CAPITOLO CXLV.

La Riforma religiosa procede. Opposizione papale. Riformati italiani.

Inquisizione[272].

Tanto sovvertimento di costumi e d’opinioni crescea forza ai

Protestanti, i quali con ispaventosa celerità propagaronsi dai Pirenei

all’Islanda, dall’Alpi alla Finlandia, occupando le menti pensatrici,

allettando le frivole, trasformando nazioni intere. Vi sono errori

antichi, i quali, col resistere alla prova del tempo, mostrano essere

compatibili col bene; vi sono verità nuove che, balzando su calle

insolito la società, le riescono micidiali: laonde ogni rivoluzione,

e per ciò che demolisce e per ciò che erige, cagiona perturbamenti e

guerre.

Al disordine, che dagl’intelletti trasfondevasi nelle volontà, da

queste nella politica, avrebbe dovuto rimediare la Chiesa; ma da

principio i suoi capi parvero non accorgersi dell’intensità del male, e

con frecce di legno e lance di piombo repulsavano un attacco decisivo.

Fra i campioni da lei scelti, Silvestro Mazzolini da Priero presso

Mondovì[273], maestro del sacro palazzo, raffinì tra le mani per modo

che parve spediente comandargli di cessare; pur costituendolo vescovo,

e giudice di Lutero. Girolamo Muzio (pag. 165) ne’ viaggi avendo

osservato i costumi de’ Protestanti, non gli parvero quali da’ lodatori

erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a

combattere la comunione del calice a’ laici, il matrimonio de’ preti, e

le altre novità, sostenne che non era necessario adunare un concilio,

dissuase Lucrezia Pia de’ Rangoni dall’abbracciar gli errori diffusi

tra i Modenesi. L’Inquisizione romana aveagli dato incarico di far

bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d’Urbino, e d’informarla

di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano.

Quivi udendo predicare Celso Martinengo, lo chiamò ad esame, e lo

incarcerava se non fosse fuggito a Ginevra, dove fu assunto pastore de’

Protestanti in Ginevra, e l’effigie del Muzio chiassosamente bruciata.

Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d’infanzia; ma

non che lasciarsene sedurre, non lasciò strada intentata per ritrarlo

al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al

popolo di Capodistria, e più dopo che apostatò. Nei _tre testimonj

fedeli_ esaminando le dottrine de’ santi Basilio, Cipriano, Ireneo,

convince di falsità Erasmo ed altri: Pio V gli affida la riforma

dell’ordine di san Lazzaro, e di rispondere all’Apologia Anglicana e

alle Centurie Magdeburghesi: a sostegno del concilio di Trento scrisse

principalmente il _Bullingero riprovato_; l’_Eretico infuriato_

contro Matteo Giudice professore di Jena; la _Cattolica disciplina

de’ principi_ contro il Brenzio. L’_Antidoto cristiano_, la _Selva

odorifera_, la _Risposta a Proteo_, il _Coro pontificale_, le _Mentite

Ochiniane_, le _Malizie Bettine_, la _Beata Vergine incoronata_ sono i

bizzarri titoli d’opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica,

svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzar l’errore;

modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.

Erasmo, che fra i dotti d’allora rappresenta il cattivo moderato, avea

dato spinta e spirito alla Riforma colle lepidezze e cogli epigrammi,

sebbene poi ricusasse farsene campione per amor di pace, onde era

blandito dai prelati: ma Alberto Pio signore di Carpi, delle lettere

e delle arti e di Aldo Manuzio protettore, benchè attivamente involto

negli affari, scrisse contro di lui e di Lutero, con qualche eleganza,

ma scarsa forza.

Non di tali difese era tempo, e meglio operarono Girolamo Amedei,

servita senese spedito in Germania; il padre Silvestri domenicano, che

fece un’_Apologia della convenienza degli istituti cattolici colla

evangelica libertà_; Ambrogio Fiandino da Napoli, agostiniano, che

già avea confutato il Pomponazzi, _senem delirium, hominem maledicum,

patriæ vituperium_, e dettò contro Lutero tre opere, che non furono

stampate; Cristoforo Marcello veneziano, vescovo di Corfù, e famoso per

dottrina non meno che per disgrazie (t. IX, p. 371); e principalmente

Ambrogio Caterino domenicano, che nel secolo era stato Lancellotto

Politi senese, uomo di molta dottrina ma litigiosa[274], per la quale

s’abbaruffò anche co’ teologanti cattolici, e massime col cardinale

Gaetano, ch’egli imputava d’interpretazioni nuove e opinioni singolari.

Girolamo Aleandro della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da

Erasmo per conoscenza del greco e dell’ebraico, da Alessandro VI dato

segretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria,

da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, chiesto da Luigi XII

professore all’Università di Parigi, quando fu deputato in Germania

contro i Luterani parve esorbitare di zelo. Invece parve condiscendervi

troppo il veneziano Gaspare Contarini, ne’ più difficili momenti

mandato nunzio di Paolo III in Germania per indurre i Protestanti a

riconoscere almeno i principj fondamentali, cioè il primato della santa

Sede, i sacramenti ed altri punti appoggiati alla Scrittura e all’uso

costante della Chiesa. Eruditissimo di filosofia, matematica, politica,

avea scritto contro Pomponazzi e Lutero sopra la giustificazione

per mezzo della fede, e due libri dei doveri del vescovo con

semplice gravità e con minori triche scolastiche che non solessero i

teologi[275].

Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria ferrarese agostiniano,

vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone

X, il quale fece sospendere la stampa del suo _Defensorium apostolicæ

potestatis contra Martinum Lutherum_, comparso poi dopo la morte

di esso. Frà Girolamo Negri di Fossano, che con abbondevole frutto

missionava nelle subalpine valli di Luserna e d’Angrogna, fu impinto

d’eresie, e sospeso dal predicare, finchè si provò innocente, e scrisse

una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino 1554).

Ma una vigorosa ed assoluta confutazione non apparve allora; nè tampoco

fu tra noi chi facesse quel che Erasmo tedesco tentò e lo spagnuolo

Melchior Cano compì, di ristabilire le vere nozioni sulla teologia e

le prove di cui essa si vale: dissertavasi sovra punti particolari,

non si toccava al fondamentale qual è l’autorità della Chiesa; si

discuteva davanti al tribunale inferiore della ragione individuale;

si filavano sillogismi de’ quali era impugnata la maggiore; non erasi

scoperto il lato debole della Riforma, nè incalzati gli avversarj entro

barriere saldamente posate col mostrare che il dogma fondamentale di

essi, l’individuale interpretazione, distrugge l’essenza della società

spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere

obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, e il

protestante non può condannare l’ebreo, il deista, l’ateo, giacchè nol

potrebbe che coll’opporre alla ragione di questi l’autorità.

Tutto poi esponeasi con tecnico gergo, argomentazioni opponendo ad

argomentazioni; i teologi sprezzando i letterati come gente da frasi,

ed essendo sprezzati da questi come pedestri scolastici. Il sant’uomo

Gregorio Cortese da Modena benedettino, riformatore del famoso

monastero di Lerins, vescovo d’Urbino, poi cardinale, contro Ulrico

Velenio dimostrando che san Pietro fu veramente a Roma, deplora la

scurrile polemica allora usitata[276], ed alla quale egli porgeva sì

diverso esempio.

Si scusi quanto si vuole Leone X, ma dicano i leali credenti se

fosse un papato opportuno a richiamare all’ovile gli erranti quando

le divinità dell’Olimpo erano evocate ad esilarare il Vaticano. Gli

successe (1522) Adriano VI, il quale, convinto per argomenti scolastici

delle verità rivelate, non poteva supporre buona fede ne’ Protestanti,

al tempo stesso che deplorava fossero stati spinti all’eccesso col

serrar loro le porte in faccia. D’altra parte, venuto da contrade

forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana, e sgomentò

coll’annunzio di volerli svellere di colpo; mentre col confessarli

e promettere di ripararvi porse soggetto di trionfo ai nemici. Alla

dieta di Norimberga dal nunzio Cheregato fece dichiarare ai principi

tedeschi «conoscere il papa che l’eresia luterana era supplizio di Dio

per le colpe spezialmente de’ sacerdoti e dei prelati, e che però il

flagello avea cominciato dal tempio, volendo prima curare il capo che

le altre membra del corpo infermo; che in quella sedia già per alcuni

anni eransi viste abominazioni, turpi usi nello spirituale, eccessi nei

comandamenti, il tutto insomma pervertito»[277]. Sta nella biblioteca

Vallicelliana a Roma il discorso che Bernardino Carvajal, cardinale

ostiense, gli recitò all’entrata in Roma, esponendogli sette ricordi,

che sono: 1. eliminare le arti antiche, che sono simonia, ignoranza,

tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere

la libertà de’ governatori; 2. riformare la Chiesa sicchè più non paja

una congrega di peccatori; 3. i cardinali e gli altri ecclesiastici

amare d’amor reale, esaltando i buoni, e provvedendo ai bisognosi

perchè non s’avviliscano; 4. amministri la giustizia senza divario;

5. sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro

necessità; 6. faccia guerra ai Turchi; 7. compia la basilica di San

Pietro[278].

Gli scrittori d’allora gareggiano nell’esaltare sopra quanti

predicatori viveano frate Egidio da Viterbo; il cardinale Sadoleto

lo vanta per facilità di parlar toscano, profondi studj di teologia

e filosofia, talchè sa nelle prediche piegar le menti, serenare le

turbate, accendere le languide all’amor della virtù, della giustizia,

della temperanza, alla venerazione di Dio e all’osservanza della

religione; e senza divario di giovani o vecchi, d’uomini o donne,

di primati o vulgari tutti scotea con forza di ragionamento, fiume

d’elettissime parole, d’eccellenti sentenze[279]. Non v’era solennità

cui non fosse invitato, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo:

e sebbene il pochissimo ch’e’ ci lasciò non giustifichi tanti encomj,

tutti sono d’accordo nell’esaltarne la virtù e l’integrità, per le

quali Leon X, che gli scriveva colla famigliarità d’amico, lo ornò

della porpora.

Egli dirigeva ad Adriano VI un commentario sulla corruzione della

Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s’insinuò

dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata più a vantaggio

degli uomini che a gloria di Dio. Convien dunque limitarla,

considerandola come uno de’ principali uffizj del pontefice, e quindi

adoprarvi il consiglio d’uomini integri ed esperti; escludere le

aspettative de’ benefizj, che fanno desiderar la morte, quand’anche

non la procurino; evitare quell’avaro e ambizioso accumulamento di

benefizj; reprimere l’ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione

de’ loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche

prete amovibile e mal provveduto. La turpe vendita di cose sacre,

ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia

a’ principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi

l’uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi.

Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di conceder le

grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e

l’equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi

gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili, fedeli, si diano

uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini:

le concessioni, gl’indulti, i concordati con principi si rivedano

esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e

verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente fu il modo di maneggiar le

indulgenze; sicchè voglionsi richiamare le commissioni date ai Minori

Osservanti, per le quali riesce svilita l’autorità vescovile. Nessuna

cura paja soverchia nell’amministrare la giustizia; un cardinale

robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con

somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed

abbiano un soldo fisso, anzichè impinguar sulle sportule, le quali

sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento

ducati l’anno, or si comperano a più di duemila; come quelle degli

auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi

quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne

rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi

depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe

che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori

e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero garanzia del loro

operare, finchè subissero un sindacato; e a chi n’esce con lode, si

attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leone X gravò la sede col

creare tanti nuovi uffizj che consumano l’anno centrentamila ducati

delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero

attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl’investiti

medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure

alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte

le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[280].

Una riforma conciliativa sarebbe ella stata ancora possibile?

Roma nel concilio Tridentino confessò col fatto che Lutero in molti

appunti avea ragione; e se ella immediatamente avesse corretta

la disciplina, receduto dalle pretensioni meramente curiali, non

trasformate in dogmatiche le quistioni giurisdizionali, ceduto in

somma di voglia ciò che poi dovette per necessità, avrebbe almeno

levato pretesto alle declamazioni più popolari. Tuttodì noi vediamo

le temporalità togliersi alle chiese senza scisma; circa alcuni riti

s’era già condisceso coi Greci e cogli Ussiti; nè sul conto delle

indulgenze, dei dogmi essenziali e dei misteri non parea fin allora

stesse interposto l’abisso. Potè dunque Adriano VI sperare ancora un

ravvicinamento, e vi si accinse: ma la luce di quel pontefice rivelò

la profondità dell’abisso. Entrando in Roma, non volle le burbanze e

lo spendio che si soleva; un arco di trionfo fece sospendere dicendo,

— Le son cose da Gentili, e non da Cristiani e religiosi»; come il

nome, così serbò i costumi prischi; si menò dietro la dabbene fantesca,

che il servisse al modo di prima; per pranzo non spendea meglio d’un

ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, —

Te’ per la spesa di domani»; richiesto di prendere dei servi, rispose

voler prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leone X tenea cento

palafrenieri, si fece la croce, e disse che quattro basterebbero[281].

Essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: — Idoli pagani», e torse

gli occhi dalle classiche nudità. Avendo dato un benefizio di sessanta

scudi a un suo nipote, che poi gliene chiese uno vacato di cento,

gli rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e

quando, vinto da molti preghi, glielo concesse, volle prima rassegnasse

l’altro. Si fece promettere dai cardinali che deporrebbero le armi, non

darebber ricetto ne’ loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che

il bargello v’entrasse per esecuzione della giustizia.

«Se gli ecclesiastici aveano barba grande alla soldatesca o abito non

lecito a preti, ei riprendevali, perchè era tanto scorsa la cosa che

portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io

scrittore vidi in Firenze un nostro fiorentino, ch’era arcivescovo di

Pisa, d’anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da

un altro arcivescovo di Pisa ch’era ancor vivo con dargli uffizj di

Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi

parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con

una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada

allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio

e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio de’ Medici sopportava

tal cosa, e andava sempre alla chiesa col rocchetto scoperto senza

mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri

colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la

Chiesa, d’andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e

ballare»[282].

La semplicità di Adriano, il suo dir la messa e l’uffizio tutti i

giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con

Leone X. Da un pezzo non v’erano papi forestieri, e questo neppur

sapeva la lingua italiana; di che s’arricciava il patriotismo de’

nostri. Egli, che oltr’Alpe era reputato protettore degl’ingegni, e

che aveva rimossi gli ostacoli dalla fondazione del collegio trilingue

a Lovanio[283], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti che più non

salariava, e che presero la fuga beffando e bestemmiando: tutti i Sesti

(diceva un epigramma) han rovinato Roma[284]; il Negro querelavasi

che tutte le persone da bene se ne partissero; il Berni avventava un

capitolo violento contro di lui e dei _quaranta poltroni_ cardinali

che l’aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d’un pedagogo,

che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Molti

interessi offendeva, perocchè, volendo togliere le vendite simoniache,

pregiudicava quelli che le avevano legalmente prese in appalto: gravi

nimicizie si suscitò coll’abolire le sopravvivenze delle dignità

ecclesiastiche: privo d’appoggi di famiglia come straniero, di nuovi

non se ne creò, perchè innanzi di conferir benefizj ponderava a lungo,

e così lasciava scoperti i posti: diffidando dei più come corrotti,

era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che

lo tradivano; onde fu inteso esclamare: — Quale sciagura che v’abbia

tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere». In fatti egli

pio e zelante fu reputato un flagello non minor della peste che allora

correva; la morte sua fu pubblica esultanza, e alla porta del suo

medico si sospesero corone civiche _ob urbem servatam_.

Per verità il peggior momento a riformare è quando sia impossibile il

differirlo. Ora, solo col tempo si poteva riparare ai guasti recati dal

tempo: ma intanto la Riforma procedeva colla violenza di chi distrugge;

nei popoli s’introduceva l’abitudine dei riti nuovi, e lo sprezzo dei

dogmi vecchi; i preti ammogliati v’erano avvinti col doppio legame

dell’interesse e degli affetti; e i figliuoli s’educavano nel nuovo

credo.

Qualunque volta una grave eresia le lacerò il grembo, la Chiesa

erasi adunata in concilio attorno al successore di san Pietro, onde

profferire secondo il sentir suo e dello Spirito Santo. Questo rimedio,

efficacissimo allorchè non era messa in quistione l’autorità della

Chiesa, fu proposto al cominciamento del male, e primi i Protestanti

dalle scomuniche del pontefice appellarono al concilio, e i Cattolici

confidavano potere in siffatta adunanza opporre il sentimento

universale e antico alle opinioni particolari e nuove. Clemente

VII (1523), succeduto pontefice, mandò fuori lettere, ove coi treni

consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava la

discordia dei principi e lo sformamento dell’ordine ecclesiastico;

dovere la correzione cominciarsi dalla casa di Dio; egli emenderebbe

se stesso, i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona

tutti i principi onde concordar una pace, fatta la quale, celebrerà un

concilio per restituirla anche alla Chiesa. E persuaso che la suprema

importanza consistesse nell’opporsi al Turco e sopire l’incendio

germanico, rassegnavasi a qualunque transazione coi novatori: stile

delle autorità minacciate, che si riservano di eluderle quando siansi

rimesse in assetto. «Sua santità (scriveva il Muscetola) ha fatto

esaminare da varj teologi nostri le confessioni stese da’ Luterani; e

n’ebbe in risposta che molte delle cose ivi contenute erano del tutto

conformi alla fede cattolica; altri poi capaci d’un’interpretazione

non contraria alla fede se i Luterani volessero prestarsi a un

accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe

impossibile»[285].

Carlo V, che la Riforma guardava principalmente dall’aspetto politico,

come imperatore potea desiderare l’umiliamento di questi papi che

aveano tenuto al freno i suoi precessori, e che con Giovanni XII aveano

proclamato il distacco dell’Italia dall’Impero, e con Giulio II la

cacciata degli stranieri. Ma d’altro lato prendea dispetto che un frate

cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui;

e che i principi dell’impero profittassero delle innovazioni religiose

per emanciparsi non meno dall’imperatore che dal pontefice; diversione

disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche

per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d’interessi

mondani: ma quando uscì vincitore dell’emulo Francesco a Pavia, non

sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de’

papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò

il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli

stesso adunerebbe il concilio.

Ma un concilio generale, che al modo di quel di Basilea potrebbe

dichiararsi superiore al pontefice stesso, maggior ombra dava a

Clemente VII, nato illegittimamente e poco legittimamente eletto;

sicchè abbindolò soprattieni e objezioni, dicendolo inutile e

pericoloso: inutile, perchè l’eresia di Lutero essendo condannata

dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè

parrebbe si revocassero in dubbio le antiche decisioni della Chiesa, e

radunamento di tante teste torbide potrebbe al papa o all’imperatore

strappare concessioni, di cui si pentissero poi. Se l’imperatore lo

credeva opportuno, l’intimasse pure a nome del pontefice, patto però

che gli eretici promettessero obbedirvi, e i punti a discutere si

ponessero prima in iscritto, onde non perder tempo. Uberto Gámbara

nunzio pontificio spiegò più chiaro che i Luterani domandassero il

concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi

della guerra col Turco e dell’estinguere l’eresia, non già del

riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei

soli a cui spettava per gli antichi canoni.

Carlo mostrò aderirvi: ma Francesco I pretese che il concilio

fosse libero di trattar quanto e come volesse. Intanto Clemente VII

disgustava anche i Cattolici; per le ambizioni di sua casa esigeva

decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara

ricusate, egli pose all’interdetto la città. Altrettanto fecero, due

anni dopo, i preti di Parma, esclamando contro i rigori esorbitanti;

quand’ecco arrivare Vincenzo Canina canonico d’Imola commissario

papale, e tutto in collera esporre cedoloni minacciosi: ma i preti

stanno al niego, anzi insorgono, il popolo li seconda, e il canonico

è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove. I

Riformati poi ebbero di che ridere al vedere, sotto il nome imperiale,

saccheggiata Roma, e provocato uno scisma.

Di Paolo III succedutogli (1534) severamente giudicammo il nepotismo

e la versatile politica; ma come pontefice comprese che lo spirito

cattolico, assonnato nella tranquillità, pel contrasto raddrizzava

gl’ingegni e i costumi; e secondandoli con sincerità, si cinse di

ottimi cardinali, Caraffa, Contarini, Sadoleto, Polo, Ghiberti,

Fregoso, tutti che avevano cominciato per fatiche particolari la

ristaurazione della Chiesa. Incaricati della riforma, essi col modenese

Tommaso Badia maestro del sacro palazzo, virilmente levarono rimproveri

contro i papi che «spesso avevano scelto non consiglieri, ma servidori,

non per apprendere il dover loro, ma per farsi dichiarare permesso ogni

desiderio»[286]; denudarono gli abusi della curia; e poichè alcuno gli

appuntava di eccedente vivacità, — E che? (disse il Contarini) dobbiam

darci pena de’ vizj di tre o quattro papi, e non anzi correggere ciò

che è guasto, e a noi medesimi procacciare fama migliore? Arduo sarebbe

lo scagionare tutte le azioni dei pontefici; è tirannide, è idolatria

il sostenere ch’essi non abbiano altra regola se non la volontà loro

per istabilire o abolire il diritto positivo».

Paolo III riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria,

la penitenzieria: e i Protestanti, che volevano la morte non

l’emendazione di Roma, ne menarono vampo quasi ella si confessasse in

colpa.

Ma oltrechè negli abusi profondamente radicati può temersi che

colla zizzania si svelga anche il buon frumento, gl’interessi

personali impedivano i buoni e pronti effetti. Il clero superiore

s’era invecchiato fra abitudini aliene dalla religiosa austerità:

il basso (lasciam via le eccezioni) si conformava a quegli esempj,

nè l’educazione lo aveva addestrato ad armeggiare nella lotta

decisiva. Negli Ordini monastici alcuni per gli ozj opulenti

destavano scandalo; altri le beffe per la povertà degenerata in

sudicieria, per la semplicità ridotta a grossolanità, per lo stesso

zelo ingenuo, dissonante da tempi di dubbio e di controversia. Venne

dunque a grand’uopo l’istituzione di un Ordine vigoroso di gioventù,

addottrinato e pulito come il secolo.

Ignazio di Lojola, gentiluomo di Guipuscoa in Ispagna, paggio alla

Corte di Fernando e Isabella, poi uffiziale, distinto per valore non

meno che per belle forme, nel respingere dalla patria gli stranieri è

ferito (1521): stando a letto prende a leggere alcune vite di santi,

e commosso da quelle austere virtù, vota la sua castità a Maria coi

riti cavallereschi ond’altri dedicavasi a una donna, e strappatosi

alla famiglia, mendicando s’avvia pedestre a Gerusalemme. A stento

indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo e cappello e scarpe,

naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a

uno straniero, e in tempo di peste. Baciati i piedi di Adriano VI,

arriva a Venezia, sozzo, macilento, rejetto, donde in Terrasanta.

Nel pellegrinaggio risolve di fondare una nuova cavalleria, che

combatta, non giganti e castellani e mostri, ma eretici, maomettani,

idolatri; e con sei amici entrati nel suo disegno fa voto di mettersi

all’obbedienza del papa per le missioni. Tornando in Italia, e agitando

le ampie tese de’ patrj cappelli, predicano penitenza in quell’italiano

spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minaccie e

improperj.

È solito de’ tempi di setta attribuire ad uno i vizj più opposti a’

suoi meriti. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici

mascherati; il vulgo soggiunse avessero un demonio famigliare, che

gli avvertiva quando convenisse mutar paese; fu divulgato che fossero

stati arsi dall’Inquisizione. Ma il nunzio pontificio e Gian Pietro

Caraffa, sant’uomo, ne compresero la virtù, della quale davano prova

assistendo agl’incurabili; Paolo III, trovatili dotti e pii, gli

ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj; quando poi

gli presentarono il disegno d’un Ordine, diretto ad assodare la fede,

propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll’assistere a

prigionieri e malati, l’approvò, chiamandoli _Cherici della Compagnia

di Gesù_, come testè dicevasi della compagnia del conte Lando o di frà

Moriale. Ignazio, militarmente designatone generale, ben tosto la sua

milizia diffonde per tutta la cristianità; ed egli la governa senza

uscire dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa:

una onde rimettere in pace gli abitanti di Tivoli coi loro vicini di

Sant’Angelo; una per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna

d’Aragona sua moglie. Francesco Strada, suo discepolo, cento e più

giovani guadagna a Dio in Brescia; e a Ghedi, ove si solea prendere

in burletta i predicatori, egli col lasciar via i fioretti oratorj, e

col venir alle strette, ottiene copiosissimi frutti. A disciplinare la

difficile Corsica faticarono i padri Silvestro Landino di Lunigiana ed

Emanuele di Montemayor. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajutò a porre

la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl’introdusse a Messina,

poi a Palermo, ove presto ottennero l’Università. Il doge di Venezia ne

chiese due ad Ignazio, fra i quali il Laynez che fu poi generale, e che

ivi predicò ai tanti eretici chiamativi dal commercio: alloggiava nello

spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch’egli

protestò dal pulpito non riceverebbe più nulla. Poi il priore Lippomani

provvide d’una casa i Gesuiti, che n’ebbero pure a Padova, a Belluno, a

Verona. Degl’italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo

Paolo Achille, Benedetto Palmia, oltre Paolo da Camerino e Antonio

Criminale, che apersero l’India alla fede[287].

Quando Ignazio morì (1556), contavansi più di mille Gesuiti in dodici

provincie: Portogallo, Italia, Sicilia, Germania alta e bassa, Francia,

Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile.

Le loro costituzioni portano i tre voti soliti: ma alla povertà si

obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere

onesta agiatezza. Legavansi ai voti solo a trent’anni, e dopo che

lungo e scabroso noviziato avesse prevenuto le incaute professioni

e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla

società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben

fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare

con quello del paese ove dimorano; vita tutta diretta ad azioni reali,

efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una

destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione

d’impieghi, dipendenti dal generale, che, a differenza degli altri

Ordini, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano, e

conoscendo ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi, sorvegliava

l’amministrazione de’ beni, disponeva dei talenti e delle volontà.

Acciocchè l’ubbidienza fosse più intera, non cercavano dignità, anzi

da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma

avea tolto a pretesto l’ignoranza e la corruttela del clero? ed essi

mostransi studiosi e d’una costumatezza che i maggiori avversarj

non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi

e la disciplina? essi li emendano cogli spedienti migliori, cioè

l’esempio e l’educazione. L’alto insegnamento è negletto? essi se ne

impadroniscono. Vedono ottenere lode la poesia latina? essi formano

a quella gli scolari. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno

di sacre. È tacciata la venalità e l’ingordigia del clero? ed essi

insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle

anime, istituiscono scuole pei poveri, esercitano la predicazione,

e ne colgono mirabili frutti, sin a portare all’entusiasmo della

devozione. Non stitichezza nel confessare, non vulgarità nel predicare,

non eccessiva disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del

prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l’applicazione più che

due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici. Liberi

pensanti e scopritori di nuove verità, porgeansi officiosi, affabili,

l’un l’altro coadjuvanti, staccati da ogni personale interesse a segno,

che vennero imputati d’affievolire gli affetti domestici.

I letterati d’allora sono una voce sola a magnificarne le scuole; e per

tutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a confessori.

Al tempo che contro del papa s’elevano l’esame e la resistenza,

essi professano obbedire incondizionatamente ad ogni suo accenno; e

propugnarne l’autorità, non la temporale già crollante, ma quella che

poneva Roma a capo dell’incivilimento; combattere i Protestanti con

ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio

d’assolvere gli eretici dalle pene temporali. Mentre poi i re ed i

mercanti mandavano nel Nuovo mondo a uccidere e conquistare, essi

vi corsero a convertire le Indie, il Giappone, la Cina, le Americhe.

Non v’è forte pensatore che i meriti de’ Gesuiti non confessasse; non

v’è ciarliero da caffè che non ne esagerasse le colpe, sicuro d’esser

creduto, come l’accertava due secoli fa il maggiore scettico[288], e

come ne diè prova fin il secolo della tolleranza, ricusandola solo

a costoro e a chi osasse non bestemmiarli. E per vero una società

che proponeasi per canoni il sentimento e l’esempio dell’unità, il

rassegnare la propria alla volontà superiore, la propria ragione

al decreto altrui, urtava talmente cogli istinti rigogliosi e

coll’irruente fiducia dell’uomo in se stesso, che non è meraviglia

se fu segno d’inestinguibile odio, e se ogni lampo di libertà portò

un fulmine sul loro capo. La podestà secolare poi armavasi allora

per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d’Austria, costituitasi

guardiana dell’ordine, spingeasi alle riazioni; onde i novatori

nell’avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o

incitatori o stromenti. Ma la storia vive d’indipendenza e libertà;

se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e

pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non

può contentarsi di beffe e leggerezze nel giudicare quest’associazione,

fusa e robusta come l’acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano

ogni altra coesione fuorchè quella de’ governi; questa milizia

che mette brividi di paura perfin nel suo sepolcro, e che allora,

baldanzosa di gioventù e di sagrifizj, offrivasi ai pontefici per la

giornata campale.

Perocchè Roma era convenuta anch’essa sull’opportunità d’un concilio,

non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che con

nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Chi non ricorda le

assemblee o legislative o costituenti, volute dai popoli e promesse

dai principi nel 1848? Con altrettanta lealtà l’imperatore, il re di

Francia, gli ecclesiastici, Lutero aveano chiesto il concilio: altri il

tragiversavano col solito sotterfugio del chiedere troppo, pretendendo

che il papa vi comparisse non capo ma membro, e che anche i novatori

avessero voce deliberativa; lo che equivaleva a dare già per concesso

lo scisma. Paolo III, che da senno il voleva, e che all’uopo spedì in

Germania Ugo Rangone quantunque contrariato dalla lega Smalcaldica e

da mille ostacoli[289], intimò il concilio (1545) a Trento, sul limite

dell’Italia e della Germania. Inviando a presederlo come _angeli

della pace_ Gianmaria Ciocchi Dal Monte e Marcello Cervini, italiani

che divennero papi, e Reginaldo Polo inglese che ne fu ad un punto,

dichiarava scopo del concilio l’estirpazione delle eresie, l’emenda dei

costumi e della disciplina, e la concordia fra i principi cristiani.

Ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi, ogni passo era reso

scabroso da puntigli dei re cattolici e dei prelati delle nazioni: e la

prima adunanza (13 xbre), con venticinque vescovi, si logorò in dispute

sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare,

perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vedemmo rinnovarsi

pur jeri, e non da frati e cardinali. Sospese le tornate in pericolo di

peste, poi riassunte, quando Maurizio di Sassonia marciò sovra Trento

per sorprendere l’imperatore, i padri sgomentati si dissiparono.

Non vi si doveano mettere in dibattimento quistioni parziali come a

Costanza, bensì l’essenza stessa della Chiesa; e in tanto bollimento

degli spiriti quanto non era pericoloso il raccorlo, difficile

il tenerlo ne’ limiti! Nè il divisarne il procedimento appartiene

al nostro racconto, bastando toccare quei sommi capi che valsero

sull’avvenire.

Dopo settantacinque giorni di baruffe tra la fazione imperiale

e la francese, Gianmaria Ciocchi Dal Monte per via di promesse e

transazioni ottenne la tiara col nome di Giulio III (1550), e subito

dalla lodatissima operosità cascò nell’infingardaggine, e abbandonando

gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo e denari in una

deliziosa vigna fuor di Roma, divenuta proverbiale. Di titoli e beni

fece prodigalità ai parenti; diede Camerino in governo perpetuo a

Balduino suo fratello, al costui figlio Giambattista il titolo di

gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria, e

«maggior grandezza in Roma che se fosse stato duca o signore naturale

e antiquato in qualsivoglia parte d’Italia» (SEGNI). Donn’Ersilia,

moglie di Giambattista, lussureggiava di tal fasto, che la duchessa

di Parma figlia dell’imperatore penava a ottenerne udienza. Ai nipoti

per sorelle diè stati e titoli di signori, ed ornolli di cardinalati,

di titoli di capitan generale, e li fece simili a veri signori, essi

di cui jeri s’ignorava la stirpe. A un pitocchetto raccolto e che lo

spassava giocolando con un bertuccione pose tal amore, che il fece

adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico

fosse, e i prelati vi repugnassero, lo ornò della porpora: ma il mal

allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.

Erano andamenti da togliere pretesti ai Riformati? anzi il costoro

apostolato si diffondeva anche in Italia. Ci fu veduto come qui prima

che altrove se ne svolgesse il seme, tra per senno di pensatori, tra

per arguzia di letterati. La estesa reputazione de’ nostri dotti fece

che i novatori forestieri ne bramassero l’adesione, e cercassero qui

divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali

inuzzoliva delle nuove predicazioni. Veramente nella libertà con cui

qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze che

compresse invigoriscono, e la vicinanza facea che coi traviamenti delle

persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Gl’Italiani,

la cui immaginazione non era inaridita dal raziocinio, mal poteano

gradire un culto senza bellezza, senza vita, senz’amore, che riprovava

le esteriorità, e sbandiva dal santuario le pompe tanto popolari, e

quella liturgia or festante e trionfale, or tenera e melanconica, grave

sempre e maestosa; quelle cerimonie derivate dalle idee più sublimi

unite ai simboli più graziosi, dai sentimenti più puri manifestati

colle forme più splendide e variate, e che nutrivano le arti, sì gran

parte della gloria nazionale. Sentivano poi come il papato conservasse

all’Italia l’importanza che sotto ogni altro conto smarriva, e vi

traesse denaro, persone, affari; tutti i principi e le case magnatizie

tenevano parenti nelle prelature e nel sacro collegio, i quali e

godevano pingui benefizj, ed esercitavano influenza: molti contavano

dei santi fra i loro antenati: i letterati chiamavansi riconoscenti

ai papi e ai cardinali, che gli aveano per secretarj o clienti:

insomma l’interesse che spingeva i forestieri, distoglieva i nostri

dal volere la Riforma; oltrechè li vegliava più dappresso l’autorità

ecclesiastica.

Lutero avrebbe avuto efficacia sopra le profonde convinzioni di Dante;

non sopra i contemporanei dell’Ariosto che di tutto ride, e ride dei

dogmi più che Lutero.

Ma se l’amore della novità non invase nè le plebi nè i principi, e

se quelli che si occupano di regolare la propria fede son pochissimi

a fronte di coloro che ne usano e ne vivono, erra chi crede la

Riforma non abbia qui avuto ed estensione e conseguenze civili e

politiche[290]. Alcuni nostri teneansi in corrispondenza coi dotti

tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto scriveano all’erudito

Melantone, il principale apostolo di Lutero. Gli studenti tedeschi

che qui venivano a raffinarsi, o i nostri che s’addottoravano nelle

Università tedesche, servivano di conduttori alle nuove dottrine.

Francesco Calvi da Menaggio (_Minicio_), librajo a Pavia, andò a

cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, e le propalò in

Lombardia[291]: a Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di

Lutero anonima, i _Luoghi comuni_ di Melantone col titolo di _Principj

della teologia d’Ippofilo da Terranegra_, poi il catechismo di Calvino,

e il commentario di Bucer sui salmi col nome d’Arezio Felino, e le

opere di Zuinglio sotto quello di Corisio Pogelio; pseudonimie che

eludevano la superiore vigilanza.

Con apostolato diverso, la negazione era stata sparsa dai guerrieri,

qui scesi a straziarci; fra i quali il fanatico Giorgio Frundsberg,

inventore de’ lanzichenecchi (t. IX, p. 367), portava allato una

soga d’oro colla quale vantavasi volere strozzare in Clemente VII

l’ultimo dei papi. E poichè i partiti non sottigliano sulla moralità

dei mezzi purchè giungano al fine, vi fu chi esultò dello strazio che

que’ ribaldi recarono all’Italia e al papa; e un frate Egidio della

Porta comasco, il quale con Zuinglio divisava i modi di diffondere la

protesta evangelica di qua dall’Alpi, esclamava: — Dio ci vuol salvare;

scrivete al Borbone che liberi questi popoli; tolga il denaro alle

teste rase e lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno

predichi senza paura la parola del Signore; la forza dell’Anticristo è

prossima al fine»[292].

In quella corte di Ferrara, dove s’era veduta ogni bruttura, e dove il

duca Alfonso fece dipingere dal Lotti la sua Laura Dianti in figura

di Madonna col versetto _Fecit mihi magna qui potens est_, Renata

di Francia figlia di Luigi XII era venuta moglie d’Ercole figlio di

esso duca, che le regalò gioje per centomila zecchini. Aveva essa

imbevute le dottrine di Calvino, e la troviamo lodata come _santissima

anima_ dal Brucioli nella dedica della Bibbia, per gran religione

dal Betussi nella giunta alle _Donne illustri_ del Boccaccio, e da

Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue _Lettere_, che

al Fontanini (rigoroso giudice) parvero seminate di frasi eterodosse,

e la _Parafrasi_ sulle epistole di san Paolo. Essa formò della Corte

ferrarese un focolajo di pratiche anticattoliche; vi imbandiva

grasso ne’ giorni di digiuno; vi ricoverò alcun tempo Calvino e

Marot, traduttore francese dei salmi, e quanti per religione fossero

spatriati; e istituì una piccola chiesa riformata.

Il marito, sollecitato dal padre Pelletario, per alcun tempo tenne essa

ed i suoi chiusi nel castello di Consandolo; ma e quivi e ad Argenta

essi diffusero le loro dottrine, sicchè il duca riferiva al re di

Francia i traviamenti della moglie, narrando come dovette interporre

prelati e ambasciatori perchè lasciasse far la pasqua alle proprie

figlie; onde esorta il re a vincere un’ostinazione, la quale non potrà

che recare disgustosissimi frutti[293]. In fatto, non venendone a capo,

la rimandò in Francia.

Colla Renata vivea Francesco Porto cretese, insegnatore di greco

nelle nostre città, poi ricoverato nel Friuli, in fine a Ginevra,

dove Teodoro Beza ne compose l’epitafio. Emanuele Tremelli ferrarese,

dal giudaismo convertito per cura del poeta Flaminio e del cardinal

Polo, ben presto in patria e a Lucca sorbì le opinioni protestanti,

e piuttosto che rinunziarvi, passò con Pietro Martire Vermiglio a

Strasburgo, poi in Inghilterra; insegnò ebraico a Eidelberga, a Metz, a

Sedan ove morì, lasciando varie opere e la versione latina della Bibbia

siriaca e quella del Testamento Vecchio sul testo ebraico.

Frà Bernardino Ochino da Siena godeva tal rinomanza d’eccellente

predicatore, che Carlo V diceva: — Farebbe piangere i sassi»; e il

Bembo: — E’ fa girar tutte le teste; uomini, donne, tutti ne van pazzi;

qual eloquenza, quale efficacia!» Dedito a quelle eccessive austerità,

che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso, dai libri

di Lutero imparò a cercare nella sacra scrittura ciò che alla sua

passione piacesse, e fin dal 1542 Gaetano Tiene gli fece interdire la

predicazione in Roma[294]. Presto gli fu ripermessa, ma forse perchè il

papa non gli concedette la porpora cominciò a insultarlo, poi temendolo

fuggì a Ginevra, e pubblicò molte opere, fra cui _Cento apologhi contro

gli abusi della sinagoga papale, de’ suoi preti, frati, ecc._

Filosofo e dialettico non vulgare, insegnava egli che non è possibile

giungere al vero colla ragione, ma è necessaria l’autorità divina; e

poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a

interpretarla, e avendo ripudiata l’autorità della Chiesa, fu costretto

rifuggire nel misticismo e nell’immediata ispirazione[295]. Sarebbesi

rassegnato a credere a Calvino, egli che non avea consentito a credere

alla Chiesa universale? Fu dunque maledetto e perseguitato a Ginevra;

da Zurigo pure sbandito di settantasei anni con quattro figliuoli nel

cuor dell’inverno; nè raccolto a Basilea ed a Mülhausen, s’ascose in

Moravia, dove perduto due figli e una ragazza dalla peste, morì nel

1564.

Fu de’ più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l’aver sostenuto

l’indissolubilità del matrimonio a fronte delle regie lubricità. Ma

già Lutero, per favorire il landgravio d’Assia, aveva approvato la

bigamia: ora l’Ochino nel XX de’ suoi _Trenta dialoghi_ sostenne che un

marito il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve

prima implorar da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede,

non possa ottenere, può senza peccato seguire l’istinto, che conoscerà

certamente provenir da Dio, e prendere una seconda moglie senza

sciogliersi dalla prima[296].

In quel centro di studj e di gioventù ch’era Bologna, seminò le

novità nel senso zuingliano Giovanni Mollio di Montalcino minorita;

e dalla corrispondenza de’ corifei forestieri appare che in molti

germogliarono, anzi un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila

soldati se si recasse guerra al papa[297]. Al Mollio teneva bordone

Pietro Martire Vermiglio fiorentino, predicatore dottissimo, il quale

potè stabilire una chiesa a Napoli, una a Lucca, una a Pisa[298],

finchè fuggì a Strasburgo, e vi ebbe moglie e la cattedra lasciate dal

famoso Capitone, e vien contato fra i loro ministri meglio versati

nelle sacre scritture. Seco erano vissuti Paolo Lazise veronese,

che a Strasburgo professò greco ed ebraico; Alessandro Citolini da

Céneda, autore d’un’_Arte di ricordare_, nella quale riduce sotto certe

categorie tutte le cose escogitabili[299]; Celso Martinengo bresciano;

Girolamo Zanchi bergamasco, professore di teologia a Strasburgo, dove

non essendovi chiesa italiana, i nostri si radunavano nella casa di

lui.

Di Firenze fuggirono Gianleone Nardi, che molto scrisse a difesa delle

eresie, e Michelangelo frate predicatore, che apostolò a Soglio ne’

Grigioni, e stampò un’_Apologia, nella quale si tratta della vera e

falsa Chiesa, dell’essere e qualità della messa, della vera presenza di

Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro,

de’ concilj e autorità loro ecc._ Fuori professarono pure e Alfonso

Corrado mantovano, autore d’un commento sull’Apocalisse, violentissimo

contro i pontefici, e Guglielmo Grattarola medico bergamasco, e

parecchi Napoletani[300]. Girolamo Massari vicentino, a Strasburgo

insegnò medicina, e descrisse un processo dell’Inquisizione[301].

Scipione Gentile da San Ginesio nella marca d’Ancona, autore di molte

opere legali e di annotazioni sopra il Tasso, morì professore di leggi

in Franconia il 1616.

Celio Secondo Curione valente grammatico da Chieri, studiando

giurisprudenza a Torino, prese contezza delle innovazioni, e

invogliatosene fuggì per la Germania con Giovanni Cornelio e Francesco

Guarini. Scoperto in val d’Aosta, dopo due mesi di fortezza fu

collocato in un monastero ad esservi istruito nella fede: ma egli a

reliquie di santi sostituì una Bibbia, poi sottrattosi, girò molte

città d’Italia; a Milano ebbe moglie e cattedra; sinchè udito che

di ventitre fratelli e sorelle suoi una sola era rimasta, ripatriò.

Quivi udendo un domenicano in pulpito confutar Lutero, gli gridò,

— Tu menti!» e cacciò a mano le opere di questo. Scontò l’ardire

in carcere a Torino; ma, benchè incatenato, riuscì a sottrarsene

tanto miracolosamente, che fu creduto opera di magia[302]. Per la

qual evasione «non feci voto (dic’egli) di visitare Compostella o

Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, perchè Dio solo può

darla, ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro».

Presto ebbe una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva,

mai per tre anni non si potè arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano

a sua tutela. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese

svellesse quella gramigna, egli si raccolse a Venezia, indi a Ferrara,

ove la duchessa gli diè lettere per le quali conseguì a Lucca una

cattedra. Ma domandandolo caldamente il papa, la republichetta il

consigliò di mutar aria; sicchè entrato negli Svizzeri, fu maestro a

Losanna, poi a Basilea, donde più non si scostò, per larghe offerte che

ricevesse. Una volta ardì tornare a Lucca per prendervi la moglie e i

figli; il bargello si presentò per coglierlo, ma egli con un coltello

da tavola alla mano si salvò. Molte opere di libertà protestante

lasciò, fra cui è una rarità il suo Pasquino in estasi (_Pasquilli

extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana

religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium_). Anche

suo figlio Celio Orazio, professore di medicina a Pisa, latinizzò

alcuni sermoni dell’Ochino; e in quel senso pendettero pure Agostino e

l’Angelico, fratelli di quello.

Questa connivenza de’ Milanesi indica che fra loro non mancassero

fautori ai Riformati. Milanese era frà Giulio da San Terenzio,

che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò

opere ereticali col nome di Girolamo Savonese[303]. Di un processo

contro sospetti luterani nel 1535 fa memoria il pizzicagnolo

Burigozzo, narrando che gl’imputati, fra cui un prete, furono in

duomo riconciliati dall’inquisitore e dall’arcivescovo dopo lettone

la condanna, obbligandoli per alcune domeniche a stare alla porta

maggiore vestiti di sacco, e con una disciplina battersi dal principio

della messa fin all’elevazione[304]. Nel 1556 Paolo IV lagnavasi col

vescovo di Modena si fossero a Milano scoperte conventicole di persone

ragguardevoli d’ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista

di Crema[305]. Da Milano era pur fuggito tra gli Svizzeri e i Grigioni

quell’Ortensio Landi (pag. 253), le cui opere furono dal concilio di

Trento messe fra le condannate in primo grado.

Il cardinale Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero

ancora ricondurre gli erranti, pure dolevasi che il papa non

s’accorgesse della defezione degli spiriti e dell’indisposizione loro

contro l’autorità ecclesiastica[306]; e il cardinale Caraffa dichiarava

a Paolo III che l’eresia luterana aveva infetto l’Italia, e sedotto non

solo persone di Stato, ma molti del clero[307]. Più ancora esprimono le

baldanzose speranze d’alcuni apostati.

Troppo vicina di Ferrara era Modena «città piacevolissima d’aere,

d’acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi

tutta agli studj delle muse»[308]. Della famiglia de’ Grillenzoni,

Giovanni era stato scolaro devotissimo del Pomponazzi, del quale

raccolse le lezioni: neppur omettendo gli scherzi di che talvolta le

condiva. Tornato in patria, imparò il greco da Marcantonio di Cretone,

pel quale fece istituirvi una cattedra; e in casa teneva una specie

d’accademia, ove ogni giorno davasi una lezione di latino, una di

greco, s’interpretavano autori, e massime Plinio, potendo ognuno recar

in mezzo il proprio parere. Vi s’aggiungeano banchetti letterarj, dati

per turno da ciascun accademico, con frugalità delicata; e ogni volta

si proponeva qualche esercizio d’ingegno, qualche epigramma o sonetto o

madrigale; vivande non doveansi domandare se non nella lingua prefissa

dal capo del convito, non ripeter le formole già usate da un altro,

citare tutti i proverbj relativi a un animale o a una pianta, o a un

tal santo o a una tal famiglia, ovvero recitare una novella.

Essendosi nel 1537 divulgato non so qual libro delle nuove opinioni,

quell’accademia tolse a difenderlo, onde venne in sospetto; poi

nel 1540 capitatovi l’erudito siciliano Paolo Ricci, che faceasi

chiamare Lisia Fileno, banditore di dogmi riprovati, con baldanza se

ne discuteva nelle piazze, nelle botteghe, da dotti e indotti, e fin

dalle donne, allegando testi e dottori che mai non aveano veduti.

Preso e menato a Ferrara, costui si ritrattò; ma gli effetti durarono,

ed apparivano specialmente nel cuculiare che faceasi i predicatori,

e sinistrarne i detti, tanto che più d’uno fu costretto scendere dal

pergamo, e il cardinal Morone colà vescovo scriveva: — L’altro jeri

un ministro dell’ordine ingenuamente mi disse che li suoi predicatori

non voleano più venire in questa città, per la persecuzione che gli

fanno questi dell’accademia, essendo per tutto divulgato questa città

esser luterana»[309]. Il cardinale Sadoleto a nome del papa ne mosse

querele con Lodovico Castelvetro, che n’era il migliore ornamento, e

fu mandato un formulario di fede che i sospetti sottoscrivessero, come

fecero alcuni, e fra gli altri il vescovo Egidio Foscarari, i cardinali

Sadoleto, Cortese, Morone ed esso Castelvetro[310], e poco poi avendovi

due Francescani predicato errori, furono puniti.

Il Castelvetro avea tradotto i _Luoghi comuni_ di Melantone, che

impressi in Venezia, furono bruciati dal carnefice. Essendosi poi

inviluppato nel turpe arruffio che dicemmo con Annibal Caro (pag.

162), fu imputato d’eresia, e affidatane l’indagine a Pellegrino

Erri, prelato modenese che avea tradotto i salmi dall’ebraico, e che

procedette con zelo rigoroso. Il Castelvetro fu citato a Roma con

Filippo Valentino, e suo fratello Paolo prevosto della cattedrale, e lo

stampatore Antonio Gadaldino: il prevosto fece pubblica ritrattazione;

il Gadaldino, che avea divulgato libri ereticali, fu sostenuto; Filippo

fuggì, e con lui il Castelvetro, che si ritirò a Chiavenna. Condannato

in contumacia con Gianmaria suo fratello, chiedeva perdono dal concilio

di Trento, ma il papa pretendeva si presentasse al Sant’Ufficio di

Roma, che aveva iniziata la procedura; onde vagò coi soliti guaj

degli esuli, finchè a Chiavenna ebbe dai Salis onorata sepoltura, con

un’iscrizione ove ancora si legge: _Dum patriam ob improborum hominum

sævitiam fugit, post decennalem peregrinationem tandem hic, in libero

solo liber moriens, libere quiescit._

Nel 1825, nel basso Modenese, in una casa già dei Castelvetro, si

trovarono murati da sessanta libri ereticali di prime edizioni, e

furono acquistati dalla biblioteca Estense: i molti manoscritti che gli

accompagnavano, lasciaronsi sciaguratamente disperdere.

Chiavenna, come la Valtellina, era allora suddita dei Grigioni, i quali

avendo adottato le dottrine zuingliane, nei loro paesi davano pace a

chi fuorusciva per religione. La Pregalia e l’Engadina, valli retiche

confinanti coll’Italia, aveano avuto predicazione e chiese da frati

apostati nostri.

A Chiavenna pure visse e morì Agostino Mainardi agostiniano, che

scrisse l’_Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo_.

Francesco Negri da Bassano agostiniano, legatosi con Zuinglio, lo

accompagna alla conferenza di Marburgo, alla dieta d’Augusta caldeggia

la libertà di coscienza, si asside a Chiavenna come maestro e pastore,

finisce cogli Antitrinitarj: nella sua _Tragedia del Libero Arbitrio_,

la Grazia giustificante tronca la testa al re Libero Arbitrio, e il

papa è riconosciuto per Anticristo[311]. A Chiavenna stessa fe lunga

dimora come pastore Girolamo Zanchi, canonico di Alzano bergamasco,

che convertito da Pietro Martire, a Ginevra stampò sei volumi d’opere

teologiche, onde salì in tal conto, che Sturmio diceva basterebbe egli

solo a tener testa a tutti i padri tridentini. Dolce e conciliante,

procurava ravvicinare i dissenzienti, ma le sue concessioni spiacevano

ai Luterani. Vedovo d’una figlia di Celio Orione, sposò Livia Lumaca,

ricca chiavennesca, e n’ebbe molti figliuoli: professò ad Eidelberga,

finchè il successore dell’elettore Federico III suo patrono escluse

quei che deviavano dal luteranismo, onde lo Zanchi andò a finire nel

Palatinato.

In Trento episcopava Bernardo di Clees nel 1535 quando le idee luterane

vi presero piede, non tanto per convinzione, quanto per odio de’

valligiani contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi, e non

riuscendo si ritirò a Riva, mentre gli abitanti della val Sugana e

della val di Non tentavano prender Trento per forza; ma prevalsero

le milizie del principe vescovo, il quale tornato ne fece appiccare

e decapitar molti e mutilare e tenere in carcere. Di là era Jacopo

Acconzio, giureconsulto rifuggito a Zurigo, poi a Strasburgo, e che

alla _divina_ Elisabetta d’Inghilterra, da cui ebbe ripetuti segni

di stima, dedicò i famosi suoi _Stratagemmi di Satana in fatto di

religione_ (Basilea 1565), tradotti in molte lingue, dove tende a

ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, affine

d’indurre a vicendevole tolleranza le sêtte. Ma la tolleranza era

ignota fin di nome, e tutte le parti lo disapprovavano, quasi menasse

all’indifferenza[312].

Compagno eragli stato Francesco Betti romano, segretario del marchese

di Pescara, che fuggito a Zurigo poi a Strasburgo, pubblicò una

_Lettera all’illustrissimo marchese di Pescara_, nella quale dà

conto della cagione che lo mosse a partirsi dal suo servigio e

uscire d’Italia; specie di disfida ai Cattolici. Vi rispose il Muzio

colla solita beffarda iracondia (pag. 362); molti si accinsero di

richiamarlo all’ovile; ma egli continuò in varie città, e nel 1587, già

vecchissimo, stampò a Basilea la traduzione di Galeno.

Pier Paolo Vergerio di Capodistria, nominato vescovo di Madrusch

ancora laico, il giorno stesso ricevette tutti gli ordini e l’unzione

episcopale da suo fratello Giambattista vescovo di Pola. Spedito

nunzio papale in Germania, si lusingò di convertire Lutero, ma parve

invece se ne lasciasse pervertire. Reduce, e non compensato quanto

sperava, ritirossi vescovo in patria, dove cominciò a introdurre

novità, dalle chiese tor via certe immagini e le tavolette de’

miracoli, negare il patronato speciale de’ santi su certe malattie,

ed altri partiti che seppero d’empietà ai timorati, e singolarmente

al Muzio e a monsignor Della Casa suoi violenti detrattori. Il quale

monsignore si mostrò in fatto zelantissimo, non tanto per la santa

Sede, diceva egli stesso, quanto per servire all’illustrissimo sangue

della casa Farnese; e al famoso Pierluigi, da Venezia ove stava nunzio

pontificio nel 1544, scriveva[313]: — Avendo io fatto mettere prigione

un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene traducesse

in vulgare il _Pasquillo in estasi_, libro di pessima condizione e

pestifero, essendosegli trovato addosso, quando fu preso, un epitafio

mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro

Signore, ed avendo sua santità a Roma con l’oratore di questi signori

fatto ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le

diligenze possibili per poter mandare il detto Francesco a Roma, il

quale è prete ed è stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e

finalmente il serenissimo mi ha dato precisa negativa, fondandosi sopra

la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato

deva sforzarsi di mantenerla».

Il Casa instruì il processo del Vergerio, e mentre il papa insisteva

per averlo sott’occhio, egli esortava il cardinale Farnese ad

impedirlo, perchè «in questo processo è una parte che contiene

maldicenza, e spezialmente un particolare di quella calunnia che

fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano; per la quale

particolarità, quand’io mandai a vostra signoria reverenda il detto

processo, ne levai la parte della maldicenza, acciocchè nostro Signore

non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l’ha sentita fin

qui»[314].

A questo modo s’ingannano i grandi! Intanto il Vergerio continuava con

tale impudenza, che dal dotto Egnazio, presso cui ospitava, fu mandato

via di casa: mostrava credere che suo fratello vescovo fosse stato

avvelenato perchè apostato, poi d’essere in pericolo egli medesimo,

tanto più dacchè venne inquisitore il suo compatrioto e nemico Annibale

Grisoni. Presentatosi al concilio di Trento, per la cui convocazione

egli si era tanto adoperato, non ne ottenne udienza, onde ricoverò

in Valtellina, e il dispetto o il bisogno lo trasformò in caloroso

novatore. A Poschiavo stampò il _Libro ai principi d’Italia_, ricco

di particolarità storiche; trattò _delle superstizioni d’Italia e

dell’ignoranza de’ sacerdoti_; girò la Germania, «invece di tesori

mondani» portando molti scritti de’ novatori[315], e piacendo «per una

certa sua eloquenza popolare e audacemente maledica» (PALLAVICINO);

lanciava dardi infocati contro di Paolo III, dei prelati e del

concilio, e principalmente di monsignor Della Casa, il quale poi

vecchio e scaduto di speranze, ritirossi a Narvesa componendovi sonetti

pieni di disinganno, e diceva di sè: _Puer peccavi, accusant senem._

Il Vergerio alla Riforma acquistò credito e proseliti coll’autorità

di vescovo e lo zelo di apostolo; favorì assai tra i Grigioni gli

arrolamenti per Francesco I; ma perduta l’alta sua posizione nel clero

nostro, neppure acquistò la fiducia de’ Protestanti, perchè, libero

pensatore, non aderiva a Lutero più che a Zuinglio, sicchè dovette

andar a morire a Tubinga (1565), dove qualche zelante disperse le sue

ceneri.

Con lui stette in corrispondenza il militare Orazio Brunetti di Porcìa,

le cui lettere (Venezia 1548) abbondano in senso protestante; in

molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli di forma,

non mostra lealtà o convinzione, combattendo il cattolicismo collo

svisarlo.

Simone Simonio lucchese, perchè dal niente non si fa niente,

sosteneva che il Verbo era fatto, e vantava d’aver sillogismi che

imbarazzerebbero san Paolo, e si dicea credesse nel cielo padre,

nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del

cielo. Buttatosi or con Calvino, or con Lutero, or cogli Unitarj,

imprigionato a Ginevra, esulante per Germania e Polonia finchè

visse, è dopo Melantone contato fra i restauratori della scienza dei

Protestanti[316], mentre altri lo svillaneggiavano; nemici cui allude

nel libro intitolato _Scope con le quali si scopano gli escrementi

delle calunnie, delle bugie, degli errori_.

Alessandro Citolini di Serravalle nel Trevisano rifuggì a Strasburgo,

poi in Inghilterra, ed è grandemente lodato da Sturm; ma la sua

_Tipocosmia_, imitazione del _Camillo_, è una confusione inestricabile.

E molti potremmo indicare, che dalle ricerche scientifiche erano

tratti nell’errore. Paolo Mattia Doria napoletano, autore della _Vita

civile_, avea preparato l’_Idea d’una perfetta repubblica_, ma ne fu

sospesa la stampa, e come lorda di immoralità e panteismo fu arsa. Il

Panizzi, nell’edizione inglese dell’_Orlando innamorato_, ripubblicò

un opuscolo del vescovo Vergerio (Basilea 1554), dov’è asserito che il

Berni al burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, espunte

dopo morto l’autore, e allega diciotto stanze, prologo al XX canto,

donde l’editore conchiude che tali opinioni fossero comuni nella

classe educata d’Italia, quanto oggi le liberali. Prova incerta, ma non

nuova; chè già altri vollero noverare tra i Riformatori il Manzolli pel

_Zodiacus vitæ_, astiosissimo contro il clero, l’Alamanni, il Trissino,

altri ed altri, mal comparando chi riprova gli abusi con chi proclama

la ragione individuale per unica interprete del codice sacro[317]. Fra

essi è Vittoria Colonna, le cui poesie spirituali rivelano una profonda

religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, sofferenti dei

mali della patria, che attribuivansi alla depravazione de’ costumi, e

alla negligenza e peggio de’ prelati. Massime chi era contemplativo

più che indagatore doveva restar commosso dai dubbj allora gettati

nell’intelligenza della fede, onde furono confusi coi Riformati persone

di gran pietà, che colla loro stessa austerità, col congregarsi a

ragionar di Dio, coll’occuparsi delle indagini teologiche protestavano

contro l’indifferenza dei più. E molti infatto della predicazione

luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse inconsiderata,

ma invaghita d’una purezza che deploravano perduta nella Chiesa;

un compiangere le persecuzioni fatte all’Ochino o a Pietro Martire,

mentre si tolleravano l’Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei

meriti di Gesù Cristo, senza accettare l’autorità e i sacramenti da lui

istituiti.

Così di Marcantonio Flaminio, elegante latinista che ridusse i salmi

in odi, messe all’Indice, si dà per segno di apostasia l’ardor suo per

Cristo, le lettere _piene di pietà_, e il raccontare egli stesso come,

essendo malato, per le preghiere del Caraffa risanò[318]. Lo storico

Pallavicino, sebbene appunti il Flaminio di «covare nella mente tali

dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d’andare secretario

del concilio di Trento», soggiunge che, in fine degli anni suoi, la

salutevole conversazione del cardinal Polo il facesse ravvedere, e

scrivere e morire cattolicamente.

La libertà del Trissino (t. IX, p. 316) prova quanto fossero tollerate

le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando

non si pensava a correggerli. I nostri godeano udirle ripetere dai

Protestanti, e di poter esclamare, — Anch’io l’avea detto e prima

di loro»: chi vagheggiasse fama di franco pensatore assentiva alla

disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj

poco migliori d’epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal

informato della soggetta materia.

Come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel

mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch’essi della

libertà, così era allora del religioso: sparlavasi della Corte romana,

senza per questo volerla disfare; chi gridava ad una riforma del

clero, chi al depuramento del culto; alcuni o a voce o per iscritto

emettevano errori di cui aveva colpa l’intelletto non la volontà, più

scusabili quando i dogmi non erano stati nè così ben definiti, nè così

popolarmente espressi come dopo il concilio di Trento. E molti potevano

lealmente credere che la critica non farebbe che appurar la Chiesa e

consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto succedersi dottrine

tutte cangianti, tutte discutibili in modo, che gli spiriti non si

inebbrierebbero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almeno

si sentiva che riformare non è distruggere; che le riforme opportune

e durevoli denno venir dall’amore non dalla collera, dall’autorità che

dirige, non dalla violenza che scompiglia.

Ma già appariva la moltiforme natura della Riforma; in Germania

assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra

dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia

nella Scandinavia, repubblicana in Isvizzera, deleterica in Polonia.

A noi proveniva o da Germania o da Ginevra: i pensatori propendevano

piuttosto a Zuinglio che a Lutero, perchè quegli avea scritto in

latino, e più serio e più logico. Ma presto anche di qua dell’Alpi si

comunicarono i litigi che di là si dibattevano intorno alla presenza

reale; e Lutero, interrogatone dai novatori del Veneto, anatemizzava

Zuinglio ed Ecolampadio «dottori contagiosi, falsi profeti».

Eppure i dissensi non doveano qui limitarsi; e i nostri, non solo

contribuirono a distendere altrove la Riforma, ma ne dedussero

più rigorose conseguenze. Lutero aveva mantenuto molti dogmi, e la

gerarchia, e il canone dell’autorità, rendendola però servile al potere

temporale che solo, rinnegata la scomunica, potea mantenere colla

spada quell’unità di fede che appunto erasi spezzata; onde non fece che

diroccare l’ecclesiastica disciplina, a segno che più volte si sperò

una riconciliazione. Calvino dall’inerte uffizialità del luteranismo

avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso

mistico, e facendola sparire in faccia all’individuo, sicchè restava

interposto un abisso: eppure nelle vertigini della ragione egli non si

spinse fino all’estremo. Furono Italiani che senza ritegno compirono la

doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, unendovi quella

delle fondamentali verità; e in nome dell’irrefrenata autorità della

ragione intaccarono l’idea stessa, l’ontologia cristiana. Non gente di

stola e di tonaca, ma giureconsulti e medici, ammessa unicamente la

Bibbia, e in questa non trovando espresso il dogma della Trinità, lo

impugnarono, come gli antichi Ariani, negando la divinità di Cristo,

la consustanzialità del Verbo, ed altre che diceano introduzioni de’

sofisti greci.

Forse ne dubitavano l’Ochino ed altri Riformati, e probabilmente

l’Accademia di Vicenza; ma risoluti antitrinitarj si dichiararono

i figli del medico Matteo Gentile, che per seguire la Riforma era

spatriato. Alberico professò giurisprudenza a Oxford sinchè morì del

1611. Scipione insegnò ad Eidelberga e altrove, latinizzò i due primi

canti della _Gerusalemme liberata_ appena usciti. Giovanni Valentino

di Cosenza professò a Ginevra, in Francia, in Polonia; esigliato dalla

Svizzera, perchè ruppe il bando, fu decapitato a Berna. Gianpaolo

Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere

(1564-65) a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per

le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso», da Calvino

«ingegno non solo stolido e pazzo, ma affatto frenetico sin alla

rabbia»[319]. Aggiungi l’abate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da

Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri, Dario

Socino.

Matteo Gribaldi detto Moffa, legista chierese, che professava a Padova

collo stipendio fin di mille fiorini, e vi acquistò tal fama che la

sala non bastava agli ascoltatori, ne fuggì perchè sospettato d’eresia

in grazia di un libro stampato a Basilea nel 1550, ove descriveva la

morte di Francesco Spiera, accompagnata, dicevano i Protestanti, da

orribile disperazione per avere disertato dalle loro opinioni. Calvino

temendolo infetto dell’eresia unitaria, per la quale egli allora faceva

processare Serveto, nol volle ricevere. Bruciato poi questo, l’invitò

a una conferenza, ed esso vi si condusse; e perchè l’intollerante

eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo a una

professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a

Berna; ma quivi pure perseguito come antitrinitario da Calvino, benchè

si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire

(1564) tornasse cattolico[320].

Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino, fuggito ad altri

compatrioti in Ginevra, v’ebbe una cattedra di legge; ed era disputato

dalle Università di Francia e di Germania per opere di diritto e di

filosofia, ora affatto dimenticate. A Montpellier ebbe scolaro il

famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli

qualche cattedra ben provveduta, e dopo molti anni abjurò in fatto; a

Padova insegnò diritto civile, poi finì a Valenza.

Lelio Socino (-1562), discendente da illustri giureconsulti, da Siena

passato in Isvizzera e in Germania, si amicò i principali Riformati

e Melantone; disgustato dell’intolleranza di Calvino[321], andò in

Polonia, professando apertamente le credenze antitrinitarie, alle

quali convertì Francesco Lismanin di Corfù, priore de’ Francescani

e confessore della regina Bona Sforza. Accolto a gara dai signori

polacchi e dal re Sigismondo, morì a Zurigo (-1604). Fausto Socino,

nipote e allievo di lui, bello scrittore, facile parlatore, gentile di

modi, occupato dodici anni presso la corte di Firenze, quando i suoi

parenti furono perseguitati si mutò a Basilea, studiando teologia; e

pubblicò opere anonime. Per una disputa con Francesco Pucci, avendo

dovuto partirsene, fu chiamato in Transilvania e Polonia, ed ereditati

gli scritti dello zio, ne trasse fuori un nuovo simbolo che differiva

in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo lui, bene aveano

meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri

sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia

è d’origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi

che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d’essenza come di

persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, ch’esso acquistò

colla morte, coll’obbedienza e colla risurrezione. L’uomo fu mortale

prima della caduta; altrimenti Cristo abolendo il peccato, l’avrebbe

sottratto alla morte; nè si trasmette colpa originale. L’uomo è

libero nel proprio arbitrio; l’onniscienza divina non abbraccia le

azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. Alla

giustificazione sono necessarie le opere buone: Cristo non soddisfece

pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di

lui: il battesimo d’acqua è meramente atto allusivo all’iniziazione.

Socino fu dunque il vero grande eresiarca, poichè non accettò limiti

nel proclamare i diritti della ragione: se Lutero e gli altri avevano

secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio, e togliendo il

soprasensibile, fu il padre del razionalismo, che è l’eresia dei tempi

nostri.

Gravi contraddizioni gli suscitarono queste dottrine, e perseguitato

e povero dovette vivere della generosità de’ suoi adepti; i quali

crebbero tanto, che le differentissime sêtte di Unitarj si ridussero a

quest’una, detta de’ Sociniani. Ma i suoi avversarj eccitarono contro

di esso il popolo di Varsavia, che lo strascinò per le vie; a gran

fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, e alla sua morte gli

fu posto quest’epitafio:

_Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,_

_Calvinus muros, sed fundamenta Socinus_[322].

Giorgio Biandrata saluzzese (-1585), dottore nell’Università di

Montpellier poi di Pavia, scrisse intorno all’ostetricia e alle

malattie muliebri il meglio che fin allora si fosse fatto, e senza

conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo.

Chiesto a curare Giovanni Zapoly vaivoda della Transilvania, lo

portò al grado di prendere moglie Isabella, figlia di Bona Sforza

regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della

morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non è da annoverare fra

i perseguitati di Vicenza[323], perocchè nel 1552 lo troviamo reduce

in quiete a Mestre; di là pare fuggisse a Ginevra, dove udì Calvino,

ma datosi agli Antitrinitarj, fu dal Vermiglio chiamato a Zurigo,

poi capo d’una chiesa istituita da Olesnieski signor di Pinczowia; e

quando Sigismondo Augusto di Polonia aperse questo regno agli eretici,

Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due concilj, collaborò

alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola

Radzivil, e sostenne calorose dispute[324], tenuto come colonna dagli

Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consigliere intimo.

Pure non si staccava affatto dai Cattolici, tornò talvolta alla Corte

polacca, che l’adoprò in importanti nunziature: onde Fausto Socino lo

mise in sospetto al vaivoda, poi inveì contro di esso, e sparse fosse

ucciso dal nipote Bernardino.

In Polonia predicò pure Francesco Stancari mantovano (-1574), che

insegnando ebraico in un’accademia eretta a Spilimbergo da Bernardino

Partenio, manifestò idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da

Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato _della Riformagione_.

Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò, perchè

professava che Gesù Cristo fu mediatore presso l’eterno Padre come uomo

non come Dio; e dappertutto venne contrariato per dottrine esorbitanti.

A Cracovia seppe dissimularle; ma quando il vescovo insospettito

il fece arrestare, i signori ne ottennero la liberazione; ond’egli

incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l’antico

culto, e diede un codice in cinquanta regole per le nuove chiese.

Nell’opera _contro i ministri di Ginevra e di Zurigo_ (Cracovia 1562)

scrive che «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri,

ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e

cinquecento Calvini; dei quali tutti, se si pestassero in un mortajo

non si strizzerebbe un’oncia di vera teologia».

Francesco Pucci fiorentino, stando a Lione per commercio e frequentando

i letterati contrasse le opinioni protestanti, e lasciati i traffici,

si pose alla teologia in Oxford, dove fu dottorato il 1574. Nel

trattato _De fide in Deum quæ et qualis_, combattè i Calvinisti che

prevaleano su quell’Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea,

e legato d’amicizia e di credenze con Fausto Socino, pubblicò una

tesi che tutto il genere umano fin dall’utero materno è efficacemente

partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità. Per essa

dovette andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò

a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti

disputò. A Cracovia due alchimisti inglesi lo persuasero che poteano,

mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al

resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò persuaderne altri.

Disingannatone, si ravvide anche de’ suoi errori, in man del vescovo

di Piacenza nunzio a Praga si ritrattò, e ordinato prete, servì come

secretario al cardinale Pompeo d’Aragona[325].

Da qui siete chiari come la Riforma straziasse se stessa; e qualvolta

il senno individuale sottentri al comune, è egli possibile trovar un

punto d’accordo, cui si pieghi l’orgoglio della libera interpretazione?

Intolleranti come quelli da cui s’erano staccati, e senza avere

come questi l’appoggio dell’autorità divina, ognuno presumeva con

eguali titoli essere al possesso della verità, sicchè condannava il

dissenziente; i sinodi scomunicavano l’un l’altro; l’un predicante

cacciava l’altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelevasi

altamente dei tanti Italiani rifuggiti in quella città; Comander li

chiamava accattabrighe, insofferenti d’istruzione altrui, della propria

opinione tenacissimi[326].

Risentiva dunque tutta la società le scosse della Riforma, la quale

era giunta alle estreme sue conseguenze, cioè fino a rinnegare

Cristo, e surrogare al deismo epicureo il deismo razionale; onde i

Cattolici aveano bene di che sgomentarsi, e voler riparare con una

riforma cattolica. Di questa fu zelantissimo Paolo IV, succeduto

(1555) al brevissimo papato del sant’uomo Marcello II. Avea istituito

i Teatini, detti così dal vescovado cui egli rinunziò per entrarvi;

e avendo a Trento costantemente propugnato la parte più rigorosa, nè

mai usato condiscendenza a verun cardinale, si meravigliò al vedersi

eletto. Se appuntammo il suo sparnazzarsi in una politica secolaresca,

lodiamolo d’aver piantato la politica pratica fondata sui diplomi, e

che perciò fu poi detta diplomatica: poichè il cardinale Vitellozzo

Vitelli avendone raccolto un gran numero, principalmente concernenti

la famiglia Caraffa, chiarì di quant’uso potessero essere, incoraggiò

le grandi famiglie a fare altrettanto, e il papa secondò le ricerche.

Questo gloriavasi di non aver trapassato un giorno senza fare un ordine

per emendazione della Chiesa; onde ben gli si appropriò una medaglia,

portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori.

La dominazione spirituale ben s’impianta sopra il volontario consenso

degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza

materiale, palesa un indebolimento già sentito. Nessuno negherà nè

che la Chiesa abbia diritto di eliminare e punire chi la contamina,

nè che nell’applicazione siasi ecceduto: ma la storia contemporanea

non ci spiega abbastanza questi trascorsi, comuni a tutte le nazioni?

L’inquisizione come tribunale, ignota ai primi secoli quando pena era

la scomunica, cioè l’escludere dalla comunione delle preghiere e de’

sacramenti, fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per

assodare nella Francia quella nazionalità che altre genti vagheggiano

a qualsiasi costo: negli altri paesi, in mancanza d’eretici, vegliava

sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie anche dette per

ira o malvezzo, la bigamia, le superstizioni, lo sparlar del clero.

In Ispagna diretta pure in senso della nazionalità, cioè a svellere

ogni residuo della dominazione straniera, trascese, come avviene delle

nazionali vendette; e quando essa perseguitava i Musulmani, migliaja

di famiglie arrivarono a Genova e in altri porti d’Italia in tale

sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti

sin a vendere i figli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo

marano.

Sisto IV, deplorabile pontefice, sin dal primo momento che re

Ferdinando la introdusse, ne mostrò tal disgusto, che d’ambe le parti

si arrestarono gli ambasciatori, e il Cattolico richiamò i suoi

sudditi. Sisto da poi cedette, e confermolla nel 1478; ma udendo

lamenti sulla durezza de’ primi inquisitori, dichiarò surrettizia

quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero

che d’accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant’Uffizio alle altre

provincie; poi destinò un giudice d’appello papale, a cui potessero

gravarsi i maltrattati; molte sentenze cassò e addolcì; e per quanto

i Cattolici e Carlo V procurassero eludere quest’intervenzione

della santa Sede, è memoria di condannati a cui quei giudici fecero

restituire o i beni o l’onore civile, almeno i figli cercarono salvarne

dall’infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori

d’assolverli in segreto, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica

ignominia. In tali arti perseverarono Giulio II e Leone X, e quali

dispensarono dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente,

a quali tolsero d’in sulla tomba i segni di riprovazione: Leone

scomunicò l’inquisitore di Toledo nel 1519, ad onta di Carlo V; ed

essendo condannato il Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo

disse innocente, e lo pose vescovo delle Canarie: il famoso latinista

Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto

in Roma ad insegnare all’ombra papale: Leone proferì reo di morte

chi falso testimoniasse davanti al Sant’Uffizio, e voleva riformare

radicalmente l’Inquisizione di Spagna, legandola ai vescovi; ma Carlo V

ne lo stornò col solito spauracchio di Lutero[327].

Fin dal suo tempo il Segni accorgevasi che l’Inquisizione spagnuola

«fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima.

Piantossi dunque sull’onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della

potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel

suo scopo è un’istituzione politica: è interesse del papa mettervi

ostacoli, come fa tutte le volte che può: ma l’interesse del re è di

mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna

nominava il grande inquisitore, approvava gli assessori, fra cui

due dovevano essere del consiglio supremo di Castiglia; il tribunale

dipendeva dal re, così padrone della vita e della roba de’ sudditi, e

che della cassa dell’Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio,

a segno che più volte agl’inquisitori non restava tampoco abbastanza

per le spese; i grandi e il clero n’erano colpiti egualmente, senza

privilegio o eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale

contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure un artifizio regio per

assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà.

Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità

della difesa giustificare la persecuzione: e quel tribunale fu

esteso come una legge marziale contro l’irrompere di eresie, che dove

prevalsero, cagionarono ben maggior effusione di sangue, che non tutti

i roghi del Sant’Uffizio.

Prevalse poi le idee di tolleranza, vengono obbrobriati coloro che

propongono spiegazione, non giustificazione alle vecchie persecuzioni,

mentre pajono eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni

di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro

che a carico della religione posero e quei rigori e quegli _atti di

fede_[328].

Fatto è che allora, in nome della religione della misericordia, si

rinnovavano gli orrori dell’imperio romano, e al gentilesimo delle

voluttà e dell’ingegno credeasi riparare con quello dell’oppressione

e de’ supplizj, togliendosi e la sicurezza del vivere e la franchezza

del pensare[329]. Paolo IV dando all’Inquisizione un’insolita vigoria,

non la volle più dipendente da ciascun vescovo, ma dalla congregazione

del Sant’Uffizio, autorizzata a giudicare delle eresie di qua e di là

dall’Alpi; laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori,

servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede,

come verbigrazia dell’Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo,

del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu

presa perchè non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma

ancora molti dell’istessa Inquisizione erano eretici»[330]. Singolare

confessione!

Allora si estesero le procedure del Sant’Uffizio, il quale doveva

inquisire gli eretici o sospetti d’eresia, i fautori loro, i maghi,

malefici e incantatori, i bestemmiatori, quelli che si oppongono al

Sant’Uffizio ed a’ suoi uffiziali. Sospetto d’eresia è chi lascia

sfuggirsi proposizioni che offendono gli ascoltanti o fanno atti

eretici, come abusare de’ sacramenti, battezzare cose inanimate, quali

sarebbero calamita, cartavergine, fave, candele; percuotono immagini

sacre, tengono, scrivono o leggono libri proibiti; si allontanano dal

vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati, e simili.

Le procedure sue, che tanto ci destano orrore, non erano che le

consuete; e basti in prova l’essere pubblicamente stampati i suoi

codici, secondo i quali, al reo è dato un procuratore, persona

intelligente e di buon zelo, col quale egli possa comunicare e che

ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga

protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari

diano copia degli atti del Sant’Uffizio, per qualsivoglia causa,

salvo al reo, e solamente quando pende il processo; senza il nome de’

testimonj, e senza quelle particolarità per le quali il reo potesse

venir in cognizione della persona testificante»[331].

I principi, accortisi che al religioso teneano dietro cambiamenti

politici, fecero causa comune con quella Roma di cui aveano avuto

gelosia, e per tutto fu invigorita l’Inquisizione, repudiando la

connivenza tanto consueta in Italia; con privilegi e indulti si

allettavano fraternite d’uomini e donne a servire di famigli al

Sant’Uffizio, che non solo investigava l’eretica pravità, ma la

negligenza delle pratiche religiose, fiutava le cucine al venerdì,

sofisticava qualche parola sfuggita ai professori, insomma avviava

alla polizia odierna; superiore a questa solo in quanto supponeva

andarne di mezzo, non l’interesse momentaneo d’un principe, ma la

salute delle anime. La tolleranza, virtù eminentemente civile, che

nell’uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il

fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza,

chi conoscevala in quell’età? Lutero invocava le spade regie contro

i dissidenti, mentr’esso li perseguitava colle imprecazioni; e tutti

potemmo vedere a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro gli

avversarj, dov’è scritto: _Hüt dich Calvinist_: Calvino facea bruciare

Serveto: Enrico VIII ed Elisabetta scriveano col sangue de’ Cattolici

tiranniche leggi, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici:

Ferdinando d’Austria colle stragi d’Ungheresi e Boemi dissidenti

vendicava stragi precedenti di costoro: insomma inviperiva una lotta

dove chi non uccidesse, sarebbe ucciso.

Fu allora che l’Accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e

molti membri di essa fuggirono; molti Ferraresi, tra’ quali Olimpia

Morata ch’era stata educata da Giovanni Sinapio, protestante precettore

delle figliuole della duchessa, e sposò Andrea Grundler protestante,

studente all’Università di Ferrara. Scrisse ella dialoghi latini e

poesie greche; e rifuggita ad Eidelberga professò lingua greca, e

morì di soli ventinove anni. Di là scriveva: _Ferrariæ crudeliter in

Christianos animadverti intellexi, nex summis nec infimis parci: alios

pelli, alios vinciri, alios fuga sibi consulere[332]._

I Riformati, che ci conservarono il nome de’ loro martiri, descrivono

la fierezza de’ supplizj subiti dal Fannio di Faenza in Ferrara, da

Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di

Bologna, da Pomponio Algieri di Nola, da Francesco Gamba di Como, da

Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, da Luigi Pasquale di Cuneo.

Il Poggiali estrasse da vecchia cronaca il nome di molti inquisiti

piacentini[333].

Ogni causa ha tristi apostoli, che credono servirla col mostrare come

abbia molti nemici, e in quella generalità di nomi che esclude la

critica e la discolpa avvolgono le persone meno meritevoli di sospetto.

Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo Paolo IV fe

gittare prigioni il cardinale Morone ed Egidio Foscarari vescovo di

Modena, reputatissimi prelati, e i vescovi Tommaso Sanfelice della

Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali,

o mal difendere le ortodosse. Anche don Gabriele Fiamma veneto,

canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali,

predicando a Napoli il 1562, fu accusato d’eresie[334]. E per verità,

se la Riforma, filosoficamente considerata, era un lanciarsi dello

spirito verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la

testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano ricevuti

dall’autorità, ne scendea drittamente che divenissero sospetti tutti i

pensatori, tutti, anche gli zelanti.

Questo frà Michele Ghislieri alessandrino si segnalò nell’alta Italia

per zelo inquisitorio; e l’opposizione che trovò dappertutto ci rivela

non tanto il precipitare delle opinioni in senso protestante, quanto

l’indispettirsi della violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese

italiano appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali

destinati all’Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un

negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Il capitolo comasco,

spalleggiato dal governatore, voleva fossero restituite; e non

riuscendo, il popolo ne levò tal rumore che frà Michele dovette

ritirarsi. Anche a Morbegno in Valtellina eresse processo di eresia

contro Tommaso Pianta vescovo di Coira, senza citarlo nè nominare i

testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro

chicchefosse senza previa loro licenza: e perchè egli, obbedito alla

prima, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli

mettesse le mani alla vita.

Ebbe poi ordine d’inquisire Vettore Soranzo vescovo di Bergamo, il

quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori

indizj trapelavano contro Giorgio Medolago: ma la costui potenza

avrebbe impedito l’inquisitore se a questo non fosse venuto in sussidio

Giovan Girolamo Albani. Mercè del quale il Medolago fu preso: ma la

Signoria veneta lo fece levare a forza delle carceri del Sant’Uffizio e

trasportarlo nelle sue, nelle quali morì. L’opposizione allora obbligò

il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Niccolò

da Ponte che poi fu doge, e che perciò venne in odore di luterano.

Quell’Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso

la Signoria; ma quando due suoi figliuoli nella chiesa di Santa Maria

Maggiore uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, fu per

dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio

V, conferì ai figliuoli il titolo di gentiluomini romani, e al padre

il governo della marca d’Ancona, poi il cappello cardinalizio, che, non

senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette

anni.

Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero fuori venivano

obbligati a tornare ai loro conventi e ricevere il castigo meritato,

indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra: e se credessimo a

Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.

In generale l’Inquisizione, severissima a chi si ostinasse, ai

confessi e ricredenti mostrava carità: alquanti furono arsi in Roma

e mazzerati a Venezia: molti obbligati a ritrattarsi d’errori, in cui

erano incorsi prima di saperli condannati. Ma il popolo ne prese tal

disamore a Paolo IV, che appena morto abbattè la sua statua, erettagli

poco prima dal troppo labile favore di quella plebe, e ficcò il fuoco

al palazzo dell’Inquisizione. Pontefice difficile a giudicare fra atti

così disformi; ma certamente coll’alienarsi dall’imperatore per istudio

dell’italica indipendenza, tolse che questo il coadjuvasse ad estirpare

l’eresia che allora prese consistenza.

Carlo V, che odiava i Protestanti dacchè in Germania l’aveano costretto

a concessioni repugnanti al suo orgoglio, s’accorse come le loro

dottrine serpeggiassero in Napoli, e con un severissimo editto del

1536, valevole per tutti i suoi regni, v’interdisse ogni commercio

e corrispondenza con persone infette o sospette d’eresia, pena la

morte e la confisca. Colà avea predicato e fatto proseliti l’Ochino:

poi Giovanni Valdes, gentiluomo spagnuolo, dall’imperatore lasciato

segretario al vicerè Pier di Toledo, disputò della Giustificazione;

sebbene scarso di dottrina, coll’enfasi cattivava gli animi; e

gl’inquisitori attestano che fin tremila proseliti si trasse dietro.

Fra questi Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, figlio d’una Caraffa,

parente di Paolo IV, marito d’una duchessa di Nocera, gentiluomo dalla

chiave d’oro di Carlo V, le dottrine di Pietro Valdes e di Pietro

Martire propagò, poi abbandonando la famiglia, e una splendida fortuna,

andò nel 1551 a fondare a Ginevra un concistoro italiano, e chiesa

distinta con un formulario proprio. Primo ministro ne fu Massimiliano

Martinengo conte bresciano, poi Lattanzio Rangoni profugo di Siena.

Invano i parenti procurarono richiamarlo; suo padre, pregatolo ad

un colloquio in Venezia, non potè espugnarne la fermezza; trattolo

un’altra volta a Vico, il padre, i figliuoli, la moglie ch’esso

teneramente amava, il supplicarono rimanesse in patria e nella fede

comune, ma egli s’ostinò al niego. Proposto a Calvino, a Pietro

Martire, al Zanchi se potesse far divorzio, decisero di sì, ond’egli

sposò una dama di Rouen, visse onorato fin al 1586, e Calvino gli

dedicò la seconda edizione de’ suoi commenti sull’epistola ai Corintj.

Antonio Caracciolo, figlio del principe di Melfi maresciallo di

Francia, lasciò la corte di Francesco I per farsi certosino: ma anche

nel chiostro recò l’inquietudine, intrigò in Corte, e fatto vescovo, nè

potendo da Sisto V ottenere il cappello rosso, si diede coi Riformati,

dapprima continuando a dirsi vescovo e ministro del santo Vangelo:

scrisse poesie francesi e italiane; e polemiche religiose, finchè morì

nel 1569. Lorenzo Romano di Sicilia, già agostiniano, disseminati

occultamente gli errori di Zuinglio qui, poi rifuggito in Germania,

tornò a casa nel 1549 insegnando la logica di Melantone, sponendo

le epistole di san Paolo nel nuovo senso, e pubblicò anche un’opera

intitolata _Beneficio di Cristo_. Citato all’Inquisizione fuggì, poi

venne volontario a costituirsi, si disdisse e ottenne perdono, facendo

molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta,

e confessando d’avere assai proseliti, fra cui molte dame titolate.

Il vicerè Toledo, cui Carlo V nessuna cosa aveva raccomandata più

che d’impedire la diffusione dell’eresia, bruciò una gran catasta di

libri che la propalavano, e vietò l’introdurre qualunque trattato di

materie teologiche non approvato dalla santa Sede, e le accademie che,

sotto coperta di letteratura o di filosofia, facilmente invadevano il

campo teologico. Poi, spintovi dall’imperatore che vedeva in Germania

gli scompigli causati dalla Riforma, cercò introdurre nel regno

l’Inquisizione spagnuola, la quale, operando indipendente dai vescovi

e da ogn’altra autorità, nè dando contezza de’ testimonj, apriva

agevolezza alle vendette e alle false deposizioni, e aggiungeva alle

pene anche la confisca. Pertanto i Napoletani vi si oppongono, e non

valendo le parole, le piazze insorgono (1547) gridando arme, strappano

i cedoloni, surrogano ai vecchi eletti del popolo altri più creduti;

i nobili si mescolano co’ plebei aizzandoli e chiamandoli fratelli.

Il Toledo citò Tommaso Anello sorrentino plebeo, e il nobile Cesare

Mormile, capi del tumulto; ma tal folla gli accompagnò, ch’egli dovette

dissimulare, e lasciar che fossero portati in trionfo alle varie piazze

onde rassicurare e attutire il popolo; intanto egli, dando buone parole

e promettendo che, vivo lui, mai non s’introdurrebbe tal tirannia,

chiamava truppe.

Un accidente da nulla dà occasione di far sangue; gli Spagnuoli

assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla

campana a martello; la via Toledo e la Catalana inorridiscono di

carnificina; alcuni nobili, non più rei degli altri ma per esempio,

sono mandati sommariamente al supplizio, e il Toledo, credendo aver

atterrito, passeggia fieramente la città. Nessuno gli fece atto

di rispetto; la plebe, a fatica rattenuta dal farlo a brani, formò

regolarmente un’_unione_, considerando per traditore della patria chi

non v’entrasse, e prese le armi, guidata dal Mormile e dai Caracciolo;

si deputò all’imperatore Ferrante Sanseverino principe di Salerno,

con Placido Sangro, per chiarirlo come non fosse ribellione contro

lui quell’insorgere contro un rigore illegale, giacchè fra i capitoli

del Regno era che non si porrebbe l’Inquisizione spagnuola. Stettesi

dunque lungo tempo in aspetto di guerra, nè mancava chi suggerisse

o di darsi al papa che all’antica ragione di sovranità univa ora

l’odio particolare contro gli Ispani, o di chiamare Pietro Strozzi e

i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano

nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: i baroni erano

stati domandati in castello dal vicerè a titolo di obbedienza feudale:

le buone famiglie si ritirarono, sicchè la feccia prevalendo e i

fuorusciti, tutto andava a disordine l’infelicissimo paese, e bisognava

blandire alla ciurma coll’esagerazione delle parole e la villania del

vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano

ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall’altra

cercavansi sussidii e munivansi fortezze.

A suggerimento pure del papa e di san Carlo fu deputato all’imperatore

il famoso giureconsulto Paolo d’Arezzo con calde suppliche, nelle

quali si dà questa strana ragione che, essendo colà troppo comuni i

giuramenti falsi, niuno si terrebbe sicuro della vita e dell’avere.

L’imperatore a fatica volle concedere udienza ai deputati, e ordinò

si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata

obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d’eresia

fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati

dall’amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in

Francia, ben visto e provveduto; l’imperatore dichiarò _fedelissima_

la città, e le impose centomila scudi d’ammenda. Il nuovo papa Giulio

III vietò per bolla si facessero confische per casi d’eresie, cassando

anche le fatte sin allora[336]: e i colpevoli erano diretti a Roma,

dove fatta abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.

A Carlo V era succeduto nel regno di Spagna e ne’ dominj dell’Asia,

dell’America e dell’Italia Filippo II, il cui nome rappresenta

proverbialmente la opposizione contro l’eresia, e in conseguenza

per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per

altri il tipo della tirannide, della fierezza, dell’ipocrisia.

L’Inquisizione, da suo padre in testamento raccomandatagli, fece

esercitare coll’inflessibilità di chi crede compiere un dovere. Allora

si estesero quelle arsioni di eretici, teatralmente solennizzate,

talmente credevansi giuste: e perchè i suoi sudditi non fossero

trattati disugualmente, voleva anche a Milano fare l’infausto dono del

Sant’Uffizio al modo spagnuolo; ma la città deputò alti personaggi al

re, al concilio, al papa che si adombrava di questo tribunale da lui

indipendente; e si ottenne di non aggiunger questo ai tanti mali della

Lombardia.

Nel Napoletano esacerbati i rigori e i sospetti, delle persone che

aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e Giulia

Gonzaga, molte furono citate al vicario dell’arcivescovo; e Giovan

Francesco d’Alois di Caserta e Giovan Bernardino di Gargàno d’Aversa

decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni, malgrado il privilegio di

Giulio III. Ciò empì la città di sgomento; molti migrarono; le piazze

inviarono al vicerè duca d’Alcala onde sincerarsi se stesse il disegno

di piantarvi l’Inquisizione spagnuola, ed egli assicurava di no. Nè

però ricusavano l’Inquisizione consueta, esercitata dai vescovi; e nel

_Seggio di Capuana_ è detto[337]: — Si faccia deputati, con ordine che

devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle

tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla

che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune

soddisfazione che tiene tutta la città, che queste sorte di persone

sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario,

come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta la norma de

li canoni e senza interposizione di corte secolare, ma _santamente_

procedano nelle cose di religione tantum». Però anche que’ paesi

vedremo allagarsi di sangue per cagione religiosa.

I principi trovarono l’Inquisizione spediente a reprimere i germi

repubblicani, e sotto il granduca Cosmo si fece a Firenze un

atto-di-fede: la processione degli Eretici condannati a far ammenda

era preceduta dal gonfalone, colla croce in campo nero tra la spada e

il ramo d’ulivo, e colla scritta _Exurge, Domine, judica causam tuam_;

ventidue soggetti seguivano Bartolomeo Panciatichi, già ambasciatore

ducale alla corte di Francia, vestiti con cappe e sanbeniti dipinti

a croci; e condotti alla metropolitana, vi ottennero l’assoluzione,

mentre sulla piazza bruciavansi i loro libri. In San Simone subivano la

stessa cerimonia privatamente alcune donne, sospette di novità.

Pure esso granduca non accettò il decreto di Paolo IV sui libri

proibiti, se pure non fossero avversi alla religione, o trattassero di

magia od astrologia giudiziaria; de’ quali il 3 marzo 1559 fu bruciata

una catasta avanti a San Giovanni e Santa Croce. Lodovico Domenichi,

per aver tradotto e stampato con falsa data la _Nicomediana_(?) di

Calvino, fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci

anni di carcere; ma ne ottenne remissione per istanze di monsignor

Giovio. Frà Luca Baglione perugino nell’_Arte di predicare_ (1562), tra

molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale città,

contro gli eretici, un di costoro gli tirò un’archibugiata, da cui

però Iddio preservollo; e un’altra volta assalito da più di quindici

siffatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[338].

Presa Siena, i soliti zelanti subillarono Cosmo contro i Socini,

eresiarchi di colà; ed egli sulle prime non vi badò, poi li tolse

a perseguitare: furono presi alquanti Tedeschi che vi stavano a

studio, oltre alcune maliarde, cinque delle quali bruciate nel 1569.

Maestro Antonio della Paglia di Veroli che latinizzò il suo nome in

Aonio Paleario, scrittore coltissimo d’un poema sull’_immortalità

dell’anima_, che Vossio chiama divino e immortale, attinte a Siena le

idee de’ Socini e dell’Ochino, le diffuse a Colle e a San Geminiano;

scrisse il _Trattato del beneficio della morte di Cristo_, dove

sostiene la giustificazione per mezzo della fede, che fu confutato

da Ambrogio Caterino; e l’_Actio in pontifices romanos et eorum

asseclas_, quando trattavasi di raccorre il concilio di Trento; e

lettere a Lutero e Calvino[339]. Perseguitato, indirizzò a’ senatori

di Siena una pomposa diceria latina, e, — Non siamo più a’ tempi dove

un vero cristiano possa morire a suo letto. Ma ci accusino pure,

ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve,

tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità». Allora

passò a Lucca e v’ebbe impiego, poi dal senato di Milano fu invitato

professore, indi rifuggì a Bologna, infine vi fu consegnato alla

romana Inquisizione, che dopo tre anni di carcere il condannò ad essere

strozzato ed arso, di settant’anni.

Fu allora che il Torrentino, nitido editore, si mutò dalla Toscana

ne’ paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan,

probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la

maggior libertà fece prosperare la tipografia[340]. Antonio Bruciòli,

durando ancora la repubblica fiorentina, aveva sparlato dei monaci:

a che tante religioni e tanti abiti? tutti dovrebbero ridursi sotto

una regola sola; e non impacciarsi d’affari mondani, dove non recano

che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo

lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente

ai frati acciocchè trionfino e poltreggino, invece di lavorare come

san Paolo; ed «era tanto costante e ostinato in questa cosa de’ preti

e de’ frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più

suoi amici, mai non fu ordine ch’egli rimanere se ne volesse, dicendo

_Chi dice il vero, non dice male_» (VARCHI). Stabilitisi i Medici, e

svelenendosi egli anche contro di questi, fu imprigionato; uscitone,

si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò

la _Bibbia tradotta in lingua toscana_ (1538). Sebbene pretenda aver

lavorato sul testo originale, pochissimo sapeva d’ebraico, e la sua

Bibbia fu trovata riboccante d’eresie, come il prolisso commento che

ne stese in sette tomi: non sembra però che egli disertasse la Chiesa

cattolica[341].

Monsignor Pietro Carnesecchi, gentiluomo favorito dai Medici in patria,

in Francia e a Roma, conobbe in Napoli Pietro Valdes, l’Ochino, il

Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo il vescovo Vittore Lorenzo,

il Vergerio, Lattanzio Rangone, Luigi Priuli, Apollonia Merenda,

Baldassarre Altieri, Mino Celsi; ebbe dimestichezza con Vittoria

Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere

Orsini; con Melantone e con altri eretici trattò di presenza poi per

lettere, e col credito e col denaro combattè l’autorità pontifizia,

i frati, il purgatorio, le indulgenze, la confessione, la cresima,

i digiuni; l’invocazione dei santi, i voti di castità; a salvarsi

bastare la fede senza concorso delle opere; nell’eucaristia trovarsi

veramente il corpo di Cristo, ma non transustanziato; potersi senza

colpa leggere i libri ereticali e mangiar grasso in qualunque giorno.

Paolo IV citatolo invano, lo fece scomunicato; ma perchè continuava

senza dissimulare, Pio IV ottenne che Cosmo gliel consegnasse. Sì bene

si difese, che fu rimandato; nè però tacque, sovvenne di denari Pier

Leone Marioni e Piero Gelido da Sanminiato, ecclesiastico di molta

dottrina, che scoperti di eresia poterono rifuggire a Ginevra. Cosmo

non gli diminuiva la sua famigliarità; ma poi richiesto dal rigido Pio

V, il consegnò all’Inquisizione, ove confesso e convinto, fu condannato

al fuoco. Il papa sospese dieci giorni l’esecuzione se volesse intanto

ricredersi; ma disputando egli in sinistro senso fin col frate che il

confortava, venne decapitato ed arso[342] (1567).

Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l’accademia degli Alterati

e fu console della Fiorentina, servendo al cardinale d’Austria in

Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in

Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare a liberamente

professarle. Ma scoperti, l’amico fu côlto e dato al Sant’Uffizio;

l’Albizzi fuggì (1626), e tornò ad Innspruck poi a Hempen in Svevia; e

quando appunto il Sant’Uffizio gli iterava la citazione, morì. Intanto

in Toscana crescevansi i famigliari del Sant’Uffizio, distinti con

una croce rossa, esenti dalla potestà secolare ed autorati a portar

l’armi. Il granduca temette che quest’abito non servisse di maschera

ai molti che avversavano la sua dominazione; pure non potè frenare

gl’inquisitori, che a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano

chiunque uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a

leggerezze di studenti.

Se la paura che si volgesse la critica dalle cose sacre alle politiche

faceva rigorosi i governi principeschi, anche l’aristocratica Lucca

se n’inquietava. Già fin dal 1525 proibiva i libri di Lutero e di

Luterani, e chi n’avesse dovea consegnarli; ma molti proseliti già vi

erano, e il cardinale Bartolomeo Guidiccioni da Roma nel 1542 scriveva

al governo di quella sua patria: — Qui è nuova per diverse vie quanto

siano multiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta

luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si

vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora

si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne;

ma intendendosi le conventicole qual si fanno in Santo Agostino, e

le dottrine quali s’insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna

provvisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè

ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che

tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo

prego le S. V. che ci faccino tal provvigione, che rendi presto tanto

buon odore, quanto fetore ha sparso e sparge il male; e chi cacciasse

con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori

già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi

facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse

salutifero rimedio...

«Intanto pareria che le S. V. col loro braccio ordinassero che il

vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (_il

Curione_) che sta in casa di messer Nicolò Arnolfini, il quale dicono

aver tradotto in vulgare alcune opere di Martino, per dare quel bel

cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto

stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venegia e da

Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenzia

in quei frati di Sant’Agostino, massime di ritener quel vicario, il

quale s’intende per certo che ha comunicati più volte molti de’ nostri

cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo

della passione di Cristo, non già perchè credino che nell’ostia vi

sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenzia, li potranno

mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad instanzia di S. B.;

acciocchè ogni uomo cognosca che le S. V. vogliono cominciare a far

qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni

e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa Sede apostolica...

«Questa mattina, da poi la partita dell’ambasciatore, in la

congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie

e errori luterani, dinanzi N. S. sono state lette otto conclusioni

luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregionara,

le quali sono tanto dispiaciute a N. S. e alli reverendissimi

deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a V. S. che lo faccino

incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate

di Sant’Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenzia,

perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e

mostreranno che tali errori li dispiaciono, e faranno cosa grata a

Dio».

Nè tale sollecitudine era senza motivo; perocchè Pietro Martire

Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l’apologia della propria

fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse

ne esageravano il numero sì Roma per aver ragione di piantarvi

l’Inquisizione, sì il signor di Firenze per pretesto di mettere le

mani su quell’ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con

esorbitanti rigori (1545). Il Consiglio generale «dubitando che siano

alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenza

delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca

nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così

alla libera come se fossero gran teologi, et in tali ragionamenti dir

qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro

diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e leggere

anche libretti senza nome d’autore, che contengono cose eretiche e

scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi

s’avvilupassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro

delli altri», multa siffatti ragionari, ed ai recidivi sin la galera;

assolto chi denunzia altri; i libri d’eretici si consegnino, pena la

confisca; non si conservi corrispondenza con eretici, e nominatamente

coll’Ochino o con Pietro Martire; tre cittadini siano eletti

annualmente per sovrintendere a tali colpe. Nel 1548 rivedeasi la legge

mitigando le pene, ma estendendole a qualunque libro di religione non

sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi

e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non

di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite

di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi.

Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone

dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant’Uffizio.

A tali editti probabilmente la Signoria fu obbligata per dare

soddisfazione ai vicini: certo il papa la querelò di cotesto

intromettersi di materie ecclesiastiche; ma la Inquisizione romana

non fu mai stabilita nella piccola repubblica, che si serbò monda

di sangue. Bensì nel 1555, forse perchè si temesse veder ridotte ad

effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti se

n’andarono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia,

Giacomo Spiafame vescovo di Nevers, Pietro Perna, che pose tipografia

a Basilea moltiplicando edizioni principalmente di Riformatori, e

avendo a correttore Mino Celsi senese, il quale esaminò _Quatenus

progredi liceat in hæreticis coercendis_; il già detto medico Simon

Simoni: anche intere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i

Trenta, i Balbani i Calandrini, i Minutoli, i Buonivisi, i Burlamacchi,

i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla

Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi

illustri[343].

Nel 1561 si raddoppiò d’oculatezza al confine sopra i libri

proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti

d’oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che

viaggiavano in Isvizzera e in Francia non ne contraessero l’infezione,

il senato proibì di dimorare in quelle contrade; coloro che abitano a

Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di pasqua; chi alloggi

alcun forestiere, e il veda far atti o discorsi meno cattolici, lo

denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi

in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne’ quali la

nazione nostra suole conversare, abitare e negoziare assai»; e se vi

siano trovati, «chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascuno di loro,

de’ denari del Comune, scudi trecento d’oro; se bandito rimanga libero;

se no, possa rimettere un altro bandito». Questo decreto attirò al

Comune le lodi di Pio e di san Carlo: ma che non abbia spinto nessuno

all’assassinio, ce ne dà speranza l’udire l’anno stesso lamenti che

molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi

profughi, e ricevessero opere protestanti[344].

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 10 / 22 题