, l’altro a Ripafratta e l’ultimo nella Valle
sotto Calci; dei quali erano Commissari Alamanno Salviati, Antonio da
Filicaia e Niccolò figlio di Piero Capponi; comunicavano i tre campi
tra loro per via di ponti allora edificati sull’Arno e sul fiume morto.
Dentro la città si viveva a questo modo: la governavano quelli stessi
che avevano in mano le armi, e vi potevano molto i contadini, fieri per
natura in quei luoghi bassi, e che avendo perduta ogni cosa, tuttavia
sostenevano la città col farvi entrare un poco di viveri dai luoghi
vicini: costoro essendosi vedute ogni anno guastare le terre, più
inclinavano alla resa. Aveano sèguito nella più affamata plebe della
città, dentro alla quale molti si erano rifugiati; e capi autorevoli ai
quali era necessità soddisfare sino a fare entrare alcuni di loro nelle
ambasciate o commissioni che si mandavano fuori. Quelli del Governo
erano accusati di farsi ricchi nella penuria pubblica e di rompere ogni
accordo per non essere costretti a rendere le robe tolte ai Fiorentini,
le quali erano nelle mani loro. Nutrivano sempre qualche speranza
di fuori, aspettando che la Lega di Cambray venisse a sciogliersi;
e in quello Stato incerto d’Italia piovevano in Pisa emissari d’ogni
sorta con nuovi disegni. Oltreciò i popoli all’intorno gli aiutavano
quanto più potessero segretamente; a quei di Lucca bastava di notte
scavalcare il monte Pisano; Genova mandava soccorsi e incentivi contro
alla potenza di Francia, che aveva per sè i Fiorentini. Intanto alcuni
Signori in Toscana si adoperavano per l’accordo; quello di Piombino
faceva istanze perchè da Firenze mandassero un uomo loro a sentire quel
che dicessero alcuni venuti da Pisa a quello effetto; la Repubblica vi
mandava il Machiavelli che era in campo: ma perchè i Pisani facevano
strane proposte, e dicevano di essere senza mandato a conchiudere, il
che mostrava d’avere voluto solamente guadagnar tempo; il Machiavelli
si licenziava con parole crude, e quella pratica andò a vuoto.[82]
Ma nel mese di maggio essendo la città stretta con tale rigore che i
Commissari facevano morire chiunque si provasse a mettervi dentro cose
da mangiare; un contadino con seguito di molti uomini entrato per forza
in Palazzo, disse: «Qui bisogna pigliare partito, noi siamo deliberati
di non morire di fame.» Due dei loro capi, che da Piombino non erano
voluti rientrare in Pisa, faceano pratiche al di fuori, tantochè infine
si deliberarono mandare uomini in campo ad Alamanno Salviati, dicendo
volere andare in Firenze a fare sottomissione, ma che egli venisse con
loro a trattare. Andarono insieme, e dopo molte difficoltà si sarebbero
accordati; ma in Pisa, ecco altri indugi per la ratificazione secondo
gli avvisi che venivano di fuori; ed in Firenze nascevano tumulti,
col dire che erano ingannati. Due o tre volte fu da Firenze e Pisa
un andare ed un venire: intanto a Pisa mancava ogni ultima speranza
d’aiuto: i contadini con que’ loro capi ch’erano in mezzo a queste
pratiche stringevano forte: gli altri infine cederono, avendo avuta
promessa che loro sarebbero lasciate le cose tolte ai Fiorentini, senza
ricercare quelle che avessero ad altri vendute. Il giorno dopo era il
_Corpus Domini_, e i Pisani vollero poter fare la processione; il che
fu concesso dai Commissari, purchè cedessero alle armi dei Fiorentini
subito le porte della città e la torre della Spina. A’ 9 di giugno
di quell’anno 1509 i Commissari con tutto l’esercito entrarono in
Pisa: le date promesse furono attenute, usando anche poi governo più
mite. Questa fu l’ultima guerra tra città e città che nell’Italia si
combattesse: erano tempi nei quali ogni cosa fino agli odii era meno
viva; sopra all’antica idea di Città, che soleva essere tanto stretta e
tanto forte, sorgeva più ampia l’idea di Stato, dimodochè Pisa godendo
favore sotto al Principato alquanto risorse.[83]
Fin dal principio della primavera Luigi XII era nuovamente disceso
in Italia con forte esercito, e rapidamente procedeva sino al fiume
dell’Adda, dove i Veneziani con dubbio consiglio si erano deliberati
d’aspettarlo. Si venne alle mani per la virtù impetuosa di Bartolommeo
d’Alviano, che non soffrendo starsi fermo alle difese, ben tosto
impegnava su quelle ghiare dell’Adda grande battaglia, nella quale
dopo lunghe prove di ferocia da ambe le parti, l’esercito Veneziano
fu rotto, essendovi rimasto ucciso grandissimo numero massimamente
di fanti, e prigione l’Alviano stesso. Dopo di che tutta quella parte
dello Stato di Venezia ch’era al di là del Mincio venne in potere dei
Francesi; e indi poi subito Verona, Vicenza e Padova, delle quali
ultime città il re Luigi, secondo i patti, faceva pigliar possesso
nel nome dell’Imperatore. Grande fu in Venezia la costernazione;
il Senato proscioglieva dall’ubbidienza i sudditi della Terraferma,
e n’ebbe aiuto più valido. Massimiliano scendeva dalle Alpi, e per
allora provvisto di denari aveva un numero grandissimo di soldati di
ogni nazione; seco andavano settecento uomini d’arme francesi e numero
allora insolito di artiglierie. Frattanto i contadini delle vicine
provincie ch’erano in arme per la Repubblica, avendo saputo in Padova
essere poca guardia di nemici, vi entrarono e portando seco gran copia
di viveri, insieme coi cittadini rafforzarono le difese. Da Venezia
dugento giovani di famiglie nobili vennero a chiudersi con molti
aderenti loro dentro alle mura di Padova, e primi due figli del doge
Leonardo Loredano. Gli assalti a Padova continuarono sedici giorni,
dopo i quali Massimiliano cedendo all’indomita costanza dei difensori,
nè senza avere intorno ad essa tentato altre prove, dovette ritirarsi
fino a Verona, e da quel giorno Venezia fu salva.
A quell’assedio erano presenti due oratori della Repubblica di Firenze,
Piero Guicciardini e Giovan Vittorio Soderini. Mandare a Cesare
ambasciate soleva ogni volta produrre dissensi, perchè si venivano in
tale caso a risuscitare necessariamente gli antichi diritti Imperiali
non mai cancellati dal fatto de’ secoli, e in quei negoziati si avevano
incontro i curialisti, pei quali Firenze aveva di libertà quanto ella
avesse di privilegi. Massimiliano chiedeva danari, dei quali aveva
bisogno grande contro a Veneziani; ma nelle formule degli atti i suoi
volevano apparisse che imponeva un censo il quale a Cesare occorreva
per andare in Roma a prendere la corona e poi fare guerra contro agli
Infedeli. Quando la prima volta gli Ambasciatori chiesero udienza a
lui per mezzo del Cancelliere, Massimiliano domandò prima se portavano
danari; e udito che no, rispose: «Qua non si vive senza danari;» e
negò l’udienza. Venuti allo stringere, chiedeano i Ministri Cesarei
sessantamila ducati e altri diecimila in drappi di seta e d’oro per
rivestire la Corte: ma gli Oratori fiorentini fecero bene; avevano
il mandato per somma maggiore, ma si accordarono per quaranta mila.
Nel Trattato, che abbiamo a stampa, la Maestà dell’Imperatore assolve
Firenze da ogni debito di censi o d’altra qualsiasi natura, e concede a
quella città, oltre all’uso delle libertà sue, _la possessione di tutto
lo Stato che attualmente gode_: in queste parole si comprendeva anche
il dominio di Pisa, che sempre gli Imperatori avevano impugnato, ma
intorno al quale ora non fu controversia. È da notare che la Maestà Sua
dichiara farsi quella confermazione delle libertà e del dominio della
Repubblica fiorentina, _ad omnem cautelam et quemlibet juris effectum_.
Diceano a Firenze che non ve n’era bisogno, ed i Tedeschi sapevano bene
che erano diritti ora impossibili a rivendicare.[84]
Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia,
Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come
re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico
prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al
dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi
fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette
Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio
mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva
sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed
offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e
focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita
fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia
i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è
ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di
terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme
cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e
feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le
città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II,
venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella
quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato
contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della
casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno,
tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto
armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli
dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro
alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si
ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per
il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva
rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio
tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo
re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una
grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di
Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta
lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare
la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo,
si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con
false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di
Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86]
Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi
aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi
punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora
avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi
il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di
Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio
lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città
dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano.
Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di
Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la
Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e
la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi
essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si
vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore
favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’
Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase
segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo,
aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte
maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito
fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che
v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare
un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima
nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine
doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di
ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più
si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il
Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo
che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno
dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo
e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale
Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il
Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano
poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento
lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di
Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di
ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una
rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed
i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano,
accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro
a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione
alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo
impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87]
Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da
Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio
a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano
i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone
di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora
Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere
investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a
quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli
venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli
Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male
disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada
inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era
ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano:
quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la
rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la
cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con
grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme
furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo
fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era
stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti
avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi
dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè
l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di
nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando
un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo
tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila
fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata.
Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu
respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il
quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra
tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie
di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il
Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco
degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto
dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra
essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande
ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per
certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei
Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra
le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera
contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi
agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un
colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome,
vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii.
Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre;
il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna
si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi
vincitori.
Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il
sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia
sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori
forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati.
Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di
Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette
bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse
abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che
aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona.
Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi
gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza
col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato
ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano
Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava
seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato
dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte
aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che
Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano
i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di
Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella
Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma
e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma,
tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo
campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito
in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune
consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il
Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati
il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo
di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli
Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente
accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo
muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze;
ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto
valicarono l’Appennino.[89]
Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini
con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori,
nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra
fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità
prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili,
avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza
che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e
non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la
recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome:
si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con
l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata.
Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai
Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica
amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva
di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che
una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare
in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere:
uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti
personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in
molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a
lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto
della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo
Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore
fu raramente ad altri concesso.[91]
Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana
venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa
di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo
andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non
avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici;
ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza
istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli
acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando
d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che
il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo
mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in
suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega
contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta
a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia
scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città,
gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora
in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze
con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a
Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando
era già in via.
Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici
veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era
peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro
ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più
incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze.
Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte
vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno
di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei
Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una
necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano
avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè
stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare
una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non
era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e
del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva
la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior
condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava
che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta
che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e
pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la
libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi
della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella
recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a
molti era un benefizio.
Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi
viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella
famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva
speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il
Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato
da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo
alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma,
si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura:
compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e
il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era
un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza
cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in
Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o
per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora
che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome
dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò,
tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon
giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella
molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi,
i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito
d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere
pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina:
edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne
a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici.
Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli
di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio
giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o
troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò
mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua,
dov’era caduto infine dall’antica stima.[94]
Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome,
famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto
caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia
andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve
ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione
di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la
gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che
un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il
Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e
così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo
condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo
mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne
fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo
lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo
fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di
farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che
in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa,
chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e
il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse
lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati
si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al
confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro
a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava
in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò
un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere,
che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne
aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che
era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il
padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne
qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città
era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui,
ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi
ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e
che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli
avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite
giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte
discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario
di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza
appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile
secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di
giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò
mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase
null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97]
Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente
per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito
valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar
Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari
e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di
uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva
nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non
aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri,
nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran
piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti
più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori
e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino
allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato
aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei
Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro
a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati
con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero
i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di
denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro,
e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto;
e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del
pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere
sospese le sorti quando è necessità trabocchino.
In mezzo a quella trepidazione il Soderini, avvezzo dal popolo a
trarre i consigli, radunava per modo di Pratica il Consiglio grande,
al quale con molto bella orazione avendo esposto quello che da parte
della Lega fosse domandato alla città, disse: quanto a sè essere egli
pronto a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse.
Poi fece dividere il Consiglio per Gonfaloni, perchè ognuno dentro
al suo Gonfalone liberamente dicesse l’animo suo. Tutti affermarono
gagliardamente, che voleano mettere il sangue e la roba per la
difesa di quel Governo: così ogni accordo fu rifiutato.[98] Aveva
il Cardona chiesto cento some di pane pel vitto delle sue genti; si
adunò Consiglio e i pani gli furono negati, confidando i popolani
di costringerlo a fuggirsi, ed i segreti macchinatori godendo in tal
modo fare prevalere partiti che fossero di poca prudenza. Ond’egli,
astretto dalla penuria, si gettava con tutto l’impeto contro a Prato,
e tra ’l valore de’ suoi e la fortuna e il poco animo dei soldati che
v’erano dentro, rotte le mura, faceva ai suoi affamati invadere quella
misera terra. Crudelissime sopra tutte furono in Italia le invasioni
delle armi Spagnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul
sacco e sulla ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni
del Sacco di Prato, dove per la ferità degl’invasori è certo che
barbaramente perirono uomini e donne e fanciulli in più centinaia;
non perdonato alla pudicizia delle vergini chiuse nei chiostri; le
robe sanguinose dei Pratesi portate a vendere in Firenze; i cittadini
anche mezzanamente facoltosi fatti prigioni e menati attorno finchè
non pagassero le ingorde taglie, venduti anche a uomini peggiori dei
soldati stessi, che speculavano sulla crudeltà dei trattamenti per
cavarne lucro più ingordo: quel miserando giorno fu il ventinovesimo
d’agosto.[99]
A quell’annunzio un terrore grande occupò gli animi in Firenze; svaniti
ad un tratto quei diciott’anni di libertà goduta, nessun consiglio che
fosse buono, ridotta a nulla l’autorità del Gonfaloniere. Aveva questi
chiamati in Palagio e ivi fatti sostenere circa venticinque amici e
parenti di Casa Medici. Ma dovea la libertà cadere per mano di quelli
che più aveano obbligo d’esserne difensori: alcuni giovani di famiglie
nobili, di quelle medesime che aveano fondato il Governo popolare,
perduti pei debiti, audaci d’animo e insofferenti di vivere in quella
libertà dimessa, entrati in Palagio, salirono fino alle camere dove il
Soderini stava come uomo abbandonato: primi e più arditi furono Paolo
Vettori e Baccio Valori, nome infelice alla sua patria e infine a sè
stesso. Costoro da prima chiesero al Gonfaloniere che rilasciassero
i venticinque; il che ottenuto con le minaccie, se ne andarono per
allora: ma poi tornarono in maggior numero, ed in arme, ed era con
essi Francesco Vettori fratello di Paolo, il quale ai Magistrati e
al Gonfaloniere impaurito offerse, purchè egli uscisse dal Palagio,
condurlo alle case sue proprie facendo a lui sicurezza della vita. Il
che accettato dal Soderini, mantennero a lui amorevolmente le promesse,
tanto rispettavano la innocenza e integrità sua; ma nel Palagio ai
Magistrati imposero fosse egli privato dell’ufficio con la osservanza
delle forme che a un tale caso erano prescritte. Dipoi con buona
guardia di soldati condussero il Soderini verso Siena; poi temendo
qualcosa dal Papa, celatamente l’accompagnarono al porto d’Ancona,
dond’egli passò a Ragusi.
Il cardinale Giovanni de’ Medici avea tristamente inaugurato le
felicità sue; fu presente al Sacco di Prato, ed era nel campo del
Vicerè quando si fece accordo con gli Oratori fiorentini, mandati ivi
appena mutato lo Stato. Fu convenuto che gli Spagnoli uscissero di
Toscana, promettendo la Repubblica pagare al Vicerè centoquaranta mila
ducati e rimettere in Firenze la famiglia dei Medici come cittadini
privati, e con la facoltà di ricomprare i beni ch’avevano innanzi
l’esiglio. Era l’ultimo d’agosto, nel quale giorno doveva farsi la
Signoria nuova; a questa aggiunsero un Gonfaloniere che sedesse un
anno: al quale ufficio il Consiglio grande, dove intervennero oltre
a 1500 cittadini, con molto consenso elesse Gian Battista Ridolfi
parente del Cardinale, ma che si era mostrato amatore di libertà e
capace più che altri al governo d’una Repubblica ordinata. Fatto ciò,
entrava Giuliano a Firenze in abito civile, che allora dicevano lucco,
in compagnia d’Anton Francesco degli Albizzi ch’era stato dei più
ardenti tra’ congiurati: era il palazzo Medici spogliato di mobili e
in devastazione, per il che il giovane smontò alle case degli Albizzi,
dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo. Tenne il Ridolfi
con dignità e fermezza nei primi giorni l’ufficio suo; vedevano i
Palleschi la parte loro scarsa di numero e più che mai d’autorità,
i cittadini volonterosi di mantenere le forme libere a cui si erano
avvezzati; Giuliano essere uomo nato alla quiete più che alle fatiche
dei governi, e facile a essere aggirato. Andarono quindi al Cardinale,
che era in Campi, dicendogli che non avevano sicurtà in quel modo, e
che egli sarebbe di nuovo cacciato quando gli Spagnoli fossero partiti.
La Casa Medici tornando in patria con le armi straniere, chiamata
da pochi, non poteva starvi al pari con gli altri, nè a ripigliare
in mano lo Stato poteva usare quei modi stessi che aveva da prima
tenuti a fondarlo. Oggi era in Firenze una Repubblica ordinata, dove
l’università dei cittadini avea larga parte, nè incontro ad essa vi
era maniera di chiamarsi popolari, ma era invece necessità disfarla con
atti che sempre avrebbono del tirannico. Lo Stato voleva ristringersi
in pochi i quali ai Medici ubbidissero; ma per allora non aveano altro
che uomini spicciolati, di scarso credito, e i quali era necessità
ingrassare, perchè l’avarizia, come in città guasta, era il movente
delle ambizioni: la Casa Medici, logorata dall’esiglio, aveva ella
stessa necessità di rifarsi il capitale, usando a pro suo le rendite
dello Stato. Queste cose teneva già in mente il Cardinale, il quale
frattanto entrato in Firenze con quattrocento lance sotto colore di
magnificenza, e andato a smontare nel suo Palazzo, deliberava co’
suoi più accosti fare una Balía co’ modi soliti ma con più scoperta
violenza, per essere oggimai tolto anche il mentire le forme legali.
Venuti pertanto a’ 16 di settembre in Piazza Rinieri della Sassetta e
Ramazzotto bolognese, Condottieri di qualche nome, e alcuni dei Vitelli
e degli Orsini, con mille armati, fecero alcuni di loro salire in
Palagio, dove gli Ottanta sedevano. Trovo scritto anche in vari modi,
che vi entrasse lo stesso Raimondo da Cardona o alcuni che travestiti
da Capitani di Spagnoli chiedessero in nome di questi un governo dal
quale avessero sicurtà. Ma certo vi entrava Giuliano; e tutti insieme
costrinsero la Signoria, in poca parte consenziente, a fare co’ modi
usati un Parlamento che desse a un certo numero di cittadini balía
quanta la città intera. Furono cinquanta, ai quali pochi altri dipoi
si aggiunsero; e da questi fu abolito il Consiglio grande, ch’era
la somma d’ogni cosa, e i Dieci di Balìa, e molte leggi o divieti, e
l’Ordinanza della Milizia. Fu il Gonfaloniere ridotto a stare i soliti
due mesi, e che poi gli altri, con tutta la Signoria e i Collegi, si
facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori. Rifecero anche gli Otto
di Pratica: ma quel che importava, messero al Palagio ed alla Piazza
una grossa guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo
Vettori. Fatto il Parlamento, e ricevuto che ebbe il Vicerè la somma di
oltre centocinquanta mila fiorini, computando i donativi a lui ed altri
principali personaggi, partiva da Prato con l’esercito degli Spagnoli
alla volta della Lombardia.[100]
Ma in Firenze era mala contentezza, non solamente nell’universale
per vedersi privati del Consiglio grande, ma nei più ambiziosi
cittadini; i quali se prima credevano aver troppo poca parte nel
Governo popolare, vedevano ora tutto il corso rivolto alle case dei
Medici; quindi da ciascuno sperarsi ogni bene, quindi temersi ogni
male. Cercavano quelli del Governo di tenere stretti gli squittini,
ma i nuovi congegni per fare le tratte rimanevano insufficienti, nè
bene i Medici poteano lasciare da banda i più qualificati cittadini,
e quelli stessi che amici alla Casa, odiavano pure uno Stato in
mano di pochi e che in sè avesse del tirannesco.[101] Tra questi era
Iacopo Salviati, marito a una figlia di Lorenzo, e assai potente pel
grado che egli teneva in città: piacque levarlo di qui e fu mandato
Ambasciatore in Roma, fidandosi che egli avrebbe a ogni modo cercato
impedire qualunque disegno facesse il Papa contro a quello Stato.
Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere avendo cessato col fine d’ottobre,
fu scelto pei successivi due mesi Filippo dei Buondelmonti di casa
Grande, che riammessa dal vecchio Cosimo agli uffici dopo al 1434,
non aveva per anche avuto il supremo magistrato. Guglielmo de’ Pazzi,
che a lui venne dopo, era parente stretto dei Medici; pure dominato
dall’Arcivescovo suo figliuolo, predicava dovere essi stare nella
Repubblica come cittadini, secondo i patti; e avea messa fuori alla
finestra del Palagio la bandiera vecchia turchina con l’iscrizione
della Libertà. Gli amatori d’un Governo largo, potenti pel numero,
si aiutavano fra di loro con le fave nel dare gli uffici: nascevano
anche sètte più segrete; quanti rimanevano seguaci del Savonarola
più ardenti degli altri, vedevano in ciascun Medici un tiranno. Due
giovani aveano cospirato insieme per uccidere il Cardinale ed il suo
fratello; scoperti a caso per una cedola che fu da uno d’essi lasciata
cadere, e messi in carcere e condannati a morte, furono argomento
ad una scrittura che molto innalzava i nomi loro nella posterità. Si
chiamarono Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi; ma l’affetto di
chi legge si ferma sul primo, il quale essendo di molto ingegno e di
buone lettere, spiegava nelle ultime sue ore una tempra d’animo dove
l’errore della mente veniva coperto dalla squisitezza del sentire.
Descrisse quelle ore e quei discorsi Luca della Robbia, uno della
famiglia di quei tanto gentili Artisti, e che essendo uomo fortemente
religioso e letterato, confortava il Boscoli e ne riferiva poi le
parole con tale dolcezza di scrivere che in tutta la lingua nostra non
è chi l’agguagli: con essi era un Frate di San Marco, che il condannato
ottenne di avere confessore. Il povero giovane, cristiano sincero,
aveva la mente pure invasata delle idee classiche e pagane, onde a
que’suoi cari chiedeva che gli cavassero dalla testa Bruto, perchè
egli voleva morire da cristiano. Grande e vivo insegnamento circa alla
vita interiore ed al sentire degli uomini in quella età singolare può
trarre l’istoria dal mesto racconto e dalle parole di quei giovani
infelici.[102] Quando essi andarono al supplizio, il Cardinale già era
in via che si recava in Roma al Conclave.