CAPITOLO CXLVIII.

Guerre religiose. I Valdesi. La Valtellina.

La Riforma intanto scorreva ad orme di sangue l’Europa, e un secolo

e mezzo si volle prima che questa recuperasse un assetto, che non

poteva più consistere se non in un equilibrio tra forze contrastanti.

Principale teatro a que’ movimenti fu la Germania, che fra accordi,

soprattieni, paci di religione, straziata nelle viscere, cessò d’essere

a capo dell’Europa com’era stata tutto il medioevo; gl’imperatori non

poteano occuparsi a riparare giorno per giorno il torrente, il quale

alfine traboccò in quella che chiamarono guerra dei Trent’anni; guerra

per la libertà non de’ credenti, bensì dei principi d’introdurre la

religione che volessero e d’obbligarvi i sudditi. Vi fu involta tutta

l’Europa continentale; e la ferocia di ducentomila masnadieri impuniti

recò la perdita di due terzi della popolazione germanica e di tutto

il commercio, finchè la pace di Westfalia nel 1648 rimetteva le cose

della religione quali erano al trattato d’Augusta; fossero tollerate,

non tutte le credenze, concetto ancora affatto fuor di stagione, ma

la luterana e la calvinista; l’Impero ebbe un raffazzonamento debole

all’esterno non men che all’interno, ottenendo ciascuno Stato la

sovranità territoriale nelle cose ecclesiastiche come nelle politiche;

e stabilito un patto che, cancellando il religioso del medioevo,

diventava base civile e del nuovo diritto delle genti.

Chi pensi a ciò, e a quanto sangue costasse dappertutto il mutamento di

credenze, si rallegrerà anche umanamente che l’Italia siasi conservata

nella nave di Pietro: pure le tempeste non vi rabbonacciarono così

presto. Coloro che per curiosità letteraria o per incalorimento

religioso aveano sdrucciolato e tirato altri allo sdrucciolo, ne furono

stornati dai cresciuti rigori: i pertinaci nelle novità uscirono di

patria, e fondarono chiese italiane a Zurigo, a Ginevra, a Londra,

ad Anversa, a Lione, altrove: in qualche parte del nostro paese il

conflitto fu prolungato.

Indicammo (t. IX, p. 451) l’orzeggiare di Carlo III duca di Savoja

nella politica, e come aspirasse a cose alte, le quali non seppe

raggiungere: fallitegli le altre spedienze, fu chi l’esortava a trar

profitto dalla Riforma per assicurarsi grande importanza in Italia,

accogliendosi intorno quanti reluttavano al papato. Anemondo di Coct,

cavaliere del Delfinato fervorosissimo della nuova fede, esortava

Lutero perchè inducesse esso duca ad abbracciarla: — Egli è grandemente

propenso alla pietà, alla religione vera[431], ed ama discorrere

della Riforma con persone della sua Corte. Sua divisa è _Nihil deest

timentibus Deum_; la quale è pure la vostra. Mortificato dall’Impero

e dalla Francia, avrebbe modo d’acquistare somma ascendenza sulla

Svizzera, la Savoja, la Francia». E Lutero gli scrisse, ma senza

effetto; di rimpatto i tre Stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo

a tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi de’

Riformati, che temeano si spandessero nel paese. A lui poi rifuggivano

i Cattolici d’oltr’Alpe e il vescovo di Ginevra perseguitati, coi

quali tenne assediata un anno quella metropoli del calvinismo. Per

quest’impresa il papa gli aveva consentito di levare le decime sugli

ecclesiastici e gli argenti delle chiese, gli promise anche soccorsi,

e ne scrisse ai principi cattolici: ma i cantoni di Berna, Friburgo,

Zurigo vennero a liberare la città loro alleata[432].

Carlo III vagheggiava il concetto allora prevalente d’unificare lo

Stato, e questo lo traeva a svellere l’eresia dalla patria italiana.

Chi da Torino procede a libeccio verso le alpi Cozie, dopo Pinerolo

vede fra monti più o meno selvaggi aprirsi una successione di valli:

a settentrione quella di Perosa, e più oltre quella di Pragelato; a

mezzodì di queste la valle di Rorà più piccola ed elevata; a occidente

quella di Luserna, da cui diramasi quella d’Angrogna, e che da un

lato chinasi al Piemonte, dall’altro pel col della Croce dà adito al

Delfinato, importante passaggio d’eserciti e di merci per Francia.

Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che le irrigano e non di rado

le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si

elevano piani studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella

pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell’educare i cereali, i gelsi,

la vigna, i boschi, e nel cavare lavagne esercitano la forte vita. Alle

scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con

nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Vi si parla piemontese con

mistura ancor maggiore di francese.

Colà, medj fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi, gli avanzi

di que’ Valdesi che nel secolo xiii ci diedero a ragionare (tom. VI,

pag. 340), si erano ritirati sotto la direzione di anziani, detti

_barba_, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde ebbero nome di

_Barbetti_. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d’idolatrici,

pretendeano aver conservata la interezza dell’evangelica predicazione;

ma smesse le dispute dogmatiche, stavano paghi di poter credere e

adorare come la coscienza loro dettava; e sì poco dissentivano dalle

credenze cattoliche, che talvolta in difetto di barbi chiedeano

sacerdoti nostri.

Andavano alcuni ad apostolarli, fra cui Antonio Pavoni di Savigliano fu

da essi ucciso. San Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale

come avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: — Tre mesi occupai a

scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai

nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai

due o tre volte, e sebbene il paese sia zeppo d’eretici, il popolo

vi ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo

avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dovervi ricomparire

per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiera di molti, e

per tredici mesi non cessai d’annunziarvi il Vangelo. Penetrai quindi

nel Monferrato e in altri paesi transalpini, dove ho trovato molti

Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino...;

e Dio sosteneva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano

principalmente da profonda ignoranza e difetto d’istruzione: molti

mi assicurarono che da trent’anni non v’aveano inteso predicare se

non qualche ministri valdesi, che soleano venirvi di Puglia due volte

l’anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto

avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici. Mentre

alcuni riposano tranquillamente ne’ ricchi palazzi, altri vogliono

esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciano perir le

anime, che sprovviste di chi spezzi loro il pane della parola, vivono

nell’errore, muojono nel peccato... Nella valle di Luserna trovai un

vescovo d’eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aprì le

luci al vero, ed abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole

de’ Valdesi e di quanto feci per distruggerle; nè delle abominazioni

d’un’altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore

della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e

alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui

ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini

di san Pietro Martire. Della riconciliazione de’ Guelfi e Ghibellini e

della generale pacificazione de’ partiti, meglio è tacere, a Dio solo

rendendo tutta la gloria»[433].

Così operavano i missionarj: ma il tenersi tranquilli non sempre

sottraeva i Valdesi da sospetti e animadversioni de’ governi, massime

per parte della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo

VIII gli avea tolti a perseguitare, e papa Innocenzo VIII esortato

all’armi contro questi _aspidi velenosi_: e in fatto nelle placide

valli d’Angrogna e Pragelato condusse un esercito il legato; al

cui avvicinarsi alcuni abjurarono, altri si ridussero fra monti più

inaccessi; ma re Luigi XII, dopo presane informazione, esclamò: — Son

migliori cristiani di noi». Quando però essi ebbero contezza della

Riforma, alla quale non erano spinti per reazione come gli Svizzeri e

i Tedeschi, deputarono (1530) alcuni loro barbi ai capi di quella in

atto d’adesione; ma gl’informavano qualmente usassero la confessione

auricolare, i loro ministri vivessero celibi, alcune vergini facessero

voto di perpetua castità[434]. A chi pretendeva le dottrine riformate

essere antiche quanto il cristianesimo, spiacque il trovare che questi

pretesi contemporanei degli Apostoli discordassero in punti così

dibattuti, e singolarmente che prendessero scandalo dell’opera di

Lutero contro il libero arbitrio.

Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino,

il quale, penetrato in val d’Aosta, diede calda opera perchè questa

abbracciasse la sua credenza, e togliendosi a Savoja, si fondesse coi

Cantoni protestanti svizzeri. Gli Stati però di quella valle, adunatisi

nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione

della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino

Farel, e gl’indusse a pubblicare la loro professione di fede, e

chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti,

i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il

battesimo e la cena, e credendo alla predestinazione e alla salvezza

per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio

e gli uomini.

Era questo veramente il loro simbolo antico? o è vero che da prima

ammettessero l’efficacia delle opere? Quando ai novatori rinfacciavasi

d’esser nati jeri, importantissimo riusciva l’accertarsi di ciò, e

quindi se ne discusse con quell’accannimento che sempre inscurisce la

verità.

Nelle loro valli cercarono ricovero molti dei perseguitati in Italia,

tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una

messa, la quale conciliasse il nostro rito con quello de’ Valdesi;

ma fu ricusata come di mera fantasia[435]. Scrisse pure diversi

libri latini e italiani contro la Chiesa cattolica, in uno dei quali

sosteneva, in tempo di persecuzione essere necessario manifestare

patentemente le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto

da Celso Martinengo.

Ecco dunque strappati i Valdesi dalla quieta loro oscurità per

fortuneggiare nelle procelle d’un tempo sospettosissimo; e subito

il parlamento d’Aix e quel di Torino applicarono ad essi le leggi

comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè

maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro

sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte vi s’oppose il

Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti

e che pagavano, diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi; scorsi

i quali, Giovanni Mainier barone d’Oppède, preside al parlamento,

l’indusse a dare esecuzione all’editto. Adunque una fanatica soldatesca

vi comincia il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere,

ventidue villaggi sterminati. Il racconto sente delle esagerazioni

consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e

sanguinaria fosse l’intolleranza, ne fremette la generosa nazione

francese, e il re morendo raccomandava a suo figlio castigasse gli

autori di quell’eccesso; ma per protezione questi rimasero impuniti, il

che i Protestanti recaronsi a grand’onta.

Passarono anni, e sottentrò duca di Savoja Emanuele Filiberto (1553);

e poichè i Valdesi prendeano baldanza dall’incremento dei loro

religionarj di Svizzera e di Francia, fu deputato l’inquisitore Tommaso

Giacomelli che sollecitasse il duca a forzarli all’obbedienza della

Chiesa. Allora si vietano con gravi comminatorie l’esercizio pubblico

del culto e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano

di molta dottrina, e Simone Fiorillo, che v’erano ricoverati,

trasferironsi a predicare in Valtellina; altri pure abbandonarono quel

ricovero, mentre andavano ad apostolarvi pii missionarj, fra cui il

Possevino, e si tentavano tutte le vie di conciliazione. Crescendo i

rigori, i Valdesi irritati si levano a rivolta; il duca, sì per affetto

alla religione avita, sì per timore che i Francesi, accorrenti in gran

numero a soccorso dei loro fratelli, non rimettessero in pericolo la

nazionale indipendenza, vi spedì truppe, che nella difficile guerra

di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Alfine vedendo la

difficoltà dell’esito e l’inopportunità dei mezzi, egli concesse ai

Valdesi perdono (1561 5 giugno), e di tener congreghe e prediche in

determinati luoghi; ma non uscissero dai confini, e non escludessero i

riti dei Cattolici.

I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemarli o per

comprimerli; v’andavano spesso inquisitori o missionari, e vi si

adoperarono le arti della persuasione e della preghiera, massime quando

la Savoja fu illustrata dalle virtù di Francesco di Sales (1567-1622),

vescovo di Annecy poi di Ginevra. Il duca Carlo Emanuele I mandò

pregarlo venisse a Torino, per divisare i modi di tornare alla verità

il Ciablese; e il santo propose che del traviamento era stata causa

principale il non conoscer altra religione, sicchè bisognava spedirvi

missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutar le

calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri

ereticali se ne surrogassero di buoni; s’introducessero i Gesuiti per

educare i giovani e sostenere le controversie. Il duca promise tutto,

e cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo

castello di Thonon, e accoltili con grazia, esponeva loro gli argomenti

più efficaci a dimostrare l’unità della fede e della Chiesa; molti

corrisposero alle sue premure, e quand’egli usciva, la gente faceasegli

attorno gridando: — Viva sua altezza reale! viva la Chiesa romana! viva

il papa»[436]. Ma fra i ministri di Carlo non pochi inclinavano alle

novità; e il Sales ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la

dolce persuasione onde rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde

alfine i Calvinisti furono esclusi. Cristina di Francia, venuta sposa

al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli

dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dover staccarsi dalla sua

residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè:

gliene diede allora un altro, e facendole esso intendere non gli era

possibile conservare preziosità finchè poveri vi fossero, lo pregò di

nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe.

In quel mezzo i Valdesi, principalmente colla protezione del

maresciallo Lesdiguières, che da Carlo Emanuele aveva ottenuto per

essi un editto di grazia, ripassarono il Pellice, confine prescritto,

s’introdussero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono tempj,

celebrarono solenni pasque, e commisero profanazioni e delitti che

la storia riceve con gran precauzione, conscia delle assurdità onde i

partiti sogliono recriminarsi. Usciti vani i ripetuti editti, e nuove

concessioni e rigori di Carlo Emanuele II per ricacciare i Barbetti fra

i designati confini, il marchese di Pianezza (1653) accampò in mezzo a

loro, e fece occuparne gli abituri. Si ritirarono essi sulle cime più

erte, e al Prato del Forno si munirono insuperabilmente.

Amanti la patria come chi l’ha infelice, ribaditi nelle loro credenze

dal vederle perseguitate, i Valdesi scrissero ogni loro avvenimento,

e il giornale delle fughe, delle vittorie, dell’esiglio con quella

passione, che, se scema fede, cresce interesse, e che oggi pure

attrae noi lontani, noi dissidenti. Or che doveva essere allora, e

tra religionarj? Giovanni Léger, ministro a Prali e Rodoreto, che

gli aveva empiti di sospetti contro i Piemontesi, poi al sinodo

di Boissel determinati all’insurrezione, descrivendo e (speriamo)

esagerando le persecuzioni da loro sofferte, massime nella _Storia

delle Chiese evangeliche nelle valli del Piemonte_ (Leida 1669),

eccitava l’indignazione de’ Riformati di tutta Europa; narrò le

vergini stuprate, le madri impalate, i fanciulli sfracellati contro le

roccie, il paese sparso d’incendj dal Pianezza sollecitato da frati;

v’aggiunse l’allettativo de’ disegni di que’ martirj; onde fra i

coetanei Carlo Emanuele II passò per un Nerone. Rimostranze fioccarono

dall’Olanda, dalla Svizzera, principalmente da Cromwell, protettore

dell’Inghilterra; il quale ai perseguitati offrì asilo e terre in

Irlanda, e decretò a lor sussidio una rendita perpetua di dodicimila

sterline. Finalmente interpostasi la Francia, a Torino fu ricomposta

la pace (1655 31 luglio) con perdonanza generale e colle concessioni di

prima.

Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto

nuovi tumulti, principalmente nel 1663, v’attirarono nuove armi

e guerre, fomentate dai molti ch’erano rifuggiti in Isvizzera, e

che, come tutti i fuorusciti, sommoveano la patria per desiderio

di ricuperarla; tanto più che il Léger non cessava d’accannire gli

animi imbrunendo ogni atto del Governo, di portar lamenti ai principi

protestanti, accumular calunnie, armi, denari con soscrizioni;

implacabile finchè non morì ministro a Leyda.

Luigi XIV in quel tempo (1685) rivocava l’editto di Nantes, pel

quale Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti,

colà detti Ugonotti. Molti profughi da quel reame ricoverarono nelle

valli subalpine per sottrarsi al carcere e alle _dragonate_; onde

il gran re persecutore domandò al duca di Savoja spegnesse quel

focolajo d’eresia e di ribellione sulle frontiere del Delfinato; e

spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio Amedeo II,

per quanto mostrasse ch’erano nel pieno loro diritto, non credette

poter negarglielo, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del

marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici; se no, morte e confisca.

Pertanto di quelli sparsi ne’ Comuni di Paesana, Bioletto, Croesio...,

non uno rimase: anche nelle valli privilegiate interdisse quel culto

fin nelle case private, fossero demolite le chiese, espulsi i barbi, i

bambini si allevassero cattolici; se no cinque anni di galera ai padri

e sferzate alle madri: i Riformati stranieri uscissero, vendendo i loro

beni, che altrimenti sarebbero comprati dal fisco.

Per eseguire l’intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò

Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo meno esiziale. I Barbetti

scannarono e salarono il bestiame, e rifuggirono fra le Alpi meno

accessibili, mentre i robusti s’accingeano a respingere valorosamente

le truppe. Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del

maresciallo Lesdiguières e del Catinat, mal sapesse persuadersi che un

pugno di Valdesi vi resistesse e felicemente, mostrerebbe non conoscere

la possa di gente che difende la patria e le credenze, l’importanza

della guerra di montagna, e sovrattutto le insuperabili posizioni di

Balsilla, di Serra il Crudele e d’altre dell’Alpi valdesi, ove due

possono resistere a mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma

la disciplina del nemico e più la fame peggioravano la situazione de’

Barbetti, che furono uccisi, mandati alle carceri, alle galere (1689);

a molti concesso di riparare fra gli Svizzeri.

Di là ribramavano la patria; alcuni per forza vollero ricuperarla, e

una colonna di novemila penetratavi, sterminò chi resisteva; ma molti

di loro furono côlti ed appiccati. Essendosi però in quel tempo il duca

di Savoja guastato colla Francia, consentì ai Barbetti il ritorno. I

quali, unitisi in reggimenti colla divisa _La pazienza stancata divien

furore_, gravemente danneggiarono il Delfinato. Quando poi Vittorio

Amedeo si ricompose in pace con Luigi XIV, e ricuperò Pinerolo e val

Perosa, da sessantasei anni obbedienti a Francia, egli riprese l’antica

tolleranza, ma vietò ogni comunicazione tra i Valdesi suoi sudditi e

quelli di Francia, i quali in numero di duemila cinquecento uscirono

allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera, nella Prussia,

nell’Assia, nella contea d’Isemberg, nel Würtemberg, nel Baden-Durlach.

I rimasti abitarono poi sempre in pace quelle valli, silenziosi

obbedendo ed anche amando il loro principe e oppressore. Nel 1603

aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle Chiese

riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza

legale, benchè da una parte scassinata dal razionalismo, dall’altra

dalle esaltazioni dei Moumiers. Dianzi contavano quindici chiese,

ciascuna con un ministro, che dev’essere suddito sardo, stipendiato

dagli abitanti, i quali per tal uopo ottengono una diminuzione

sull’imposta. Le chiese sono dirette da un sinodo che ogni cinque

anni si raccoglie, composto di tutti i pastori e di deputati laici.

La Tavola, che è una magistratura di tre ecclesiastici e due laici,

dirige negl’intervalli fra un sinodo e l’altro, è rieletta ad ogni

sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni chiesa

poi ha un concistoro suo proprio, composto del pastore, degli anziani,

dell’economo, del procuratore, che cura l’amministrazione spirituale e

temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole che vi sono frequentate

e ben dirette. Poi, a tempi determinati, il ministro va a cercar le

popolazioni isolate fra le Alpi, per recar ad esse il ristoro della

religione. Allora da tutte le vallee, da tutti i vertici accorrono i

mandriani sui passi del ministro; la melodia degl’inni ridesta l’eco

delle vallate, e si diffondono nelle ripopolate solitudini le lodi del

Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro ha pei

singoli un consiglio, un conforto, un rimprovero; compone dissidj,

concilia matrimonj, sradica scandali; poi a tutti insieme infrange

dalla cattedra il pane della parola, e raccomanda loro di vigilare,

pregare, star in fede.

Solo entro i loro confini poteano i Valdesi possedere, ed essere anche

notaj, architetti, chirurghi, procuratori, speziali, amministratori

del Comune. In tal condizione rimasero fin al 17 febbrajo 1848, quando

furono dichiarati eguali a tutti gli altri sudditi sardi; allora

si estesero dove vollero, e in mezzo a Torino non solo, ma in ogni

città han tempio, han predicazione, han giornali, hanno apostolato, e

ispirano paure e speranze.

Da queste valli subalpine sin dal 1370 alcuni erano sciamati in

Calabria, terreni incolti riducendo popolati ed ubertosi; e crebbero

fino a quattromila, esercitando i riti religiosi diversamente dai

Cattolici, tollerati dai signori de’ luoghi perchè quieti e pagavano.

Udita la Riforma di Germania, mandarono a Ginevra chiedendo dottori,

che in fatto vennero e fecero proseliti. Il cardinale Alessandrino,

capo dell’Inquisizione a Roma, inviò predicatori, inviò minaccie,

ma senza frutto, onde si ebbe ricorso al braccio secolare. Il duca

d’Alcala vicerè spedì un giudice e molti soldati, che, secondando

i missionarj, costringevano andare alla messa, i disobbedienti

punendo nei beni e nella persona. I quali, spinti alla disperazione,

impugnarono le armi, e prima alla spicciolata, poi in giuste battaglie

combatterono; alfine disfatti (1561), si ricoverarono alla Guardia

Lombarda; quivi per forza e per tradimenti presi, furon messi sotto

fieri giudizj, e i renitenti a supplizj studiatamente atroci. Serrati

in una casa tutti, veniva il boja, e pigliatone uno, gli bendava

gli occhi, poi lo menava in una spianata poco distante, e fattolo

inginocchiare, con un coltello gli segava la gola e lo lasciava così:

di poi, con quella benda e quel coltello insanguinati, ritornava

a prender un altro, e farne altrettanto. Ce lo narra un testimonio

oculare, che fa perirne così fin a ottantotto. «I vecchi vanno a morire

allegri; i giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono

qua le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno di mano in mano

per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria;

se il papa ed il signor vicerè non comanderà al signor marchese (di

Buccianico) che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e

fa un numero per poter poi fare del resto. Si è dato ordine far venir

oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far

giustiziare ancor loro, per poter fare la mistura perfetta. Ve ne sono

sette che non vogliono veder il crocifisso, nè si vogliono confessare,

i quali si abbruceranno vivi. In undici giorni si è fatta esecuzione

di duemila anime; e ne sono prigioni mille seicento condannati; ed è

seguita la giustizia di cento e più ammazzati in campagna, trovati con

l’arme circa quaranta, e gli altri tutti in disperazione a quattro

e a cinque; bruciate l’una e l’altra terra, e fatte tagliare molte

possessioni»[437]. Luigi Pasquale loro capo fu arso a Roma; altri messi

a remare sulle galere spagnuole.

Sappiamo (tom. VIII, pag. 92) come una parte d’Italia, appartenente al

ducato di Milano, fosse, nelle vicende del secolo precedente, caduta in

dominio degli Svizzeri e dei Grigioni loro confederati. I tre Cantoni

elvetici primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi

di Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle

vette del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi

di Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e

Verbano. Colla Riforma si inimicarono gli uni agli altri i Cantoni,

e mentre colla Chiesa stettero Uri, Svitto, Unterwald, Lucerna, Zug,

Soletta e Friburgo, gli altri ne disertarono. Dai Cantoni dominanti

venivano balii a governare le podestarie cisalpine, comprando quella

carica a denaro, e rifacendosene col rivender la giustizia; e secondo

che essi Cantoni ed i balii erano cattolici o protestanti, trovavano

persecuzione o favore gli apostati. Gli Orelli e i Muralti, famiglie

primarie in Locarno, innestarono alla lor patria le dottrine nuove; e

un Baldassarre Fontana carmelitano di là scriveva alle chiese svizzere

_fedeli a Gesù Cristo_ perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che

desiderava nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore;

mossi dalle lacrime e supplicazioni di lui mandassero «le opere del

divino Zuinglio, dell’illustre Lutero, dell’ingegnoso Melantone,

dell’accurato Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra

Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà che il

vangelo impartisce».

Colà erano rifuggiti non pochi Italiani; allettati dalla vicinanza,

dal clima, dalla lingua, dai costumi ancora italiani; e principalmente

un Beccaria milanese, amico dell’Ochino e del Carnesecchi, v’avea

diffuso gl’insegnamenti di questi, predicando con altri frati apostati,

sinchè venuto un balio cattolico lo cacciò prigione. I suoi devoti

nel trassero a forza, ed egli crebbe in baldanza, poi reputò prudenza

ricoverare nella valle Mesolcina, ove ammogliatosi tenne a educazione

figliuoli d’Italiani che li volessero allevati nella Riforma.

Questa prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come

duca di Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito

il collegio Elvetico a Milano ove preparare pastori a que’ paesi,

penetrato nella Svizzera in qualità di legato pontifizio, vi esercitò

anche giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici (p. 352). A

sua istanza i Cantoni cattolici posero impedimento a quel dilatarsi

dell’eresia in Italia, e malgrado l’ostare de’ Cantoni riformati,

stanziarono severi divieti, e infine intimarono (1555 marzo) che chi

non volesse andar alla messa, abbandonasse la patria coi beni e le

famiglie. Pertanto un gran numero di persone colle donne e i figliuoli

varcarono il Sanbernardino, e indugiatisi alcun tempo nella Mesolcina,

entrarono nei Cantoni riformati, e principalmente a Zurigo. Fra quegli

esuli Taddeo Duni locarnese vi si segnalò come medico, amico del famoso

naturalista Gesner, stampò varie opere, e tradusse in latino alcune

dell’Ochino e dello Stancari. I nostri fecero fiorire a Zurigo l’arte

della seta, lasciarono a una strada il nome di Lombardi; alcuni dei

Duni, degli Orelli, dei Muralti, de’ Pestalozzi furono benemeriti della

scienza e dell’umanità; v’ebbero chiesa italiana, amministrata dapprima

dal Beccaria, poi dall’Ochino, e illustrata da Pietro Martire, da

Lelio Socino, mal vista però dal Bullinger e dagli altri apostoli della

Chiesa svizzera. Anche a Ginevra dimoravano moltissimi dei nostri, e

ogni giovedì vi predicavano in italiano[438].

E però forza credere che la pieve di Locarno non restasse ancora

mondata, giacchè attorno al 1580 il papa trovò bisogno di commetterla

alle particolari ispezioni dello Speziano vescovo di Novara.

Da quel punto un nunzio pontificio sedette sempre nella Svizzera, ove

si fondarono scuole di Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori,

e di Gesuiti a Lucerna per le superiori. Col pretesto di religione, ma

con intento politico il re di Spagna, qual duca di Milano, strinse una

_lega d’oro_ o _borromea_ coi Cantoni cattolici per conservazione della

Chiesa e pace dei rispettivi paesi; ove i collegati consentivano a

quel re di condur gli eserciti in Lombardia traverso alle loro terre, e

potervi levare uomini, mentr’egli prometteva sostenerli di tutte le sue

forze.

Più seria passò la briga fra i Grigioni. Questi discendenti dagli

antichi indomiti Reti, e misti con gran numero di Romani che dovettero

rifuggirvi al cader dell’Impero, e che vi lasciarono dialetti

somigliantissimi al loro, quali sono il romancio e il ladino, abitano

valli parallele e confinanti coll’italiana Valtellina, alla quale

accedono pel monte Fraele, pel Muretto, per la montagna Giulia e per lo

Spluga. E Valtellina chiamasi la valle solcata dall’Adda, che nascendo

dal monte Braulio vicino all’Ortlerspitz, scorre per ottanta miglia

da levante a ponente fino al lago di Como. Sondrio n’è capoluogo;

cittaduole secondarie Morbegno e Tirano: all’estremità orientale

formava contado distinto il territorio di Bormio; presso al lago

di Como devia verso la Spluga e la val Pregalia l’altro contado di

Chiavenna, antichissimo valico del commercio coll’Alemagna.

La postura rende importantissima la Valtellina, perocchè un suo

fianco s’appoggia alle valli venete del Bergamasco e del Bresciano,

un’estremità tocca al Tirolo, l’altra alla Lombardia, entrambi

possessi della Casa d’Austria. Se questa l’avesse dominata, avrebbe

potuto liberamente tragittare eserciti dalla Germania in Italia onde

padroneggiarla e sommoverla, e impedire che i Veneziani potessero

per di là tirare nelle lor guerre mercenarj, di cui la Svizzera era

il vivajo. La politica aguzzava dunque gli occhi su quel piccolo

territorio, chiave o catena d’Italia: i Grigioni la tolsero al ducato

di Milano nel 1512, e benchè nella pace di Jante l’avessero ricevuta

come alleata, presto l’ebbero ridotta a serva, e della servitù più

trista, qual è quella a repubbliche. Persone ignoranti uscivano

a governarla, non d’altro meritevoli che d’aver comprata quella

magistratura all’asta, non d’altro desiderose che d’impinguarsi col

vender la giustizia.

Giovanni Comander arciprete di Coira, Enrico Spreiter, Giovan

Biasio e Filippo Saluzio avevano diffuso le dottrine di Calvino fra’

Grigioni, laonde essi cercavano innestarle nella Valtellina e ne’ due

contadi: negavano al Borromeo di entrarvi come visitatore pontifizio,

sorreggevano i Riformati a scapito de’ Cattolici, rapivano chiese a

questi, e usavano i soprusi consueti in paesi ove gli interessi de’

sudditi son opposti a quelli degli imperanti. Quindi rancori e litigi,

e violenze repulsate colle violenze.

Tra i Grigioni stessi i dissidj religiosi s’erano convertiti in

politici, formandosi due fazioni, una detta evangelica, favorevole

a Francia e capitanata dai Salis, l’altra cattolica e ligia a Spagna

sotto la guida dei Planta; di che peggiorò la condizion del paese; già

mal governato dall’aristocrazia, guasto dalla corruzione straniera,

e oppressivo de’ sudditi. I Riformati recansi a contrario il partito

austriaco, e infervorati dai predicanti, abbattono i castelli dei

Planta (1620), carcerano gli avversi, e a Tusis stabiliscono lo

_Strafgeritch_, corte marziale che ergevasi con poteri dittatorj

qualora lo statuto patrio pericolasse.

Qui cominciano processi violenti e supplizj e bandi; Nicolò Rusca,

santo arciprete di Sondrio, muore sulla corda; molti caporioni

cattolici sono uccisi, altri fuggono, e spargesi voce d’una congiura

ordita per trucidare tutti i Cattolici della Rezia e della Valtellina,

e rendervi dominatrice esclusiva la Riforma. I Cattolici mutano la

pietà in isdegno, lo sgomento in furore, e accordatisi, scannano

quanti sono Protestanti nella valle (19 luglio), la quale si dichiara

indipendente, e ordina governo proprio sotto Giacomo Robustelli, ch’era

stato l’anima di que’ movimenti. I Grigioni accorrono alla vendetta;

le vittorie s’avvicendano; i Cattolici allora invocano l’Austria,

che sempre desiderosa di quella, invade non solo la Valtellina,

ma ben anche la Rezia. Però la gelosia di Francia ostava, il papa

intromettevasi, e più anni trascorsero fra guerre e trattative e

certa infelicità della disputata valle, incapace col proprio coraggio

a sostenersi fra quei grossi ambiziosi. Alfine questi a Milano,

senza tampoco ascoltare i Valtellinesi, fecero un capitolato che la

restituiva ai Grigioni (1637), patto non vi dimorassero Protestanti nè

Inquisizione.

Su questi fatti ritorneremo (cap. CLIII), ma qui volemmo accennarli

anche trascendendo i limiti del presente libro, onde insieme

raccogliere quanto ha tratto alla grande critica religiosa, gittatasi

nel XVI secolo; secolo che cominciò nel modo più grandioso, colla

scoperta d’un nuovo mondo e la rapida conversione di quello, col

massimo fiore dell’arti e delle lettere; poi vide intromettersi

la quistione religiosa, e dietro ad essa la confusione degli

spiriti, l’anarchia degli atti, la tirannide ammantata dal pretesto

di reprimerla, il fanatismo persecutore; sicchè, invece di poter

congiungere la libertà cittadina coll’indipendenza religiosa, fu d’uopo

combattere dentro e fuori la barbarie che parea rinnovarsi; e fu reso

possibile il succedere in Italia d’un secolo d’indecorosa miseria, ove

potè giudicarsi perita la civiltà da chi non credesse fermamente che

la Provvidenza per la via del male guida l’umanità a continuamente

procedere verso idee più vere, costumi più umani, libertà meglio

intesa.

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 13 / 22 题