Poichè fu partito da Firenze Carlo Ottavo, la città libera da ogni
servitù si trovò addosso vario e molteplice e mal definito il peso
della insolita libertà. Nel giorno stesso in cui si erano fuggiti
Piero de’ Medici e i fratelli suoi, i loro contrari correndo alla
facile e pronta opera dell’abbattere, aveano abolito l’ufficio degli
_Otto_ e l’ordine dei _Settanta_ ed il Consiglio del _Cento_, nei
quali pareva che stesse la forza del caduto Governo, e avevano rivocati
dall’esiglio quanti erano stati banditi dal 1434 in poi come avversi
a parte Medicea. Sarebbono cominciate le vendette, ed un esattore
di gravezze odiato dall’infima plebe fu tratto a morte; ma gli altri
più invisi, per l’interposta di savi uomini, ebbero campo di fuggire.
Quando poi si venne a ordinare il nuovo Governo, non seppero altro da
principio che tornare sulle antiche orme, e decretarono si facesse un
generale squittinio di tutti coloro tra’ quali dovrebbonsi tirare a
sorte i magistrati; e per il primo anno, finchè lo squittinio non fosse
compiuto, gli uffici si dessero a mano da Venti Accoppiatori, nome di
già usato nel maneggio delle elezioni. Risuscitarono anche l’ufficio
dei _Dieci_, che prima si chiamavano di Balía ed ora di Libertà e Pace,
sebbene attendessero alla guerra: quindi si fecero anche gli _Otto_.
Ma i _Venti_ che in fatto venivano ad essere padroni della città, non
però avevano in sè nemmeno quella potenza che si appartiene ad una
fazione: insieme ad uomini di gran conto, v’erano di quelli che in
qualunque modo si trovarono a galla in quel giorno o seppero imporsi
alla città sopraffatta; scarso il numero di coloro che ai Medici
avessero in qualcosa resistito; taluni ve n’era persino dei loro più
sviscerati che ora si mostravano, come avvien sempre, i più zelanti.
Quindi erano varie e male accorte le scelte; non potean fare senza
coloro nei quali da tanti anni era la scuola delle pubbliche faccende,
nè avrebbero voluto, temendo le vecchie passioni dei ritornati, o il
nuovo scatenarsi di gente avida e corrotta: tra questi timori spesso
eleggevano agli uffici uomini inetti a camminare per le vie scabre
della libertà, e non di rado la Signoria usciva fuori per pochi voti,
essendo divisi gli animi e le voglie ed il pensare degli Accoppiatori.
Ma intanto al di sopra delle private insufficienze e delle passioni,
si alzavano quelli antichi spiriti popolari che a un tratto risorti,
a sè cercavano una forma: quella delle Arti avea perduto la virtù
sua, ed oggi l’ammirazione degli uomini si voltava alla Repubblica
di Venezia. Conoscevano essere fondata sul vero quella sovranità che
ivi risedeva nel Maggior Consiglio, dove i nobili rappresentavano i
cittadini qualificati: poteva dirsi che il governo di Venezia per tale
rispetto fosse un governo popolare. A questo miravano astrattamente i
voti dei più assennati, sebbene gli ambiziosi lo avversassero e i più
veggenti poco ne sperassero; ma quella sola via possibile si trovava
essere anche la migliore, ed il sentire del maggior numero spingeva a
tal fine. Poichè non avevano come a Venezia la nobiltà che segnasse
il grado, erano costretti cercare per la formazione del Generale
Consiglio quelli tra’ beneficiati o aggravezzati che avessero essi o
il padre, o l’avo, o il bisavo loro, seduto nei tre maggiori uffici:
questo era in Firenze il solo titolo d’aristocrazia, dentro alla
quale si raccoglievano uomini di varie qualità e colore, andando sino
alle famiglie di quelli che avevano tenuto lo Stato avanti al 1434.
Per entrarvi era necessario avere compiti ventinove anni, ed essere
netti di specchio: il numero incerto variava, essendo da principio di
ottocento, e poi volendosi che fosse composto di sopra mille cittadini.
A questo Consiglio si apparteneva l’autorità del fare leggi e la
elezione a tutti gli uffici, pe’ quali traevasi a sorte un certo numero
di proponenti, e i nominati da questi doveano poi essere approvati
nel Consiglio per la metà almeno dei voti più uno: perchè le prime
nominazioni fossero migliori, si dava un certo premio a chi avesse
proposto uomini che indi pe’ voti fossero vinti. Questo Consiglio
era il sovrano, come a Venezia, della città: spettava quindi a lui di
eleggere ottanta uomini da quarant’anni in su, che si scambiassero di
sei in sei mesi, potendo essere indefinitamente raffermati; l’ufficio
de’ quali fosse consigliare la Signoria ed eleggere gli Ambasciatori
e Commissari; le provvisioni vinte dai Signori e Collegi passassero
per le mani di questo Senato, per quindi avere la finale perfezione
nel Consiglio Grande. Avevano prima lasciato ai Venti l’elezione della
Signoria; ma questi essendo venuti a disciogliersi, andava pur essa nel
Consiglio Grande.[26]
Questa nuova forma di Repubblica, a tutti ignota e a molti spiacente,
fu accettata per la grandissima autorità di cui godeva allora in
Firenze Fra Girolamo Savonarola. Questi nato in Ferrara l’anno 1452,
vestiva in Bologna l’abito dei Domenicani riformati essendo nell’anno
suo ventitreesimo; e forse avendo un poco assaggiato le tempeste della
vita secolare; ma perch’egli s’era fuggito dal padre occultamente,
scusavasi a lui del fatto proposito, al quale gli erano stati motivi,
«la grande miseria del mondo, l’iniquità degli uomini che più non si
trova chi faccia bene;» ond’egli soleva dire con Virgilio: _heu fuge
crudeles terras, fuge litus avarum_: «e questo perchè io non potea
patire la gran malitia dei ciechati popoli d’Italia e tanto più quanto
i’ vedea le virtù essere spente al fondo, e i vizii sollevati; questa
era la maggior passione che io potessi avere in questo mondo.[27]»
Per la qual cosa pregava Dio che gli mostrasse la via d’uscire _da
questo fango_; e Dio l’aveva ora a lui mostrata degnandosi farlo
_suo militante cavaliero_. In questa lettera pare a noi che sia già
tutto intero il Savonarola. Vestiva quell’abito per farsi riformatore
religioso, riformatore dei costumi e della disciplina; appassionato,
ardito e ripieno della coscienza di sè stesso.
Aveva di lettere buona tintura: della filosofia sapeva molto, ed in
questa la precisione del suo linguaggio, l’elevatezza dei pensieri e
la franchezza dei giudizi, mostrano ch’egli avrebbe potuto esercitare
in Italia un apostolato di alte dottrine, se le tranquille meditazioni
dell’ingegno in lui non erano impedite dal cuore bollente e non di
rado anche dai sogni della fantasia. Ma innanzi tutto il Savonarola
era uomo religioso, mistico a un tempo e moralista: la scienza sua era
la Bibbia, dalla quale uscivano come da fonte viva e perenne i molti
suoi scritti editi e inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture, o
applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare tutto era nutrito
di bibliche ricordanze: pare a me che nella povertà nostra sia egli il
solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, tanto egli si
mostra efficace non per arte tribunizia e non per impeti inconsulti, ma
grave, ordinato, potente di quella che a lui era sola scienza; severo
altamente e ad un tempo familiare tra quanti mai fossero oratori,
l’indole sua ed i propositi a lui insegnando un certo suo fare per cui
sembra volgersi parlando agli ascoltatori suoi, uomo per uomo, e ad
ognuno era come se dicesse particolarmente a lui medesimo.
Fin da principio della sua predicazione fu riprenditore franco dei vizi
del Clero e più che mai di quelli più in alto locati; con quest’animo
era entrato in convento, ed era questa la sua milizia; tanto più acerbo
e veemente quanto più crescesse in lui l’alterezza di sè medesimo: non
poteva un forte sentire in cose di religione andare disgiunto dalle
acri riprensioni, nè vivere senza quella brama di riforme che tutti i
migliori aveano comune. In lui era fede che Dio vorrebbe torre via le
brutture della sua Chiesa e gastigare quelli che n’erano autori. Per
questa fede le sue parole pigliarono tosto affermazione di profezia,
nella quale tanto più s’incaloriva quanto più i tempi ingrossavano:
già un terrore cupo regnava negli animi degli Italiani ed agitava gli
uomini religiosi dopo ai principii del papato d’Alessandro VI e pe’
disegni di Carlo VIII. Gli eventi sembrarono verificare le profezie;
dipoi la guerra che a lui era mossa dai politici del Clero, e d’altra
parte l’assenso fanatico dei suoi più devoti, facevano che egli
ardente di fede, ma con l’animo in tempesta, cercasse rifugio a sè
medesimo nella sicurezza dell’uomo ispirato, allora sentendosi potente
a quella opera cui Dio lo chiamava. In fine a questa vedeva in mente
il sacrifizio della vita sua, non la grandezza; e se le passioni sue
e le altrui lo fecero qualche volta minore a sè stesso, nessuno lo
accusi d’artifizi calcolati. Abbattere il male con la potenza della
parola, ciò solo voleva, non alzare in contro all’altare profanato un
suo altare; ma co’ soli uomini corrotti e malvagi avendo battaglia,
non mai si trova ch’egli cercasse d’alterare in nulla non che le
dottrine ma nemmeno gli ordini della gerarchia. L’intera sua vita
e l’esame ch’ebbero i libri suoi da chi più l’odiava, fanno di ciò
fede certissima; era egli uomo essenzialmente italiano, e la natura
e le tradizioni nostre negano a noi la facoltà e la voglia d’alzare
i trovati del nostro intelletto fuori del sentire universale, di
confidarsi troppo in una dottrina da noi vista nascere, e d’inventare
noi stessi una forma per quindi adorarla.
Da più anni era il Savonarola venuto a Firenze nel convento di San
Marco, e predicava con grande fama di santità e dottrina, minacciando
flagelli grandissimi e tribolazioni; tantochè Lorenzo de’ Medici, al
quale lo stato presente pareva essere molto buono, lo fece ammonire che
parlasse poco _de futuris_.[28] Nell’intervallo era dimorato qualche
tempo in Brescia, la Provincia di Lombardia facendo allora tutt’uno
con quella di Toscana, finchè lo stesso frate Girolamo non ottenne da
Papa Alessandro che la Congregazione dei Frati Predicatori di Toscana
si reggesse come Provincia da sè; la quale cosa lo fermò in Firenze.
Si diede allora tutto alla riforma del Convento del quale fu Priore.
Ai Domenicani stretti era vietato il possedere, ma da un cinquant’anni
trascorsa la disciplina, avevano terre e case di molta rendita: il
Savonarola in poco tempo vendè ogni cosa; ma tanta era la devozione che
per lui ne venne al Convento da bastare a un numero sempre crescente
di Frati; i quali di cinquanta ch’erano prima, si moltiplicarono fin
oltre a dugento. Aveva comprato la Casa in Via della Sapienza, dove per
lascito di Niccolò da Uzzano dovea risiedere lo Studio, e che venne
unita a San Marco per via d’un passare sotterraneo a traverso la via
del Maglio. Quivi erano scuole di greco e d’ebraico, di scienze sacre
e di profane, a formare uomini capaci ad un voto che gli stava nella
mente, quello di predicare il Vangelo ai Turchi. Faceva tutto questo
col ritratto dei beni venduti; comprava dal Fisco per tremila fiorini
d’oro la Biblioteca Medicea, che aggiunta all’antica di San Marco,
eredità di Niccolò Niccoli, era quivi messa a pubblico uso; ed intanto
sovveniva alle strettezze della Repubblica inabile a soddisfare i
creditori di casa Medici, tra’ quali era Filippo de Comines, per mille
fiorini dei quali il Frate si accollò il pagamento. Aprì anche una
scuola di Pittura nel Convento, prezioso pei dipinti di Fra Giovanni
Angelico, ed ora per quelli di Fra Bartolommeo, tanto devoto al
Savonarola che dopo la morte di questi lasciava per due anni da banda i
pennelli. Fra Girolamo sentiva l’arte come filosofo non di cuore arido,
ed il Bello definiva con alti concetti, semplici ed evidenti, nei quali
credo sia la sostanza di quante dottrine mai si facessero intorno
all’Arte.[29] Fu inoltre poeta e non dei volgari, la sua mente a
prodursi intera avendo bisogno d’espandersi anche per via della poetica
espressione.
Lorenzo de’ Medici lo aveva chiamato al suo letto di morte;[30] ma
non appena mancato questi, si era Fra Girolamo sentito più libero nel
predicare, dov’era tutta la forza sua. L’Avvento del 1493 in Santa
Maria del Fiore espose intera la sua dottrina intorno alla fede e alla
virtù delle opere; mostrò il Vangelo essere da tutti abbandonato;
accusò le Corti dei Principi e il mondano fasto dei grandi Prelati;
annunziò il flagello che si avvicinava. Assiduo sul pergamo, di là
svolgeva i suoi concetti sempre più alto e più incalzante nel seguente
anno 1494, mentre Carlo VIII scendeva in Italia. Questi giunse in
Asti ai 9 settembre, e ai 21 di quel mese avendo il gran Frate, che
predicava sulla Genesi, discorso più giorni dell’Arca mistica di Noè,
doveva esporre le parole intorno al Diluvio. Sotto alle vôlte del Duomo
la folla si accalcava da più ore oltre al consueto; la trepidazione
grande; e quando la voce del Savonarola si udì ad un tratto tuonare
dal pulpito queste parole: «Ecco, io manderò le acque sulla terra,»
per tutta la chiesa furono grida e pianti di terrore e di spavento:
raccontava Pico della Mirandola che un brivido gli era corso per le
ossa, e i capelli gli stavano ritti sulla fronte; confessa Fra Girolamo
ch’egli era commosso quel giorno al pari degli ascoltatori suoi.[31]
La potenza del Frate in Firenze non aveva chi la pareggiasse; e quando
si venne a riformare lo Stato, la voce di lui era la sola che dominasse
i voleri incerti o divisi, e che mettesse unità in questo popolo servo
da tanti anni e disgregato, ricomponendo, quanto allora si potesse,
quel grande fascio della comunanza, dov’era stata la forza in antico
della città di Firenze. «O popolo mio, tu sai che io non sono mai
voluto entrare in cose di Stato (predicava egli quando si venne alle
Riforme): credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che
ciò è necessario alla salute delle anime? — le mie parole vengono
dal Signore — purificate il vostro animo; e se in tale disposizione
voi riformate la città vostra, tu, popolo di Firenze, incomincierai
in questo modo la riforma di tutta Italia....» Il Savonarola era di
popolo come uomo e come frate e come santo; i vizi scendevano allora
dall’alto, ed il popolo si manteneva pio e costumato al confronto
della corruttela dei suoi capi, sia laici, sia cherici: nè altro
governo qui era possibile a impedire la tirannia d’un solo. Il Frate
in mezzo a tutti apparve temperato nei consigli, conoscitore degli
uomini e degli ordini civili. Chiamato in Palagio, approvò la nuova
forma con savie parole, mostrando che era allora assai fermare un modo
che fosse buono in universale, e che i disordini si correggerebbero
col tempo. Dopo questo volle raccogliere in Duomo i Magistrati ed il
Popolo, escludendone le donne e i fanciulli. Propose e raccomandò
un Governo popolare fondato sul timore di Dio e sulla riforma dei
costumi, non guasto dal tarlo dei fini privati, eguale per tutti, non
facendo distinzione tra gli uomini del vecchio e del nuovo Stato,
perdonando le passate colpe, di modochè fosse pace universale. In
seguito ebbe mano egli stesso nell’abolire il modo tirannico per cui si
distribuivano le gravezze, volendo che una _decima_ sulle possessioni,
dipendente dal valore dei fondi, togliesse via le personalità che
si usavano nell’imporre. Il tribunale della Mercatanzia, che aveva
perduto l’antico credito mentre sotto ai Medici era in mano dei
loro amici, fu rialzato con nuovi Statuti, i quali divennero un vero
Codice di commercio. Il Monte di Pietà, predicato più anni prima da
uomini religiosi, non si era mai potuto fondare; ma ciò venne fatto
al Savonarola, ed una Legge tutta di carità si venne a porre contro
all’usura praticata iniquamente dagli Ebrei. Raccomandava egli queste
cose dal pergamo, e prima già erano accolte dai Capi dello Stato.
Ma ciò che sopra ogni altra cosa diede carattere al nuovo governo,
fu l’abolizione del tirannico diritto che, prima concesso ad altri
magistrati, risedeva ora negli Otto di Guardia e Balía, potendo questi
con _sei_ voti condannare alla perdita della vita o della patria o
degli averi quale si fosse cittadino. Per una legge, che indi ebbe nome
di Legge delle _sei fave_, fu data l’appellazione da quelle condanne al
Consiglio Generale. Aveva il Savonarola opinato bene, che la revisione
di que’ giudizi dovesse farsi da _Ottanta_ o _Cento_ uomini principali.
Ma i partigiani d’un Governo stretto con grande calore si opponevano a
quella legge; da ultimo accettarono che l’appellazione si facesse al
Consiglio Grande, più esposto alle brighe e alle seduzioni di quello
che fosse un Consiglio stretto e scelto tra i sommi.[32] Vedremo da
questo errore prodursi gravi disordini e fatali.
Queste alienazioni dal Savonarola già si mostravano in seno ai
Consigli; tra lui e il popolo bene s’intendevano, e aveva su questo
un ascendente che nessun altri mai. Lo esercitava perchè ubbidiva
egli medesimo a un dovere; per tal conto a lui non pareva mai fare di
troppo. Firenze non era più la città del Magnifico, ma universale una
professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle
chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi
composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si
udivano invece dei sozzi Canti carnascialeschi. Tal era Firenze gli
anni 95 e 96; nei primi di questo, gli ultimi giorni del Carnevale,
tacquero le pazze feste consuete; uomini e donne e fanciulli,
comunicatisi la mattina, andarono dopo desinare in numero grandissimo a
processione per la città. Nei giorni prima erano molti fanciulli andati
a frotte con certi ordinati modi a chiedere, o piuttosto a imporre
limosina ai passanti per le vie, e per le case a farsi consegnare
quello che appellavano le _vanità_, o gli _anatemi_; erano disegni e
libri osceni, arnesi di giuoco e abiti da maschera: di questi aveano
adunata grande piramide sulla Piazza della Signoria con entro materie
combustibili, alle quali fu dato fuoco tra le grida e l’esultanza
del popolo ond’era gremita la Piazza. Ai tempi nostri si cominciò a
dire che erano allora state distrutte molte preziosità e capolavori
dell’Arte, fu molto gridato contro alla barbarie del Savonarola: ma
che un barbaro non fosse egli abbiamo mostrato, e oggi tutti sanno; e
che per le cose bruciate le Arti non facessero iattura grande, prova
il silenzio dei contemporanei, sebbene a lui poco amici, che non gli
fecero tale accusa. D’opere che avessero pregio dall’arte non trovo
ricordato che un tavoliere di ricco lavoro.[33]
Mentre in Firenze si facevano queste cose, quelle di Pisa divenivano
sempre più dure ai Fiorentini. Tostochè il Re fu tornato in Asti,
gli Ambasciatori della Repubblica aveano fatto seco un trattato per
cui dovesse restituire le fortezze, ed ebbe a tal fine certa somma
di danari. Di Francia venivano Ambasciatori per l’esecuzione del
Trattato; ma il fatto non seguiva, contrapponendosi o per segrete
istruzioni, o per cagioni private, o per danari avuti, l’Entraigues che
n’era castellano. Anzi una volta i Commissari della Repubblica avendo
raccozzate genti e mandatele fin dentro la città di Pisa, il Castellano
francese cominciò a trarre addosso a loro con le artiglierie, per il
che dovettono tornare indietro: e male potendosi tenere le terre in
quella provincia, che ad ogni occasione che ne avessero si ribellavano,
la guerra posava per allora. Il solo acquisto che facesse la Repubblica
fu di Livorno, restituito poco dopo secondo i patti, che in tutto
il resto erano violati: Pietrasanta venne in mano dei Lucchesi,
Sarzana dei Genovesi, e la Repubblica vedeva dissiparsi l’antico suo
Stato. Nemici i Senesi tenevano sempre Montepulciano, per il che una
volta fu da Firenze tentata un’impresa contro Siena, la quale andò
a vuoto perchè la città divisa si levò tutta, quando alle sue porte
vidde la minaccia delle armi Fiorentine.[34] Scriveva Fra Girolamo a
Carlo lettere di ammonizione in nome di Dio; gli Oratori in Francia
continuavano le lagnanze, inutili sempre:[35] allegavano i Fiorentini
che il Re avea giurato, ed essi, oltre al debito gli erano stati
fedeli; per lui si avevano nimicata l’Italia intera. Ma quando faceano
segno d’accostarsi alla confederazione contro lui, sapeva il Re che non
l’avrebbono mai fatto, offesi dall’avere il duca Lodovico e i Veneziani
pigliato la protezione di Pisa, che da questi ultimi fu occupata nel
nome della Lega. L’unione d’Italia non faceva pei Fiorentini se non
riavessero Pisa, e brutta parte era quella loro quando chiamavano essi
soli il re Carlo VIII a una nuova spedizione, della quale rimasero vane
non che le promesse anche le preparazioni che una volta ne aveva il Re
fatte.[36]
Qualunque si fossero le azioni e i consigli della Repubblica di
Firenze, mettevano capo al Savonarola: continuava questi a predicare in
Santa Reparata con maggiore udienza che mai avesse predicatore alcuno,
e apertamente cominciò a dire che egli era mandato da Dio ad annunziare
le cose future. Dal che nascevano divisioni e mali umori nella città,
dove molti non credevano naturalmente a queste cose, e dispiaceva a
molti il Governo popolare, che da lui era tenuto fondamento di ogni
cosa che fosse salute alla città e all’Italia ed alla Chiesa. Qualche
segreta macchinazione fu tosto repressa; ma la divisione cresceva,
alienandosi non pochi da lui secondo che il Frate andasse più innanzi
e i tempi divenissero più difficili. Tutti i seguaci di lui favorivano
la parte di Francia, avrebbono gli altri voluto accordarsi colla Lega;
gli uomini più autorevoli, o erano seco o si tenevano in disparte.
Francesco Valori era tutto col Savonarola; Pagol’Antonio Soderini
teneva la stessa parte, ma nell’animo altro non cercava che una forma
somigliante a quella della Repubblica di Venezia, dove era egli stato
lungamente ambasciatore e s’era formato a quella scuola. Guid’Antonio
Vespucci, giureconsulto di autorità grande, molto adoperato nelle
ambascerie, aveva servito i Medici, e nulla amava fuori dei governi
stretti, benchè si sapesse molto bene destreggiare nei Consigli. Piero
Capponi per forza d’animo soprastava, ma era tenuto vario e subitaneo;
uomo di fatti più che di parole, nelle Consulte s’impazientiva, co’
popolani sviscerati male s’intendeva, e poco al Frate credeva. La vita
dei campi si confaceva alla natura sua, talchè mandato a governare
come Commissario la guerra di Pisa, riusciva meglio di quanti v’erano
prima di lui stati; ma in guerra del pari odiosa e meschina, ebbe
fine miserando. Soiana è castello delle colline Pisane dove guardano
a Volterra, o piuttosto corte rettangolare, poco vasta, ma cinta di
grosse mura. Il Commissario per abbatterlo attendeva a piantare una
bombarda, quando dalle mura la palla di un falconetto lo colse in
fronte: così moriva, toccati appena i cinquant’anni, Piero Capponi, e
benchè non da tutti amato, lasciava di sè grandissimo desiderio nella
città ed un nome anche dai posteri onorato.
La fortuna dei Pisani in quei giorni prosperava molto, avendo
efficaci aiuti dai Veneziani che aveano abbracciato con ardore quella
impresa. Del che insospettito Lodovico il Moro, si pensò accrescere la
reputazione sua chiamando in Italia l’imperatore Massimiliano che gli
era parente, ma del quale conosceva la levità dei consigli e l’inopia
di moneta, per cui non sarebbe altro che un nome da usare in suo pro.
I Veneziani dall’altra parte, che temeano allora un’altra spedizione
di Francesi e un altro voltarsi del Moro, prestarono anch’essi danari
a questo Imperatore vendereccio: pareano tornati sotto al predecessore
di Carlo V i tempi nei quali veniano in Italia i Cesari a fare parte di
mendichi. Nè Massimiliano aveva potuto raccogliere altro che trecento
soldati a cavallo e mille cinquecento a piedi; del che vergognandosi,
scansava le grandi città, e si condusse così fino a Genova. Aveva
mandato ambasciatori ai Fiorentini e questi ne aveano mandati a lui;
ai quali non volendo dare risposta, disse che l’avrebbono dal Legato
del Papa, che gli rimandò al Duca di Milano. Gli ambasciatori, ch’erano
Cosimo de’ Pazzi vescovo di Arezzo e Francesco Pepi, di ciò indignati,
presentandosi al Duca che gli aveva ricevuti con molta pompa ed
apprestava solenne discorso come grande arbitro dell’Italia, dissero
non avere altro mandato che solamente di fargli reverenza; nè in altra
materia volendo entrare, se ne andarono con grande sdegno del Duca.
Massimiliano da Genova essendo sceso innanzi Livorno, l’assediava.
Una parte delle sue genti entrate in Maremma trattarono crudelmente
Bolgheri e Castagneto, terre dei Gherardesca: fu questa la sola impresa
in Italia di Massimiliano imperatore; il quale guidando pessimamente
la guerra, e le sue navi essendo malmenate dalle tempeste autunnali e
per la sopravvenienza di navi Francesi, ritrattosi dopo un mese appena
dacch’era disceso, tornò in Allemagna.[37]
La Repubblica pareva in questi tempi fortificarsi, essendo la somma
d’ogni cosa nel Consiglio Grande, che i Frateschi amavano come cosa
loro, e molti favorivano come imitazione della Repubblica di Venezia;
gli uomini stessi dello Stato vecchio temevano meno da un Governo largo
che da uno Stato più ristretto in cui dominassero i più implacabili
dei nemici loro. A questo Consiglio aveano in Palagio edificato una
grande Sala, che aprirono allora in modo solenne, e il Savonarola vi
predicava: questa Sala, più tardi ornata dai Medici per cancellarne
la prima origine, tacque più secoli; ai giorni nostri si diede in essa
un primo passo alla unità nazionale. Accade in ogni grande mutazione,
che da principio la naturale sua bontà si creda che basti a farla
procedere chiamando a tal fine gli uomini semplici e tenendo addietro
i più ambiziosi. Ma questi, che sono anche i più forti, non soffrendo
starsi inoperosi, empiono tosto il nuovo Stato dei vizi loro; perchè
gli Stati, qualunque sia la loro forma, dipendono infine dalle qualità
degli uomini, e queste per niuno rivolgimento vengono a mutarsi. Così
in Firenze, dopo avere nei primi tempi dato i magistrati a cittadini
di poco valore, dovettero infine venire ai sommi; i quali recarono
dentro ai Consigli, oltre alla scienza loro, gli astii e le cupidità e
le divisioni. Francesco Valori, che prima era stato sempre ributtato,
fu a calen di gennaio 1497 (st. com.) creato Gonfaloniere. Scrive di
lui un contemporaneo, che «fu di presenza grande, ed il volto lungo e
rosso, d’animo vastissimo, di grande gravità, di poche parole, altiero,
severo, visse parcamente, vestiva modestissimo; e delle pecunie
pubbliche nettissimo, ma cupidissimo dell’onore: in servire gli amici
ardente, ma con loro superbo.[38]» Portato dal favore dei Frateschi,
ne divenne capo: attese a crescere autorità al Consiglio purgandolo
di taluni che v’erano entrati nella confusione del primo scrutinio;
e perchè il numero rimaneva scarso, abbassò fino ai 24 anni l’età che
rendesse abile ad entrarvi. Erano i Frati di San Francesco avversi a
quelli di San Domenico per antica rivalità; il Valori ne fece cacciare
di Firenze alcuni che predicando contradicevano al Savonarola. La parte
dei Medici si risentiva, e molti preti e cortigiani Fiorentini erano
iti a stare a Roma col Cardinale: contr’essi uscirono leggi asprissime,
che gli richiamavano e proibivano di praticarli. Ma ebbero queste leggi
forte contrasto; e i nemici al Savonarola facendo causa co’ partigiani
dei Medici, trassero a Gonfaloniere dopo al Valori Bernardo del Nero,
uomo fra tutti autorevole per la pratica delle maggiori faccende che
spesso il Magnifico gli aveva fidate.
Era il Consiglio assai migliorato d’autorità e di credito, le scelte
agli uffici della città e fuori essendo generalmente ragionevoli.
Nondimeno perchè il favore stava pe’ Frateschi, gli altri s’adopravano
indefessamente a screditare il Consiglio per via d’astuzie, allargando
il numero dei voti perchè s’empisse d’inetti e malvagi; ed essi poi
o astenendosi dall’intervenire, o a tutti dando le fave bianche,
s’ingegnavano perchè il Consiglio disordinandosi venisse a noia agli
uomini dabbene. Le proposizioni per gli uffici, che prima giravano tra
pochi, abolirono, sostituendovi le tratte, in modo però che i sortiti
fossero poi squittinati da tutto il Consiglio: il che riuscì contro
alla volontà dei cospiranti, perchè il Consiglio tutto intero avendo
finalmente in mano le scelte agli uffici, ne acquistò grazia e autorità
nell’universale.[39]
Cotesti maneggi avevano a capo lo stesso Gonfaloniere, Bernardo del
Nero, del quale però non era intenzione richiamare Piero dei Medici
in Firenze, ma formare uno Stato stretto, mettendo innanzi Lorenzo
e Giovanni di Pier Francesco, i quali si erano, come vedemmo, fatti
chiamare Popolani, ed aspettavano da quelle bassezze ottenere il
principato. Favoriva queste loro pratiche il Duca di Milano, che odiava
forte quei governi larghi coi quali è impossibile tenere segreti e non
si ha di nulla sicurezza.[40] Giovanni, bello della persona, si era
fatta moglie la bella vedova Caterina Sforza che reggeva pei figli
lo Stato di Forlì. Ma intanto che andava questa congiura, altri che
bramavano il ritorno di Piero, animati dallo sparlare che si faceva
pubblicamente nella città, cominciarono a tenere pratica seco. Ed
egli a disporre meglio la materia, mandò in Firenze maestro Mariano da
Ghinazzano generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva qui avuto
grande fama di predicatore al tempo di Lorenzo, ed era appresso a lui
stato in grande favore. Il quale dal pulpito apertamente dichiarandosi
contrario a Fra Girolamo, promuoveva destramente l’accordarsi della
città colla Lega. Le quali cose perchè non aveano punizione alcuna,
Piero ingagliardito e confidandosi al modo che i fuorusciti sogliono,
che al solo mostrarsi, i cittadini stanchi, affamati e malcontenti,
gli aprirebbero le porte; negli ultimi giorni del mese d’aprile, quando
Bernardo del Nero era al termine dell’ufficio, venne a Siena con molti
soldati condotti da Bartolommeo d’Alviano, per opera dei Veneziani
che si credevano, rimettendo Piero in Firenze, assicurarsi l’acquisto
di Pisa: a questa impresa era naturale che Lodovico Sforza non desse
favore. Ma Piero venuto il primo giorno a Tavarnelle, s’accostò il
secondo fin presso alle mura della città; dove chiamato in fretta
Pagolo Vitelli che a lui s’opponesse, fecero Signoria nuova di amici
allo Stato, e sostennero in Palagio circa dugento cittadini dei più
sospetti. Piero, essendo stato più ore alla porta, veduto non farsi
nella città rumore alcuno, se ne tornò a Siena.[41]
Rimasero nella città i sospetti grandi, a molti parendo che Piero
dovesse avere intelligenze dentro, sulla cui fede si fosse egli mosso.
Questi ed altri mali umori bollivano, quando tre mesi dopo al fatto una
improvvisa rivelazione fece divampare quei sospetti in fiere passioni
e in atti che furono, come vedremo, perniciosissimi. Un Dell’Antella,
malvagio uomo ch’era in bando a Roma, cercando il ritorno e non so
quale guadagno, scrisse avere cose di grande momento da denunziare
quando gli dessero salvocondotto. Venuto in Firenze, accusava cinque
primarii cittadini di pratiche in vario modo tenute a favore di Casa
Medici. Erano questi Lorenzo Tornabuoni cugino di Piero, Niccolò
Ridolfi suocero a una figlia di Lorenzo, Giannozzo Pucci di quella
Casa che aveva innalzato il vecchio Cosimo, e un Giovanni Cambi;
primo fra tutti d’autorità e di grado Bernardo del Nero, vecchio di
settantacinque anni, convinto non esser egli autore, ma consapevole
di quei fatti. A giudicare i cinque rei fu eletta una Pratica, nella
quale oltre alla Signoria ed ai Collegi sederono molti principali
cittadini: doveano essere dugento, ma intervennero soli centotrentasei.
Le passioni erano furibonde, e la sentenza riusciva dubbia, se nuove
lettere venute allora, e messe fuori, non aggravavano gli accusati
mostrando imminente il pericolo della Repubblica. La Signoria ed i
Collegi che intervenivano nelle Pratiche e avevano ciascuno (come
allora si diceva) la loro pancata, pronunziarono l’assoluzione: ma
vinse la morte pel maggior numero degli aggiunti, che dietro agli
altri sedevano. Allora messer Guid’Antonio Vespucci levatosi, chiese
pei condannati l’appello al Gran Consiglio, secondo la legge. La
Pratica fu rimessa ad un altro giorno, e il disordine dalla Sala passò
grandissimo nella Piazza. Era costume che nelle Pratiche dicessero in
nome della loro pancata quelli che in testa sedevano, senza però che
agli altri fosse vietato parlare. In questa seconda consulta vollero
che ciascuno desse il suo voto personalmente: ma tali erano le grida
per tutta la Sala, che non si sarebbe venuto a capo della risoluzione
(il che era cercato dai difensori degli accusati), se Francesco Valori
non avesse imposta una sentenza di morte immediata, destando negli
altri con le minaccie una paura che meglio avrebbe egli per sè stesso
dovuta sentire. In questo modo rimaneva escluso l’appello al Consiglio
Generale, ultimo scampo ai cinque miseri, ai quali in mezzo ad un
tumulto feroce fu quella notte stessa mozzo il capo: pochi altri ebbero
il confine, altri si assentarono.[42]
Di quelle morti furono autori gli amici del Savonarola, ed egli si
tacque: nell’esame di lui che abbiamo a stampa si legge avere egli
detto che di quel giudizio non s’era impacciato, ma che Lorenzo
Tornabuoni aveva raccomandato al Valori. Inoltre non era egli arbitro
di quelle vite, nè allora padrone per modo alcuno della Repubblica;
questa era già in mano d’uomini politici, e la legge che ai rei
concedeva l’appello al popolo uscì diversa da quella che aveva Fra
Girolamo consigliata. Poteva ben egli con verità dichiarare, che in
cose di Stato non gli era piaciuto d’ingerirsi mai, e che nel fondare
il Governo popolare non ebbe altro fine che il bene delle anime e la
riforma dei costumi. Predicatore d’una idea, non fu egli mai ordinatore
di un disegno: il guardare gli uomini dall’alto gli aveva educato il
senso pratico delle cose; grande si mostrava nell’ordinare lo Stato
di Firenze, ma di condurlo non si brigava; era il profeta di quello
Stato, ma non avrebbe voluto esserne il ministro; di queste ambizioni
non ebbe egli mai, sebbene avesse in sè le passioni dell’uomo di parte
e a quelle servisse. Vietò da principio si perseguitassero gli amici
di Casa Medici; ma l’adoprarsi a ricondurne la dominazione era col
promuovere una tirannide contrastare alla grande opera che stava in
cima di ogni suo pensiero, e alla quale si sentiva egli chiamato da
Dio; era delitto cui non poteva essere indulgente. Quando sul pulpito
veniva a dire dei provvedimenti che via via occorrevano per lo Stato,
ciò a lui era farsi banditore del Vangelo in tutta quanta l’ampiezza
sua, nè al predicatore credeva bastasse ripetere sempre come a stampo
certi temi della vita spirituale; ma le sue prediche volea pigliassero
tutto l’uomo direttamente, svelatamente, l’uomo in famiglia, l’uomo
nella vita civile, secondo che i tempi e i costumi volessero certe più
specificate riprensioni e più immediate, o certi consigli che a cose
pubbliche riguardassero.
Intanto però benchè il Savonarola propriamente non fosse capo di quella
Parte, ne aveva in sè l’anima e la forza pei tanti che a lui erano
devoti con cieca credenza. In lui certamente la sicurezza ch’egli
ponea nell’affermare le cose future derivava dalla fede che Dio non
potesse a lungo restarsi permettitore del male; e chiunque ignori
quel che sia fede e non la creda capace a muovere di per sè sola le
azioni umane, non potrà intendere il Savonarola. Ma quando agli uomini
manifestava e persuadeva con tanta efficacia quel ch’egli sentiva
dentro dell’anima esaltata, era impossibile non si credesse dotato fra
tutti di un superiore conoscimento, e quindi in lui non si destasse di
quella superbia che suole isterilire i nostri più alti pensieri. Bene
credo fosse inconsapevole di sè stessa, poichè si mesceva alla umiltà
religiosa; ma era in lui nutrita dalla potenza di una parola capace a
trarre dietro sè le moltitudini, che spesso inebria chi la possiede
e quasi fa l’uomo seduttore di sè stesso; vedeva il Frate dalle sue
labbra pendere il popolo allora più colto che fosse nel mondo.
La dottrina del Savonarola si era formata in profezia pigliando
certezza dalla sua propria rettitudine e dalle promesse d’un forte
animo ed appassionato. Usava dialogizzare nelle prediche con gli
uditori a questo modo: «Oh Padre, ma se tutto il mondo ti venisse
contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la
dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio.» La parte che aveva
in ciò la superbia era di continuo fomentata dal grande numero dei
seguaci e dalla fede ardente dei semplici, in faccia ai quali a lui
pareva essere da meno, se una qualche volta l’intelletto dubitasse.
Si aggiunga poi l’urto delle fazioni che si raccendono l’una l’altra,
pigliando credenza in cose impossibili; ed in quel caso, l’essere tutta
la purità dalla parte sua contro ad uomini sacrileghi, malvagi e rotti
ad ogni vizio. Gli eventi più volte aveano data ragione a lui: quando
i saggi del mondo temevano, il Frate affermava che nulla sarebbe; e
in modi affatto inopinati erano i pericoli più volte svaniti. Il Frate
diceva: «la Chiesa di Dio ha bisogno di riforma e di rinnovazione; sarà
flagellata, e dopo i flagelli riformata e rinnovata: gli infedeli si
convertiranno a Cristo ed alla sua fede. Sarà flagellata e rinnovata
Firenze, e verrà quindi a prospero Stato: avverranno queste cose ai
giorni nostri.» In tutto ciò nulla era che sapesse d’eresia, o che in
sè avesse rivolta o scisma. Nel Trionfo della Croce, ch’è la maggiore
delle sue opere, affermava con parole amplissime l’unità della Chiesa
e la supremazia del Pontefice Romano. Ma Roma batteva di continuo pei
molti suoi vizi, le profane sommità del Clero metteva nel fango, a
preti nè a frati non faceva grazia; e perchè incontro a tutti questi
poneva sè stesso, veniva a farsi senza volerlo autore e capo d’una
Riforma. La quale a promuovere e ad effettuare nulla aveva in pronto,
nulla preparava; sincero del pari come imprudente, non aveva compagni
nè gli cercava, per nulla pensava ad usare mezzi i quali andassero a
quel fine. Dentro era la fede e fuori usciva la parola; Iddio farebbe
il resto da sè. In chiesa dal pulpito s’acquistava egli i partigiani,
e quindi tornato in cella scriveva postille sui libri della Bibbia, e
trattati filosofici o ascetici, quando non lo venivano a cercare. Ma
erano troppi quei suoi partigiani, troppo lo innalzavano agli occhi
suoi stessi, e come fanatici nutrivano quella sua fede altiera; intanto
che rimanendo in sè disgregati, nè a lui nè all’opera sua portavano
aiuto bastante, e molti tra essi erano facili a voltare. Così nel fatto
egli come solo si tirava addosso la forte compagine dell’ecclesiastica
Gerarchia e Roma e i grandi Prelati e tanta potenza e ricchezza,
e tutto può dirsi il Clero e tutti gli altri ordini religiosi, e i
potentati d’Italia e gli uomini politici, e quelli che scuoteano il
capo increduli in faccia a un Profeta disarmato.
Ma intanto queste cose destavano gli animi a nuovi pensieri, per tutta
Italia se ne parlava e dalla Germania veniano lettere di consentimento:
Roma non poteva lasciare quei semi pigliare radici. Si cominciò prima
con le blandizie; Alessandro VI scriveva lettera tutta laudatoria a Fra
Girolamo, per il molto bene che egli facea nella Chiesa, confortandolo
a recarsi a Roma con parole nelle quali era una intimazione. Questo
fu nel luglio del 1495. Il Frate era infermo, e i Magistrati amici
a lui s’interposero tanto che il Papa gli concesse rimanere; intanto
pratiche si faceano intorno a lui ed offerte di onori e di gradi fino
al cappello di Cardinale. Come le offerte disdegnasse non occorre
dire, ma si conobbe da un Breve per via obliqua diretto ai Frati di
Santa Croce, dove al comando si aggiungevano minaccie, chiamando lui
_seminatore di falsa dottrina_. Il Savonarola si era quei mesi taciuto;
ma tornò in pulpito nella Quaresima del 96 più fiero di prima, rigido
ai suoi, a tutti severo, mantenendo la suprema potestà del Papa e in
ciò diffondendosi con calde parole, ma dichiarando che a lui quando
erra manifestamente non deve ubbidirsi. A contenere gli uditori avevano
in questa Quaresima alzato gradini in Duomo fino all’altezza delle
finestre; la folla seguiva il predicatore quando usciva, ed uomini
armati gli stavano appresso, temendosi oltre ai nemici di dentro,
sicarii che si dicevano appostati contro lui dal Duca di Milano. In
quelle Prediche ogni cosa è vivo; e quivi sono ampiamente svolti gli
eterni precetti della morale e della fede, le cose presenti ed i propri
suoi pericoli. Nell’ultima diceva: «Qual sarà la fine della guerra che
tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la
vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico invece, morire ed
essere tagliato a pezzi.» Scrivendo alla madre sua, cercava che avesse
l’animo preparato a sentirlo morto.
Continuarono anche dopo Pasqua le Prediche: il Papa si teneva chiuso,
e aveva commesso a una Congregazione l’esame della dottrina e del
procedere di Fra Girolamo, senza che ne uscisse accusa: tentava nel
tempo stesso di ricondurre la Congregazione toscana di San Marco
sotto alla lombarda, o sottoporla ad un Vicario che avesse in Roma la
residenza. Fine d’ogni cosa era levare il Savonarola di Firenze, o con
l’escluderlo dal pergamo tôrre a lui ogni forza. Fu a lui vietato il
predicare: al che taceva egli per alcun tempo, ma le gravi condizioni
in cui la Repubblica versava fecero sì che i Magistrati a lui devoti
lo richiedessero di fare udire la sua voce, da cui attingevano potenza
e aiuto contro agli avversari che già si cominciavano a mostrare. Come
si è detto, Piero de’ Medici era alle porte, la fame e la peste dentro
la città e fuori. Fra Girolamo tornato in pulpito, avea predicato
la Quaresima sopra Ezechiele; faceva sovente nella Bibbia suo tema
i Profeti che nella antica legge tenevano il grado da lui più ambito
nella Chiesa. Ma tosto che Piero si fu allontanato, le parti nemiche
più si voltarono contro al Frate: questi, malgrado il divieto, aveva
annunziata in Duomo una predica pel giorno della Ascensione, che già
da molti si antivedeva sarebbe occasione di tumulti. Nella mattina si
trovò il pergamo imbrattato d’ogni sozzura; pareva minacciata la vita
del Frate, ed egli entrava circondato da molti de’ suoi che armati
stettero intorno al pulpito. A un punto dato, ecco farsi un grande
strepito nella chiesa dov’erano gli animi già preparati allo spavento:
chi fuggiva e chi si armava: in mezzo a un infernale disordine, Fra
Girolamo fu ricondotto al suo Convento, ed in quel giorno si trova
scritto che a lui medesimo fallisse l’animo. La Signoria di maggio e
giugno 1497 era in grande parte contro a lui; uscì bando che proibiva
generalmente ad ogni frate il predicare: una Pratica si tenne sulla
proposta di dare esiglio al Savonarola, ma non si vinse. Il Papa infine
mandò fuori la scomunica, indirizzata col solito modo questa volta
ai Frati Serviti, grandi affezionati di Casa Medici. La scomunica non
condannava dottrine di lui, ma solamente la disubbidienza che si andò
a cercare nei fatti circa alla Congregazione Domenicana. Grande era lo
sdegno di Papa Alessandro; ma nulla infine potè trovare, nè tutto il
misero poteva dire; era la condanna atto politico e non religioso. A 22
giugno fu la scomunica pubblicata in Duomo con le solennità consuete;
donde un insorgere contro ai Frateschi, e nella festa del San Giovanni,
grande lo sfoggio d’ogni mondanità che più riuscisse d’ingiuria ai
Piagnoni: così appellavano i devoti al Frate. Incontro ad essi erano
i Compagnacci, i quali professando un vivere sciolto, davano mano agli
Arrabbiati, sotto il quale nome si raccoglievano gli amici d’un Governo
stretto e i non avversi a Casa Medici. Un Ridolfo Spini, giovane ricco
e licenzioso, immaginò un convito dove ogni delicatura ed ogni lautezza
fossero profuse, lo sfoggio facendosi la notte a vista di popolo, e
i convitati girando per la città con torchi accesi e musica, in onta
manifesta del Frate e dei suoi.
La Signoria entrata il primo di luglio e la seguente, furono amiche al
Savonarola, cercando col mezzo dell’Ambasciatore in Roma d’ammansire
le ire del Papa, il quale percosso da un colpo crudele aveva sembrato
volersi riscotere. Era nel Borgia una bontà sola, ma che a un Pontefice
stava poco bene, l’amore ai figli; di questi il maggiore fu trovato
ucciso una notte per domestica tragedia, secondo fu detto. Scrivea
Fra Girolamo al padre afflitto lettera di conforto, ma insieme di
ammonizione benevola, grave e prudentemente dignitosa. Ma il Papa,
essendo tornato bentosto ai modi soliti, chiedea la consegna del
Savonarola; e questi, dopo essersi più mesi tenuto in silenzio, cedendo
a sè stesso e forse ai conforti di quei dello Stato, riavutisi dopo
alle turbazioni pel caso dei Cinque, tornò a predicare. Cominciava
l’anno 1498: il popolo radunato sulla piazza di San Marco (perchè la
chiesa non bastava) era chiamato a una solenne preghiera: usciva il
Frate col Sacramento in mano, e da un pergamo alzato fuori della porta
della chiesa, benediceva il popolo e diceva: «Signore, se io non opero
con sincerità d’animo, se le mie parole non sono da te, gastigami.»
Il volto del Savonarola oltre al solito esprimeva la fede dell’animo,
ed il popolo pregava. In Duomo le prediche andavano più che mai
direttamente contro a Roma ed al Papa; il quale personalmente offeso
ed impaurito del grande rumore che se ne faceva, minacciava sulla città
l’interdetto, se a lui non dessero il Savonarola nelle mani: al che lo
spingeva Lodovico il Moro, allora grande amico al Papa.[43] Mandar via
il Frate sarebbe piaciuto alla Signoria nuova per marzo ed aprile; la
quale non appena entrata in ufizio radunò una Pratica, dove però tale
si mostrava la propensione verso il Frate, che fu costretta la Signoria
stessa mandare al Papa lettera in difesa di lui con espresso rifiuto
di fargli offesa o divieto. Abbiamo gli atti di queste Pratiche, dove
nei pareri degli intervenuti si trova espresso mirabilmente lo stato
dei partiti con le varietà loro: guidava i seguaci del Frate la fede
in lui ed il sentimento della indipendenza cittadina; degli altri, chi
temeva l’autorità del Papa e chi la potenza. Avevano chiesta a Roma
una Decima, senza cui la Repubblica non poteva reggere alle spese;
e quando venisse un interdetto, vedevano disertati i banchi di fuori
e i commerci guasti.[44] Fu quindi scelta una via di mezzo, vietando
le Prediche in Duomo; le quali continuavano in San Marco: finchè ad
un’altra lettera del Papa la Signoria ordinava, fosse tolto a Fra
Girolamo il predicare dovunque fosse. Questi, radunato prima come
soleva le donne in San Lorenzo, le accomiatava con addio pietoso, e il
giorno dopo agli uomini in San Marco faceva l’ultima sua predica.
In alcune delle precedenti avea messo innanzi l’idea d’un Concilio,
sebbene dovesse accorgersi quanto differente caso fosse da quel di
Costanza, ed egli medesimo dicesse che il tempo non era venuto, ma che
si doveva pregare il Signore perchè si potesse una volta radunare.
Adombrava questo suo pensiero sovente col dire, che avrebbe _fatto
girare la chiavetta_, cioè propalato le cose ch’egli aveva in serbo
circa l’indegnità d’Alessandro Borgia; e credo ne avesse delle più
sostanziose ed accertate che non gli scandali del Burcardo o gli
aneddoti dell’Infessura: «Ma Concilio (predicava egli) vuol dire
congregare la Chiesa, e non si domanda propriamente Chiesa se non
dov’è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse
solamente in qualche buono omiciattolo. Nel Concilio si gastigano
i cattivi cherici, si depone il vescovo ch’è stato simoniaco o
scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! forse non ne rimarrebbe
nessuno.» L’Italia non era capace nè degna di operare una riforma,
la quale salisse di basso in alto, nè le altre nazioni l’avrebbero
seguitata. Ma il Savonarola in quella sua troppo elevata solitudine
aveva in sè la necessità d’andare innanzi, e quando era in pulpito,
dice egli stesso che non potea frenarsi dal dire cose le quali aveva
fatto proposito di tacere. Scriveva ben egli al Papa lettera dolorosa
più che minacciosa; per sè aspettava con desiderio la morte; a lui
chiedeva che senza indugio volesse provvedere alla sua salute. Faceva
intanto per mezzo d’amici qualche pratica nelle Corti straniere,
e si rinvennero presso a lui, quando fu preso, bozze di lettere
all’Imperatore, e ai Re di Spagna e d’Inghilterra e d’Ungheria, perchè
adunassero un Concilio. Ne aveva già scritto al re Carlo VIII, cui
era solito di riprendere per non avere compita l’opera alla quale
era chiamato da Dio; e questo Re n’ebbe più volte il disegno, cui la
Sorbona lo esortava, e più d’ogni altro a ciò lo spingeva Giuliano
della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, che allora in Francia
dimorava. Ma nè Carlo era uomo da tanto, nè in Francia materia a ciò
sufficiente: fra tutti profano era il Cardinale, che nel Pontefice
non guardava che al principato furiosamente ambito da lui. Andava la
lettera del Savonarola in Francia per un corriere, che essendo fatto
svaligiare dal Moro, facea questi pervenire la lettera al Papa, del
quale s’accese più che mai lo sdegno; talchè nuovi assalti sovrastavano
a Fra Girolamo. E questi frattanto da una fiducia presuntuosa era
condotto a quel punto estremo dov’egli vedevasi mancare innanzi la via
e cadere l’opera sua: dovette allora più che mai sentire nell’animo
crudeli battaglie; e come affranto ne rimanesse, vedremo dai fatti che
a lui precipitarono la ruina.
Era nel convento di San Marco un Fra Domenico Buonvicini da Pescia,
uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva
spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno
il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del
suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un
Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi
pronto a fare l’esperimento: le forme ed i modi tra le due parti
furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da
quel momento il Savonarola fu spacciato, e fu da indi in poi minore
a sè stesso. Non avea fede in quei giudizi, nè approvava tentare Dio
a quei miracoli; ma contrapporsi, era confessare vinta la causa e la
dottrina sua, levare in alto gli uomini del peccato e dare scandalo
ai suoi devoti: vedevasi innanzi Roma fulminante, ed il trionfo dei
Francescani, ed il beffardo insulto dei Compagnacci: nè oso affermare
che a lui medesimo non balenasse in qualche momento la speranza d’un
prodigio; fu incerto, e non sempre quanto bisognava decoroso. La fibra
sua era singolarmente delicata e sensitiva: nei tumulti si perdeva
d’animo; alle brighe riusciva inetto; aveva bisogno di essere solo in
faccia a un popolo e a Dio. Sarebbe lungo e tedioso esporre le tante
dispute che nacquero circa al fermare le condizioni: molti dalle due
parti campioni s’offersero; rimasero all’ultimo Fra Domenico da Pescia
e un frate Andrea Rondinelli. E intanto le fazioni civili, i disegni,
le macchinazioni dei politici di dentro e di fuori, e i dolori degli
uomini virtuosi, e i pii affetti delle donne popolane, ogni cosa era
in fermentazione durante quei giorni. Diceano i nemici del Frate: «O
egli morrà, o del tutto perderà credito.» Poi veduto che egli per sè
rifiutava, di lui si beffavano. In Palazzo la Signoria stava contro
lui, sparsi negli altri Magistrati i suoi partigiani: da Roma, dov’era
Piero dei Medici, non è da dire se venisse esca all’incendio: il Duca
di Milano vi soffiava dentro notoriamente, e degli emissarii suoi
abbiamo lettere.[45] Fu adunata una Consulta, dove con poche differenze
tutti opinarono fosse bene di lasciare correre le prove, che sarebbe
stato a ogni modo finirla con le divisioni, e la città ne avrebbe
quiete.[46] Assegnava quindi la Signoria per l’esperimento il 7 aprile,
vigilia della domenica dell’Ulivo.
Dall’angolo del Palazzo della Signoria verso il tetto dei Pisani si
distendeva un palco formato di materie combustibili con sopra per
tutta la lunghezza fascine dai due lati, e in mezzo a queste libero
un andare della larghezza di due braccia. La Loggia dei Signori aveano
divisa in due spazi, che uno pei Frati Minori e l’altra pei Domenicani;
la Piazza guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi,
le armature dei Capitani splendide come a un tornèo. I Compagnacci
che si mettevano innanzi a tutti, uomini nobili e ricchi la maggior
parte, facevano anch’essi un bel vedere con la loro compagnia che
s’andò a porre vicina al palco. All’ora data mossero da San Marco
Fra Domenico innanzi in piviale e tutto animoso nella faccia; dopo a
lui Fra Girolamo col Sacramento in mano, a lato uomini della nobiltà
con torchi accesi; indi lunghissimo ordine di Frati, e grande popolo
degli amici loro in arme. Entrati sulla Piazza, intuonarono il Salmo:
_Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus_: quindi le due parti
pigliarono posto sotto alla Loggia. Qui nacque la prima contesa circa
al fare entrare Fra Domenico nel rogo con l’Ostia in mano, come il
Savonarola pretendeva; gridavano molti che ciò sarebbe profanazione,
e peggio ancora se l’Ostia bruciasse: tutti s’accorgevano che il
Savonarola questo faceva perchè l’esperimento non andasse innanzi.
Sorgevano altri punti di controversia tra le due parti, e le ore
passavano, ed il popolo aspettando tumultuava; discorsi d’ogni sorta
si facevano, e Fra Girolamo non ne aveva la parte migliore. Sotto alla
Loggia i frati suoi non cessavano dal cantare ad alta voce _Laudi_
e _Salmi_; gli altri serbavano un pio silenzio e dignitoso. Nulla si
faceva: dal Palazzo alla Loggia era un andare ed un venire continuo di
messi della Signoria; ma il giorno declinava, quando una subitanea e
grossa pioggia, o interruppe la foga degli animi, o diede occasione al
disperdersi. Non senza grande pericolo Fra Girolamo e i suoi tornarono
al Convento, peggio che vinti, perchè il pensare del maggior numero si
voltava contro a loro.
La mattina del giorno dipoi nella città era un muoversi di persone
che si osservavano a vicenda, ciascuno cercando raccogliere intorno
a sè i suoi: ma già si vedeva la parte del Frate essere grandemente
assottigliata. Stava il Palazzo per gli Arrabbiati, che già si
ordinavano come a guerra regolare; i Compagnacci tenevano armati la
piazza del Duomo; le strade si empievano dei vecchi e nuovi avversari
dei Piagnoni; questi venivano insultati, e due poveretti che pregavano
furono scelleratamente uccisi. A San Marco erano accorsi i fidi a tutta
prova, ed armi vi furono recate che taluni dei frati indossavano,
intantochè altri, secondo le varie nature d’ognuno, si nascondevano
o fuggivano, o stavano intorno a Fra Girolamo, che nel coro pregando
vietava si spargesse sangue dai suoi: diede un mesto e solenne
addio in poche parole ai circostanti; null’altro a lui era da fare;
l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel
giorno rinvenne sè stesso. Francesco Valori, che era in Convento, aveva
impedita ogni temerità dalla parte sua: cominciarono le offese intorno
al Duomo all’ora di vespro; gli assalitori gridarono a San Marco! e a
sera il Convento fu investito. Di dentro non mancarono le difese; vi
ebbero morti, taluni vennero a cadere su’ gradini dell’altare maggiore,
dietro al quale stava il Savonarola inginocchiato. Questi, poichè
dalla chiesa bisognò uscire, andò a porsi col Sacramento in mano nella
Biblioteca greca, come la chiamavano, perch’ivi era stato il primo
deposito di libri dai quali uscirono grandi le antiche lettere. Intanto
la Signoria, che ogni cosa dirigeva, mandò i suoi messaggieri con
l’ordine di porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i
quali non fecero resistenza, e a notte avanzata furono condotti legati
e in mezzo a crudeli insulti nella prigione assegnata dentro al Palagio
a ciascuno d’essi; toccò al Savonarola quella detta l’Alberghettino,
dov’era stato Cosimo de’ Medici. Ora è da dire la trista fine di
Francesco Valori. Avendo questi scavalcato il muro dell’orto, usciva
libero dal Convento, e in casa cercava radunare partigiani, quando la
Signoria gli mandava ordine di recarsi tosto al Palagio: andava fidente
in mezzo ai mazzieri, ma intorno fremeva la turba, e due parenti dei
mandati a morte da lui che gli venivano incontro, datogli d’un’arme sul
capo, l’uccisero. La moglie sua che tratta dal rumore s’era prima fatta
alla finestra, moriva percossa da un colpo di balestra.[47]
Il giorno dopo la Signoria mandò avviso al Papa e al Duca di Milano
della presura dei due Frati; ai quali aggiunse un Fra Silvestro
Maruffi, uomo dubbio, procacciante, di molto seguito in città.
Deliberarono che i rei qui fossero giudicati, negando consegnarli al
Papa; rinnovarono gli ufizi degli Otto e dei Dieci, ai quali spettavano
le cause di Stato; elessero una commissione d’esaminatori a fare il
processo, usando la tortura od ogni altro mezzo: furono eletti dei più
nemici al Savonarola, tra’ quali ne basti nominare quel Ridolfo Spini,
che noi conosciamo e che più volte avea minacciato la vita del Frate;
v’entrarono due Canonici fiorentini, con mandato venuto da Roma. Nei
giudizi di Stato la sentenza, come tra vinti e vincitori, precorre
all’esame; e i fatti essendo generalmente palesi, ma contrario tra
le due parti l’apprezzamento del bene e del male, l’istoria impara da
quei processi a giudicare più spesso i giudici che i rei. Gli atti che
abbiamo di questo accrescono le dubbiezze anzichè cessarle, questo solo
rimanendo certo, che da chi scriveva furono alterati; ripresi tre volte
per successiva inquisizione, tra loro s’intralciano; e qui l’empietà
della tortura mostrò, più che altrove, quanto ella fosse crudelmente
menzognera. Si aggiunga poi sopra ogni cosa, che da cima a fondo
materia all’esame non furono altro che i fatti della coscienza: il
resto era nulla, e un solo punto si giudicava: se il Savonarola fosse o
si credesse o si fingesse da Dio ispirato; da questo pendeva la vita di
lui. Ma intorno a ciò nè avrebbe saputo egli rispondere giustamente, nè
a quel che dicesse poteva concedersi valore giuridico. Credeva buona la
sua dottrina, e la mantenne anche negli esami; alla divina ispirazione
correva incontro, e da molti anni vi s’immergeva con tutto il pensiero;
la fede viva poi gli mancava, com’egli medesimo si lagna più volte:
allora cercava ricostruire quel ch’era in lui come il sostentamento
della vita, e allora l’orgoglio veniva a soccorso, e alla credenza del
sentimento sostituiva una credenza quasi manufatta, finchè la preghiera
non raccendeva la fede o il predicare non la rianimava.
Che negli esami il Savonarola si contraddicesse non fu mai negato.
Sotto ai tratti della fune che lo martoriava si dichiarò mentitore;
poi rinnegava quel che aveva detto; cedeva ai tormenti fino al
vaneggiare; aveva il cuore di martire, ma non la fibra: di questa causa
di vacillamenti non sarebbe da tener conto. Chiamato poi a definire
a sè medesimo la propria sua ispirazione, si profondava in dottrine
astruse; e queste pure non è meraviglia che spesso fossero incoerenti.
Ma io per me credo che alla medesima sua coscienza, in quelli strazi
del corpo e dell’animo, si appresentasse quanto avea potuto in lui
l’orgoglio, perchè il pensiero accusatore in quelle tristezze più vivo
e pungente rimaneva solo; forse anche a sè stesso dava riprensione
di avere cercato turbare la Chiesa, quando non poteva sanarne le
piaghe. I giudici allora afferrando quelle confessioni, le traducevano
in parole che lui dichiarassero impostore, che tutto facesse per
ambizione mondana, e a solo fine di primeggiare: avvezzi a guardare la
coscienza grossamente, più in là non capivano, e allora credevano di
averlo colto. Ma in lui l’ambizione propriamente detta mai non si era
manifestata per fatti esteriori; non v’era materia d’accusa giuridica:
ma pure lo spargersi di quelle contradizioni gettava dubbiezze che
abbattevano la reputazione, in molti già scossa, di Fra Girolamo.
Abbiamo un primo Esame fatto dai Commissari, ma che non parve
soddisfacesse. Fu allora chiamato certo Ser Ceccone notaio, che molto
prometteva: si tornò da capo, ed il misero per altro Esame più altre
volte fu martoriato: ma nemmeno questo secondo processo ottenne il
fine che i suoi nemici desideravano. Dovettero quindi nel pubblicare
i Processi farvisi manifeste alterazioni, e attribuirsi al Savonarola
confessioni di tale abiettezza, quali niun malvagio uomo di sè farebbe
giammai. Spesso un articolo dell’Esame finisce col dire: che ogni cosa
aveva egli fatta o simulata agli occhi degli uomini per ambizione di
farsi grande. Tali dichiarazioni è da notare che non si accordano
per la materia nè per l’intonazione con quel che precede: e qui la
menzogna si vede anche essere grossolana, tantochè fu confessata da
quei medesimi ch’erano stati a fare il Processo.[48] Subivano esame
nel tempo stesso i due suoi compagni; l’uno dei quali Fra Domenico,
si mantenne incrollabile nell’amore e nella fede al Maestro: nè Fra
Silvestro lo aggravava, non tenendo conto delle conclusioni, dove
spesso avviene che dopo averlo il testimone lodato o scusato gli si
faccia dire: infine conchiudo che fu traditore. Invece si vede Fra
Silvestro farsi accusatore di molti e molti cittadini Fiorentini
che praticavano il Convento, e a quali si vengono a imputare brighe
d’ogni maniera. Fra Domenico aveva nominati molti di quei medesimi
cittadini, ma come amici del Convento e senza per nulla nella sua
Esamina aggravarli. Fra Silvestro si trova essere stato principale
in quelle pratiche sediziose, nelle quali Fra Girolamo non apparisce
essere entrato menomamente. Dal suo deposto, non che da quelli di altri
o frati o cittadini, chiaro ne apparve, dopo allo studio molto accurato
che ne abbiamo fatto, fra tutti essere Fra Silvestro stato grande
mestatore, ed essersi imposto con le arti sue a Fra Girolamo, che in
lui credeva come a lui credevano o s’impacciavano seco altri cittadini
dei maggiori e fino di quelli che certo non erano da quella parte.[49]
Andava intanto al Papa una lettera in nome dei Frati di San Marco:
in essa dichiarano ingannatore Fra Girolamo perch’egli medesimo nel
ritrattarsi lo avea confessato, ma insieme attestano ampiamente le
virtù sue, la santità della vita, i frutti delle predicazioni, e
gli eventi che avevano dato alle sue parole tale conferma che grandi
ingegni ne furono presi. È lettera scritta con singolare accorgimento,
perchè nel domandare l’assoluzione riducono a nulla il loro peccato:
sopra ogni altra cosa (com’è nello spirito di tali corporazioni)
pensavano alla vita e alla grandezza del Convento di San Marco;
chiedeano pertanto che si mantenesse separato dalla Congregazione
di Lombardia, e che rimanessero in quello tanti uomini insigni e
incolpabili che vi si erano aggregati. Rispose il Papa benignamente;
alla Signoria scriveva lettera molto graziosa, ed assolveva con altro
Breve le colpe commesse fino all’omicidio, a procurare la caduta del
Savonarola. Entrò dipoi la Signoria nuova, e persistendo nel rifiuto
di mandare i Frati a Roma, accettò che venissero in Firenze due
Commissarii a rinnovare il Processo per conto del Papa.
Rimasto in carcere il Savonarola solo con sè stesso, ritrovava (come
a lui sempre avvenne) sè stesso. Compose allora due Meditazioni, che
furono insigni testimonianze del suo animo in quelli estremi giorni
della vita. Bentosto ebbero quelle due scritture celebrità grande e
vennero in più luoghi pubblicate. Quivi nulla del Processo, nulla dei
suoi Giudici; è solo con Dio, e a lui raccomanda l’anima sua quando
non possa la vita. «A chi rivolgermi io peccatore? Al Signore, la cui
misericordia è infinita: non è chi si possa gloriare in sè stesso.
— Confermami nel tuo spirito, o Signore; ed allora solamente potrò
insegnare agli iniqui le vie tue. — Io desidero con ardore che tutti
gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi
solleverebbero. Io ti prego perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa
tua, e veda come più sono gli infedeli che i cristiani, ed ognuno ha
fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi
la faccia della terra. L’inferno si empie, la tua Chiesa manca, levati
su; perchè dormi, o Signore? — Allora tutto lieto esclamai: Io non
mi confido negli uomini, ma solo nel Signore: e renderò i miei voti
dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la
morte dei Santi.» Poco dopo gli fu tolta la carta, e dovette cessare di
scrivere: ma quelle sue parole sono di grande momento a far giudizio
del Savonarola. Sul pergamo stesso e prima che fuori tuonasse la
riprensione degli altrui vizi, in fondo al cuor suo gemeva il dolore:
e qui troviamo la riprensione mantenersi rigida sempre, ma più devota,
dopo agli strazi degli esami e alla vigilia del supplizio. Giudichi
ognuno se chi sentiva allora in tal modo avrebbe potuto mentire tanti
anni freddamente a fine ambizioso.