Quistioni giurisdizionali. Diritto cattolico. Il Sarpi e il Pallavicino.
Fra tanta divergenza d’accidenti e di dogmi, unico proposito conforme
della Riforma si fu l’abolire la centralità papale, opponendo le
nazionalità alla cattolicità, il giudizio personale all’unità della
fede, subordinar la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la
coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione;
il fôro interno all’esteriore. La cristianità non fu più una contro un
nemico comune, gl’infedeli; ma si trovò scissa in due campi ostili,
da cui e in cui si avvicendavano le persecuzioni. La Riforma diede
importanza agli studj; le lingue antiche si trovarono necessarie per le
controversie religiose, ma nel vortice di queste la bella letteratura
naufragò; il sospetto fece reprimere la coltura in paesi dove avea
preso tanto incremento, come fra noi; l’antichità non considerossi più
in connessione coll’intera storia del mondo; e sul greco e sul romano
si concentrò l’attenzione di cui parvero men degni i mezzi tempi, che
pur erano la fanciullezza e la gioventù delle società moderne; e il
ripudiarne ogni provenienza spense l’originalità. L’immaginazione,
che addormentatasi fra i popoli classici col restringersi a imitare
e compilare, era stata poi ridesta dalla fede, dovette cedere alla
ragione positiva, la quale acclamò il pensiero come forza sterminatrice
o conservatrice, e travolse in dispute, che più non furono risolte.
Separato il mondo della scienza da quello della fede, provveduto
piuttosto a opprimere l’opinione falsa che a diffondere la vera, ne
seguirono reazioni violente, la tirannide del pensiero nella proclamata
sua emancipazione, e la necessità di nuove rivoluzioni.
Più ch’altri ne deteriorò l’Italia, cessando di essere la metropoli
del mondo; sicchè più non v’affluivano le ricchezze e cognizioni, sfogo
all’attività, stimolo agli ingegni colle speranze prelatizie. A tanti
scritti liberissimi fu imposto silenzio o punizione; e per ovviare gli
abusi, impacciata la vera scienza. Il papato, nell’aspetto temporale,
fu ancora ambizione di famiglie illustri, e spesso più che il sommo
sacerdote vi apparve il principe nazionale, intento a restituire
lo splendore alla tiara cogl’intrighi e coll’abile schermirsi in
situazioni scabrosissime.
Quando Roma ebbe tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e
intellettuale, e rifattasi vigorosa col chiarire il dogma ed emendare
la pratica, represse ne’ meridionali la propensione alla Riforma, in
aspetto di conquistatrice s’accinse a ricondurre alla sua autorità i
divaganti, e ripigliò l’offensiva, posando come assolute le sue verità,
e negando che fuor di queste si dia salute; avrebbe anche voluto
togliere ogni diversità interna di chiese nazionali, di riti distinti,
credendo prova di forza l’esigere l’unità assoluta. Dissipate le
false Decretali, l’autorità pontifizia si trovò più solida perchè più
misurata, e il diritto ecclesiastico venne rigenerato. Come le reliquie
d’un esercito scompigliato si rannodano attorno allo statomaggiore,
così i Cattolici sentirono la necessità di restringersi al papa;
e principalmente i Gesuiti, animati dall’alito del ringiovanito
cattolicismo, si diedero a sostenere il solo pastore, attorno a cui
dovea farsi un solo ovile; e un nuovo grandioso campo s’aperse alla
letteratura teologica e storica nel sostenere la verità e le ragioni di
Roma.
Come l’autorità civile proibisce la vendita dei veleni, o provvede ai
cani idrofobi, alle esalazioni deleteriche, così l’ecclesiastica si
credette in dovere di proibire le cattive stampe. Da qui gl’indici
di libri proibiti, de’ quali i primi si fecero a Lovanio e a
Parigi: poi Paolo IV, in una costituzione nel 1564, oltre quelli
specialmente indicati, proibiva in generale tutti i libri di magia
o altre superstizioni e i lascivi ed osceni, eccettuando i classici
antichi per riguardo all’eleganza; i libri d’eresiarchi, non quelli
di eretici; nè le traduzioni di scrittori sacri fatte da questi,
purchè nulla contengano di erroneo. Per la Bibbia vulgare ci vorrà
la permissione, e così per le controversie con eretici. Pio V regolò
questa materia mediante la Congregazione dell’Indice, alla quale
diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, badando men tosto alle
opere d’eretici che di cattolici. Quando un di questi sia deferito
al tribunale dell’Indice, verrà preso in serio esame dal secretario
con due consultori, e se lo trovino condannabile, se ne farà una
ragionata informazione, che verrà discussa da sei consultori sotto al
maestro del sacro Palazzo; e proferita la condanna o la correzione,
sarà sottoposta al papa. Trattasi d’autore illustre e di fama integra?
si proibirà _finchè sia corretto_; se ne comunicheranno all’autore i
motivi e le correzioni da farsi; e solo s’e’ ricusi verrà pubblicato
il decreto, o se l’opera sia divulgata. Se è d’autore cattolico di bel
nome, e la cui opera emendata possa giovare al pubblico, è necessario
se ne sentano le difese. A censori poi si assumano persone di pietà
e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci luogo a odio o
favore, e credansi destinati non a condannar l’opera, ma ad esaminarla
equamente; pesar le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di
scuola, d’istituto, di parte; ricordandosi che molte opinioni pajono
indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure senza
detrimento della fede sono rejette da altri cattolici. Sovrattutto
s’abbia a mente che d’un autore non può giudicarsi se non leggendo
intera l’opera, comparando i differenti passi, e badando al fine di
esso; non proferendo sopra una o due proposizioni staccate; giacchè
quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, spiega
chiaro e abbondantemente altrove.
Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l’autorità
inappellabile del concilio: ma v’aveva articoli che toccavano la
società secolare; quali sarebbero i privilegi del fôro ecclesiastico,
l’esclusione de’ giudici secolari dalle cause di curia; il divieto ai
principi di tollerare il duello, di far editti su materie e persone di
chiesa, di esigere gabelle e decime, di voler mettere l’_exequatur_
alle bolle pontifizie; e la scomunica minacciata a chi facesse
altrimenti, od usurpasse beni e ragioni ecclesiastiche. Anche contro i
laici violatori dei precetti divini si comminarono pene; riservato ai
vescovi l’approvare i maestri, l’espellere le concubine, l’ispezione
sui luoghi pii, i monti, gli spedali; obbligati i parrocchiani a
supplire alle prebende inadeguate dei pievani. Da tali decreti parvero
lesi molti interessi, ed intaccata quella sovranità indipendente,
a cui i principi aspiravano; i quali pertanto reluttarono contro il
sinodo. Venezia era stata la prima a dar l’esempio d’adottarlo senza
restrizioni; indi Cosmo di Toscana, poi la Polonia e il Portogallo;
ma altri potentati fecero riserve per le consuetudini o le leggi de’
loro Stati; la superiorità dei concilj al papa, pretesa in quelli di
Costanza e Basilea, fu ritenuta da’ Tedeschi; i Francesi ne fecero
il cardine delle libertà gallicane, negando l’infallibilità del papa
diviso dal consesso della Chiesa: e ne vennero dissensi che turbarono
il seno della Chiesa cattolica; principi che aveano declamato contro
gli abusi, non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni
tridentine accampavano le ragioni del principato.
Che l’autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di
modo che rimangano indipendenti i due poteri nell’ordine della propria
competenza, l’avea mal compreso il medioevo, e peggio l’evo moderno:
anzi l’atto effettivo della Riforma era consentito nel sovrapporre il
temporale allo spirituale, e i papi si rassegnarono a molte concessioni
onde salvare la Chiesa. Perocchè di primo achitto i principi
s’accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma concentrando in
sè i poteri e incamerando i beni; anche quei che restarono cattolici,
se ne valsero per isbigottire i papi, e ridurli alle loro voglie
colla minaccia di abbandonare la messa per la cena e pel sermone;
e alla monarchia cattolica del medioevo parve volessero sostituire
la monarchia politica. Le controversie teologiche si risolsero
dunque in dispute sull’autorità regia; frangere le barriere opposte
dall’immunità e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne
l’intento comune; quasi uno Stato, per trovarsi davvero indipendente,
non dovesse lasciar veruna ingerenza ad altri, nè autorità che non
fosse concentrata nel governo. I Protestanti lo avevano conseguito
di colpo coll’aperta ribellione; i Cattolici s’ingegnarono con mezzi
termini di accordare la coscienza coll’ambita onnipotenza: a tal uopo
fomentavano le ambizioni particolari, e con titolo d’indipendenza
tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire
le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali chiese,
necessariamente docili al potere che loro permetteva d’esistere; e così
passo passo ottennero le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti
avevano carpite.
Di rimpatto la Chiesa, sentendosi robusta e rinovellata nella
precisa espressione del dogma, parve si lusingasse di far rivivere
i tempi della sua prevalenza, e anche per questa parte correggere il
paganizzamento della società. Adunque ridestò le pretensioni che in
un’età organica aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e si
asserì di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato,
il papa essere superiore a qualunque giudizio, e decadere il re che
esca dal grembo cattolico.
Il proprio simbolo espresse Roma nella famosa bolla, detta in _Cœna
Domini_ perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo; la
quale ebbe l’ultima mano da Pio V, e suole citarsi come il massimo
dell’arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo e
spogliandola delle frasi conformi al tempo, essa, in ventiquattro
paragrafi, scomunica gli eretici di qualsiano nome e chi li difende,
o legge libri loro, o ne tiene, stampa, diffonde; chi appella dal
papa al concilio, o dalle ordinanze del papa o de’ commissarj suoi a’
tribunali laici; i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi spoglia
navi di Cristiani naufragate; chi impone nuovi o rincarisce gli
antichi balzelli a’ suoi popoli; chi dà ai Turchi munizioni da guerra
o consigli; chi fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i
vescovi nell’esercizio di loro giurisdizione, mette la mano sopra le
entrate della Chiesa, cita ecclesiastici al fôro laico, impone tasse
al clero, occupa o inquieta il territorio della Chiesa, compresevi
Sicilia, Corsica, Sardegna.
Dopo Lutero e Grozio[383] chi sarebbesi aspettato così elate
pretendenze? ma le riazioni trascendon sempre, e nel diritto come nella
buona guerra il miglior difendersi è l’attaccare. Se non che poco
erano disposte a condiscendere le Potenze; i principi d’oltremonte
ripudiarono quella bolla; altri l’accettarono, col proposito di
modificarla nell’applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio
insistesse; l’Albuquerque governatore di Milano vi negò l’_exequatur_;
a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali
senza approvazione del magistrato; in Savoja si conferivano benefizj al
papa riservati; a Genova erano proibite le assemblee presso i Gesuiti,
pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l’Inquisizione
vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta
di giurisdizione ecclesiastica; i vescovi di Toscana lasciavano
ammollire nell’applicazione la tremenda bolla, ma i frati la zelavano a
rigore; e guaj a parlare di tasse sui beni di ecclesiastici; negavano
l’assoluzione, donde vennero tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a
Montepulciano, a Cortona.
Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso per la sua feudale
dipendenza; e il vicerè duca d’Alcala fece risoluta opposizione
alla bolla, sino ad arrestare i libraj che la stampassero[384]; fu
condannato alle galere uno che avea pubblicato l’opera del Baronio
contro il privilegio, chiamato la monarchia siciliana, pel quale al re
competevano le divise e i diritti di legato pontifizio. Di rimpatto
i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e di chi moriva
intestato poter qualche tempo tenere i beni applicandone una parte a
suffragio del defunto: alcuni scomunicavano chi mettesse ed esigesse
imposizioni: la piazza di Nido a Napoli ricusava un dazio nuovo,
perchè non approvato dal papa; nei casi misti, cioè sacrilegio, usura,
concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, voleasi potesse
procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all’uno
o all’altro fosse prima recata la querela; fonte d’inestricabili
alterazioni. Il papa dava rinfianco all’opposizione, e minacciava
interdire la città; fu respinto dal confessionale, fu privato del
viatico chi, ne’ consigli vicereali, aveva opinato in contrario; e i
doveri di suddito erano posti in conflitto con quelli di cristiano, nè
vedeasi via di comporre. Vi si aggiungevano le citazioni che faceansi
alla corte di Roma, e i visitatori apostolici, che il papa mandava
nel regno per esigere le decime, esaminare l’uso fatto de’ beni
ecclesiastici e le alienazioni indebite. Onde aver denari per costruire
San Pietro, Roma aveva instituito in varj luoghi, e nominatamente
nel Napoletano, un tribunale, che durò fino al 1647, per esaminare
se fossero adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio d’essa
fabbrica; il che attribuiva ai nunzj una giurisdizione molesta e
facilmente abusata.
Perchè mancasse stimolo alla declamata avidità dei prelati, era
stabilito che delle ricchezze da loro lasciate non redassero i parenti,
ma la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il
mondo, ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli
eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi
rigorosi come Pio V. Dall’ispezione sull’adempimento dei legati pii,
i vescovi traevano ragione di vedere i testamenti, e scoprire così i
segreti di famiglia, e fisicare sulle frodi supposte. La proibizione
del concubinato portava a ricorrere alla forza per sciogliere
temporarie unioni, e le curie voleano all’uopo valersi di birri e
carceri proprie; i principi non tolleravano questa diminuzione della
loro autorità, e giudizj non solo, ma armi indipendenti dall’unità
che si andava introducendo. Adunque una concatenazione di litigi,
che neppur oggi perdettero senso e importanza; perocchè in fondo
erano le quistioni costituzionali d’allora; la libertà, questo Proteo
irrefrenabile, compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito
di avvocato e di senatore; e non è strano se di siffatte importanze
s’empie la storia interna della Chiesa di questo secolo e del
seguente[385]. Stefano Durazzo arcivescovo di Genova, martire della
peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che
gli competesse nel presbitero, e sul titolo d’_eminenza_ che allora
cominciavasi dare ai cardinali: non soddisfatto, negò coronare il
doge, e la lotta si prolungò anche assai tempo dopo che l’arcivescovo
ebbe rinunziato. Carlo Borromeo cozzò assai coi governatori di Milano
che alle riforme opponevano i diritti regj, come il senato opponeva
i privilegi della Chiesa milanese. Peggio ancora suo cugino Federico,
che due volte per ciò viaggiava a Roma, e che minacciò di censure chi
trafficasse con Svizzeri e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore
perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze della città, arrogavasi
giurisdizione sui possessi ecclesiastici[386].
Della politica romana che la supremazia papale professava più
alteramente quant’era più minacciata, e pretendeva insegnar doveri ai
re e diritti ai popoli, è rappresentante il gesuita Roberto Bellarmino
da Montepulciano (1542-1621). A ventidue anni egli saliva già i più
celebri pulpiti: da san Francesco Borgia spedito all’Università di
Lovanio perchè si opponesse all’eresia serpeggiante, vi fu consacrato
sacerdote da quel Giansenio che doveva poi divenire antesignano di
famosissimo partito: combattè Bajo che deviava in un punto alla Grazia,
e continuò a predicare e istruire finchè per salute si restituì a
Roma. Quivi servì da teologo, e produsse le insigni _Dispute delle
controversie della fede_. In queste espone prima l’eresia, poi la
dottrina della Chiesa e i sentimenti de’ teologi, rinfiammandoli
non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de’
concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d’ordine,
di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità scolastiche e dal
formalismo di scuola, se erra talvolta sul conto degli scrittori
ecclesiastici non ancora passati al vaglio d’una critica severa,
non di rado arditamente ripudia scritti apocrifi: non inveisce
contro gli avversarj, ma li ribatte con chiara e precisa brevità,
appoggiato all’autorità dei teologi: e Mosheim, uno dei più accanniti
campioni dell’eresia, pretende che «il candore e la buona fede di
lui lo esposero a rimbrotti de’ teologi cattolici, perchè ebbe cura
di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj e per lo più
esporle fedelmente in tutta la loro forza». Ad attestarne il merito,
basterebbe la quantità di quelli che lo confutarono[387]; anzi si
eressero cattedre a posta per ciò. Anche il suo catechismo non v’è
lingua in cui non fosse tradotto.
Nè gli eretici lasciavano quiete, o mostravano tolleranza. Un inglese
entrato in San Pietro di Roma, mentre il sacerdote stava per elevar
l’ostia, l’assalì per istrappargliela di mano, e sparse per terra
il calice; onde assalito dal popolo, fu battuto, poi consegnato
all’Inquisizione; e confesso d’essere venuto con altri in Italia per
commettere simili atti, fu condannato al fuoco, che subì «con tanta
fermezza che ha dato da ragionare assai»[388]. Un altro pubblicò
un «Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile
francese», sozzo di bestemmie contro il papa e il papato, e che ebbe
confutazione dal Bellarmino.
La Riforma, mentre seminava l’Europa di sanguinose eppur feconde
ruine, turbò gli animi con opinioni variabili quanto le teste: dubbj
nell’intelletto e scrupoli nella coscienza nascevano dall’essere
rotto l’equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.
Scassinata l’autorità divina, fu forza cercare nuovi fondamenti alle
obbligazioni dei privati e delle nazioni: ma i liberali protestanti non
giungevano che alla negazione, resistendo al potere in nome del diritto
non del dovere, o zelando un patriotismo inesperto, che vede le piaghe,
non la difficoltà del rimedio, e incita alla disobbedienza.
Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli
arbitrj; di voler anche che la Chiesa partecipasse al potere che essi
concentravano tutto ne’ principi; di supporre qualcosa di superiore e
anteriore ai patti sociali, là dove essi ponevano nelle leggi l’unica
fonte dell’obbligazione; d’insegnare con san Tommaso che l’obbedienza
ai re è subordinata all’obbedienza dovuta alla giustizia.
I teologi nostri sostenevano che la prerogativa del pontefice sovrasta
alla politica, perchè di diritto divino: se rispondeasi dover essere
divino anche il diritto dei principi, altrimente qual ne sarebbe il
fondamento? essi non esitavano a rispondere, — Il popolo», sancendo
così la sovranità di questo. Secondo il Bellarmino, la podestà civile
deriva da Dio; e prescindendo dalle forme particolari di monarchia,
aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana; e non essendo
connessa ad alcun uomo in particolare, appartiene all’intera società;
questa non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla
in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il
costituirsi un re o consoli o altri magistrati, col diritto di
cambiarli[389]. Nell’opera _De summo pontifice capite totius militantis
Ecclesiæ_, la supremazia papale vuole indipendente da qualsiasi
giudizio; anima della società, di cui non è che corpo la potestà
temporale[390]. Però negli affari civili il papa non deve maneggiarsi,
salvo ne’ paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli se turbi lo
Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio,
qual che ne sia la cagione, eccetto i suoi vassalli; ben può mutarne il
regno ad altri ove lo esiga la salute delle anime[391]. Alla monarchia
pura antepone il Bellarmino la temperata dall’aristocrazia; e se pur
dice che il papa può dell’ingiustizia far giustizia, convien ricordarsi
che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[392]. La sua opera
spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; ma neppure gradì a Roma,
anzi Sisto V la pose all’Indice, ma contro il voto della Congregazione,
sicchè ben tosto ne fu depennata.
Fra i tanti libelli usciti contro di lui, uno narrava come, straziato
dai rimorsi, fossesi condotto alla sacra casa di Loreto a confessare
sue colpe; ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come
irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili
scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr’egli viveva in umiltà
laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutta Europa volava
il suo nome; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notaro attese
presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questo uscisse,
fece rogar atto d’averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria;
il papa lo creava cardinale _quia ei non habet parem Ecclesia Dei
quoad doctrinam_; e morendo santamente, professava non solo la fede
cattolica, ma quanto alla Grazia pensare come i Gesuiti.
Volemmo badarci sul Bellarmino perchè in lui si personifica ciò che di
più avanzato si rinfaccia alla santa Sede, e perchè quelle dottrine
ebbero grande efficienza sulle sorti delle nazioni. Anche l’altro
gesuita Santarelli insegnava potere il papa infliggere ai re pene
temporali, e per giuste cagioni assolvere i sudditi dalla fedeltà.
Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell’opera; il parlamento
di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono
ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e
dichiarare l’indipendenza dei re[393].
Son queste le opinioni, per le quali i Gesuiti furono dichiarati
nemici ai re, fautori del tirannicidio, insomma precursori dell’odierno
liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici,
oppressori del pensiero e della libertà: e allora e adesso senza esame
o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un’istruzione
sull’Indice, raccomanda «si abolisca ciò che sente di paganesimo, e che
dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce
la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla
cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il liberalismo.
Eppure corre opinione che la Riforma introducesse la libertà, e che la
Chiesa nostra la bandisse. Vero è bene che questa, ridotta impotente
alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita
individuale e al bisogno di conservarsi, si alleò coi re, a scapito
del carattere popolare che l’avea controdistinta nel medioevo; e la
tirannide uffiziale, introdotta dai principi protestanti, si estese
pure ai cattolici, perchè il clero la pensò opportuno freno al popolo;
i principi, minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi
eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono; a vicenda i fautori
della Riforma, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della
resistenza, la denunziavano come sostegno dell’assolutismo, ottenendo
quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si
compiace di rinnovare, e che tanto pregiudica alla vera libertà.
La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei, v’erano
egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l’indifferenza; l’autore
del _Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani_
assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteano
fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo:
aggiunge però: — Non ho mai conosciuto alcun Veneziano seguace di
Calvino o di Lutero od altri, bensì d’Epicuro e del Cremonini, già
lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il
quale assicura che l’anima nostra provenga dalla potenza del seme, come
le altre dell’animal bruto, e per conseguenza sia mortale. Seguaci di
questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare
molti che hanno mano nel governo».
Fin dal 1520 Burcardo Scenck gentiluomo tedesco scriveva a Spalatino,
cappellano dell’elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a
Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca;
che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro
l’eresiarca, e solo dopo uscito il popolo di chiesa[394]; Lutero stesso
felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio[395],
e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente
vi s’adoperava; come di là erano dirette esortazioni a Melantone
affinchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l’aspettazione
degl’Italiani[396]. Molto oprò a propagarvi la Riforma Baldo Lupatino,
per cui consiglio Matteo Flach di Albona in Istria (_Flaccius
Illiricus_) suo compatriota e parente, fuggì in Germania, e fu
principal penna nelle famose Centurie Magdeburgensi[397]. Baldassarre
Altieri d’Aquila, stabilito a Venezia e agente di molti principi
tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee; e tanto crebbero,
che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s’istituisse
una chiesa[398].
Sappiamo che il Bruciòli pubblicò a Venezia la sua Bibbia vulgare; le
opinioni di sant’Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio vi furono
stampate il 1545 da Agostino Fregoso Sostegno; ivi predicava l’Ochino;
a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio; a Treviso si
formò un’accolta di novatori; e in una a Venezia il 1546 tennero
conferenze circa quaranta persone che spingeansi ben oltre i confini
dei Protestanti; Giorgio Rorario da Pordenone credesi autore delle
note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[399]. Jacopo Brocardo
veneziano seguì Calvino, e pretese confermare colla santa Scrittura
le visioni che dicea d’avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse
di fisica, ma fu scoperto e arrestato dai Dieci: rilasciato, andò
vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Olanda, in Francia, dove il
sinodo nazionale della Roccella proibì la sua _Interpretazione sopra la
Genesi_: in Olanda ritrattò i suoi libri mistici e profetici, pure ne
fu sbandito e campò miseramente fin dopo il 1594. Da Candia, dominio
di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuta
cognizione della Riforma, dissimulò, finchè a gradi a gradi divenuto
patriarca d’Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò ad insinuare
le novità: se n’avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a
Rodi; ma col sostegno dell’Inghilterra e dell’Olanda fu ristabilito, e
pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la
Porta sopì col farlo strangolare; diversi sinodi anatemizzarono lui e
le sue dottrine.
Venezia fin dal 1248 (tom. VI, pag. 354) stabilì si punissero quelli
che un concilio di prelati sentenziasse d’empietà; quarantun anno prima
che, ad istanza di Nicola IV, introducesse la santa Inquisizione, alla
quale tenne poi sempre la briglia, volendo ai processi assistessero tre
nobili, le ammende si avocassero all’erario, i beni de’ rei andassero
agli eredi, non al fisco, nè potesse giudicare Ebrei e Greci, ai quali
fu sempre lasciato libero culto. Essendo denunziato un libro favorevole
alle opinioni di Giovanni Huss, lo arsero, e l’autore mandarono attorno
colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione, e nulla più. Del
resto Venezia vi suppliva co’ Savj sopra l’eresia e cogli Esecutori
sopra la bestemmia, destinati ad approvare le stampe, vigilare sopra
gli eretici, castigare chi celebrasse messa non ordinato, punire chi
bestemmiasse o violasse cose sacre.
Anche qui si crebbero i rigori dopo che ne apparvero le conseguenze.
Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scrive: — Avemo inteso
con grandissimo dispiacere nostro che in questa città di Bergamo si
ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente,
ma pubblicamente disputano e cercano di persuadere agli altri le
opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno»;
ed essendosi il papa lagnato che il capitano e il podestà di Vicenza
lasciassero predicare l’errore, la Signoria emanò ordini severi e
cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all’Inquisizione romana;
Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco Rovigo condotti a Venezia e
strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spìnola prete
milanese, frà Baldo Lupetino suddetto; i restanti approfittarono del
terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri
riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse,
eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.
Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente
l’Inquisizione, l’ambasciatore veneto Pietro Tiepolo scrive avergli
risposto si farebbe, «ma troverebbe che in quel dominio si vive più
religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte;
e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini ufficj
che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per
l’informazione avuta del contrario». E altra volta: — Venne a trovarmi
l’inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l’aveva lungamente
esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva
che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea
fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose
che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da
quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli
ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua
santità d’avere sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo
dominio; ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea
Stato che facesse più di quello per la santa Sede; che sebbene in una
moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto
netta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così
degna e così buona come quella».
Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria veneta
stava attentissima contro gli eretici, non solo per zelo religioso,
ma per la concordia e unione de’ cittadini, che ne sarebbe turbata;
e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra
parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per
più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo
rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiunge che
il consiglio dei Dieci vi bada attento, «ma che noi usiamo più effetti
che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente
chi merita..., che quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e
terribili, portavano maggior danno che utile; che in Francia e ne’
paesi di Fiandra si erano fatte ammazzare le decine di migliaja di
persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar
la gente nell’opinione dei morti; che il consiglio dei Dieci aveva
ultimamente fatto legge, che chiunque fosse bandito da qualsiasi città
per conto di religione, s’intendesse bandito da tutto il dominio,
cosa che forse non si avrebbe pututo fare per gli ordinarj termini di
giustizia»[400].
È vero che Venezia si tenne sempre sulle guardie nel trattare coi
pontefici, nè si lasciava impacciare da ecclesiastiche immunità[401],
anzi professandosi «prima veneziani che cristiani», spingevasi
l’ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero
influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi
sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati
dalla plebe»; è scritto nel _Discorso aristocratico sopra il governo
de’ signori Veneziani_[402]. Un Gesuita raccoglieva i gondolieri ogni
festa per istruirli nelle cattoliche verità; ma la Signoria riflesse
che i gondolieri praticano con persone d’ogni grado, e quindi possono
servire allo spionaggio, e proibì quella congregazione, e cacciò il
Gesuita. Un altro declamava contro il carnevale, asserendo che quel
denaro si spenderebbe meglio in ajutare il papa nella guerra contro i
Turchi, minacciosi alla repubblica; e la Signoria lo sbandì.
Il clero indistintamente restava sottoposto alla giurisdizione dei
Dieci, ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero sul tappeto
affari relativi a Roma, venivano rimossi dal consiglio i _papalisti_,
vale a dire quelli che tenessero aderenza con quella Corte, o soltanto
parentela negli Stati pontifizj: il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero,
chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso da qualunque
affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia,
antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi
l’anno, Venezia chiedeva un decimo delle rendite ecclesiastiche, non
escluse quelle de’ cardinali; e lo ottenne dal papa. Alle trentasette
sedi vescovili l’investitura era data dal doge stesso, in nome di
Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n’avea
tratta a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle
nomine, sebbene anche le altre non potessero cadere che in sudditi
veneti. E quando Innocenzo VIII pretese l’incondizionata elezione dei
vescovi di Padova e d’Aquileja, la Signoria si oppose, com’anche alle
decime ch’e’ volea levare sopra le istituzioni di beneficenza. Nominato
da Pio IV vescovo di Verona Marcantonio da Mula allora ambasciatore a
Roma, la Signoria ricusa riceverlo: eletto cardinale, fa altrettanto,
mandando scuse al papa, ma ai parenti del cardinale vietando d’assumere
la veste purpurea in segno di festa; e si rimase saldi al no, scrivendo
al papa: — Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la
nostra libertà».
Mal dunque si rassegnava Venezia alle pretensioni papali; non volle
che il Vendramin, da essa eletto patriarca, dovesse subir l’esame a
Roma; la bolla _In Cœna Domini_ proibì di ricevere o pubblicare; non
che esercitar giurisdizione sovra persone ecclesiastiche, n’era tanto
gelosa che gl’Inquisitori di Stato, avuto spia che in casa del nunzio
si discorreva «che l’autorità del principe secolare non si estende a
giudicare ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche
indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani i quali tenessero
simili discorsi fossero notati su libro apposito «come _poco accetti_,
e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino,
si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine
ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono tali propositi
fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando
anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato
ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[403].
Un frate a Orzi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e
questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo ch’egli
avea preso per sicurtà. Condannato un prete marchigiano, la Signoria
manda al patriarca che lo dissacri; e poichè questo esitava, alcuni in
consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che
con ciò s’impaccerebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò
si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa
carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l’abate Brandolino
di Narvesa nel Trevisano imputati di enormi colpe, e rinnova l’antico
decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e
devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino
nuove chiese senza beneplacito del senato.
Se n’adontò Paolo V, papa di rigorosa virtù e infervoratissimo della
primazia ecclesiastica, per la quale lottò con Lucca, Malta, Savoja
e Genova non solo, ma con Francia e Spagna sempre prosperamente, e
ripetea: — Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla
podestà spirituale». Egli scrisse minaccie al doge (1606), e non
ascoltato spedì monitorj e scomunica severissima[404]: la Signoria
ne mostrò dolore, ma non cambiò guise; intimò guaj a chi «lasciasse
pubblicare il monitorio», impose che i preti continuassero le
uffiziature; Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali credettero dover
obbedire al papa anzichè al principe secolare, furono mandati via, e
partirono processionalmente dallo Stato con un crocifisso al collo e
una candeletta in mano; al vicario del vescovo di Padova, che rispose
farebbe quanto lo Spirito Santo gl’ispirerebbe, il podestà soggiunse: —
Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».
Tutta Europa vi prese parte, in tutta ritrovandosi persone e cause
interessate; Enrico IV sosteneva i Veneziani, la corte di Spagna
rifiutò il loro ambasciatore come scomunicato; tesi e consulti furono
scritti e contro e in favore dai migliori giuristi, e singolarmente dal
celebre Menocchio, preside al senato di Milano; i più sosteneano ne’
governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e degli ordini
pontifizj; e quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio
Leti, che nella _Vita di Sisto V_ scrive: — I frati veneziani hanno
tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di
questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la
religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono far lo stesso
in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj
contrarj e scandolosi».
Il Governo veneto si mostrò allora rigorosissimo, e n’ebbe
congratulazioni dai Protestanti, i quali vi sperarono occasione di
scattolicizzare l’Italia. Più che in altri essi confidavano in Paolo
Sarpi (1552-1623), frate servita, di San Vito al Tagliamento. Fu egli
uno de’ maggiori ingegni di quell’età, e settecento suoi pensieri
manoscritti mostrano come sentisse addentro in geometria, algebra,
meccanica, fisica, astronomia, areometria, architettura. Nell’_Arte
di ben pensare_ s’accorge che i sensi non ingannano, riferendo essi
all’intelletto ciò che loro si presenta, e che alle scoperte sono
inetti gli assiomi. Teologo della Repubblica veneta, nel litigio di
questa contro del papa fu condotto ad esaminarne il diritto, e con
ragioni ed autorità sminuire l’ingerenza di questo ne’ negozj civili;
e sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[405],
venne ad infervorarsene per modo, che personificò l’avversione alla
santa Sede. Nella _Consolazione della mente nella tranquillità di
coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia
nel preteso interdetto di papa Paolo V_, domanda: 1. nel pontefice
e nella Chiesa v’è autorità di scomunicare? 2. quali persone sono
soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3. la scomunica è
appellabile? 4. è superiore il pontefice o il concilio? 5. per ragion
di scomunica il principe legittimo può essere privato de’ proprj
Stati? 6. per impedire la libertà ecclesiastica s’incorre giustamente
nella scomunica? 7. qual è questa libertà? e si estende solamente alla
Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8. il possesso delle cose
temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9. una repubblica
come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di
scomunica? 10. il principe secolare ha legittima azione di riscuotere
le decime, e legittima potestà d’ordinare ciò che giovi alla repubblica
sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11. ha per se stesso autorità
di giudicare gli ecclesiastici? 12. quanto si estende l’infallibilità
del pontefice?
A tali quistioni rispondeva in somma, che la podestà del santo padre
si limita alla pubblica utilità della Chiesa: il cristiano a quello
non dover obbedienza assoluta, e prima esaminare se il comando è
conveniente, legittimo obbligatorio; che se obbedisce alla cieca,
pecca: quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per
comandi ingiusti e nulli, non deve tenersene conto, essendo abuso
di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando fulminata
contro la moltitudine: non può sussistere se non s’appoggia a peccato
anticipatamente minacciato di scomunica: il concilio di Trento, fuoco
di sant’Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge
estrema circospezione nell’infliggerla, ma erra quando vuole che
chi vi persevera un anno, sia dato all’Inquisizione come sospetto
d’eresia; e quando vieta al magistrato secolare d’impedire al vescovo
di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino.
La Chiesa greca, sempre povera, patì meno scandali che la latina; ed è
patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino
la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che
la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e se
la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col
tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l’autorità,
non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono
che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà
temporale ch’egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi,
non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli
de’ dominj. A rincontro, gli ecclesiastici non han nulla di esente
dalla potestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni
loro altrettanta autorità che sugli altri sudditi.
Del resto l’impugnar Roma non era prova d’eroismo in una repubblica
sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo
sbraveggiando il papa umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli
ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un
villaggio; sommessissimo si mostrava a’ nobiluomini del suo paese,
e lusingando ad essi ed alle opinioni interessate, usurpavasi gli
onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe
costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere
fino alla tortura; e l’insinuare alla repubblica provvedimenti
tirannici. Che nella Quarentìa si giudicasse per consulti gli spiaceva,
e al più li tollererebbe nelle cause civili; le criminali vorrebbe
tutte assunte dal consiglio dei Dieci[406], il quale escludeva il
dibattimento. Raccomanda di tenere ben depressi i nobili poveri, chè,
come la vipera non è buona nel freddo, così i nobili nella bassezza.
Suggeriva d’opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve,
limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, togliervi ogni occasione
d’agguerrirsi, dar pane e bastonate, serbando l’umanità per altre
occasioni; nelle provincie d’Italia industriarsi a spogliar le città
dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni
sieno comperati da’ Veneziani; quei che ne’ consigli municipali si
mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo;
vi si trova qualche capoparte? sterminarlo sotto qualche pretesto,
cansando la giustizia ordinaria; e il veleno tenendo come meno odioso e
più profittevole che non il carnefice[407].
Altrove denunzia come «da pochi anni in qua escono quotidianamente
a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che
l’ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come
una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non
è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le
gabelle e pubbliche gravezze: che, purchè l’uomo sappia far sì che
non sia scoperto, tanto basta: che le imposizioni e contribuzioni
pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi
che le impongono scomunicati; insomma i principali magistrati sono
rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati
ed ingiusti: che sia necessario temerli per forza, ma in coscienza sia
lecito fare ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione». E conchiude
suggerendo una rigorosa legge sopra le stampe.
Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure
frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con
salvocondotto, ottenne l’assoluzione e ricevimento cortesissimo: poi
repente fu arrestato dal Sant’Uffizio, e per avergli trovato libri
proibiti, scritture ereticali, e carteggi esprimenti intelligenze col
re d’Inghilterra, fu appiccato ed arso in Roma. Secondava al Sarpi frà
Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale
franchezza, che il francese medico Asselineau, caldo di quei maneggi e
che spesso scriveva invece di frà Paolo, ebbe a dire: — Pare Dio abbia
per l’Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[408]. Egli fece il
quaresimale (1609) «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e
popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva
Duplessis-Mornay; e frà Paolo gradiva che ne pigliassero disgusto i
Gesuiti, de’ quali non è male che non dica in ogni occasione, nè lasciò
via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla
repubblica; procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e —
Non c’è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti.
Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da
sè»[409].
Esultavano i Protestanti alle scritture che, in occasione
dell’interdetto, pubblicavansi contro Roma; Melchiorre Goldast, Gaspare
Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni,
faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva:
— Il signor Carlo Harlay di Dolot m’ha detto di aver portato libri
di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la
cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero
nell’esposizione del Salmo XI: — A Venezia riceverassi il vangelo:
e i poveri e gli oppressi cristiani liberalmente si sostenteranno e
nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».
Del resto chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le
controversie con Roma o l’avversione ad un papa infondano ardire
e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. E di siffatti non
difettava Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato
e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell’interdetto,
ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; un Querini, autore
dell’_Avviso pernicioso_; don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano
apostato, colà fuggito, ove continuava a celebrar messa benchè sospeso
dal pontefice[410]; l’erudito Domenico Molino; un Malipiero, «uomo
d’una pietà senza fuco e senza superstizioni, che era solito ogni sera
accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare,
che era tra loro vicendevole»[411].
Faceano capo all’ambasciatore d’Inghilterra ed al famoso Bedell suo
cappellano, il quale tradusse la Storia dell’Interdetto e quella
dell’Inquisizione di frà Paolo; e la pratica continuò anche dopo
che Venezia si fu rassettata col papa. Giovan Diodati, discendente
da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo
di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le
deliberazioni, avea tradotto la Storia di frà Paolo; e a lui di queste
intelligenze scriveva il Bedell, _Ecclesiæ venetæ reformationem
speramus_, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano
l’ambasciator suo e frà Paolo.
Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinal Borghese
come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri
di liete accoglienze da alcuni nobili, poi aveano ricevuto ordine
di tornar indietro. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la
sua traduzione italiana della Bibbia e scriveva: — Non sono senza
speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove
la superstizione ha già ricevuto gran breccia, per dove è entrata
la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia
il tempo». E pochi mesi dopo: — A Venezia ne ho già spedito qualche
numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per avviso
dell’ambasciator d’Inghilterra in Venezia, io fo attualmente stampare
il Nuovo Testamento a parte in piccola gentilissima forma, perchè serva
agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E può essere
che questo sarà il meno, di servirli con la penna solamente; poichè
bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e i progetti
sono tutti formati, i quali il tempo è vicino molto a dar fuori,
siccome io spero in nostro Signore».
Al Duplessis-Mornay, detto il papa de’ calvinisti francesi, e autore
del _Mistero d’iniquità_, esso Diodati porgeva contezza come già da
due anni stesse in pratica di riformar Venezia; da lettere di colà
venir assicurato che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi
tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo
che si crederebbe essere a Ginevra; il mal umore contro il papa non
acchetarsi; e tre quarti de’ nobili aver già raggiunta la verità. De
Liquez, compagno del Diodati soggiungeva: — Frà Paolo mi assicura che
nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla
prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che
da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli
antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la novità,
ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi.
E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine
dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che avendo i
preti esatto, prima di assolverli, che i loro penitenti promettessero
obbedire al papa nel caso d’un nuovo interdetto, il Governo gli
ha arrestati, _et mis en lieu où depuis ne s’en est ouï nouvelles;
tellement que, depuis l’accord, ils ont plus fait mourir de prêtres et
autres ecclésiastiques, qu’ils n’avoient fait en cent ans auparavant_.
Anzi Link, emissario dell’Elettor palatino, del quale si legge la
relazione negli _Archivj storici_ del professore Lebret, parla di
oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti
patrizj; avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di
rado eccedeva i seicento; e se si aggiungano quelli su cui poteano
aver influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi
l’effetto dei loro desiderj.
Eppure, non che risoluzione, neppur mai proposta ne fu fatta. E
come? In Venezia tutto era cattolico, l’origine, il patrono, le feste
nazionali, le belle arti; ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica
l’inquisizione contro l’eresia; ivi sulla religione innestata la
politica, per la crociata perenne contro gl’Infedeli; ivi aggregati
quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo
pari, ma superiore al nobiluomo e al senatore. Dove lo spirito pubblico
era così identificato al cattolicismo, un governo eminentemente
conservatore poteva mai pensare alla rivoluzione più radicale?
Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell’interdetto, e in tutti
gran franchezza ci apparve, ma soggezione cristiana e desiderio di
ricomporsi; e chi ha occhio dica se è culto che perisce quello che
fabbricava allora tante splendide chiese.
Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che
non si fosse ripromesso, nè però deponeva le speranze; quei due
frati adoprarsi a tutt’uomo, ma ancor troppo radicata esservi la
riverenza[412] pei monaci. Alfine egli confessa avere «a fondo
scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch’e’ non crede sia necessaria
una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona
inclinazione». Anche l’apostato De Dominis a Giacomo I d’Inghilterra
scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni
della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come
sante istituzioni difendessero».
Del quale Sarpi, oltre le Storie, abbiamo e fatti e lettere, che
della fede sua fan molto dubitare. Avendo Nicola Vignerio stampato
una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore
di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di
Commartin, da quell’opera tenersi offesa la Signoria veneta perchè
vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a
quell’opera del Vignerio e all’esposizione sua dell’Apocalisse, ove
riscontra l’anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà
Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese
di Edvino Sandis, sullo stato della religione in Occidente, ove riduce
a superstizione e inezia la pietà dei Cattolici, e massime degli
Italiani[413].
Quando il Priuli ambasciator veneto tornava di Francia, Francesco
Biondi suo segretario imballò moltissimi libri ereticali; il qual
Biondi poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe
ambasciatore in Francia quell’Antonio Foscarini, che finì decapitato
per isbaglio, e ch’era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo
al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come _papista_,
soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far
qualche cosa di bene per la religione»[414].
Era costui Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo
giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia
ma forse l’Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra, ove morì,
surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot
di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero
congiunte con quelle di Stato e di governo». Coll’eguale bilancia pesa
egli i differenti ambasciatori.
Quelli che si lusingavano di veder Venezia protestante, ebbero per
buon segno il suo legare intelligenze coi sollevati dei Paesi Bassi
e riceverne un ambasciatore[415], così dando credito agl’insorgenti:
ma era un provvedimento politico. Confidavano che Enrico IV, per
la nimicizia con Casa d’Austria, vi favorirebbe le novità; ma
inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del
Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e
per segno quant’erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti
i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio
conseguirebbero l’intento; e se il papa si ostinasse, Venezia la
romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge
e alquanti senatori erano in desiderio[416]. Questa diretta denunzia
costringe il Governo a provvedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se
ne scoraggia, e geme, ed — È incredibile quanto grande sia stato il
male fatto con questa lettera. Se sarà guerra in Italia, va bene per
la religione, e questo Roma teme; l’Inquisizione cesserà, e Evangelio
avrà corso»[417]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò
morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così,
ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[418]. Nelle
lettere di quel torno compiange che il papa proceda lenemente, sicchè i
politici s’accomodano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano;
e — Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che
resta, se non venendo molti agenti dei principi riformati e massime
de’ Grisoni, perchè questi farebbero l’esercizio in italiano[419].
Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione; nè
questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di
Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La repubblica
negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche
cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[420]. Del suo
scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo,
morrà prima di veder compiuta la sua opera[421].
Fatto è dunque che il litigio col papa poteva incancrenirsi; ne
esultavano i Protestanti, e il Casaubono invitava Giuseppe Scaligero
e Scipione Gentili a rallegrarsi che, in mezzo a Venezia, fosse sorto
un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi
con che illudono il mondo[422]: ma il famoso Sully, benchè ugonotto,
compiangeva che si svertasse l’autorità del pontefice fra i Veneziani,
i quali se avessero dato segno d’apostatare, subito avrebbero avuto in
soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d’ogni paese, di che si
risusciterebbe un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII.
Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrona per
impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per riconciliare
Venezia col papa[423].
Un tale pericolo affliggeva le anime pie, e forse ne morirono di dolore
Agostino Valier cardinale di Verona, Matteo Zane patriarca di Venezia;
e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per
ribattere i libelli de’ _sette teologi_ veneziani. Da lui francheggiata
e dal Baronio, Roma raccolse anche armi, finchè l’imperatore e i re
di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi
ripristinarono la pace, consegnando i carcerati al nunzio pontifizio
(1607 aprile), che fu mandato con istruzioni moderatissime[424],
derogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i
Gesuiti; e Venezia non fece verun atto d’umiliazione o ritrattazione,
solo usò temperamenti; il doge ritirò la protesta che avea fatta
contro l’interdetto; il papa ricevette cortesemente l’ambasciadore
Contarini, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa
Sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d’Italia;
che non voleva ricordarsi delle cose passate, ma _nova sint omnia et
vetera recedant_». Giacomo I d’Inghilterra re teologastro, pubblicata
allora l’_Apologia pro juramento fidelitatis_ in senso ereticale,
la mandò a tutte le Corti; il re di Spagna e il duca di Savoja non
vollero riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani
combinarono fosse presentata dall’ambasciadore in collegio, e dal
doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al
gran cancelliere, che la chiudesse sotto chiave. Il nunzio apostolico
Gessi presentò al collegio la censura che Roma avea proferito contro
quel libro, e domandò venisse proibito; onde il collegio gli espose
l’operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non
venderlo. Se ne indispettì l’ambasciadore, tanto che fu duopo spedir
apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì bene discorse,
che il re lodò il procedere de’ Veneziani[425].
Dileguarono dunque le speranze di riforma, e frà Paolo si moderò,
benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti;
dice che «è sicuro assolverebbero d’ogni colpa anche il diavolo, quando
con loro volesse accordarsi»; e «che essi si vantano di dovere fra
poco poter tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[426]; e al signor
Dell’Isola scriveva: — De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica
e le massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro
costituzioni stampate, nè però è possibile vederne un esemplare. Non
dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le
leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori,
ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti
ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono
altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che
siano maneggiate con tanta accuratezza, e usino tanto ardire e zelo
nell’operare».
Si trovò infatti chi finse i _Secreta monita_, ma l’accannimento
non toglieva al Sarpi il lume della ragione sicchè non ne avvertisse
l’assurdità: — L’ho scorso, e m’è parso contenere cose sì esorbitanti
che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati
certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie
sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiam sentito
odore in Italia: forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta
vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia».
Chi dunque fa tutt’uno i Gesuiti e santa Chiesa, dovrà sentenziare al
rogo frà Paolo: ma vogliasi in lui vedere un patrioto infervorato,
perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a’ Gesuiti, che
credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de’ Protestanti
perchè, nelle guerre d’allora, contrabilanciavano Casa d’Austria. Pur
jeri (1856) il mondo non parteggiava pei Turchi, sol perchè nemici
alla Russia? inferiremmo da questo che l’Europa propendeva all’islam?
Alla curia romana, che bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo
professava un’ostilità, accannita da puntiglio; repugna dal Baronio
e dal Bellarmino, campioni di quella, quanto è morbido al Tuano, al
Perkinson; celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: ma
resta ancora un gran passo al rinnegare. La riforma che egli bramava
consisteva nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, com’è
probabile credesse di poter impegnare l’attenzione d’una Signoria tanto
positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Più che luterano o calvinista,
il Sarpi può dirsi razionalista, tendendo a venerare la propria ragione
più di qualsiasi autorità, e quindi a cercare continuo la verità, senza
trovar mai dove riposarsi.
Bensì a quella ch’e’ chiamava _meretrix, bestia babylonica_, diede
uno de’ colpi più micidiali colla _Storia del Concilio di Trento_. Da
fanciullo dovea sentire discorrere di quel fatto come capitalissimo
nella Chiesa; poi a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo,
segretario al cardinale Gonzaga uno dei presidi al sinodo; in Venezia
con ambasciadori di principi: e parendogli le storie già stampate, fin
quella che a tutte antepone di Giovanni Sleidan, fossero insufficienti
per dar a conoscere l’_Iliade del secol nostro_, si propose di
raccontare «le cause e i maneggi d’una convocazione ecclesiastica,
nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi
procacciata o sollecitata, da chi impedita e differita, e per altri
anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj
fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di
chi l’ha procurata, e al timore di chi con ogni studio l’ha disturbata:
chiaro documento di rassegnare li pensieri in Dio, e non fidarsi della
prudenza umana. Imperocchè questo concilio, desiderato e procurato
dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha
così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi
ed irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell’ordine
ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata
da che vive il nome cristiano. Dalli vescovi sperato per riacquistar
l’autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano,
l’ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior
servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla corte di Roma, come
efficace mezzo per moderarne l’esorbitante potenza, da piccioli
principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato,
gliel’ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale
soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».
Vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, si valse
a man salva degli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, Tuano,
Adriani, principalmente dello Sleidan perchè ostilissimo a Roma, e
che sovente traduce; ma li completò con documenti preziosi e colle
relazioni de’ legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie;
in tempo d’impetuose diatribe conservò un’apparente calma, quasi non
ragionasse che su fatti e su documenti, col che irretisce gl’inesperti;
e più con quella sua dettatura limpida e facile, e coi frizzi onde
rianima l’argomento; colle mordaci capresterie e colla vivacità
continua sbandì la noja che annebbia gli altri, ed abbagliò in modo
che non apparissero le ignoranze e le contraddizioni sue; tutto poi
dispose non a chiarire la verità, ma ad ottenere effetto, sin alterando
i documenti per trarli alla sistematica sua opposizione e ai politici
interessi del suo paese. Se in quell’opera non abbraccia risolutamente
un simbolo protestante, staccasi dal dogma cattolico, e conduce
all’eresia ed al razionalismo volendo la personale interpretazione
delle sacre Scritture senza badare alla tradizione; ripudia i libri
deuterocanonici; disprezza la vulgata; separa l’esegesi dalla dottrina
patristica, come i Riformati; riguardo al peccato originale, alla
Grazia, alla Giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera
Martino Chemnitz, uno dei teologi più arrabbiati contro il concilio.
Alla Chiesa primitiva, nella quale solo vuol egli trovare il vero
cristianesimo, revoca sempre la credenza e la disciplina, condannando
come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre
fresca sua vitalità. Vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale
direzione, come nei primi tempi, nei quali le relazioni fra la Chiesa
e lo Stato, o pagano o giudaico, doveano certo essere ben altre da
quando acquistò compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica
è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale,
del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La
gerarchia non si consolidò che per ambizione de’ papi, e debolezza
ed ignoranza dei principi; nè portò giovamento ai popoli, bensì
oppressione e tirannia; non che il clero favorisse il sapere, l’arte,
l’umanità nel medioevo, usufruttava a puro suo vantaggio i collegi e
le scuole. Sverta ad ogni proposito la Corte romana e le rinnovate
pretensioni di essa, nè tampoco avvedendosi ch’erano l’espressione
del restauramento religioso allora iniziato. Prevenne insomma que’
concetti che nel secolo passato ingrandirono, dell’indipendenza de’
principi da ogni autorità ecclesiastica, e che furono dottrinalmente
esposti da Febronio e attuati da Giuseppe II: laonde disse il Ranke,
che i principi devono aver somma grazia al Sarpi, il quale ne consolidò
l’assolutezza; altrettanta i nemici del cattolicismo, cui affilò le
armi, più micidiali quanto che somministrate da un Cattolico.
Rappresentante e tipo del partito antiecclesiastico, il sorpassò se
non per accannimento, almen per ingegno e per l’originalità di vestire
apparenza cattolica a un’opera, dove ogni periodo fosse un dardo contro
la cattolica Chiesa: anzi la sua è la prima storia diretta di proposito
alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non
pondera, ma accumula[427]. Onde dal suo esempio può chiarirsi quanto
vadano collegati il dogma e la Chiesa, e come s’illudano coloro che
questa combattono a fidanza, dichiarando rispetto a quello.
Marcantonio De Dominis dalmato (1556-1624), a vent’anni gesuita,
professore a Padova d’eloquenza, filosofia, matematica, da Rodolfo II
fu destinato vescovo di Segna in Dalmazia, poi arcivescovo di Spalatro.
Le sue vivezze gli procacciavano brighe dappertutto; scrisse a difesa
de’ Veneziani contro Paolo V; e vedendo le proprie opere riprovate
dall’Inquisizione romana, passò ne’ Grigioni, poi ad Eidelberga, infine
a Londra, dicendo voler faticarsi a rannodare le divergenti sêtte
cristiane: ma nel fatto vi cercava libertà di studj e di professione.
Fu lui che pubblicò la storia del Sarpi col nome anagrammatico di
Pietro Soave Polano, e con prefazione e note che l’invelenivano, ed
ebbe favorevole accoglienza da re Giacomo I. Ma per rimorsi o per
naturale leggerezza, montò un giorno in pulpito disdicendosi; col
che scadde d’ogni credito. Gregorio XV, già suo scolaro, l’invitò
al ritorno, ed egli venne, ed abjurò in concistoro di cardinali per
ricuperare il vescovado. Succeduto però il rigoroso Urbano VIII, come
incostante e recidivo il fe chiudere in Castel Sant’Angelo, ove morì
durante il processo, e il cadavere ne fu arso col trattato suo _Della
repubblica ecclesiastica_, nel quale impugna la primazia del papa
e l’autorità de’ concilj in materia di fede: opera che da molti fu
confutata.
Il Sarpi ci è dipinto come uomo integerrimo, continuo allo studio ed
a raccogliere da ogni parte, ma per poi pensare a modo proprio. Cinque
volte tentato ed una volta colpito da assassini, esclamò, — Conosco lo
stile della romana curia»; motto che fece fortuna, onde, non osandosi
imputare il papa che n’attestò vivo rammarico, restò vulgare opinione
che il colpo venisse dal cardinal Borghese o dai Gesuiti, capri
emissarj[428].
Roma però pensava altro modo di ribattere i colpi di lui, e commise
un’altra storia d’esso concilio a Terenzio Alciato gesuita romano.
Raccolse egli una congerie di materiali; che, essendo egli morto,
furono affidati all’altro gesuita Pallavicino Sforza (1607-67) pur
di Roma, uno dei migliori in quello stile leccato che per alcuni è il
solo bello. Ebb’egli aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e,
a differenza del Sarpi, indica continuamente la natura dei documenti
e i titoli; dà un catalogo degli _errori di fatto_ del Sarpi fin alla
somma di trecensessantuno, oltre infiniti altri (dic’egli) confutati
di transenna. Il più vantato storico della odierna Germania, il
protestante Ranke, confrontò le asserzioni di lui coi documenti a’
quali s’appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza; bensì alcune
volte s’appose in fallo, e come avviene nella polemica, eccedette;
vuole scagionar tutto, perchè tutto accagionava frà Paolo; affievolisce
dove non può negare; dissimula qualche objezione, qualche documento;
sta poi a gran pezza dal brio del Sarpi, oltre il disavvantaggio di
chi è ridotto a schermirsi, e ribattere ogni tratto l’opinione altrui.
Dove il Sarpi è sottile, maligno e di felice talento nell’esposizione,
quantunque scorretto nella lingua, il Pallavicino è ingegnoso, ma fa
sentire sempre l’arte, paniccia i pensieri nelle frasi, e per istudio
d’armonia casca talvolta nell’oscuro, spesso nell’indeterminato, e
convince del quanto l’eleganza resti inferiore alla naturalezza. Frà
Paolo suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze
e ipocrisie; mentre il Pallavicino rivela caratteri nobili, salde
persuasioni, generose resistenze; istruisce meglio, ma il Sarpi è
letto più volentieri, come avviene di chi attacca; nè l’uno nè l’altro
hanno l’imparzialità di storici, volendo questo denigrare ogni atto,
quello difenderli tutti; e ai cercatori della verità riesce doloroso
il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per
opposto eccesso.
La storia era stata chiamata dai Protestanti a coadjuvarli, e nelle
_Centurie di Magdeburgo_ pretendevasi osteggiare il cattolicismo,
raffacciando le antiche alle credenze e alle pratiche odierne. Vi
si oppose dunque una storia ecclesiastica tutta in senso cattolico
e propugnatrice della primazia papale, per opera di Cesare Baronio
(1538-1607) da Sora nel Napoletano. Dagli archivj pontifizj trasse
egli documenti importanti alla storia di tutta la civiltà, della
quale Roma era fin allora stata il centro; e noi già l’indicammo
come la fonte migliore per la conoscenza del medioevo (tom. VII, pag.
351). Arrivò solo al fine del XII secolo, donde lo continuarono poi
il Rainaldi e il Laderchi. Piissimo uomo, lavorava l’intera giornata
all’opera sua, e mangiava colla servitù; nè cambiò tenore dopo ornato
cardinale. Non iscusa mai il delitto, e ne’ successi vede sempre il
castigo o il premio di Dio: tema eccellente per prediche, ma fallace
perchè suppone che la retribuzione tocchi quaggiù. Ignorava il greco,
e facea tradurre dal Muzio. Frà Paolo esortava il dottissimo Casaubono
a scrivere contro del Baronio, del quale non è mal che non dica; lo
scaltrisce però di nol tacciare di fraude o malafede, chè nessuno gli
crederebbe di quanti il conobbero, essendo uomo integerrimo; se non che
bevea le opinioni di chi stavagli attorno[429]. Neppur la venerazione
alla santa Sede nol fa dissimulare i vizj di qualche pontefice, e «ben
ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo
meglio esporle francamente, anzichè lasciar credere agli avversarj
che i Cattolici siano conniventi alle debolezze de’ papi». Anche il
cardinale Pallavicino, a chi l’appuntava d’aver rivelato le loro azioni
biasimevoli rispondeva: — Lo storico non è panegirista; e lodando meno,
loda assai più di qualunque panegirista»[430]. E ai dì nostri il più
avventato lodatore dei papi diceva, che a questi non si deve se non la
verità.