Perdere a settantasett’anni l’illusione di tutta la vita, è pur penoso.

Ma il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti

della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravvisse

a scrivere diversi trattati su quella scienza, il più celebre de’

quali è intitolato _Il libro della filosofia naturale de’ metalli_; e

ognuno può leggerlo, e certo pochissimi il leggeranno nel tomo II della

_Bibliothèque des philosophes chimiques_. Opera inutile anch’essa,

giacchè, invece di confessar chiaro i suoi inganni a scanso degli

altrui, si rinvolse in modo che molti cercarono in esso la scienza

ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand’opera.

Altrimenti pare a noi, sia per quell’assioma fondamentale, intorno

a cui si raggira sempre, sia per questo passo del libro suddetto:

— Ondechè io conchiudo, e credetemi; lasciate le sofisticazioni

e chiunque vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni,

separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni ed

altre decezioni; e taciano quelli che offrono qualsiasi altra tintura

diversa dalla nostra, non vera nè di alcun profitto; e taciano quei che

van dicendo e sermonando altro solfo che il nostro, il quale è latente

nella magnesia, e che vogliono trarre altro argento vivo che dal

servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente,

e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se

non l’unità della propria natura; e non vi è altro aceto che il nostro,

nè altro regolo che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra

sublimazione che la nostra, nè altra soluzione che la nostra, nè altra

che la nostra putrefazione»[229].

La lezione per verità non sembra abbastanza evidente: d’altra parte

sarebbe stata inutile, giacchè qual avvi evidenza alla quale ceda la

passione? E certamente allora si continuò in tali ricerche, formandosi

una scienza tutta distinta, il cui canone fondamentale era che ogni

metallo si compone di solfo e mercurio; per mercurio però intendendo il

principio metallico, variante secondo i diversi corpi; e per solfo il

principio combustibile[230]. Eppure nella ricerca del grande incognito

e dell’immortalità in terra, questa scienza scontrava per via il gas

acido carbonico, il fosforo, l’antimonio, l’arsenico, quella chimica

insomma che oggi aspira ad essere la scienza delle scienze.

Sciagurata nominanza ne acquistò Marco Bragadin veneziano, che

pretendeasi nato a Candia dal famoso Bragadino, segato dai Turchi.

Gittata la tonaca per darsi tutto all’alchimia, e protetto da Giacomo

Contarini nobiluomo, spacciava aver trovato il secreto filosofale,

s’intitolava conte di Mammona, cioè genio dell’oro, e menava seco

due cani col colletto d’oro, che doveano credersi due demonj a suo

servizio. Molte tramutazioni di metallo effettuò egli al cospetto

del pubblico per mezzo d’una polvere che vendeva carissima: in fondo

però il suo secreto consisteva in un amalgama di mercurio e d’oro, e

facendo svaporar quello, restava questo. Ben avvedeansi che il peso

era diminuito, eppure se ne faceano le meraviglie; il doge comprò a

gran valsente il suo secreto, con uno scritto che trovasi nel _Trattato

chimico_ di Manget; Enrico IV gli scrisse per averlo a sè; altri

principi lo domandavano, ed egli splendidamente vivea corteggiato da

tutti. Vero è che non mancava chi ne ridesse, e una brigata di giovani

veneziani mandò in giro una mascherata di alchimisti con tutti i loro

arnesi, e un tra loro, figurando il Mammona, gridava: — A tre lire

il soldo l’oro fino». L’elettore Guglielmo II di Baviera l’ebbe poi;

ma quando ne sperava ricchezze, trovatosi illuso, lui fece impiccare

alla forca d’oro destinata agli alchimisti, e i suoi cani uccidere a

schioppettate.

Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso (1501-70),

predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni

e di trasformazioni soprannaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia,

consigliere dell’imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad

assistere al consiglio di Pisa, fatto professore di teologia a Pavia,

chiesto a gara astrologo da gran re, dal marchese di Monferrato, dal

cancelliere Gattinara, e che diede lo stillato delle teorie e delle

pratiche delle scienze occulte. Ma a questo entusiasta e scettico

insieme possiamo raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate,

teosofista e insieme scienziato illustre, di variatissima erudizione

e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato

come il genio, talaltra dissotto del senso comune, e come disse lo

Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana

intelligenza, in altre inferiore ad un bambino. Lasciò le proprie

memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore,

e curiosa pittura d’uomo vivente nel mondo poeticamente disposto dalla

dottrina cabalistica. Se tu gli credi, e’ poteva a sua voglia cadere in

estasi; vedeva quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premunito

in sogno, e da certe macchie sull’unghie. Il piacere, secondo lui,

non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro,

perchè s’impara a schivarlo: anzi per lui era un bisogno il penare

o far penare altrui; flagellava se stesso, e morsicavasi le labbra o

si pizzicava. Giocatore e perciò dissestato, ricorre a bassezze; un

suo figlio fu attossicato dalla moglie, che perciò venne strozzata; a

un altro dovette far tagliare un orecchio per reprimerlo; e tutta la

sua vita andò bersagliata da sciagure. Conoscevasi invido, lascivo,

maledico, spensierato? ne riversava la colpa sulle stelle, ascendenti

al suo natale[231]. Del resto credesi oggetto d’una predilezione

speciale del cielo; sa più lingue senz’averle imparate; più volte Iddio

gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da

suo padre, il quale l’avea tenuto per trent’anni[232]; può in estasi

trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui

assente, e prevede l’avvenire. Appena ogni mill’anni nasce un medico

par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l’abilità nel disputare;

infine, per avverare il pronostico fatto, lasciasi morir di fame.

Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; bizzarri

elogi sulla podagra e di Nerone; pubblicò centotrentun’opere, ne lasciò

centundici manoscritte, e ne’ dieci volumi in foglio[233] a stampa

m’ha l’aria di un giornalista ch’è obbligato ad empiere le pagine,

e più tira in lungo meglio è pagato, meno riflette più lavora. Chi

volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe

ch’egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle

cose. In essa tre principj eterni e necessarj, lo spazio, la materia,

l’intelligenza del mondo, cui funzione è il movimento. Lo spazio

eterno, immobile, non è mai senza corpi; cioè, come poi disse Cartesio,

non si dà vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma mutasi di

forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non

può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è

essenzialmente una ed immateriale, laonde tutti i corpi sono provveduti

d’anima; tant’è vero, che sono suscettibili di movimento. Le anime

particolari sono funzioni dell’anima del mondo; nella quale stanno

rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; e

somiglia alla luce del sole, una ed eguale nell’essenza, infinita nella

diversità d’immagini.

Non potea dunque sottrarsi al panteismo se non col sospendere

le conseguenze, o col variare egli stesso quanto all’unità

dell’intelligenza. L’uomo, organo di quest’intelligenza universale, ha

però un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere

dal corpo l’anima, di cui mostra l’immortalità mediante gli argomenti

de’ predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto gran mali, come

le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale fra

i corpi celesti e le parti del corpo umano.

Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente

riprovando quei professori inesperti, «per cui vizio resta infamata»

una scienza, nella quale la certezza non è minore che nella nautica e

nella medicina. Per vendicarla da tali ingiurie, e mostrare «come sieno

manifesti i decreti delle stelle in noi», esso non procede che per

raziocinio e sperimento, e riduce quella dottrina ad aforismi, distinti

in sette sezioni, donde s’intende come ogni paese, ogni colore, ogni

numero avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna

otto cose: prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli;

secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro

e d’altri animali; poi le virtù dell’erbe, la pietra filosofale,

la conoscenza del passato, del presente, del futuro per tre viste;

la settima parte mostra gli sperimenti proprj sì del fare, sì del

conoscere; l’ottava, la virtù d’allungare molti secoli la vita.

Chi reggerebbe ad accompagnarmi nell’indicazione de’ varj canoni di

queste dottrine? Il Cardano, che le conosceva tutte a fondo, non ne

fa mistero: anzi insegna a comporre sigilli per far dormire o amare,

rendersi invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando

quattro cose, la natura della facoltà, della materia, della stella,

dell’uomo che fa: al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme

e degli astri che vi corrispondono. Fra i talismani il più potente

era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata

a un tesoro, crepita fin a spegnersi; e la ragione è che il sego è

formato di sangue, il sangue è sede dell’anima e degli spiriti, i quali

entrambi concupiscono oro e argento finchè l’uom vive, e perciò anche

dopo morte ne rimane turbato il sangue. Vuoi i presagi da dedursi da

tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? o quel che

significhino le macchie sulle unghie? e come interpretare i sogni, ed

ottenere responsi? chiediglielo, e te n’insegnerà con sicurezza.

E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI

d’Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a’ costui

strologamenti; san Carlo il propose maestro nell’Università di Bologna.

Cento geniture egli formò d’illustri personaggi, dall’oroscopo di loro

nascita deducendo le cause delle loro qualità. Alle stelle convien

avere riguardo nella medicazione; infallibile esaudimento ottengono

le preghiere a Maria, fatte il primo aprile alle otto del mattino; che

più? spinse l’audacia fin a tirare l’oroscopo di Cristo. Insegna a chi

soffre d’insonnia d’ungersi col grasso d’orso; a chi vuol far tacere

i cani del vicinato, tenere in mano l’occhio d’un cane nero. A volta

a volta si ride della chiromanzia, della stregoneria, dell’alchimia,

della magia, dell’astrologia; eppure le esercita per compassione: i

fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata; eppure è pieno

d’apparizioni e di spiriti, crede gl’incubi generare bambini, e deporre

il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella

storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per più

scoperte, fra cui la _formola cardanica_ e la possibilità d’educare i

sordimuti.

Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615) istituì in propria

casa un’accademia _de’ Secreti_, ove non ammetteasi se non chi

avesse trovato qualche rimedio o qualche macchina nuova. Nella

_Magia naturale_ espone tutti i sogni, le forme sostanziali delle

intelligenze, emanazione della divinità; darsi uno spirito mondiale,

che genera anche le anime nostre, e ci rende capaci della magia,

al modo che per esso gli astri influiscono sul corpo umano. Non è

maraviglia se gliene vennero accuse presso l’Inquisizione, per le

quali chiamato a Roma si scagionò, e fu dimesso, con ordine che in

avvenire non s’impacciasse di far predizioni, avvegnachè il volgo

ignorante non sappia distinguere se siano effetto di accorgimento o di

sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano

effetti, creduti soprannaturali; mostrò che l’unguento delle streghe

fosse una mescolanza d’aconito e belladonna, i quali per efficacia

naturale esaltano le fantasie; a suo figlio consigliava: — Non opporre

resistenza ai potenti nè alla plebe; quand’anche avessi ragione.

Invitato a un banchetto, tien d’occhio a chi ti mesce il vino. Quando

parli con un malvagio o un disonesto, guarda alle sue mani più che alla

sua faccia».

Insomma le scienze occulte formavano la parte astrusa delle umane

cognizioni. Considerando la natura come una successione di prodigi,

alla magia chiedevasi la spiegazione d’ogni fenomeno; un fanciullo

malato, una donna consunta, il subito arricchirsi; i temporali, e vie

meglio le combustioni spontanee, le illusioni ottiche, le esaltazioni

nervose; che più? il male più ordinario, il mal d’amore e della

gelosia, parevano effetti oltra naturali; e per chiarirli si ricorreva

a patti che conchiudesse l’uomo col diavolo, dandogli carte segnate col

proprio sangue, e scritte col sacrosanto calice.

Come i dotti toglievano dal vulgo il fondamento degli errori, così

questo dal voto dei dotti v’era semprepiù ribadito, e ne nasceva una

orrida congerie di pubblica forsennatezza. Nella Bibbia ricorrono fatti

di demoniaci; gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure igieniche,

o rimedj all’inferma fantasia, doveano però convalidare l’opinione

della diretta efficacia de’ demonj sugli uomini, e persuadevano che il

contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti degli

ossessi, la cui intelligenza scintilla a volte a volte di luce più

viva, danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le

cose lontane e le future.

Quel bisogno essenziale alla natura umana d’ampliare il mondo visibile

mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove

l’istruzione non dilata la vista sulla storia e sull’universo, avea

creato e qui trasferito dall’Oriente quelle fate benevole, e che

appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, come

la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli

altri giorni godevano della loro bellezza e d’una vita che partecipava

all’immortale: anche il genio famigliare e i folletti spesso

mostravansi amorevoli e serviziati. Un padrone superbo comandò a un

villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guaj a lui:

l’impresa eccedeva le forze del misero, che se ne desolava, quando un

folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la

collocò attraverso la porta del padrone, indurendola talmente, che nè

accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un’altra

porta: ciò fu appunto nel 1532. L’inquisitore Menghi sa d’un folletto

famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente

l’accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa.

E nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d’una fantesca; e se

mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la

casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne

liberarono. L’anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena

con una fanciulla trilustre: e il folletto faceva le più bizzarre

burle; or rompere i vassoj del bucato, or lasciare tombolar dalle scale

grosse pietre, or di piccole lanciarne a romper i vetri, e nel pozzo

gettare secchi di legno o di rame, e gatti. Un predicatore raccontò

ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città

del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due

spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli

esortollo a buttar via l’anello, ecco gli spiriti a piangere e pregare

ch’esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo

il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a

confessare che questa era un’orditura per mettersegli accanto, farlo

cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all’inferno.

Più tardi fu stampato il _Palagio degli incanti_, coll’approvazione

dell’inquisitore, che li commenda «come dilettevoli per vaga et

varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina»; e sono a

leggervi innumerevoli storielle di demonj, di incubi e succubi, sulla

fede d’autori accreditatissimi. Il più piacevole è d’un giovane,

contemporaneo di Ruggero re di Sicilia, che nuotando una sera in mare,

prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno dei

suoi compagni: ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l’ebbe

seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa, se non che mai

non parlava. Avvertito da un compagno ch’egli erasi menato a casa un

fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava:

onde rotto il silenzio, ella gli disse che perdeva un’eccellente moglie

con questa violenza, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni

trastullavasi in riva al mare, quand’essa lo prese ed affogò.

Se non fossersi rinnovate ai dì nostri la raddomanzia e qualcosa di

peggio, non accennerei di don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano,

che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli. Costui narrò allo

Strozzi Cicogna, che un frate Egidio, ad istanza del duca di Ferrara,

aveva scoperto un tesoro, ma nol si potè mai cavare perchè gli spiriti

rompeano le funi e spegneano i lumi: il frate fece da don Antonio

ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro rametti

d’oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel

Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò

il _miserere_, e quando fu all’_incerta et occulta manifestasti mihi_,

don Antonio si sentì tratto verso la porta del giardino, e giunto

ov’era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come

fossero tirate. Lo stesso don Antonio gli narrò che in Noventa sul

Vicentino a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa

il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse

alla primitiva dimensione, era segno di guarire; se no, di morte:

egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d’un’inferma; nè la

fanciulla se n’accorse, perchè egli era esorcista, ma visibilmente lo

fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne

raccontò quel don Antonio allo Strozzi[234].

Questi _fatti_, accertati non meno di altri su cui si fondano

anch’oggi altre teoriche, meriterebbro soltanto il riso se fossero

rimasti nel campo della speculazione: ma la natura umana ha una

terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne

delle streghe, uno dei tanti errori che la civiltà moderna ereditò

dall’antica (Cap. XXXIV in fin.). Nel medioevo la pascolarono leggende,

nelle quali si confondeano il misticismo e l’empietà, il tremendo

e il buffo; però fu repulsato dai legislatori, fin da’ rozzissimi

Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le

maliarde alla prova dell’acqua fredda, mandando assolte quelle che non

restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte.

Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Damaso, or repudiato

per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle

streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia

il credere ai notturni congressi[235].

Tanto è falso che nel bujo del medioevo imperversasse una credenza,

la quale non dirò nacque, ma si estese col rinascimento degli

studj, e viepiù nel secolo d’oro[236] dopo mescolatasi colla fungaja

delle scienze occulte; e fu un altro sintomo della riviviscenza del

paganesimo. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo

di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata di aver adorato

il diavolo, e con sortilegi mandato a morte de’ fanciulli[237]. Sul

fine del quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune

malefiche ungendosi si tramutino in animali, e vaghino o piuttosto

volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s’accoppiino a

demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[238]. E di

fatto si divulgò l’opinione che le streghe, masche, buonerobe, o con

che altro nome si chiamassero, _andassero in corso_, si congregassero

in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di

Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna,

al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade, di Diana

si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e

altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle congreghe;

splendidi banchetti il sabbato; frati vi ballavano, tutt’in onta della

Chiesa; e vi si vilipendeva ciò ch’essa ha di più venerando, le croci,

le reliquie, il sacrosanto pane.

Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne con alcun marchio

particolare? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? bastava

per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, —

Abbiam veduto il diavolo, siamo andate a cavalcione della scopa alla

tregenda, vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro

veridicità? Se l’uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje

che non osa chiedere a Dio, se v’è modo di patteggiare con una potenza

sovrumana, perchè sol pochi v’avrebbero ricorso? Si venne dunque nella

credenza che moltissimi fossero, e massime donne, e formassero tra sè

una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali,

e voluttà di vendette.

Frà Bernardo Rategno comasco, zelante inquisitore, ci lasciò un libro

_De strigiis_[239], dove si scandalizza di chi le metta in dubitare. Le

masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì,

rinnegano in presenza del Diavolo la santa fede, il battesimo, la beata

Vergine, conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli

la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno

di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco della _buona compagnia_,

fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno

già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi

se la posta è vicina, se no sulle spalle al diavolo; il quale talvolta

le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte

cose che constano dalle loro _spontanee_ confessioni agl’Inquisitori

per tutta Italia. Anzi, a chiuder del tutto le labbra agli avversarj,

adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina,

ebbe deposizione da uomini d’intera fede, i quali veramente le aveano

vedute. Niuno poi era in Como che non sapesse che, un cinquant’anni

prima, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato

indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le

congregate; ma il diavolo, accortosi di loro, li fece battere in malo

modo[240]. Riducono poi la cosa ad evidenza e l’esserne bruciati tanti,

e l’avere i papi stessi consentito.

Per verità quest’argomento era perentorio, stantechè l’Inquisizione

gravò sopra i siffatti con legali carnificine, delle quali

ingloriavansi gli autori, come gli eroi di sanguinose battaglie.

Massime nella Germania la proclività al misticismo avea diffuso il

timore delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di

severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e

supplizj. Ma anche in Italia quest’errore era comune, e nella diocesi

di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne

processavano, e più di cento bruciavansi.

Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l’uomo è preso da un

terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu

menzogna o delirio? tutto invenzione di tribunali, sitibondi di sangue?

Che l’uomo si creda pel male maggior potenza che realmente non ha,

casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino

col punirli, è un fatto troppo chiarito a chi studia le malattie

dell’intelletto e le passioni; e che a forza di sentir dire

che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla. Poteano operare

sull’immaginazione delle streghe i suffumigi e le unzioni, che, secondo

il Porta e il Cardano, si faceano con solano sonnifero, giusquiamo,

oppio, belladonna, datura stramonio, mandragora, laudano. Alcuni

fenomeni ricevono ora spiegazione dalle inalazioni dell’etere e del

magnetismo animale, arcano che gl’insulsi devono beffare, gli astuti

usufruttare, ma gli scienziati verificare e studiare. Fin a qual punto

un uomo può operar sul corpo o lo spirito d’altr’uomo per sola forza

dell’immaginazione, spinta sin al punto ove va la fede, non è ben

chiarito: nè quanto possa l’effetto delle passioni, e massime della

paura, causa preponderante delle malattie nervose. L’ipocondria fa

considerar le immaginarie sofferenze come un prodotto della volontà

dell’altra o frutto di lor ira o vendetta. L’insensibilità di certe

parti o di tutto il corpo è spiegata or che si distinguono due ordini

di nervi, uno che presiede alle sensazioni dolorose, gli altri a

condurre al cervello le impressioni di contatto; e ciò toglie la

vulgare teoria della simulazione: e in generale soppresse le entità

demoniache, la maga vien considerata come dipendenza dello studio delle

facoltà dell’anima. Tralascio casi stranissimi in medicina, affezioni

nervose ed isterismi che, come un tempo si curavano coi pellegrinaggi,

allora si dichiaravano malattie demoniache[241]. Vedeasi una propagare

le sue convulsioni a un collegio, a un convento, attribuivasi a

fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.

Chi serbava intero il senno proponeva talvolta rimedj efficaci, ma non

prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l’autorità faceva

bruciare il cadavere, e il male cessava, per fede di Montaigne. Ad una

signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato

dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume,

aghi; ella credendo averli cacciati di corpo, sanò: sì, ma dunque il

fatto era vero; ma la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più

dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti,

e questi ai loro. I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale;

le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo;

dalla giurisprudenza di allora le procedure.

L’esistenza però de’ notturni congressi non era così generalmente

creduta che non trovasse contraddittori. Samuele De Cassini tolse a

provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne,

e solo in esse produce un’estasi, per la quale credono volare o

trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne

il volo talora avvenir realmente[242], e con lui sono frà Bartolomeo

Spina maestro del sacro palazzo[243], frà Silvestro Mazzolino detto

Priero, Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva

negate[244], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[245] in un

libro, la cui occasione è così esposta da frà Leandro degli Alberti

che lo vulgarizzò: — Essendosi scoperto l’anno passato qui quel tanto

malvagio, scellerato e malefico giuoco _della donna_, dove è rinnegato,

bestemmiato e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce

santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e

dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra

santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato

e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal

savio e provvidente censore ed inquisitore degli eretici, furono da

lui consegnati al giudice molti di questi maledetti uomini, i quali,

secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d’uno grandissimo

monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed

anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi

per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo

delle buone e odorifere erbe de’ fedeli cristiani, cominciarono molti

con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini

fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto

cosa, per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che

dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di

cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile

che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all’ostia consacrata,

nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo

facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo

detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli

ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii:

la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo

certamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler

intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere

così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate

sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni

di quelli avanti dell’inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè,

parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti

e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi

continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran

numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza,

cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo,

acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell’antico nostro

nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare,

si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del

demonio...»

Gianfrancesco introduce la _Strega_ a dialogar con uno che non vi

crede (_Apistio_), il quale fa le objezioni del buon senso a tutte le

confessioni di lei, mentre il giudice (_Dicasto_) adopera le formole

giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità

delle deposizioni di lei intorno al trasporto delle persone, ai sozzi

convivj, alle infande nozze, all’abuso del sacrosanto pane. E da altri

processi egli raccolse d’un prete Benedetto, innamorato del diavolo in

carne col nome d’Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque

altro, e con essa discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto

agli altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i

bambini, non consacrava le ostie, e all’elevazione le alzava capovolte,

così eludendo i sacramenti. D’altri ancora egli sa, così presi d’un

demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita;

finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll’altra fiamma destata

d’una catasta di legna. E questi fatti sono comunissimi, tanto che

confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.

La strega introdotta da Pico conviene d’aver mandato la gragnuola sui

campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue

di sotto le ugne de’ bambini, finchè morivano se essa medesima

non vi desse rimedj, insegnatile dal demonio. L’incredulo insiste

principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa

risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l’attrattiva

maggiore consistere sempre ne’ piaceri del senso. Il demonio

permetterle tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini

uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli

occhi, far atti di scherno, e la particola trarsi di bocca e conservare

per profanarla poi alla tregenda.

Uno dei più persuasi in tal fatto è il padre Girolamo Menghi di

Viadana, che empì l’opera sua di fatterelli curiosi[246]. Nel tempo che

i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, stando Alfonso

d’Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustrissimi signori,

tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu

da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro

opinioni; il che avendo udito il predetto duca, rispose in questo

modo: — È cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di

questi demonj»; e narrogli, che stando lui un giorno a Carrone città

di Calabria, dopo le cure e spedizioni regie cercando qualche spasso

e ricreazione, gli fu detto che ivi era una donna vessata di spiriti

immondi. Il che intendendo esso, se la fece condurre, e cominciando

il duca a parlare con essa, niente rispondeva nè movevasi, come se

fosse senza spirito. Vedendo questo il principe, e ricordandosi d’una

crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni

da Capistrano, segretamente la legò al braccio della spiritata; la

quale subito cominciò a gridare, e torcere la bocca e gli occhi.

Allora quel signore le domandò il perchè, ed ella rispose, dovesse

levarle dal braccio quella crocetta «perchè (diss’ella) ivi è del

legno della croce consacrata, dell’_agnus_ benedetto, e una croce di

cera del mio grandissimo nemico». Le quali cose levando il duca, di

nuovo divenne come morta. La notte seguente andando quel principe a

dormire, incominciò udire fortissimi strepiti e rumori nel palagio e

nella propria camera, di maniera che fece chiamare alcuni servitori per

sicurezza, coi quali stette fino al giorno senza punto dormire. Venuto

il giorno, un’altra volta si fece menare davanti la donna, la quale

sorridendo interrogò il duca s’egli avesse avuto spavento la notte

passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali,

e addimandandogli — Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: — Io era

nascosta nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e

se non fossero state sopra di te quelle cose sacre che porti al collo

secretamente, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori

del letto. Anzi ti dico di più, che tutto quello che jeri ragionasti

e trattasti coll’ambasciatore de’ Veneziani, ti saprò narrare, perchè

il tutto ho udito e saputo». Il duca per chiarirsi mandò fuori tutti

quelli che ivi si ritrovavano, poi comandò allo spirito che dovesse

narrargli quanto era passato tra l’ambasciatore e lui; il quale,

come se fosse stato presente, per bocca della donna narrogli tutto il

fatto di parola in parola; di maniera che empiè quel signore di tanta

meraviglia, che d’indi in poi sempre credette che gli spiriti maligni

andassero vagabondi tanto nell’aria, quanto nei corpi umani.

Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa

dal diavolo amante, udì sonar l’_ave_ della mattina, ond’esso fuggì

lasciandola nuda sul terreno, ove fu scoperta. Un marito spiò sua

moglie tanto, che s’accôrse dell’ungersi e dello scomparire, e a forza

di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla

tregenda, ove sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese

del sale, inusato ai loro banchetti. Quando dopo lunga istanza gli fu

portato, sclamò: — Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò

quell’esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase

colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravvenuti seppe

trovarsi in quel di Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove

tornato, fece processar la moglie e condannare[247].

Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto.

Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata

a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa

raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla

finestra; ed ella volle far prova dell’unto stesso, e seguì la madre,

cui vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata

invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa sparve: l’inquisitore ne

stese processo, e la madre alla tortura confessò ogni cosa. Antonio

Leone di Valtellina, carbonajo dimorante a Ferrara, narrava d’un marito

che parimente vide la moglie ungersi, ed uscir dalla finestra, ed egli

imitatala, trovolla in una cantina: essa, come il vide, fece un segno

pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro, se

non che si sgravò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al

supplizio[248].

Basta il buonsenso più triviale a spiegar questi fatti: ma non tutti

così chiari sono quelli che adducono gli apologisti; l’insistenza dei

quali mostra che v’avea contraddittori. Nel 1518 il senato veneto,

disapprovando le esorbitanze degl’inquisitori nella Valcamonica,

rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi e statuì che

in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici.

Combatterono l’opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[249], il

cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[250], Gianfrancesco

Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare

come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende

essere illusione[251]. Andrea Alciato[252] scrive: — Appena ornato

delle insegne dottorali, mi si offrì la prima causa in cui rispondere

del diritto. Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine, per

inquisire le streghe: già più di cento n’avea bruciate, e quasi

ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche

coll’elleboro piuttosto che col fuoco meritavano essere purgate; finchè

i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la

cosa al giudizio del vescovo. Egli, spediti a me gli atti, chiese il

mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj;

dichiarò di sole donnicciuole siffatta credenza, e chiedeva perchè non

potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai

scomparisse tutta la tregenda all’invocare Gesù?

Pietro Borboni arcivescovo di Pisa consultò i dotti di quell’Università

intorno a certe monache ossesse, se il fatto fosse naturale o

soprannaturale; Celso Cesalpino, famoso naturalista, rispondendovi

espone a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare

impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere

intelligenze medie fra Dio e l’uomo, ma non poter queste comunicare con

noi[253]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati

invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che

non sono naturali, e volersi applicarvi i mezzi della Chiesa.

Traviata così l’opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che

meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati

dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito _in

provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus

et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et

variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et

jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere_, commette

agl’inquisitori di perseguitarli. Pure egli avea vietato s’intrigassero

di sortilegi, malìe, fatucchierìe, se non v’intervenissero abuso di

sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all’occasione de’

molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agl’inquisitori

della Venezia d’una genìa perniciosissima che rinunzia al battesimo, e

dà il corpo e l’anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli,

ed esercita altri malefizj[254]. Nel 1523 Adriano VI al Sant’Uffizio

di Como scriveva essersi trovato persone d’ambo i sessi, che prendono

signore il diavolo, e con incantagioni, carmi, sacrilegj ed altre

nefande superstizioni guastano i frutti della terra e commettono altri

eccessi e delitti[255]. Più tardi Gregorio XV si scagliava contro quei

che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj,

impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti, ecc., e

vuole che siano immurati.

Ben centotre bolle di pontefici servivano di norma agl’inquisitori, e

fra tutte famosa la lunghissima _Cœli et terræ creator Deus_ del 1585,

con cui Sisto V[256] condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia,

piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti

con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o

coll’inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie,

ed al demonio ardere profumi e candele; come pur quelli che negli

ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul

futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con

acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano: quindi proibisce tutti

i libri d’astrologia, il far l’ascendente, descrivere pentagoni, e le

altre superstizioni allora in credito. San Carlo nel suo primo concilio

provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa

patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo,

ed escluso dalla società dei fedeli[257]. Nel 1588 Agostino Valerio,

vescovo di Verona e cardinale, pubblicava una pastorale compiangendo

come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione, che hanno

fatto patto coll’inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a

superstizioni, incanti, stregherie e simili abominazioni».

I rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e

ammonizioni, al più nell’esorcizzare; del che il vescovo Filippo

Visconti impartì molte regole per ovviare gl’inconvenienti: — A

pochissimi se ne conceda licenza; e questi s’informino prima dal medico

se l’infermità provenga da mala disposizione del corpo, o da umori

malinconici, o da molestia del demonio, o da capriccio: e trovando

il caso d’esorcizzare, lo faccia nella chiesa parrocchiale con cotta

e stola; se son donne, vi assistano sempre due loro parenti o altre

persone buone, nè l’esorcista le tocchi, se non al più colla mano sul

capo: non dia medicine, non interroghi il diavolo di materie curiose e

superstiziose».

Ma già vedemmo come, allo scemar della fede, si fosse radicata

l’Inquisizione, e come ne’ processi si fossero assottigliati i legulej,

e introdotta la procedura secreta, riprovata dal diritto canonico, e

colla quale non è onest’uomo che non possa andar condannato. L’uomo, e

più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e alla pertinacia

di processanti incalliti allo spettacolo del dolore e ponenti gloria e

talvolta guadagno nel convincerli, come se ne poteano sottrarre? Non

pochi dunque, nella persuasione di dovere a ogni modo morire, e che,

se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte,

confessavano _spontaneamente_, e ne restava convalidata l’opinione.

I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati; teneano

per norma di far entrare la strega nella stanza per indietro, onde

veder lei prima d’essere da lei veduti; badare ch’essa non li tocchi,

«e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come

ruta ed altre simili»[258]. Un altro insegna che, se il paziente non

regge all’odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato; poi lo

facevano denudare e purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro

alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità.

Non vi fu codice che non stampasse pene contro le stregherie; e per

dirne un solo, lo statuto di Mantova dei Gonzaghi, che durò quanto la

loro dominazione, cioè fin al 1708, impone che i malefici, incantatori,

fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il

cuore altrui, e trarre all’amore o ad altro fine pernicioso, in modo

che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all’insania o a

malattia e morte, sieno bruciati. Se nessun effetto ne seguì, vadano

alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dal territorio. Chi

ha l’abitudine di tali cose in secreto o in pubblico, sia arso. Possa

chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama

giuri d’aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica

voce. Si eccettua chi faccia tali incantagini all’intento di guarire.

Che poi i processi dall’Inquisizione orditi fossero reputati

regolatissimi e legali, n’è prova l’averne stampato i codici, anzichè

tenerli arcani[259]; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè

procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?

Eliseo Masini[260], parlando di maghi, streghe e incantatori, contro

cui deve procedere il Sant’Uffizio, dice: — Perchè simili sorta di

persone abbondano in molti luoghi d’Italia e anche fuori, tanto più

conviene essere diligente; e perciò s’ha da sapere, che a questo capo

si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o

esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;

«quelli che tengono costretti (com’essi pretendono) demonj in anelli,

specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;

«quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla

santa fede cattolica, e che hanno giurato d’esser suoi, o glien’hanno

fatto scritto, anco col proprio sangue;

«quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;

«quelli che malefiziano creature ragionevoli, o irragionevoli,

sagrificandole al demonio;

«quelli che l’adorano o esplicitamente o implicitamente, offerendogli

sale, pane, allume o altre cose;

«quelli che l’invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi,

accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo

bianco, angelo negro, per la tua santità, e parole simili;

«quelli che gli domandano cose ch’egli non può fare, come sforzare

la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero

arbitrio;

«quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come

sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e

di parole della divina scrittura;

«quelli che mettono sopra altari, dove s’ha da celebrare, fave,

carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri

empiamente la santa messa;

«quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate

dalla santa Chiesa, per farsi amare d’amor disonesto, come sono

l’orazione di san Daniele, di santa Maria e di sant’Elena; o che

portano addosso caratteri, circoli, triangoli, ecc., per essere sicuri

dall’armi de’ nemici, e per non confessare il vero ne’ tormenti; o

che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano

astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà;

«quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco

pignattini per dar passione e per impedire l’atto matrimoniale;

«quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne,

fanno andare attorno i sedazzi, levano la pedica, guardano o si fanno

guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili

sortilegi».

Contro siffatti delinquenti vediamo alcuni canoni della procedura,

desunti dalla _Lucerna Inquisitoris_ del Rategno. Pochi indizj bastano

a presumere un eretico; un lieve segno, anche il sospetto e la fama.

Non è mestieri che i costituti de’ testimonj concordino; se diranno

sapere quell’infamia per udita, non sono tenuti a provarlo; non infirma

i testimonj l’essere scomunicati e criminosi. Chi vuol camminar di

piede sicuro, fa così; se alcuno è diffamato o sospetto di eresia, si

citi e si esamini; confessa? _bene quidem_; se no, pongasi in carcere;

gli avvocati non prestino ajuto o consiglio agli eretici; possono

ben processarsi senza strepito di avvocati. È tolto l’appellarsi;

la confessione purga ogni vizio del processo; l’inquisitore non è

obbligato mostrare il processo all’autorità secolare, che deve solo

eseguirne i cenni; non è viziato il processo sebbene non si pubblichi

il nome de’ testimonj, nè se ne dia copia al reo.

— Come scoprire le streghe?» domanda il Rategno stesso; e risponde:

— O per conghiettura, o per confessione delle compagne che tra loro

si conoscono al giuoco, benchè il diavolo può in tregenda averne

assunto le forme. Si conoscono anche se facciano spregi al santissimo

sacramento, torcano il volto dalla croce, minaccino ad alcuno che male

gli accadrà, che si troverà malcontento, e in fatti così avvenga».

Mattia Berlica narra d’un bifolco che, per conoscere le streghe,

metteva in un sacco tanti fili aggruppati quante erano donne nel suo

villaggio, e dette certe parole, bastonava ben bene il sacco, poscia

andava di casa in casa, e se alcuna donna scoprisse ammaccata, la

denunziava per rea, e messa alla tortura dovea confessare.

Due leggieri indizj bastano per sottoporre uno alla tortura, segue il

Rategno; non fa pur mestieri che per questo convengano l’inquisitore

ed il vescovo o il suo vicario. È in arbitrio del giudice lo stimare

gl’indizj per torturare: sia più facile nelle colpe più segrete. Si

tenti prima se v’ha alcuna più agevole via di scoprire il vero; poi si

tormentino primi quelli da cui sia maggiormente a sperare la verità,

le femmine più deboli, il figlio prima del padre, e al cospetto di

questo. L’occhio del giudice dà arbitrio e misura al tormento. Non vi

sia sottoposto chi è dissotto de’ quattordici anni, quand’anche non

si possa estorcergli la verità colla sferza o collo staffile; nè i

vecchi oltre settant’anni; nè le donne che sieno veramente riconosciute

incinte.

«Quante volte può torturarsi il reo per le confessioni revocate? —

Due o tre», risponde il Pegna[261]. E il Rategno soggiunge: — Ma se il

reo negasse da poi quel che confessò ne’ tormenti? Rispondo: il reo è

tenuto a perseverare in quella confessione, se no si ripeta il martoro

fino alla terza volta.

Cessiamo; chè già il lettore sa di troppo per intendere che cosa

significassero i processi, i quali per eresie e stregherie si

moltiplicavano allora, quanto oggi quelli di Stato[262]. Nella

Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano

le streghe, che faceano malìe, affascinavano fanciulli, inducevano

temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a

calpestare la croce. San Carlo, legato pontifizio in que’ paesi, mandò

a farne processo; e si trovò il male ancor peggiore dell’aspettazione:

centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico

Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto

alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano

il santo crisma[263].

Un tal padre Carlo (forse il Bescapé), sotto gli 8 dicembre 1583,

descriveva al suo superiore il supplizio d’alcune fra queste: — In un

vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una

tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta,

a’ lati della quale fu appiccato il fuoco; e tanto fervea l’incendio,

che in poco d’ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite.

Dopo che il manigoldo l’ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò

i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in

morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare

con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato

il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla

mano di Quel lassù, in pena de’ loro traviamenti; e con sicuri indizj

di contrizione offrivangli il corpo e l’anima. Brulicava la pianura

di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran

voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitare

delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di

salute aveano al collo il santo rosario... Questo volli io che la tua

riverenza sapesse, perchè potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li

preziosi manipoli da questa messe raccolti»[264].

Il padre Carrara, nella storia di Paolo IV, l. II, § 8, riferisce che

in quel tempo i demonj fecero l’estremo di lor possa, come chi si sente

alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d’orfanelle

in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli

prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay, e Giambattista

Rossi generale de’ Carmelitani, perchè riconoscessero il fatto e cogli

esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una

maga africana abitante in Trastevere promise guarire un certo Cesare,

sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato;

ma voleva averne la permissione dal papa, onde non incorrere le pene

da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo

negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse

a provarla rea, la esigliò, e il sellajo raccomandò agli esorcismi

del padre Rossi. Questi lo trovò veramente indemoniato; e ordinò alla

madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle còltrici,

e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor

malefizj: e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e

polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di

capelli biondi come l’oro, con un nodo lento: due unghie di mulo, due

penne di gallina piegate a triangolo; due aghi fitti in un cuore di

cera; un ritaglio d’unghia umana, grani di cicerchia e d’altri legumi;

e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie

d’uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di _x_; nell’altra

tredici nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto:

«Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena sarai» e

parole inintelligibili.

Subito il pentolino fu messo nell’acqua santa e riposto in luogo

sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato e tornò florido e

tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo

fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore

di Paolo IV.

Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come

negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati

all’abjura. Questo Francesco, di cui si hanno molti trattati matematici

e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita

e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d’olj

santi e d’altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli;

fatto la statua di piombo conforme alle regole dell’Agrippa; saper fare

venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata

sotto l’ascendente di Venere, costringere alla benevolenza, e stare

preparandone altre sotto l’influsso di diversi pianeti per conseguire

oro, dignità, onorificenze; confidarsi di potere con sortilegi istruire

in tutte le scienze il proprio figlio; avere scoperto il senso de’

geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali

al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de’ Turchi;

trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere,

ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch’esso v’aveva.

Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe’ vizj e il disordine spesso

si trovava sprovvisto. Fu condannato a dare pochi denari di che far

crocette d’argento, e a praticare alcuni atti di pietà «esortandoti

anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra

tanti spiriti infernali con li quali hai avuta famigliarità»[265].

Ben peggio andavano le cose fuori d’Italia. In Francia, regnante

Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[266];

e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Dite altrettanto

dell’Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente

trattò dei processi di stregheria[267], raccogliamo che a Nördlingen,

cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 94 furono arse trentacinque

streghe. Tra i Riformati usavasi altrettanto, anzi più ferocemente che

tra i Cattolici; e da penna straniera, quella di Martin Delrio, uscì la

più seria dimostrazione e il più compito codice di siffatte credenze e

procedure.

Così durò tutto il XVI e XVII secolo[268], e gran parte di quel che

precedette il nostro. Ma le scienze progredendo portavano spiegazione

a molti fenomeni, riputati fin allora miracoli; la medicina additò le

naturali analogie di assai casi; la giurisprudenza persuadevasi non

dover bastare alle condanne la confessione del reo; il fatto che più

colpiva, cioè l’accordo delle varie deposizioni, si trovava ridursi

alle sole generalità, delle quali tutti aveano inteso parlare, e dove,

le interrogazioni dirigendosi in tal senso, spesso non restava che

rispondere sì o no. Alcuni diedero intrepidamente di cozzo all’ubbia

popolare, e principali fra questi i gesuiti Adamo Tanner e Federico

Spee, le cui opere lasciarono ben poca novità a quella, più efficace

perchè breve e vulgare, del Beccaria; se non che essi trattavano la

quistione per via di testi e canoni, ad uso dei dotti, lasciando che la

plebe covasse i proprj inganni.

Primo recò la querela davanti al pubblico il roveretano Girolamo

Tartarotti[269] negando le tregende, e ribattendo specialmente il

Delrio: eppure non solo accettò, ma sostenne la verità della magìa; col

che concedendo l’immediata potenza del demonio, come potea ricusargli

la potestà di trasferire anche le maliarde? Riducevasi dunque a

conchiudere che, nei casi speciali, ripugnava al buon senso il credere

a queste, e sovrattutto al loro numero. E non che questa fosse una

concessione da lui fatta ai pregiudizj del suo secolo, allorchè Gian

Rinaldo Carli e Scipione Maffei[270] estesero quella negativa ad ogni

immediata arte diabolica, egli protestò che, tacciando d’illuse le

streghe, non aveva inteso mettere dubbio sulla potenza del demonio;

tanto la ragione umana ha bisogno di forza per sottrarsi alle opinioni

nelle quali fu educata. E il padre Cóncina, nella vasta sua teologia

pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei

concumbenti come sentenza comune[271].

Sovra i beati e ridenti uomini del Cinquecento pendeva dunque da

una parte il terrore delle potenze malefiche, dall’altra la spada di

orribili quanto irreparabili processi, che dirigevansi pure contro gli

eretici, e ne colpivano persino i figliuoli. Il Rategno sancisce che i

figli d’eretici, quantunque buoni cattolici, sono privati del retaggio

paterno; gli eredi, obbligati adempire la penitenza imposta al reo;

possono privarsi degli uffizj e delle dignità i fautori, i figli, gli

eredi degli eretici; uno si può dopo la morte dichiarare eretico, e

confiscarne i beni; poichè il delitto d’eresia non s’estingue neppur

colla morte. Dei beni confiscati il diocesano non tocca: se ne dà

un terzo al Comune ove segue la condanna, l’altro agli uffiziali

del Sant’Uffizio, il resto s’adopera ad incremento della fede ed

estirpazione delle eresie.

Secolo singolare il Cinquecento, misto di tanta grandezza con tanta

miseria, tanto splendore con tanti errori, tanta civiltà con tanta

fierezza; secolo che tutto cominciò, nulla finì; e che di particolari

attrattive riesce per noi, atteso che, come oggi, ogni cosa vi era in

moto, e possiamo trovarvi esempj, consolazioni, speranze. Mescolato

tuttora l’antico col nuovo, non godevansi più i vantaggi dell’uno,

nè ancora quei dell’altro; del passato tenevasi un’energia selvaggia

che, qualora dal carattere passi nelle idee, fa guadagnare in forza e

dimensione quanto si scapita in delicatezza e misura: ma erasi perduto

la fede e la docilità; verso il futuro spingeasi coll’intelligenza, ma

non n’avea la pulitezza e la regolarità.

Colombo scrive ad Isabella: — Il mondo conosciuto è troppo piccolo»,

e altrettanto pare s’intimi da ogni parte anche pel morale; nè

in verun altro periodo erasi ampliata cotanto la sfera delle idee

relative al mondo esteriore, o l’uomo avea sentito sì vivo bisogno

d’interrogare la natura; in verun altro fu messa in giro tanta

copia e varietà d’idee nuove. Come in Grecia Platone, Aristotele,

Fidia, così in Italia Ficino, Michelangelo, Falloppio concorrono a

scoprire la natura dell’uomo sotto il triplice aspetto intellettuale,

artistico, materiale: quasi a un tempo fioriscono sette artisti a cui

non sorsero i pari, Leonardo, Michelangelo, Rafaello, frà Bartolomeo,

Correggio, Tiziano, Andrea del Sarto: sedettero contemporanei principi

grandissimi, quali Carlo V, Leone X, Francesco I, Enrico VIII, Andrea

Gritti, Andrea Doria, Solimano II: non c’è strada che lo spirito umano

non batta da gigante; indagine dell’antichità e smania del nuovo; lanci

del genio e longanimità dell’erudito; poesia e calcolo; e ogni facoltà

umana trovasi rappresentata da insigni personaggi.

Intanto, splendidezza d’abiti, di Corti, di apparati; dall’Occidente

e dall’Oriente nuove ognidì squisitezze vengono a lusingare i sensi;

oggi Brescia ode proclamare per le vie, a suon di tromba, che il suo

Tartaglia scoperse un nuovo teorema matematico; domani non si parla che

del nuovo canto dell’_Orlando_, letto jeri dall’Ariosto nel palazzo

di Ferrara; un giorno allocuzioni, sonetti, scampanìo, luminarie

annunziano che s’è dissotterrato il Laocoonte, o che Michelangelo

aperse la cappella Sistina, o Gian Bologna espose la Sabina.

Il dominante spirito aristocratico cerca nelle scoperte quello che può

dar gloria alla nobiltà, anzichè quello che migliori ed arricchisca

le plebi. Una politica egoista che dell’astuzia si fa merito più

che della forza, un’inettitudine irrequieta, un viluppo di maneggi,

fanno e contrasto e lega con una malvagità or ipocrita ora sfrontata,

e cogli abusi della forza, che, dalla grande migrazione in poi, non

aveva mai così inverecondamente proclamato la sua morale onnipotenza,

quanto nelle guerre pel Milanese e per la Toscana, nel sacco di Roma,

negli assedj di Firenze e di Siena. L’acquisto di cognizioni e di

libertà era ancora a servizio delle passioni; innestate l’ispirazione

colle reminiscenze, il genio colla pedanteria, il paganesimo colle

esaltazioni devote, la santimonia coll’empietà, l’azione colla

meditazione, la moralità col machiavellismo.

Del medioevo durano ancora gl’incidenti, in bizzarro contrasto coi

nuovi costumi. Tutte le fasi delle repubbliche sussistono accanto a

tutte quelle del principato, esse decadendo, questo assodandosi; le

secrete tranellerie de’ gabinetti trovansi a fronte con impeti di

generosità cavalleresca; i condottieri rompono ancora le ordinanze

delle fanterie stanziali, e pretendono opporre le armadure di un tempo

alle bocche di fuoco; principi eroi sono uccisi a Ravenna perchè fecero

voto all’amante di non coprirsi; o ne’ tornei s’avventurano re moderni,

mentre la tragedia regolare chiama a piangere sulle simulate sventure

degli antichi.

Strigatisi dai ceppi del medioevo, ma senza aver assunto ancora

quelli che impongono le convenienze, abbandonavansi agli istinti od

alle ispirazioni della fantasia o della coscienza; ribaldi o virtuosi

ma francamente, senza insuperbire nè vergognare. Quindi nella vita

tradizioni di lealtà insieme con un epicureismo non dissimulato;

scetticismo micidiale, e fanatismo sterminatore; l’entusiasmo

e l’ironia; l’assiderante regolarità del Trissino, e il geniale

sbizzarrire dell’Ariosto; il ghigno sguajato dell’Aretino, e il belare

dei Petrarchisti; la silvestre semplicità de’ Bucolici, e l’insaziabile

accattare di Paolo Giovio; la bizzarria spensante di Benvenuto e

l’austerità di Michelangelo, forse unico artista in cui appaja la

lotta dello spirito colla materia; il sarcasmo del Pomponazzi e la

convinzione del Savonarola, le orgie di Lucrezia Borgia e i roghi

di Pio IV, Machiavelli e Filippo Neri, Leone X e Adriano VI, Carlo

V e Francesco I: stampasi il _Corpus juris_, mentre ogni dritto è

calpestato: la serenità della scuola di Rafaello fa contrasto al ceffo

del Borbone e del Frundsperg. Di qui l’immensa difficoltà di giudicare

della moralità delle azioni e della grandezza dei personaggi, dipintici

da passione e da spirito di parte, convulsi fra idee così disparate,

fra pregiudizj inumani e servili, fra l’insuperabile efficacia degli

esempj e quel che chiamasi senso comune.

Aggiungiamo la desolazione che entra negli spiriti allorchè un gran

dubbio gettato nella società rimette in problema tutto quello su cui

essa riposava.

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 9 / 22 题