CAPITOLO CXLIV.

Costumi. Opinioni.

Confessiamo che le nostre storie letterarie tennero sempre

dell’aristocratico, e quand’anche badarono all’efficienza degli

scrittori sul popolo, non posero mente all’efficienza di questo su

quelli. Or come fosse possibile scrivere il _Principe_ del Machiavelli,

l’_Orlando_ dell’Ariosto e le innominabili sguajataggini dell’Aretino,

non può spiegarsi senza esaminare i costumi di quel tempo. E noi

le lungagne che gli altri spendono dietro a battaglie, le occupammo

piuttosto intorno all’arte e al progresso del pensiero, non solo per

predilezione a questi studj, ma perchè meglio rappresentano ciò che noi

cerchiamo, gli uomini di ciascun’età.

Stabilite le lingue, distintivo delle nazionalità, agevolati i

trasporti, diffuse colla stampa le scoperte dell’intelligenza, quella

splendidezza delle arti, quelle ricchezze e delizie improvvisateci da

un nuovo mondo, diffusero su quel tempo un bagliore, che il fa dagli

altri singolare. Ma chi discerne la coltura dalla civiltà, avvisa che

questa non ingrandisce stabilmente se non per l’armonico svolgersi

delle facoltà umane. Ora nei tempi che descriviamo, l’immaginazione

esuberava sopra il raziocinio, e i frutti di quel seme abbellirono

ed uccisero la patria nostra. Come nelle arti e nelle lettere, così

nei governi e nei costumi, il paganesimo rinnovato cercava seduzioni

sensuali dal puro bello, immolando quel vero di cui esso dev’essere

splendore e manifestazione. Leone X con una bolla protegge l’edizione

d’immoralissimo poema; Clemente VII predilige il Berni, e privilegia la

stampa delle opere di Machiavelli, non eccettuato il _Principe_; Giulio

III bacia l’Aretino, il quale dedica la più infame delle sue commedie

al cardinale di Trento; un altro cardinale aspirante alla tiara

scrive la _Calandra_...; immorali, oscene, micidiali composizioni; ma

che importa? erano belle e bastava; l’immaginazione n’era ricreata,

abbagliata la ragione.

Il dubbio scientifico non s’era gettato sui dogmi della fede; i dotti

non vi faceano attenzione; i mediocri credevano che il migliore omaggio

a prestarle fosse il non parlarne; fra il popolo si direbbe più allora

che mai viva la devozione, e sentito il bisogno di cercar nel cielo

ristoro alle miserie della terra; onde una serie di miracoli si propalò

e frequentissime apparizioni della madonna. I Fiorentini, «quando

dubitavano che i Lanzichenecchi col duca di Borbone dovessero passare

in Toscana, facevano ogni venerdì processione del corpo di Cristo, e

tutta la città andava dietro con grandissima devozione»[196], e la

pietà rincalorita da frà Savonarola ispirava gli eroi dell’assedio

di Firenze: i Milanesi chiedevano con universali supplicazioni

l’alleviamento dei mali cagionati dai re: colle processioni i Senesi

s’incoravano a resistere agli oppressori della patria. Fra i grandi

stessi non restava spenta la devozione neppur dalle iniquità; e Cicco

Simonetta scriveva sul suo libro di _Ricordi_: — Oggi fui a Santa Maria

delle Grazie di Monza, e v’udii due messe dai frati, e feci voto non

mangiar di grasso il venerdì; al mercoledì pure feci voto non mangiar

carni, e dopo d’allora non fui più tormentato da podagra»; Lodovico

Sforza moltiplicava chiese, e la notte prima di fuggir da Milano la

passò in quella delle Grazie a far la veglia sul sepolcro dell’estinta

sua donna; voti faceva Carlo VIII il giorno della battaglia di Fornovo;

Vitellozzo, preso dal Valentino, «prega ch’e’ supplicasse al papa che

gli desse de’ suoi peccati indulgenza plenaria» (MACHIAVELLI); fin chi

accingevasi alle iniquità si premuniva di reliquie ed assoluzioni.

Tacio i buoni che dell’altrui lascivire pareano assumersi la penitenza

in rigidissime macerazioni e pellegrinaggi e sanguinose discipline, e

farsi poveri volontarj, e anticiparsi il sepolcro col rimanere per anni

fra quattro anguste pareti. A Venezia è frequente memoria di recluse,

donne che faceansi murare in cellette sopra tetto o sotto ai portici

delle chiese, vivendovi in astinenze ed orazioni, spettatrici dei

divini uffizj per un fenestrino che dava nella chiesa, donde riceveano

pure i sacramenti e le limosine[197].

Chi non ricorda i mirabili effetti prodotti da frà Savonarola? A

tutt’uomo egli erasi opposto alla recrudescenza del paganesimo, dalla

quale andarono stravolte non solo le idee di pudore, ma quelle pur di

giustizia, ostentandosi francamente l’immoralità nei costumi, nelle

azioni, nei libri. I prelati si tenevano, non che senza vergogna, ma

senza riguardo i proprj figliuoli; le aule principesche erano popolate

di cortigiani, genìa che, come diceva Alessandro Allegri, «accenna in

coppe e dà in ispade, e bacia e morde insieme, e ride e rade», e di cui

correva in proverbio che nell’infanzia servivano da buffoni, da mogli

nella puerizia, da mariti nell’adolescenza, da compagni nella gioventù,

da mezzani nella vecchiaja, da diavolo nella decrepitezza. Lentati i

legami di famiglia, soffogata la benevolenza dalla riflessione, l’uomo

era adoprato come stromento persin nell’amore. Nel 1534 il Comune di

Lucca prendea grand’interessamento per le meretrici; e dolendosi che

per gli strapazzi fattine non ne fosse provvista la città quanto è

conveniente[198], le favoriva di privilegi non pochi, e fin quello

di cittadine originarie, tanto ambito. A Venezia se ne contavano

undicimila seicencinquanta[199]; eppure il lenocinio de’ servi e le

facilità della gondola si prestavano alle tresche; poi rapivasi, poi

si irrompeva contro natura; i chiostri erano in pessima nominanza,

e il panegirista del doge Andrea Contarini gli facea pubblico merito

dell’aver resistito alle tentazioni delle monache[200].

Atene non aveva idolatrato Aspasia? in commemorazione di questa

venivano onorate le cortigiane; e a Roma la Imperia fu «senza fine

da grandissimi uomini e ricchi amata», dal Sadoleto, dal Campari,

dal Colocci; convegno di amori insieme e di gentilezze e studj era la

costei casa; e in una somministratale dal Bufalo «era tra le altre cose

una sala ed una camera ed un camerino sì pomposamente adornati, che

altro non v’era che velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti.

Nel camerino ov’ella si riduceva quando era da qualche gran personaggio

visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di riccio

sovra riccio, con molti belli e vaghi lavori. Eravi poi una cornice

tutta messa a oro ed azzurro oltramarino, maestrevolmente fatta; sovra

la quale erano bellissimi vasi di varie e preziose materie formati, con

pietre alabastrine, di porfido, di serpentino e di mille altre spezie.

Vedevansi poi attorno molti cofani e forzieri riccamente intagliati, e

tali che tutti erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un

tavolino il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre

era o liuto o cetra, con libretti vulgari e latini, riccamente adornati

ecc.»[201]. Morta a ventisei anni il 1511, fu sepolta in San Gregorio,

coll’epitafio: _Imperia cortisana, quæ digna tanto nomine, raræ inter

homines formæ specimen dedit_.

Altrettanta fama ebbe la Tullia d’Aragona a Venezia (pag. 202),

corteggiata da Bernardo Tasso e da altri valenti, i quali Speron

Speroni introduce a ragionare con essa nel suo _Dialogo d’amore_. Non

serve ripetere le infami glorie di Rosa Vanozza e di Lucrezia Borgia,

cui seguirono dappresso i fasti di Bianca Capello: ben deve far colpo,

che donne di famigerata libidine fossero assunte a nozze principesche;

ma quei principi, non frenati da potere superiore nè dal formidabile

dell’opinione, credeansi lecito ogni talento. Della Franco già

parlammo, ed è curiosa una lettera in cui dissuade una signora veneta

dal render cortigiana la propria figlia; curiosa dico per gli argomenti

che vi adopera, singolarmente insistendo sui pericoli cui espone la

vita e le facoltà[202].

Nei diarj manoscritti del Sanuto leggiamo sotto il 1497: — Pochi

zorni fa don Alfonso (poi marito di Lucrezia Borgia) fece in Ferrara

cosa assai liziera, che andoe nudo per Ferrara con alcuni zoveni in

compagnia, di mezo zorno». Il Baglione di Perugia vive in pubblico

amore colla sorella. Una signora di Ferrara amata dal cardinale

Ippolito d’Este, il mecenate dell’Ariosto, essendosi abbandonata al

costui fratello Giulio, ne incolpa la gran bellezza degli occhi di

questo; e Ippolito glieli fa cavare. Allora Giulio trama col fratello

Ferdinando per ispodestare Alfonso, ma scoperti, son presi, mandati al

supplizio; poi sul palco graziati, e chiusi in perpetua prigione. Si

rifugge dall’oltraggio di Pierluigi Farnese nel vescovo di Fano.

Paolo Giovio, in un dialogo latino manoscritto presso la sua famiglia

in Como, si lagna che, «traboccando il lusso e la licenza, le più

nobili matrone ruppero a libidine sfacciata; e mentre i Francesi,

uomini subiti, liberali, violenti in amore, già n’aveano parecchie

contaminate, gli osceni Spagnuoli, astuti, importuni, con assidui

corteggi e scaltri artifizj salirono al talamo di molte. Giacchè

altre per cattiveria e lascivia, quali per gran prezzo, le più per

ambizione, per tema, per rivalità delle altre, fanno getto del pudore.

Che se alcuna savia e pudica rifiuta gl’ignominiosi propositi, non è da

nobili cavalieri corteggiata, si mandano soldati a far sacco nelle sue

ville e nelle campagne, nè si finisce finchè i mariti stanchi non se

ne ricomprano colle notti delle mogli. Casa alcuna non è sicura dalla

militare avarizia, se la padrona non si spalleggi della brutta lascivia

di alcun insigne uffiziale».

A pugnali e veleni ricorreano o credeansi ricorrere non solo il

Valentino e suo padre, ma anche persone in voce di oneste; e li

adoprava Alessandro Farnese, reputato dolce e umano, e quando udiva

essersi attentato contro la vita del principe d’Orange, mandava

circolari d’esultanza; talmente gli assassinj erano parte della tattica

d’allora. Di avvelenamenti fra gente d’ogni condizione son piene le

biografie e le novelle, e sarebbesi detto fossero il pudore di chi si

vergognava dell’assassinio manifesto: fin que’ lietissimi umori del

Bibiena e del Berni furono, o si dissero uccisi di veleno: frà Paolo

Sarpi consigliava alla Signoria veneta di ricorrervi per tor di mezzo

gli uomini pericolosi, stante che il veleno sia men odioso e più utile

che il carnefice. Le scene tragiche, onde restò funestata la corte di

Cosmo di Toscana, forse vennero esagerate dall’odio dei fuorusciti;

ma non meno della lettura del Machiavelli sgomenta il giornale ove il

Burcardo notò freddamente misfatti orrendi eppur giornalieri. Nel 1514

la città di Piacenza sporgeva supplica al papa contro del governatore

Campeggi, il quale permetteva ogni iniquità, al punto che sotto

gli occhi di lui cittadini de’ primarj, e non pochi, sono trafitti

impunemente, matrone strozzate nelle proprie case, donne rapite in

città, botteghe e officine predate di pieno giorno, ville saccheggiate,

rivissute le fazioni, ogni casa piena d’armi e d’armati[203].

Di mezzo a tanta corruzione e atrocità sopravviveano rimembranze

cavalleresche: Francesco I combatteva come un antico paladino; venivano

a morire di qua dell’Alpi Bajardo e Gastone di Foix; questi mentre

assedia Marcantonio Colonna in Verona, udito che trovasi malato, gli

spedisce il suo medico, e guarito, lo prega uscire un momento perchè

possa vederlo. Ma piuttosto che ad imprese di guerra, la gentilezza

ora volgeasi al vivere delle Corti, divenuto una necessità pei poveri

di spirito, a cui fanno di mestieri il fasto e le blandizie, e una

palestra di belle creanze e di spiritoso conversare.

Il conte Baldassarre Castiglioni mantovano, mandato a raffinarsi presso

i principi milanesi, accompagnò nelle armi Francesco Gonzaga di Mantova

e Guidobaldo d’Urbino; sostenne ambascerie in Francia, in Inghilterra,

in Ispagna; a Roma godette l’amicizia de’ migliori; e quando morì,

Rafaello gli fece il ritratto, Giulio Romano ne disegnò la tomba,

Pietro Bembo ne preparò l’iscrizione. Stette egli lungamente nella

corte d’Urbino, ove esso Guidobaldo, infermo di podagra, «sopra ogni

altra cosa procurava che la casa sua fosse di nobilissimi e valorosi

gentiluomini piena, coi quali molto famigliarmente viveva, godendosi

della conversazione di quelli: nella qual cosa non era minore il

piacere che esso ad altrui dava, che quello che d’altrui riceveva, per

essere dottissimo nell’una e nell’altra lingua, ed aver insieme con

l’affabilità e piacevolezza congiunta ancor la cognizione d’infinite

cose: ed oltre a ciò, tanto la grandezza dell’animo suo lo stimolava,

che, ancor che esso non potesse con la persona esercitare l’opere della

cavalleria come avea già fatto, pur si pigliava grandissimo piacere

di vederle in altrui; e con le parole, or correggendo or laudando

ciascuno secondo i meriti, chiaramente dimostrava quanto giudizio circa

quelle avesse; onde nelle giostre, nei torneamenti, nel cavalcare,

nel maneggiare tutte le sorti d’arme, medesimamente nelle feste, nei

giuochi, nelle musiche, insomma in tutti gli esercizj convenienti a

nobili cavalieri, ognuno si sforzava di mostrarsi tale, che meritasse

esser giudicato degno di così nobile commercio.

«Erano tutte l’ore del giorno divise in onorevoli e piacevoli esercizj

così del corpo come dell’animo: ma perchè il signor duca continuamente,

per la infermità, dopo cena assai per tempo se n’andava a dormire,

ognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gonzaga a

quell’ora si riduceva. Quivi i soavi ragionamenti e le oneste facezie

s’udivano, e nel viso di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda

ilarità, talmente che quella casa certo dir si poteva il proprio

albergo dell’allegria: nè mai credo che in altro loco si gustasse

quanta sia la dolcezza che da un’amata e cara compagnia deriva, come

qui si fece un tempo; chè, lasciando quanto onore fosse a ciascuno

di noi servire a tal signore, a tutti nasceva nell’animo una somma

contentezza ogni volta che al cospetto della signora duchessa ci

riducevamo; e parea che questa fosse una catena che tutti in amor

tenesse uniti, talmente che mai non fu concordia di volontà o amore

cordiale tra fratelli maggiore di quello, che quivi tra tutti era.

Il medesimo era tra le donne, con le quali si aveva liberissimo ed

onestissimo commercio; che a ciascuno era lecito parlare, sedere,

scherzare e ridere con chi gli parea: ma tanta era la riverenza che

si portava al volere della signora duchessa, che la medesima libertà

era grandissimo freno; nè era alcuno che non estimasse per lo maggior

piacere che al mondo aver potesse il compiacere a lei, e la maggior

pena il dispiacerle. Per la qual cosa, quivi onestissimi costumi

erano con grandissima libertà congiunti, ed erano i giuochi e i risi

al suo cospetto conditi, oltre agli argutissimi sali, d’una graziosa

e grave maestà; che quella modestia e grandezza che tutti gli atti e

le parole e i gesti componeva della signora duchessa, motteggiando e

ridendo, facea che ancor da chi mai più veduta non l’avesse, fosse per

grandissima signora conosciuta. E così nei circostanti imprimendosi,

parea che tutti alla qualità e forma di lei temperasse; onde ciascuno

questo stile imitare si sforzava, pigliando quasi una norma di bei

costumi dalla presenza d’una tanta e così virtuosa signora...

«Tra l’altre piacevoli feste e musiche e danze che continuamente si

usavano, talor si proponevano belle questioni, talor si faceano alcuni

giuochi ingegnosi ad arbitrio or d’uno or d’un altro, nei quali sotto

varj velami spesso scoprivano i circostanti allegoricamente i pensieri

suoi a chi più loro piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni

di diverse materie, ovvero si mordea con pronti detti; spesso si

facevano imprese, come oggidì chiamiamo; e sempre poeti, musici, ed

ogni sorta d’uomini piacevoli, ed i più eccellenti in ogni facoltà che

in Italia si trovassero, vi concorrevano»[204].

Queste colte e decenti eleganze volle il Castiglioni ritrarre con

uno stile senza frasche, fingendo ragionamenti in cui si delineano

le condizioni del Cortigiano, come allora chiamavasi il gentiluomo.

Secondo l’andazzo, troppo spesso egli imita, e principalmente nelle

introduzioni ricorda Cicerone. Come questo, anzichè sulla stoica

austerità, si regge sulla media condiscendenza socratica, che riduce la

virtù alla scienza, il vizio all’ignoranza. Nè s’approfonda egli nella

natura umana come dovrebbe chi detta precetti; sbiadisce lo spicco

delle fisionomie; nulla vuole si operi con originalità e di primo

lancio. Per raggiungere il tipo ideale del cortigiano dà precetti del

vestire, del parlare, far riverenze, se mentire e fin a qual punto;

sovrattutto sappia bene di scherma, oltre il ballo, il nuoto, il salto,

e sonare e gli esercizj piacenti; non abbia poi particolarità, cioè

carattere. Vuole «che il cortigiano si volti con tutti i pensieri e

forze dell’animo suo ad amare e quasi adorare il principe a cui serve,

sopra ogni altra cosa, e le voglie sue e costumi e modi tutti indirizzi

a compiacerlo» (lib. II); e insegna l’arte di lodare il principe senza

che paja adulazione, di lodar se stesso senza che paja vanità, di

mostrar renitenza agli onori e posti che più s’ambiscono, di spassare

la brigata con bisticci e coll’esagerare un motto; l’arte insomma

d’essere immorale e grazioso. Eppur vuole che il suo cortigiano eviti

le piacenterie e le condiscendenze smodate, non dissimuli le opportune

verità; del che offre esempio egli stesso, disapprovando le arti troppo

comuni fra i principi.

Ammiratore dell’età sua come tutti i contemporanei, deride i lodatori

del passato. «Che gl’ingegni di quei tempi fossero generalmente molto

inferiori a que’ che son ora, assai si può conoscere da tutto quello

che d’essi si vede, così nelle lettere come nelle pitture, statue,

edifizj ed ogni altra cosa. Biasimano ancora questi vecchi in noi molte

cose che in sè non sono nè buone nè male, solamente perchè essi non le

faceano; e dicono, non convenirsi ai giovani passeggiare per la città

a cavallo, massimamente sulle mule, portar fodre di pelle, nè robe

lunghe nel verno; portare berretta, finchè almeno non sia l’uomo giunto

a diciott’anni, ed altre tai cose: di che veramente s’ingannano; perchè

questi costumi, oltre che siano comodi ed utili, son dalla consuetudine

introdotti, ed universalmente piaciono, come allor piaceva l’andare in

giornea con le calze aperte e scarpette pulite, e, per essere galante,

portare tuttodì uno sparviero in pugno senza proposito, e ballare senza

toccar la mano della donna, ed usare molti altri modi, i quali, come

ora sariano goffissimi, allor erano prezzati assai. Però sia lecito

ancor a noi seguitare la consuetudine de’ nostri tempi, senza essere

calunniati da questi vecchi, i quali spesso, volendosi laudare, dicono:

— Io aveva vent’anni che ancor dormiva con mia madre e mie sorelle,

nè seppi ivi a gran tempo che cosa fossero donne; ed ora i fanciulli

non hanno appena asciutto il capo, che sanno più malizie che in que’

tempi non sapeano gli uomini fatti»; nè si avveggono che, dicendo così,

confermano i nostri fanciulli aver più ingegno che non avevano i loro

vecchi» (lib. II).

La conversazione piacevoleggiavasi con racconti e con facezie, sulla

qual materia egli si dilata; e molto intorno alle donne di palazzo,

facendole ispiratrici del suo cortigiano; tocca con delicatezza

l’amore, e se convenga corteggiare, e se piuttosto una pulzella o una

maritata, e come impedire che l’amore degeneri in effeminatezza, contro

della quale si avventa.

Educato il suo gentiluomo, lo colloca a fianco al principe, e qui

l’interesse diviene più largo, l’autore più franco nel deplorare

quelli abbandonati alla licenza e all’adulazione, mentre vorrebbe si

presentasse loro la verità sotto il velo del piacere. Vero è che i

consigli ch’e’ porge al principe riduconsi a generalità inconcludenti,

o al più dicevoli a piccoli signori, e col patto che sieno buoni. «Non

si può forse dare maggior laude nè più conveniente ad un principe, che

chiamarlo buon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei

che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma

le molto minori, ed intendesse tutte le particolarità appartenenti

a’ suoi popoli quanto fosse possibile, nè mai credesse tanto, nè

tanto si confidasse d’alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse

totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ’l governo; perchè non

è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno

procede dalla credulità de’ signori che dall’incredulità, la quale non

solamente talora non nuoce, ma spesso sommamente giova: pur in questo

è necessario il buon giudizio del principe, per conoscere chi merita

essere creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni,

ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviare le liti tra

i sudditi; di far fare pace tra essi, e legargli insieme con parentadi;

di fare che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia come una

casa privata, popolosa, non povera, quieta, piena di buoni artefici; di

favorire i mercatanti ed ajutarli ancora con denari; d’essere liberale

ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi;

di temperare tutte le superfluità; perchè spesso per gli errori che

si fanno in queste cose, benchè pajano piccoli, le città vanno in

ruina. Però è ragionevole che il principe ponga meta ai troppo suntuosi

edificj dei privati, ai convivj, alle doti eccessive delle donne, al

lusso, alle pompe nelle gioje e nei vestimenti, che non è altro che un

argomento della lor pazzìa; chè, oltre che spesso, per quell’ambizione

ed invidia che si portano l’una all’altra, dissipano le facoltà e la

sostanza dei mariti, talora per una giojetta o qualche altra frascheria

vendono la pudicizia loro a chi la vuol comperare» (lib. IV).

L’opera del Castiglioni divenne la più diffusa in Europa. L’avea

preceduto Agostino Nifo[205], il quale, riducendo l’arte del cortigiano

a disannojar i grandi con facezie e novelle, ne apre loro le fonti,

a scapito della carità e del pudore. In tal senso vanno la _Donna

di Corte_ di Lodovico Domenichi; gli _Uffizj dell’uomo di Corte_ di

Pelegro Grimaldi e Giambattista Giraldi; del Muzio il _Gentiluomo_,

ove sostiene la libertà essere personale, e perciò maggiore nel

letterato che nel guerriero, e le _Cinque cognizioni necessarie a

giovin signore che entra alla Corte_, le quali sono, ricordarsi d’esser

uomo, cristiano, nobile, giovane, signore; ed altre operette di questo

andare, i cui precetti tendevano a togliere più sempre quell’impronta

individuale, così propria delle creazioni moderne, che primeggia in

Dante, mentre scompare nell’Ariosto e nel Tasso, e che spiccava ancora

negli uomini del principio del secolo; e il togliere la quale fu il

còmpito della seconda metà di esso, per consegnare l’uomo mutilo e

schiomato alle vergogne del seicento.

L’Italia ne’ suoi bei giorni avea speso ad erigere quelle cattedrali,

di cui altrove è una per regno, e qui in ciascuna città; quei canali,

che portavano la fertilità sui campi e il commercio. Adesso più non

era il popolo che pensasse alle glorie e ai comodi proprj, ma duchi e

signori che volevano ostentare magnificenza per abbagliare e stordire,

e dar a credere ai vicini che i loro popoli fossero beati perchè

aveano feste e magnificenza di Corti. Chi, scorrendo le storie di

quel tempo per meglio che per mera curiosità, non è preso da un senso

singolare al vedere tanta pompa accanto a tante sofferenze, tanta

allegria fra sì cocenti infelicità? Il gusto dei godimenti materiali,

tanto pregiudicevole alla libertà, quanto opportuno a quei che la

vogliono rapire, aveva invaso i mortali; i prodotti tributati dai

nuovi paesi erano accolti colla spasmodica ingordigia d’un recente

acquisto; la ridesta erudizione porgeva soggetti a briose mascherate e

a composizioni teatrali; il medioevo proseguiva i suoi tornei; sicchè

mescolavansi misteri di santi, comparse di numi, arcadiche semplicità.

Nel Berlingaccio a Roma ogni cardinale mandava maschere in carri

trionfali e a cavallo, con suoni e ragazzi che cantavano, e buffoni

che lanciavano arguzie lascive, e commedianti ed altri, vestiti non

di lino e lana, ma di seta di broccato d’oro e d’argento, spendendo

ducati a josa[206]. Nozze, battesimi, ingressi di principi o di papi

spesseggiavano occasioni di tripudj sontuosi.

Han rinomanza i carnevali di Roma, de’ quali il corso e i moccoletti

durano tuttora. Più chiassosi erano un tempo, e singolarmente

abbiamo ricordi di quello del 1545, detto di Agone e di Testaccio.

Dal Campidoglio si diressero a piazza Navona molti trombetti a

cavallo vestiti di rosso, poi i ministri della giustizia, da 7000

artieri, tutti in compagnie e divise con trombe e tamburi e bandiere,

trammezzati da soldati e carri. Dei quali il primo diceasi massimo, ed

apparteneva al rione di Transtevere; l’altro al rione di Ripa, portando

la Fortuna; il terzo al rione di Sant’Angelo, figurante Costantinopoli,

e così de’ varj rioni, con varie significazioni, fra cui un cervo

inseguito, Abila e Calpe, il Mongibello, Prometeo sul Caucaso, Turchi,

Italiani, Tedeschi in zuffa, un Concilio che condannava gli eretici;

i connestabili dei tredici rioni, i gentiluomini di Sutri e Tivoli,

e cori all’antica, e musici, infine il carro del papa, colla statua

in abito pontificale, e virtù simboliche e attorno le cariche, e

staffieri e paggi, poi il gonfaloniere di Roma, ornato di gioje perfin

gli sproni, e da ultimo i conservatori della città e il senatore

del Campidoglio. Nei palazzi lungo il giro tutto era folla e parati;

sulla piazza Navona schieraronsi come un battaglione, poi ripresero la

marcia; e la festa costò 100,000 scudi, oltre i vestimenti.

La festa di Testaccio fu a modo simile, eccetto i carri. Le alture che

circondano il prato eran piene di gente, e palchi e carri e attorno

fanterie e cavalli. Vi si rinnovò la pompa suddetta, poi la caccia

dove furono uccisi tredici tori, e lanciate sei carrozze, ciascuna

con pallio rosso e un porco vivo. Qui gran livree di varj cardinali,

con divise variatissime e a gara ricche; si corsero pallii, anche

d’asini e di bufale, e bagordi e tumulti, poi alla sera commedia. E il

narratore[207] avverte che il primo giorno di quaresima fu la stazione

a Santa Sabina, la quale fu tanto solenne, che molti vennero in disputa

chi fosse più bello, il carnevale o la quaresima di Roma.

Alle feste di Roma doveano contribuire gli Ebrei, la cui università

pagava 1130 fiorini d’oro pel carnevale, inoltre mandar alcuni

deputati al magistrato della città, implorando che il popolo romano ne

continuasse la protezione, e offrendo un mazzo di fiori con una cedola

da 20 scudi per addobbare i palchi d’essi magistrati.

Lo slanciar polvere, farina, razzi cagionava molti disordini, finchè

Sisto V, che alzò forche e torture in cospetto di tali divertimenti,

represse gli eccessi, e introdusse di scagliare confetti.

Firenze, come già Atene, vi accoppiava squisitezza d’arti; e veramente

lungo tempo si mantenne paradiso degli artisti, i quali formavano quasi

un mondo distinto, tutto vivacità e studio e gare ed anche invidie,

siccome manifestano sovrattutto gli scritti del Cellini e del Vasari.

Già a lungo ne divisammo; e non finirono colla libertà, anzi di nuovo

tutte le arti si congiunsero per celebrare le nozze di Cosmo de’ Medici

con Eleonora di Toledo. La prima sera, fra splendidissimo apparato,

Apollo celebrò gli sposi, e le muse risposero una canzone in otto

parti; seguì una dopo l’altra ciascuna città di Toscana personificata,

e cinta di ninfe e di fiumi, cantando una strofa agli sposi. La

seconda sera, fu rappresentata una commedia di cinque atti in prosa,

con prologo e intermezzi in verso cantati, dove figuravano l’aurora e

le varie ore del giorno, finchè la notte riconduceva il sonno; ma un

coro di satiri e baccanti collo strepito, le danze, il riso, eccitava

l’ilarità. Giambattista Gelli avea composto la musica del primo giorno,

Giambattista Strozzi del secondo, Sebastiano Sangallo dipinte le scene,

e il Giambullari ce ne lasciò la descrizione: come il Vasari diè quella

degli apparecchi per le nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna

d’Austria[208].

Se le maggiori magnificenze si vedevano a Roma e a Firenze, nè Ferrara

nè Napoli voleano lasciarsi togliere il passo. Di Venezia continuavano

ad essere rinomati i carnevali; e allo sposalizio del mare, e all’altre

patriotiche commemorazioni, il popolo illudevasi di partecipare ancora

a un governo che lo invitava alle feste e ai pranzi. Quando Zilia

Dandolo sposò il doge Lorenzo Priuli nel 1557, i senatori, passando

sotto una serie di archi trionfali, mossero alla casa della novizza,

e come salirono le scale e posero il piede in quelle stanze fornite

a gran ricchezza, si fece loro bellamente incontro la sposa vestita

alla ducale, con sulle spalle un bianchissimo velo di Candia, fissato

a sommo la testa al diadema. Dopo salutazioni ed ossequj, le fecero

giurare l’osservanza del suo capitolare; ella rese grazie, donò a’

consiglieri una borsa d’oro riccio, e un’altra al cancelliere grande.

Correvasi poscia la regata in canale, mentre convenivano da ogni lato

barche e gondole, di gran vista pei damaschi e ricchi velluti onde

andavano adorne, e lustravano da lunge per molto oro. In queste erano

tutte le arti, con tal pompa che gli orefici traevano quattordici

gondole; e tutte insieme solcavano la laguna al suono di pifferi, e

tra allegri balli e viva, e sotto archi e trionfi; ultimo il bucintoro

che trasportava in trono la dogaressa. Allorchè la pompa fiottante

approdava alla piazza San Marco, tutta a parati bianchi, calavano

prima le arti con innanzi i mazzieri e la musica, indi gli uomini più

ragguardevoli, e seguiti da trombetti e donne, fra le quali sei spose,

diffusi sulle spalle i capelli intrecciati d’oro; indi ventuna matrone

in nero e velate; poi i senatori, il cancellier grande, i parenti del

doge; finalmente tra due consiglieri e gran corteggio la principessa,

la quale, cantate grazie e rinnovato il giuramento in San Marco, salì

negli appartamenti, passandovi a rassegna nelle ricchissime sale le

arti, che per mezzo de’ loro castaldi offrivano ciascuna complimenti

e doni. Pervenuta alla gran sala, andava assidersi sul trono ducale.

Le facevano corona i grandi dello Stato, e per la sala s’aggiravano

signori e maschere di bizzarrissime guise.

Caduta la notte e fatta gran luminaria per tutto il palazzo, apparvero

in giro sulla piazza trecensessanta uomini divisati a un modo, ciascuno

sollevando un piatto d’argento riboccante di confetti e dolci, e

accompagnati da cento torcie portate da giovinetti in seta, seguiti da

venticinque gentiluomini con mazzieri e musica: poichè ebbero condotto

un lungo giro fra la plaudente moltitudine, si condussero in palazzo,

ed entrati nel salone, offrivano quelle delicatezze al corteggio e

alla principessa; intanto davasi fuoco a una macchina d’artifizio. Indi

cominciava la danza, intramezzata da splendida cena; nè si cessava dal

ballo fino al nuovo giorno, in cui ritornavasi alla festa ed in ispecie

i macellaj vi facevano la caccia de’ tori. E durarono molti giorni

quelle allegrezze[209].

Superò ogni anteriore magnificenza la festa fatta nel 1574 a Enrico

III, quando fuggiasco dalla mal governata Polonia, passava a governar

peggio la Francia. Nell’arsenale gli fu imbandita una colazione di

frutti canditi, ove forchette, cucchiaj, piatti erano di zucchero:

stavano allora in lavoro ducento galee sottili, sei galeazze e molti

piccoli legni; e mentr’egli girava visitando, si compaginò e allestì

una galea. Alla festa nella sala del maggior consiglio intervennero

da ducento gentildonne, biancovestite con ricchissime gioje, e tutte

ebbero cena nella sala dello Squittinio. Il re prese gran divertimento

delle recite e invenzioni di mascherate e musiche di Andrea Calmo;

visitò le belle, e le ville signorili: peccato che tanta splendidezza

siasi sciupata per chi non la meritava[210].

Quando a Milano il magno Trivulzio sposò Beatrice d’Avalos, il

banchetto fu siffatto. Data alle mani acquarosa, cominciossi da

pasticci di pignuoli e zuccaro e focaccia di mandorle e altre

delicature, tutte messe a oro; vennero poi belli asparagi, più ammirati

perchè fuor di stagione; indi polpe e fegatelli, carne di starne

arrostita, teste di vitelli intere, colla pelle messa a oro e argento;

capponi e piccioni con salsiccia e presciutto e vivande di cinghiali

con _potaggi delicati_; un castrato intero arrosto con savore di

cerase; tortore, pernici, fagiani e altri uccelli arrosto, con olive

per concia; pollastri con zuccaro, aspersi d’acquarosa; un porchetto

intero arrosto con agro dolce, un pavone arrosto, una miscela d’ova,

latte, salvia, zuccaro; pomi cotogni con zuccaro, pini e carciofi;

altre dolcezze pruriginose; infine dieci maniere di torte e molte

confetture; ogni cosa in piatti d’argento e oro, accompagnata ciascuna

da fiaccole e trombe; e in esse fiaccole v’avea gabbie di tutti quegli

uccelli e quadrupedi che si servirono cotti. Si finì al solito con

commedianti, saltatori, musici e funamboli»[211].

Nel febbrajo 1515 Prospero Colonna, quando divenne capitano della gente

d’arme del duca di Milano, fece al duca, a’ cortigiani, ed a trentasei

damigelle un mirabile convito e festa da ballo, sotto un atrio di

legname dipinto e indorato, di gran bellezza e misteriosità, dice il

Prato, che prosegue: «Stavano gli uomini alle sue tavole, e le donne

altresì, con sì lunga varietà di cibi, che per quattro ore durò il

portare. E a ogni bocca si serviva un intiero fagiano, una pernice, un

pavone e altre cose: portando per ogni imbandigione una cosa di zuccaro

indorata, somigliante a quella che si offeriva; ed in compagnia altri

tanti pesci: e tre volte fu levato e rimesso la tovaglia e mantili,

con tanti adornamenti di acque e di foglie, che l’Arabia ne avria avuto

scorno. Venuto il fine della cena, venne un giovine, il quale s’infinse

di esser giojelliero, molte collanette, braccialetti e altre fantasie

d’oro mostrando: onde le damigelle con maraviglia cominciorno tante

bellezze a vedere, e domandavano il prezzo d’una cosa e d’un’altra,

finchè sopraggiunse esso signor Prospero, mostrando d’intromettersi;

e alla fine ogni cosa finse comprare, e a quelle damigelle le donò,

talchè niuna partì che non avesse presente per venti scudi d’oro, e

chi trenta; e dicesi che questo fece, solo per potere la sua amata,

senza biasimo d’infamia, con le proprie mani presentare. Poi la

mattina seguente a tutte mandò un cesto inargentato, con entro la sua

colazione; e al duca fece portare venticinque cariche di salvaggine, a

lui avanzate»[212].

Avvertiremo di nuovo come un lusso di tanta ostentazione andasse

scompagnato da quelle comodità che fanno confortevole il vivere. Pure

di molte n’erano state introdotte. In Santa Maria Maggiore a Firenze

leggeasi sopra un sepolcro: _Qui diace Salvino l’Armato degli Armati di

Firenze, inventor degli occhiali, Dio gli perdoni le peccata. Anno D._

MCCCXVII. Altri ne nominano inventore fra Alessandro da Spina pisano,

morto il 1313, che forse non fece che divulgare quest’arte tenuta

in prima secreta; poichè nel _Trattato del governo della famiglia_

di Sandro di Pipozzo fiorentino, nel 1299, già si legge: — Mi trovo

così gravoso d’anni, che non avrei valor di leggere e scrivere senza

vetri appellati occhiali, _trovati novellamente_ per comoditate de li

poveri vecchi quando affiebolano dal vedere»; e il famoso frà Girolamo

da Rivalta predicava in Firenze nel 1305: Non è ancor vent’anni che

si trovò l’arte di far gli occhiali... ed io vidi colui che fece gli

occhiali, e favellaigli».

Il primo oriuolo da torre che si ricordi fu a Padova per un Dondi, la

cui famiglia conserva il titolo dell’Orologio; poi a Milano quelli di

Sant’Eustorgio nel 1306 e di San Gotardo nel 1335; nel 1328 Wallingford

n’avea posto uno a Londra, e da quel tempo si estesero. A Firenze nel

1512 «si mise in palazzo de’ Signori un nuovo oriuolo, che cominciò a

sonar l’ore in calen di febbrajo 1512 a dodici ore: dove prima sonava

da un’ora per insino ore ventiquattro, ch’è il dì e la notte, lo

ridussero a ore dodici per volta, che vengono a dividere la notte e

il dì per metà a uso di ponente» (CAMBI). Anche gli oriuoli da tasca

divulgaronsi; venivano di Germania, e dalla forma erano detti ova di

Norimberga.

Le strade pure miglioravano, ad alcuna si posero cartelli indicatori:

ma viaggi e passeggiate faceansi a cavallo o in bussola, finchè le

carrozze divennero più comuni; in qualcuna la cassa fu sospesa a

cinghie per diminuire le sciacche; ma non v’avea mantice nè vetri,

e al più erano protette da cortine, mentre le dorature, le pitture,

gl’intagli le rendevano dispendiose. Nella facilità odierna è curioso

leggere come lord Russell, incaricato di pagare al connestabile di

Borbone i sussidj di Enrico VIII, dovette da Genova a Chambéry portar

il denaro a schiena di muli entro ballotti e sacchi, sotto forma di

biancheria vecchia e di legumi venderecci. Da Chambéry scrisse a quel

re qualmente il duca di Savoja «da nobile e generoso principe» degnò

permettere si trasportasse il denaro a Torino «sui proprj muli nel

forziere della casa reale, ove stanno di solito gli ornamenti della

sua cappella; sovra ciascuno compartimento di esso baule è scritto il

contenuto, affinchè nessuno dubiti che v’abbia altra cosa»[213]. Sotto

tale artifizio viaggiò a salvamento il sussidio, che doveva fomentare

la guerra in Francia. Il cardinale Bibiena rimprovera Giuliano de’

Medici che era in Torino, di non dar notizie sue al papa; «nè si

scusi con dire che per essere il loco fuor di mano, non ha saputo ove

indirizzare lettere; perciocchè a Genova o a Piacenza si potevano ad

ogn’ora mandare per uomo a posta»[214]. La comodità delle poste fu

introdotta prima che altrove in Italia, mediante corrieri a cavallo,

regolarmente stabiliti agli opportuni ricambi, per servizio de’

negozianti, ancor prima che de’ principi e del pubblico. Noi dicemmo

(pag. 190) come i signori Della Torre portassero fuori quell’uso.

Dovette certamente scompigliare le abitudini l’affluenza del metallo

d’America, che alterò i salarj, agevolò le transazioni e il modo di

pagare i debiti; ma sul principio angustiò i poveri, pei quali erano

rincarite tutte le necessità, nè ancora cresciuti i compensi. Insieme

vennero diffuse molte droghe, lo zuccaro principalmente e il caffè.

Il Redi nel _Bacco_ loda Antonio Cadetti fiorentino di aver dei primi

fatto conoscere la cioccolata in Europa, aggiungendo che la corte

toscana v’introdusse scorze fresche di cedrati e odore di gelsomino

insieme colla cannella, la vaniglia, l’ambra. Allora pur venne la

sudiceria del tabacco, indarno contrastata dall’igiene e dalla buona

creanza[215].

In Italia, più che negli altri paesi, mangiavasi bene, abitavasi

comodo: le vesti, impreteribile distintivo delle condizioni, non erano

cenciose nelle infime classi, mentre nelle superiori caricavansi di

pelliccie e ricami e ori e perle: straordinaria la profusione dei

profumi. Il Bandello[216] riferisce d’un Milanese che «vestiva molto

riccamente e spesso di vestimenta si cangiava, ritrovando tutto il dì

alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed altre invenzioni. Le sue

berrette di velluto[217] ora una medaglia ed ora un’altra mostravano;

tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature, o mula o

ginetto o turco o chinea che si fosse, erano più pulite che le mosche:

quella che quel giorno doveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e

tempestati d’oro battuto, era da capo a piedi profumata, di maniera che

l’odore di muschio, di zibetto, d’ambra e d’altro si faceva sentire per

tutta la contrada... Teneva un poco anzichè no del portogallese, che

ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei

servitori nettare le scarpe, nè poteva soffrire di vedersi addosso un

minimo peluzzo».

Francesco I in una spettacolosa festa di Corte ricevette sul capo un

tizzone ardente, e per medicare la ferita fecesi rasare i capelli,

tenendo invece la barba prolissa come gli Svizzeri e gl’Italiani; i

cortigiani, che si fanno merito de’ morbi del re, subito adottarono

le lunghe barbe; l’Università e il Parlamento non vollero accettarle.

Leone X ordinò che i preti smettessero le barbe; e tutta Roma fece

scene sul dolore che provò Domenico d’Ancona nel tagliarsi la sua,

immortalata dal sonetto del Berni quanto la chioma di Berenice da

Callimaco.

I mobili domestici, se mancavano di quell’opportunità che oggi

reputiamo dote prima, erano magnifici, intagliati maestrevolmente,

dipinti dai migliori pennelli. Girolamo Negro[218] scrive, il cardinal

suo padrone trovarsi in estrema povertà pel suo grado; «tiene circa

venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per più, e bocca

quaranta; vivesi mediocremente a guisa de’ religiosi senza pompe; e il

papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual

provvisione, con gli emolumenti del cappello, basta per l’ordinario

della spesa; e scorrerassi così finchè Dio mandi altro». Quale

splendido e ricco cardinale d’oggi raggiunge la costui povertà?

Gli oratori spediti da Venezia nel 1523 ad Adriano VI, in Roma furono

festeggiati dal cardinale Cornér, che diè loro un «pasto bellissimo, da

sessantacinque portate, e per ciascuna venivano tre sorta di vivande,

che erano mutate con gran prestezza, sì che appena si aveva degustata

una, che ne sopraggiungeva un’altra, il tutto in bellissimi argenti e

in gran quantità. Finito il pasto, si levarono stufi e storditi e per

la copia delle vivande, e perchè vennero ogni sorte di musici; pifferi

eccellenti sonarono di continuo; erano clavicembali con voci dentro

mirabilissime, liuti a quattro, violoni, lironi, canti dentro e fuori,

una musica dietro all’altra[219].

Luigi d’Este cardinale, fratello del duca di Ferrara, una volta

mandò al re di Francia in dono quaranta superbi cavalli da guerra

di grandissima valuta, con selle e gualdrappe a oro, e condotti da

quaranta palafrenieri vestiti di seta con oro alla levantina. Non meno

di ottocento persone componeano la sua famiglia; ed essendo venuto a

Roma il granmaestro de’ Giovanniti con trecento cavalieri per purgarsi

d’un’accusa, esso li ricevette e trattò tutti nel suo palazzo.

Eppure non di rado uscivano prammatiche severissime contro il lusso,

e potremmo addurre quella che il consiglio generale di Cremona emanò

il 1547, e fece approvare dal senato di Milano e da Carlo V. Proibiva

essa di portar collane, braccialetti o altro ornamento d’oro, salvo una

medaglia al berretto di non più che dodici scudi d’oro, e anelli; sugli

abiti nessun ricamo o intaglio di seta; alle cavalcature non fornimenti

con oro o argento o ricami. Le donne maritate abbiano negli abiti oro

o argento, nè ricami, trine, cordoncini; non più di tre vesti di seta,

e una sola di cremisino; non perle o gioje, fuorchè due anelli d’oro

con pietre alle dita, una collana d’oro di scudi venticinque non più,

un’altra al ventaglio di scudi quindici al più; non guanti ricamati

o zibellini, non berrette fuorchè la notte e in viaggio. Le fanciulle

non mettano vesta di seta, nè gioje od oro, salvo un vezzo di coralli

al collo del valore al più di scudi quattro; nè vadano a ballo che i

tre ultimi giorni di carnevale. Ai banchetti, vietati assolutamente

pavoni e fagiani, una sola o due sorta di selvaggina, non più di tre

sorta di lessi domestici, escludendo la salsa reale, il biancomangiare,

i pasticci, e i pesci e le ostriche o altre frutte di mare, nè più di

due maniere di torta; ne’ pranzi di magro una sola qualità di pesce,

escluse le ostriche. Le vivande si diano semplici, senza ornamento di

pitture, intagli, banderuole ed altre frascherie trovate dagli scalchi.

Ai battesimi non si doni cosa alcuna a compadri e comadri. Ai mortorj

non si attacchino in chiesa insegne, scudi, pitture, nè si faccia

banchetto.

Ciascuna città potrebbe mostrarne di consimili, più convenienti alla

curiosità municipale che alla storica erudizione. Alla quale neppur

so se sia duopo soggiungere che sempre erano delusi. In Venezia era

vietato ai cittadini vestir altrimenti che nero. Ma che? aspettavano

i giorni di carnevale per isfoggiar pompe e forestierie, e massime

diamanti; attesochè le gioje non si vendevano dalle famiglie patrizie,

ma trasmettevansi agli eredi accumulate. Colà sappiamo che le fanciulle

non uscivano mai di casa, salvo che per andar alla messa e alla

comunione a pasqua e a natale, ed anche allora velate; e contraevano

nozze senza essere conosciute[220].

Dopo la calata di Carlo VIII si propagò l’uso delle _imprese_, che

erano o figure o motti, e spesso figure e motti personali, a differenza

degli stemmi; e che uno adottava per indicare lo stato o l’inclinazione

propria; e si ricamavano o scolpivano sui mobili, sulle vesti, sulle

arme. Di inventarne erano richiesti i letterati, e massime i secretarj;

e dall’Ariosto fu trovata una pel duca di Ferrara, dal Molza pel

cardinale De’ Medici, dal Santuario varie pei Colonna, dal Giovio pei

Medici, pei Pescara, per gli Adorni. Esso Giovio in un _Dialogo_ trattò

ampiamente delle imprese _militari e amorose_, del modo di farle e

delle loro significazioni; sulla qual ingegnosa arguzia dettarono pure

il Simeoni, il Buommattei, il Ferri, il Contile; e Scipione Bargagli

n’era reputato l’Aristotele. Le mille accademie d’allora aveano

ciascuna la loro impresa, e ciascun accademico una particolare.

Cesare Borgia tolse per impresa _Aut Cæsar aut nihil_. Lodovico il

Moro, un’Italia in sembianza di regina, davanti a cui un Moro con una

scopetta in mano; e all’ambasciator fiorentino che gli chiedeva a che

servisse questa, rispose: — Per nettarla d’ogni bruttura»; al che il

Fiorentino: — Bada che questo servo scopettando tira la polvere addosso

a sè». Federico re di Napoli ebbe un libro bruciato col motto _Recedant

vetera_, ad indicare l’oblio de’ torti ricevuti. Il cardinale Sforza,

ad esprimere l’ingratitudine di Alessandro VI, che da lui fatto papa,

avea poi depresso il duca suo fratello, adottò la luna che eclissa

il sole col motto _Totum adimit quo ingrata refulget_. Alfonso di

Ferrara, una bomba che scoppia _a tempo e luogo_. Vittoria Colonna,

uno scoglio contro cui l’onde spumavano, e il motto _Conantia frangere

franguntur_. L’Ariosto, una bugna di pecchie cui il villano uccide col

fumo per cavarne i favi, e il motto _Pro bono malum_. Il Burchelati

letterato trevisano, un granchio colla zampa aperta, e _Melius non

tangere, clamo_. Il Bembo, un Pegaso in atto di levarsi a volo, e

_Si te fata vocant_. Il Davanzati, un cerchio di botte, e _Strictius

arctius_, alludendo al suo stile stringato. Il grancapitano Gonzalvo

ebbe una leva a corde che tende una balestra, col motto _Ingenium

superat vires_. Carlo Orsini un pallone sbalzato dal bracciale, col

motto _Percussus elevor_. Francesco Gonzaga di Mantova, accusato d’aver

lasciato sfuggire Carlo VIII a Fornovo, poi giustificatone, prese

la divisa _Probasti me, domine, et cognovisti_. Alludendo ai proprj

omonimi, Muzio Colonna adottò una mano che arde, e _Fortia facere et

pati romanum est_; e Fabrizio, un vaso di monete d’oro, con _Samnitico

non capitur auro_. Pel duca Cosmo succeduto ad Alessandro si scrisse

_Uno avulso, non deficit alter_. Il magnifico Lorenzo aveva un lauro

sempreverde, e _Ita et virtus_. Luigi Marliano medico milanese inventò

per Carlo V le colonne d’Ercole coll’aquila in mezzo, e _Plus ultra_.

Delle magnificenze italiane presero gusto i Francesi, sì dal vederle

qui, sì dalle donne che per matrimonio passarono a quella reggia.

Eppure ancora il Castiglioni diceva che «i Francesi solamente conoscono

la nobiltà dell’arme, e tutto il resto nulla estimano, di modo che

non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti

i letterati tengono per vilissimi uomini, e pare dir gran villania a

chi si sia quando lo chiamano clerco». Ma di là già venivano arguti

osservatori e beffardi a esaminare i nostri costumi: Rabelais, che

doveva alla corte romana affiggere il ridicolo; Montaigne, che col suo

buon senso rilevava le stranezze di alcuni costumi italiani: il poeta

Marot, che «in questo paese alberato, fertile di beni, beato di donne»

imparava a parlar poco, far buona cera, non parlare di Dio, poltrire,

e fermarsi un’ora sopra una parola[221]. E certamente moltissimo ci

comunicarono i Francesi, dotati del genio della divulgazione, prodighi

delle idee proprie quanto vaghi delle altrui, che danno e ricevono

a piene mani senza far ragguaglio, che non arrossiscono d’esser

obbligati, anzi sembrano credere che gli stranieri devano ringraziarli

d’essersi lasciati beneficare.

L’amor de’ piaceri e delle comparse doveva crescere il desiderio

dell’oro e dei doni, e la facilità del vendersi. Il cardinale d’Amboise

ministro di Francia ricevea cinquantamila ducati di provvigione da varj

principi e repubbliche d’Italia, di cui trentamila dalla sola Firenze.

A Giovanni Micheli, ambasciador veneto alla Corte inglese, ricercava

molti doni mistress Clarenzia cameriera della regina Maria «per bisogno

e servizio di sua maestà, oltre un cocchio con i cavalli e tutti li

apparecchi, presentato per la voglia che ne aveva la detta cameriera,

alla quale la regina il donò: il quale cocchio fatto venire d’Italia,

tenevo per mia comodità, avendolo usato tutta questa stagione, che non

voglio per modestia dir quello che mi costasse; basta ch’era tale che

non disonorava il grado d’ambasciatore»[222].

Tra questi godimenti dell’immaginazione, Italia consolavasi o

stordivasi della servitù, o si divezzava dall’aborrirla; e come

solennità e allegrie accoppiava alle miserie e ai patimenti, così

a quel meriggio d’arti e di lettere accompagnava molti delirj, e le

superstizioni che mai non abbondano quanto allo svanire del giusto

sentimento religioso. Più delle altre funesta e universale fu la

credenza a relazioni immediate fra l’uomo e gli esseri soprannaturali,

e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e

romper l’ordine morale e fisico del creato con atti materiali senza

intelletto nè amore.

Si manifestò essa in forma scientifica e in forma vulgare, e

l’una diede mano all’altra per riuscire a spaventosi effetti. Dal

neoplatonismo, cioè da quell’impasto mezzo poetico e mezzo filosofico

di dottrine indiane, egizie, greche, ebraiche, che la scuola

d’Alessandria pretendeva sostituire ed opporre al cristianesimo,

vennero inoculate alla società moderna le arti teosofistiche.

Conservatesi traverso al medioevo, rinvalidate dal contatto coll’Asia

nelle crociate, parve che il rinnovato studio degli antichi, che pur

doveva invigorire il pensiero, trascinasse a credenze, ove da principj

falsi deducevansi logicamente errori sciagurati. Alla ricerca dei

tre maggiori beni del mondo, salute, oro, verità si dirigevano tali

scienze.

Guardate gli scrittori più spregiudicati, e sarete chiari come si

credesse generalmente all’astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il

Pomponazzi, che impugna l’immortalità dell’anima, sostiene (_De

incantationibus_) gl’influssi dei pianeti, ai quali non a demonj è

dovuta la facoltà di alcuni d’indovinar l’avvenire; e secondo il loro

ascendente, l’uomo può scongiurar il tempo, convertire in bestie, far

altre meraviglie[223]. Credettero all’astrologia il Campanella e il

Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico

della Mirandola, mostrando molti casi predetti da congiunzioni di

pianeti. Carlo VIII acquistava fiducia alla sua spedizione col far

correre una profezia promettitrice d’insigni vittorie. Del valente

astrologo Galeotto Marzio di Montagnana è manoscritta nella biblioteca

di Padova una _Chiromanzia_ del 1476: accusato d’eresia, fu obbligato a

pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria

e Boemia; cascando poi da cavallo fuor d’Italia, s’uccise. Ebbero pur

grido il veronese Lionardo Montagna autore d’un _Breviarium vaticinii_,

Lodovico Lazarelli da San Severino, Luca Guaríco napoletano, che molte

opere scrisse, e fece fortuna; ma predetto al Bentivoglio di Bologna

che per le sue crudeltà sarebbe espulso, questi fece dargli cinque

tratti di corda, de’ quali risentì tutta la vita, e imparò ad esser

meno preciso e più cauto. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato

di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato

dell’astrologia, fece moltissime predizioni, e anche della propria

morte.

Più tardi il buon matematico Cavalieri nella _Ruota planetaria_ pretese

rivelar ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e

in male influiscano; il Borelli dettò una difesa dell’astrologia per

Cristina di Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico,

pubblicò _Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum,

sigillorum, signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et

constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et

curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani

affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc._,

con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo

senz’acqua nè peso.

Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea sostenuto potersi,

per mezzo dell’astrologia, prevedere il diluvio universale; e fu

confutato nel 1516 da Gerolamo Armellini faentino, famoso inquisitore

di quei tempi[224]. Sul qual proposito frà Giuliano Ughi nella

cronica di Firenze scriveva: — A quel tempo si conobbe falsa una lunga

opinione, la quale quasi da tutti gli astrologi era tenuta per vera;

e questa fu, che per alcune congiunzioni di pianeti dovesse nell’anno

1524, di febbrajo e di marzo, venire in Italia e vicini paesi tanta

quantità di pioggie, che dovesse distruggere e rovinare tutti o gran

parte degli edificj e case propinque a’ fiumi o in luogo basso poste.

Lo messono in scritto e nei pubblici pronostici: e furono tali che,

per fare sollecita provvisione, le case loro fornirono di vittuaria

per più tempo; alcuni altri di barchette e legnami; altri imbottarono

il vino nei palchi, o vero in su i monti: ed era in tutte le parti

d’Italia quasi un comune timore[225]. Ma Dio, che la notizia delle

future cose ha a sè riservata, mostrò l’umano vedere esser di poca

certezza; imperò ch’io non mi ricordo mai un febbrajo ed un marzo il

più bel tempo, nè manco piovve, e fu un anno abbondantissimo d’ogni

bene, e di buona sanità. Ben è vero che in molti seguenti anni, per sei

o sette anni, seguitarono pioggie più che il consueto; onde dal 1525 in

là, seguitò tre anni assai carestia e peste. E pensavasi che la divina

Bontà misericordiosamente avesse le pioggie, che nel 1524 dovevano

naturalmente con nocumento del mondo venire, in più anni scompartite,

non senza qualche nocumento. E così nell’anno 1524 fu molto dileggiata

e schernita l’astrologia da quelli che non pensavano che Dio fusse ai

cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fusse moderatore de’

celesti corsi, pensarono esser vera l’astrologia; sicchè secondo il

corso de’ cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di

Dio l’avesse impedito».

Singolare contesto di pregiudizio e buon senso! Eppure quando lo

Stöffer di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre

pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa

fu in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in

grand’apprensione, per quanto Agostino Nifo il rassicurasse. Altri

parziali spaventi eccitarono i dotti compilatori degli almanacchi[226],

or una peste minacciando, or la venuta dei Turchi, ora il mal anno;

e poichè indicavano non pure la stagione, ma i dì precisi in cui

conveniva fare il salasso, molti morivano piuttosto che farsi trar

sangue contro tale indicazione.

Tutte le vite son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto

sarebbe amato e accarezzato più dagli estranj che da’ suoi, e su

quest’aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte

sua madre sognò che Giusto Goro, lor avversario in un processo, lo

feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un

libello che andava a presentar al tribunale, gli diè una coltellata,

sicchè poco mancò gli tagliasse via l’indice della dritta. Una suor

Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa.

Due mercanti milanesi, mentre passavano per le foreste di Torino

andando in Francia, incontrarono un uomo che ordinò loro di tornare

in patria a presentare una lettera a Lodovico Sforza; e soggiunse lui

essere Galeazzo Sforza, nipote defunto di questo. Obbedirono: ma come

impostori furono incarcerati e posti al tormento; persistendo però essi

all’affermativa, dopo lungo discutere del senato si aperse la lettera,

e fu letto: — O Lodovico, guardati, perchè Veneziani e Francesi stanno

per allearsi a’ tuoi danni, e annichilare la tua stirpe. Ma se mi darai

tremila scudi, vedrò di conciliare gli spiriti, sicchè i destini siano

sviati». Il duca non credette, e ne seguì quel che sapete.

Anche un secretario di Lodovico Alidosi signor di Imola incontrò il

fantasma del padre di questo, che gli ordinò di dirgli al domani si

trovasse in quel luogo stesso, e gli rivelerebbe cose di supremo

rilievo. Lodovico mandò in sua vece altri; a cui affacciatosi lo

spettro, si lagnò della disobbedienza, e gli commise di annunziare a

Lodovico che, dopo ventidue anni, il tal giorno perderebbe la città.

E così fu appuntino, per quanto l’Alidosi se ne fosse tenuto in

guardia[227].

Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse

a Firenze qualmente, in una pianura colà vicina, si vedeano di giorno

venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall’altra con

sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano in

battaglia due grandi eserciti per un’ora; e ciò accadde più volte a

qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere

cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin

di morte[228]. Benvenuto Cellini vede diavoli, come li vedeva Lutero.

Machiavelli consuma uno de’ capitoli sulle Deche intorno ai segni

celesti che precorrono le rivoluzioni degl’imperj, assegnando alle

stelle le cause che egli aveva sì a fondo meditate nella nequizia degli

uomini e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe

umana.

In quel sensualismo tra cui smarrivasi la legge morale, l’oro diveniva

suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle

viscere di migliaja d’Americani scannati, i re nello smungere i

popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati

mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli

eretici invadendo i beni della Chiesa, così gli alchimisti persistevano

a rintracciarlo in fondo ai crogiuoli, struggendosi ai fornelli ed ai

lambicchi, o andando imparare la _grand’arte_ fra gli Orientali, o a

strapparla alla natura ne’ monti magnetici della Scandinavia.

Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, a quattordici

anni già si occupava nell’alchimia, e ispiratosi da Geber e Rases,

spese da tremila scudi in esperienze; poi si volse a quegli altri gran

maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di prove «tanto in

ciurmadori, che per me onde conoscerli, spesi circa seimila scudi».

Cominciava a scoraggiarsi quando un suo paesano insegnogli a far la

pietra con sal marino: ma in un anno e mezzo tentatala quindici volte

invano, adottò un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente

in acquaforte, argento e mercurio; e lasciatele un anno, mescolò le

soluzioni e le concentrò su ceneri calde in modo da ridurle a due

terzi; questo residuo pose al sole in una storta, poi lasciavalo

cristallizzare durante cinque anni; ma non ne seguì l’effetto

atteso. Bernardo, giunto a quarantasei anni, si mise per altra via,

insegnatagli da mastro Goffredo cistercese: comprarono duemila ova di

gallina, le fecero sodare, e levato il guscio, lo calcinarono al fuoco;

separarono i torli dall’albume, e li fecero fermentare a parte entro

concio di cavallo; poi li distillarono trenta volte, finchè n’ebbero

un’acqua bianca ed una rossa; si rifecero più volte da capo, variarono,

ma senza frutto; onde Bernardo abbandonò anche questa via, dopo

seguitala otto anni. Nè però disilluso, lavorò con un gran teologo e

protonotaro, che pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coperosa;

calcinavasi per tre mesi, poi metteasi in aceto distillato otto volte;

il misto passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno.

Qual meraviglia se la fatica e l’ansietà gli diedero una febbre che

durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita?

Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico,

confessor dell’imperatore, sapea preparare la pietra filosofale.

Detto fatto, eccolo in viaggio per la Germania, e con difficili mezzi

introdottosi presso di quello, n’ebbe dieci marchi d’argento e il

processo che era siffatto. Mesci mercurio, argento, olio d’ulivo,

solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo.

Dopo due mesi, si secchi in una storta di vetro coperta d’argilla,

e il prodotto si tenga per tre settimane sulle ceneri calde; vi si

unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla

raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d’un

terzo: ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.

Il Trevisano desolato giurò d’abbandonare quelle fantasie; i parenti

esultavano della risoluzione sua; ma dopo due mesi rideccolo al

lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran

sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia,

in Germania, in Olanda, in Francia; e viepiù in Egitto, in Palestina,

in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia

meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più

rinomati travagliando alla grand’opera. Così arrivò ai settantadue

anni, avendo dissipato il ricavo del venduto patrimonio, e giunse a

Rodi senza denari, ma colla fiducia nella polvere cercata tutta la

vita. Deh perchè una fede altrettanto viva non hanno i cercatori di ben

più utili spedienti?

A Rodi tenea stanza un religioso, rinomato in tutto Levante come

possessore del gran secreto; ma d’avvicinarlo il conte perdea la

lusinga, se un mercante veneziano, conoscente di sua famiglia, non gli

avesse prestato ottomila fiorini, e raccomandatolo a quel savio. Tre

anni costui lo tenne in studj e speranze onde preparare il magistero

per mezzo d’oro e argento amalgamati a mercurio; e alfine gli aperse

i secreti della scienza ermetica. Perocchè gli indicò che tutto era

frode, lo persuase a cessare dalle illusioni, nel codice della verità

mostrandogli questo assioma, — Natura si fa giuoco di Natura, e

Natura contiene la Natura». Qui sta il gran secreto, significando in

linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l’alchimia non

giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 8 / 22 题