CAPITOLO CXLIII.

Indole di quella letteratura. I mecenati. Gli artisti.

Aveasi dunque la letteratura in conto d’una distrazione o

d’un’industria, nè tampoco sospettandovi la missione sociale che

l’Alighieri le avea sì ben conosciuta. Verun alto scopo proponendo

ai desiderj e alla volontà, e unicamente sollecita delle forme, non

s’abbandonò all’ispirazione, non sentì bisogno d’originalità, nè un

genere nuovo trovò, nè ebbe i lanci inconditi ma spontanei dell’età

antecedente. Da principio gli studj si piantarono sull’antichità, ma

per oltrepassarla; meditavansi Aristotele e Platone, ma ribattendone

gli errori ed ampliandone gli intendimenti; i politici prendean

norme dagli antichi, ma serpeggiando pei labirinti della società

più che quelli non avessero fatto; dai classici deducevansi le

poetiche, ma scrivendo poemi che tutte le violavano. E da quel misto

d’imitazione e di spontaneità si dedusse uno stile naturalmente puro

e buono in tutte le scritture come in tutte le arti, quel sentimento

dell’elegante sobrietà che sa scegliere e condensare le idee e le

particolarità; in modo che i Cinquecentisti riescono classici quanto

si può essere senza genio. Ma lo studio sugli antichi degenerò ben

presto in contraffazione, lasciando infingardire l’intima attività

degl’intelletti. Dato alla lingua nazionale correzione e dignità

insolita, la tormentarono colle reminiscenze e colle forme accademiche;

invece di maneggiare la favella del popolo con artifizio dottrinale,

si produssero pensamenti triviali in istile dilavato, periodar vuoto,

prolisso, rinvolte circonlocuzioni, frasi pedantesche, in quel purismo

affettato che applica alla società moderna le idee dell’antica. Per

l’abitudine contratta nel far i latini, i quali non potevano esser

dettati se non dalla memoria, i versi sono centoni del Petrarca, del

quale alcuno raggiunge la serenità, nessuno la creazione. Il Rucellaj

lucida la _Rosmunda_ sulle tragedie antiche, le _Api_ su Virgilio;

il Sannazaro, che ha sott’occhio il più bel golfo del mondo, canta

l’Arcadia, o trasferisce gli Dei dell’Olimpo nella casta cella di

Nazaret; la commedia ritesse gli orditi di Plauto, strascinandoli a

costumanze moderne; come nelle belle arti il Palladio edificava un

teatro alla greca, e il Vaticano era ridotto a palazzo delle Muse.

La politica, la teologia, le altre severe ispirazioni di Dante, le

ampie sue allusioni, le macchine jeratiche più non si riscontrano:

l’elevazione ideale che penetra nell’intelligenza divina, più non

si cura: al soprannaturale del concetto si surroga il soprannaturale

della fantasia: ai concetti, impacciati in forme non loro, manca calore

di sentimento, profondità di pensiero, potente concisione, accorta

sagacia: la scienza si limita ad ammirare i sommi antichi, e per

rispetto a loro sentenzia di barbari i tempi incolti ma robusti, in cui

erasi mutato il nuovo incivilimento. Arguti a conoscere i difetti della

società e svelarne le ridevolezze o l’infamia, accettano poi opinioni

vanissime, errore da verità non discernendo o essendovi indifferenti;

e l’imitazione toglie quel ch’è principal merito alle produzioni

dell’intelletto, l’indipendenza d’un pensiero ingenuo, o il giro

d’un’espressione originale. La letteratura di lusso mai non sorge a

grandezza vera: trastullo, non culto; attenta a piacere ai dotti e alle

Corti, per ciò abbandonasi a frivolezze e adulazioni, mette entusiasmo

unicamente nel fare bei versi, a segno che Mariano Buonoscontro

palermitano si divertì a comporre sonetti di bellissime parole e senza

senso, e furono ammirati non solo, ma commentati; e singolarmente a

una sua ode in morte del duca d’Urbino, in quattro libri si facea dire

ciò che mai non avea sognato[156]. Ammirando la forma de’ migliori

Cinquecentisti, deploriamo di dover porre studio in gente che separò il

vero e il buono dal bello; deploriamo un progresso tutto a vantaggio

dell’eloquenza, in tempo che di là dell’Alpi diventava acquisto di

ragione.

L’amore dell’arte fa prosperar l’arte; e il popolo risorto ne’ Comuni,

il popolo credente, l’avea risuscitata dalla barbarie, e spinta

per sentieri nuovi ad una maniera, scorretta se volete, ma ardita

e originale e consona ai nuovi bisogni. Allora sorsero magnifiche

cattedrali in ciascuna città; allora Dante cantava. La cognizione e

lo studio sopravvenuto degli antichi, avrebber potuto ripulire quelle

forme conservando l’intima ispirazione; nel che coraggiosamente vedemmo

progredire gl’ingegni nel secolo precedente. La pratica dell’arte esige

cultura intellettuale; nè l’artista può elevarsi all’ideale se non in

una società ove sia delicato il sentimento, appurato il gusto; e per

essere capace d’ammirarne le opere richiedonsi cognizioni proprie d’una

civiltà avanzata. Quel prosperare delle arti indica dunque un’estesa

cultura ne’ nostri compatrioti: ma artisti senza fede ne’ costumi,

amatori eleganti, impudichi modelli, prelati spenderecci, principi che,

avendo il sentimento del bello, mancavano del sentimento del buono, le

trassero ben presto al decadimento.

Intaccata la grande unità cattolica, disperse le società massoniche

e con esse i loro segreti, l’architettura si ravviò sulle più facili

pratiche dell’antico. La pittura, educata dal cristianesimo e dalla

libertà, s’era fatta educatrice del popolo, manifestazione di nobili

affetti e soavi, scorretta ma spontanea, leccata ma limpida come

derivante dalle miniature, calma senza artifizj di scorci, di sott’in

su: or eccola ripudiare il medioevo a nome dell’antichità; e se in

prima tentò rivestire il nuovo suo ideale co’ prestigi classici, ben

presto i segni jeratici paragonava alla natura che imitano, piuttosto

che alle verità che rappresentano; da liturgica che era quando la

scelta dell’artista sottoponeva all’autorità del teologo, profanossi in

una libertà che ben presto le tolse dignità ed efficacia; e dimenticata

la sostanza per l’inviluppo, il gusto surrogò all’entusiasmo,

posponendo la devozione al blandimento de’ sensi, non attendendo più

a tradurre dogmi, ma a seguire la moda e le commissioni. Affinata

nell’abilità tecnica, e divenuta mestiere, variò da paese a paese,

da maestro a maestro, qui prediligendo il disegno, là il colorito,

altrove la composizione o lo scorto, e sempre mirando a piacere, a

imitar la natura e l’arte antica, a ottener l’illusione quand’anche

si sacrificassero all’evidenza e al movimento il decoro e la grazia,

alla bellezza l’espressione; ben ritraendo muscoli, nervi e vene, e

altri sfoggi di scienza; affollando persone in modo che si smarrisse

il soggetto principale; toccando risolutamente; e intanto negligendo il

concetto che vivifica, l’espressione che eleva il sentimento e ajuta la

contemplazione.

L’artista non fu più pel popolo, ma dovè cercare compensi e

protezione alle Corti, onde si fece piacentiero: e l’intento morale

e l’espressione, anima delle belle arti, non possono che scapitare

allorchè non obbediscano all’intimo sentimento, ma a commissioni.

E in fatto le arti scaddero dall’importanza storica, perchè cessò

l’opportunità di quei reggimenti tra cui erano rinate: allora,

tornato il predominio della materia, e l’idolatria della forma, che si

raffina a scapito dell’idea, come la moltiplicità de’ lavori detrae

all’originalità; insozzate le fantasie, svanito l’affetto sublime e

religioso, si fecero ministre a lascivie e adulazioni, e contribuirono

a crescer le nostre vergogne e perpetuare l’avvilimento.

Non s’insisterà mai troppo sulla deficienza di moralità, mentre

si ammira quello splendore delle lettere e dell’arti. Dal quale

abbagliati, taluni lo attribuiscono alla protezione dei grandi. E certo

onori ed eccitamenti mai non vennero così splendidi, così universali.

Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, Caterina de’ Medici, invitavano

i nostri ad accendere la fiaccola del bello in Francia, e Leonardo,

il Primaticcio, il Cellini, Andrea del Sarto, una colonia d’artisti,

vi lasciarono opere e scolari; Guido Guidi fiorentino era medico

di Francesco I; Italiani dettavano dalle cattedre, e scienze nuove

portavano nell’Università di Parigi, della quale l’Aleandro trevisano

fu anche rettore, benchè gli statuti n’escludessero i forestieri.

Publio Andrelini da Forlì, coronato poeta latino a ventidue anni,

di stile facile ma negletto e caldissimo disputatore, fu intitolato

poeta del re e della regina (_regius et reginus_), e riccamente

donato da Carlo VIII e dai successori suoi. Francesco Vimercate,

illustre aristotelico, chiamato da Francesco, restò venti anni a

Parigi, e fu il primo che professasse filologia greca e latina in

quell’università; nella qual pure ebbe invito Angelo Canini d’Anghiari,

lodato grammatico; mentre Jacopo Corbinelli e gli Strozzi innamoravano

di quella lingua, in cui a Valchiusa era stata cantata la bella

Avignonese. L’Alamanni ripagava con bei versi l’ottenutavi ospitalità,

e felicitava la Senna di scorrere pacifica tra popoli concordi, mentre

Il mio bell’Arno, ah ciel! chi vide in terra

Per alcun tempo mai tant’ira accolta

Quant’or sovra di lui sì larga cade?

Il mio bell’Arno in sì dogliosa guerra

Piange soggetto e sol, poi che gli è tolta

L’antica gloria sua di libertade.

E a Paolo Emili veronese, chiamatovi da Luigi XII, la Francia deve

la prima sua storia, che fu continuata da Daniele Zavarisi del paese

stesso.

Giovanni Grolier di Lione, posto da Francesco I, nel 1515, gran

tesoriere a Milano, benchè forestiero e in tal impiego, si fece

amare, almeno dai letterati, coi quali mostravasi tanto munifico,

che avendone un giorno molti a pranzo, donò a ciascuno un par di

guanti, e si trovò ch’eran pieni di monete d’oro[157]. Pietro Tomai

ravegnano, di portentosa memoria, sopra la quale scrisse egli stesso

un’operetta latina (_la Fenice_, 1491), insegnò leggi per molte città

fin quando Bugislao duca di Pomerania vedutolo a Venezia, il pregò a

seguirlo a Gripswald. Ivi egli insegnò, poi vecchio volle rimpatriare:

ma il duca di Sassonia per via mandò pregandolo a venir a lui, e gli

usò grandissime cortesie: cercato a gara dai principi di Germania,

fu un trionfo il suo passare di città in città: poi ritrattosi ne’

Francescani, pare morisse il 1511.

Al naturalista Mattioli levavano un figlio al battesimo l’imperatore

di Germania e i re di Francia e Spagna; ad Agostino Nifo papa Leone

X concede il titolo di conte palatino e di portare il cognome e lo

stemma de’ Medici; a Rafaello vuole il cardinal Bibiena dare sposa una

nipote. Perfino il disdegnoso Carlo V consuma lunghe ore a Bologna

nell’ammirare la bella e minutissima scrittura di Francesco Alunno,

e massime il credo e il principio del vangelo di san Giovanni scritti

sullo spazio d’un denaro[158]; festeggiò in ogni guisa il Castiglioni,

lo naturalizzò spagnuolo, gli diede un vescovado, e morto l’onorò di

splendide esequie, professando «aver perduto un de’ migliori cavalieri

del mondo»; s’abbassa a raccorre il pennello caduto a Tiziano; al

venire di Michelangelo si leva esclamando: — Imperatori ve n’ha

di molti, ma pari a voi nessuno»; ai cortigiani che s’arricciano

degli onori renduti al Guicciardini, risponde: — Con una parola io

posso fare cento cavalieri, e con tutta la mia potenza non un pari

a questo»; richiese Giannello della Torre cremonese raccomodasse a

Pavia l’orologio fatto da Giovanni Dondi; e avendo quegli risposto

non potersi più ripararlo, e fattone un nuovo, Carlo V sel menò in

Ispagna, ove a Toledo lavorò macchine ingegnosissime, sicchè fu detto

l’Archimede di quel tempo; e lo volle seco nel ritiro di Just.

Carlo V, vincitore dell’Africa, sbarcando a Napoli, riceveva in

pubblica udienza Laura Terracina poetessa, e dalle mani di lei la

petizione perchè alla città fosse concesso il titolo di Fedelissima.

Al domani poi recavasi alla casa di lei a Posilipo, e sulle treccie

della giovinetta deponeva la corona di lauro tolta dal proprio capo,

dicendo convenir essa del pari ai trionfanti e ai poeti. Poco poi

dall’Inghilterra le giungeva l’ordine della Giarrettiera.

Il fiero Giulio II spaccia corrieri sopra corrieri per richiamare

Michelangelo e scende seco a scuse d’avergli fatto fare anticamera:

papi, principi se lo faceano seder accanto: profugo dalla patria a

Venezia, invano si ritira alla Giudecca per cansar visite e cerimonie,

chè subito la Signoria gli manda due gentiluomini a onorarlo e

offrirgli ogni comodità, gli esibisce seicento scudi l’anno senza

verun obbligo e sol pel piacere di possedere un tanto maestro delle

tre arti[159]: Francia e il granturco lo domandano del pari: da Roma

ne fu rapito il cadavere, perchè riposasse non nella basilica del

cristianesimo, ma a Firenze nel sacrario degli uomini grandi.

Nel nome di Leon X si compendia quanto ha di segnalato l’amore

delle lettere; impieghi, benefizj, dignità ecclesiastiche, denari

suoi proprj metteva a disposizione dei dotti; usava per segretarj

il Bembo e il Sadoleto, i più tersi scrittori latini; al Tibaldeo

di Ferrara, venutovi dalla corte dei Gonzaga, diede trattamento

e ricchezze e cinquecento zecchini per un epigramma; riconosciute

felici disposizioni nel Flaminio giovinetto, sel tenne accanto; stava

attonito agli improvvisi del Marone; pagò cinquecento zecchini i

primi cinque libri degli _Annali_ di Tacito, venuti di Westfalia; e

nel privilegio conceduto per istamparli, glorifica le lettere come

il più bel dono che, dopo la vera religione, Iddio abbia fatto agli

uomini, loro vanto nella fortuna, conforto nell’avversità; e al fine

dell’opera promette ricompensa a chi gli porterà vecchi libri ancora

inediti. Adopera Fausto Sabeo a cercarne, il quale percorse a piedi

mezz’Europa, affrontando (canta egli) fame, sete, pioggia, soli,

polvere onde liberar di schiavitù qualche antico scrittore. A Giovanni

Heytmers diede incarico di rintracciar le Deche di Tito Livio pagandole

a qualsifosse prezzo, e dicendo che «importante porzione dei doveri

pontifizj è il favorire i progressi della classica letteratura».

Concedeva privilegi alle edizioni più accurate, e ad Aldo Manuzio,

colla riserva che non le vendesse troppo care: affidava la biblioteca

Vaticana al Beroaldo: a Nicola Leoniceno scriveva chiedendogli licenza

di fare qualcosa per lui, e gli offriva un’abbadia, una villa presso

Roma, alloggio sull’Esquilino, ch’egli però pospose alla studiosa

quiete: fissava a Roma Giovanni Lascari e Marco Musuro filologi famosi,

il primo dei quali prepose a un collegio apposito per l’insegnamento

del greco, con alquanti giovani condotti di Grecia e con stamperia: più

di cento professori soldava nel ginnasio romano, che volle emulasse

le migliori Università[160]; esortando agli studj serj, non a quella

filosofia mendace che si chiama platonismo, e a quella folle poesia che

corrompe l’anima.

Quest’amore ereditato da’ suoi maggiori trasmise egli ai discendenti:

il cardinale Ippolito a Bologna teneva trecento famigliari, la più

parte letterati; e avendogli Clemente VII rimostrato ch’erano troppi

per lui, rispose: — Non li tengo a corte perchè io abbia bisogno di

loro, ma perchè essi l’hanno di me». Cosmo granduca scriveva di proprio

pugno agli artisti, sollecitava Michelangelo a ritornare da Venezia, e

che gli portasse del pesce sôla che gli piaceva. Francesco suo figlio,

istrutto d’ogni letteratura, crebbe le Università di Pisa, Firenze,

Siena e l’accademia Fiorentina, fondò quella Crusca e la stupenda

galleria, aumentò la biblioteca Laurenziana, promosse la botanica,

sostenne chiunque avesse valore, e a Gian Bologna scriveva: — Non

potevano più che quel che hanno fatto soddisfarci le due figurine che

ci avete mandate, non potendo essere altrimenti d’opera che esce dalla

vostra mano»; e Ferdinando granduca allo stesso: — Desideriamo che,

nella voglia di lavorare, vi ricordiate principalmente d’avere una

buona cura alla vostra sanità, chè questa importa più di tutto»[161].

Esso Ferdinando comprò la Venere Medicea, cominciò la ducale cappella

di San Lorenzo, pose la stamperia di caratteri orientali.

I principi considerano come un altro lusso di loro Corti il possedere

i più celebri letterati: siffatti vedemmo i principi di Milano e di

Napoli, sinchè non furono sbalzati dai forestieri; il duca di Mantova

tenne lungamente il broncio col Castiglioni perchè gli chiese di

passare dalla sua alla Corte d’Urbino; il Tasso era disputato agli

Estensi dai Medici; Alfonso I d’Este, benchè continuo in guerre,

nè d’artista e letterato avesse che la pretensione, e lavorasse da

mestierante in tornire e fare stoviglie, fabbricò dispendiosamente

e rifiorì l’Università di Ferrara, dove Lucrezia Borgia, Lucrezia

ed Anna d’Este, Isabella de’ Medici erano cortesi al bel sapere fin

coll’amore; come Isabella d’Este marchesa di Mantova. Alfonso II teneva

in corte Matteo Casella, Lodovico Cato, Jacopo Alvarotti giureconsulti

rinomatissimi, il medico Nicolò Leoniceno, l’erudito Celio Calcagnini,

e quel che fa per mille, l’Ariosto; e conferì a Girolamo Falletti

piemontese il titolo di conte di Frignano e varj assegni, coll’obbligo

feudale di dargli ogni anno due opere nuove di piacevol lettura,

altrimenti pagherebbe il doppio delle sue rendite[162].

Pico della Mirandola diede i fondi ad Aldo Manuzio per istabilire la

stamperia, e voleva assegnargli un podere affinchè Carpi divenisse

il nido di quelle edizioni; ma le proprie sfortune gliel’impedirono.

Il cardinale di Trento promette dar mantenimento per tutta la vita

all’Anguillara s’e’ traduce l’_Eneide_; e gli regala tante braccia di

velluto quanti ha terzetti un capitolo assai piaciutogli. Il valente

condottiero Vespasiano Gonzaga, che fece rifabbricare Sabbioneta, con

vie allineate e larghe, e bellezza di case, di tempj, di piazze, statue

e fortificazioni, pose scuole, e ricercava letterati ed artisti. Era

della casa stessa Scipione cardinale, che fondò a Padova l’accademia

degli Eterei, amico del Guarini e del Tasso; del quale scriveva fin

le lettere e copiò tutto il poema, e volea comune con lui la camera,

la tavola, il bicchiere. Udito Pier Vettori, uno dei più famosi retori

del suo tempo, il cardinale Alessandro Farnese gli mandò un vaso pieno

di monete d’oro; Francesco Maria duca d’Urbino una catena d’oro; una

Giulio III nel riceverlo a Roma, e i titoli di conte e cavaliere. Esso

duca d’Urbino, di mezzo alle armi, avea della sua Corte formato il

ritrovo delle persone erudite e colte[163].

Gonzalvo di Còrdova e Pier Navarro a Napoli profusero segni di

benevolenza al poeta latino Pietro Gravino. L’Alviano, nel respiro

delle battaglie, radunava a Pordenone, borgata regalatagli dai

Veneziani, il Fracastoro, il Cotta, il Navagero ed altri, che chiamava

sua accademia, e che il ricreavano ed istruivano. Gian Giacomo

Trivulzio, anche vecchio, traeva a udir professori. Alfonso d’Avalos

si circondava di letterati; e Girolamo Muzio racconta che, viaggiando

con esso da Vigevano a Mondovì il 1543, ragionarono continuo di poesia,

ed esso compose per via sin venti sonetti e un’epistola di cento

versi a rime libere. Sin l’infame Valentino, sin il turpe Alessandro

Medici ambivano fama di bella educazione. E tutti a Michelangelo, al

Puccini, al Bandinello, al Bronzino dirigeano lettere famigliarissime,

discutendo i progetti, pregandoli di qualche lavoro; Francesco I di

Francia scriveva di proprio pugno a Michelangelo perchè gli mandasse

alcuna sua opera; Filippo II scriveva al Tiziano: — Mi farete sommo

piacere e servizio se vi occuperete di questo quadro colla maggior

possibile sollecitudine».

Anche ricchi privati voleano mostrarsi protettori; e mentre i nobili

transalpini si gloriavano della propria ignoranza, e firmavano con una

croce, «non sapendo scrivere perchè baroni», i nostri abbellìvansi

di arti e di lettere. Che non dovettero Rafaello al Chigi, Gian

Bologna a Bernardo Vecchietti di Firenze, a Marco Mantova Benavides

padovano, l’Ammanati ed altri? Angelo Collocci, nell’antica villa

di Sallustio, raduna cippi, busti, statue, medaglie, tra cui i fasti

consolari. Il conte Gambara di Brescia, padre della poetessa Veronica,

proteggeva i letterati, e da Mario Nizzoli fece comporre le celebri

_Osservazioni su Cicerone_, e stamparle nel suo feudo. Le case de’

Sauli a Genova, de’ Sanseverino a Milano erano aperte ai dotti. I

tesori d’erudizione raccolti dal Pinelli divennero fondamento d’insigni

biblioteche. Tommaso Giannotto Rangoni da Ravenna, scrittore d’opere

mediche di lieve conto, d’un libro sul campare centovent’anni e

d’altri astrologici, arricchito colla sua scienza, istituì a Padova un

collegio per venti giovani ravegnani che andassero a quella Università,

provvedendoli dell’occorrente, e ponendovi anche una biblioteca con

molti libri, specialmente orientali, e strumenti e quadri e rarità

opportune agli studj; riedificò la chiesa di San Giuliano in Venezia,

restaurò quella di San Geminiano, ed ebbe monumenti onorifici,

decorazioni, medaglie. In casa di Domenico Venier si adunavano a

Venezia Bernardo Tasso, Triffone Gabriele, Girolamo da Molino, Gian

Giorgio Trissino, Pietro Bembo, Bernardo Cappello, Daniele Barbaro,

Domenico Morosini, Aluisi Priuli, Fortunio Spira, Bernardo Navagero,

Speron Speroni ed altri.

A questi esempj conformavasi la folla. I masnadieri assaltano

l’Ariosto, ma appena sanno chi fosse, gli fan riverenza. Centinaja di

sonetti venivano affissi alle statue, quando compite erano esposte

in pubblico, giudicandole con isquisito sentimento del bello, e

con una severità di gusto che i maestri rispettavano e la posterità

approvò. Quando nei giardini di Tito fu dissepolto un gruppo, che il

Sadoleto riconobbe pel Laocoonte descritto da Plinio, le campane di

Roma sonarono tutte a letizia, e il marmo coronato di fiori traversò

la città fra musiche e parati; i poeti lo cantarono a gara, mentre

ascendeva al Campidoglio tra una solennità, memorabile nel paese delle

solennità. Il Tartaglia facea bandire le sue scoperte matematiche

a suon di trombe, e d’ogni parte riceveva problemi da sciogliere. A

Vittore Fausto, che pretendeva avere scoperto la forma delle galere

antiche, la repubblica veneta somministrava i mezzi di costruire una

quinquereme, e ordinò una gara, nella quale Fausto vinse. Il Sansovino

propose di trovare il modo di far cadere esattamente il mezzo della

metopa sull’angolo del fregio dorico, e tutta Italia s’agitò intorno

a questo problema, e non solo gli architetti, ma il cardinal Bembo,

monsignor Tolomei ed altri. Romolo Amaseo udinese era disputato fra

principi e università; e il cardinal Bembo a Padova, il governatore

Gonzaga a Milano, il cardinale Wolsey in Inghilterra, Clemente VII a

Roma, il richiedevano a gara a professare eloquenza. Bernardo Accolti

d’Arezzo, detto l’Unico, usciva circondato di prelati e colle guardie

svizzere, fu dichiarato duca di Nepi, e onorato d’illuminazione dove

arrivasse; aveva a declamare suoi versi? chiudevansi le botteghe di

Roma; avendo recitato un ternale in lode di Maria davanti al papa,

gli uditori proruppero esclamando: — Viva lungamente il divino poeta,

l’incomparabile Accolti»; apoteosi da ingannare la posterità, se per

sciagura que’ versi non fossero sopravvissuti[164]. Al Sannazaro, per

l’epigramma in lode di Venezia, il senato regalò seicento zecchini:

Giambattista Egnazio e Marco Antonio Sabellico furon fatti esenti di

imposte essi e i loro beni, e pensionati: ad Antonio Campi, per avere

disegnato Cremona, questa città concedette esenzione d’ogni gravezza

personale e reale a lui ed a’ suoi figliuoli[165].

Se voltiamo il quadro, scema d’assai il merito di quei protettori.

Leone X non pareva comprendere se non la bellezza dello stile; commette

un lavoro a Leonardo, ma udendo che s’è messo a stillar vernici e

piante, — Ah costui non farà mai nulla, perchè pensa al fine dell’opera

prima d’averla cominciata»: forse Leonardo non conosceva le blandizie

onde s’accattavano le commissioni, nè fu favorito dai Medici, i quali

del resto, se blandivano i letterati, non onoravano la letteratura.

L’Ariosto lamentava che, dopo essere disceso sin a baciarlo[166],

il papa l’avesse poi lasciato nella miseria, tanto da non avere di

che rinnovarsi un manto; e dal duca di Ferrara suo mecenate fu messo

governatore nell’alpestre Garfagnana; dal cardinale Ippolito fu tenuto

quindici anni in continuo moto per faccende di niun conto «da poeta

mutandolo in cavallaro»; poi quando ebbe svilita la propria riputazione

col levare a cielo una stirpe immeritevole, udì da costui domandarsi: —

Messer Lodovico, dove avete preso tante castronerie?» e perchè seco non

volle andare in Ungheria, si vide congedato, e privo delle venticinque

corone che gli retribuiva ogni quattro mesi[167]. Pietro Medici teneva

Michelangelo a fare statue di neve, e si vantava d’aver alla Corte due

portenti, Michelangelo e un corridore spagnuolo; Cosmo preferiva il

Vasari al Tiziano; nè essi nè i loro successori osarono terminare le

grandiose opere cominciate quando ancora non era spento l’alito della

repubblicana libertà; neppure il monumento di Giulio II e la cappella

funeraria. I rabbuffi del cardinale Farnese fecero morire consunto

Onofrio Panvinio, come quelli del duca d’Este impazzire il Tasso. Le

pensioni spesso erano decretate ma non pagate[168].

Federico Badoaro nel 1557 istituiva l’accademia veneziana _della Fama_,

con cento e più socj, che doveano leggere d’ogni scienza, ricevere

notizie d’ogni parte, dotata di libri e di sostanze, rallegrata da

conviti: repente la repubblica la chiude, volendo che sin il nome «sia

del tutto casso, talchè sotto pena di bando perpétuo di tutte le terre

e luoghi dello Stato nostro non possi più essere usato d’alcuno»[169].

Illustre era pure l’accademia dei Pellegrini, con cene e beneficenze al

modo de’ Franchimuratori, e buona biblioteca, e fondi per pubblicare

libri che si regalavano, e dare doti a zitelle; ed essa pure venne

proibita nel 1557, quarantacinque anni dopo istituita, forse per ombra

del segreto che vi dominava.

Invece dunque d’invidiarli perchè trovavano protezione, parmi a

deplorare la condizione di quei letterati e artisti che non potevano

attendersi la ricompensa disinteressata del favor popolare e la

gloria spontanea. Poteva dirsi che pubblico non v’avesse, ma due sole

classi di lettori, ecclesiastici e Corte; onde la funesta necessità

di rassegnarsi ad essere protetti, e d’invocare non già tolleranza e

perdono all’utile verità, ma sicurezza d’ozj a prezzo della dignità del

carattere e del pudore dell’arte.

Sicuramente un artista non potrà mai fabbricare Santa Maria degli

Angeli o la cupola di San Pietro, nè dipingere le stanze vaticane se

non ne sia comandato; e il genio che concepisce ha mestieri di allearsi

colla ricchezza che fa eseguire: ma che questa basti a suscitare

grandi uomini o a formare un’età, non dirò di genio, ma nè tampoco di

buon gusto, è ciancia di cortigiani. I Medici trovarono già formati

que’ grandi, ed ebbero il merito o la scaltrezza di valersene; ma

quando le lettere, le arti e la poesia che è l’arte stessa, cioè il

bello rivestito di forme sensibili, furono salariate dai principi,

staccaronsi dai bisogni e dai sentimenti della nazione, perdettero

in genio quanto acquistavano in forbitezza, divennero un ornamento

aristocratico anzichè un’espressione nazionale; e posti fra il

trivio donde uscivano e le Corti che li salariavano, i letterati non

raggiunsero la raffinatezza di queste, e perdettero l’efficacia feconda

e geniale della popolarità, e furono tenuti di qua dall’eccellenza,

a cui soltanto può arrivarsi col felice accordo di tutte le facoltà

dell’anima e dell’intelletto. E noi, ammirando l’esecuzione, deplorando

l’intento, più volte ci compiacemmo di considerare quel che sarebbe

riuscito l’Ariosto, se, invece degli inonorevoli dinasti di Ferrara,

avesse preso per tema la nazione o la cristianità; se il Guicciardini

non avesse dovuto scagionare se stesso de’ turpi servigi prestati alla

tirannide; se Machiavelli non avesse scritto la storia per comando di

Clemente VII, e il _Principe_ per ottenere un impiego; se Michelangelo

non fosse stato trabalzato dallo scalpello al pennello, al compasso,

nè costretto a stizzirsi col marmo acciocchè sulle tombe de’ Medici

esprimesse un’idealità, repugnante agli ordini e al merito dei

committenti.

Fra i precetti dettati da molti, fra le censure rimbalzate in quelle

rivalità clamorose e accannite, appare egli mai che si credesse l’arte

obbligata ad alcuna cosa più elevata che l’arte stessa? Piacere;

piacer alla Corte, ai letterati, era l’unico intento. Vedeasi lacerare

il manto della religione, e si credea rattopparlo facendo scrivere

diatribe dal Muzio: si tassavano le sconvenienze insinuatesi nella

liturgia, e Leone X faceva emendare gli inni e il breviario secondo le

frasi di Cicerone e di Tibullo: periva la patria, e cantavasi; periva,

e pochi animarono la storia con quei magnanimi dispetti, che rimangono

come una protesta indelebile delle nazioni; periva, e nessun grande

avea voce per intonare l’epicedio, il quale rimbombasse nei sepolcri,

per risonare un giorno qual tromba della risurrezione.

Il primo soggetto che si presentasse coglievasi, purchè opportuno a

sfoggiare bellezza ed arte. Almeno nell’età seguente il Tasso dibattè

lungamente seco stesso qual eleggere al suo poema: l’Ariosto non vi

fu indotto da altra ragione che di far la continuazione d’un altro.

Chiedi al Vida e al Fracastoro perchè cantarono il baco e la sifilide;

risponderanno, — Per mostrare che latinamente si possono dire cose

non mai da Latini trattate». L’Alamanni: — Scrissi poemi, perchè que’

soggetti cavallereschi garbavano ad Enrico II». Bernardo Tasso compone

cento canti prima di chiedersi se il suo Amadigi sia di Galles o di

Gallia.

Di qui la nessuna dignità nella morale e negli argomenti, la nessuna

cura di conservare alle composizioni quell’unità che degli scritti

fa un’azione. Il Sannazaro, congratulato di sua pietà da Leone X e

Clemente VII, volge a carmi lascivi la musa che avea cantato il _parto

della Vergine_; monsignor Della Casa encomia quel Carlo V, cui aveva

imprecato come a peste d’Italia; e l’encomiava l’Alamanni, il quale,

mandatogli ambasciadore, e sentendosi da lui rinfacciare versi d’altro

tenore, lanciati già tempo contro l’aquila grifagna e divoratrice,

se ne scagionò col riflettere ch’è uffizio della poesia mentire.

Machiavelli va ambasciatore al duca Valentino come ad un capitolo di

frati; Leonardo fa statue pel Moro, e archi trionfali pel vincitore

del Moro; notando nel suo taccuino la caduta del primo, non riflette

se non che «nessuna delle sue opere compì»; e dopo dipinta la Cena,

va a fabbricar fortezze pel Valentino; Rafaello compunge collo Spasimo

quanto seduce colle Psichi e le Galatee; Michelangelo fortifica la sua

patria contro i tiranni, e immortala questi nel marmo; tutti pensano

quel che Cellini dice: — Io servo a chi mi paga».

Tale bassezza trapela dalle lodi che l’un l’altro si rimbalzavano

i letterati; e a tacer i tanti nuovi Virgilj e Ciceroni e Livj

nuovi, il Varchi collocava il _Girone Cortese_ di sopra del

_Furioso_; lo Stigliani anteponeva i Tansillo al Petrarca; il sommo

Ariosto consumava un mezzo canto ad eternare oscuri nomi di suoi

contemporanei. Questo bisogno del lodare e d’essere lodato, questo

circoscrivere l’approvazione in pochi veniva espresso dal moltiplicarsi

delle accademie, dal secolo precedente resuscitate per imitazione

dell’antichità nella Platonica di Lorenzo de’ Medici. Burlevoli spesso

di nome, puerili d’occupazione, coi pasti, col vino infervoravano

l’estro; vi si cantavano e recitavano versi ed orazioni e lezioni

e dicerie; principi e vescovi sedeano ad ascoltare, a fianco de’

letterati; e talvolta in mezzo a questi gravi _padri_ sorgeva il Caro

a lodare il naso del presidente, «naso perfetto, naso principale, naso

divino, naso che benedetto sia fra tutti i nasi, e benedetta sia quella

mamma che vi fece così nasuto, e benedette tutte quelle cose che voi

annasate»; ovvero il Berni vi lodava le anguille, i cardi, la peste; il

Firenzuola la sete e le campane; il Casa la stizza e il martel d’amore;

il Varchi le ova sode e il finocchio; il Molza l’insalata e i fichi;

il Mauro la fava e le bugie; e chi la tosse, chi la terzana, chi la

pelatina, chi qualcosa di peggio. Encomj divisi coi principi mecenati,

e applauditi da quegli _Assonnati, Infecondi, Filoponi_ e che mi so io.

Taciamo la frivolezza, n’era pregiudicata l’originalità, atteso che

tali corpi sogliono erigere monopolio del buon gusto, e giudicare

secondo canoni prestabiliti; nè potendo sperarsi rinomanza senza

il loro suffragio, forza era rassegnarsi a quelle norme arbitrarie,

anzichè procedere per sentimento e per interna attività.

Unica aspirazione essendo lodi e denaro, si mendicavano e le une e

l’altro. — Gli stolti ridono de’ cenci ond’ho coperto il corpo, e de’

sandali bucati che ho in piede; mi celiano che il mio abito perdette

il lustro e il pelo, e la corda traditrice mostra i grossolani fili,

ultimi resti della pecora tosata sul vivo; ridono, e non m’hanno in

verun conto, e dicono che i miei versi non vi piaciono più. Mandatemi

dunque una delle vostre vesti migliori». Così il Poliziano al Magnifico

Lorenzo; e questo affrettavasi di spedirgliene una, ed esso tal quale

se la indossava, e il popolo riconosceva ch’era della guardaroba

del principe, e ne inferiva che i versi del poeta n’erano ben degni.

Il poeta, nella necessità di ringraziare, invocava l’assistenza di

Calliope, la quale scendea dall’Olimpo, ma non riconosceva il suo

prediletto dacchè era sì riccamente in arnese, e risaliva al cielo;

sicchè il Poliziano batteasi invano la testa, chè i versi riconoscenti

non sapeano venire.

Non vi fecero pietà le condiscendenze cui Bernardo Tasso si credette

obbligato onde buscar protezione e pane da quell’imperatore, che gli

avea tolto ogni bene perchè serbò fede al padron suo? Luigi XII, andato

ad ascoltare le lezioni di Giason Del Màino a Pavia, l’interroga perchè

non pigli moglie; — Perchè Giulio papa sappia, per testimonio di vostra

maestà, che io non sono indegno del cappello di cardinale». Bisognando

il Guicciardini d’un poco di dote per le sue figliuole, il Machiavelli

l’incoraggia a richiederne Leon X, gli annovera esempj della costui

liberalità, gl’insegna come formare la lettera accattona, e «tutto

consiste in domandare audacemente, e mostrare mala contentezza non

ottenendo». I dispacci del Machiavelli nelle sue missioni chiudonsi

sempre col domandare quattrini, e in quella chiave cantano tutti gli

altri ambasciatori.

Andrea dell’Anguillara da Sutri (1517-70), conosciuto da tutti per la

gran gobba; l’abito tacconato e la ciera ridente, vendeva le sue ottave

mezzo scudo l’una, e perciò ne fece tante; e non ricevendo compenso

d’una sua canzone al duca Cosmo, ne mosse arroganti querele: — Lo stare

sei mesi senza rispondermi è tale disprezzo verso la persona mia, che

non ha punto del duca, chè non credo che dei pari miei ne trovi le

migliaja per le siepi della Toscana, come delle more selvatiche. Ed io

sarei tentato di far sentire le mie querele con una satira in versi;

ma ho dovuto scrivere in prosa, perchè mi ricordo che un Fiorentino mi

disse una volta in Francia ad un certo proposito, che se le lettere di

cambio fossero in versi, non se ne pagherebbe niuna; ed io desidero

che mi sia pagata la presente, almeno d’una risposta, sia quale si

voglia»[170]. Traduceva i primi due libri dell’Eneide, e prometteva

che Enea nell’Eliseo troverebbe tutti coloro che nel regalerebbero,

all’inferno i differenti; e inviandone copia al cardinale Farnese, gli

scriveva: — È necessario, acciò ch’io il possa finire, che ella mi

mandi quell’ajuto, che si richiede alla sua grandezza e magnanimità

ed al mio amore e bisogno. Io ne mando per questo effetto a tutti i

principi d’Italia, perchè tutti concorrano ad ajutarmi. E piaccia a Dio

che non mi bisogni mandare e lei e gli altri tutti a casa del diavolo,

e che Enea non abbia troppo da fare nell’inferno a parlare con tante

anime dannate, quante io son per mandarvene se non fanno il debito

loro». Con tutto ciò morì povero, del morbo allora divulgantesi.

Novidio Fracchi, poeta latino, dedicò a Paolo IV un poema _Sacrorum

fastorum_, cui precede una stampa, figurante il papa in trono fra

l’imperatore di Germania e il re di Francia, e l’autore in ginocchi

offre loro il suo poema; ai piedi è scritto: _Hos ego do vobis, vos

mihi quid dabitis?_

Paolo Giovio, venale dispensiero di gloria e di strapazzi, diceva

tener due penne, una d’argento, una d’oro per proporzionare la lode

ai regali; e, — Io ho già temperata la penna d’oro col finissimo

inchiostro... Io mi costituisco obbligato a consumare un fiaschetto

di finissimo inchiostro con una penna d’oro per celebrar le opere di

vostra santità... Io starei fresco se gli amici e padroni mei non mi

dovessero esser obbligati quando gli faccia valere la sua lira un terzo

più che ai poco buoni e mal costumati. Ben sapete che, con questo santo

privilegio, ne ho vestito alcuni di broccato riccio, e al rovescio

alcuni, per loro meriti, di brutto canevaccio, e zara a chi tocca; e

se essi avranno saette da bersagliare, noi giocheremo d’artiglieria

grossa. So ben io ch’essi morranno, e noi camperemo dopo la morte,

ultima delle controversie»[171].

Fa stomaco l’insistenza con cui egli cerca or una pelliccia, ora un

cavallo, ora confetti; a Luca Contile chiede «pomi cotogni e pesche

confette, che ne son provenute da Napoli alla signora principessa

un diluvio»; a Isabella di Mantova settanta risme di carta per

istampare le sue opere[172]; a monsignor Farnese scrive: — Io comincio

a lucubrare, e farò cosa ad onore di vossignoria che i posteri la

leggeranno, e basta. Ma vossignoria si disponga a fare che Alessandro

mio nipote sia vescovo di Nocera»; al marchese del Vasto, che gli

fece intendere voler venire al suo Museo, villa a Como, dove avea

raccolte belle rarità e i ritratti degl’illustri contemporanei: —

L’aspetto con desiderio grandissimo, e so che non uscirà dell’uso suo

magnanimo e liberale, ricordandomi, quando ella per suo diporto va alle

Grazie, ovvero a San Vittore, dove, benchè sia perpetua la grassezza

e l’abbondanza, andando per quattro giorni vi porta provvisioni per

un mese. Che spererò io se quella viene al Museo fra tanti uomini

immortali che se ben non mangiano, allettano però infiniti mangiatori?

Voglio che Pitigiano sappia che le botti del suo magazzino favorito

fanno querciola, e suonano il tamburo. Farebbe anco bel vedere se

vostra eccellenza accompagnasse il fornimento che vi lasciò, con un

altro bello e simile». E s’impazienta se i doni tardano o vengono

scarsi alla sua avidità; e chiama perduti i lavori cui mancò quella

mercede, che unica l’avea mosso. Principi e ricchi gliene profondevano

a gara; e tanto si temea l’azione di siffatti scribacchianti

sull’opinione, che perfino Adriano VI pregava il Giovio a dir bene

di lui; il quale lo compiacque nella Storia, salvo a vituperarlo nel

trattato dei Pesci quando più non avea nulla a sperarne o temerne.

E Carlo V, che chiamava lo Sleidan e il Giovio i suoi due bugiardi,

uno dicendone troppo male, troppo bene l’altro, pure, sapendo che uno

scrittore, per quanto poco coscienzioso, è letto purchè mostri talento,

accarezzava il Giovio e donava, poi facealo confutare da Guglielmo Van

Male, massime a proposito della spedizione di Tunisi.

Come gli odj dall’amore, così i vituperj germogliano dalle lodi: quindi

le risse schiamazzanti di quel tempo. — I letterati (scrive Girolamo

Negro) sono in guerra; Pietro Cursio combatte con Erasmo sopra il

vocabolo _bellax_, se pigliarlo in cattiva parte per cosa precipua alla

guerra, o vero s’egli è _verbum merum_; ogni dì vengono fuori libri

nuovi ed invettive sopra questa cosa; sono alcuni che in nome d’Erasmo

rispondono a questo Cursio, e costui va in collera». Da polverosi

scaffali abbiamo dissotterrato due invettive contro Giovanni Parrasio

cosentino, famoso maestro di retorica in Milano, una intitolata _contra

Janum Parrhasium asinum archadicum_, e l’altra _in Janum Parrhasium

scarabeum fœdissimum et vespam aculeatam_. I Medici pigliavano spasso

d’udire i sonetti che si avventavano Luigi Pulci e Matteo Franco.

Girolamo Ruscelli s’accapiglia con Lodovico Dolce, due pedanti a una,

i quali non acquistano calore che per l’ingiuria. A proposito del

libro _De nominibus Romanorum_, Francesco Robortello da Udine cominciò

invelenato litigio con Carlo Sigonio, e se non bastarono le ingiurie

latinamente prodigatesi, il primo pubblicò un cartello di sfida contro

l’altro, cioè cedole dove proponeva un nuovo metodo d’insegnare

il latino; il Sigonio ne oppose un altro, il Robortello replicò,

il Sigonio diè fuori una filippica potentissima, sinchè l’autorità

v’impose silenzio. Giraldi Cintio entrò in baruffa col Pigna; Paolo

Manuzio col Lambino perchè volea stampare _consumtus_ senza il _p_;

e avendogli l’emulo portato un marmo ove leggevasi _consumptus_,

gliel’avventò alla testa. Il Varchi litiga col Lasca e col Pazzi, che

lo invita a mandargli i suoi manoscritti per farne impannate, sicchè

vedano la luce almeno per un inverno, poi egli tocca pugnalate da

signori che pretendeansi maltrattati nella sua Storia, ed egli stesso

assale con un coltello Alfonso de’ Pazzi che lo satirizzava; ma questo

gli disse: — Rimettete l’arma a suo luogo, ch’io non pretendo vincervi

per assalto ma per assedio».

Pietro Angeli, detto Bargeo, per versi mordaci è costretto fuggir di

Bologna, poi uccide in duello un Francese; Anton Francesco Raineri

poeta milanese è morto da un suo amico; Diomede Borghesi da Siena

per risse dovette fuoruscire; Dionigi Atanagi usurpa una traduzione

a Mercurio Concorezio, che lo assalta e ferisce; il celebre grecista

Prividelli reggiano, professore a Bologna, scelto da Enrico VIII a

patrocinar la causa del suo divorzio, fu ucciso da uno di cui avea

difeso l’accusato; Michelangelo portò in perpetuo l’impronta del pugno

avuto da Pier Torrigiano; Tiziano dipingeva spesso col corazzino;

Pietro Facini insidia alla vita d’Annibale Caracci; Lazzaro Calvi

avvelena Giacomo Baregone; credesi che così finisse il Domenichino.

Girolamo Parabosco sonatore, nell’insegnar musica alla Maddalena famosa

cortigiana di Venezia, cerca cattivarsene l’amore, ma i vagheggini

di essa, un giorno ch’e’ batteva alla porta, gli buttarono sul capo

acqua calda e brage, onde restò segnato tutta la vita. Giambattista

Sanga poeta s’innamorò d’una giovane; e la madre di lui, non potendo

distornelo altrimenti, stabilì avvelenarla; fintasele amica, le imbandì

un’insalata, della quale sopraggiungendo mangiarono pure il Sanga e

Aulerio Vergerio segretarj di Paolo III, e tutti morirono (ZILIOLO).

Scorrete la vita di que’ letterati, e a nessuno mancano vicende:

alcuni primeggiano per isfolgorata ciarlataneria. Giulio Bordone,

soprannomato della Scala dall’insegna della paterna bottega, fattosi

nome nelle lettere e nella medicina, passava in Francia, e intitolavasi

Giulio Cesare Scaligero (pag. 122); e non che asserirsi discendente

dai signori di Verona, spacciava un’infinità di imprese guerresche

compite da suo padre e da lui; e il mondo credeva; e mentre è scrittor

mediocrissimo, il Tuano lo chiama _hujus seculi ingens miraculum, e

vir quo superiorem antiquitas vix habuit, parem certe hæc ætas non

videt_[173]; e Giusto Lipsio lo pone quarto con Omero, Ippocrate e

Aristotele.

Gian Francesco Conti, scolaro poi emulo di Giovan Britannico bresciano,

prese il nome di Quinzano o dal villaggio dove umilmente nacque presso

Brescia, o da quell’amico cui Marziale faceva correggere i proprj

versi; e vi aggiunse quello di Stoa, perchè i suoi condiscepoli lo

dicevano portico delle Muse. Risoluto d’entrare in grazia ai grandi,

quando Luigi XII vinse ad Agnadello, celebrò questa vittoria, e ne

chiese in compenso la corona poetica, che il re gli decretò: mandò odi

al cardinale d’Amboise, e ne fu chiamato a professare a Parigi e ad

educare Francesco I: da questo è messo professore a Pavia, ma cadute

le fortune francesi, si ritira in patria. Molti lo levano alle stelle,

altri gli trova trecento sbagli di grammatica, o l’accusa d’aver

usurpato fatiche altrui. Bisogna sentirlo deplorare l’insufficienza

degli onori concessigli! — Molte opere pubblicai; molte più ancora ne

pubblicherò. Non si stamparono più di seimila versi miei? non fui visto

comporne mille ottocento in un sol giorno? quante tragedie, commedie e

satire, concepite nella mia testa, fan ressa per isbucarne? Enumererò

gli epigrammi, i monostici, i distici, i miei dubbj su Valerio Massimo,

le mie opere sulle donne, i miei panegirici, le orazioni pubbliche,

le favole, le epistole, le odi, la mia vita di re Luigi XII, i miei

libri sui miracoli dei pagani, i miei endecasillabi, le mie selve, la

mia Eraclea (_la guerra veneta_), il mio Orfeo, e seicento altri? Non

fui dall’invitto re di Francia decorato della corona d’alloro? è poco

onore per me che codesta laurea poetica, che pochi altri ottennero

in vecchiaja, siami stata concessa quando appena compivo la quinta

olimpiade»[174].

A Leone X fu presentato un fanciullo di sei anni come un portento;

ed era Gabriele Simeoni fiorentino, che poi invece di studj mostrò

presunzione, e insaziabile avidità di doni e mecenati. In Francia

sollucherò la duchessa d’Etampes, ganza di Francesco I, onde ottenne

fin la pensione di mille scudi[175]; a Firenze, a Roma impieghi, che

poi riperdeva. Reduce in Francia, carezzò la duchessa di Valentinois:

poi servì al principe di Melfi, accompagnò il vescovo di Clermont al

concilio di Trento, ma cadde in sospetto dell’Inquisizione, che il

tenne in ferri un anno: militò col Caracciolo nella guerra di Piemonte,

col duca di Guisa in quella di Napoli; singolarmente egli sperava da

don Ferrante Gonzaga, allora vicerè di Sicilia, e più volte tornò

a ricordargli che Achille ed Augusto non sarebbero in sì alta fama

se non si fosser mostrati generosi con Omero e Virgilio. Saputo che

Pierluigi Farnese avea regalato cencinquanta scudi all’Aretino, e’ gli

scrisse «sperando che la sua liberalità e favore abbia a condurre così

lunga, rara, onorevole e faticosa impresa, quale è il mettere tutta

l’astrologia giudiziaria in versi sciolti a felice fine, e consegnarla

al nome suo»: ma il Farnese non accettò. Emanuele Filiberto di Savoja

bensì accettò la dedica delle _Imprese_, e gli die’ ricovero a Torino,

ove morì il 1570. Fa di se stesso gli elogi più sguajati; quando

trovasse monumenti antichi, vi scolpiva il proprio nome; lagnavasi

che sì pochi fossero «inclinati a giovare ad un uomo virtuoso, il

quale in un momento poteva rendere immortale il suo benefattore»; e

paragonandosi a Dante, sulla tomba di questo cantava:

E facciam fede al secolo futuro

Tu qui coll’ossa, io con la vita altrove,

Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.

La sua _Tetrarchia di Vinegia, Milano, Mantova, Ferrara_ è un aborto

di storia. Nella prefazione alle _Satire alla bernesca_ sostiene

esser questo genere il solo ove possa mostrarsi ingegno, perocchè

«mille si trovano poeti capaci di cantare i gesti d’un eroe, ma pochi

assai capaci di celebrare le oneste qualità di una fara, d’un forno,

d’un’anguilla»; e ne mandava copie manoscritte ai principi in essa

lodati. In un’altr’opera figurata rappresenta enigmaticamente i varj

Stati d’Italia, esortando Enrico II a conquistarla, derivando i re

francesi da Franco figlio d’Ettore, mentre i Romani, discesi da Enea,

non erano che un ramo cadetto. Altrettanto presuntuose e ignoranti sono

le tante altre sue opere, illustrate anche di belle stampe; alcune in

francese; sempre rifriggendo le poche sue cognizioni, promettendo opere

grandiose che mai non cominciò.

Come Raimondo Lullo aveva inventato un’arte di ragionare, così altri

volle inventare una meccanica di scriver bene. Camillo Delmino da

Portogruaro, autore di varie opere retoriche, diceva a chi nol volesse

ascoltare, di aver l’_idea d’un teatro_, nel quale entrerebbero tutti

gli oggetti sensibili, tutti i concetti umani, e quanto spetta alle

scienze, all’eloquenza, all’arti belle e meccaniche. Dal conte Giulio

Rangone suo protettore menato in Francia, spiegò il suo divisamento a

Francesco I e ad altri principali, e n’ebbe in dono seicento scudi,

ma non effettuò mai la sua idea; bensì voleva stamparla e dedicarla

al re purchè gli assegnasse duemila scudi di pensione, e Francesco

non stimò d’esaudirlo. Tornato in patria, il Muzio suo ammiratore lo

presentò ad Alfonso d’Avalos; e questi per cinque mattine di seguito lo

ascoltò esporre la generalità e i particolari di cotesto teatro, ch’era

omai la favola del mondo, e ne prese tal meraviglia, che gli assegnò

quattrocento scudi di rendita, oltre cinquecento pel viaggio; e volle

che al Muzio dettasse l’idea. Dormivano il Muzio e Camillo nella stessa

camera, e ogni mattina quegli scriveva sotto dettatura, e così nacque

il libro stampato col titolo di _Idea del teatro_. Osceni eccessi

trassero al sepolcro il Delmino di sessantacinque anni, e fu sepolto

nelle Grazie a Milano: il nome di lui visse alcun tempo, le opere

sue furono ristampate, e il Muzio ci descrive l’estro che sfavillava

dal volto di esso quando parlava, simile a quel della sibilla sul

tripode; ma chi cercasse quell’opera sua, nel poco che potrebbe

intendere troverebbe le vanità d’un ciarlatano e una miscea di cabala,

d’astrologia, di mitologia, di tutto insomma, eccetto quello che il

titolo promette.

Giacomo Critonio (Crichton) nato altamente in Iscozia, e detto

l’Ammirabile, a vent’anni sapea quanto conosceasi del suo tempo, sonava

molti stromenti, parlava venti lingue, primeggiava negli esercizj

cavallereschi. Di tali sue abilità volle dar mostra all’Europa, e dopo

Parigi venne a Roma, affiggendo una cedola dove sfidava chiunque fosse

versato in una qualunque scienza a disputar seco in qualsifosse lingua;

e intanto si diede alla caccia, ai giuochi, alla cavallerizza, alla

scherma. Pasquino lo canzonò dunque come un ciarlatano, ond’egli se

n’andò a Venezia, ove divenne amico di Aldo Manuzio e d’altri eruditi;

davanti al doge e ai pregadi orò con tanta eloquenza, da colmar tutti

d’ammirazione, e la gente affollavasi a vederlo e udirlo. Passato a

Padova, vi recitò le lodi di questa città; sei ore disputò coi più

valenti professori sopra ogni varietà d’argomenti, confutò gli errori

aristotelici, poi finì con uno stupendo elogio dell’ignoranza. Di

gloria onusto, capitò a Mantova mentre il duca trovavasi dolente di

aver concesso la sua protezione a uno spadaccino rinomato che già aveva

ucciso tre persone: e Critonio si esibì di combatterlo, e di fatti lo

trafisse a morte. Il duca pertanto, oltre mille cinquecento pistole

già promessegli, il chiese maestro di suo figlio Vincenzo Gonzaga.

Ma ecco una sera del 1583 è assalito da dodici persone mascherate;

esso tien testa a tutti, finchè il loro capo, ridotto alle strette,

scopre esser il principe suo allievo. Critonio se gli butta a’ piedi

domandandogli scusa, ma quegli stizzito o ubriaco il passa fuor fuori.

Tali e molte più avventure furono certo esagerate; ma di lui abbiamo

varj componimenti di bella latinità, e di lodi altissime l’onora Paolo

Manuzio.

Altro ingegno bizzarro, Ortensio Landi milanese (1500-60), porge di se

medesimo la più trista pittura ne’ _Cataloghi_ e nella _Confutazione

dei Paradossi_: contraffatto, di volto tisicuccio e macilento, sordo,

benchè sia più ricco d’orecchie che un asino; mezzo losco, piccolo

di statura, labbra d’etiope, naso schiacciato, mani storte, color di

cenere, favella e accento lombardo, quantunque molto s’affaticasse di

parer toscano; pazzarone, superbo, impaziente ne’ desiderj, collerico

sin alla frenesia, e composto, non come gli altri uomini di quattro

elementi, ma d’ira, di sdegno, di collera e d’alterizia. Le opere sue

lo scoprono temerario, arguto, vigoroso; batte tutte le verità, non con

serrato argomentare, ma con scettica burla; sputacchia gl’idoli del suo

tempo; dice il contrario di quel che pensa la comune e che forse pensa

egli stesso, e maschera di pazzia la libertà. Il Boccaccio è la bibbia

dei pedanti? ed esso lo conculca come imbecille, incolto, ruffianesco,

spregevolissimo, e amar meglio il parlar milanese e bergamasco che

il boccaccevole. Bestemmia quell’_animalaccio_ d’Aristotele, lodando

Lutero che se n’emancipò. Muore Erasmo, e tutti l’elevano al cielo

come si fa sulle tombe recenti: ed esso lo mette in canzone. Se

la piglia coi Toscani per fatto della lingua; encomia l’infedeltà

conjugale, il libertinaggio e i pregiudizj. Eppure non gli mancano

nobili aspirazioni; nel _Commento delle cose più notabili e mostruose

d’Italia_ mena una specie di viaggio burlesco traverso al bel paese,

mostrandone il decadimento; contro i vizj che lo producono s’irrita

fin all’invettiva; e torna ogni tratto, e principalmente nel libro _De

persecutione Barbarorum_, a scagliarsi contro i principi e prelati,

solleciti a nodrir buffoni, più che uomini dotti. Fastidito de’ costumi

italiani, e desideroso «d’una patria libera, ben accostumata e del

tutto aliena dall’ambizione», andò in Isvizzera e fra’ Grigioni: ma

se quivi sulle prime «fu allettato da un soavissimo odore d’una certa

equalità troppo dolce e troppo amabile», ben presto vi scôrse «tanta

ambizione e tanto fumo, che fu per accecarne».

Che importa qualche goccia di senno in un mar di follie, d’immoralità,

d’empietà? Egli medesimo disdiceasi, contraddicevasi, e sempre con

pari sicurezza; i suoi Paradossi confutò egli stesso coll’accannimento

d’un nemico; nella _Sferza degli antichi e moderni scrittori_ mena a

strapazzo non solo gli autori, ma le scienze stesse; eppure finisce

coll’esortare i giovani allo studio. Conosceva ben addentro gli autori

antichi, e, come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo; ma

quello nei libri non avea; se questo avesse in cuore, Dio lo sa[176].

Insomma costoro personificano la parte rivoluzionaria della

letteratura, in lizza colla madrigalesca e accademica, però in nome

soltanto del materialismo, con fantasie sbrigliate, invocando il

privilegio della pazzia[177], drappeggiandosi nella propria abjettezza

per isfuggire la persecuzione; e niuna fidanza ponendo nell’efficacia

riparatrice della letteratura, l’ardor razionale non esercitavano

nell’esame, ma svampavano nel riso.

Ed ecco farcisi innanzi il più sguajato esempio del domandare, del

lodare, del censurare. Per un sonetto contro le indulgenze merita

costui d’essere cacciato da Arezzo, dov’era nato in un ospedale,

non avendo altro nome che di Pietro, cui aggiunse quel della patria

(1492-1557). A Perugia vede dipinta una Maddalena che tende le braccia

verso Cristo, ed egli nottetempo vi dipinge un liuto che essa in

quell’atto sembra sonare; vive alcun tempo di legar libri, col che

conosce opere e letterati; poi spintosi fin a Roma pedone e senza

bagaglio, dal Chigi, mecenate di Rafaello, è ricevuto per valletto, poi

cacciato per ladro; ma egli campa di scostumatezze, si fa cappuccino,

si sfrata, adula, sparla; busca un bell’abito, e con quello si presenta

a Leone X offrendogli un elogio, e ricevendone un pugno di ducati;

offre elogi a Giuliano Medici, e n’ha un cavallo, e ottien rinomanza

collo scrivere in quel modo, che non richiede altro che sfacciataggine.

E la sfacciataggine è l’unica scienza di costui. Ingegno naturale non

educato, «come un asino (diceva) io non so nè ballare nè cantare,

ma far all’amore». Guardatosi attorno, s’avvide che sfrontatezza e

ribalderia gli procaccierebbero gloria meglio che le placide virtù;

e traendo al peggio la potenza della stampa, di mezzo ai sonetti

sospirosi e ai torniti periodi si pone ad avventare limacciosi

strapazzi in istile bislacco; simile all’assassino, apposta la

gente inerme sulla via, e intima, — La borsa, o vi ammazzo con

uno scritto». Cuculiando gli studiosi e gl’imitatori, vantavasi

di non somigliarli; sapea vilipendere le lettere allorchè tutti le

idolatravano; scaraventare metafore tra la forbitezza eunuca degli

umanisti; metter impeto ed estri ove gli altri accuratezza e gelo.

E diceva: — Ascoltate, acciò chiaro s’intenda se più meritano in sè

lode di gloria della natura i discepoli, ovvero gli scolari dell’arte.

Io mi rido dei pedanti, i quali si credono che la dottrina consista

nella lingua greca, dando tutta la riputazione allo in _bus_ in _bas_

della grammatica... Io non mi son tolto dagli andari del Petrarca

e del Boccaccio per ignoranza, che pur so ciò ch’essi sono; ma per

non perdere il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia di volermi

trasformare in loro. Più pro fa il pane asciutto in casa propria, che

l’accompagnato con molte vivande su altrui tavola. Imita qua, imita

là; tutto è fava, si può dire alle composizioni dei più... Di chi ha

invenzione, stupisco; di chi imita, mi faccio beffe: conciossiachè

gl’inventori sono mirabili, gl’imitatori ridicoli. Io per me d’ognora

mi sforzo di trasformarmi talmente nell’uso del sapere, nella

disposizion dei trovati, che posso giurare d’esser sempre me stesso,

ed altri non mai. Non nego la divinità del Boccaccio; confermo il

miracoloso comporre del Petrarca; ma sebbene i loro ingegni ammiro, non

però cerco di mascherarmi con essi: credo al giudizio dei due spiriti

eterni, ma credendoli vado prestando un po’ di fede al mio»[178].

Con uno scrivere contorto e scarmigliato, con frasi affettate e fuor

di luogo, con metafore sbardellate[179], stupiremmo che fosse salito

a potenza così irrefrenata, se anche ai dì nostri non la vedessimo

usurpare nelle gazzette da chi ha la fronte di dire e fare ciò che

onest’uomo non ardisce. Su quel tono dunque egli scriveva satire,

commedie, lettere, libelli, e li dedicava a persone virtuose e a sacre;

e alla vita e genealogia di tutte le cortigiane di Roma, al dialogo di

Maddalena e Giulia, a libri di cui neppur il titolo si può trascrivere,

alternava prediche e i sette salmi e il Genesi e dell’umanità di Cristo

e vite di santi e opere d’asceticismo esagerato, nelle quali c’era di

che bruciarlo quanto nelle laide.

Così divenne terribile; cerco e scacciato da chi imitava o aborriva

la scapestrata sua vita, o ne temeva gl’irreparabili assalti[180].

— Io mi trovo a Mantova appresso il signor marchese, e in tanta sua

grazia, che il dormire e il mangiare lascia per ragionar meco, e dice

non aver altro intero piacere, ed ha scritto al cardinale cose di

me, che veramente onorevolmente mi gioveranno; e sono io regalato di

trecento scudi, e gran cose mi dona. A Bologna mi fu cominciato ad

esser donato; il vescovo di Pisa mi fe una casacca di raso nero, che

fu mai la più superba; e così da principe io venni a Mantova». Avendo

Giulio Romano dipinti, e Marc’Antonio Raimondo incisi sedici voluttuosi

atteggiamenti, l’Aretino impetra ad essi il perdono da Clemente VII, e

intanto li correda di altrettanti sonetti descrittivi; e quest’infame

alleanza di belle arti corse il mondo, e crebbe la deplorabile fama

di Pietro. Cacciato allora da Roma «che sembra con esso perdere la

vita», va e ricovera al campo di Giovanni dalle Bande nere, e v’arriva

mentre questi avea concesso a’ suoi una _notte franca_, cioè di potere

abbandonarsi ad ogni lor voglia; sicchè pensate gli stravizzi, le

risse, i furti, gli amori rapiti o pagati o conquisi, le violenze, la

scena d’inferno, e come l’Aretino vi si trovasse nel proprio terreno.

E Giovanni, ribaldo quanto qualunque de’ suoi ribaldi, si compiace di

sì bell’acquisto, lo vuol sempre a tavola, spesso a letto seco, pensa

farlo principe[181], e gli scrive: — Il re jeri si dolse ch’io non

t’avea menato meco al solito; diedi la colpa al piacerti più lo stare

in corte che in campo. Mi replicò che ti scrivessi, facendoti qui

venire. So che non manco verrai pel tuo benefizio che per veder me, che

non so vivere senza l’Aretino». Questo re gli regalò una catena d’oro;

ed esso il _Dialogo delle corti_, «come l’ostia della virtù sull’altare

della fama consacrò al nome del glorioso Francesco I, creatura saggia

ed anima piena di valore».

Don Ferrante Gonzaga gli passava una pensione. Luigi Gonzaga gli

spediva versi e denaro; e l’Aretino rispondevagli trovandoli scarsi: —

Se voi sapeste sì ben donare come sapete ben versificare, Alessandro

e Cesare potrebbero andare a riporsi. Attendete dunque a far versi,

poichè la liberalità non è vostr’arte»[182]. Guido Rangone e sua

moglie Argentina Pallavicini anch’essi gl’inviavano lettere e doni; ed

esso ringraziando lei d’uno scatolino con una medaglia e ventiquattro

puntali d’oro, — Quanto è (soggiunge) che io le ebbi le due vesti di

seta, che vi spogliaste il dì che ve le metteste? quanto è che mi daste

i velluti d’oro e le ricchissime maniche e la bellissima cuffia? quanto

è che mi mandaste i dieci e dieci e otto scudi? quanto è che faceste

porre il trebbiano nella cantina? quanto è che mi accomodaste dei

fazzoletti lavorati? quanto è che mi poneste in dito la turchina? Sei

mesi sono, anzi non pur quattro»[183].

Vuol vivere, come sguajatamente scriveva, «col sudore de’ suoi

inchiostri»; e denari, gioje, vesti gli fioccavano; «più di

venticinquemila scudi l’alchimia del suo calamo ha tratto dalle

viscere dei principi»; duemila n’aveva di pensioni; mille all’anno ne

guadagnava, dic’egli, con una risma di carta e un’ampolla d’inchiostro;

più di ottantamila dicono ne buscasse in tutta la vita. Eppure non

gli pajono abbastanza quegli onori e quelle ricchezze. Al tesoriere di

Francia che gli pagava una somma, — Non vi meravigliate se tacio; ho

consumata la voce nel chiedere, e non me ne resta per ringraziare». A

tanto arrivava per pura sfacciataggine, e intitolandosi _per divina

grazia uom libero_, e vituperando i principi in generale mentre li

loda ciascuno, o vituperando come gli giova per istigare le reciproche

gelosie: — Emmi forza di secondare l’altezza de’ grandi con le grandi

lodi, tenendomi sempre in cielo con l’ali delle iperboli. A me bisogna

trasformare digressioni, metafore, pedagogerie in argani che movano

e in tenaglie che aprano: bisogna far sì che le voci de’ miei scritti

rompano il sonno all’avarizia».

E voi, re della terra, che vantate di non curvar più la fronte dinanzi

al vicario di Dio, abbassatela al masnadiere della penna. Enrico VIII

gl’invia trecento corone d’oro in una volta; mille Giulio III per un

sonetto ricevutone, oltre la bolla di cavaliere di San Pietro, e lo

bacia in fronte. Ma altro e’ voleva, e non ottenendo quanto le sue

speranze, tornò a Venezia dicendo non aver voluto accettare il cappello

rosso. Sì; fin alla speranza di diventar cardinale s’elevò costui,

fiancheggiato dal duca di Parma; poi prese il nome di _divino_ e

_flagello dei principi_; fu ritratto dai primi artisti, ebbe medaglie

per sè, per la moglie, per la figlia, pei bastardi, e sul rovescio

d’una leggevasi: _I principi tributati dai popoli il servo loro

tributano_.

Carlo V gl’inviò una collana del valore di cento zecchini, dopo

sconfitto in Barberia, perchè nol beffasse, ma egli rispose: — È cosa

ben piccola per una sciocchezza sì grande». E Carlo, che aspirava

alla monarchia universale, tributò onori e una pensione al _divino_;

se lo fece cavalcar alla destra a Bologna, ond’egli scriveva: — Gran

cosa che, non pur mi sia il di lui favore successo siccome a me il

divisate, ma la mansuetudine del religioso imperadore ha d’assai

avanzato l’opinione di voi nello affermarvi che, riscontrandolo per

ventura per il cammino, m’imporrebbe il cavalcare con seco, fin a darmi

la man destra che mi diede, atto tanto degno della sua clemenza, quanto

indegno della mia condizione. Io certamente sono uscito di me in udirlo

e in vederlo; conciossiachè chi non l’ode e nol vede, immaginarsi

non può l’inimmaginabile senno della umana famigliaritade di quella

piacevole grazia...»

E con che arti gli s’insinua? col protestargli che i pittori gli han

fatto torto ne’ ritratti, col parlargli d’Isabella sua moglie defunta;

«nel poi dirgli io, che non pensava che le mie carte fossero lette da

lui che tiene in sè le faccende del mondo, rispose che tutti i grandi

di Spagna aveano copia di quanto gli scrissi sulla ritirata d’Algeri,

la cui impresa minutamente contandomi, mi scoppiò l’anima nel pianto,

sì mi commosse la tenerezza udendogli dire: _E a che fine voleva io

più venirci, se in cotal fatto moriva tanta gente per me!_ Ancora

sento il timido della sonora favella augusta... Il mio non esser punto

vano mi faceva dimenticare il suo aver chiamato a sè cavalcando i

miserabili veneti ambasciadori, alle cui solenni spettabilitadi disse:

_Amici onorati, certo che non vi sarà grave dire alla Signoria ch’io

le chieggo in grazia di tener rispetto alla persona dell’Aretino, come

cosa carissima alla mia affezione_».

Altra volta scriveva: — Leone e Clemente, in cambio d’asciugarmi il

sudore della servitù colle pronte mani del premio, le intinsero con

presta crudelità nel mio sangue, non per altro che per esser io senza

inganni, perchè l’adulazione non mi guasta, perchè la crapula fuggo,

perchè procedo alla libera, perchè conosco i ribaldi, perchè aborrisco

gl’ingrati, e perchè non lo vuo’ dir per modestia, eppure si sa nè si

nega, per sì môre offesa e sì turche non manco di battezzata credenza

alla Chiesa; del che fanno pubblica fede i libri che di Cristo ho

scritto e dei santi... Intanto è manifesto ch’io son noto al Sofì,

agl’Indiani ed al mondo, al pari di qualunque oggi in bocca della

fama risuoni. Che più? i principi, dai popoli tributati, di continuo

me loro schiavo e flagello tributano. Io non allego la forza dello

incredibil miracolo per superbia che n’abbi o per vanto; ma ne favello

per confessare a me stesso l’obbligo che ho con Dio, che mi ha fatto

tale»[184].

Tardasi a donare? minaccia di porre Cristo in man de’ Turchi: — Intanto

comincio a metter la penna in tutto il leggendario dei santi, e tosto

ch’io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provvegga da vivere,

che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la

epistola, che ne stupirà ne’ futuri secoli il mondo; imperocchè sarà

cristiana a tal segno, che potria moverlo a lasciar la moschea per

la chiesa». È regalato scarsamente? rifiuta: — Ho rimandato i dieci

ducati, pregandolo che si degni, nel ritor del suo dono, di rendermi

le lodi da me dategli; imperocchè non mi pare onesto di onorare

chi mi vitupera nel modo che mi vituperebbe lo aver accettato cotal

piuttosto limosina da mendici che presenti da virtuosi. Certo che a

quelli che comprano la fama, conviene esser larghi da senno, dando,

non secondo il grado del loro animo, ma come richiede la condizione di

chi gliene rende; conciossiachè i poveri inchiostri hanno che fare a

sollevare un uomo impiombato in terra da ogni demerito». A Francesco

I scriveva: — Astenetevi dal promettere almeno ai virtuosi, acciò

consumati dietro a la speranza, non abbino con che mordervi la fama...

Non sapete voi, sire, che non si conviene al grado della vostra altezza

il non rammentarvi dei seicento scudi che, con il moto proprio della

reale lingua, diceste al messo mio che qui mi si pagherebbero da lo

imbasciatore?... E perciò la gloria vostra riguardi la ingiuria che fa

a se medesima, mentre indugia la mercede offerta da se stessa a me che

la predico».

Se talora indignati lo caccino, restagli aperta Venezia, «ricevitrice

d’ogni bruttura», come dice il Boccaccio, dove il vivere licenzioso è

in moda, e libera ogni cosa fuorchè il parlar di Stato. — Io (scrive

al doge Gritti) io, che nella libertà di cotanto Stato ho fornito

d’imparare a esser libero, refuto la corte in eterno, e qui faccio

tabernacolo in perpetuo agli anni che ne avanzano; perchè qui non ha

luogo il tradimento, qui il favore non può far torto al diritto, qui

non regna la crudeltà delle meretrici, qui non comanda l’insolenza

degli effeminati, qui non si ruba, qui non si sforza, qui non si

ammazza. Perciò io che ho spaventato i rei ed assicurati i buoni,

mi dono a voi, padri dei vostri popoli, fratelli dei vostri servi,

figliuoli della verità, amici della virtù, compagni degli strani,

sostegno della religione, osservatori della fede, esecutori della

giustizia, eroi della caritade, e subjetti della clemenza. Per la qual

cosa, principe inclito, raccogliete l’affezion mia in un lembo della

vostra pietà, acciò ch’io possa lodare la nutrice dell’altre città,

e la madre eletta da Dio per fare più famoso il mondo, per raddolcire

le consuetudini, per dare umanità all’uomo, e per umiliare i superbi

perdonando agli erranti... O patria universale! o libertà comune! o

albergo delle genti disperse!» Torna a Roma? — Fuori da me sempre fui,

non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il

papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di

tutta la corte a vedermi, non m’incitassero a finir la vita in palazzo,

nel quale mi si diedero stanze da re, non da servo. Veramente si è

visto il tumulto de’ popoli, che in ciascuna terra che siam passati,

hanno dimostrato nel caso miracoloso del contemplarmi, dell’onorarmi

e presentarmi di sorte che la peste dello stesso veleno ha sprofondato

sotterra l’invidia... Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata

felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser

nato al suo tempo, nel suo paese e suo divoto».

Qual meraviglia se gonfiavasi in superbia? — Tanti signori mi rompono

continuamente la testa colle visite, che le mie scale son consumate

dal frequentar de’ loro piedi, come il pavimento del Campidoglio dalle

ruote di carri trionfali. Nè mi credo che Roma, per via di parlare,

vedesse mai sì gran mescolanza di nazioni, come è quella che mi capita

in casa. A me vengono Turchi, Giudei, Indiani, Francesi, Tedeschi e

Spagnuoli. Del popol minuto dico nulla; perciocchè è più facile di tor

voi dalla divozione imperiale, che veder me un attimo senza soldati,

senza scolari, senza frati e senza preti intorno: per la qual cosa mi

par essere diventato l’oracolo della verità, da che ognuno mi viene a

contare il torto fattogli da tal principe o da cotal prelato; onde io

sono il segretario del mondo, e così m’intitolate nelle soprascritte...

Qual dotto in greco e in latino è pari a me in vulgare? quali colossi

d’argento e d’oro pareggiano i capitoli, ne’ quali ho scolpito Giulio

papa, Carlo imperatore, Caterina regina e Francesco Maria duca? Se io

avessi predicato Cristo nel modo che per me si è laudato Cesare, avrei

più tesori in cielo, che non ho debiti in terra»[185].

Per onore dell’umanità vorremmo crederli nulla più che un bugiardo

galloriarsi di quel vituperoso briffaldo, se non ce ne rimanessero

documenti; e principi più elevati, quei delle lettere e delle arti,

gli porsero tributo. Il Bertussi dedicava i madrigali del Cassola al

divinissimo signor Pietro Aretino: Alessandro Piccolomini, scrittore

moralista, gli professava stima, e lo fece iscrivere tra gli Infiammati

di Padova. Quando Adria sua bastarda andò sposa a Bernardino Rota,

gli Urbinati le furono incontro per otto miglia, e poichè era notte

quando tornarono, si posero i lumi a tutte le finestre. Frà Bellandini

gli mandava un’elegia sull’Assunzione, e quattro sonetti al sepolcro

di Cristo, per averne il parere: ne accettava le lodi il piissimo

Beccadelli. Fausto da Longiano, precettore e poligrafo, che moltissimo

si mosse, ed ebbe qualche somiglianza e grand’amicizia coll’Aretino,

nelle lettere a questo loda sguajatamente se stesso e lui, fin a

dire che un suo fratello predicatore avea terminato una predica

coll’asserire che se la natura e Dio voleano riformar la razza umana,

non poteano far meglio che produrre molti Aretini. Aldo Manuzio gli

scriveva: — Non mi meraviglio che i maggiori principi e re del mondo

temano ed onorino le forze della vostra eloquenza, nè che i pontefici

vi bacino in fronte, nè che gl’imperatori vi pongano a man dritta;

maravigliomi piuttosto che non dividano le signorie con voi, comprando

l’immortalità che può dar loro la virtù vostra, per quanto ella vale».

E la pia e casta Veronica Gambara: — Divino messer Pietro mio, mio

figliuolo mi pregò in nome vostro ch’io fossi contenta di far un

sonetto in lode della avventurosa donna novellamente amata da voi... Ve

lo mando qui incluso»[186]. L’Ariosto il collocò fra quelli onde Italia

si onorava: Ferdinando d’Adda, rettore dell’Università di Padova, gli

dirigeva un epigramma ove il mette di sopra di Carlo V e Francesco I:

nessun’accademia voleva esser senza il suo ritratto, il quale vedeasi

ne’ gabinetti de’ principi come nelle bettole e ne’ lupanari: la città

d’Arezzo lo dichiara nobile e gonfaloniere onorario: c’è un volume

di lettere in sua lode: che più? lo denominarono persino il quinto

evangelista.

Diciamo altrettanto degli artisti. Il Sanmicheli era frequente

bersaglio di sue celie, onde montava sulle furie, ma essendo timorato

di Dio, pentivasene tosto, e gli mandava frutti e leccornie, ch’egli

poi godeva col Tiziano e col Sansovino. Il Vasari si loda ogni tratto

di esso, e gli scrive: — Se nello intervallo di qualche mese non vi

ho visitato, non è per questo che ogni minuto d’ora non vi ricordi e

ancora non visiti con l’animo riverentemente quella gran presenza ch’è

in voi; e così come il ricordarvi e il vedervi mi fa sentore nella

memoria di riguardare la divinità della vostra virtù, dove si specchia

ogni persona rara, che delle cose mirande che la natura produce fa che

la vostra è più colma di meraviglia; e ben gloriare mi poss’io nell’età

sì giovane essere stato da un Pietro tale chiamato figlio, a aver

meritato dalle virtù sue esser messo nelle sue opere»[187].

Il Tiziano ne prendeva consigli, lo dipinse[188] più volte, e da

Augusta nel novembre 1550 scriveagli d’avere presentata una sua lettera

all’imperatore, e avergli soggiunto che «a Venezia, in Roma e per tutta

Italia si confermava dal pubblico che sua santità teneva buona mente

circa il farvi cardinale. In questo, Cesare mostrò segno d’allegrezza

nel viso, dicendo che molto gli piaceria, e che non potrà mancare di

farvi piacere, ed anche soggiungendo altre parole nel caso di voi,

onorate e grandissime»; e tutto ciò in presenza di suo figlio, del duca

d’Alba, e d’altri gran signori. «Il duca d’Alba non passa mai giorno

che non parli meco del divino Aretino, perchè molto vi ama, e dice che

vuol esser agente vostro appresso sua maestà. Io gli ho raccontato che

spendereste un mondo, e che ciò che avete è di tutti, e che date ai

poveri fino i panni di dosso, e che siete l’onor d’Italia».

A Michelangelo «bersaglio di meraviglie, nel quale la gara del favor

delle stelle ha saettato tutte le freccie delle grazie loro», l’Aretino

domandava licenza di dir le sue lodi, perchè «il mondo ha molti re,

e un sol Michelangelo»; e questi gli rispondeva: — M. Pietro mio

signore e fratello», lo esortava a scrivere di lui, e — Non solo l’ho

caro, ma vi supplico di farlo, dacchè i re e gli imperatori hanno per

somma grazia che la vostra penna li nomini». L’Aretino gli mandava

suggerimenti sulla cappella Sistina, e consistevano in quelle allegorie

della Speranza, la Disperazione, la Vita, la Morte, il Tempo, la Fama e

altrettali, che i letterati trovano sulla punta della penna, ma che mal

rispondono al dovere della pittura, che è di rappresentare delle forme.

E Michelangelo se ne scusa come si farebbe oggi con un giornalista,

desolato di non potere dargli ascolto perchè già avanzato il lavoro.

Non crederete se la passasse liscia coi tanti che malmenava. Il Berni

in un sonetto caudato gli avventò un tal risciacquo d’ingiurie e

sconcezze, che dovette rimanerne ancor più ingelosito che offeso, e

disperò di poterlo sorpassare. Altrettanto fecero il Muzio e Bernardo

Tasso; e a chi gli mostrasse il dente, esso s’acchetava; anzi il

Boccalini lo chiamava «calamita de’ pugnali e de’ bastoni». Un Volta,

con cui rivaleggiava nel corteggiare una contessa, gli appoggia cinque

coltellate: Pietro Strozzi, nominato in un sonetto, gli manda dire che,

se lasciasi uscir mai il suo nome, lo farà freddare, ed egli sel tiene

per detto: l’ambasciadore d’Enrico VIII, da lui sospettato di frode

nel trasmettergli i doni del re, lo fa bastonare, ed egli ringrazia

Dio che gli concede forza di perdonar l’offesa. Il Tintoretto, da lui

pizzicato, chiamosselo nello studio col pretesto di fargli il ritratto,

e cavato un pistolese, l’andò misurando pel lungo e pel largo, e infine

gli disse: — Voi siete lungo due pistolesi e mezzo, ve ne ricordi»; e

lo rimandò collo spavento, e l’ebbe da poi lodatore.

Si raccolse infine a Venezia, quivi scapestrando in amori, e

insieme facendo del bene a partorienti, a pitocchi; finchè, ridendo

all’ascoltare dalle sue sorelle, che tenevano postribolo, le salacità

da tal luogo, cascò dalla scranna, e si percosse a morte. Ricevuto

l’olio santo, sclamò: — Guardatemi dai topi or che son unto», e morì in

luogo e modo degni di sua vita.

Contro di lui era diretto il «Terremoto del Doni fiorentino, colla

rovina di un gran colosso, bestiale anticristo della nostra età, opera

scritta ad onor di Dio e della santa Chiesa per difesa non meno dei

buoni Cristiani», con una prefazione «al vituperoso, scellerato e

d’ogni tristizia fonte ed origine Pietro Aretino, membro puzzolente

della pubblica falsità, e vero anticristo del secol nostro».

Questo Anton Francesco Doni da Firenze (-1574), servita, poi

prete secolare, «vivendo di _kyrieleison_ e di _fidelium animæ_»,

bizzarrissimo come uomo e come scrittore, stampava opere, che poi

riproduceva sotto mutato titolo, e lavori altrui pubblicava col

proprio, sempre variando di mecenati, per buscare. Le sue _Librerie_

sono cataloghi e giudizj di opere, ma talora fine o mutate a capriccio,

e sempre inesatti. La _Zucca_, i _Marmi_, i _Mondi_, le _Pitture_, i

_Pistolotti_, e l’infinità de’ libercoli suoi riboccano di capresterie

pazzesche, non ben discernendosi quando burli o parli da senno. Volle

sin fare una dichiarazione sopra il terzo dell’Apocalisse contro gli

Eretici.

Ferocissimamente lo nimicò Lodovico Domenichi (-1564), scrittore

spiritoso e vuoto, vissuto in corte de’ Medici e sotto i cui auspizj si

formò a Piacenza sua patria un’accademia, che avea per patrono Priapo

e le costui insegne. Egli stampò come originali alcune traduzioni,

e come sue delle opere altrui, fra le quali un dialogo, che dieci

anni prima era comparso fra i _Marmi_, e a cui allora aggiungeva tre

invettive contro il Doni. Il quale, oltre la taccia di plagiario,

allora molto comune, in una lettera che rimane a suo perpetuo

vitupero[189] lo accusava con infamie da spia, ed ebbe il dispetto di

non vedere esaudita la sua ira. Eppure fin medaglie si coniarono al

Domenichi[190].

Amico, nemico, imitatore dell’Aretino, Nicolò Franco beneventano

(-1569) cerca incessantemente e ottiene, e ne’ suoi sonetti l’accocca a

re, a papi, a cardinali, a letterati, al concilio di Trento, con vomito

di rabbia e di sudiceria. L’Aretino lo adoprò per iscrivere satire e

per farsi correggere i proprj scritti, come dotto che era di latino e

greco: poi guastatisi, Nicolò intitolossi _flagello del flagello_, con

oscenità grossolane il serpentava, «agli infami principi dell’infame

secolo» diresse un virulento rimbrotto de’ favori a un tal mostro

conceduti, e — Principi, io v’ho parlato in rima, ed ora vi parlo in

prosa. Che parte aggiate fra tante infamie vel potrete conoscere, se

la vostra trascuraggine non sia così cieca in leggere com’è stata in

donare». Fece i commenti alla _Priapea_, e toccò anch’egli pugnalate

eroiche, come diceva l’Aretino: ma avendo pizzicato persona potente,

o piuttosto a punizione delle scritture ed azioni infami, Pio V il

condannò alla forca. Il Franco esclamò: — Questo è poi troppo», e fu

strozzato.

Di perversità men profonda, ma non meno bizzarro a conoscersi è

Benvenuto Cellini da Firenze (1500-70), che direste un disutile

millantatore, se nol conosceste uno de’ più lodati artisti. Suona

di cornetto e di flauto, e se ne vanta non men che del suo bulino;

tutto ammirazione pe’ bei colpi degli spadaccini, e per coloro che ne’

duelli versano la _bravosissima_ anima; onde guaj a chi gli tocca un

dito, o vien con esso a paragone di mestiere! non ha parole bastanti

per denigrarlo, e nella sua jattanza non comporta d’essere posposto

che al _divinissimo_ Michelangelo. Vengono i Tedeschi del 27? in

quella _infernalità_ crudele egli serve d’artigliere; a credergli, da

lui partono i colpi che uccidono il Borbone e feriscono il principe

d’Orange; e si lagna gli abbiano impedito un tiro, col quale avrebbe

schiacciato i capi nemici, radunati a parlamento; s’inginocchia al

papa pregandolo di ribenedirlo degli omicidj fatti in servizio della

Chiesa, e «il papa, alzate le mani e fattogli un potente crocione

sulla figura», lo manda assolto. I principi lo hanno famigliarissimo;

il granduca capita tratto tratto nella sua bottega; i principotti

d’Italia, i cardinali, le mogli e le ganze di questi e di quelli

gareggiano per averne qualche lavoro. Il papa gli dice: — Se io fossi

un imperator ricco, donerei al mio Benvenuto tanto terreno quanto

il suo occhio scorresse; ma perchè noi del dì d’oggi siamo poveri

imperatori falliti, ad ogni modo gli daremo tanto pane che basterà alle

sue piccole voglie». Ma i doni o non vengono o sempre inadeguati al suo

merito ch’era grande, o alla sua presunzione ch’era più grande ancora;

le lodi gli sono contrastate: onde egli adopera una lingua che fora e

taglia, e quello schioppetto «col quale e’ dà in un quattrino», e una

spada eccellente con cui assalì più volte i suoi nemici e sgominò i

birri.

Un oste esagera lo scotto? Benvenuto «vien in pensiero di ficcargli

il fuoco in casa, o di scannargli quattro cavalli buoni ch’egli aveva

nella stalla»; ma si contenta di tritargli col coltellino quattro

letti. Un’altra volta tira stoccate, e il nemico gli cade morto, «qual

non fu mia intenzione, ma li colpi non si danno a patti». Al papa froda

bravamente l’oro, salvo a farsene assolvere; ruba fanciulle, corrompe

ragazzi; e le sue ribalderie racconta con tale sicurezza, come fossero

atti di giustizia; e pretende che «gli uomini come Benvenuto, unici

nella loro professione, non hanno ad essere obbligati alle leggi»; e

trova un gran torto quando, a trentanove anni, per la prima volta è

messo prigione. Eppure ha la sua morale anch’esso, a’ servigi della

passione; e se muore un suo nemico, «si vede che Iddio tien conto

de’ buoni e de’ tristi, e a ciascuno dà il suo merito». È religioso,

è credulo; nel Coliseo gli è fatta vedere la tregenda de’ diavoli,

dov’egli solo non ha paura; messo prigione, legge continuo la Bibbia

italiana, ed ha apparizioni di Dio e di santi, onde ne porta una

fiammella sulla sommità del capo, «la quale si è evidente ad ogni sorta

d’uomo a chi io l’ho voluto mostrare, quali sono stati pochissimi».

Alfine, lieto di fuggire di Castel sant’Angelo «a dispetto di colui

che in terra e in cielo il vero spiana, liberamente perdona alla santa

madre Chiesa, sebben gli abbia fatto questo scellerato torto». Poi nel

terribile momento della fusione del Perseo, momento le cui convulsioni

non può immaginare se non chi sia artista, invoca Dio, e a questa

devozione attribuisce la buona e inaspettata riuscita, e perciò va in

pellegrinaggio ai santuarj «nel nome di Dio sempre cantando salmi e

orazioni».

E «sempre cantando e ridendo» era ito da Firenze a Parigi tra molti

pericoli della vita. Ivi si mette a vivere magnificamente con tre

cavalli e tre servitori; è alloggiato in una villa reale: ma l’invidia

si solleva contro di lui, ed egli si compiace di nemici potenti. Tale a

Firenze era la duchessa, tale è quivi madama d’Etampes: e s’arrovella

coi cortigiani _scannapagnotte_ di colà; e sempre sono i subalterni

che gli mandano attraverso le buone fortune, guastando le intenzioni

dei re. Ivi trova «una certa razza di brigate, le quali si domandano

venturieri, che volontieri assassinano alla strada; e sebbene ogni

di assai se ne impicca, quasi pare che non se ne curino». Un altro

impaccio v’incontra, le liti, perchè «subito ch’ei cominciano a vedere

qualche vantaggio nella lite, trovano da venderla, e alcuni l’hanno

data per dote a certi, che fanno totalmente quest’arte di comperare

liti[191]. Hanno un’altra brutta cosa, che gli uomini di Normandia

hanno, quasi la maggior parte, per arte loro il far testimonio falso;

di modo che questi che compran la lite, subito istruiscono quattro

di questi testimonj o sei, secondo il bisogno; e per via di questi,

chi non è avvertito a produrne tanti in contrario, e che non sappia

l’usanza, subito ha la sentenza contro». Ma quand’egli vede la causa

pigliar mala piega, ricorre per suo ajuto a una gran daga, e «all’uno

tronca le gambe, l’altro tocca di sorte, che tal lite si fermò»;

ringraziando sempre di questa e d’ogni altra ventura Iddio.

Il suo racconto, tutto brio e bugie, non lo scrisse lui, ma lo dettava,

e ben te n’accorgi all’enfasi e alle vanterie; sotto aspetto d’ingenua

confidenza lo svisa, come tutte le autobiografie, coi sentimenti

d’autore e con un’insaziabile jattanza, per la quale si dà vanto fin

del delitto. Terribile agli altri, era o credeasi in continui pericoli;

più volte assaltato, più altre avvelenato: porta i denari in dosso

«per non essere appostato o assassinato come è il costume di Napoli»;

il papa lo fa avvelenare con diamante in polvere, ma l’avaro orefice

pesta invece un berillo; le altre volte la sua robusta costituzione

trionfa. E scapola da processi di delitti orribili, talvolta col solo

far fracasso, come con colei che l’accusava di peccato infame, di cui

non fece altra discolpa che col gridare cominciassero dal bruciar lei,

complice e paziente.

Leon Leoni tenta per invidia avvelenare il Cellini, sfregia il viso

a un tedesco giojelliere di Paolo III, ond’è condannato alla galera;

in Venezia fa da un sicario attentare alla vita d’un Martino suo

discepolo; nella propria casa a Milano assalì col pugnale il pittore

Orazio Vecellio per ammazzarlo e derubarlo; eppure egli è carezzato

da Annibal Caro, chiesto e largamente rimunerato dal governatore di

Milano, dal duca di Parma, da Carlo V.

Non ci s’imputi di confondere con coteste un’esistenza molto più

nobile, ma che tanto ritrae del suo secolo. Nicolò Machiavelli, nato

d’illustre sangue fiorentino, entra giovane agli affari; e presto

nominato segretario ai Dieci della guerra, vi si mantiene quattordici

anni, finchè mutata signoria è deposto: sopraggiunti i Medici, per

sospetto vien messo in prigione e alla tortura; resiste al manigoldo,

ma non alle blandizie del principe buon padre, al quale dal carcere

dirige versi supplichevoli e scuse[192]. La repubblica ristabilita lo

trascura come ligio ai Medici: quando questi ritornano, e’ mette di

mezzo amici e donne per ottenere impiego; e non contentato, piagnucola

e bela, senza sapersi acconciare colla fortuna e colla propria dignità.

Capace di vedere quanto v’avea di moderno nell’antichità e d’antico

nel medioevo, venuto in tempo che la assolutezza dello Stato pugnava

colla democrazia sovrana, a quella s’affisse, e precorse l’età

dell’onnipotenza dello Stato, oggi stabilita dappertutto fuorchè

in Inghilterra. Che bizzarre origini, che strani intenti non si

attribuirono al suo _Principe_! Udiamo lui stesso confessarceli: —

Io mi sto in villa, e poichè seguiono quelli miei ultimi casi, non

sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho insino a

qui uccellato ai tordi di mia mano, levandomi innanzi dì; impaniavo,

andavane oltre con un fascio di gabbie addosso, che pareva il Geta

quando torna dal porto con i libri d’Anfitrione; pigliava al meno

due, al più sette tordi. Così stetti tutto settembre; di poi questo

badalucco, ancorachè dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere;

e quale la vita mia dipoi vi dirò. Mi levo col sole, e vommi in un

mio bosco che io fo tagliare, dove sto due ore a riveder le opere

del giorno passato, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno

sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o coi vicini. Partitomi

dal bosco, io me ne vo ad una fonte, e di qui in un uccellare, con un

libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come

dire Tibullo, Ovidio e simili. Leggo quelle amorose passioni, e quelli

loro amori ricordanmi de’ miei, e godomi un pezzo in questo pensiero.

Trasferiscomi poi in sulla strada nell’osteria, parlo con quelli che

passano, domando delle nuove dei paesi loro, intendo varie cose, e noto

varj gusti e diverse fantasie di uomini. Viene in questo mentre l’ora

del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi, che

questa mia povera villa e paulolo patrimonio comporta. Mangiato che

ho, ritorno nell’osteria: qui è l’oste per l’ordinario, un beccajo,

un mugnajo, due fornaciaj. Con questi io m’ingaglioffo per tutto il

dì giuocando a cricca, a tric trac, e dove nascono mille contese e

mille dispetti di parole ingiuriose, ed il più delle volte si combatte

un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano.

Così rinvolto in questa viltà, traggo il cervello di muffa, e sfogo la

malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella

via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a

casa, ed entro nel mio scrittojo; ed in sull’uscio mi spoglio quella

vesta contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e

curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli

antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel

cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno

parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni: e quelli

per loro umanità mi rispondono, e non sento per quattro ore di tempo

alcuna noja, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi

sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.

«Perchè Dante dice_ Che non fa scienza senza ritener lo inteso_, io

ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale,

e composto un opuscolo _De principatibus_, dove io mi profondo quanto

io posso nelle cogitazioni di questo subjetto, disputando che cosa

è principato, di quali spezie sono, come e’ si acquistino, come e’

si mantengono, perchè e’ si perdono; e se vi piacque mai alcun mio

ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere; e ad un principe,

e massime ad un principe nuovo, dovrebb’essere accetto; però io lo

indirizzo alla magnificenza di Giuliano.

«Io ho ragionato con Filippo Casavecchia di questo mio opuscolo, se

gli era bene darlo o non lo dare; e se gli è ben darlo, se gli era

bene ch’io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi

faceva dubitare che da Giuliano non fussi, non che altro, letto: il

darlo mi faceva necessità che mi caccia, perchè io mi logoro, e lungo

tempo non posso stare così, che io non diventi per povertà contennendo.

Appresso, il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino

adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè

se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me: e per questa cosa,

quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato

a studio dell’arte dello Stato, non gli ho nè dormiti nè giucati; e

dovrebbe ciascuno aver caro servirsi d’uno, che alle spese di altri

fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare,

perchè, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a

romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatre anni, che io ho, non

debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la

povertà mia».

Finì l’opera al modo che conosciamo (t. IX, p. 150), e la dirigeva

all’inetto Lorenzo dicendogli: — Pigli vostra magnificenza questo

piccolo dono con quell’animo che io lo mando; il quale, se da quella

fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo

mio desiderio che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna e le

altre sue qualità le promettono. E se vostra magnificenza dall’apice

della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi

bassi, conoscerà quanto indegnamente sopporti una grande e continua

malignità di fortuna».

Che glien’incontrò? I tiranni nol curarono; solo alla fine il

cardinale de’ Medici lo deputò al capitolo de’ frati di Carpi, e il

fratello di quello gli fece un assegno affinchè scrivesse le storie di

Firenze. Nella qual opera stava ben sull’avviso di non offendere, e al

Guicciardini scriveva: — Essendo per entrare in certe particolarità,

avrei duopo sapere da voi s’io mettami a rischio di dispiacere sia

rivelando, sia rappicciolendo gli avvenimenti; consiglierommi del resto

meco medesimo, e m’ingegnerò a far sì che, pur dicendo la verità, a

niuno debba ella rincrescere». Fortuna fu dunque che morte il togliesse

dall’impaccio di narrare i casi contemporanei, ove impossibile

l’orzeggiare.

Che se lo ammiravano i politici, la sana cittadinanza gli volle male

di quella sregolata politica[193], la quale dovea non liberare l’Italia

dagli stranieri, ma buttarla in loro braccio pervertita e derisa.

Intanto conosciuto per bizzarro e d’opinioni singolari[194], detta

sconcie commedie, e da Firenze gli scrivono: — Ora che non ci siete

voi, nè giuoco nè taverne nè qualche altra cosetta non ci s’intende».

A cinquant’anni spasima d’una fanciulla, e, fra altre sudicie lettere,

nel gennajo 1514 scriveva al Vettori, inviandogli un sonetto amoroso:

— Io non saprei rispondere all’ultima vostra lettera con altre parole

che mi paressino a proposito, che con questo sonetto, per il quale

vedrete quanta industria abbia usato quel ladroncello d’Amore per

incatenarmi. E sono, quelle che ha messo, sì forti catene, che io son

al tutto disperato della libertà. Nè posso pensar mai come io abbia

a scatenarmi: e quando pur la sorte, o altro aggiramento umano, mi

aprisse qualche cammino a uscirmene per avventura, non vorrei entrarvi;

tanto mi pajono ora dolci, or leggiere, or gravi quelle catene; e fanno

un mescolo di sorte, che io giudico non poter vivere contento senza

quella qualità di vita. Io mi dolgo che voi non siate presente per

ridervi ora dei miei pianti, ora delle mia risa; e tutto quel piacere

ne avreste voi, se lo prova Donato nostro, il quale insieme coll’amica,

della quale altre volte vi ragionai, sono unici porti e refugi al

mio legno, già rimaso per la continua tempesta senza timone e senza

vele». Vive discolo sempre, corifeo de’ bontemponi; e nelle regole che

dettava per una brigata compagnevole, imponeva che tutti intervenissero

puntuali ai perdoni, alle feste, alle cerimonie ecclesiastiche, e

insieme a tutti i balli, le colazioni, le cene, gli spettacoli, le

veglie ed altri spassi, sotto comminatoria d’essere relegati gli uomini

in un convento di monache, le donne in uno di frati.

Poi di mezzo a questa vita godereccia dava arguti pareri intorno alla

situazione dell’Italia, o andava ad una delle tante confraternite

devote, e alla sua volta vi recitava una predica sul _De profundis_,

conchiudendo coll’esortare a penitenza, e ad «imitare san Francesco

e san Girolamo, i quali per reprimere la carne e torle facoltà a

sforzarli alle inique tentazioni, l’uno si rivoltava su per i pruni,

l’altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati

dalla libidine, incôlti negli errori, e inviluppati ne’ lacci del

peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo; perciò conviene, ad

uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David, _Miserere mei_

Deus, e con san Pietro piangere amaramente». Così predicava forse prima

d’uscire a cantar la serenata:

Apri all’amante le serrate porte...

Pon giù quella superbia che tu hai;

Segui il regno di Venere e la corte...

Usa pietà, e pietà troverai.

Perocchè questi ritorni dalla dissipazione e dalla corruttela a

sentimenti pii e religiosi son naturali in tempo che l’educazione

vi predisponeva; e non c’è artista, compresi l’Ariosto e il Cellini,

che non sentisse rinascer il bisogno di raccogliersi talvolta a Dio,

e rinnovare quelle pratiche in cui gli avea nodriti la madre. Di

Michelangelo già lo vedemmo; e compreso d’ammirazione per la natura

semplice, al Vasari scriveva: — Io ho avuto questi dì nelle montagne

di Spoleto a visitare que’ romiti, in modo che io son tornato men che

mezzo a Roma, perchè veramente non si trova pace se non ne’ boschi».

Esso Vasari, tutto arte, pur a tratto sentivasi preso dalle bellezze

naturali e dalle ispirazioni della pietà; e quando, alla morte del

duca Alessandro[195], vide interrotti i suoi lavori, sicchè preso da

melanconia temeva un cattivo fine, risolse darsi alla solitudine e

all’arte sua, «e così offenderò meno Iddio, il prossimo e me stesso.

La solitudine sarà in cambio dello stuolo di coloro che, per lodarti

e per metterti innanzi, sei obbligato a temerli, amarli e presentarli;

dove in essa contemplazione d’Iddio, leggendo si passerà il tempo senza

peccato, e senza offendere il prossimo nella maldicenza». Avendogli poi

Giovanni Pollastra suggerito di ricoverare fra i monaci di Camaldoli,

di là gli scriveva: — Siate voi benedetto da Dio mille volte, poichè

sono per mezzo vostro condotto all’ermo di Camaldoli, dove non potevo,

per cognoscer me stesso, capitare in luogo nessuno migliore; perchè,

oltre che passo il tempo con util mio in compagnia di questi santi

religiosi, i quali hanno in due giorni fatto un giovamento alla natura

mia sì buono e sano, che già comincio a conoscere la mia folle pazzia

dove ella ciecamente mi menava, scorgo qui in questo altissimo giogo

dell’Alpe, fra questi dritti abeti, la perfezione che si cava dalla

quiete; così come ogni anno fanno essi intorno a loro un palco di rami

a croce, andando dritti al cielo; così questi romiti santi imitandoli,

ed insieme chi dimora qui, lassando la terra vana, con il fervore

dello spirito elevato a Dio alzandosi per la perfezione, del continuo

se gli avvicina più; e così come qui non curano le tentazioni nemiche

e le vanità mondane, ancorchè il crollare de’ venti e la tempesta

gli batta e percuota del continuo, nondimeno ridonsi di noi, poichè

nel rasserenar dell’aria si fan più dritti, più belli, più duri e

più perfetti che fussero mai, che certamente si conosce che ’l cielo

dona loro la costanza e la fede; così a questi animi che in tutto

servono a lui. Ho visto e parlato sino a ora a cinque vecchi di anni

ottanta l’uno in circa, fortificati di perfezione nel Signore che m’è

parso sentir parlare cinque angioli di paradiso; e stupito a vederli

di quell’età decrepita, la notte per questi ghiacci levarsi come i

giovani, e partirsi dalle lor celle, sparse lontano centocinquanta

passi per l’ermo, venire alla chiesa ai mattutini ed a tutte l’ore

diurne, con un’allegrezza e giocondità come se andassero a nozze.

Quivi il silenzio sta con quella muta loquela sua, che non ardisce

appena sospirare, nè le foglie degli abeti ardiscono di ragionar co’

venti; e le acque, che vanno per certe docce di legno per tutto l’ermo,

portano dall’una all’altra cella de’ romiti acque, camminando sempre

chiarissime, con un rispetto maraviglioso».

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 7 / 22 题