Poeti del secolo d’oro. Il teatro.
Nella _Divina Commedia_, solida e sistematica struttura di compatta
unità, avente per fine assoluto l’amor divino, per teatro l’inferno, il
purgatorio, il paradiso, per attori le passioni e le azioni dell’uomo,
assorte già nell’esistenza che più non si muta, per istromento quanto
allora si sapeva, l’individualità è rappresentata nella interezza,
siccome già compita dalla retribuzione che il poeta vi assegna in
nome di Dio, condannatore o purgatore o glorificatore delle anime. La
collera dell’onest’uomo contro i vizj, l’espressione sobria, lo stile
rattenuto, la meravigliosa intelligenza della natura, quelle melanconie
che, dal cuore traducendosi nell’opera del poeta, vi aggiungono il
diletto d’una conversazione intima, quell’accordo delle ragioni del
calcolo colle ragioni del bello, formano pregi immortali a quel dramma
ove atteggia l’universo, a quella gran sinfonia dove si rispondono
tutti i toni, a quella vera epopea del medioevo, dove s’intrecciano
storia e favola, teologia e libero pensare, Olimpo e paradiso. È
insomma il pensiero fatto arte; ma già questa separavasi da quello; e
gli uni vagheggiavano il pensiero senza mondo, siccome i devoti e gli
eretici; i più il mondo senza pensiero negli interessi, nella politica,
nella guerra. All’amor della regola e della correzione soccombeva quel
simbolismo che richiede freschezza di idee, diffusa nelle moltitudini
e da queste passata nello spirito de’ vati e degli artisti, eredi di
quella poesia popolare che tutti fanno e non è fattura di nessuno:
l’allegoria e la fede cedevano il campo alla mitologia, che introdotta
non più come accessorio, ma come essenza, conduceva la gentilesca
individualità colla chiarezza serena.
Era dunque naturale la preferenza data al Petrarca, il quale versa in
un sentimento universale. Ma se il poetare sopra tutti gl’incidenti
della vita è facile quanto lo scriver lettere, difficile è l’uscire
dalla vulgarità, vedere il lato profondo o bello o lepido di ciò che
tutti vedono, animare le situazioni, identificarsi con quelle, e trarne
l’originalità sia nel modo di concepirle, sia nel modo d’esprimerle. Il
Petrarca avea saputo, nelle mille contingenze dell’amor suo, conservare
la libertà del suo sentimento e le nobili aspirazioni, e difendere
i tesori del suo genio ne’ piaceri della creazione artistica. I suoi
imitatori no, appunto perchè imitatori; e su lui nelle poesie, come sul
Boccaccio nella prosa si modellò il Bembo; e dietro a questo imitatore
divenne universale il poetare imitando, sicchè abbiamo raccolte
rime di principi, rime di artigiani, di calzolaj, di tessitori, di
fruttivendoli; raccolte secondo le provincie, secondo le città, secondo
le accademie o le famiglie. Giambattista Giraldi Cintio cantò le
_Fiamme amorose_, e Lodovico Paterno vi soggiunse le _Nuove fiamme_,
egli che già avea pubblicato il _Nuovo Petrarca_. Il Muzio in dieci
canzoni celebrò distintamente il viso, i capelli, la fronte, gli occhi,
le guance, la bocca, il collo, il seno, la mano, la persona della sua
amata. Luca Contile, dietro alle canzoni sorelle del Petrarca, fece le
_Sei sorelle_ di Marte, per le quali il Patrizj, non che agguagliarlo
al suo modello, lo anteponeva a qualsifosse erotico latino e greco. Frà
Girolamo Malipiero veneziano fece il _Petrarca spirituale_.
In questi scritti a musaico, imitanti sino al plagio, si smarrisce
la personalità degli autori, che avendo impressioni, non s’accorgono
d’aver anima; guardano al modello non mai alla natura: cantano un
amore senza progresso o regresso, e tutto generalità di visi e costumi
angelici, ovvero di empie tigri in volto umano, e la crudeltà delle
coetanee della Imperia e della Borgia, e il morire per metafora. C’è
alcuno cui sa di insulso questo sbadigliare pastorellerie? sottiglia
di spirito celebrando i miracoli dell’amore che di due forma uno, o fa
gelare il fuoco, e divampare il ghiaccio. Pompeo della Barba di Pescia
ha «l’esposizione d’un sonetto platonico fatto sopra il primo effetto
d’amore, ch’è il separarsi l’anima dal corpo dell’amante». Angelo di
Costanzo chiama la donna sua _dolce mia morte e dolce male_; ed evita
d’accostarsele, per paura che la forza degli occhi di lei nol guarisca;
e che, se quella il risana al comparirle davanti, essa non creda
che la salute sua sia altro che un riflesso della divina sua beltà.
Altrove si querela che amore per torgli la vita s’annidò negli occhi
della sua dama; il cuore ferito chiama l’anima al soccorso; l’anima
non ascolta, perchè dalla bellezza di lei rimase stordita; e quando
la donna parli, l’anima che voleva rientrar nel cuore, ne trova chiusa
la porta; torna dunque alla dama, ma questa non l’accoglie, talchè non
vive più nel poeta nè in lei; prega la penna di spargere intorno il suo
dolore, a cui le pareti domestiche sieno e culla e tomba. Si beffano
le _cronicacce_ del medioevo: ma forse sono esse scipite quanto i
petrarchisti?
Marin Brocardo, poeta non infimo, avendo osato sparlare del Bembo,
i dotti principalmente di Padova levarono contro di lui un rumor
tale, che ne morì di crepacuore. Pure non mancò chi disapprovasse e
deridesse quell’inesausta fecondità, come il Muzio e il Lasca; Nicolò
Franco imputava al Petrarca le miserie de’ suoi pedissequi; Ortensio
Landi diceva, il meglio de’ costoro libri essere i fogli bianchi; il
Doni scorbacchiava coteste girandole dei poeti, e capei d’oro, e sen
d’avorio, e spalle d’alabastro. In quella caratteristica frivolezza,
tra quell’entusiasmo a freddo d’innamorati di testa, si possono
ammirare le difficoltà superate e l’armonica espressione, il gusto
corretto e l’equa misura; se non quando diffondendosi nel descrittivo,
abilità dei semipoeti, cadono nel manierato. Ma il tema sovente abbassa
l’ingegno; di rado l’ingegno nobilita il tema; e in secolo così fecondo
per le belle arti, il sentimento poetico scarsamente si manifestò, e in
poche anime si raccoglieva. Quali di tanti sonettisti passò nel cuore
della nazione? e se de’ medesimi si facesse un fuoco, poco patirebbe la
letteratura, e ne guadagnerebbe la gloria italiana.
Per scernere i migliori, Francesco Maria Molza modenese, cercatissimo
dall’amicizia dei dotti, buono in molti generi, grande in nessuno,
riponeva il colmo dell’arte nel ben imitare, e cantò licenziosamente
gli amorazzi suoi, che dopo molte tribolazioni il consumarono.
Monsignor Della Casa diede allo stile poetico la vigoria che nel Bembo
gli mancava, e al verso la sprezzatura che gli cresce varietà e maestà;
nol potendo di dolcezza, il lodano di nobili pensieri e immagini
vivaci. Francesco Beccuti detto il Coppetta schivò le asprezze, ancora
non infrequenti benchè l’impasto del verso fosse assai migliorato.
Angelo di Costanzo sviluppava un pensiero con continua progressione,
filando i sonetti a maniera di sillogismi; e se ne compiaceva egli
stesso, e dagli altri n’era lodato, e imitato da Bernardino Rota,
il quale celebrò la donna sua, prima di sposarla e dopo morta, non
senza verità d’affetto; dal Tansillo, che il disonesto _Vendemmiatore_
riparò colle _Lacrime di san Pietro_, gelato sempre; e in generale dai
Napoletani. Suoni cui risponde la nazionale simpatia, fece intendere
monsignor Giovanni Guidiccioni di Lucca, robustamente deplorando
l’Italia che «Giace vil serva, e di cotante offese Che sostien dal
Tedesco e dall’Ibero Non spera il fin».
A brevi componimenti, fatti e letti per passatempo, potrebbe compatirsi
la frivolezza, ma trovandola in opere che richiedono intera la
vita e l’attività, quali i poemi epici, corre al labbro la condanna
di Marziale, _Turpe est difficiles habere nugas, Et stultus labor
ineptiarum_.
Per la vera epopea, quella che in un personaggio o un’impresa ritrae
un popolo, un’epoca, una civiltà, i tempi erano troppo innanzi, e nè
tampoco cascava in mente questo elevato concetto, che pure era stato
attuato dall’Alighieri. Neppure l’epopea cristiana addicevasi alle
capresterie di quel secolo; Vida e Sannazaro vedemmo fallirvi, non
intendendone l’essenza, e a vicenda non intesi dal popolo. Nè si prese
amore all’intemerata bellezza di Virgilio, benchè come lui si cercasse
squisitezza di forma e perfetta regolarità. I nobili sentimenti
di patria, i severi di religione, i profondi della vita intima,
sfuggivano ad una poesia, che era tema retorico non ispirazione;
scelto fortuitamente o imposto; da autori che non se n’erano _fatti per
molt’anni macri_, nè _lasciavano dir la gente_, ma voleano applausi e
denari, non importando se vital nutrimento rimarrebbe dopo digerito.
Dei due elementi dell’epopea, tradizione e immaginativa, i nostri
neglessero la prima per buttarsi sull’altra, ma nemmeno qui con
originalità. Dovunque il genio nazionale spieghi i vanni, apresi alla
facoltà del bello che è una delle primordiali dello spirito umano,
e si manifesta in concezioni poetiche conformantisi al grado della
civiltà. Tale era stata nel medioevo la poesia cavalleresca, che nelle
sue assurdità valse pure a dirozzare i baroni, di cui allettava la
solitudine e riempiva gli ozj.
Dalla mistura del carattere bellicoso colla devozione e colla storia
religiosa, quando la nobiltà sentivasi superiore ai vulghi, e credeva
all’onnipotenza della forza e volontà propria sovra le turbe, che
le andavano dietro nelle battaglie, e pensava che Dio e i Santi
assistessero anche materialmente gli eletti, era derivato nel medioevo
un eroismo, differente da quello dell’epopea greca e latina, eroismo
d’onore, d’amore, di fedeltà, non incarnato in qualche tipo reale,
ma finzioni forse provenute da Levante, certo modificate all’indole
nostra. Quegli eroi sono prodi come gli antichi; ma il coraggio non
mettono a servigio d’un interesse reale, bensì della fantasia e d’un
sentimento profondo di personalità, svolgendosi in fatti rischiosi.
L’onore, ignoto agli antichi, si fonda sull’opinione che l’uomo ha di
sè, e sul valore che si attribuisce: e poichè esso è infinito, d’ogni
cosa si risente, ogni cosa riferisce a sè.
L’amore, istinto ridotto a sentimento, che fantastica un mondo
destinato solo a servirgli d’ornamento, concentra tutta la vita
intellettuale e morale, di modo che non è o leggerezza o colpa, ma
un identificarsi colla persona amata; in conseguenza starebbe in
opposizione coll’onore, se non si riducesse ancora alla personalità
che vuol trovare tutto se stesso nell’oggetto amato. La fedeltà d’un
vassallo verso il signore non somiglia al patriotismo nè all’obbedienza
del suddito; ma in una società dove il diritto e la legge esercitano
debole impero, fondasi sulla libera scelta, sulla personale promessa,
lasciando interi l’indipendenza e l’onore dell’individuo, il quale può
resistere al suo signore, disdirne la fedeltà, non essendo un dovere
che possa pretendersi davanti a un tribunale. Sin l’amore della patria
o del principe, l’attuazione della giustizia si considerano sol come
impegni personali; arbitrarj sono i fini, nè s’indaga se un’azione sia
moralmente buona, ma se conforme all’onore; e poichè questo dipende
dall’opinione, è estremamente puntiglioso; altera a voglia la gravezza
dell’offesa e della riparazione; anche nell’offensore non considera un
reo, ma un uom d’onore, giacchè riparazione non si potrebbe ricevere
se non da un proprio simile. Insomma è la coscienza d’una libertà
illimitata, che ritrae unicamente da se stessa.
L’interesse dunque delle invenzioni cavalleresche versa tutto sull’uomo
indipendente, perfino nei casi ove molti seguono un impulso mistico,
come nelle crociate; sono azioni individuali, aventi per iscopo la sola
persona. Ma a quella grande indipendenza manca la realtà sostanziale
ch’è propria de’ personaggi di Omero, e non è possibile ridurla
all’unità artistica di questo e de’ suoi imitatori.
In Italia, dove i baroni non soverchiarono i mercanti, la poesia
d’amore e di fede prevalse alla cavalleresca, di cui poche tradizioni
rimasero[114]; ma queste rivissero quando appunto lo spirito della
cavalleria degradavasi nelle piccole Corti. L’ingegno arguto dei
nostri prese in beffa quelle imprese iperboliche; pure nel bisogno
di espandere l’amore del bello, e non volendo faticare in cerca di
soggetti meditati, da quei romanzi si dedussero poemi. La fantastica
rappresentazione dell’assoluta indipendenza individuale attagliavasi
al rinnovato paganesimo; a quelle azioni tutte personali non facea
mestieri di connessione, cominciate ove si vuole, finite ove si può,
atteggiando personaggi di cui erano tradizionali i caratteri e i
precedenti, come avvien nelle maschere: vi s’innestò l’adulazione,
altra peste di quel secolo, traendo genealogie principesche o da
Troja o dai paladini di Carlo Magno. Dai _Reali di Franza_, scritti o
tradotti in italiano fin dal Trecento, rampollò una delle prime epopee,
il _Buovo d’Antona_, canti XXIV in ottava rima; dalla supposta cronaca
di Turpino, la _Spagna historiata_ di Sostegno di Zanobi fiorentino, la
_Regina Ancroja_ e centinaja d’altri nojosamente prolissi. Ma nessuno
penetrò nella vita cavalleresca, nel culto della donna, nell’entusiasmo
della prodezza; fermandosi alla sopravvesta, desumendone i nomi e
poco più, e le bravure stravaganti, e un incondito soprannaturale,
colle persone stesse e le stesse valenterie: e fossero pur bizzarre
e stravaganti, erano permesse non solo, ma lodate a scapito del buon
senso; riuscendo ridicoli senz’esser buffi, giacchè affettano buona
fede, e mescolando il devoto all’osceno.
Alla Corte de’ Medici, mentre si rintegrava la cultura classica, non
erasi ancora dimenticata quella del medioevo; e come piacea leggere
Virgilio e Terenzio, così godeasi de’ Misteri, de’ Carnevali e delle
finzioni cavalleresche. E forse i concetti cavallereschi si discutevano
nelle sale di Lorenzo de’ Medici, quando Lucrezia Tornabuona sua madre
domandava: — Non potrebbesi da quelle leggende cavar della brava e
originale poesia?» Luigi Pulci, fiorentino (1432-87), di famiglia
tutti poeti, si fa legge di quel desiderio, e fra pochi giorni porta il
primo canto d’un poema, il _Morgante_. Forse alla lettura assistevano
il Poliziano, il Bruno, il Rucellaj, certamente il Magnifico Lorenzo;
e risero di quella mistura di sacro e profano, di frasi classiche
con riboboli fiorentini, dell’evangelio di san Giovanni con panzane
di Turpino; trovarono bella quella veste, fantastici que’ passaggi,
e il poeta incoraggito seguitò, senza un disegno nè un fine nè una
orditura, come l’usignuolo che canta pel bisogno di cantare: non
conoscendo altro canone che la fantasia, non altra regola che di dar
nel genio degli uditori, e allo spirito, alla celia sacrifica l’arte e
il sentimento, fin il gusto e la creanza e il pudore, benchè canonico
e di cinquant’anni; moltiplicando valenterie di eroi nient’altro che
forti, cuor di draghi e membra di giganti, non curasi più che tanto
di ragguagliare le parti col tutto, d’acquistarvi interesse, e nè
tampoco credenza; mette in riso e le imprese e il modo onde le canta;
balza dal patetico allo scurrile; pazzescamente accumula trivialità
e scienza; diavoli scipiti ravvolge in dispute interminate sopra ciò
che di più astruso presentano la teologia e la filosofia; invoca i
celesti in capo di canti ne’ quali mena a strapazzo le cose più sacre.
Come doveva esser l’uso de’ cantastorie, poeti che per le piazze e
nelle sale declamavano quelle imprese, volgesi all’auditorio, e nel
finire lo congeda. Forse è il primo che la epica sembianza di Carlo
Magno travestì da infingardo credenzone. Se gli chiedi come fosse
tanto balordo da lasciarsi abbindolare da Gano, le cui tranellerie
costituiscono la parte prevalente del poema, egli risponde ch’era
fatalità[115]. Quando ne sballa di troppo sonore, le rigetta sul
conto di Turpino. Tratto tratto ti vien di domandare s’e’ beffa o dice
serio; poi al fine non sai quel ch’abbiasi voluto con quell’incoerenza
d’invenzioni, con quel delirio d’immaginativa. Eppure il fa delizioso
a leggere quell’ingenuità di lingua ch’e’ tenea dalla cuna, nè dallo
studio fu guasta.
Ne difettò invece Matteo Bojardo conte di Scandiano (1434-94), che
in latino e in greco lasciò liriche, di pensieri e di modi peregrini.
L’_Orlando Innamorato_ dedusse dal solito Turpino, ma volle raccogliere
il ciclo romanzesco in un gran tutto attorno ad Orlando, pretendendo
alla simmetria delle antiche epopee sottoporre queste storielle, per
lor natura balzane e interminabili. Riuscì dunque troppo vario pel
genere classico, troppo grave pel romanzesco; però caratterizza i
suoi personaggi, espone con forza; d’immaginativa supera l’Ariosto:
ma è disarmonico, inelegante, frondoso, mentre sol dall’incanto dello
stile le opere d’immaginazione possono sperare immortalità. Alcuno
pretese vedervi allusioni argute di morale e politica, e censure alla
Chiesa corrotta: ma egli non voleva se non quel che gli altri del suo
tempo, divertirsi e divertire. Alle avventure applicò i luoghi del suo
feudo e i nomi strepitosi de’ suoi villani, di modo che i Rodomonti,
i Mandricardi, i Sacripanti furono scritti indelebilmente coi
grand’uomini che veramente patirono e fecero patire. — Strani capricci
della gloria!
De’ cento canti che dovean essere, soli ottantasei finì, lasciando
così in tronco le favole; onde molti s’accinsero a raffazzonarlo
e proseguirlo. Fra essi Lodovico Ariosto di Reggio (1471-1533), il
quale, per la lode de’ primi canti conosciuto e conoscendosi poeta,
prosegue, e ne forma un poema, cui la posterità conservò il titolo
di divino. Il prosastico trascinarsi in piccoli impieghi, in minute
ambascerie, in servidorie di corti, svigorì questo grande ingegno, che
le contraddizioni e la sventura avrebbero sublimato; disavvezzo d’ogni
attività interiore, lasciando fare, e vivacchiando alla spensierata,
instabile non solo in amore ma in ogni sentimento, quell’incomparabile
suo istinto poetico non diresse a scopo veruno, o ad un solo,
l’adulazione[116]. Se questo accattapane dei fiacchi disabbellì le
scritture ne’ cortigiani de’ Tolomei e ne’ Latini della decadenza, nei
grandi non s’era ancor veduta mai così meretricia. Virgilio canta gli
eroi per cui Roma crebbe e stette, e deriva da loro la gente Giulia,
ma gli encomj dati a quelli sono encomj a Roma; nè inventa avi al nuovo
Augusto; prostrandosi all’ara di questo che gli restituì il camperello,
pur gli dipinge lo squallore de’ poderi da lui donati al veterano, e
il guerriero che usurpa i colti novali e soppianta i possessori dai
paterni vigneti. Orazio celebra Augusto, ma perchè riordina in pace
la patria; e non dimentica o l’intrepido Regolo, o l’invitto animo di
Catone. Lo stesso Lucano sotto Nerone esalta le repubblicane virtù. Ma
l’Ariosto non altro loda che casa d’Este, «il seme fecondo che onorar
dee l’Italia e tutto il mondo; il fior, la gioja d’ogni lignaggio
ch’abbia il ciel mai visto». Or chi fossero costoro, chi il _giusto_
Alfonso o Ippolito _benigno_, chi Lucrezia Borgia, da lui messa più in
su della romana, la storia cel disse.
Tre fatti principali camminano di fronte nel suo _Orlando Furioso_:
Carlo Magno assediato in Parigi; la pazzia d’Orlando; gli amori di
Bradamante e Ruggero. Ma il primo direbbesi piuttosto l’imprimitura
su cui dipingere; il secondo è un episodio, che comincia a poema
inoltrato e finisce prima di questo; rimane prevalente l’amor di quei
due, inventato per glorificare gli Estensi, di cui quella coppia dovea
fingersi capostipite. Sicchè soggetto è l’adulazione; adulazione bassa
a principi immeritevoli, e per la quale inventa quegli Enrichi, quegli
Azzi, quegli Ughi, che mai non esistettero se non nelle elucubrazioni
di qualche genealogista.
Italia boccheggiava sotto il calcagno straniero, il tradimento era
diritto, il manto di Pietro stracciato, i Turchi minacciosi, i costumi
pervertiti. Qual dignità per un poeta che fosse comparso a rialzar la
coscienza nazionale; ed elevandosi nelle serene regioni dell’eterna
bellezza, avesse espresso il lato serio della vita, gl’impeti sublimi
del cuore, la grandezza morale dell’uomo e della nazione, celebrato le
benefiche virtù, il ben usato valore!
Orlando, il quale non dà il titolo al poema se non per fare riscontro
a quel del Bojardo, comincia con lamenti bellissimi, ma da vagheggino;
abbandona Carlo quando di lui avrebbe maggior uopo; le sue pazzie
il rendono un flagello di Francia; senza di lui si vince la guerra;
nè rinsavisce che per distruggere le reliquie del nemico e uccidere
Agramante, re che fugge senza esercito più nè regno, e già mal condotto
da Brandimarte; del resto non una battaglia dirige, non un assalto,
salvo consigliare Astolfo nell’impresa d’Africa, agevole impresa contro
un regno sprovveduto e con esercito creato per miracolo. Avvegnachè
tanto valore de’ paladini non approda se non sostenuto da continui
prodigi, di soccorsi arrivati alla guida d’angeli, di sassi conversi in
cavalli, di foglie in navi.
Dal nome di Carlo Magno in fuori, tutto v’è favoloso; Carlo stesso non
era imperatore quand’ancora non era calato in Italia[117]; e somiglia
a un tralignato rampollo di razze vecchie, sprovvisto di carattere
proprio, amico del far nulla; uno scaltro lo corbella grossolanamente,
impunemente l’insulta un valoroso; spada e scettro abbandona a chi
li sa ghermire; dà ordini che non sono obbediti; trova in discordia i
suoi paladini, e non vale a ricomporli in pace; ha bisogno estremo di
loro, ed essi, invece di accorrere alla chiamata, esercitano coll’armi
le private querele; nè egli ricupera la sdruscita potenza se non
sacrificando la propria dignità. Tanti dotti splendeano alla corte di
Carlo, e l’Ariosto non sa rammentare che un Alfeo, il quale dorme al
campo, non si sa perchè (c. XVIII). Vuol imitare il Niso ed Eurialo
di Virgilio, e li trasporta fra Mori, ove l’amicizia di Cloridano
e Medoro non è meno spostata che la libertà onde vagano Angelica,
Marfisa, altre donne orientali. Nè Parigi era allora città di conto,
nè fu mai assediata da Mori; nè i Mori avevano in mano Gerusalemme,
nè già fondato era il regno d’Ungheria; e non che tutti quei re mori,
sono baje l’imperator greco Costantino e suo figlio Leone, che han
per insegna l’aquila d’oro a due teste, e che pugnavano per ricuperare
Belgrado dai Bulgari.
Vivendo in sì gran lume d’arti belle e di scienze, in queste vaneggiò
affatto, di quelle mostrò ignorare e pratica e teorie. I suoi palagi
sono bizzarre mostruosità; le pitture esprimono azioni successive[118].
Conducendo Astolfo nella luna, falla negli elementi di cosmogonia;
crede quell’astro eguale o poco minor della terra _perchè_ non ha
luce. Altri viaggiatori «lasciando Tolemaide e Berenice e tutta Africa
dietro, e poi l’Egitto, e la deserta Arabia e la felice, sopra il mar
Eritreo facean tragitto» (1º dei cinque canti).
Della cavalleria, al tempo suo, si vedevano ancora scene serie, come le
sfide di Carlo V con Francesco I, come il torneo dove fu ucciso Enrico
II di Francia; e appena un anno prima che il suo poema si stampasse,
Bajardo armava cavaliero il re Francesco dicendo, — Venga come se fosse
Orlando od Oliviero, Goffredo o Baldovino». Non poteva egli dunque
proporsi di metterla in discredito; oltrechè, nel mentre in un canto
egli la beffa, nell’altro ne ragiona seriamente; e qualora c’inebbria
di sangue e dipinge il macello di migliaja d’inermi, noi restiamo
indignati contro gli eroi non meno che contro il poeta, il quale ha
coraggio di ridere fra carnificine di ottanta e centomila il giorno,
ove molti dei cristiani e quasi tutti gli eroi musulmani finiscono
a morire, ove le stragi sono così continue che il poeta stesso pare
talvolta stancarsene e grida: — Ma lasciamo perdio, signore, omai
di parlar d’ira e di cantar di morte» (c. XVII); noi fa però che per
cantare altre ire ed altre uccisioni.
Gli dan lode d’immaginoso: ma nei precedenti, e massime nel Bojardo,
già erano ordite le favole ch’egli tessè, e che talvolta sciolse,
per verità, stupendamente, e abbandonando (eccetto nelle avventure
di Ruggero con Alcina) l’allegoria, con cui il Bojardo avea creduto
dover sorreggere l’immaginazione[119]. Comincia con versi di Dante,
finisce con versi di Virgilio; dai predecessori imitò i rapidi e crudi
passaggi, e la sconnessione, e il mancar d’un cominciamento e d’uno
snodo.
D’altra parte, qual cosa è più facile delle invenzioni fantastiche,
quando non devano essere riscontrate dalla ragione? E coll’Ariosto
versiamo in un mondo perpetuamente falso, tra eroi che si tempestano
di colpi senza mai ferirsi, che randagi per foreste selvagge, pure
conoscono le cortesie del Cinquecento; fra donne che avvincendano
l’amore e le battaglie; fra maghi ed angeli che alternamente sovvertono
l’ordine della natura, sicchè nelle buffe inverosimiglianze il
fantastico distrugge se medesimo. Eroi uccisi in un canto, ne’ seguenti
ricompajono ad uccidere. Angelica, causa di tante risse, scompare a
mezzo del poema; e inerme bella, va da Parigi alla Cina, siccome il
poeta andò astratto da Modena a Reggio in pianelle. Direste che col
balzar di meraviglia in meraviglia, voglia torre alla riflessione
di appuntarne le sconvenienze; nè comprende che la grand’arte d’ogni
poesia sta nell’ammisurare la finzione al vero in tal guisa, che il
meraviglioso s’accordi col credibile.
Rinaldo e Astolfo vanno traverso agli spazj del cielo e all’Italia,
eppure non s’imbattono mai in arti, in mestieri, in leggi, in quello
di che vive l’umanità, in quello di che era pieno il Cinquecento.
D’Italia insigne vanto sono Colombo, Americo, il Cabotto; e l’Ariosto,
parlando della scoperta di nuovi mondi, non accenna che a Portoghesi
e Spagnuoli, e ne trae occasione di encomiare Carlo V, «il più saggio
imperatore e giusto che sia stato e sarà mai dopo Augusto» (c. XV).
Una sola volta e’ ricorda d’avere una patria, per rimbrottare i
Cristiani che esercitano l’ire fra sè e contro la terra nostra, invece
di respingere l’irruente Musulmano. Poi, come uno di quei meschini
che mendicano la lode col prodigarla, nell’ultimo canto affastella
ai gloriosi contemporanei altri bassi nomi, talchè gran lamento se
gli levò incontro, quali lagnandosi d’essere dimenticati, come il
Machiavelli, quali credendosi mal qualificati, quali confusi alla turba
o male accantati.
E poemi e ogni altro libro, in tanto son lodevoli in quanto porgono
un concetto utile e grande: sparpaglia il sentimento, e n’avrai
impressioni diverse, che, come i circoli dell’acqua percossa con una
pietra, l’una cancella l’altra, nessuna rimane. Ora l’Ariosto, ridendo
di sè, del soggetto, de’ lettori, diresti siasi proposto distruggere i
sentimenti man mano che li suscitò: ti vede atterrito? eccoti una scena
d’amore; commosso? ti fa il solletico; devoto? ti lancia una lascivia.
E celiasse solo degli uomini; ma non la perdona alle cose sante; mette
in beffa Iddio (c. XIV) facendogli dare puerili comandi; l’Angelo,
servo balordo e villano, vistosi tradito e ingannato dalla Discordia,
cerca questa, e «poste a lei le man nel crine, e pugna e calci le dà
senza fine, indi le rompe un manico di croce per la testa, pel dorso
e pelle braccia» (c. XXVII). Continua empietà è quell’aereo viaggio,
dove san Giovanni ad Astolfo mostra le Parche, il Tempo ed altrettali
gentilità, e dove esso evangelista è paragonato agli storici che
travoltano il vero (c. XXXV); e Dio a Mosè sul Sinai insegna una erba,
«che chi ne mangia, fa che ognun gli creda» (IIIº dei cinque canti).
Motti degni dell’Aretino.
Triviale è la moralità de’ capocanti, allorchè non sia ribalda.
Or t’insegna che il simulare _è le più volte_ ripreso (c. iv); ora
che «il vincere è sempre mai laudabil cosa, vincasi per fortuna o
per ingegno» (c. XV). Se esorta le donne a non dare orecchio agli
amadori, i quali, conseguito il desiderio, volgon le spalle, tosto
se ne ripiglia spiegando ch’esse devono dunque fuggire i volubili
giovanetti, e attaccarsi alla mezza età. Stranissime idee del vizio e
della virtù: unica gloria la forza militare; talchè Ruggero, Marfisa,
che più? Gradasso, Sacripante, Rodomonte, le cui carnificine non sono
tampoco discolpate dal dovere della difesa, pajongli «drappello di
chiara fama eternamente degno» (c. XXVII). Il _buon_ Ruggero _di virtù
fonte_, ama colla volubilità di un sergente; appena Bradamante sua con
tanti affanni lo liberò dal castello di Atlante, egli vola ad Alcina,
e dimentica «la bella donna che cotanto amava»; poi dalla maga non si
spicca per ragioni, siccome da Armida Rinaldo, sibbene perchè altri
incantesimi gliela discoprono vecchia e sformata. Guarito n’esce, e
campa Angelica dal mostro; ma non istà da lui di toglierle il fiore,
che ad una donzella è seconda vita. Quella sua cortesia di gettar nel
pozzo lo scudo incantato, che vale, s’egli ritiene l’altr’arme e la
spada, tutte fatate al par di quelle d’Orlando, e che tolgono ogni
merito al valore? Fin la donna egli abbandona, per restar leale ad
Agramante; poi quando gli è affidato il duello con Rinaldo, decisivo
di quella guerra, combatte lento, più difendendosi che aspirando alla
vittoria. O ricusar doveva, o non mancar dell’usato valore. Bella
è l’azione sua verso Leone, ma egli s’era dritto colà per torgli le
corone, e così esser degno sposo: ottima ragione di rovesciare troni!
Poi, come il magnanimo Leone in un subito divenne così vilissimo
da mandare altri a combattere per sè? Quando Ruggero e Bradamante
tengono in mano lo scelleratissimo Marganorre, il difendono da chi
volea dargli la morte, ma per qual fine? perchè «disegnato avean farlo
morire d’affanno, di disagio, di martire» (c. _xxxvii_). Zerbino _di
virtù esempio_, gravissimamente offeso da Oderico, pregato da questo
di perdono, pare v’inchini l’animo riflettendo «che facilmente ogni
scusa s’ammette quando in amor la colpa si riflette»: voi credete di
applaudire finalmente a un atto di virtù; niente! egli non l’uccide
per obbligarlo a girare un anno con Gabrina, certo che «questo era
porgli innanzi un’altra fossa, che fia gran sorte che schivar la possa»
(XXIV).
Se i duchi d’Este aveano senso morale, doveano stomacarsi di discendere
da razza, ove, non gli uomini solo, ma le donne erano ferocemente
micidiali. Bradamante, per consiglio di Melissa, uccide Pinabello;
vendetta inutile: e poniam fosse giusta secondo la guerra, è di buona
cavalleria il trucidarlo mentre fugge, nè si difende che con alti
gridi e con chiedere mercede? (c. XXIII). Nè solo ella e Marfisa sono
fiere nel combattere per la loro causa, ma pigliano vera dilettanza del
sangue; e quando Ruggero e Rinaldo combattono per la risoluzione del
gran litigio, elle tengonsi in disparte, frementi che il patto le freni
dal metter la mano nelle prede adunate (c. XXXIX); e appena vedono
rotte le tregue, liete si tuffano nella strage.
Io non amo si spogli la donna delle naturali sue qualità per cacciarla
fra l’armi; ma se tale fantasia sorride ai poeti, non dimentichino
almeno la gentilezza d’un sesso fatto per l’amore e la pietà.
Altri indaghi perchè generalmente i lirici, dai siculi cominciando,
abbiano velato l’amore, mentre agli epici, come ai novellieri,
piacque voluttuoso ed osceno, e persino il Tasso, anima candidissima
e in poema sacro, non isfuggì lascivia di pitture ed epicureismo di
consigli. Ma nessun peggio dell’Ariosto, zeppo di lubriche ambiguità
e d’immagini licenziose qui come nelle commedie. Chi ci tacciasse di
non collocare l’uomo in mezzo a’ suoi tempi, sarebbe smentito da tutta
l’opera nostra, e noi conosciamo i vizj di quell’età mezzo pagana
e mezzo superstiziosa: ma dietro agli errori e ai pregiudizj sta il
genio dell’uomo e la poderosa sua volontà; poi scagionando l’autore,
rimane il difetto dell’opera, nè alcuna apologia potrà togliere che sia
giudicata bellissima e perversissima.
Dissero che l’Ariosto abbraccia tutti gli stati e le condizioni: ma
per entro quel barbaglio di meraviglie perde di vista l’uomo, fallisce
ed esagera il linguaggio della passione, e la donna virtuosa, la madre
di famiglia, l’amante casta o in lotta con se stessa non t’offre mai;
sibbene sozze Gabrine e Origille, o tirannesche madri di Bradamante, o
voluttuose amiche, fra le quali è a relegare fino Isabella, che resiste
alla violenza, ma nulla ha negato all’amore.
Dopo la prima edizione del 1516, un’altra ne fece l’autore nel 1532,
dopo vissuto lungamente a Firenze[120], con moltissime mutazioni e
indicibili miglioramenti, massime di stile; e corrente quel secolo,
sessanta volte fu ristampato, sì caro diventò. Perocchè, se pochissimo
quanto ai fatti, moltissimo inventò l’Ariosto quanto allo stile, e
alle particolarità che sono la vita d’un racconto e ch’egli sceglie con
finissima arte, come pittore che storie vecchie riproduce con disegno
e colorito nuovo; onde quel ritrarre così vivo, così vario, che lo
renderà miniera inesaurabile di quadri. Ridendo con una dabbenaggine
arguta, a guisa d’un beffardo che racconta stravaganze tenute per
serie da altri, ma che non vuol parerne nè complice nè zimbello;
signore delle armonie quanto il Petrarca; mirabilmente versatile
nell’espressione, senza la pretendenza, troppo ordinaria negl’Italiani,
senza la frase tessellata, senza abuso di classiche rimembranze,
discernendo per istinto le eleganze dall’affettazione, il vezzo natìo
dell’idioma parlato dal ribobolo mercatino; falseggia qualvolta tocca
il figurato, ma quando procede per la piana e fuor di metafora,
meravigliosamente produce quel piacere che nasce dal conversare
alla domestica con uno de’ più begl’ingegni, non d’Italia solo, ma
del mondo. È la maggior prova che i libri vivono per lo stile; e da
questo il Galilei confessava avere appreso a dar chiarezza e grazia a’
suoi dettati filosofici; un uomo di buon senso dichiarava la lettura
dovrebbe concedersene soltanto a quelli che fecero alcuna bella azione
a pro della patria: ma Silvio Pellico lo qualificò un uom vulgare con
sommo ingegno. E degli ingegni è grande, è incalcolabile la potenza;
e guaj a chi la sconosce, peggio a chi l’abusa! L’uomo, allorchè si
accinge a scrivere, tremi delle conseguenze d’ogni sua parola. Ai
pensamenti del Machiavelli è debitrice Italia di lutto e d’infamia oh
quanta! Dagli scherzi dell’Ariosto, che stravolge le idee di virtù, che
divinizza la forza, che fa delirare il raziocinio, che imbelletta il
vizio e seconda gl’istinti voluttuosi, forse la patria trasse più mali
ch’ella stessa nol sospetti.
E noi giudichiamo inesorabilmente i sommi, non per menomarne la gloria,
ma per iscaltrire la gioventù, che speriamo c’intenda, e che chiediamo
giudice altrettanto austera di noi e de’ contemporanei[121].
Rigorosissimi verso questo grande, che diremo de’ suoi imitatori,
sprovvisti del genio che tanto a lui fa perdonare? Luigi Alamanni
da Firenze (1495-1556), oltre la _Coltivazione_, una sequenza di
poemi cavallereschi compose non per altro che per secondare il gusto
d’Enrico II; il _Girone Cortese_, versificazione d’un romanzo francese;
l’_Avarchide_, o l’assedio di Bourges (_Avaricum_), dove Agamennone,
Achille, Ajace traveste da Arturo, da Lancilotto, da Tristano,
ricalcando interamente i fatti e i detti e le descrizioni omeriche;
onde la sua condanna sta nella lode datagli da suo figlio, di toscana
Iliade. Aggiungete satire, stanze, elegie, salmi, tutto mediocre.
Alfine si ritirò in Provenza, povero di fortuna, e perciò rifiutato da
una fanciulla di cui invaghì[122].
Lodovico Dolce veneziano, scrittore instancabile di grammatiche,
retoriche, orazioni, storia, filosofia, satira, lirica, traduttore,
editore, commentatore, correttor della stamperia del Giolito, fece
sei poemi, fra cui le _Prime Imprese d’Orlando_, che sarebbero i
precedenti del Bojardo. Il seguito ne sarebbe l’_Angelica Innamorata_
di Vincenzo Brusantini ferrarese; e mettetevi insieme i _Reali di
Francia_ dell’Altissimi, la _Morte di Ogero danes_e, la _Trebizonda,
Dama Rovenza dal Martello, Marsiglia Bizzarra_. D’ogni dove pullulavano
imitatori dell’Ariosto, fin tra’ ciabattini; e l’_Aspramonte_, il
_Dragoncino_, l’_Altobello, Anteo Gigante_, l’_Antifior d’Albarosia_,
l’_Oronte Gigante_, il _Falconetto delle battaglie_, i _Fioretti
de’ Paladini_, lo _Sfortunato_, e le _Marfise_, e le _Bradamanti_,
e i _Ruggeri_, e tutti i paladini della favola ariostesca ebber
poemi che vissero quanto i romanzi de’ nostri giorni. Il Bernia fece
l’_Artemidoro, dove si contengono le grandezze degli Antipodi_, e
l’_Erasto_, le _Pazzie amorose di Rodomonte secondo, Parigi e Vienna_.
Giambattista Pescatore di Ravenna scrive in venticinque canti la
vendetta, e in quaranta la morte di Ruggero; «giovanile fatica fatta
in breve tempo, piuttosto per esercizio di mente che per vaghezza di
fama»: eppure più volte ristampata, benchè flacida di stile e povera
d’armonia. Francesco de Lodovici veneziano volle qualche novità
coll’abbandonare l’ottava, e cantò i trionfi di Carlo Magno in due
parti di cento canti ciascuna, e ciascun canto di cinquanta terzine: a
Dio surrogando l’Amore, il Vizio, la Natura, la Fortuna, Vulcano; alle
lodi dei re quelle del doge Andrea Gritti.
In quella folla d’epopee, fatte tra il riso e lo sbadiglio, per
reminiscenze ed imitazione, come si facevano sonetti amorosi perchè
Petrarca fece l’innamorato, e dove alle adulazioni e alle lascivie si
trovava scusa nell’esempio dell’Ariosto, non si toglieano di mira che
le industrie materiali di mestiero. Il bisogno di creare, d’innovare,
non si sentiva; perduta l’intelligenza del medioevo, nè ancora
all’ingenua contemplazione della natura surrogata quella finezza di
osservazioni, quell’analisi dell’uman cuore che costituisce la poesia
dei secoli colti; i personaggi sono o ribaldi o virtuosi tutti d’un
pezzo, con vizj e virtù generiche, non quella mistura che è propria
della povera nostra umanità.
Poniamo tra questa pula anche l’Anguillara, che traducendo le
_Metamorfosi_[123] con espressione facile al par del suo testo, potè
riuscire più prolisso e più sconcio di quello; eppure ebbe in quel
secolo trenta edizioni. Morì di miseria e libidine.
La memoria del miglior figlio conserva quella di Bernardo Tasso
(1443-1569). Alcuno trarrebbe la famiglia di lui dai Della Torre di
Valsassina, che signoreggiavano a Milano, e che al prevalere de’
Visconti ricoverati nelle montagne di Tasso fra Bergamo e Como,
v’ebbero in signoria Cornello. Al 1290 un Omodeo Tasso stabilì le
poste, invenzione perdutasi nel medioevo, e che da’ suoi discendenti
diffusa in Germania, in Fiandra, in Ispagna, valse a quella casa
un’illustrazione di genere particolare e il titolo di principi,
conservato finora nei signori Della Torre e Taxis. Un Agostino Tasso
era generale delle poste d’Alessandro VI, e da un suo fratello nacque
Gabriele, da cui Bernardo. Questi, senz’altro patrimonio che la nobiltà
e una diligente educazione datagli dallo zio vescovo di Bergamo,
s’affisse di buon’ora alle Corti; e prima servì da secretario e da
messo a Guido Rangone generale della Chiesa, poi alla duchessa Renata
di Ferrara, indi a Ferrante di Sanseverino principe di Salerno; e colmo
d’onorificenze e di pensioni, partecipò alla spedizione di Carlo V
contro Tunisi e a quelle del Piemonte e di Fiandra. Ma il Sanseverino,
essendo deputato a Carlo V da’ Napoletani per isviare il flagello
dell’Inquisizione spagnuola, cadde in disfavore a questo, sicchè
gettossi coi Francesi. Bernardo il seguì; come ribelle ebbe confiscati
i beni; e mentre il Sanseverino andava a Costantinopoli a sollecitare
il Turco, Bernardo a Parigi in prosa e in versi confortava Enrico II
all’impresa di Napoli, ma invano. Tornato in Italia, vi perdette la
moglie Porzia de’ Rossi[124], e ne’ disastri della guerra d’allora si
trovò sul lastrico, finchè Guidubaldo duca d’Urbino non l’accolse, e
gli diede agio a finire il suo poema: di poi visse a Mantova, e governò
Ostiglia.
Vita sì tempestosa non interruppe il suo poetare. Fra le altre, fu
amoroso d’una Ginevra Malatesta, e quando essa sposò il cavaliere degli
Obizzi, egli espresse la sua disperazione in un sonetto che tutte
le colte persone d’Italia ebbero a mente. Compose poi due poemi, il
_Floridante_, di cui più non si parla, e l’_Amadigi_. Il soggetto gli
era dato dalla moda, e dalle lodi attribuite all’Amadigi, settant’anni
prima pubblicato dallo spagnuolo Montalvo. Volea farlo in versi
sciolti, ma gli amici e i principi lo persuasero all’ottava; volea
farlo aristotelicamente uno, ma avendo letti i dieci canti alla corte,
gli sbadigli e il diradarsi dell’uditorio attribuì alla regolarità,
onde intrecciollo di tre azioni e moltissimi episodj. Finito, lo
sottopose a varie persone: col qual modo non si cerca profittare d’un
buon giudice, ma avere consenso e lode, comprata con condiscendenze. I
cento suoi canti cominciavano tutti con una descrizione del mattino,
con una della sera si chiudeano, se gli amici non l’avessero indotto
a sopprimerne alcune. Avendo dapprima diretto il poema a onor e gloria
di Enrico II e della Casa di Francia, cui derivava da Amadigi, di poi,
per secondare il duca d’Urbino, lo dedicò a Filippo II, cambiando
moltissime parti ed episodiche ed essenziali. Non era egli dunque
trascinato da genio prepotente, ma deferiva all’opinione altrui, e
tanti cambiamenti elisero ogni spontaneità del primo getto. Alfine
il Muzio, l’Atanagi, Bernardo Cappello, Antonio Gallo furono a Pesaro
convocati dal duca per esaminare l’opera, la quale era aspettatissima:
l’accademia di Venezia il pregò lasciarla stampare da essa, ma egli
preferì farlo per proprio conto. Eleganza e morbido stile ne sono il
carattere, ond’egli medesimo diceva: — Mio figlio non mi supererà mai
in dolcezza». E veramente d’immagini e d’espressioni è ricco quanto n’è
indigente Torquato; ma sempre vi scorgi studio e non natura, artifizio
non ispontaneità; esatto ai precetti grammaticali e retorici, corregge
ed orna lo stile, ama le descrizioni, ripiego de’ mediocri, ma non
interessa mai, mai non palesa il vigore che viene dalla semplicità.
Lasciamo che Sperone Speroni lo anteponga all’Ariosto, come il Varchi
facea col _Girone Cortese_; sta a mille miglia da quella smagliante
varietà d’intrecci e da quella limpidezza di stile; tu il leggi da capo
a fondo senza che un’ottava ti resti in memoria o ti lasci desiderio di
rileggerla.
Non nelle laidezze de’ poemi consimili, ma si bruttò nelle adulazioni
comuni; e al cardinale Antonio Gallo scriveva il 12 luglio 1560: —
Mando a S. E. due quinterni dell’_Amadigi_, dove sono i due tempj
della Fama e della Pudicizia: nell’uno laudo l’imperatore Carlo V,
il re suo figliuolo, molti capitani generali illustrissimi, così de’
morti come de’ vivi, e altri illustri nell’arte militare; nell’altro
lodo molte signore e madonne italiane. E Dio perdoni all’Ariosto che,
coll’_introdur questo abuso_ ne’ poemi, ha _obbligato_ chi scriverà
dopo lui ad imitarlo. Che, ancora ch’egli imitasse Virgilio, passò,
in questa parte almeno, i segni del giudizio, sforzato dall’adulazione
che allora ed oggi più che mai regna nel mondo. Conciossiachè Virgilio
nel VI, conoscendo che questo era per causar sazietà, fece menzione
di pochi; ma egli dimora nella cosa, e di tanti vuol far menzione,
che viene in fastidio. E pur _è di mestieri_ che noi che scriviamo da
poi lui, andiamo per le istesse orme camminando. A me perchè d’alcuni
_bisogna_ ch’io parli per l’obbligo di benefizj ricevuti, d’alcuni per
la speranza ch’io ho di riceverne, d’alcuni per la riverenza, d’alcuni
per merito di virtù, d’alcuni _mal mio grado_... tanto mi sarà lecito
dire, che in questa parte fastidirò meno che l’Ariosto».
Ma da quel Carlo V ch’egli sollucherava, eragli stato tolto il pane
pe’ suoi figliuoli; e invece d’acconciarsi a un onorato mestiero,
colle cortigianerie ne invocava le misericordie, e al cardinale Gallo
scrivea, il 18 maggio di detto anno: — Se la magnanimità del cattolico
re, al quale ho dedicato questo poema, non si move a pietà delle mie
disgrazie, e in ricompensa di tante mie fatiche non fa restituire a’
miei figliuoli l’eredità materna, e non ristora in alcuna parte i miei
gran danni, io mi trovo a mal partito».
Chi c’intende sa perchè abbondiamo in queste particolarità, nè crederà
superfluo l’avvertire come Bernardo Tasso compose que’ cento canti
senza tampoco sapere se il suo Amadigi fosse di Gallia o di Galles,
cioè nè dove nè quando succedano que’ fatti; poi gliene viene rimorso,
e — Non sarebbe egli peccato veramente degno di riprensione; peccato,
non di trascuraggine, ma d’ignoranza, o di quelli che Aristotele vuole
nella sua Poetica sieno indegni di escusazione, se io pubblicassi
questo poema sotto il titolo d’Amadigi di Gaula, senza sapere dove
fosse questo regno? Non volete voi che io nomini qualche porto?
qualche città principale?» e sta persuaso che Gaula sia uno sbaglio
dell’ignorante scrittore invece di Gallia, e che l’erede del trono
inglese s’intitoli principe di Gaula per le antiche pretensioni sopra
la Francia; e propenderebbe ad intitolare il suo Amadigi di Francia,
e ne interroga Girolamo Ruscelli, pregandolo a chiederne l’ambasciator
d’Inghilterra od altro pratico[125].
Pochi s’avventurarono a cantare fatti contemporanei, come nel
_Lautrecco_ Francesco Mantovano, nella _Guerra di Parma_ Leggiadro
de’ Gallani, nell’_Alemanna_ ossia la Lega Smalcaldica l’Olivieri di
Vicenza: ma non si leggono se non i _Decennali_ del Machiavelli pel
nome dell’autore.
Gian Giorgio Trissino vicentino (1478-1550), ornatissimo di lettere,
s’indignò al vedere ogni cosa risolversi in buffonerie, sulla scena
come nell’epopea; e determinato d’opporvi soggetti serj e patrj,
compose l’_Italia liberata_. Tema infelice, perocchè l’Italia
non guadagnò nulla dalla liberazione gota, onde manca l’interesse
nazionale; mancano pure gli eroi, giacchè a Belisario la fama derivò
dalle imprese d’Africa, e a Giustiniano dalle leggi. Doveva però
solleticare la curiosità sì pel verso sciolto a cui egli primo si
perigliava[126], sì per la nuova ortografia: ma troppo difettava
di vena poetica, e trapiantare la greca semplicità mal presunse in
un secolo pomposo e in lingua di ben altra indole: a tacere quella
refrattaria tepidezza, manca sempre d’inventiva e d’affetti; ignaro
delle convenienze di stile, frasi prosastiche e plebee annesta fra
discorsi di eroi; a Giunone attribuisce un linguaggio da merciaja,
come nella sua _Sofonisba_ non dialoga altrimenti che ne’ _Simillimi_.
Sperava l’immortalità, come tutti i verseggianti d’allora[127]; poi
vedendo cascata nell’oblìo quella sua prosa misurata, l’attribuiva al
non avere anch’egli cantato le follìe cavalleresche[128]: ma in fatto
poteva accorgersi come (per usar la sua frase) _magistro Aristotele ac
Homero duce_ si può fare una meschinissima epopea.
Questo mal esito svogliò ancor più dal compor serio, e fece prevalere
le composizioni leggere e la lepidezza; onde Dionigi Atanagi scriveva:
— Gli Stoici ed i Catoni ai nostri giorni sono assai rari. Anzi, se
alcuna età giammai amò il riso, o che ’l numero delle molestie sia
fatto maggiore, o che la natura sia divenuta più tenera, o qual altra
se ne sia cagione, questa veramente par che sia dessa»[129].
Francesco Berni da Lamporecchio (-1536) conferì il nome alla poesia
burlesca, che ben prima di lui avea fatto sue prove. Stette egli ai
servigi del cardinale Bibiena, che «non gli fece mai nè ben nè male»;
poi del Ghiberti datario, che l’inviò a far «quitanze e diventare
fattore d’una badia»; fu carissimo a Clemente VII, finchè si ritirò a
Firenze sopra un canonicato. Egli ci si dipinge come un giovialone,
dilettantesi soprattutto del non far nulla[130] e dello star sulla
berta; innamorato sempre, discretamente libertino: eppure qualche
volta tocca alle miserie correnti; or compiange i cortigiani, usciti
dalle mani dei Medici per cadere in quelle di Tedeschi e Spagnuoli e di
Adriano papa avaro[131]; or impreca al duca Alessandro e a chi fa per
lui[132]. Anzi affermano che da questo fosse richiesto di avvelenare il
cardinale Ippolito, e l’aver ricusato gli costasse la vita.
Quella pigrizia trapela dal compor suo alla carlona, con un tal quale
timido coraggio e buona dose di libertinaggio e d’inurbanità: ma chi
lo legge per ridere, non vi trova lepidezza maggiore che in altri
molti contemporanei, e l’arguzia sua consiste men tosto nel frizzo che
nell’espressione, qual eragli data dal parlare natìo[133]. Per questa
medesima accidia, invece d’ideare un poema nuovo, tolse a rifondere
l’_Orlando innamorato_ del Bojardo; all’espressione ingenua e calzante
surrogando la generica; all’indipendenza di una natura doviziosa e
vivace sovrapponendo il decoro richiesto da società più raffinata
e meno spontanea; eppure, senza crear nulla, fece dimenticare il
predecessore. Tanta è l’importanza dello stile!
I capitoli furono la consueta forma, e il paradosso il fondo dei
berneschi; e per non perdermi a nominarne mille, accennerò Giovanni
Mauro dei signori d’Ariano nel Friuli, appartenente all’accademia de’
Vignajuoli, che univasi presso Uberto Strozzi: fu amico ed emulo del
Berni, colle cui poesie vanno spesso unite le sue. Cesare Caporali
perugino, cercando uscir dalle peste, verseggiò un _Viaggio al Parnaso_
ed una _Vita di Mecenate_, modelli quello al Boccalini e questo al
Passeroni, con episodj continui, con un misto di bonarietà e malizia,
di particolarità moderne e fatti antichi. L’Arrighi nella _Gigantea_
non vuol altra musa che la pazzia: — Venga l’alma Pazzia dolce e
gradita, — Ch’io la vo sempre mai per calamita»; e il Grassini gli
oppone la Nanea, ove i giganti vincitori degli Dei sono vinti dai
nani. Veramente tempi da piacevoleggiare erano quelli! Eppure, quasi
la lingua natìa non bastasse alle celie, inventarono la _pedantesca_,
italiano latineggiante introdotto da Fidentio Glottochrysio
Ludimagistro, cioè Camillo Scrofa vicentino, che non dissimula i suoi
gusti pederasti; e la _maccheronica_, latino italianeggiante.
Teofilo Folengo (-1544), nato a Cipada presso il lago di Mantova,
professatosi benedettino, poi per amore gittate via la tonaca e la
vergogna, errò pel mondo, e mentre poteva con poesie serie farsi
salutare emulo di Virgilio, col nome di Merlin Coccaj s’imbrodolò nel
maccheronico, componendo con quel mimico innesto non epigrammi soltanto
ed egloghe, ma interi poemi, celebrando bagordi e sguajataggini ed
un’epica voracità; buffoneria inesauribile, sostenuta da squisito
sentimento dell’armonia[134]. Rabelais lo cita spesso e più spesso
lo copia, ma dirigendosi a qualche intento o buono o cattivo, mentre
il Folengo altro non fece che uccellare a farfalle. Pentito, ritornò
frate, e gli errori e l’oscenità tentò redimere componendo in ottave la
vita di Cristo e varie rappresentazioni sacre.
Altri sui vizj di quel secolo avventaronsi indignati. Le satire
già erano messe in moda dai _Beoni_ e dai _Canti carnascialeschi_:
la terza rima vi fu applicata da Antonio Vinciguerra, segretario
della repubblica fiorentina, nelle sei contro i peccati capitali che
impestavano Italia e la Chiesa; rozze e dure, eppur sapute a mente
da tutti. Quelle dell’Ariosto meglio si direbbero epistole; pedestri,
individuali, di rado accostate alla quistione civile e di fuga; frizzi
di vivace letterato che, desideroso di viver bene, d’avere miglior
abito, maggiore libertà di arte, delle traversie non prende rabbia
ma impazienza; spiritoso sempre, violento talora ma senz’asprezza, al
modo d’Orazio partendo sempre da se medesimo, e dipingendosi come un
epicureo di placidi godimenti. Tutto fuoco invece e biliose invettive,
il fuoruscito Alamanni senza riguardo passa in rassegna i governi
d’Europa; e si sveleniscono pure Gabriele Simeone e Pietro Nelli: il
Bentivoglio procede meglio, così da beffa e da senno: il Lasca celebra
la piazza imprecando a cotesto tedio del pensare.
Frequente bersaglio a’ satirici è il vivere lauto dei cherici e de’
prelati, e la scostumatezza de’ monaci. Giovanni Mauro va in estasi
davanti a questo dolce guadagnare il paradiso colle mani in mano, e
tesse la storia della bugia, che nata in Grecia, tragitta a Sicilia,
a Napoli, infine a Roma, dove nessuno ancora la sturbò dal trono, e
dove essa è lo scorciatojo per arrivare agli onori dopo venduto il
caldarrosto per la via. Francesco Molza predica felice lo scomunicato
perchè non ha più nulla a partire con Roma.
Con altrettanto ardore si coltivò un genere diametralmente opposto,
il pastorale; ma anche questo senza verità. Aveano dinanzi agli
occhi una natura ridente d’ogni bellezza; potevano esaminare la vita
rustica, così varia dalle cascine delle Alpi alle vallate di Sonnino;
dalle incolte pascione di Sicilia, divise da siepi di fico opunzio, a
quelle di Roma pittorescamente sparse di grandiose rovine: ma no; per
ispirarsi ricorreano alle corti di Tolomeo e di Augusto, soffiavano
nella zampogna di Teocrito e di Titiro.
L’amore del descrittivo fece coltivare anche un altro genere della
decadenza greca, il didattico. Luigi Alamanni e Giovanni Rucellaj
cantarono la _Coltivazione dei campi_ e _quella delle api_, ma non
come chi si appassiona per la natura e per le semplici diligenze
pastorali, testimonio di cuor buono: la sazievole monotonia del
primo e la prosastica cascaggine del secondo non rattengono i pedanti
dall’offrirceli come esemplari del verso sciolto. Erasmo di Valvasone
friulano scrisse della _Caccia_, oltre l’_Angeleide_, poema sulla
caduta degli angeli, che non desta interesse perchè tutt’altre passioni
che le nostre s’incontrano fra esseri perfetti come Dio od orribili
come i demonj: ma il Milton ne desunse alcuna cosa, e nominatamente
l’infelice fantasia del cannone, adoprato in guerra dai demonj[135].
Bernardino Baldi urbinate, studioso delle lingue e delle matematiche ed
uno de’ talenti più universali, soprantendendo alle fabbriche ducali
d’Urbino, vi fabbricò Santa Chiara, creduta di Bramante; imprese la
storia di Guastalla, d’ond’era abate ordinario; fece molte versioni
dal greco, tentò introdurre nuove misure di versi, dettò egloghe
pescatorie, e il poema della _Nautica_, diffuso e spesso prosastico; e
sonetti sopra Roma, benchè la contemplazione di quella città «pur nelle
sue ruine anco superba» non gli ecciti che idee di morale comune.
Donne molte salsero in fama di lettere e di coltura. La Cassandra
Fedele, tutta entusiasmo e pietà, volta dall’infanzia ad elevati
studj senza scapito della grazia e dell’ingenuità, ori o gemme mai
non portò, mai non comparve altrimenti che con un vestitino bianco e
velata il capo; ammirata per tutta Italia, venerata dai Veneziani, che
faceva stordire coll’erudizione sua classica e teologica, e che rapiva
coll’incanto e la vigoria del suo improvvisare musica e versi. Quando
Isabella d’Aragona volle attirarla a Napoli con magnifiche promesse, il
senato non sofferse che «la repubblica fosse privata de’ suoi più begli
ornamenti». Gian Bellini ebbe commissione di riprodurne i lineamenti
quando essa non finiva i sedici anni, quando cioè per cogliere al vero
una fisionomia quasi infantile eppure già vagamente ispirata, voleasi
un pennello, la cui delicata naturalezza fosse in armonia col soggetto.
Alle nozze di Lavinia, figlia di Guidubaldo d’Urbino, col marchese Del
Vasto nel 1583, vuolsi intervenissero dodici poetesse italiane: Tullia
d’Aragona, Gaspara Stampa, Laura Terracina, Chiara Matraini, Lucrezia
Gonzaga da Gazzuolo, Claudia della Rovere, Costanza d’Avalos, Ersilia
Cortese e le urbinate Elisabetta Cini, Isabella Genga, Minerva Bartoli,
Laura Battiferri.
A Tarquinia, figlia del primogenito di Francesco Molza poeta, il senato
romano decretò il titolo di cittadina, onor nuovo per donna, e il
soprannome di Unica; il Tasso le intitolò il suo dialogo dell’amore;
Francesco Patrizi il terzo tomo delle sue _Discussioni peripatetiche_,
chiamandola «la più dotta fra tutte le più illustri matrone che sono,
che furono e che in avvenire saranno».
Gaspara Stampa padovana verseggiò dietro al Collalto, guerriero il
quale non prese che tedio de’ rimati piagnistei. Veronica Gàmbara
da Brescia, in gioventù amica del Bembo, poi per nove anni moglie
a Giberto di Correggio, passò la restante vita in casta e studiosa
vedovanza. In maggior rinomo salì Vittoria, figlia del gran
connestabile Fabrizio Colonna, di soli quattro anni fidanzata al
marchese Alfonso di Pescara che n’aveva altrettanti: a diciassette si
sposarono, ma a trentacinque egli perì nella battaglia di Pavia; ed
ella disacerbò il dolore cantandolo, poi dandosi a fervorosa religione.
Amata da Michelangelo, come cosa divina lodata da Bernardo Tasso,
dal Rota, dal Costanzo, dal Minturno, dal Filocalo, dal Musofilo, da
Galeazzo di Tarsia, de’ quali era la musa ispiratrice, nessuna nube
offuscò l’illibato suo carattere[136].
Tullia d’Aragona, generata da un cardinale, bellissima, coltissima,
cinta dal fiore di letterati e di galanti, gareggiando colle
famigerate cortigiane di Bologna, di Roma, di Ferrara, di Venezia,
alfine si ritirò a Firenze a vita migliore, e pubblicò molte liriche.
Stomacata dalle sconcezze e profanità del Boccaccio, che «è da stupire
come nè anche i ladri e i traditori che si facciano pur chiamar
cristiani, abbiano mai comportato d’udir quel nome senza segnarsi
della santa croce e senza serrarsi l’orecchio come alla più orrenda
e scellerata cosa che possano udire le orecchie umane», compiangeva
le altre sudicerie de’ suoi contemporanei, i Morganti, le Ancroje,
gl’innamoramenti d’Orlando, i Buovi d’Antona, le Leandre, i Mambriani,
l’Ariosto, i quali contengono «cose lascive, disoneste, e indegne
che non solamente monache o donzelle o vedove o maritate, ma ancora
le donne pubbliche le si lascino veder per casa»; onde, scaltrita
per proprio esempio «di quanto gran danno sia nei giovanili animi il
ragionamento, e molto più la lezione delle cose lascive e brutte»,
scrisse il _Guerrino detto Meschino_, coll’intenzione «di dar lode
a Dio solo, e colla persuasione d’aver procurato al mondo un libro
da essergli gratissimo per ogni parte». Non si può encomiarla se
non del retto volere. E per verità fa scandalo non meno che stupore
l’inverecondia dominante nelle composizioni d’allora; nei canti
carnascialeschi, che ripeteansi dalle mascherate; nei capitoli, ove
troppi riscontri trova monsignor Della Casa; nelle satire, nelle
novelle, nelle commedie.
Non erano ancora dimenticati i _misteri_ del medioevo[137], anzi
continuarono assai tardi. Nel 1585 capitarono a Roma alcuni,
probabilmente finti, principi Giapponesi, mostrandosi nuovi e
convertiti ammiratori della nostra religione. Tornando per Venezia,
la repubblica volle dar loro lo spettacolo d’una delle magnifiche
sue processioni, nella quale le grandi confraternite rappresentarono
alcuni misteri. Quella di san Marco atteggiò il miracolo avvenuto nel
1242 quando (un pescatorello l’attestò al doge) una turba di demonj
avventava la più sformata procella sopra la città, se san Marco,
san Giorgio e san Nicolò non l’avessero sviata. La scuola della
Misericordia rappresentò Venezia circondata dalle Virtù, e con vesti
e gioje che costavano più di cinquecentomila ducati. La scuola della
Carità figurò la decollazione del Battista e i tre fanciulli nella
fornace. La scuola di san Giovanni rappresentava gli Evangelisti,
l’Abbondanza, le quattro Stagioni. Più ricca delle altre, quella di
San Rocco era preceduta da quattro demonj, poi vedevansi su differenti
palchi il peccato d’Adamo, il sacrifizio d’Abramo, vari atti di Mosè,
una Samaritana che dal secchiello d’argento spruzzava i circostanti,
e molti altri fatti dei due Testamenti; poi allegorie, poi il
giudizio finale. Alla confraternita di San Teodoro precedeva uno che
dall’inaffiatojo spargeva acqua rosata; poi il giudizio di Salomone,
la Sibilla che ad Augusto addita il neonato bambino, Costantino
battezzato, le beatitudini del paradiso, gli strazj dell’inferno; e
non serve dire la quantità di preti, di confratelli, di angeli, di
argenterie. Una processione consimile si fece nel 1598 in occasione
della pace fra Enrico IV e Filippo II[138]. Anche Roma godeva di
spettacoli più somiglianti ai misteri, che non ai drammi moderni, come
la storia di Costantino rappresentata il carnevale del 1484 nel palazzo
pontifizio.
Ma qui pure si vergeva al classico; e in qualche Corte, e massime
a Ferrara, si recitavano componimenti antichi: Pomponio Leto
espose davanti a Sisto IV commedie di Plauto e Terenzio, e nel
1486 in Ferrara i _Menecmi_ tradotti. Non andava festa senza
rappresentazioni drammatiche; e per dirne una, Lucrezia Borgia
quando sposò il duca di Ferrara, vi giunse con tale accompagnamento,
ch’erano quattrocentoventisei cavalli, ducentrentaquattro muli,
settecentocinquantatre persone. Legga in Marin Sanuto chi vuole le
particolarità di quell’entrata[139], splendida se altre mai, e i
giuochi di funambuli e le giostre e i balli: noi diremo come centodieci
commedianti rappresentarono cinque commedie di Plauto, con intermezzo
di moresche, ossia di danze pirriche e pantomime di fatti mitologici,
con musica del Tromboncino. A Venezia l’11 febbrajo 1514 si rappresentò
l’_Asinaria_ di Plauto in terza rima[140].
In questa città al principio del secolo XV per le rappresentazioni
si formarono molte Compagnie dette _della calza_, perchè la loro
divisa consistea nel colore d’una delle brache. Ciascuna distinguevasi
con nomi particolari, degli Accesi, dei Pavoni, dei Sempiterni,
dei Cortesi, dei Floridi, degli Eterei, ecc., con priore, sindaco,
secretano, notajo, cappellano, messaggio[141]. Gli statuti, approvati
dai Dieci, venivano solennemente giurati; e imponevano fratellevole
benevolenza, non contese, non propalare le decisioni, festeggiare
alle nozze di ciascun compagno; sposandosi far donativi a questi;
accompagnarne il mortorio, e portare il lutto. Prendeano a stipendio
artisti valenti per dirigere le loro feste; e il Tiziano ebbe soldo dai
Sempiterni; una ordinò al Palladio un teatro nel grand’atrio corintio
del monastero della Carità, e a Federico Zuccaro dodici scene per
rappresentare l’_Antigone_, tragedia del conte Dalmonte vicentino. Quel
teatro era di legno e poco poi bruciò, ed esso Palladio, dall’accademia
Olimpica invitato a costruirne uno stabile a Vicenza, lo modellò sugli
antichi, in una semiellissi poco favorevole all’acustica e meno alla
visuale. Il palco offre in iscorcio sette vie, con palagi, tempj, archi
in rilievo: ma, a tacerne lo stile moderno, essendo per necessità
sproporzionati al vero, danno sgraziato vedere; e poco si tardò a
conoscere inopportune decorazioni stabili, le quali non poteano valere
se non ad un solo componimento. Il teatro di Sabbioneta fu da Vincenzo
Scamozzi modellato più rigorosamente sull’antico, semicircolare, col
palco visibile da tutti gli astanti. Ranuccio I Farnese nella Pilotta
di Parma ne fondò un vasto, a disegno di Giambattista Aleotti, reso
poi capace di quattordicimila spettatori, e dove potea condursi acqua
per le naumachie. Dappoi si moltiplicarono; surrogaronsi palchetti alle
scalee; e al tempo del Bibiena già teneano forma odierna.
In una rappresentazione alla Corte d’Urbino, descritta da Baldassarre
Castiglioni, la scena fingeva una via remota tra le ultime case
e il muro della città, dipinto sul dinanzi del palco, mentre la
platea figurava la fossa. Sopra i gradini degli spettatori girava un
cornicione rilevato, in cui lettere bianche su campo azzurro mostravano
questo distico del Castiglioni, allusivo al duca Guidubaldo:
_Bella foris, ludosque domi exercebat et ipse_
_Cæsar; magni etenim utraque cura animi._
Mazzi e festoni di fiori e d’erbe pendevano dal cielo della sala;
attorno alla quale due ordini di candelabri, tanto majuscoli da portar
ciascuno fin cento torcie, rappresentavano le lettere _Deliciæ populi_.
Sulla scena era disegnata una bella città, parte in rilievo, con
un tempio ottagono di stucco, lavorato a finissime storie, finestre
finte d’alabastro, architravi e cornici d’oro e oltremare, e finte
gemme e statue e colonne e bassorilievi, che in quattro mesi non
le avrebbero finite quanti artisti nutriva Urbino. Musica emanante
da luoghi nascosti ricreava una commedia tutta di fanciulli, e la
_Calandra_ del Bibiena. Più si ammirarono gl’intermezzi, nel primo
de’ quali Giasone, armato all’antica, uscì ballando, poi côlti due
tori ignivomi, gli obbligava all’aratro; allora dai seminati denti
del dragone rampollavano uomini armati a danzare una moresca, sinchè
l’un l’altro si uccidevano. Nel secondo, Venere appariva sul carro
tratto da due colombe, cavalcate da amorini; altri amorini coi simboli
proprj carolavano, sinchè colle faci metteano fuoco ad una porta,
donde uscivano nove coppie di amanti affocati a ballare. Nel terzo,
atteggiarono Nettuno e otto mostri marini: nel quarto, Giunone coi
pavoni e i venti. E un amorino spiegava l’intenzione degli intermedj
con versi composti dal Castiglioni, che riducevanli a significazione
unica e morale[142].
Passando Leone X per Firenze, il Rucellaj ne’ suoi famosi orti fece
recitare la _Rosmunda_: poi nel palazzo de’ Medici si atteggiavano
due commedie oscene, la _Mandragora_ del Machiavelli e l’_Assiuolo_ di
Gianmaria Cecchi, disponendo nella sala due palchi per modo che, finito
che fosse un atto dell’una, sull’altro cominciavasi un atto dell’altra,
con questa alternativa ingannando la lunghissima durata[143].
Nè qui vogliamo dimenticare il famosissimo _atto della Pinta_,
rappresentato in Santa Maria della Pinta a Palermo il 1562, l’anno
appunto in cui nasceva Lope de Vega, a’ cui _atti sacramentali_
tanto somiglia. Aveva composto il libretto Merlin Coccaj, compiutolo
Gaspare Licco, musicatolo il Chiaula: rappresentava la creazione e
l’incarnazione, e costava ogni volta dodicimila scudi; onde il vicerè
Colonna ebbe ad esclamare: — È troppo per questa terra, poco pel
paradiso».
La prima tragedia regolare e in versi sciolti fu la _Sofonisba_
del Trissino, modellata sopra Sofocle[144], dove il coro non solo
riempie gl’intervalli, ma rappresenta la parte morale. Nel carattere
dell’eroina, non mai tentato da altri, abbastanza si commisurano la
realtà coll’ideale; ma i colori sono pallidi e uniformi, la semplicità
greca portata all’eccesso, misero l’intreccio, troppi gli sfoghi d’un
dolore rimesso, soprattutto squallida la dicitura. La _Rosmunda_ e
l’_Oreste_ del Rucellaj, l’_Antigone_ di Luigi Alamanni, la _Tullia_
del Martelli son pitocchi ricalchi degli antichi, sull’esempio de’
quali voleansi giustificare le prolisse narrazioni, il dialogo esanime,
la triviale moralità de’ cori. Moltiplicaronsi poi quando invalse di
recitarne all’entrata de’ principi; e forse la migliore di quel secolo,
sebbene sconosciuta nè credo stampata, è l’_Orazia_ dell’Aretino,
primo esempio dei drammi storici ad azione ampia e spettacolosa, che
formarono poi la gloria di Shakspeare.
Dalla pittura degli affetti si fe pronto passaggio a quella dei
delitti; e nella _Canace_ di Speron Speroni la protagonista compare
sulla scena un istante prima del parto, consultando la nutrice sul
come nasconderne il frutto; entra a partorire due gemelli, che per
ordine del padre son gettati ai cani[145]. Nella _Selene_ di Cintio
Giraldi ferrarese la regina e sua figlia per un atto intero tengono
alla mano, dinanzi al senato egizio, due teschi, che credono del
figlio e del marito: un incesto, un parricidio, un suicidio, e
qualch’altre uccisioni secondarie empiono il suo _Orbecche_. Gli va
di costa l’_Arcipranda_, posta fra le migliori del secolo; soggetto di
atrocità romanzesca, con cadaveri strascinati, ed altri fatti a brani,
e pur mescolata a pitture voluttuose; opera di Antonio Decio, amico e
lodato dai migliori d’allora e da Torquato Tasso. Nella _Semiramide_
Muzio Manfredi cesenate sceneggia sfacciatamente l’incesto. Frate
Fuligni espone sul palco le torture inflitte dai Turchi al Bragadino;
l’atteggiamento delle quali atrocità rivela l’abitudine di vederle
nella vita, e la fomentava.
Noi primi avemmo dunque un teatro colto e regolare, ma nulla di
nazionale e spontaneo, giacchè l’ammirare le produzioni antiche
stoglieva dall’aprir nuove vie colla forza propria. Il modello
trascelto era cattivo, cioè Seneca, atteggiatore ciarlero d’intrighi
romanzeschi; Lodovico Dolce tornò verso Euripide, ma con una semplicità
priva d’arte e d’interesse. La tragedia vuole il popolo; e il popolo
restava sequestrato dalla letteratura come dalla politica: e veramente
nella drammatica sentivasi viepiù il difetto endemico della letteratura
d’allora, il mancarvi il popolo.
Chi più della commedia dovrebbe far ritratto del vivere presente?
eppure la buttavano a imitare le poche latine, che sono imitazione
delle greche. Di là traevano i caratteri, di là la tresca e gli
accidenti, e quella inevitabile catastrofe de’ riconoscimenti:
v’aggiungevano la prurigine di nuove immoralità, quasi tutte versando
sopra un intrigo salace, e l’oscenità mettendo sotto agli occhi o agli
orecchi degli astanti. La mezzana è personaggio obbligato, come lo
scroccone, la meretrice, lo scemo, il bargello; sempre l’avaro che ha
nascosto il tesoro, dopo uscito ritorna indietro per assicurarsi di
aver chiusa la porta; e amici che si accusano d’aver ciuffato l’uno
all’altro la ganza; e fratelli somiglianti; e poverette che scopronsi
figlie di gran signori; e amanti che vogliono introdursi entro casse, e
invece sono sequestrati alla dogana; e vecchie che rimpiangono gli anni
dov’era possibile peccare. Questi caratteri generici e perciò senza
interesse nè verità, acconciavansi alla giornata coll’innestarvene
altri parziali; ora il Senese, prototipo dell’imbecille, va a
Roma per diventar cardinale, e dettogli che in prima bisogna farsi
cortigiano, cerca lo stampo con cui i cortigiani si formano, siccome
nella _Cortigiana_ dell’Aretino; or si dipingono i vizj di Ferrara e
se ne tempestano i magistrati, come ne’ _Suppositi_ dell’Ariosto; or
il sacristano di San Pietro o il guardiano di Ara Cœli spacciatori
di miracoli; ora donnicciuole sgomentate dall’arrivo del Turco; ora
Spagnuoli tagliacantoni fugano gli eserciti coll’ombra propria o col
barbaglio dello scudo, eppure alla cantoniera abbandonano per paura il
mantello o la cappa; ora l’Ebreo cacciato di Spagna viene a spacciare
alchimie e truffare; più spesso vi son messi in iscena i frati o che
vendono per cento scudi l’assoluzione al ladro, il quale esita fra la
borsa, la coscienza e il buon senso; o che dicono alle Comari l’appunto
dei giorni che un’anima deve stare in purgatorio, e quanto vuolsi a
riscattarla. Comuni vi sono le maschere, caricature di se stessi e
volontarie esagerazioni.
La prima tra le moderne, nostrali e forestiere, è la _Calandra_ del
cardinale Bibiena, comparsa a Venezia il 1513[146], ricalcata sui
_Menecmi_, sfavillante di festivi motti, di riboboli e d’impudicizia.
Gli _Straccioni_ del Caro, la _Trinuzia_ e i _Lucidi_ del Firenzuola,
riscattano i comuni difetti colla coltura degli autori e col dialogo di
impareggiabile leggiadria. Chi meglio dell’Ariosto, stupendo pittore
di costumi nel poema, poteva riuscire insigne comico? ma sebbene
i soggetti desunti da Plauto e Terenzio arricchisca di graziose
particolarità e di stile facile e vivo, li disabbella colla lubricità
frequente e col verso sdrucciolo. La _Mandragora_ del Machiavelli
mostra che avrebbe potuto formare un teatro nazionale chi avesse ardito
togliersi dalle orme antiche.
Il Cecchi, come il Gelli calzajuolo, hanno vanto di naturalezza e
atticismo. Il Parabosco, e meglio Ercole Bentivoglio, e Francesco
d’Ambra, fra gl’intrighi che ne formano il fondo, lanciano care vivezze
di stile. L’Aretino cede in gusto quanto vantaggia in arguzia. Il Lasca
conosceva i difetti delle commedie «tutte nuove di panno vecchio, come
la gamorra di monna Silvestra»; censura gl’intermezzi spettacolosi, i
lunghi discorsi, gli a solo, gl’inverosimili riconoscimenti; vorrebbe
la commedia «immagine di verità, esempio di costumi, specchio di
vita»; osa ricordare che «Aristotele e Orazio videro i tempi loro; i
nostri son d’altra maniera: abbiamo altri costumi, altra religione,
altro modo di vivere, e però le commedie bisogna fare in altro modo.
In Firenze non si vive come si viveva già in Atene e in Roma: non ci
sono schiavi, non ci si usano figliuoli adottivi, non ci vengono a
vendere le fanciulle; nè i soldati del dì d’oggi nei sacchi delle città
e dei castelli pigliano più le bambine in fascia, e allevandole per
loro figliuole fanno loro la dote; ma attendono a rubare quanto più
possono»[147]. Ma all’atto e’ non fa meglio degli altri, ricasca negli
stessi intrecci; sebbene getti qualche sprazzo di costumi nostrali,
massime mordendo le pinzocchere.
Angelo Beolco, detto il Ruzzante di Padova, imparò sì bene i modi
de’ contadini, che pareva un di loro, e quando usciva mascherato, gli
si faceva intorno folla per ridere delle sue lepidezze: combinò una
compagnia di giovani padovani coi quali recitava; introdusse sulle
scene varj dialetti, oltre il padovano; e attribuiscono a lui le
maschere del Pantalone, dell’Arlecchino, del Dottore. Antonio Molin
soprannominato il Burchiello, di Levante tornato alla patria Venezia
verso il 1560, cominciò a fare commedie ove s’introduceano dialetti
varj, il bergamasco, lo schiavone, il greco; e vi traeva tanta folla
che le sale non bastavano a capirla[148]. Andrea Calmo veneziano, nato
e cresciuto pescatore, rappresentava maravigliosamente il personaggio
di Pantalone, e nel patrio dialetto dettava ghiribizzi in lettere, con
sali che or ci sanno di scipito. Francesco Cherrea, fuggito dal sacco
di Roma, introduceva allora stesso a Venezia la commedia a soggetto.
Giovan Giorgio Arione nel dialetto astigiano pubblicò dieci farse piene
di laidezze e di frizzi contro i frati, per le quali fu lungamente
prigione, poi scarcerato a patto che le correggesse. Si introdussero
anche lingue forestiere, parlate a sproposito, e nell’_Amor costante_
di Alessandro Piccolomini, rappresentato a Siena quando ne passò Carlo
V il 1536, v’ha tedesco e spagnuolo, con napoletano e senese, oltre un
boccaccevole. Inoltre si variavano i metri, s’intrammezzavano cantari e
balli; la durata non misuravasi, nè il numero de’ personaggi; insomma
v’avea libertà. Presto poi le commedie a soggetto tolsero agli autori
la fatica del comporre, e agli ascoltanti la possibilità del criticare.
Però anche i comici improvvisatori posero arte e connessione nei
loro piani; Flaminio Scala pel primo fece stampare le sue tessere di
commedie, feconde e ingegnose; e secondato da attori vivaci e osceni,
superò tutti i contemporanei. Fama europea acquistavano gli Arlecchini
e i Pantaloni; e Mattia imperatore conferiva la nobiltà all’arlecchino
Cecchino, prova che del successo di que’ componimenti gran parte era
dovuta alla gesticolazione[149].
Appunto per ciò commedie che tanto divertivano recitate, or pajono
esangui e grossolane; in tutte il ridicolo solletica i sensi, anzichè
eccitare l’intelletto con que’ motti arguti che sono altrettanti
giudizj. L’oscenità non vi è solo condimento, come in Aristofane, ma
il fondo, raffinata, senza vergogna; nè sfoggiata solo da cortigiane,
ma da figliuole e mogli. Quell’arbitraria giocosità di personaggi di
convenzione troppo palesa il proposito di eccitare il riso; un riso
tutto di sensi e di fantasia, non di ragione, non fondato su pittura
evidente della vita, su opposizione di caratteri e di sentimenti: pare
che evitino a studio le situazioni patetiche, condotte dal soggetto
proprio; all’azione preferiscono il racconto; tolgono effetto alla
satira collo sparpagliarla ed esagerarla; barcollanti fra la noja e
la lascivia, non ti offrono una scena, una situazione, un carattere
imitabile, o che diano traccia de’ costumi d’allora. Ci presentano
uomini disoccupati, non un atto di cuore, un nobile tratto, una parola
che annunzi o desti un pensiero. I nostri cataloghi ne contano fino
6000, e nessuna buona, nessuna caratteristica. Eppure erano quel che
l’Europa possede di meglio, largamente vi attinsero i maggiori comici
forestieri, e più felicemente il Molière[150].
Ma il teatro nostro rimase troppo discosto e dalla originalità
spagnuola, che, propostosi un fine, un sentimento, un fatto, lo svolge
sotto tutti gli aspetti possibili, qualunque sia il mezzo adoperato;
e dalla regolarità francese, che dà ragione d’ogni passo, arruffa la
matassa pel solo piacere di ravviarla; e dalla grandezza inglese, che
presenta l’uomo coll’intimità delle virtù e de’ vizj suoi.
Miglior vanto trae l’Italia dalla musica: questa espressione
dell’ordine nel tempo emulò i trionfi della scultura e della pittura,
espressioni dell’ordine nello spazio. Al par di esse fu educata nel
tempio; ma il sentimento musicale era proprio anche del popolo, e il
popolo inventò le _intonate_, le _ballate_, le _maggiolate_, i _canti
carnascialeschi_ e altre melodie, delle quali non sarebbe facile
indovinare la natura; giacchè quel che ce ne rimane è lavorato in
contrappunto. In questo seguivansi le regole stesse della musica sacra,
ma con maggior libertà, il che recò a miglioramenti che dalla sacra
vennero poi adottati.
Nel 1274 il Marchetti di Padova, nel _Lucidarium artis musicæ_ e nella
_Musica mensurabilis_, pel primo parlò di diesis accidentale, del
contrappunto cromatico, della preparazione e risoluzione degli accordi
dissonanti, delle armoniche e del temperamento; col che diede lo
sfratto agli errori più grossolani. Anche dopo Guido d’Arezzo restavano
imperfettissime le note, segnando bensì i gradi dell’intonazione, ma
non le differenze di durata; finchè da Giovanni Muris parigino, che
notò diversamente le massime, lunghe, brevi, semibrevi, minime, può
dirsi cominciasse l’armonia moderna. Anche la dissonanza s’introdusse,
ma timidamente e quasi ritardo d’una consonanza: nelle armonie del XIV
secolo si trovano accordi di quarta e quinta, terza e settima, e fin
di terza e nona: sbocciò di poi il contrappunto doppio, che divenne
armonia a quattro parti, dopo che gl’intervalli del contrappunto furono
condensati in accordi.
Migliori andamenti pigliò la musica nel secolo XV. Franchino Gaffurio,
lodigiano, maestro di cappella a Milano, procuratosi copie e traduzione
dei trattati di musica antica, si perdè in ricerche sulla tonalità
antica, che più non era in relazione coi bisogni del tempo: ma riportò
fama colla _Pratica musicæ_ in quattro libri[151], ove tratta dei
principj e della costituzione dei toni nel canto fermo, con varie
intonazioni giusta il rito ambrosiano; poi del contrappunto, della
proporzione delle note e dei tempi.
I Fiamminghi erano considerati maestri e chiamati anche in Italia,
dove in singolar pregio aveansi i madrigali francesi. Di Spagnuoli
principalmente fornivasi la cappella papale; e Bartolomeo Ramos Pereira
di Salamanca, chiamato da Nicola V a professar musica nell’università
di Bologna, mostrò l’insufficienza del sistema di Guido d’Arezzo, e
propose un temperamento che, quantunque combattuto dal Gaffurio e da
altri, venne adottato. Esso Gaffurio e i fiamminghi Bernardo Hycart,
Giovanni Tintore, Guglielmo Guarnerio, chiamati da re Ferdinando, a
Napoli fondarono un’accademia, donde uscirono i migliori maestri.
Il Gaffurio già adoprava la massima, la lunga, la breve, la semibreve,
la minima; al principio del secolo XVI, si trovano la nera, la croma
e la biscroma; Enrico Isacco, verso il 1475, notava a Firenze i
canti carnascialeschi di otto, dodici e fin quindici voci. Il suono
e il canto furono vera passione di quei tempi: per sentire Antonio
degli Organi fiorentino organista venivasi fin d’Inghilterra e dal
Settentrione[152]; Leonardo da Vinci fu chiamato alla Corte milanese
per sonare: Benvenuto Cellini si gloria della sua abilità al liuto,
quanto del bulino; principi e re vi si esercitavano.
Girolamo Mei trattò della _musica antica e moderna_ e dei _modi_:
ma molte opere d’antichi si ignoravano, altre mal interpretavansi.
Giuseppe Zarlino da Chioggia, per le istituzioni e le dimostrazioni
armoniche è considerato ristoratore della musica. Vincenzo Galilei,
padre di Galileo, nel _Fronimo_ ed altri dialoghi sulla musica, ha
erudizione copiosa e buone riflessioni; ed essendone nata controversia
fra don Nicolò da Vicenza e Vincenzo Lusitania, tutti i dotti vi
presero parte, e se ne disputò nella cappella papale. Il primo
sosteneva, la musica greca non essere che una confusione dei nostri
generi cromatico, diatonico ed enarmonico; l’altro, non comprendere che
il diatonico, e riportò la palma.
I cori e intermezzi delle commedie e tragedie erano madrigali a più
voci: la compagnia dei Rozzi a Siena ne inframmettea spesso alle sue
rappresentazioni, cantati da un personaggio che chiamavano l’Orfeo: ai
Filarmonici di Verona, istituiti da Alberto Lavezzola pel miglioramento
della musica, era imposto a certi tempi d’uscire colla lira in mano
divertendo la città.
Forse nell’_Orfeo_ del Poliziano, che fu rappresentato in Mantova, i
cori si cantavano, recitavasi il resto. Molti drammi pastorali gli
vennero dietro, innovazione condannata dai puristi; e tali furono
l’_Aretusa_ d’Alberto Lollio, lo _Sfortunato_ di Agostino Argenti con
note di Alfonso della Viola, che forse fu il primo ad unire il canto
alla declamazione[153].
Al _Sagrifizio_ di Agostino Beccari, rappresentato a Ferrara il 1554 a
spese degli studenti, assisteva Torquato Tasso, e dagli applausi dati
all’autore incitato ad emularlo, compose l’_Aminta_, che poi fu esposta
nel 73 e superò tutti. Ivi i fiori poetici sono profusi; e l’uniforme
lindura, e quel parlare tutti con altrettanta forbitezza, perfino il
satiro, tempera agli amatori del vero l’ammirazione, che nei cercatori
del bello suscita quella lambiccatissima composizione.
Pensò emularlo Giambattista Guarini, il cui _Pastor fido_ fu recitato a
Torino nell’85. L’arte, suprema nella drammatica, di tener in susta la
curiosità e connettere le scene gli è ignota; in seimila versi stempera
l’azione, ritardata da dialoghi lenti, da riflessioni vane, da luoghi
comuni; pure il frequente calore, il tutt’insieme della favola (tratta
dall’avventura di Coreso e Calliroe di Pausania), la padronanza dello
stile, la pietosa dipintura dell’amore, il rendono pregevole. Ma porlo
a petto dell’_Aminta_ è ingiustizia, giacchè ai difetti medesimi, alla
maggior raffinatezza nei pastori tramutati in personaggi di anticamera,
alle arguzie più lambiccate, unisce l’evidente imitazione di Torquato,
il quale a ragione diceva: — E’ non sarebbe giunto a tanto se non
avesse veduto me».
Nel bisogno universale di scrivere e di cantare, uno stormo di poeti si
applicò anche a questo genere; e al fine del Seicento già si numeravano
dugento drammi pastorali.
Il canto era sempre serbato a solo alcuna parte lirica; ma avendo
qualche erudito opinato che gli antichi cantassero i drammi, si volle
imitarli. Il cavaliere Giovan Bardi de’ conti del Vernio, presso cui
conveniva il meglio di Firenze, per le nozze di Ferdinando Medici
con Cristina di Lorena nel 1589 fece rappresentare in sua casa il
combattimento d’Apollo col serpente. Di poi con magnifico apparato don
Grazia di Toledo, vicerè di Napoli, la pastorale del Tansillo; e così
l’Aminta del Tasso con intermezzi del gesuita Marotta.
Ma nella pratica la musica restava ingombrata e bizzarra, disattenta
delle parole a tal punto, che si cantò il primo capitolo di san Matteo
con quei nomi sì poco armonici. Anzi lavoravasi un canto, poi vi si
accomodava sotto la prosa. Vincenzo Galilei si oppose a tal guasto, e
trovò un nuovo modo di melodie ad una voce sola, puntando l’_Ugolino_
di Dante, poi i _Treni_ di Geremia. Giulio Caccini, nella brigata del
Bardi suddetto, tolse a perfezionare quest’invenzione del Galilei,
massime coll’applicare l’armonia a parole passionate. E poichè quelle
dei classici mal s’addicevano alla musica, e i madrigali bilicavansi
s’un pensiero arguto, poco opportuno alla passione, si chiesero
strofe apposta, e don Angelo Grillo fece i _Pietosi affetti_, altre
esso conte del Vernio. Essendosi questo mutato a Roma, l’adunanza si
trasferì in casa di Jacopo Corsi; il quale, col Caccini e con Ottavio
Rinuccini, pensò accomodare la musica alle parole, credendo avere
scoperto il vero recitativo degli antichi. La _Dafne_ del Rinuccini vi
fu rappresentata con note di esso Caccini e di Jacopo Peri; e meglio
riuscì l’_Euridice_, esposta in occasione che Enrico IV sposava Maria
Medici, e puntata dal Corsi, dal Peri e dal Caccini[154]. Così Firenze,
che sembra dal cielo privilegiata a tutte le iniziative, vide prima
accoppiato nell’opera la scelta della favola, la squisitezza della
poesia, l’espressione della musica, l’illusione delle scene.
Altri drammi furono poi rappresentati, massime l’_Arianna_ del
Rinuccini, con scene magnificamente preparate, e con musica del
Monteverde, musica scarsa di note, poco variata, e che ben non
distingue il tempo, ma di mirabile semplicità, e rispettosa ai diritti
della parola. Quantunque il recitativo del Peri e quello del romano
Emilio del Cavaliere nella _Rappresentazione di anima e di corpo_,
fossero poco meglio d’una declamazione notata, pure, veduta la
necessità di porre sui versi un’accentuazione, e perfezionandosi la
frase poetica, ne uscì la vera frase melodica, poi quella del periodo
che ne è lo sviluppo.
Gli strumenti si erano perfezionati. Alcuno attribuisce ai Crociati
l’aver portato il violino dall’India: ma in un bassorilievo della porta
maggiore di San Michele a Pavia, che, se non longobardo, è di poco
posteriore al Mille, una rozza figura suona questo stromento; in un
manoscritto dell’VIII secolo trovasi pure uno stromento ad archetto,
foggiato come un mandolino ad una corda sola. La rebeca era usata dai
menestrelli. La viola portava sette corde, col manico a tasti divisi
per semitoni come la ghitarra, e se n’aveano infinite varietà, viola
di gamba, di braccio, di bordone con quarantaquattro corde, d’amore
con dodici, di cui sei sopra un cavalletto alto, sei sovra uno basso
sovrapposto. Generalissimo era il liuto, e sue varietà la pandora, la
mandòla, il mandolino, con corde d’ottone e doppie, il colascione,
il pantalone, il salterio, il timpano. Nicolò Vicentini inventò
un archicembalo, Francesco Nigetti il cembalo onnicordo, Bernhard
l’organo a pedali. Il clavicembalo fu poi perfezionato, nel secolo
scorso, da Giovanni Sebestiano Bach in Germania, in Italia da Domenico
Scarlatti, in Francia da Francesco Couperin; destinato poi, come la
spinetta, a soccombere ai pianoforti, de’ quali il primo fu fabbricato
da Silbermann, organista sassone. Eccellenti liuti fabbricavansi
a Cremona, massime dagli Amati. Il violino _alla francese_ divenne
comune, e se ne valsero i compositori ne’ primi saggi drammatici.
Il canonico Afranio dei conti d’Albonese in Lomellina, ch’era ai
servigi del cardinale Ippolito d’Este, ci è dato per l’inventore o
perfezionatore del fagotto, che portò a ventidue voci[155].
Invece però di quell’unità che noi diciamo orchestra, gli stromenti
ne costituivano diverse parziali, ciascuno riservato ad accompagnare
un tal personaggio o un tal coro. Nell’_Orfeo_ del Monteverde
rappresentato il 1607, due gravicembali sonavano i ritornelli e gli
accompagnamenti del prologo cantati dalla musica; dieci soprani
di viola facevano i ritornelli al recitativo d’Euridice; Orfeo
accompagnavano due contrabassi di viola; l’arpa doppia, un coro di
ninfe; due violini francesi a quattro corde, la Speranza; due ghitarre,
Caronte; due organi di legno, il coro degli spiriti infernali; con
tre bassi di viola cantava Prosperina, con quattro tromboni Plutone,
coll’organo di regale Apollo, il coro finale di pastori era sostenuto
dallo zufolo, dai corni, dalla chiarina e da tre trombette a sordina.
I ritornelli, conosciuti importanti a preparar lo spirito degli
uditori, vennero perfezionati ed allungati; indi si fece preceder
l’opera da una sinfonia: talchè la musica, subordinata fin allora al
canto e al ballo, giungeva a vita indipendente, facendosi puramente
istromentale.
Si moltiplicarono le scuole musicali. In Napoli furono istituite
quella di Santa Maria di Loreto nel 1537, della Pietà dei turchini
e di Sant’Onofrio nell’83, de’ Poveri di Gesù Cristo nell’89: e in
quella città si cominciò la musica popolare a più voci, consistente
in melodie, dette arie, villotte, villanelle o simili: Denticio al
1554 descrive un concerto nel palazzo di Giovanna d’Aragona, dove le
voci erano accompagnate da orchestra, e ciascuna cantava su diverso
stromento. Dalla scuola veneta, fondata da Adriano Willaerst di Bruges,
uscirono Giovanni Gabriel e Costanzo Porta, capo della Lombarda. A
Milano nel 1560 Giuseppe Caimo componeva madrigali; ballate Giacomo
Castoldi da Caravaggio, e Giuseppe Biffi: e famoso organista vi fu
Paolo Cima. Potremmo aggiungere il Festa, pieno di grazia, di ritmo, di
facilità; il Corteccia, maestro di cappella di Cosmo granduca; altri ed
altri.
Nell’opera si predilesse il meraviglioso, come quello che si presta
a maggiori situazioni e a sfoggiate decorazioni, e rendea men deformi
le inverosimiglianze. La prima buffa che si conosca è l’_Amfiparnaso_,
musica e parole del modenese Orazio Vecchi, dedicata a don Alessandro
d’Este il 1597; dove le maschere parlavano ciascuna il proprio
dialetto, con musica bizzarra quanto il soggetto. San Filippo Neri
introdusse gli oratorj, che tentavano ritornare alla musica di teatro
quell’alito religioso, che avea rinnegato.