Rimbalzo Cattolico. Concilio Tridentino. Riforma morale.
Del famigerato Giangiacomo Medici, marchese di Marignano, era fratello
Giannangelo, valente giureconsulto milanese, che successe pontefice
col nome di Pio IV (1559). Disapprovava la severità del predecessore,
eppure i tre nipoti di quello mandò a processo e a morte, non
eccettuando il porporato. Il supplizio d’un cardinale diacono era tal
novità che il mondo fu pieno; tutti cercarono conoscerne il processo,
nessuno lo vide intero, nemmanco l’imputato o il suo difensore; e vi si
volle scorgere una vendetta della Spagna contro codesti suoi avversarj
ch’eransi vantati capaci di torle il reame di Napoli. Pio IV espresse
allo storico Pallavicino che peggio d’ogni cosa eragli rincresciuta
quella condanna, ma averle dovuto lasciare corso per lezione dei futuri
nipoti: dappoi Pio V, rivedutane la causa, li dichiarò condannati
iniquamente, fece tagliare la testa ad Alessandro Pallentieri, orditore
del processo, e questo fu bruciato, così togliendo alla posterità di
giudicarne in supremo appello[345].
Pio IV cavalcando ascoltava chiunque gli parlasse, agli ambasciatori
dava udienza in Belvedere senza cerimonie; benchè aderente per origine
all’Austria, non prese parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti
ed abbondanti; ridusse a fortezza la città Leonina, dov’è il Vaticano:
a questo aggiunse molti abbellimenti, fra cui la sala regia, ove da
Giuseppe Salviati fece storiare le geste de’ papi con epigrafi dettate
da apposita commissione; ed una di queste ritrae il convegno di
Federico Barbarossa con Alessandro III a Venezia, e l’umiliarsegli a’
piedi[346].
Neppur Pio IV si astenne dal favorire i nipoti, e diede l’arcivescovado
di Milano, e ben tosto la porpora a un giovinetto di appena ventitre
anni (1560) e non ancora sacerdote, e su quello accumulò benefizj e
cariche; egli legato _a latere_ di Bologna e Ravenna, poi d’Italia
tutta; egli abate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati,
arciprete di Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa
Chiesa, protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri
cattolici, della bassa Germania, degli Ordini francescano e umiliato,
dei canonici regolari di Santa Croce a Coimbra, e de’ cavalieri
di Malta e del Cristo; sicchè unendovi il contado d’Arona sul lago
Maggiore, e il principato d’Oria nel Napoletano, fruiva dell’entrata
di almeno novantamila zecchini; e aveva cognata una duchessa d’Urbino,
maritate le sorelle una nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel
principe di Venosa, una nel principe Colonna vicerè di Sicilia.
Scialava dunque principescamente, quando la morte che colse il fratello
Federico in mezzo al fasto e alle speranze, lo concentrò ne’ gravi
pensieri della tomba, e d’allora il nome di Carlo Borromeo indicò
uno dei prelati che meglio onorarono la Chiesa e più efficacemente
faticarono nel riformarla. Rinunziando a quel cumulo di cariche, onde
mortificare col suo esempio la splendida dissolutezza dei principi
secolari ed ecclesiastici di Roma congedò ottanta persone di corteggio,
non ritenendo secolari presso di sè che nei bassi uffizj; da novanta
restrinse a ventimila zecchini il suo spendio domestico; non più sfarzo
e spassi, ma ai clamorosi convegni consueti nel suo palazzo sostituì
un’accademia settimanale di lettere e morale, detta le Notti Vaticane:
eccitò il papa a fabbricare Santa Maria degli Angeli e la superba
Certosa di Roma; molte chiese procurò s’edificassero per tutta Italia,
e l’Università di Bologna.
Invece di soggiornare a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle Corti
o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di
Milano, che da quarant’anni costituiva una commenda per cadetti di casa
d’Este. Qual meraviglia se la disciplina vi si era sfasciata, e pietà
e costumatezza scomparse dai preti? I quali, non che curare le anime
altrui, la propria negligevano a segno, che si credeano dispensati
dal confessarsi perchè confessavano; secolareschi nel vestire, nelle
abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle
sacristie si valevano come portifranchi per sottrarre le merci e il
contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand’anche non ne
facevano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche
porgeano occasione soltanto a bagordi, a feste indecenti e persino
feroci; i monaci dati all’ozio in convento, agl’intrighi fuori; le
monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e
l’abilità non manifestavano che in confortini e manicaretti.
Attorniatosi di valent’uomini, de’ quali mai non si mostrò geloso,
Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi: e armato di qualità
penetranti e sovrane, di autorità sensibile, direi della verga di
penitenza per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici
paganizzati, autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia,
per amici alla Corte di Roma, per illustre nascita e la signorile
magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra
il popolo per le ricchezze e per l’uso che ne facea, fra i pii per
la bontà e le macerazioni; vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed
astinenze, e d’animo a reggere le opposizioni dei governatori, le
persecuzioni de’ viziosi, l’indifferenza dei beneficati, con que’
decreti che costano poco a farsi ma molto a far eseguire, disciplinò
la sua Chiesa nelle materie più importanti, come nelle minime di
sacristia. Diceva l’uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura
a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità,
dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse
a vanità curiose; teneva frequentissime conferenze col suo clero;
instancabile nell’impedire che dalla vicina Svizzera l’eresia si
dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì
la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, semenzajo
d’apostoli e parroci a que’ paesi (V. pag. 352).
Principale impegno egli pose nel trarre a compimento il concilio
ecumenico. Indicato primamente a Mantova nel 1537, poi a Vicenza, in
fine fu aperto a Trento il 13 dicembre 1545: dopo la settima sessione
del 3 marzo del 47, se ne decretò la traslazione a Bologna: nel
dicembre 1550, Giulio III lo restituì a Trento, ove nel 51 e 52 si
tenne fin alla decimasesta sessione, sciogliendolo poi all’appressarsi
della guerra. Pio IV ne ordinò la riunione nel 29 novembre 1560; ma
si cominciarono le tornate sol nel 18 gennajo del 62, per finirle il 3
dicembre dell’anno successivo. La bolla di conferma uscì il 26 gennajo
1564.
I concilj, da quel di Nicea fino al Tridentino, anche nella storia
mondana furono le assemblee più segnalate per la dignità dei personaggi
raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per
l’elevazione delle idee, superiori a restrizioni di paese, di razza, di
tempo, fondate su principj irremovibili, e ispirate da una generosità
non d’astrazioni, ma effettiva nè mai smentita. Se fonte viva della
vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza;
i popoli di tutto il mondo congiungere in unità di credenze e di
riti, e mondare l’interno di questa società col correggere i costumi e
principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni,
effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v’ha di nobile, di
bello, di generoso nella natura umana. So che gli spiriti negativi
disputano su questi meriti: noi parliamo ai serj e leali.
Al Tridentino, maestosa assemblea de’ Cattolici più consumati
negli affari, nelle lettere, nella santità, viene apposto d’essere
stato menato a senno degl’Italiani; ma questa parola, come avviene
delle denominazioni di partito, significa chiunque caldeggiasse le
prerogative romane. In realtà la discussione dogmatica fu diretta
dai gesuiti Lainez e Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino,
rappresentante del cardinale Turchsess vescovo d’Augusta; uno dei tre
presidi n’era il cardinal Polo inglese; Andrea de Vega, Volfango Remio,
Genziano Hervet, luminari di quell’adunanza, non erano italiani. Vero è
che i vescovi forestieri ogni tratto scarrucolando, era d’uopo mandarne
di italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de’ Gesuiti, che
allora furono più che mai, come alcun li chiamò, i giannizzeri della
santa Sede.
L’importanza che la Chiesa attribuisce a ciascun uomo pei meriti suoi
proprj, non per la nascita, dovea condurre al votar per testa, anzichè
per nazione; ma ne derivava la prepollenza degli Italiani, giacchè agli
ottantatre prelati di tutti insieme gli altri paesi stavano a fronte
centottantasette dei nostri. Oltre san Carlo, che non riceveva alcun
breve papale se non iscoprendosi il capo, primeggiava tra questi il
cardinal Morone, figlio del famoso grancancelliere di Milano, in alta
fama di sapere e d’abilità negli affari, che ad istanza di sant’Ignazio
promosse la fondazione del collegio Germanico, e perchè il papa mancava
di denari, indusse a obbligarvisi i cardinali, e vi diede ordini che
poi servirono al concilio di Trento per norma nel regolare i seminarj.
Malgrado di ciò, malgrado che avesse adoprato ogni poter suo nel
reprimere l’eresia in Germania ed escluderla da Modena, fu sospettato
di novatore e fautor de’ novatori, onde Paolo IV lo carcerò in Castel
sant’Angelo: ma il nuovo pontefice non solo lo trasse giustificato, ma
lo destinò a presedere al concilio.
Fra gli altri cardinali distingueremo il Foscarari bolognese, che a
Modena fondò un monte di Pietà e profondea l’aver suo ai poveri in
modo, che non si sapeva dove tanto pigliasse; l’eruditissimo Seriprando
di Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il
Bertani, autore d’un commento a san Tommaso e d’un trattato sulla
podestà del papa; il veneziano Gianfrancesco Comendone[347], di
limpida dicitura e abilissimo a trarsi dagli affari più difficili e
meno attesi; nunzio in Inghilterra, poi in Polonia, donde ottenne
fosse cacciato l’Ochino, poi alla dieta di Augusta per impedire
vi si decidesse sopra materie ecclesiastiche; i suoi viaggi sono
leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come
a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, a Guglielmo Sirleto, ai migliori
d’allora. Per un Antonio Ciurelio di Bari, vescovo a Budua in Dalmazia,
che esilarava con profezie e buffonate, severa scienza mostrava
il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, che parlava
francese, latino, greco, ebraico, non fu eletto papa per tema che gli
studj nol distraessero troppo, e sepoltosi nella biblioteca Vaticana,
colà pose affatto l’animo in ajutar tutte le opere altrui, benchè di
sue niuna pubblicasse, provvedeva testi e argomenti ai campioni del
sinodo; eppure non isdegnava raccogliere attorno a sè i bambini che
capitavano in piazza Navona co’ fasci della legna per istruirli nel
catechismo. In Agostino Valier vescovo di Verona non sapeasi qual
più ammirare, la rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse
cenventotto opere, ma pochissime ne pubblicò, fra cui una _Rethorica
ecclesiastica_ spesso ristampata, e una storia di Venezia; e impugnò la
barbarie scolastica e il timor delle comete. Daniele Barbaro d’ordine
pubblico scrisse la storia veneta, fece poesie filosofiche lodatissime
col titolo di _Predica dei sogni_, fondò in Padova l’orto botanico
e l’accademia degli Infiammati, tradusse e commentò Vitruvio, diede
bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a Edoardo VI d’Inghilterra.
Ivi pure Gianantonio Volpi e Antonio Minturno, letterati di prima
schiera; Onorato Fascitello vescovo d’Isola, autore di lettere e
poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il vescovo Vida, Catullo e
Virgilio redivivi; Isidoro Clario, Taddeo Cucchi di Chiari, che
emendò la versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico
e greco, senza trascurare l’esegesi dei Protestanti. Sfoggiavano
nelle prediche i più insigni oratori, Alessio Stradella di Fivizzano,
Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano, Cornello
Musso vescovo di Bitonto (t. IX, p. 289), intorno alla cui eloquenza
Bernardino Tomitano medico e retore di Padova compose un ragionamento,
e gli fece coniare una medaglia con un cigno, e l’iscrizione _Divinum
sibi canit et orbi_.
La Chiesa professa di essere unica depositaria e interprete della
parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono
credere: i Protestanti arrogano a ciascuno l’intendere come vuole le
sacre carte, all’autorità comune sostituendo la capacità individuale.
Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità d’accordo,
talchè al sinodo, non potendo mettersi conciliatore, nè decidere
altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa sin allora, restava
soltanto da «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema
cattolico». E già a quel punto ciascuno avea preso partito; le opinioni
religiose eransi interzate cogl’interessi politici; il mondo diviso in
due campi, umanamente irreconciliabili.
I punti capitali della divergenza furono risoluti al bel principio,
mettendo fine alle ambiguità, mediante le quali per un pezzo erasi
cercato di rannodare i dissidenti. I libri dei due Testamenti furono
dichiarati canonici, come le tradizioni concernenti la fede e la
morale, conservate nella Chiesa. Il peccato originale fu riconosciuto,
non con decreto dottrinale[348] ma condannando chi lo negasse;
ed esprimendo che, nel dire nati in peccato tutti gli uomini, non
comprendeasi la Vergine Madre, per rispettar le bolle che Sisto IV avea
emanate in proposito dell’immacolata concezione di lei, controversa
fra Scotisti e Tomisti. Sulla Grazia e la giustificazione restava
assolutamente condannata la dottrina che Lutero pretendeva appoggiare
a sant’Agostino, in sedici capitoli di decreto dottrinale riconoscendo
la giustificazione per mezzo della Grazia preveniente e del libero
consenso; condannando le false idee sulla predestinazione, e che la
Grazia basti senza le opere. I sacramenti furono prefiniti a sette,
giusta la dottrina di Pier Lombardo appoggiata alla tradizione; ed
espressi canoni sopra ciascuno.
Giacomo Lainez generale dei Gesuiti, nel discorso più celebre di
quest’assemblea, sostenne la potestà della giurisdizione essere data
unicamente al pontefice, e da lui ogni altra derivare. E vinse; e restò
consolidata quella supereminenza del papa, che erasi voluta crollare;
egli solo interpretasse i canoni, imponesse le regole della fede e
della vita. Già i vescovi, anzichè inuzzolirsi d’ingradire la propria
a scapito dell’autorità pontifizia, vedeano necessario di salvarla
all’ombra di quella; e i principi vedendo la propria esistenza messa
a repentaglio dalle quistioni teologiche, provvedeano men tosto a
sottigliare sui limiti del potere ecclesiastico, che ad appoggiarvisi.
Spetta alle storie particolari lo svolgere la rete complicatissima
delle pretensioni, dei ritardi, delle domande, delle opposizioni; a
noi bastando attestare che, se in alcune decisioni sembrò aver parte la
politica, le più comparvero dettate da persuasione e coscienza.
La Riforma, a cui toglievano pretesto gli oracoli di quell’assemblea
cui essa aveva continuamente appellato, rimase una manifesta rivolta;
e dagli oppositori che si staccavano ed isolavano, la Chiesa non potea
difendersi che col fortificarsi entro le barriere della fede antica.
Fra’ Cattolici non occorrevano transazioni, nè quasi dibattimenti,
restando solo a porre in chiaro l’intero sistema della fede cattolica:
e in effetto vi si eliminò una serie di discrepanze, di modo che la
teologia trovossi ridotta a scienza positiva, sgombra dalla dialettica;
le decisioni tridentine, divenute credenza cattolica, parve superfluo
ogni altro concilio; e come chi convalesce da pericolosa malattia, la
Chiesa cattolica parve animarsi di vita nuova, e tutta si applicò a
migliorare se stessa e la società. Dell’uniformità de’ riti si fece una
condizione della cattolicità, mettendola sotto la vigilanza d’una sacra
Congregazione.
Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, affinchè cogli insuperabili suoi
tipi pubblicasse i santi Padri. Le lezioni apocrife, le goffe antifone,
i riti burlevoli, introdotti dall’ignoranza e dalla semplicità,
domandavano emenda; ma dotti preoccupati della eleganza, cardinali cui
facea stomaco san Paolo per l’impulito latino, poteano essere acconci
a questo servigio? Gli inni che, per commissione di Leon X, introdusse
Zaccaria Ferreri vicentino, vescovo della Guarda, quanto puri di
stile tanto erano freddi nel sentimento; e meglio parve di quelli che
per Urbano VIII rispettosamente corresse il Sarbiewski[349]. Pio V
mandò un nuovo breviario obbligatorio per tutte le chiese che non ne
avessero uno almen ducentenario: la quale riserva non tolse che le più
adottassero il romano, cui tenne dietro il messale. Sisto V pubblicò
una Bibbia, che unica avesse autorità, e v’attese egli medesimo col
Nobili, l’Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rôcca, il cardinale
Caraffa[350]: ma appena uscita vi si conobbero molti errori[351], onde
fu ritirata, e un’altra ne diè fuori Clemente VIII.
Non pare che nel medioevo si formassero catechismi, che ad uso del
popolo esponessero l’essenziale della religione. Il concilio di Trento
ne ordinò uno, incaricandone san Carlo, che prese a collaboratori i
domenicani Foscarari suddetto, Muzio Calino bresciano vescovo di Zara
poi di Terni, Leonardo Marini genovese arcivescovo di Lanciano; e fu
pubblicato italiano e latino[352], poi diviso per capitoli, infine
a domande e risposte nell’edizione di Andrea Fabrizio, unendovi una
tavola dei vangeli di ciascuna domenica, con una tessera di predica,
e coi richiami all’opera stessa per isvolgerla; inoltre i doveri del
parroco sopra i diversi punti della Dottrina, in modo che ad esso
servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni. Questo
_Catechismo romano_, ammirato per eleganza e lucido metodo, provava che
la profonda e solida erudizione sacra non ha bisogno di invilupparsi in
argomentari e formole da scuole, ma si accorda coll’esposizione chiara
e precisa, e colla sublime semplicità del pensiero. I Gesuiti, in punto
alla Grazia dissonanti dai Domenicani, gli scemarono credito, ed altri
ne pubblicarono, fra cui primeggia quello del Bellarmino.
La Riforma erasi sempre invocata da’ Cattolici in nome dell’autorità,
opponendosi all’individualità sia d’opinioni, sia di morale,
quand’anche questo individuo fosse pontefice, soggetto anch’egli
all’errore e alla debolezza, giacchè in lui si connettono l’autorità
e l’uomo. Or la superbia di non volere dar ragione ai dissidenti non
distolse dalla riforma morale, e il sentimento religioso fu sovrapposto
alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute, nelle lettere, nella
vita. Nessuna sessione del concilio passò senza decreti di riforma
onde restituir alla Chiesa anche la purezza delle opere; proibiti i
matrimonj clandestini, o senza le tre pubblicazioni; la comunione sotto
le due specie; l’ordinare senza benefizio; i questori e spacciatori
d’indulgenze le quali non possono pubblicarsi che dai vescovi; siano
gratuite la collazione degli ordini, le dispense, le dimissorie;
obbligata la residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj
curati; nessuno sia messo in questi prima dei venticinque anni, nè a
dignità in chiesa cattedrale prima dei ventuno, e sempre con esame
preliminare; i vescovi ogni anno visitino le chiese, dando cura a
quanto vi occorre, e provvedendo vi si facciano i necessarj restauri;
delle cattedrali e collegiate un terzo delle rendite si eroghi in
giornaliere distribuzioni; con dignità e disinteresse si compia il
sagrifizio dell’altare, senza canti che destino idee profane. I vescovi
avessero ciascuno un seminario, e ne’ sinodi provinciali e diocesani
estirpassero i resti delle superstizioni e delle indecenze: e chi ne
guardi i decreti direbbe che que’ pii riformatori si fossero lusingati
di tornare il mondo all’apostolica purità, neppur evitando gli eccessi
che possono guastar le cause migliori.
Il cardinale Ghiberti, già datario, dalla stamperia posta nel suo
vescovado di Verona fece riprodurre le opere dei santi Padri, rese quel
clero un modello di ecclesiastica disciplina, talchè il concilio non
fece quasi che ridurre a decreto ciò ch’egli aveva introdotto.
Di lui teneva in camera l’effigie e seguiva le pedate Carlo Borromeo,
vero restauratore del regime ecclesiastico e della direzione delle
anime, e tipo di questi cattolici riformatori. Gli _Atti_ sono come la
carta costituzionale della Chiesa, l’universalità di questa applicata
al governo delle varie diocesi in que’ comizj che si chiamano concilj
provinciali, venerabili per la promessa che lo Spirito Santo sarà ove
due o tre si congreghino nel santo nome. E sei di questi concilj tenne
san Carlo, donde gli _Atti della Chiesa milanese_, corpo ammirato di
disciplina[353]. Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi
qualunque angolo più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori
generali e particolari, gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi,
esempj adoperò per rimettere l’uso quasi dimenticato de’ sacramenti,
e la decenza nelle chiese, più ch’altro simili a taverne, senza
campane o confessionali o pulpiti o arredi; introdurre devozioni e
riti e un regolato cerimoniale; ripristinare l’adempimento de’ legati
pii; istituire nuove parrocchie ove prima un solo prete attendeva
a vastissimi territorj; circoscrivere meglio le pievi, con vicarj
foranei in corrispondenza colla curia; i preti abituare al pulpito, su
cui prima non salivano quasi che frati; misurare i diritti di stola
bianca e nera; render regolari i registri di battesimi, matrimonj,
morti; svellere le superstizioni, sincerare le leggende di santi e
miracoli. Istituì le compagnie della dottrina cristiana[354], ove la
festa s’insegnasse, oltre le verità della fede, anche il leggere e
scrivere; e con espresso divieto ai membri di essa di cercar rendite
o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò l’osservanza delle
feste; cercò purgare dalle profanità carnevalesche le domeniche di
sessagesima, quinquagesima e quadragesima: sebbene però in quei giorni
esponesse il Sacramento, e facesse processioni, «strepitavano quasi
sulle porte della chiesa tamburi, trombe, carrozze di concorso, gridi
e tumulti di tornei, correrie, giostre, mascherate ed altri simili
spettacoli profani». Niuna donna, qual che ne sia lo stato, il grado,
la condizione, entri o stia in chiesa, nè accompagni le processioni
se non col velo non trasparente o zendado o tela o altro panno di tal
modo che stiano coperti tutti i capelli. Niuno entri in chiesa con
cani da caccia o sparvieri, nè con archibugi, balestre, arma d’asta o
simili, nè le appoggi alle porte o ai muri di chiesa, nè le deponga ne’
cimiterj o negli atrj[355]. I principi vogliano escludere i ciarlatani,
gli zingari, i giuochi, le smodate spese; vietino le taverne al
possibile, e vi si possa dar mangiare e bere, ma non alloggiare.
Moltissimo s’incarica della dignità e del contegno dei preti nel
vestire, nel radere la barba, nel conversare, nell’abitare. Alla tavola
del vescovo si servano due piatti, tre al più, e non confortini o
altri delicature di zuccaro. Vuol diligenza nel riconoscere le antiche
reliquie e nell’accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose ritegni ai
troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione o per penitenza;
bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la forma de’
discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva quel
della Scrittura, _Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter_. I
suffraganei suoi si facessero mandare una volta l’anno una predica
da ciascun parroco, e se nol vedesser migliorare, vi spedissero un
predicatore. I morti si sepelliscano in campagna, cinta di muro; si
tenga cura delle biblioteche, ove le suntuosità de’ vecchi ha raccolto
libri d’ogni genere, e principalmente de’ manoscritti. In generale
voleva il clero oculato su’ costumi de’ fedeli, sino a tenere in ogni
parrocchia un registro della condotta di ciascuno: avrebbe anzi voluto
rintegrare le prische penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo
quelle comminate in antico ai varj peccati, fra cui v’era che, chi
consulta maghi, stia penitente per cinque anni; chi getta tempeste,
anni sette in pane e acqua; chi canta fascinazioni, tre quaresime;
chi fa legature o malìe, due anni; chi sortilegi, quaranta giorni;
chi cerca i furti nell’astrolabio, due anni[356]. E fra le penitenze
che poteansi imporre, enumera il vietar le vesti di seta e d’oro, i
conviti e le caccie; il far limosine, o mettersi pellegrini o servi in
ospedali, o visitare carcerati, o chiudersi alcun tempo in monasteri, o
pregare in chiesa a braccia tese, o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o
cingersi il cilizio.
Il commercio dei libri sorveglia; non si tengano bibbie vulgari, nè
opere di controversia cogli eretici, senza licenza; non si lascino
andar i fedeli ne’ paesi ereticali, nemmeno a titolo di mercatura
o d’imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il Sant’Uffizio.
Gli Oblati di Sant’Ambrogio, preti con voto di speciale obbedienza
all’arcivescovo, istituì perchè accudissero alle parrocchie più
faticose e povere, e dessero esercizj e missioni. I frati Umiliati,
arricchiti colle manifatture della lana (tom. VI, pag. 315),
possedeano nel Milanese novantaquattro case, capaci di mantenere
cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle rendite di
venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite d’orribile
depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un d’essi gli sparò
una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l’Ordine, e
delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di Gesuiti.
Traversando la val Camonica, ove alcun tempo non si pagavano le decime,
Carlo non dà la benedizione, e que’ popolani ne restano sgomenti;
nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente eretici
e maliardi[357]: illusioni che al par di certe esorbitanti pretese
di giurisdizione, come d’avere forza armata a sua disposizione, di
far eseguire le sentenze del suo fôro anche contro laici i quali non
vivessero da buoni cristiani, vorremo perdonare ai tempi, piuttosto
proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a sovvenire
di corporale e spirituale assistenza gl’infermi d’una terribile peste
allora scoppiata, e che, prevalendo l’idea della carità a quella de’
patimenti, oggi ancora in tutta Lombardia è intitolata peste di san
Carlo.
Suo prediletto Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, vescovo
di Vercelli, dove sostituì l’uffizio romano all’eusebiano, fabbricò
il seminario affidandolo ai Barnabiti, istituì un monte di pietà
colla propria sostanza[358]; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela
della fede pericolò anche la vita, e introdusse Gesuiti a Friburgo,
Cappuccini ad Altorf, poi andò nunzio apostolico all’imperatore, indi
nelle Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Ed essendo avvenuta
la defezione del vescovo di Colonia, fu il primo nunzio ordinario a
Utrecht, nunziatura che durò fin ai giorni nostri. San Carlo lasciò a
lui i manoscritti delle sue prediche, e n’abbiamo a stampa due poemi,
uno in lode di quel santo, uno per la vittoria di Lepanto, e altri
versi e molte orazioni e lettere e sinodi.
Delegato da Gregorio XIII a visitare la diocesi di Como, vi stampava
delle prescrizioni[359], dove insieme con evangeliche maniere ed
elevati intenti appajono esagerazioni che viepiù risaltano dopo
cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi non abbiano cortine
e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante suppellettile, non
vasellame d’argento, col quale potrebbero mantenere dei poveri; lor
precipuo uffizio è la predicazione, nè possono mancarvi senza potente
motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in confessionale per
ascoltare chi si presenti; ogni due anni compia la visita diocesana,
non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e frutta: dia
facile udienza a tutti, anzi v’incoraggi i poveri; veda e spedisca
da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui professione di
fede: le feste si vogliano osservate coll’astenersi da opere servili
e dagli stravizzi. Vieta l’usar figure e anelli magici a curar uomini
od animali, le stregherie, le fasciature, il trattar feriti e mali
colla recita di certe preci e formole. Il raccoglier felci e loro semi
in dati giorni e ore; i maghi e indovini siano puniti dal vescovo,
come pure le maliarde che affascinano o uccidono fanciulli, inducono
sterilità e gragnuola. Ogni anno si rinnovi l’intimata della scomunica
a chi non denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto di
opinioni dissenzienti dalle cattoliche; si pubblichi la costituzione di
Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone del Sant’Uffizio;
e ogni settimana il vescovo si affiati coll’inquisitore e con alcuni
teologi e avvocati sovra il processare gli eretici. Chi bestemmia
Dio o la beata Vergine sia punito in venticinque zecchini, il doppio
se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando e l’infamia.
Non gli ha? alla prima stia colle mani legate al tergo, genuflesso
tutt’un giorno di festa al limitare della chiesa; se ricade, sia per
le strade battuto a verghe; alla terza, foratagli la lingua con un
acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo
è cherico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze
ai denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le
case per conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i
viglietti della comunione pasquale.
La prebenda de’ parroci si migliori col prelevare dai benefizj
inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all’avarizia de’
curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via
i sepolcri elevati in chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza
di denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o
la grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso
velo apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo
ponga ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per
seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo;
esse non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di
necessità lo chiedano alla badessa; v’abbia carceri e ceppi e catene
ne’ monasteri per quelle che violano la disciplina.
Istruzioni di tenore somigliante si diedero dappertutto. La Corte e la
città di Roma presero aspetto ecclesiastico e spirito di regola, e il
cardinale Tosco non fu eletto papa perchè lasciavasi sfuggire certi
lombardismi. La residenza fu ingiunta rigorosamente ai vescovi, come
a tutti i benefiziati; cessò l’abuso d’attribuire badie, collegiate,
vescovadi a secolari e fin a militari, che dicevano _la mia chiesa, i
miei frati_, come avrebbero detto _i miei famigli, i miei cavalli_.
Un gentiluomo tedesco, udendo sempre declamare contro i costumi di
Roma, era voluto venire accertarsene co’ proprj occhi, e ad un principe
scriveva nel 1566 come avesse invece trovato gli abitanti dediti alle
pratiche pie, rigorosi osservatori della quaresima, frequenti alla
comunione e alla visita delle chiese; la settimana santa poi dormire
per terra, e veglie, e digiuni, e tutti _gli artifizj della penitenza_
adoprati per raggiungere i beni dell’anima. E segue descrivendo quelle
commoventi solennità ponteficali del giovedì santo; e le scomuniche
lette a gran voce al popolo che le ascolta in venerabondo silenzio,
e il bombo de’ cannoni che vi tien dietro, gli davano sembianza del
terribile giorno finale. Lunghe file di penitenti disciplinandosi
giungeano a San Pietro, ove ad essi mostravansi la lancia di Longino e
il volto santo, fra singhiozzi, gridi, preghiere.
Io non accetto a piene braccia queste lodi, perchè, come costui
vede tutto santo, così altri tutto scellerato, secondo l’affetto
individuale. I carteggi dei residenti veneti di quel tempo annunziano
continui rigori contro simoniaci, adulteri ed altri peccatori; ma
da Roma scriveano il 25 settembre 1568: — In una terra della Marca,
chiamata Amandola, i fuorusciti, con quali si dice che si sono
accompagnati molti sfratati, entrati dentro, hanno usate gran crudeltà
abbruciando le chiese, e buttando a terra, e rompendo le immagini, con
gran dispregio di tutte le cose sacre; onde si dice che sua santità
ha animo di fare qualche grande provvisione per quella terra, e per
un’altra ancora vicina chiamata San Genese, poichè intende che in esse
vi sono molti eretici. Ma non è città della Chiesa che abbia nome di
averne più di Faenza: onde sua santità ha avuto a dire, che chiaritasi
un poco meglio, la vuole al tutto distruggere con levar via tutti
gli abitatori, provvedendo poi per lei di una nuova colonia; e in
questi giorni sono stati condotti qua molti di quella città per conto
dell’officio dell’Inquisizione».
Questi sfratati sono i fuggiaschi dai conventi: ma nel carteggio stesso
è pur narrato degli Amadeisti, francescani molto depravati che il
papa soppresse, surrogandovi i Minori Osservanti; e in molti luoghi,
massime nel Bresciano, a Iseo, Erbusco, Quinzano, si opposero armati,
rincacciando dai loro conventi gli Osservanti[360].
Il nepotismo non cessò, ma trasformossi, usando i papi mettersi
a fianco un nipote cardinale e un laico, che acquistavano gradi
e ricchezze ma non dominio, al modo d’un ministro de’ paesi
costituzionali. Benedetto, figlio del cardinale Accolti, si credette
che a Ginevra attingesse e odio contro i papi e idee repubblicane;
conforme alle quali ordì a Roma una congiura con giovani principali
per trucidare Pio IV, dopo il quale dicevano verrebbe quel papa
angelico, di cui più volte avea discorso il medioevo; pretendevano
essere in comunicazione coi celesti, e si prepararono al misfatto colla
confessione e l’eucaristia; fallito il colpo e scoperti, sempre ridenti
sostennero la morte, esacerbata quanto allora si sapeva, asserendo
esservi consolati dagli angeli.
Michele Ghislieri alessandrino da Bosco, di religione rigorosa e
d’integerrima vita, non andava mai che pedestre; come priore de’
Domenicani redense molti conventi dai debiti; inquisitore a Bergamo
e a Como, affrontò ingiurie e minaccie[361]; il papa l’avea creduto
opportuno a reggere la diocesi di Mondovì, sperperata dalle guerre;
fatto cardinale, non mutò tenore, nè quando venne assunto pontefice col
nome di Pio V (1566).
La sua scelta spiaceva a non pochi, sì perchè creatura dei Caraffa,
sì pel noto suo rigore; ma egli disse: — Faremo in modo che ai
Romani rincresca più la nostra morte che la nostra elezione». Nella
festa inaugurale solea gettarsi denaro alla popolaglia; indiscreta
prodigalità, in cui vece Pio V fece distribuire quella somma a’
veramente poveri e vergognosi. I mille zecchini che sciupavansi in
far cortesia agli ambasciadori, spedì ai conventi più bisognosi; e
dettogli che molti gliene faceano accusa, rispose: — Non me la farà
Iddio». Regalò i cardinali, ma li pregò di consiglio e cooperazione nel
restaurare la Chiesa, riconoscendo che il disastro di questa era venuto
dai cattivi esempj del clero. Dicendo — Chi vuol governare altrui,
cominci dal governare se stesso», restrinse le spese, mantenendosi
da monaco; nè provava bene che nello stretto adempimento de’ proprj
doveri, e nella fervorosa meditazione e adorazione, da cui si levava
in lacrime. Solo per calde istanze conferì la sacra porpora a un suo
pronipote, frate di gran virtù; un altro ch’era caduto ne’ pirati,
riscattò a lieve prezzo, e fattolo comparire a Roma in arnese da
schiavo, gli regalò un cavallo e cento scudi. Prodigò invece ai poveri,
massime in un’epidemia allora gettatasi.
Siffatto genere di perfezione suol recare gran confidenza nella propria
volontà, e pertinacia a domare l’altrui. Inaccessibile a passioni
umane, qualora v’entrasse il concetto del dovere più non guardava a
chi che fosse; onde i cardinali erano obbligati rammentargli ch’e’ non
aveva a fare con angeli[362].
Nelle cose di religione (diceva l’ambasciador veneto) egli pensa di
saperne più degli altri, e di non aver bisogno di consiglio; e dove
prende una deliberazione per bene, si ferma; nè ragion di Stato, nè
qualsivoglia cosa è per rimoverlo; lascerebbe piuttosto rovinare il
mondo che mutarsi d’opinione; anzi un cardinale diceva che, dov’egli
si affissava a queste opinioni, per sostenerle sarebbe stato uomo da
assalire solo un esercito intiero che fosse contro di lui, sperando
che, avendo buona intenzione, Dio lo dovesse ajutare[363].
Imponeva rigori di disciplina, quasi fossero i primordj del
cristianesimo; divieto ai medici di visitare tre volte un infermo se
non siasi confessato; chi profana la domenica, deva stare un giorno
in piedi avanti alle porte della chiesa, colle mani legate al dosso;
se ricade, sia fustigato per la città; alla terza volta, abbia la
lingua forata e la galera. Espulse le meretrici, poi visto venirne
di peggio, le raccolse in un solo quartiere; represse il lusso degli
abiti; vietò d’andare alle osterie, salvo i forestieri, e di dare
in feudo terre della Chiesa per qual si fosse titolo; andò scarso in
dispense e indulgenze; proibì ai curati di scostarsi dalle parrocchie,
ripristinò la regola nei conventi, restrinse la clausura delle monache;
e secondato da vescovi zelanti migliorò grandemente la chiesa d’Italia,
e pubblicò messale e breviario nuovo.
Poichè i Riformati, cresciuti in Francia e divenuti partito col nome
di Ugonotti, rompevano a guerra civile, egli soccorse di truppe e
denari la Lega che li guerreggiava; non per imposizione ma a preghiere
ottenuti centomila ducati da Roma, altrettanti dagli ecclesiastici,
e altrettanti dallo Stato, armò quattromila fanti e mille cavalli,
da unire con altri mille fanti e duecento cavalli dati dal granduca;
e scriveva al re Carlo IX: — Preghiamo il Dio degli eserciti a
dare a vostra maestà vittoria compiuta su’ nemici, sperando che,
se esso concede questo favore alla maestà vostra, ella se ne varrà
gloriosamente per vendicare non solo le sue ingiurie, ma gl’interessi
divini, e punire severamente gli orribili attentati, i sacrilegi
abbominevoli commessi dagli Ugonotti, mostrandosi così giusto esecutore
dei decreti di Dio».
Guidava quell’esercito italico il conte Sforza di Santa Fiora; e i
ventisette vessilli, tolti da questo agli eretici, furono sospesi
con gran pompa nella basilica Laterana il 1570. Al duca d’Alba che
combatteva gli eretici in Fiandra, Pio V spedì il cappello benedetto;
contro l’Inghilterra, calda avversaria della santa Sede per opera
della regina Elisabetta, avea permesso adoperare tutti gli averi della
Chiesa, non eccettuati calici e croci; ed egli medesimo proponeasi
d’andar a dirigere la guerra. A tali concetti lo portavano il suo
secolo e il suo posto. Egli vedeasi preceduto da ducentoventinove
papi, che il voto popolare e lo Spirito Santo aveano fatti capi
della cristianità, mentre novatori di jeri, senza missione o
miracoli, voleano scindere l’unità gloriosa. Quei papi aveano salvato
l’incivilimento col congiungere tutti i Cristiani contro l’islam: ora
i Turchi sovrastavano con nuova minaccia, e intanto i regni cristiani
si straziavano l’un l’altro. Pio V operava dunque come un generale in
guerra, dove il rigore è indispensabile per assicurare la vittoria;
poi fissava i pensieri nel riparare all’irruzione dei Turchi; e in un
secolo tanto scommesso potè armare un esercito cristiano, e a Lepanto
riportare l’ultima vittoria che la cristianità unita ottenesse sopra la
mezzaluna.
Pretendeva sostenere nel pieno vigore la bolla _In cœna Domini_,
negando ai principi il diritto d’imporre nuove gravezze ai sudditi; e
poichè i tempi e i regnanti più nol soffrivano, serie contraddizioni
incontrò: lo stesso Filippo II rifiutava questa bolla, pretendeva
necessario l’_exequatur_ regio, ed ebbe a scrivergli non volesse
porsi all’avventura di vedere quel che possa un re potente spinto
all’estremo.
Saputo che d’eretici formicolava Mantova, vi spedì Camillo Campeggi,
teologo del concilio, il quale carcerò e processò molti, e otto
condannò a pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti cercarono
levar rumore per impedire l’atto, ma non poterono: onde insidiarono
la vita dell’inquisitore, e ferirono due frati la notte di Natale.
Il duca Guglielmo, ch’erasi professato ligio all’inquisitore sino a
fargli da sbirro se occorresse, mandò severo bando contro que’ procaci,
ma insieme chiese al papa rimovesse il Campeggi (1568). Il papa non
v’assentì, imputò anzi que’ disordini alla tepidezza del duca, e spedì
colà san Carlo col cardinale Commendone, per cui opera fu infervorata
l’Inquisizione, e procedure gravissime e pubbliche abjure si compirono,
non senza que’ supplizj che la libera America oggi ancora infligge
ai Negri, e che l’alto concetto della santità della Chiesa ci spinge
a deplorare. Anche quelli che di là eransi sparsi pel resto d’Italia
perseguitò alacremente, finchè tutti gli ebbe in mano.
Tanta severità non diminuiva nel santo papa la mite semplicità. Con
un compagno di fanciullezza avea piantato per trastullo una vigna,
dicendo, — Del vino di questa nessun ne berrà». Or ecco comparirgli
l’invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli
quel detto, e — Allora vostra santità non era ancora infallibile».
Viaggiando da Milano a Soncino, s’imbattè in un servitorello, che,
compassionandone la stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la
bisaccia, e gliela recò fin alla destinazione: Pio se ne sovvenne, e
mandatolo a cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.
Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa
_per congedarsi da quei sacri luoghi_; e la sincerità della sua
devozione fece che, malgrado l’austerità, il popolo l’amasse vivo,
morto lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse
fra i santi questo grand’uomo; e di fatti egli fu l’ultimo papa
canonizzato.
Per la solita altalena gli fu dato successore Ugo Buoncompagni
bolognese (1572), che volle chiamarsi Gregorio XIII, arrendevole e
clemente fin a scapito della giustizia. Le inclinazioni sue mondane
dovè reprimere a fronte dell’opinione morale, tanto che a fatica potè
favorire un proprio figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto
ai doveri di capo dei fedeli, ad elevar alla mitra i migliori, a
diffondere l’istruzione. Secondo i decreti tridentini, mandò visitatori
apostolici che chiedeano i conti delle chiese, de’ luoghi pii, delle
fraternite; nel che trascendendo, eccitavano scontentezze. Spendendo
quanto Leon X per riparare alle rotte cagionate da questo, fondò e dotò
ben ventitre collegi, e all’apertura di quello di tutte le nazioni si
pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico,
palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo
e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto,
uno pei Maroniti, uno per gl’Inglesi; rifabbricò il collegio Romano,
istituì quel de’ neofiti, poi ne seminò Germania e Francia, e fin tre
nel Giappone; erogò due milioni di scudi in sussidiare studenti, e un
milione per monacare o maritare zitelle bisognose[364]. A suggerimento
di lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di lingue
orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi
viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che
ne recarono codici.
Pio IV avea destinato una congregazione di cardinali a correggere
il decreto di Graziano, nel quale si trovavano misti il falso col
vero[365], canoni confusi o mutili, erronea cronologia. Compito il
lavoro sotto Gregorio XIII, uscì in magnifica edizione il _Corpo del
diritto canonico_, migliorato assai, se non affatto scevro d’errori e
di false decretali. Il primo _Bollario_ comparve nel 1586, ove Laerzio
Cherubini collocò cronologicamente le costituzioni pontifizie da Leone
I a Sisto V; Angelo Maria suo figlio lo aumentò, poi Angelo Lantusca
e Paolo di Roma: collezioni superate dal _Bullarium Magnum_ del 1727
che va da Leon Magno fino a Benedetto XIII, e dalla collezione di Carlo
Coquelines fatta a Roma dal 1789 al 48, a cui Andrea Barberi nel 1835
aggiunse le costituzioni fino a Pio VIII.
Gregorio XIII immortalò il suo pontificato colla riforma del
calendario. È noto (vedi Appendice II) come Giulio Cesare lo
correggesse, fissando l’equinozio di primavera al 25 marzo, e l’anno
di trecensessantacinque giorni e sei ore, cioè undici minuti e dodici
secondi più del vero; talchè ogni centonove anni l’equinozio s’anticipa
d’un giorno. La Chiesa, che dovette occuparsene a motivo che la pasqua
cade nel plenilunio succedente all’equinozio di primavera, al concilio
Niceno del 325 trovò questo che rispondeva al 23 marzo, ma non si seppe
indovinarne la ragione.
Nel 1257 la precessione era di undici giorni; e già d’allora si parlò
d’una riforma, spesso tentata, non mai riuscita; in tutti i concilj, e
più nel Tridentino se ne discorse; e al fine Gregorio XIII, convocati
a Roma i personaggi meglio versati in tali materie, e singolarmente il
perugino Ignazio Danti domenicano e il gesuita Clavio di Bamberga, fece
librare le varie proposizioni; ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi
Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio. Il papa nel
1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le accademie
cattoliche; e avutane l’approvazione, nel 1582 pubblicò il nuovo
calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre. L’anno
vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore, quarantanove
minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari, uno solo sia
bisestile; correzione tanto prossima al vero (365^g 5^o 48^m 55^s), che
solo dopo 4238 anni i minuti residui formeranno un giorno.
Per verità allora si sarebbe potuto, invece del ciclo di quattrocento
anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che invece dell’errore
di ventisette secondi l’avrebbe dato soltanto di un decimo di secondo
sull’effettiva durata dell’anno: sarebbesi potuto concordare il
cominciamento dell’anno col solstizio, e di ciascun mese coll’entrata
del sole ne’ varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun giorno a
quelli fra l’equinozio di primavera e l’autunnale, trenta agli altri, e
scemo il dicembre.
Più che questi difetti, spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse,
fosse anche in fatto di calendario; è un attentato alla libertà dei
principi; è un invadere l’indipendenza de’ popoli; ne va dell’onore e
della dignità dell’impero germanico; compromette le libertà gallicane;
è un’ordita de’ Gesuiti; è un primo passo, che chi sa dove menerà!
Com’è stile dell’opposizione parlamentare, se non altro voleasi
mettervi qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levare
cinque giorni invece di dieci; il giusto mezzo! Di fatto furono lenti i
principi ad accettarlo; solo nel 1699 vi s’acconciarono i Protestanti
di Germania, nel 1700 l’Olanda, la Danimarca, la Svizzera, nel 1752
l’Inghilterra, nel seguente la Svezia, e non ancora i Russi nè i Greci,
che perciò trovansi in ritardo di tredici giorni[366].
Poco poi, nella congregazione _De propaganda fide_, dovuta a Gregorio
XV e a suo nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati,
un secretario furono destinati a diffondere la religione e dirigere i
missionarj; che con portentosa attività dall’Alpi alle Ande, dal Tibet
alla Scandinavia, dall’Irlanda alla Cina si spargono a convertire
Protestanti, Maomettani, Buddisti, Nestoriani, Idolatri. Mentre la
civiltà non portava ai selvaggi che l’acquavite per ubriacar sè, e le
armi per uccider altri, i prodigi dell’apostolato, coll’eroismo più
disinteressato e coi miracoli più insigni, si rinnovavano specialmente
nelle missioni delle due Indie, sicchè da tante perdite in Europa
i papi erano consolati ricevendo ambasciadori dall’Abissinia, dal
Giappone, dalla Persia, dagli antichi regni d’Oriente e dai nuovi
dell’America, dove s’istituivano vescovadi e conventi, scuole e
spedali. Urbano VIII nel seminario Apostolico preparò un vivajo di
missionarj e un rifugio pei prelati che la Riforma spogliava: il
cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici posti per Georgiani,
Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti, sette per Etiopi, sei
per Indiani o Armeni.
I papi entrarono nella speranza d’acquistare il mondo slavo, quando
perdeano il germanico. La Russia era per anco straniera all’Europa,
e un viaggio in essa equiparavasi alla scoperta d’un paese nuovo. I
granprincipi si lusingavano di farsi accettare nella società europea
per mezzo dei papi, fin da quando al vescovo di Modena spedivano
pregando inviasse missionarj a diffondere colà il vangelo: e Innocenzo
IV ne spediva di fatto nel 1247, dando anche il titolo di re a Daniele
Galitsky[367]. Ma quella nazione aderì allo scisma greco: poi quando
cadde Costantinopoli, i granprincipi elevarono la pretensione di
sottentrare ai Cesari, fomentata dai molti Greci che in Moscovia
cercarono ricovero; e Geremia, patriarca esiliato di Costantinopoli,
nell’istituire il patriarcato russo diceva: — L’antica Roma è caduta
nell’eresia; la nuova sta in mano degli infedeli; vera Roma è Mosca».
Tommaso Paleologo, fratello dell’ultimo imperatore, da Corfù ove
regnava era fuggito a Roma portandovi il teschio di sant’Andrea,
e donandolo al pontefice, dal quale ebbe cortesie e onorificenze.
Sua sorella Sofia principalmente si attirò stima e ammirazione per
la bellezza non meno che per le virtù; e il cardinale Bessarione,
convertitala alla fede romana, sperò per mezzo di lei acquistare
alla Chiesa nostra la Russia, e per tal via estirpare lo scisma.
Ivan III aveva allora redenta la Moscovia dalla servitù de’ Tatari:
e un Giovanni Franzin monetiere italiano, che viveva a quella corte
fingendosi di religione greca, si fece mediatore tra Paolo II e
Ivan, il quale accolse le proposte nozze, per cui ereditava ragioni
sull’impero d’Oriente: ma ricevuta ch’ebbe la sposa, non che venire
alla nostra fede, ne staccò anche Sofia.
Ventott’anni più tardi Alessandro VI ripigliò pratiche onde
Ivan s’armasse contro i Turchi. Un capitano Paolo genovese offrì
d’aprir nuova via alle Indie traverso la Russia, e Leon X profittò
dell’occasione per ispacciare lettere a Basilio IV, esortandolo
ad unire le due Chiese, dal che sperava non solo il recupero delle
genti slave, ma un contrasto all’invasione musulmana. Confortato da
buone risposte, recate da quel capitano, il papa spedì un vescovo a
Basilio: e dopo molt’anni, pontificando Clemente VII, giunse a Roma
un’ambasciata da Mosca, condotta da esso capitano Paolo; ammirò le
pompe sacerdotali, ma ritornò disconchiusa. Carlo V imperatore indusse
Giulio III a rannodare trattative con Ivan IV, che desiderava il
titolo di re, e al quale il papa lo prometteva se tornasse all’unità
cattolica, per fare di concerto guerra a Turchi e Tatari. S’avviarono
dunque corrispondenze fra il Vaticano e il Kremlin, ma i principi
d’Europa repugnavano dall’accomunare il titolo di maestà a cotesto
capo di orde. Pio IV gli scrisse di nuovo perchè deputasse prelati al
concilio di Trento; ma monsignor Giovanni Giraldo, portatore dello
spaccio, fu attraversato prima dalle gelosie del re di Polonia, poi
dalla renuenza dello czar. Questo, allorchè si trovò umiliato da
Stefano Batori nuovo re di Polonia, interpose la mediazione della corte
di Roma, la quale però avea cessato di confidare in lui, e gli spedì
non un prelato, ma il gesuita Possevino, che ce ne lasciò una delle
relazioni più interessanti.
Nato a Mantova nel 1534 di nobili poveri, era entrato educatore in
casa del cardinale Ercole Gonzaga, presso cui conobbe quanto di meglio
fioriva in Italia; e reciprocamente stimato, e costituito abate di
Fossano, vedeva aprirsi avanti uno splendido avvenire, al quale preferì
lo zelo da Gesuita. E fu de’ più operosi in quell’operosissima società;
adoprato in missioni scabrosissime, fondò collegi in Piemonte, in
Savoja, in Francia; fu dal papa spedito in Ungheria, in Polonia, in
Isvezia, nel che, oltre i servigi resi, giovò col far conoscere i paesi
settentrionali. Nel cuore della vernata nel 1582 giunto a Mosca con
cinquanta fra interpreti e dottori, lungamente ebbe a lottare colle
astuzie e colle brutalità di Ivan IV, che al fasto degl’imperatori
bisantini accoppiava la fierezza d’un barbaro: potè rimetterlo in pace
col re di Polonia, e menare a Roma una deputazione di lui per trattare
dell’unione. Ma il Possevino, la cui relazione è contata anche dai
Russi come capitale documento sul loro paese, s’avvide non potere nulla
sperarsi fra tanta ignorante docilità del vulgo, tanta presunzione de’
bojari e del czar. E così avvenne[368].
Tanto erasi ravvivata la santa attività dei pontefici! Poi Sisto V,
sebbene più gran principe che gran pontefice, fin settantadue bolle
pubblicò, tutto zelo per l’interezza della fede e del costume; fulminò
gli adulteri, le meretrici, l’astrologia giudiziaria; sull’usura e sui
contratti di società diede le norme che regolano ancora i canonisti,
prefisse a settanta il numero de’ cardinali, e li voleva irreprovevoli.
Grandi uomini illustrarono allora la porpora e la mitra; ed oltre i
già menzionati (p. 443), fra gli italiani menzioneremo il Rusticucci,
uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora nella
lode de’ Bolognesi; il Sartorio, severissimo e degno di star capo
dell’Inquisizione; Gabriele Paleotto bolognese, versatissimo nelle
leggi e ne’ canoni, sicchè a Trento era consultato continuamente;
in concistoro si oppose alla tassa che voleasi levare per ajutare i
Cattolici nelle guerre civili in Francia; poi destinato arcivescovo
a Bologna, adoprò la vita in istituirvi seminarj, congregazioni,
confraternite, raccolse uomini sapienti, quali l’Aldrovandi, il
Sigonio, il Pendusio[369]. Il cardinale Lorenzo Campeggi, arcivescovo
della stessa chiesa, fu adoperato in affari difficilissimi, e massime
in quello del divorzio di Enrico VIII, e nella dieta di Augusta.
Altrettanto fu di suo nipote cardinale Tommaso, che nell’opera _De
auctoritate ss. conciliorum_ mostra la necessaria dipendenza di
questi dal papa, salvo i casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo
di Foligno, combattè gli errori correnti, e lasciò un _Compendium
institutionum theologicarum_, molto reputato. Tolomeo Gallio di Como
aperse alla sua patria inesausti tesori di beneficenza, fra i quali
un collegio, dove i fanciulli della diocesi dovessero educarsi, non
in grammatiche solo e retoriche, ma nelle arti e ne’ mestieri; scuole
tecniche, quali il nostro secolo le proclama. Fabio Chigi, legato
pontifizio per la pace di Westfalia, poi papa, teneva sempre una
bara sotto al letto e un teschio sulla mensa non imbandita che di
radici. Il beato Paolo d’Arezzo teatino, vescovo di Piacenza che trovò
sviatissima, poi di Napoli e cardinale, cooperò con san Carlo. Di
Annibale da Capua arcivescovo di Napoli servono ancora di modello le
visite diocesane. Giampietro Maffei bergamasco scrisse storie latine
di sapore liviano. Tra gli auditori di Rota si nominano tuttora il
cardinal Mantica friulano, le cui opere fecero testo nella scuola e
nel tribunale; l’Arrigone, men dato ai libri che agli affari, tra cui
conservossi intemerato. Serafino Olivieri, le cui decisioni «portano
tanto vantaggio sopra l’altre di tutti i comuni fôri, come egli lo
godeva sopra gli altri auditori del proprio suo tribunale», dice
il cardinale Bentivoglio. Il quale aggiunge che «benchè l’Arrigone
(milanese nato a Roma) non eguagliasse Mantica nello strepito esteriore
della stampa, non gli cedeva però nella qualità più essenziale della
dottrina, e lo superava d’assai nell’abilità dei maneggi».
Feliciano Scosta da Capitone servita adoprò assai contro gli Ugonotti;
poi ad istanza di san Carlo e per autorità di san Pio V promosso
arcivescovo d’Avignone, salvò questa città dalle dottrine e dalle armi
dei Protestanti (1511-77). Lungo sarebbe ripetere quelli che nelle
nunziature furono spediti a sfidare o dissipare le procelle di quel
tempo. Tale corredo i pontefici s’erano messo attorno, invece dei poeti
e dei soldati d’un secolo prima.
Il cardinale Carlo Caraffa, nunzio apostolico in Germania, scrisse la
_Germania sacra restaurata_, ove divisa i progressi della Riforma ne’
paesi tedeschi, e le agitazioni che ne seguirono fino alla guerra dei
Trent’anni. Giovenale Ancina di Fossano, amico a Roma de’ gran santi
e de’ gran dotti, si sottrasse alle dignità per rendersi oratoriano;
e cansato più volte l’episcopato, al fine fu costretto accettare il
povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè mostrare zelo e dottrina,
finchè il veleno gli accorciò la vita. La chiesa di Gubbio fu riformata
da Federico Fregoso genovese, dottissimo in greco ed ebraico, e
fautore di quanti vi si applicavano; ravvolto nelle vicende della
famiglia e della patria sua, e nelle guerre contro i Barbareschi,
adoprato in gravissimi negozj, caro ai migliori d’allora, desiderato
dai Protestanti che il finsero aderente alle loro opinioni[370].
Luigi Lippomano vescovo di Padova, reduce di Germania nel 1553,
stampò _Confirmazione e stabilimento di tutti li dogmi catolici con
la subversione di tutti i fondamenti, motivi e ragioni delli moderni
Eretici_; raccolse con critica inusata fin allora le vite dei santi
fino ai tempi di Bernardo, conservando così molti preziosi racconti
di greci e latini. Lodovico Beccadelli, insigne letterato, amico
de’ valenti, e massime del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali
scrisse la vita, segretario al concilio di Trento, amministratore di
diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di Ragusi, morì in odore
di santità prevosto di Prato. Carlo Bescapè barnabita milanese, usato
da san Carlo in molti maneggi, poi vescovo di Novara ove fondò il
seminario, scrisse molte opere di diritto ecclesiastico e storia.
Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato, lo indicano i
tanti miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni, alla cui
storia abbisogna il prolegomeno della fede. La beata Vergine appare a
Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino, nella
val San Bernardo nel Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina
a un pastore di fabbricarvi una chiesa. L’effigie di Subiaco suda:
davanti al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla
processione. Una Madonna piange a Treviglio (tom. IX, pag. 382); una
parla in San Silvestro; una in Sant’Eugenio di Concorezzo dà segni
miracolosi; una è prodigiosamente scoperta a Portovenere. Nel 1539
a Castiglione delle Stiviere in casa Bonetti spaccandosi un grosso
noce, se ne staccò una grossa scheggia, sulla quale trovossi finamente
intagliata un’immagine della Vergine col Bambino: la vista recuperata
dalla padrona di casa fece prestarle venerazione, e collocatala ne’
Cappuccini, si illustrò per grazie concedute. Un soldato a Lucca nel
1588, perdendo al giuoco, avventa bestemmiando i dadi a una Madonna,
ma in quell’atto gli si rompe il braccio; pel qual miracolo i doni
fioccarono, e dugencinquanta processioni in mezz’anno vi accorsero,
dalle cui oblazioni si fabbricò la Madonna de’ miracoli. Nel 1503,
assediando gli Spagnuoli Oria in Terra d’Otranto, san Barsanofio
patrono di quella città apparve in forma di vecchio con abito
pontificale, e ordinò ai nemici non molestassero più quella terra, lo
che fecero, accettando a dedizione i Francesi.
Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani
studenti, e da Napoli a Roma, Genova, Perugia quella congregazione
si diffuse tanto, che già nell’84 ogni città la possedeva, e
Gregorio XIII l’arricchiva di indulgenze. Dalle scuole trapassarono
siffatte unioni di spirito alle varie condizioni, artigiani e
nobili, mercadanti e magistrati, tutti invocanti Maria in concordia
di formole. A Roma s’istituì l’oratorio del Divino Amore, al quale
appartenevano Contarini, Sadoleto, Ghiberti, Caraffa, che poi furono
cardinali, e Gaetano da Tiene e il Lippomano. In Firenze Ippolito
Galantino setajuolo, fin dall’adolescenza applicato ad amare e
soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale Alessandro Medici
fondava la congregazione de’ Vanchetoni o della Dottrina cristiana,
che dura fin oggi principalmente a vantaggio de’ lavoranti in seta.
Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni, fondavasi una pia
casa de’ catecumeni. In Milano un prete Castellini da Castello formò
la compagnia della Riforma cristiana, che in somma era quella del
catechismo, e che poi prese il nome di _Servi de’ puttini_. Frate
Buono da Cremona vi introdusse la devozione delle quarant’ore, il sonar
l’agonia alle ventun’ore, e un asilo per le pentite a Santa Valeria.
Potremmo aggiungere le congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio,
della Buona Morte, e d’altri nomi.
I frati aveano cessato la missione politica sostenuta nel medio evo, e
al più per obbedienza andavano ambasciadori o pacieri; ma Ordini nuovi
o antichi rigenerati tendeano a rintegrare il sentimento religioso,
e ringiovanire il monachismo quando i Protestanti lo abolivano.
Già prima san Francesco da Paola calabrese avea istituiti i Minimi,
che in Ispagna furono detti _padri della Vittoria_ perchè alla loro
intercessione s’attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia
_Boni uomini_, perchè così era indicato il loro fondatore alla corte
di Luigi XI. I Francescani ebbero le varie riforme dette degli Scalzi,
de’ Minori conventuali, della stretta Osservanza, poi de’ Cappuccini.
Questi impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter possedere,
che il concilio di Trento avea data anche agli Ordini mendicanti;
e come i Gesuiti per la società colta, così essi erano fatti pel
vulgo, tra cui si diffondeano a consigliare e predicare, fin triviali
e buffi; ma dal deriderli di ciò e delle assurde prove del loro
noviziato e delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi
come mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono
spruzzati dal sangue de’ suppliziati. Ambrogio Stampa-Soncino milanese,
genero di Anton da Leyva, abbandonò le dignità per vestirsi di
quell’abito: udendo per le vie di Milano un che bestemmiava, prese a
correggerlo, e percosso da questo con uno schiaffo, gli offrì l’altra
guancia dicendo, — Batti, ma cessa di bestemmiare»; col quale atto
corresse il violento: andò poi apostolo fra’ Barbareschi, convertendo e
riscattando, ove morì il 1601. Alfonso III duca d’Este a trentott’anni
depone il dominio, e si fa cappuccino a Merano del Tirolo, dove
assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato
missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo
appiccano per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro,
e dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo, — Datemi il
Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legame». Lorenzo da
Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi
dei giovani studenti; chiamato a Roma per procurare la conversione
degli Ebrei, discuteva co’ rabbini senza iracondia nè personalità,
invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad esortare i
principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell’esercito cavalcò
colla croce in mano nella battaglia dell’11 ottobre 1611, che volle
attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a stringere leghe e
menare ambasciate nella guerra dei Trent’anni.
Già mentovammo Sisto da Siena ebreo, che di buon’ora guadagnato alla
Chiesa e vestito francescano, predicò con molto grido e frutto, ma
ne prese superbia e cadde in errori tali che fu condannato al fuoco
dal Sant’Uffizio. Il Ghislieri, commiserando tanta gioventù e tanta
scienza, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio ch’e’
metteva nel non recedere dalla propria opinione, vi riuscì, ne ottenne
la grazia da Giulio III, e messolo ne’ Domenicani, l’adoprò utilmente
sì a predicare, sì a convertire ebrei, de’ quali un gran numero s’era
raccolto a Cremona, e divulgava libri di loro fede. Sisto sceverò le
opere utili, come il Talmud e altre, da quelle che non poteano recar
giovamento di sorta, e le mandò alle fiamme; e nella sua _Biblioteca
sacra_ trattò de’ libri sacri, de’ loro interpreti, e degli errori che
ne derivarono. Di quarantanove anni morì il 1569 a Genova.
Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova
congregazione di Monte Corona detta degli Eremiti; come fuor
d’Italia santa Teresa riformò le Carmelitane. Francesco di Sales
fondò le Visitandine; Giuseppe Calasanzio le Scuole pie; Giovanni
di Dio i Fate-bene-fratelli; Luigia di Marillac le Suore della
carità, propagatesi ben presto in Italia. Frà Pietro spagnuolo,
carmelitano scalzo, predicando a Napoli, raccoglie quattordicimila
ducentottantacinque reali, coi quali compra il palazzo e i giardini
del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e monastero della Madre
di Dio; mentre le Teresiane scalze vi compravano per sedicimila ducati
il palazzo del principe di Tarsia, e ne faceano il loro monastero di
San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne ospedale de’ Frati della
carità; il Seriprando, chiesa de’ Filippini la più sontuosa forse
di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella deliziosa altura, i
Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i Paolotti la Stella.
Francesco Adorno genovese fu il primo rettore del collegio gesuitico di
Milano, provinciale di Lombardia, e direttore spirituale di san Carlo.
Nel 1581 diventò loro generale il padre Aquaviva, dell’insigne famiglia
dei duchi d’Atri, e per trentaquattro anni zelò la gloria dell’Ordine
suo, intorno al quale e alla religione stese molti scritti: a lui
sono attribuiti i _Monita secreta_, libercolo assurdo, riconosciuto
falso perfin in un libro ostilissimo, stampato poco poi sui Gesuiti
moderni[371].
Da don Ferrante, terzo principe di Castiglione delle Stiviere, prode
condottiero di Filippo II contro gl’inglesi e i Mori, nacque Luigi
Gonzaga, che lasciate le grandezze per farsi gesuita, ne’ brevissimi
anni di vita si rese modello della perfezione interiore, e insieme
della carità, per la quale egli principe andava accattando per Roma
di che soccorrere ai poveri infermi. Avea avuto direttore spirituale
Girolamo Piatti, gesuita milanese di straordinaria virtù, che molti
trasse alla vita monastica coll’_Ottimo stato di vita del religioso_.
La Compagnia fu illustrata pure dal polacco Stanislao Kostka, che
moriva a Roma il 1568; e da Francesco Borgia duca di Candia, vicerè di
Catalogna, grand’amico del poeta Garcilaso de la Vega, e che venuto a
Roma, ne fuggì per paura che Giulio III il facesse cardinale. Il padre
Pietro Venosta valtellinese, spedito da sant’Ignazio a ristabilire
la religione in Sicilia, vi fu ammazzato nel 1564. A Napoli il padre
Salmerone predicava per le piazze, e andava nelle pubbliche librerie
cercando i cattivi libri da bruciare. Il padre Palmia convertì molti
studenti a Padova, fra cui tre fratelli Gagliardi e Antonio Possevino,
divenuti luminari della Chiesa. Achille Gagliardi, le cui opere
spirituali vorrebbero mettersi a fianco all’_Imitazione di Cristo_, con
zelo e abilità diresse la gioventù nei collegi di Torino, di Milano, di
Venezia, di Brescia; e già più che sessagenario faceva sin tre prediche
al giorno. Il padre Landini apostolò la Lunigiana, la Garfagnana,
il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, ove trovava molto luteranismo,
«ammorbatine perfino de’ sacerdoti, e professarlo dove più e dove meno
alla scoperta» (BARTOLI); rabbonacciò ire, principalmente a Careggio in
Garfagnana; poi passò con egual frutto nella Capraja e nella Corsica.
Bernardino Realino da Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per
scienza filologica e legale, lasciò gl’impieghi e gli onori per entrare
gesuita, e colla dolcezza, la pazienza, la carità si attirò la pubblica
venerazione.
Come gli altri Ordini nuovi, essi vigilavano sui costumi, e fra il
resto abbiamo una memoria che i Gesuiti di Parma sporgeano a Pierluigi
Farnese contro la immoralità propagantesi «in disonore di Dio, in
dannazione delle anime, e molte volte in perdizione di molti corpi e
facultadi». Lamentano dunque il poco timor di Dio, manifestato nelle
chiese, dove si conversa e negozia e passeggia; usuali le bestemmie,
e il lavorare ne’ dì festivi; le bettole infestate da carte e dadi,
donde sciupamento di denari e frequenti risse; molti concubinarj anche
ecclesiastici, e adulteri pubblici: i ragazzi fanno alle sassate per
le strade; altri furfantoni gagliardi oziano per città e sui sagrati,
giocando, strepitando, bestemmiando; numerose e sfacciate le meretrici.
Domandano pure si temperi il rigore delle pene statutarie, che
usurpano denari e tempo ai poveri; si assistano meglio i prigionieri e
giustiziati; si prevengano i contratti usurarj[372].
E in ogni Ordine ci si presentano numerosi operaj della vigna di
Cristo, che, nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie
gioje della persecuzione, nella dignità del pericolo permanente,
divennero santi. Ma al clero secolare specialmente facea mestieri
di riforma. Gaetano Tiene nobile veneto, buona e placida creatura,
nel pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che
il mondo s’accorgesse di lui». Come l’angelo all’aquila, s’accordò
coll’impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che fu poi
Paolo IV, e che, visto come l’abbandonarsi al cuor suo non gli avesse
che cresciuto inquietudini, cercò la pace in seno di Dio; e sul
monte Pincio, or così ridente e popoloso, allora deserto, nel 1524
istituirono i cherici regolari Teatini, preti con voti monastici, ma
senza regole strette affine di liberamente attendere alla predicazione,
ai sacramenti, ai malati, ai prigionieri e giustiziati, rendere al
culto il lustro antico, indurre frequenza ai sacramenti, predicare
senza superstizioni, convertire eretici; professando la povertà eppur
senza mendicare, aspettando la limosina dalla mano che veste i gigli
de’ campi. Nel sacco di Roma spoglio e torturato, Gaetano ne partì
co’ suoi senz’altro che il breviario, e a Venezia furono raccolti in
San Nicola di Tolentino. Gran luce ne fu ben tosto Andrea Avellino,
il quale nel far l’avvocato avendo commessa una bugia, se ne pentì a
segno, che lasciò il mondo. Incaricato di metter riparo agli scandali
delle monache di Sant’Arcangelo in Napoli, s’inimicò un giovinastro,
che lo fece pugnalare; guarito dalle ferite, si rese teatino, e questa
religione andò a fondare a Milano, a Piacenza, a Parma. Vecchissimo,
nel cominciare la messa cascò d’apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo
Scupoli di Otranto fu autore del _Combattimento spirituale_ (1608), che
Francesco di Sales tenea sempre a lato.
A Milano sperperata dalle guerre, Anton Maria Zaccaria da Cremona,
Bartolomeo Ferrari e Giacomo Morigia patrizj milanesi 1533 istituirono
i Barnabiti, per far missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi,
con voto di non brigare cariche nella loro congregazione, nè fuori
di essa accettarne se non con dispensa del pontefice. Agostino
Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione
claustrale, nella quale compose gli _Annali sacri e profani dalla
creazione fino alla redenzione_, primo buon tentativo a chiarire le
difficoltà de’ sacri libri, e serve d’introduzione agli _Annali_ del
Baronio.
Domenico Sauli, letterato, filosofo, storico, politico eppur
negoziante, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che
entrato barnabita, fu inviato a Pavia, dov’egli fu de’ primi e meglio
meriti nel riformare l’insegnamento filosofico e teologico. Iniziati
gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali
alla _Logica_ d’Aristotele, il libro più opportuno, a sentir mio,
per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è più guastato, il buon
senso. Uno scolaro Alessandro Salvi leggeva il testo, uno volgevalo
in latino; il maestro snodava i principi, evitando l’impaccio dei
chiosatori. Alla metafisica univa lo studio della geometria. Ai teologi
proponeva la _Somma_ del maggior filosofo del medioevo, la quale egli
aveva talmente digerita che in Pavia si diceva, — Se si perdesse la
Somma di san Tommaso, donn’Alessandro potrebbe dettarla per intero».
Sull’insegnamento del diritto, sgombero anch’esso dai chiosatori, si
consultò con Marcantonio Cucchi, il quale ivi insegnava i canoni; e
il ricambiò con pareri per le lodate sue _Istituzioni_; e, come dice
il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere
tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto,
principalmente coll’avvezzarli alle matematiche[373]. Collaborò con san
Carlo nel riformare la diocesi milanese; poi fu apostolo della Corsica,
dove con provvidente assiduità introdusse i sinodi diocesani, e morì
nel 1592 vescovo di Pavia.
Filippo Neri fiorentino (1519-95), all’erudizione congiungendo
quell’umiltà che di rado le si concilia, cercava il disprezzo con
tant’arte, con quanta altri l’ammirazione. Padre spirituale de’ più
gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales,
e il contemplativo Felice da Cantalíce; amico de’ maggiori studiosi,
quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano
poeta che scriveva i brevi papali, il medico Michele Mercati, Filippo
adagiavasi fra i cenciosi mendicanti sotto ai portici di San Pietro,
come ai banchi de’ cambisti o ai tribunali o nei palazzi, colla
soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la
carità, persuadendo la giustizia, campando la vacillante virtù;
indulgente nelle cose accessorie, quanto irremovibile nelle essenziali,
al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze;
facendosi un deserto della popolosa Roma, nottetempo visitava le sette
chiese, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe
di San Sebastiano. Con dilettazione venerabonda si va ancora a sedere
sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma,
e ch’egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all’ombra di begli alberi
facea recitare ai giovinetti commediole volgenti alla pietà; vera
ribenedizione dell’arte e del teatro[374].
Col Baronio, ch’egli eccitò al gigantesco lavoro degli _Annali_, e
con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de’ Preti
dell’Oratorio, dove accoglieva la gioventù a devozioni piacevoli,
a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Gli Oratoriani
possono quando vogliano tornare nel mondo, non avendo altre regole che
i canoni, altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che
quelli della carità.
San Filippo con Persiano Rosa aprì l’ospizio di Santa Trinità
per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e
quattrocenquarantaquattromila cinquecento pellegrini, venticinquemila
donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600,
pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove
principi e cardinali faceano le stazioni indistinti dal vulgo; e
si moltiplicarono le conversioni. Tommaso Bozio da Gubbio, gran
conoscitore di lingue e di storia, da san Filippo fu persuaso a
privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinato
per umiltà a insegnare la grammatichetta: vestitosi oratoriano,
scrisse opere di grand’erudizione, e principalmente la confutazione
della politica del Machiavelli[375]; e quei che venivano a riverirlo
stupivano che un sì piccol uomo sapesse tanto.
Allora preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi
non montavano che tonache e cappucci: e se le esuberanti austerità,
le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in
secoli rigidi, a sensi bisognosi di scosse violente, allora nella ricca
varietà de’ sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell’animo,
alla mortificazione del cuore, all’educazione dell’intelletto, ad
acquistar dominio sopra la carne mediante il vigore dello spirito.
Fra le guerre di quel secolo era cresciuta deh quanto! la miseria; e il
chiudersi di tanti conventi tolse a un’infinità d’uomini non meno il
pane spirituale che quello del corpo; ben avea dunque ove esercitarsi
la carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro i
Tedeschi la fortezza di Castelnuovo di Piave dai collegati di Cambrai,
e cadutovi prigioniero, tornò sopra se stesso come Ignazio infermo:
chè il letto e la prigione sono tremende e fruttifere occasioni a
rimeditare il passato e proporre per l’avvenire. Votatosi alla beata
Vergine di Treviso e miracolosamente liberato, raduna gli orfani per
le isole venete rimasti da quelle guerre e dalla fame del 1528, ove si
mangiavano sin gli animali più schifi; e deposta la toga senatoria e
vestito da povero, pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di
quelli e ad emenda delle traviate: assiste in Venezia gl’Incurabili, a
cui faticarono pure sant’Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire
o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo: poi
con amici nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti
ad istruire nelle lettere, ne’ mestieri, nella virtù. Sul Bergamasco
lasciavansi in piedi le biade per mancanza di braccia; ed egli
raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte,
cantano orazioni.
De’ primi a seguirlo fu Primo Conti milanese, valentissimo letterato,
che stabilì andare a riparo dell’eresia in Germania. Lusingandosi
di convertire Erasmo, che pareagli propendere a quegli errori, gli
scrisse firmandosi _Primus comes mediolanensis_. Quel dotto olandese
lo credette qualche gran principe, e gli si fece incontro tutt’in
cerimonia; poi vistolo arrivare in umile arnese, senza tampoco uno
staffiere, rise dell’inganno, ma protestò veder ben più volentieri
sì gran letterato che non qualsifosse barbassoro. Il Conti non trasse
gran pro dal tepido Erasmo, ma giovò ad altri. Rimpatriato, e a Como e
a Milano lasciavasi a lui la scelta de’ professori di belle lettere;
i conventi faceano gara per averlo lettore di teologia e di lingue
orientali; fu adoprato a preparare materie pel concilio di Trento, ove
assistè poi come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia;
il dotto vescovo di Como Gianantonio Volpi conosciutolo colà, se ne
valse nella propria diocesi, e singolarmente a combattere gli eretici
in Valtellina[376].
Ai Somaschi per qualche tempo unita, fu poi distinta la congregazione
della Dottrina Cristiana, istituita nel da Cesare de Bussi, milanese
nato in Francia, e rivolta a catechizzare i poveri.
Camillo de Lellis da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo,
è ridotto a far da manuale in una fabbrica de’ Cappuccini: ivi tocco
nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un ulcere alla gamba,
sente quanto mal giovi agl’infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586
fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.
Dopo la peste del 1528 una società a Cremona fondò un ritiro per orfani
d’ambo i sessi, che lavorassero seta, bambage, lana; la compagnia
di San Vincenzo vi aprì un conservatorio per vedove o mal maritate,
uno per le convertite; una casa di soccorso per le pericolanti; un
ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un
legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa
d’affitto; nel 62 l’ospedale di Sant’Alessio per gl’incurabili, nel
64 uno pei poveri vergognosi. E in quella città il Campi ricorda una
Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni
si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant’Antonio: accenna pure
l’affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i
diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli
nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere
d’uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stretto verno,
flagellandosi e cantando salmi e litanie.
Veronica Franco, che a Venezia teneva convegni rinomati con musica,
versi, amori, e stampò lettere e rime[377], contrita aprì per le
sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a
Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra di Genova,
un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite,
e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città. E Genova,
oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano che
all’Acquasola pose un conservatorio di zitelle che si educassero
a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque
anni, votò a Maria i suoi sei figliuoli, e fatta povera per amor di
quella, fondò le Annunziate, che sol tre volte l’anno riceveano al
parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza,
autrice di trattati e poesie spirituali; Agostino Adorno, che con
Francesco Caracciolo istituì i Cherici regolari minori, e la devozione
dell’Adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto
di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio
piuttosto che aderire al corano.
In quella città si estesero le confraternite fin a ventuna, dette
casaccie per le grandi case ove si radunavano, e che si corruppero poi
in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di
san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù,
nobili, senza clausura, e dedite all’istruzione, per la quale furono
risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone.
Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo.
Maddalena de’ Pazzi e de’ Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi
alla gioja dell’obbedienza, divenne miracolo della perfezione
spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a
intensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi
domenicana, molto fu in relazione coll’Ochino e col Vermiglio, la loro
apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d’amor divino,
compose inni per ciascuna solennità dell’anno, cantati lungamente
e tradotti anche in francese e messi in musica. Caterina de’ Ricci,
sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò
a Dio una vita tutta d’amore e di dolori, provata dalle contraddizioni
e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall’ammirazione: e come la beata
Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena
al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture
al Parenti e al Tosini in Prato.
Suor Angela Merigi di Desenzano, terziaria di san Francesco, a
ventisei anni palesò averle Dio ordinato una nuova società, e trovate
settantatre compagne di primarie case bresciane, nel 1515 le pose in
protezione di sant’Orsola. Non regole austere, non contemplazione,
ma presa a modello Marta la sollecita, rimanevano in grembo alle
famiglie, intente a scoprire gl’infelici per soccorrerli, visitare
spedali e malati, educar bambine. Le fondatrici s’accorsero d’operare
una rivoluzione, e dicevano: — Bisogna innovare il mondo corrotto
per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le
famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest’istituzione di
carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo
accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa
non solo, ma oltre l’Atlantico, coi miracoli della carità faceano
stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il vangelo del pari che
nelle capitali della Francia e dell’Inghilterra: e pur testè faceano
invidiare dagli Inglesi i soccorsi ch’elle prestavano ai guerreggianti
nella Crimea.
E la carità trovò un magnanimo campione in Vincenzo di Paolo, popolano
francese, il cui nome ricorda quanto essa ha di sacro, di spontaneo,
di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben
presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e
nell’Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta
materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna
di Roma e nelle valli dell’Appennino, mesi e mesi restavano senza
sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della
fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle
stalle o a cielo aperto; e la festa li chiamavano attorno a qualche
tabernacolo per rigenerarli coi santi riti[378].
Allora si pubblicarono libri di più regolata devozione, e legendarj di
critica migliorata; e quelli di Pietro Natali vescovo d’Equilio, del
milanese Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano vescovo di Verona furono
sorpassati da Lorenzo Surio, poi dai Bollandisti.
La riforma doveva insinuarsi in tutta la vita, e fu grand’arte
l’impossessarsi dell’educazione, come fecero i Barnabiti, i Somaschi,
gli Scolopj, e maggiormente i Gesuiti. Del veder a questi affidata
dappertutto la gioventù non sapeano darsi pace i letterati; e
Giambattista Giraldi, il marzo 1569 scrivendo a Pier Vettori, riprovava
Emanuele Filiberto che nell’Università di Torino aveva abolito la
cattedra d’eloquenza e poesia, lasciando ne dessero lezione i Gesuiti,
così infondendo (diceva egli) la barbarie più vergognosa.
Certo allora l’educazione e nelle pratiche e ne’ precetti prese
un’insolita tinta religiosa; ed anche fuor de’ seminarj insinuavasi
la venerazione per le cose sacre e l’incondizionata obbedienza ai
papi; gli esercizj ignaziani abituavano al meditare, a frequentare
i sacramenti, a voler pulite le chiese, decorosi i riti. Il lodato
Sadoleto scrisse un buon trattato in latino sull’educazione; e ad
istanza di san Carlo in volgare il cardinale Antoniano, ammirato
improvvisatore (_Dell’educazione cristiana e politica_); cui
s’accompagnarono poi i _Costumi dei giovani_ di Orazio Lombardelli
senese.
Ma qui rampollava una questione che altre volte si ridestò; convien
egli formare il gusto de’ giovani sopra i classici gentili? I Padri
primitivi di consueto gli escludevano, attesa l’urgenza del pericolo
quando il paganesimo non aveva ancora ceduto le armi alla verità,
anzi nella società presentavasi colla potenza degl’interessi,
dell’abitudine, della legalità. Nel medioevo decaddero quegli studj,
ma se ne sopravvisse traccia fu ne’ conventi; e in questi ci vennero
conservati tutti i classici che ci rimangono. Li vedemmo poi fin
riprendere il passo sovra gli autori ecclesiastici; laonde alcuno
per riazione pensava si dovessero sbandire almen dalle scuole, come
ispiratori di sentimenti e di morale pagana. La Chiesa qui pure si
mostrò tollerante, e più intesa a volgere in bene che a distruggere
gli elementi dell’istruzione. A’ suoi seminaristi san Carlo pose in
mano i classici, ma insieme suggeriva alcun che de’ santi Padri, cogli
_Uffizj_ di Cicerone quelli di sant’Ambrogio, colla retorica di lui
quella di Cipriano; di Virgilio si omettessero le dipinture scandalose;
si adoprasse Orazio ma castigato.
Alquanto più tardi, il padre Possevino proferiva a Lucca un discorso,
dove mostrava come trarne profitto anche per la morale[379], purchè
come antidoto vi si accoppiassero le opere di Pantenio, di Giustino
martire, di Eusebio, principalmente di sant’Agostino, i quali diedero
cristiana interpretazione alla civiltà gentilesca; vorrebbe che i
professori avessero alla mano i santi Padri, e se ne ajutassero per
cercare la verità anche ne’ profani, e chiarissero qual divario
corre fra la luce pura di Dio, e la imperfetta e nubilosa che i
Pagani trovavano ne’ loro cuori, e che faceali parlare da fanciulli
balbuzienti, anzichè da uomini ragionevoli; nè si dimenticasse che
quanto dissero i Pagani della virtù non è che un’ombra a petto della
cristiana; a Cicerone riuscivano enigmi quei che la religion nostra
mette in evidenza; gli elogi da lui profusi a se stesso o ad altri,
non potrebbero accettarsi come tali da cuori cristiani, i quali
devono fondare le loro speranze sulle ricompense eterne, e metter le
loro corone ai piedi di Cristo, cui appartiene tutta la gloria e la
lode. Quel proposito di Marco Tullio che non si dee vendicarsi se non
quando provocati, porge nuovo contrasto fra la perfezione cristiana e
la difettiva morale gentilesca, e nel confutarla potrà innestarsi la
verità sui giovani germogli. Si mostri che quell’abbondanza ciceroniana
non conviene a tutti nè sempre. I trattati della _Divinazione_ e del
_Destino_ non s’addicono alla prima gioventù; ma agli _Uffizj_ perchè
non s’aggiungerebbe qualche estratto di quelli di sant’Ambrogio, o
pezzi di Lattanzio per supplire a ciò che Cicerone non conobbe, o
emendarlo ove errò? Così si faccia buon uso d’entrambi, desumendo da
Tullio lo stile, dai Padri la dottrina e pietà vera. Non si trarrebbe
mirabili frutti d’eleganza e proprietà e pietà dal trattato di Cicerone
sull’_Amicizia_ se vi si accostassero i precetti di carità che trovansi
nel Catechismo romano e in un’epistola di san Paolo ai Corinti? Unendo
ai _Commentarj_ di Cesare gli esempj del libro di Giosuè o dei Re, si
opporranno i sani intendimenti della storia, e lo studio dei castighi
di Dio contro i Pagani. Santi e istruttivi riusciranno i paralleli
fra gli eroi di Roma e di Grecia e i guerrieri cristiani, quali Carlo
Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d’Ungheria, aggiungendovi
quelli che ai dì nostri posero freno alla barbarie orientale, come
Vasco de Gama e l’Albuquerque, tanto più che se ne hanno le imprese in
buon latino dai padri Emilio, Giovio e Maffei.
Così il Possevino: e chi ripudierebbe tali concetti?
Fra i libri proibiti era giusto comparisse il Decamerone, contro
del quale già un pezzo declamavano le anime oneste e i confessori;
e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati
amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperto di gran finestre
all’idolatrie ed all’eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime
e licenziosissime usanze tra di noi cattolici. Chi potesse contare
quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe
stupito»[380].
Rincrescendo però di privare gli studiosi d’un libro che si reputava
modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il
maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e
una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini,
adattò quel libro, che così comparve nel 1573 con approvazione di
Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e ad una nuova
emendazione attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere
e declamare ne facessero gli umanisti, mettendo questa operazione a
parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl’ignudi del Giudizio di
Michelangelo.
Aveva il concilio Tridentino ordinato non si ponessero immagini nelle
chiese se non approvate dal vescovo; sicchè nulla vi fosse di falso,
di profano, di disonesto, di contrario alla verità delle Scritture e
delle tradizioni, di vulgari superstizioni. Le immagini convengano alla
dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà,
non turpi pensieri. San Carlo ripeteva queste prescrizioni, abolendo
inoltre la pia ma abusata costumanza di rappresentare la passione di
Cristo o atti de’ santi; nè i visi di questi siano ritratti di persone
vive.
Ma i teatri sono compatibili colla religione? Molti asserivano di
no: e quelli d’allora vi davan troppo ragione, massime le commedie
a soggetto. Una banda di cotesti recitava libertinamente a Milano;
san Carlo li colpì d’una decretale, e il governatore inerendovi li
sbandi; ma essi ricorsero al santo, mostrandogli come ne resterebbero
ridotti in ultima miseria; ed esso accolseli con carità, e permise
continuassero gli spettacoli, patto però che sottoponessero l’orditura
a persone da lui destinate. Simile precauzione fu pigliata altrove.
Vedemmo come Filippo Neri introducesse gli oratorj, che prima erano
laudi cantate in chiesa sopra musica di Giovanni Animuccia, maestro
in San Pietro; poi crebbero fino a compiute rappresentazioni di
fatti morali e sacri. Quando però la musica più non era che studio
di superate difficoltà, continue fughe, e imitazioni e combinazioni
disparate, e poneva gloria in imitazioni di suoni, prolazioni,
emiolie, nodi, enigmi, la voce umana non valutando che come un altro
stromento, poteva più convenire alla santità di riti che elevino
l’anima al Creatore? In composizioni di quattro, cinque, sei, sette
e fin otto parti, le parole si intralciavano, nè più offrivano senso;
i compositori si permetteano di intercalarne di italiane e perfino di
oscene; gli organisti cercavano l’effetto da arie conosciute, e intere
messe furono composte sovra motivi profani. Leon X aveva chiamato
da Firenze Alessandro Mellini, per avvezzare i suoi cappellani a
conservare la tonica nel canto de’ salmi e la misura sillabica negli
inni. I riformatori e cattolici e protestanti ne esclamavano dunque:
il concilio di Trento se ne mostrò scandolezzato, come _piarum aurium
offensio_. Paolo IV fece esaminare se dovesse tollerarsi la musica in
chiesa; e la commissione a ciò eletta stabilì non si canterebbero messe
e mottetti in cui si trovasse quella confusione di parole, nè sopra
arie profane, e s’ammetterebbero solo testi adottati dalla Chiesa: ma i
maestri assicuravano non si potrebbe in un canto figurato far intendere
chiaramente e costantemente le parole, in grazia delle fughe e delle
imitazioni, carattere della musica sacra.
— E perchè non si potrebbe?» disse Pier Luigi Palestrina (1529-94).
Allievo dei Fiamminghi, che allora tenevano il campo in quest’arte,
ed escluso dalla cappella per essersi ammogliato, viveva nella
solitudine e nel bisogno, approfondendosi nell’arte sua fino ad
elevarsi a composizioni libere e originali. Conosciuto, e posto maestro
di cappella a San Giovanni Laterano, puntò i _Treni_ di Geremia, il
_Magnificat_, gl’_Improperj_, non sagrificando la parola all’armonia.
Invitato a comporre una messa che servisse di sperimento, vi si pose
come uomo che deve salvar da morte la sua arte: sul suo manoscritto si
trovò, _Signore, illumina me_; e dopo due poco felici tentativi, gli
riuscì la famosa _missa papalis_ a sei voci reali nel genere antico
italiano, con melodia semplice, rispettando l’espressione rituale, e
adattandola alla varia significazione de’ cantici e delle preghiere:
onde la paragonava alle celesti che l’Apostolo prediletto udì nelle
estasi sue.
Bastò perchè fosse vinta la causa a quest’arte come alle altre; e
mentre la Riforma non sapeva che distruggere e abolire, anche in ciò
la Chiesa ravvivava e santificava[381]. Preso un motivo, il Palestrina
lo svolge con tutto l’artifizio del contrappunto fugato, rimovendo
qualunque accompagnamento strumentale. Precisione, chiarezza, severo
rispetto dell’armonia, grazia, verità d’espressione unita a gusto
delicato, nobile semplicità nella modulazione, il fanno ammirare; e
mentre nei Fiamminghi tutto era ritmo e matematica, egli possedeva lo
spirito, l’unzione; cantava invece d’argomentare; alle forme materiali
dava serenità e vita, quasi volesse effettuare quel concetto di san
Bernardo che la musica _sit suavis at non sit levis, sic mulceat aures
ut moveat corda, tristitiam levet, iram mitiget, sensum literae non
evacuet sed faecundet_[382]. Non raggiunse la pienezza dell’arte,
sicchè possiam paragonarlo al Perugino: e sebbene tuttora povero
di melodia, sì possedeva il sentimento puro dell’armonia e della
tonalità, che altri non seppe con pari felicità ed eleganza far cantare
quattro, sei, fin otto parti distinte. I madrigali suoi sono ancora
l’inarrivabile emulazione de’ contrappuntisti; ma chi assistette un
venerdì santo alla cappella Sistina, dica se non possa esprimere più al
vero l’intimo senso della Scrittura, e la significazione sua simbolica.
Handel e poc’altri ne pareggiarono la maestà di stile; nessuno
la potenza, il profondo e semplice accento, la mistica tenerezza,
l’incantevole soavità delle armonie, per rivelare i dolori della
madre d’un Dio o le ambasce dell’Incarnato, o trasportarci in un mondo
invisibile ad ascoltare le sinfonie di cui gli angeli circondano il
padiglione dell’Eterno.
Mentre dunque, al principio del secolo tutto era paganeggiato ne’
costumi, nelle arti, ne’ governi, nella chiesa, al fine di esso non si
operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo
si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si nutriva;
potenze ecclesiastiche robustissime entrano ne’ consigli dei re a
dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne
rifanno coll’acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed
ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta
contro l’autorità di Pietro.
Se la Riforma non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la
struttura delle Università e dei corpi religiosi cui l’alta istruzione
veniva affidata, se anche gli Ordini nuovi s’intepidirono o corruppero,
ecco la carità che aveva balsami per ogni piaga, e impediva che la
corruzione toccasse all’estremo. Anime stanche dal fortuneggiare del
mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio: le Suore della carità
lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane sepellendosi
anticipatamente, parevano invase da una passione cristiana; il clero
spandeasi dappertutto; cercando l’ignoranza da istruire, il vizio da
correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al
quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia; e il rinvigorito
spirito cristiano combatteva l’effervescenza della carne e la voluttà
sensuale.