CAPITOLO CXLI.

Lingue dotte. Risorgimento della italiana. La Crusca. La Critica.

L’andamento medesimo che nelle arti, ricorre nella letteratura: alcuni

ricalcano l’antico, altri s’avventano al nuovo qual ch’egli sia; i

migliori temperano l’un coll’altro in sì felice accordo, da esser posti

fra’ classici anche dagli stranieri.

Già salutammo quel restauramento della retorica, che i pedanti venerano

come risorgimento dello spirito umano. Lo studio del latino viepiù

necessitava in Italia, donde occorreva di carteggiare con tutte le

nazioni, in tempo che scarsamente si conosceano i vulgari altrui: oltre

che quella lingua ci era una specie di vanto nazionale, portandoci

verso que’ gloriosi, che noi chiamiamo progenitori; e lo scrivere

pretto ciceroniano pareva avvicinasse ai tempi quando quelle parole

dalla tribuna esprimevano liberi sensi, e dal senato imperavano ai

Barbari, da cui adesso ci troviamo calpesti. Qui dunque fiorivano

solenni latinisti. Jacopo Sannazaro napoletano (1458-1530) seguitò

vent’anni a visitare tutti i giorni il cieco Francesco Poderico

sagacissimo critico, e leggergli i versi che avea composti, fin dieci

mutazioni facendone prima che n’uscisse uno approvato[84]. Purezza,

eleganza e virgiliana armonia spira il suo poema _De partu Virginis_:

ma Ninfe e Protei e Febi che hanno a fare coi dogmi più venerabili?

Chiede perdono alle Muse se le trae a cantare uno nato nel presepe;

l’Arcangelo che annunzia la beata Vergine, non è diverso da Mercurio;

il Giordano personificato narra l’ascensione di Cristo, qual la udì da

Proteo: arte pagana insomma attorno a soggetto sacro, alla guisa stessa

che sul suo sepolcro sorgono Apollo e Minerva, Fauni e ninfe, in chiesa

cristiana.

Miglior partito dal soggetto medesimo trasse il vescovo Girolamo Vida

cremonese, che nella _Cristiade_ (1566), se nol raggiunse in dolcezza

e dignità, mostra pietà verace, eppure ancora il Cristo è poco più che

un ricalco di Enea, l’uomo soffrente, non il Dio riparatore; e non che

tutta la natura sembri risentirsi alla grand’opera della redenzione, e

l’alito d’amore si spanda sovra le ire procaci, gli Angeli vorrebbero

far la vendetta del loro Dio. Insomma, nel mentre i poeti profani

formavano gli eroi più che uomini, e Giove e Plutone ingrandivano

accostandoli al tipo divino, i poeti sacri impicciolivano Cristo nelle

proporzioni d’un eroe.

Il Vida verseggiò pure con molta agevolezza l’_arte poetica_, il

_giuoco degli scacchi_, il _baco da seta_, affrontando la difficoltà di

precetti aridi e non mai espressi in latino; e dettò un buon trattato

_De optimo statu civitatis_. Girolamo Frascatoro veronese (-1553),

da medico e poeta volle figurare nella _Sifilide_, tema ributtante

ch’e’ rese tollerabile con belle digressioni e coll’armonia costante,

quantunque lontana dalla soavità di numero e dalla parsimonia di

Virgilio, a cui i retori lo assomigliano. Il Navagero talmente aborriva

dalle arguzie e dalle lambiccature di Marziale, che ogn’anno bruciava

alle Muse un’ecatombe di esemplari di quel poeta. Da lui intitolò

il Fracastoro un dialogo sopra la poesia, dove elevandosi sopra la

meschinità precettiva, ne colloca l’essenza nell’ideale, qual viene

inteso da una recentissima scuola filosofica.

Gabriele Faerno di Cremona, di cui si ignora ogni altra particolarità

che la sua modesta virtù e la protezione largitagli da Pio IV e da

Carlo Borromeo, stese cento favole esopiane in versi latini, destinate

alla gioventù quando Fedro non era stato scoperto; con tale limpidezza

e semplicità, che si credettero plagio di qualche antico. Il Flaminio

veronese gareggia coi lirici antichi.

Pier Angelo Bargeo canta la caccia coi cani e col vischio, e la

_Siriade_ o le crociate. Marcello Palingenio (_Zodiacus humanæ vitæ_),

in versi men belli de’ concetti, flagella la corruttela clericale.

Aggiungiamo Basilio Zanchi bergamasco, che per accuse ereticali

morì prigione di Paolo IV; tre fratelli Capilupi; cinque Amaltei,

_egregii fratres queis julia terra superbit_; Andrea Marone bresciano

improvvisatore, che l’Ariosto paragonò all’omonimo antico, e che morì

di fame nel sacco del 27; Aurelio Augurelli, che presentò a Leone X la

_Crisopeja_ o arte di far l’oro, e Leone spiritosamente il ricambiò con

una borsa vuota, acciocchè vi mettesse il metallo che creava.

Le lettere papali erano sempre state le meglio stese, e gli scrittori

di esse consideravansi successori legittimi dei retori antichi,

anzi perfino di Cassiodoro e di Virgilio, e presero luogo vicino

ai canonisti. Molti ne trattarono espresso[85], e distinguevano

dodici stili _curiali _ oltre gli stili poetici, fra cui principali

il Gregoriano, poi il Tulliano, l’Ilariano, l’Isidoriano, de’ quali

noi abbiamo smarrito la chiave. Ora potersi scriverle con purissima

eleganza dimostrarono il Sadoleto e il Bembo, al qual ultimo si

attribuisce l’avere insegnato ad imitar solo Cicerone, lasciando via

gli scrittori di bassa latinità: ma per quanto lodato, egli mi pare

aspro, e nella sua magnificenza ben lontano dalla schiettezza de’

classici.

Lazaro Bonamici da Bassano (-1552), filologo ai servigi del cardinal

Polo, nel sacco del 27 perdette i libri; poi a gara domandato a Padova,

a Vienna, in Polonia, in Francia, formò valentissimi scolari; con

criterio censurava le opere altrui, repugnava dallo scrivere italiano,

e diceva di amare men tosto esser papa, che parlare come Cicerone. Al

Beazzano da Treviso, autore di meschine poesie e spertissimo negli

affari, dopo che fu ridotto infermo dalla podagra, accorrevasi da

tutta Italia per consigli letterarj. Più tardi, i Volpi padovani furono

correttori della stamperia del Comino di Cittadella.

Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) volea farsi frate sulla speranza

di diventar papa, onde ritorre ai Veneziani la sua Verona, da’ cui

antichi dominatori pretendeva discendere. È il primo moderno che

nella interminabile sua _Poetica_ pensasse ridurre a sistema l’arte

dei versi con copiosissimi esempj. Più di gusto che di genio, con

amore dell’eleganza non sentimento della forza, preferisce a Omero

l’_Eneide_, e fino l’_Ero e Leandro_; Orazio e Ovidio ai Greci, e con

molto artifizio sostiene un assunto che, preso alla spicciolata, non è

sempre paradossale. Rivede anche i moderni, fra i quali dà la palma al

Fracastoro, poi al Sannazaro e al Vida.

Francesco Arsilli, nell’elegia _De poetis urbanis_, loda più di cento

poeti latini viventi a Roma sotto Leone X. Dai loro contemporanei erano

paragonati ai classici: ed anche il facile Roscoe, che figurò buono

come lui il secolo di Leone X, ma nè il conobbe nè il fece conoscere,

pareggia que’ nostri umanisti e Giovian Pontano ai contemporanei

d’Augusto; come quando intitola grande il Bojardo, e pone l’_Arcadia_

del Sannazaro sopra quanto l’Italia avesse fin allora prodotto;

l’Italia di Dante.

I fantasticatori recenti d’una letteratura europea potrebbero trovarla

già in cotesti latinisti, che costituivano veramente una repubblica

universale, potente per questa medesima lingua e per l’accordo: ma il

latino non essendo più la lingua del pensiero, ne veniva uno sciagurato

divorzio tra questo e le parole; e lo studio della frase e dello

stile riusciva a scapito della naturalezza. Erasmo derideva i nostri

latinanti che non avventuravano parola la quale non fosse in Cicerone;

mentre (siccome qualche nostro contemporaneo pretese saper la storia

romana meglio di Tito Livio) egli presumea saper meglio di Cicerone

come scrivere latino. Ma essi stessi confondevansi; e intanto che

Lipsio e Aonio Paleario portano a cielo il latino di Paolo Giovio, lo

Scaligero il giudica affettato e lussuriante anzichè puro[86].

Quell’ostinazione di studj conduceva facilmente alla presunzione, ad

amare dell’antico fino la ruggine e le scorie, annichilare la propria

personalità per camuffarsi alla greca e alla romana. Abbagliati

non sapevano che ammirare; tutto vi ritrovavano bello ed uno; e

viepiù sprezzavano la bizzarra varietà e la complessità laboriosa

del medioevo e quel mondo di contrasti; vergognandosi d’essersi

inginocchiati a quell’idolo misto di fango e diamanti. E per vero

la scienza e la filosofia v’erano mancanti d’ogni gusto artistico,

sicchè allo svegliarsi della letteratura classica fu vantaggio il

considerarla principalmente dalla bellezza dello stile, e ravvivar così

il sentimento estetico. Sebbene si esagerasse, continuando diveniva

necessario volger lo studio de’ classici a sviluppare e crescere la

conoscenza dell’uomo, e non solo dello scrivere, ma del pensare chieder

loro lezioni; dall’esame della forma passare a quello della sostanza.

La purezza dello scrivere costava viepiù perchè dovea ciascuno per

fatica propria accattar voci, frasi, regole, ed accertarle; finchè

l’agostiniano Ambrogio Calepino da Bergamo diede fuori il vocabolario

(Reggio 1502), che d’edizione in edizione cresciuto, in quella di

Basilea del 1581 comprese ben undici lingue. E poichè non v’ha genìa

più litigiosa dei pedanti, ne pullulavano rinfacciamenti scambievoli,

e battaglie che s’appigliavano a tutto il regno letterario, tra il

Poliziano e Bartolomeo Scaligero, tra Fiorentini e Napoletani, in

proposito sempre di parole e parole.

Continuavasi a far buone edizioni, e stampatori eruditi apparvero

il Minuziano a Milano, i Giunti a Firenze e Venezia, il Torrentino

a Firenze e Mondovì, il Paganino a Venezia e Tusculano, il Viotto a

Parma. I Ferrari di Piacenza erigono stamperia a Milano e a Trino,

donde a Venezia; e perchè un d’essi, Gabriele, ito in Francia, fu

soprannomato _Joli_, prese il cognome di Giolito, e per impresa la

Fenice[87]. Costui non guardava a spesa per avere buoni correttori e

buone opere, e per lui lavoravano il Dolce, il Domenichi, il Doni,

il Brucioli, il Turchi, il Sansovino, il Fiorentino, il Bettussi,

il Toscanelli, il Baldelli; fece vulgarizzare Diodoro Siculo, Dione

Cassio, Onesandro, Appiano, Cicerone, Plinio; stampò un Ariosto

con begli intagli; eseguì la collana degli Storici greci, ideata

dal Porcacchi; in sua casa accoglievansi i principali Veneziani e

forestieri; Carlo V il fece nobile, re e papi gli concessero grazie.

Aldo Manuzio romano, stipite d’una famiglia di tipografi celebri a

Venezia, continuava a stampar Aristotele mentre le palle di Francesi e

Tedeschi sgomentavano la città; pubblicava Platone l’anno dell’eccidio

di Ravenna e di Brescia; poi mutatosi a Roma, formò una _Neoacademia_

dove ragionare di letteratura, e scegliere i lavori da stamparsi e

lezioni da preferire, e pose sulla porta del suo gabinetto: — Se vuoi

nulla, spicciati, e subito va; se pur non vieni come Ercole allo stanco

Atlante, per sottopor le spalle; chè in tal campo sempre vi sarà da

fare per te e per chiunque venga» (tom. VIII, pag. 367). Anche Pier

Vettori procurò eccellenti edizioni e vulgarizzamenti di classici.

Dilatavasi lo studio del greco; e Giovanni Lascari, Francesco

Porto, Marco Musuro e altri Greci qui formarono numerosi scolari,

principalmente a Firenze, che parea un’Atene risorta[88]; Varino

Favorino ne fece il primo dizionario dopo quello imperfetto del

Crestone (tom. VIII, pag. 325). La prima grammatica in latino scrisse

Urbano Valeriano, che lunghissimi viaggi avea compito sempre a piedi.

Anche le lingue orientali aveano cultori, e non vogliamo dimenticare il

dizionario perso-comano-latino, che il Petrarca lasciò alla repubblica

veneta, forse trascritto di suo pugno. A spese di Giulio II, Gregorio

Giorgi di Venezia pose a Fano la prima stamperia arabica che al mondo

fosse, e nel 1514 ne uscirono le Sette ore canoniche, e poco poi il

Corano per Paganino da Brescia. Pier Paolo Porro milanese stampò in

Genova nel 1516 il Salterio in greco, ebraico, arabo e caldeo per cura

di Agostino Giustiniani vescovo in Corsica, che possedeva ricchissima

biblioteca orientale, della quale fece dono a Genova; e che da re

Francesco chiamato a Parigi, primo v’introdusse le lingue orientali.

Il cardinale Ferdinando de’ Medici ne aprì a Roma stamperia; a Venezia

il Pomberg impresse la Bibbia in ebraico, assistito dal dottissimo frà

Felice da Prato. Angelo Canini d’Anghiari pubblicò gli _Ellenismi_,

e istituzioni per le lingue siriaca, assira, talmudica[89]. Teseo

Ambrogio pavese imparò moltissime lingue, e preparava un salterio in

caldaico, ma dal saccheggio di Pavia del 27 dispersi i libri e gli

apparecchi suoi, non potè dar fuori che l’introduzione alle lingue

caldaica, siriaca, armena e diciotto altre, con quaranta alfabeti, fra

i quali comprese i caratteri che adopera il demonio, mostratigli da un

adepto: opera che toglie la priorità a quella del Postel, giudicata

il primo tentativo di filologia comparata, e la vince in ampiezza ed

erudizione.

Anton Maria Conti detto Majoragio, che avvivò l’eloquenza a Milano e vi

eresse l’accademia de’ Trasformati (1555), accusato d’irreligione per

aver mutato il suo nome in Marcantonio, si scagiona davanti al senato

col dire che, mancando esempj classici di Anton Maria, non avrebbe

potuto scriverlo in latino pretto. Qual era più ridicola, l’accusa

o la discolpa? Moltiplicò opere d’erudizione, impugnò i Paradossi di

Cicerone, di che ripicchiollo caninamente Marco Nizolio, autore del

_Thesaurus ciceronianus_.

La principale biblioteca era sempre la Vaticana; vi tenea dietro quella

di San Marco a Venezia, dono del Bessarione; poi quelle di Urbino, di

Modena, di Torino.

Molti applicavano alle antichità, specialmente romane, Lorenzo de’

Medici pose una cattedra per insegnarle; Pomponio Leto e Rafaele

di Volterra scrissero sui magistrati, Marliano sulla topografia

dell’antica Roma, Robortello sul nome delle famiglie, Manuzio delle

leggi e della cittadinanza, Francesco Grapaldi delle case; della

milizia Francesco Patrizj, e meglio Gianantonio Valtrini gesuita

romano; il Panciroli delle dignità; Lucio Mauro, Andrea Fulvio, Lucio

Fannio e altri delle antichità di Roma. Benchè nato a Scio, Leone

Alazis o Allacci può arrogarsi all’Italia, ove sempre visse. Archeologi

zelanti voleano tutto spiegare, descrivere tutto: ma più pazienti che

ingegnosi, più di buon volere che di critica e di cognizioni sulla vita

degli antichi, facilmente erravano, o sminuzzavansi in meschinità;

i più non miravano che alla migliore intelligenza di Cicerone: tutti

poi ligi all’autorità, veneratori della virtù romana, e d’inconcussa

fede in Livio e Dionigi, che sì poco vagliono nelle antichità; in

Pomponio e Gellio, che ignorarono le istituzioni repubblicane; in

Tullio, ch’era men intento a vagliare la verità che a vincer le cause.

Pure un giudice rigoroso e competente, il Niebuhr, dà lode a que’

nostri, che raccogliendo a gran fatica una moltitudine di particolarità

isolate, giunsero a trarne ciò che nessun’opera avanzataci della

letteratura antica offriva, un’esposizione sistematica delle antichità

romane. Quanto fecero, conchiude egli, è prodigioso, e basterebbe per

assicurarli di fama immortale[90].

Piaceva radunare senza discernimento medaglie, iscrizioni, arnesi,

cimelj d’ogni sorta, d’ogni età, d’ogni nazione; nel qual genere

levò fama il _Museo_, dove Paolo Giovio, accattando e blandendo, avea

disposto di bellissime rarità e ritratti, dei quali stampò la prima

raccolta che si vedesse, intagliati in legno. Enea Vico da Venezia

primo trattò _sulle medaglie degli antichi_; e Sebastiano Erizzo, suo

compatrioto, pose i fondamenti della numismatica.

Onofrio Panvinio veronese (1529-68) fu de’ primi a sentire l’importanza

delle iscrizioni; interpretò alcune non prima intese, e pubblicò le

più importanti, ben avanti del Grutero, che non gli rese giustizia;

fu anzi il primo a ideare una collezione generale delle epigrafi

antiche, e ne dedusse la cronologia de’ tempi romani, la serie de’

consoli e degli imperatori, e notizie sulla religione, i costumi, il

governo, le dignità, gli uffizj, le tribù, le legioni, le vie, gli

edifizj pubblici, i magistrati municipali, i giuochi; conobbe falsi

i frammenti di Annio da Viterbo (tom. VIII, pag. 341); aggiungete una

cronaca universale dalla creazione fin a’ suoi tempi, un ritratto del

mondo abitabile, ed altre opere viepiù maravigliose a chi guardi la

brevissima sua vita. Da Marcello Cervino esortato poi a volgersi alle

antichità sacre come più convenienti ad ecclesiastico, raccolse immensi

materiali; di cui furono stampati il _Primato di San Pietro_ contro

i centuriatori di Magdeburgo, le note alle vite dei papi del Platina,

le sette basiliche di Roma, delle sepolture cristiane; altri giaciono

inediti[91] o incompiuti, fra cui gli _Annali ecclesiastici_.

Con maturità e più accertate cognizioni Carlo Sigonio da Modena

(1520-84) illustrò le romane antichità, i fasti consolari, il diritto

romano (italico) e provinciale. Dopo la storia dell’impero occidentale

da Domiziano ed Augustolo, primo ardì quella del regno d’Italia

dai Longobardi sino al 1286; non traendo lume che dagli archivj,

sicchè, malgrado gli errori, vuolsi venerare qual rinnovatore della

diplomatica. Descrisse la repubblica degli Ebrei, quasi specchio alle

costituzioni moderne. Premesso con Aristotele, che scopo d’ogni civile

consorzio è conciliare l’utile col giusto, vuole si abbiano consigli

occupati dei vantaggi della nazione, magistrati che non permettano

di disgiunger da questi la giustizia, un capo che gli uni e gli altri

convochi, distribuisca loro gli affari; il che tutto pargli fosse tra

gli Ebrei felicemente combinato[92].

Pirro Ligorio napoletano per tutta Italia raccolse e disegnò

iscrizioni, formando trenta volumi d’antichità, rimasti inediti e

preziosi, malgrado i troppi errori. Mariangelo Accorso di Aquila,

che visse trentatre anni alla corte di Carlo V, e per suo servizio

viaggiò nel Settentrione, fu de’ più attenti antiquarj; adunò parecchi

monumenti, che pose in Campidoglio; corresse molti passi di autori.

Celso Cittadini avea pur fatto una raccolta d’iscrizioni: altre

particolari di paesi servirono di fondamento alle storie municipali

di Verona, Brescia, Como, Faenza, e alla milanese di Andrea Alciato

(1492-1550).

Quest’ultimo, scolaro degli altri celebri Giasone del Maino e Carlo

Ruino, a ventun anno pubblicò le note sui tre ultimi libri degli

_Istituti_ di Giustiniano, poi i paradossi del diritto civile, che

lo fecero da alcuni riprovare come novatore, da altri levar a cielo.

Ricco d’onnimoda letteratura, come ne diè prova in opere variatissime,

rappresenta il progresso della giurisprudenza dall’autorità al

raziocinio. Quanto alla Bibbia i teologi, tanta venerazione i giuristi

professavano pei codici romani; riverendone il testo, senza osar

più che qualche correzione o variante (_glossa interlinare_). Si

procedette poi alla interpretazione logica (_glossa marginale_), che

diede prevalenza al criterio personale sopra l’objettivo, passando

dalla scuola d’Irnerio a quella d’Accursio, ma sempre con una specie

di fede nell’accordo tra la parola e il senso logico della legge.

Questa fede diminuisce allorchè Bartolo crea il _Commento_, dove la

dialettica è considerata come mezzo per ottenere la vera conoscenza

del diritto. Ma della dialettica si abusò, con interminabili teoriche,

definizioni, cautele degenerando nella sofistica. Di questa l’Alciato

rivela gli abusi, e come i professori insegnassero le industrie di

fare, con parole, sembrar forte una causa debole, e sottoporre la

verità all’interesse: Barbazia, Giason del Majno, Parisio davano

consulti, dove il sofisma facilmente si scopriva; ma Decio e Bartolomeo

Socino mentivano con finezza tale da ingannare i pratici. Decio poi

a’ suoi consulti metteva soltanto la soscrizione, perchè così diceva

non avere già affermato che quello fosse il diritto, ma scritto solo

perchè la materia si prestasse meglio alla meditazione. Sannazaro,

tanto per contentare il cliente, mutava qualche circostanza del fatto,

sicchè il consulto procedeva legalmente, ma inutile. Paolo di Castro

e Lupo asserivano d’avere scritto non consulti, ma allegazioni, nè in

conseguenza doversi esigerne il vero a puntino (_Parergon juris_, lib.

XII, c. 12).

Siffatto abuso della logica rendeva inestricabili le liti, irreperibile

il vero. Si cercò orizzontarsi mediante l’autorità de’ grandi

giureconsulti, ma con ciò la scienza sottometteasi alla tradizione

scientifica, e non si facea che accumulare autorità, fra le quali

la legge veniva sagrificata all’opinione collettiva: e Giason del

Majno, campione di questa scuola, diceva che, dove urtino la verità

e l’opinione comune, questa deve preferirsi a quella... l’errore

comune costituisce diritto e si ha per verità (Lib. I, § _testes cod.

de Testamento_). Di questo sottoporre il vero a un criterio legale

dolevasi l’Alciato, e che si consumasse un intero semestre a porre

in bilancia le opinioni dell’Aretino, di Socino, di Carlo Ruino, e

confutare una sentenza accettata, con molta ambizione e pochissimo

senno (_Prælatio in bononiensi schola_, an. 1550). Ma quell’ardimento

che il raziocinio veniva prendendo anche nelle cose di fede, s’applicò

alla giurisperizia, e l’Alciato n’ha il merito (per dirlo alla

moderna), proclamando la superiorità della ragione individuale nel

conoscere la vera realità del diritto positivo nella sua idealità, e

tradurlo a tutte le conseguenze teoriche e pratiche della vita sociale

in armonia colla religione. «Omesse (dic’egli nella prolusione di

Pavia) le ambagi degli entimemi, più atte a ostentare ingegno che a

compier la dottrina, riferirò in breve quel che s’abbia a sentire,

e francheggerò l’interpretazione nostra con ragioni che bastino a

rimuover le contraddizioni altrui». Opponeva dunque al formalismo

dialettico la libera ragione. Per iscoprire poi il senso intimo della

legge, ricorreva all’erudizione, che pondera i tempi, gli usi, le

circostanze da cui ne fu accompagnata la formazione; colla storia

migliorando il criterio objettivo.

Nascea da ciò la necessità di studiare i classici; onde gli derivò

una inusitata bellezza di forme. E della filologia si valse a

emendar varj passi del _Corpus juris_; industrie frammentarie, che

avviavano alle sistematiche de’ moderni. Il testo rettificato volea

costantemente premesso al commento, affinchè mai non se ne dimenticasse

la realità, come era avvenuto agli scolari di Bartolo. La ragione è la

perfezionatrice della realtà del diritto; del quale il senso più che la

parola deve considerarsi. In conseguenza dedusse dai commentatori molti

principj scientifici sconnessi, che coordinò sotto tre regole capitali

intorno alle presunzioni.

In questo sforzo di emancipar la ragione dalla tradizione,

l’individualità dall’autorità, s’inchinò sempre al dogma, e pose il

diritto canonico per limite al romano. Che se le forze d’un solo non

bastavano a compiere il passaggio dal medioevo ai moderni, aprì la via

ai tre grandi lavori che restavano a fare d’archeologia storica, di

filosofia del diritto positivo, di conciliazione fra i due elementi

predetti; imprese serbate a Cujaccio, Donello, Domat[93].

L’Alciato godette di fama estesissima; ad Avignone ebbe seicento

scudi di stipendio, settecento scolari e le divise di conte palatino;

professò a Bourges per seicento scudi, e volendo partirne, il re

gliene aggiunse trecento, il Delfino gli regalò una medaglia che

ne valea quattrocento, e Francesco I sedè qualche volta fra’ suoi

uditori. Non ancora contento, l’Alciato si partì, e lesse a Pavia per

millecinquecento scudi, poi a Bologna, a Ferrara, senza mai chiamarsi

soddisfatto. — Son richiesto (scriveva egli) da tutte le parti del

mondo, da Inglesi, da Sassoni, da Belgi, da Pannoni; tanto non v’è

luogo, che dagli scritti o dalla fama non conosca l’Alciato: testè mi

scrisse Giovan Caspiano presidente al senato in Austria, testè Claudio

Metense da Basilea, ed altri dotti».

Alcuni delle forme e del linguaggio degli antichi valeansi a materie

nuove, come gli storici, i filosofi, e coloro che agitavano vive

quistioni civili, ai quali ben tosto aprì vastissimo arringo la

Riforma. Allora quest’erudizione, che placidamente armeggiava sui

classici e in disquisizioni di parole, venne sospetta dacchè i novatori

la spinsero nei campi della fede: poi studj più attuali le tolsero

il primato; mentre dal 1491 al 1500 eransi stampate quattromila

cencinquantotto opere, appena settecento ventitre ne comparvero fin

al 1513; e Aldo Manuzio racconta che, nell’ora di far lezione, egli

stava passeggiando davanti alla vuota Università romana, attesochè le

lingue vive aveano occupato il posto delle classiche, ridotte a erudita

curiosità.

Quegli studj aveano certamente giovato anche all’italiano, come la

grammatica ai bambini; ma vi introdussero l’artifiziato periodare,

le disdicevoli trasposizioni, la mescolanza di congiunzioni latine; e

l’ermafrodita pedanteria guastava fin lo stile epistolare e domestico,

e insegnava un’aria pomposa e cortigiana, e ciò che più rincresce,

adulazioni svergognate; perchè lo scrivere consideravasi come un’arte,

non come una manifestazione. Tanto le colpe letterarie toccano alle

morali.

Coloro che dallo studio del latino traevano il pane, n’esageravano

l’importanza a segno, da pretendere che l’italiano fosse indegno delle

scienze. È noto che il Bembo suggeriva all’Ariosto di scrivere il

suo Orlando in latino. Alla coronazione di Carlo V, Romolo Amaseo,

arringando davanti a questo e al papa, sostenne doversi lasciar

l’italiano ai trecconi e al vulgo da cui trae il nome. Gli fecero eco

Pietro Bargeo in un’orazione allo studio di Pisa, Celio Calcagnini

e Bartolomeo Ricci ne’ trattati dell’imitazione, Francesco Florido

nell’apologia di Plauto, Giambattista Gorneo in un paradosso agli

Infiammati di Mantova, altri ed altri, fin all’illustre Sigonio.

Siffatta preminenza avea fatto negligere l’italiano; dico dai dotti,

perocchè vi fu sempre chi l’adoprò; e a non nominare Leonardo da Vinci

e l’Alberti e qualche altro scienziato, più alle cose intenti che alle

parole, bastino le soavissime prose di Feo Belcari, nobile fiorentino

che si serbò semplice in tempo di stile latineggiante e intralciato.

Qual carissima semplicità nella sua vita del beato Colombini! e la

castissima dettatura delle molte sue laudi e rappresentazioni convince

come fosse tutt’altra che perita la poesia italiana.

A questa Lorenzo de’ Medici giovò con una protezione meglio

ragionata che il padre, e col proprio esempio. Per imitare il

Petrarca, anzichè per passione, celebrò egli la Lucrezia Donati

con sottilità platoniche; non infelicemente tentò le pastorali e

la satira, e canti carnascialeschi per le feste, che, a spesa e

direzione sua, rallegravano il carnevale. L’_Ambra_ sua villa encomiò

in un poema; nella _Nencia da Barberino_ in dialetto contadinesco

amoreggiò una campagnuola con inarrivabile vivacità e naturalezza;

nell’_Altercazione_ espose concetti di filosofia platonica, e ne’

_Beoni_ una satira dell’ubbriachezza. Inspirato dalla madre, compose

anche laudi sacre, che si cantavano come quelle di frà Savonarola (tom.

VIII, pag. 299).

Dalla scuola di Angelo Poliziano (1454-94), il quale vantavasi che da

mille anni nessun maestro d’eloquenza latina ebbe tali e tanti scolari,

uscirono Guglielmo Grocin, da poi professore di greco ad Oxford;

Tommaso Linacre, amico del cancelliere inglese Tommaso Moro; Dionigi,

fratello dell’eruditissimo Reuclin; i due figli di Giovanni di Tessira

cancelliere di Portogallo; ed altri, esaltati da Erasmo. Chi la prima

volta vedesse il Poliziano in cattedra con naso sformato, occhio losco,

collo tozzo, pigliavane disgusto: ma se schiudesse una voce dolce

e vibrante, quella parola simile a un mazzo di fiori, quella frase

tutta sali attici, faceano ben tosto dimenticare i torti di natura

(GIOVIO); mentre egli s’infervorava, e sapea trasfondere le proprie

emozioni nell’anima degli uditori. Gran gusto prendeva ai Bucolici;

e incontrandovi lodata la felicità campestre, deponeva il libro e

improvvisava su questa, non dimenticando nè il susurro dell’aria che

fa ondeggiar le coniche vette del cipresso, nè la voce mormorante dei

pini, nè quella del rivo serpeggiante sui ciottoli coloriti, nè l’eco

che ripete le armonie. E tutti accorrevano alla chiesa di San Paolo

dove egli era priore; uno con una spada alla mano, di cui non sapea

leggere le sigle misteriose; uno a chiedergli un’epigrafe pel suo

studio; un terzo una divisa; un quarto epitalamj o canzoni. «Appena

mi rimane tempo da scrivere (esclama): fin il breviario bisogna ch’io

interrompa».

Di mezzo agli studj filosofici e filologici, egli compose con maggior

arte d’italiano le _Stanze_ per la giostra di Giuliano Medici,

con bellezza compassata ed elegante, non nerboruta e impetuosa; da

paragonare a Cosimo Rosselli e alla scuola sua, staccata dalla prisca

ingenuità per copiare il vero e l’antico. Le lasciò incompiute, ma

dopo alzata l’ottava a magnificenza degna de’ grandi epici che vennero

dietro. Ad istanza del cardinale Gonzaga, distese in due giorni il

più antico melodramma, l’_Orfeo_, dove alla dolcezza dei Bucolici di

Virgilio unì la spettacolosa libertà delle rappresentazioni medievali

(tom. VIII, pag. 438).

Giusto de’ Conti al modo petrarchesco cantò la _Bella mano_ della

sua donna. Girolamo Benivieni l’amor divino espose con idee elevate,

ma stile incondito. L’inno alla morte, di Pandolfo Collenuccio,

s’invigorisce di civile filosofia.

Il Sannazaro suddetto fece quel che in Portogallo già si usava, il

romanzo pastorale in prosa numerosa mescolata di versi; ma versi

manierati, a cui volle aggiungere l’inarmonica difficoltà delle rime

sdrucciole; e prosa rabberciata di latinismi, a zeppe, a parentesi, a

trasposizioni; per quanto vive esprima alcune pitture, e veraci alcuni

affetti. Studiò Teocrito, il quale non avea studiato la natura; e

figurò i pastori colti d’ingegno e raffinati di sentimento. Poi _alle

Camene lasciar fe i monti ed abitar le arene_, inventando le egloghe

pescatorie, ancor più artifiziate, sebbene ispirar lo dovessero le

spiaggie della sua Mergellina, le più belle che il sole indori.

L’italiano colto era dunque ridesto, ma non vi si tornava

coll’ingenuità primitiva, sibbene colla riflessione, collo studio,

coll’imitazione; e in conseguenza camminò manierato, pretensivo,

anzichè analitico e svelto qual si parla da chi parla bene. Considerata

la lingua come una fattura de’ letterati, ne conseguiva che i letterati

potessero a voglia regolarla; onde comparvero grammatiche[94] e

discussioni e sofisticamenti sull’indole e sugli usi di quella che

due secoli innanzi era stata adoperata insignemente. Il Boccaccio, in

grazia spesso di quel che n’è meno imitabile, fu preso per canone,

posponendo la casta semplicità de’ suoi predecessori ai costrutti

singolari e alle eleganti giaciture. Sovra lui sottigliò Pietro Bembo

nobile veneto (1470-1547), che chiamarono balio della lingua. Avea

quaranta portafogli, dall’un all’altro dei quali passava le sue carte,

correggendole man mano; e ci ripetono, — Egli è una prova che può

scriversi pretto senz’essere nato sull’Arno». Ma (oltre sapersi che

suo padre, letterato dottissimo e operoso magistrato, il portò seco a

Firenze in età di otto anni), quel suo non ismontar mai da’ trampoli,

non dettar mai naturale, rivela che non ha nativa la lingua; fin le

epistole egli lavora a tessello di frasi altrui e strascico di periodi

e ricorrenti latinismi, senza vigore mai. Le sue _Regole grammaticali_

ebbero quattordici ristampe, ma trovarono molti contraddittori; il

Castelvetro, il Caro, il Sannazaro, gli Accademici Fiorentini le

appuntarono, e chiarirono che neppur esso autore vi si atteneva: e

di fatto non posano su verun fondamento razionale, nè allargansi a

comprensioni generali.

Caterina Cornaro, rinunziato il regno di Cipro alla Repubblica

veneta, si ritirò ad Asolo, castello sopra Treviso, alle prime falde

dell’Alpi, e fattane signora con un assegno di ottomila ducati, vi

spiegava qualche lembo avanzatole del manto regio, alla corte fastosa

di ottanta servi e dodici damigelle, e giuliva di mille delizie,

aggiungendo la compagnia di letterati e artisti, visitata or da Teodora

d’Aragona moglie d’un Sanseverino, or dal marchese di Mantova, ora

dal cardinale Zeno, più spesso da Pandolfo Malatesta di Rimini, che

venivano a godervi caccie, pesche, corse, balli, o le nozze di qualche

a lei prediletta. E v’interveniva giovinetto galante il Bembo, e

v’ideava i dialoghi _degli Asolani_ «per esortar i giovani ad amare»;

introducendo però un Dardi Giorgio, pio solitario, che dal terreno li

solleva all’amor divino. Danno per isquisita la canzone sua in morte

del fratello, e i sonetti in morte della Morosini, madre de’ suoi

figliuoli: ma il cuore non mel disse. Insomma, di tanti che il lodano,

quanti lo lessero? Guarda un’opera sua, tu credi sempre che tanta

fama sia dovuta a un’altra; ogni encomio si conchiude nella compassata

eleganza: ma a questa si può giungere colla fatica, e perciò molti lo

tolsero ad imitare fra que’ tanti che cercavano, non qual cosa dire, ma

come dirla.

Non sarà superfluo l’avvertire come gli Italiani, ogniqualvolta

peggio soffrivano e si trovavano precluse le disquisizioni politiche,

si buttarono sopra quelle della lingua, quasi una protesta della

nazionalità che ad essi voleasi strappare. E il fecero allora. Il

Giambullari nel _Gello_ tolse a derivar la nostra dall’etrusca, che

è ignota, ma che supponeva affine all’ebraica, donde i suoi fautori

si dissero Aramei. Celso Cittadini la facea vissuta fin ai tempi di

Roma antica; ma la filologia comparata era sì bambina da non recar a

distinguere la maternità dalla fratellanza. Peggio litigarono sul nome.

Il Trissino vicentino la voleva detta italiana; fiorentina il Varchi e

il Bembo; senese il Bargagli e il Bulgarini; toscana Claudio Tolomei;

il Muzio, ribattendo l’Amaseo che la rilegava nel trivio, voleva che

la lingua fosse desunta da ciascuna città e provincia d’Italia «come

un’insalata di diverse erbe e di diversi fiori», asserendo che «non

i fiumi toschi, Ma il _ciel_, l’arte, lo studio e ’l santo amore Dan

spirito e vita ai nomi ed alle carte»: contro Bartolomeo Cavalcanti,

che trovava lo stile del Machiavelli incomparabilmente superiore a

quel del Boccaccio, sostenne che questo s’addice ad ogni maniera di

componimento: contro il Varchi lanciò deboli ragioni con violenza, e

quasi sapesse la lingua meglio di loro, appunta modi del Ruscelli, del

Dolce, del Castelvetro, del Machiavelli, del Guicciardini: contro Dante

pure s’avventò, nel che lo contraddisse il Cittadini. E su tutto ciò

si compilarono libri senza fine, che meglio avrebbero sciolto il nodo

adoprando essa lingua ad alcun che di elevato e degno.

Il Salviati[95] rabbuffa il Muzio e il Trissino e gli altri

_forestieri_, «i quali pronunziando la loro favella in maniera che

scrivere non si possono le loro parole nè senza risa ascoltare, ci

motteggiano nella pronunzia, e dannano in noi la virtù che si disperano

di poter mai ottenere... A tutte le cose che da coloro contro la nostra

lingua si son volute dire, bastata sarebbe questa risposta sola, che

essi niuna cosa propongono, niuna ne vogliono provare, che mai allegano

uno scrittore che di Firenze non sia. E che nuovo linguaggio, che

inaudita rimescolanza, che centauro, che chimera, che mostro sarebbe

quello, quando pur anche far si potesse, un mescuglio di vocaboli

di forse trenta diverse lingue? E dove mai e quando mai fu veduta

scrittura di questa guisa, o come la siffatta dir si potrebbe lingua,

se lingua non è quella, la quale o da alcun popolo non si favelli, o la

quale alcun popolo per alcun tempo non abbia mai favellata? Chi sarebbe

che la intendesse pur mediocremente? dove s’avrebbe a far capo, dove

a ricorrere per le proprietà? e in qual guisa maravigliosa andarono

questi nostri per tutto il corso della loro vita passeggiando per tutta

Italia a prendere cento vocaboli di Romagna, trecento di tutte le terre

di Lombardia, altrettanto di Napoli e suo reame, e finalmente dieci

di quel paese e quattro di quel castello? Che fatica, che stento, che

infelicità convenne che fosse la loro in quel tempo!» Insomma vorrebbe

lo scrittore fosse nato in Firenze, poi studiasse in Dante, Petrarca,

Boccaccio e negli altri trecentisti la legatura delle parole e lo

stile: lo che rese tanto difficile lo scriver bene, all’imitazione

degli antichi dovendosi aggiungere l’imitazione dei moderni.

Sono le controversie che si rinnovano di tempo in tempo, discutendo

sulle parole, invece d’occuparsi di cose; rimestando la tavolozza,

invece di dipingere. Parve poi fatale da que’ primordj fino alla

umanità odierna, che contraddittori e apologisti credessero ragioni le

villanie, non s’elevassero mai alla natura dei linguaggi e al paragone

di ciò che negli altri paesi intervenne, e, per angusto municipalismo,

negassero la preminenza ai Toscani quegli stessi che pescano toscane

eleganze per parer belli; impugnando così, almeno in teorica,

quell’unità della lingua che ad altre unità è scala e suggello.

Già il Tolomei avea proposto di levare l’_h_ da _hora, dishonore,

havea_; ma con più senno voleva il Trissino distinguere l’_i_ dall’_j_,

l’_u_ dalla _v_, smettere la _ph_ per _f_, il _th_ per _z_; e coll’η,

ed ε, coll’ο e ω greci discernere il suono stretto o largo di queste

due vocali. Sciaguratamente egli adoprò quest’ortografia in un poema

illaudabile, e non essendo toscano, errò nell’applicazione, onde gli si

levarono addosso le beffe, massime dal Firenzuola; eterno modo anche

questo d’impacciare le cose buone! Alcune di siffatte innovazioni

prevalsero, le altre rimangono desiderate.

Particolare attenzione alle regole della lingua si applicò quando cadde

la libertà fiorentina, cioè quando cessarono i grandi scrittori; e

fu istituita anche una cattedra di italiano per Diomede Borghese, il

quale con quarant’anni di studio pretendeva avere ottenuto il titolo

di arbitro e regolatore della toscana favella. I malcontenti dei

Medici, per avere un pretesto di adunarsi, proposero di emendare il

_Decamerone_, guasto nelle varie stampe; e l’edizione fatta dal Giunti

nel 1527 è cercata come un lavoro di partito. E perchè il Decamerone si

teneva pel libro più utile, ma insieme pericolosissimo al buon costume,

fu commesso al Salviati di prepararne una lezione castigata, per la

quale gli toccarono i vituperj che al pittore Braghettone.

Continuò quella fratellanza nell’accademia degli Umidi, la quale

adunavasi in casa di Giuseppe Mazzuoli, «cittadino (com’egli diceva)

senza stato, soldato senza condizione, profeta come Cassandra», che

avea combattuto nelle Bande nere, poi all’assedio; poi fatto vecchio,

ma sempre sollazzevole ed amoroso dei giovani, molti ne univa, i

quali «ancorchè fussino la maggior parte in esercizj mercantili

occupati, pure si promettevano tanta grazia dalle stelle e dalla

natura, che bastava lor l’animo a render conto dei casi loro in

simile professione»[96]. Cosmo, conoscendo l’astuzia del farsi serve

le lettere col proteggerle, cominciò a dare a questi giovani il

titolo più lauto di Accademia Fiorentina, poi stanza nel suo palazzo,

e pubblicità, e prebende, e fin privilegio di fôro; per quanto

il Mazzuoli si dolesse di questo voler il duca tirare tutto a sè.

Propostosi a studio speciale la lingua, i membri di essa si buttarono a

leggere dissertazioni sopra un sonetto, un verso, una parola di qualche

classico, e principalmente del Petrarca; e poichè ciascuno voleva avere

esordio, perorazione e congrua lunghezza, considerate quanto sciupìo

di parole in un secolo già tanto verboso! Saviamente pensando che

gioverebbe alla lingua l’esercitarla in traduzioni, il duca ne commise

molte ad essi accademici, come di Aristotele al Segni, di Boezio al

Varchi, di Platone al Dati, e via là.

Nojati dallo stillar quintessenze, i membri di essa Giambattista Dati,

Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e

Bastiani de’ Rossi fecero scisma, e raccoglieansi ad altre tornate che

chiamavano _stravizj_, perchè rallegrate dall’amenità del luogo, da

festivo cicalare, da squisite cenette[97]. Pier Salviati gli esortò a

dare a quei ritrovi alcuno scopo certo, senza abbandonare l’originaria

giovialità; onde formarono un’accademia che per celia battezzarono

della _Crusca_, togliendo per emblema il frullone, per seggiole le

gerle del pane rovesciate cui serve di spalliera una pala da grano, per

sedia dell’arciconsolo tre macine, e ognuno un nome da tali simboli,

l’Infarinato, l’Inferigno, il Rimenato, l’Insaccato; Grazzini volle

ritenere il titolo suo primitivo di Lasca, perchè questo pesciattolo

a friggerlo s’infarina. Continuarono così a mandar fuori cicalate

bizzarre, finchè assunsero di compilare il vocabolario della Crusca,

sgomento dei pedanti, beffa dei frivoli, che non vogliono conoscerne

l’intento e l’uso.

Quantunque persuasi che la favella d’una nazione sia un dialetto

elevato alla dignità di lingua scritta, e che in Italia il fiorentino

meriti questo vanto, gli Accademici non s’accontentarono (come poi col

parigino fecero quelli di Francia) di dare tutte le voci dell’idioma

toscano, ma le rinfiancarono d’esempj. I filologi, che allora

s’abbaruffavano sopra il valore di parole latine, non poteano risolvere

che per esempj scritti; l’illustrazione de’ Classici era l’oggetto

di moltissime opere, di moltissime accademie, e singolarmente della

fiorentina; il quale andazzo portò i Cruscanti a voler munire ogni voce

e i varj significati di essa con testi, credendo dare autorità ai modi,

e chiarire il senso degli autori[98].

Ma poichè negli autori non si trova che la minor parte della lingua,

i Cruscanti ricorsero a scritture ove abbondano le parole d’uso

famigliare, come ricettarj, zibaldoni da bottega, e somiglianti. Di

più si fece; e alcuno prese a scrivere componimenti col preciso scopo

d’inserirvi voci di cui gli esempj mancassero, quali furono la _Fiera_

e la _Tancia_ del Buonarroti. Non sarebbe tornato più speditivo il

mettere a catalogo le voci stesse, quali s’udivano dal popolo? io lo

credo; e crederò sempre rimanga ancora questo bel compito a qualche

Toscano, che voglia offrire un vocabolario non voluminoso e da pochi,

ma usuale e da tutti. Quale però fu fatto dagli Accademici, ha il

merito, per quel tempo rilevantissimo, di spiegare i Classici.

In tal lavoro essi errarono spesso, non sempre usarono testi corretti,

benchè l’emenda di questi fosse una delle loro applicazioni; non

registrarono a pezza tutte le voci neppur d’essi autori; diedero per

vivo ciò che era quattriduano, per comune ciò che era d’un luogo o d’un

tempo particolare; fin errori e storpiature registrarono, pel proposito

di spiegare gli autori. Sovrattutto erano vacillanti nella grammatica,

allora in fasce, scarsi nella critica, nata appena. Quindi pecche

vere, confessate da essi medesimi nella prefazione, riparate via via

nelle stampe successive, ma lasciandone altre che diedero facile messe

a chi volle appuntarneli, o supplirne le dimenticanze. Sensatissime e

pizzicanti e miniera ai futuri sono le postille che vi pose Alessandro

Tassoni, appena uscito il Vocabolario, con frizzo più pungente che non

si dovesse aspettare da un accademico. Benedetto Fioretti pistojese

(che, con vocabolo composto di tre idiomi, s’intitolò Udeno Nisieli,

cioè uomo di nessuno se non di Dio) pose saviissime note in margine a

una copia che, comperata a caro prezzo, giovò alle posteriori edizioni

del Vocabolario. Il quale resterà come bel monumento storico: e noi,

aborrendo le scurrilità lanciategli, lo abbandoneremo solo quando ci

abbiano forniti d’uno migliore.

Ma a ciò si richiedono condizioni, che non sono letterarie. E del

resto le quistioni della lingua si vincono coll’adoprarla a qualcosa

di utile e di grande; e quel secolo abbondò di scrittori che parvero

rinfrescare il Trecento, ingentilendolo. Bizzarria, disordine, spirito

religioso sopravviveva ancora nei meno accurati, e una fecondità

quale di giovinetti appena buttati nel mondo; ma tutto veniva alterato

dall’educazione, e poco a poco la coltura sottentrava all’originalità,

il lenocinio alla robustezza: la prosa, non più abbandonata al caso e

al sentimento, prendeva ordine, e spogliavasi dell’affettazione latina,

pur vestendo graziosi costrutti ed eleganti giaciture.

Monsignor Giovanni Della Casa da Mugello (1503-56), il migliore de’

periodanti artifiziosi, scrive qual si conviene a precettore di buone

creanze. Di magniloquenza sono tipo le sue orazioni: ma chi in quello

strascico cortigianesco può riconoscere il modo di persuadere e di

muovere? Aggiungi lo sconcio variare di sentimenti, sicchè nell’una

sublima quel medesimo Carlo V[99], che in due altre aveva mostrato

peste d’Italia e rovina d’ogni libertà; in quella confonde perfino la

giustizia colla volontà di esso[100], in queste ne esagera l’avidità

nell’invadere l’altrui; qua predica la libertà d’Italia, altrove esorta

a ridur Siena in dominio della famiglia Caraffa.

Orazioni si facevano allora per ogni occasione, ma qual raggiunge

l’eloquenza vera? Sonorità di periodi, ridondanza d’epiteti, verbosità,

descrizioni, enfasi invece di forza e concisione, nessuna arte di

incalzare cogli argomenti, di penetrare l’intimo degli animi per

isnidarne il vizio o indur la persuasione. Non un buon predicatore

sorse in quel meriggio delle lettere. Per via severa camminò frà

Girolamo Savonarola, tutto impeti e con movimenti qua e là di vera

eloquenza: ma quella che arte chiamiamo gli manca, e troppo spesso

converte il pulpito in tribuna. D’orazioni profane funebri, di

complimento, di persuasione, un migliajo rimane, ma chi leggerebbe quel

cicaleccio inane, se non per ripescare fra un diluvio di parole qualche

notizia?[101]

Vuolsi coraggio a trangugiar quelle di Leonardo Salviati con tanto

profluvio di voci oziose, tanto viluppo di membri e membretti.

Questa palma mancante all’Italia, pretese cogliere Alberto Lollio con

arringhe di assiderante eleganza, sovente sopra soggetti immaginarj,

e puntellate di figure retoriche e luoghi topici uno infilato

all’altro; talchè somministrano abbondanti esempj ai precettisti, e

noja insuperabile ai lettori. Buoni favellatori possedette Venezia, ma

scarsi d’arte e di lingua incerta; robuste e spigliate procedono cinque

orazioni che si hanno stampate di Pietro Badoero; e lodatissime furono

le arringhe giudiziarie di Cornelio Frangipane friulano.

Deh potessimo avere i ragionamenti onde i Fiorentini ed altri

repubblicani persuadevano al meglio della patria!; ma quelli intarsiati

ai racconti dal Bembo, dal Nardi, dal Varchi e peggio dal Guicciardini,

sono esercitazioni compassate, di niuna spontaneità, e guaste spesso

dall’imitazione. Bartolomeo Cavalcanti è più vero, e per ciò più

robusto. Unite il discorso di Giambattista Busini al duca di Ferrara

pei profughi di Firenze perseguitati da Clemente VII, quello di Giacomo

Nardi a Carlo V sulle tirannie del duca Alessandro, e se vogliasi

l’apologia di Lorenzino; e avrete tutta l’eloquenza politica di

quell’età, prima che le fosse tolto il parlare. E il non essere sorto

un grand’oratore fu non ultima causa del mancarci una prosa nazionale;

prosa svelta, propria, concludente, che in tutti gli scrittori

apparisca unica di fondo, variata di colore secondo la materia, la

persona, gli studj; prosa approvata dai dotti e insieme gradita al

popolo, che vi riscontri le forme sue ma nobilmente atteggiate, le sue

parole ma con arte disposte. E restammo fra una lingua colta e morta,

usata spesso a materie inette; ed una viva, ma creduta solo acconcia

a frivolezze, a commedie, a novelle, che saranno sempre il più ricco

tesoro di bei modi, d’animosi tragetti, di frasi calzanti.

Gli storici (t. IX, p. 254) sono i migliori scrittori, ma neppure essi

evitano l’espansione smodata e la prolissità, nè le parole rinzeppate

o le particelle superflue, che stornando l’attenzione, fanno o meno o

male intendere l’idea. Alcuni all’arte unicamente posero pensiero, come

Pier Francesco Giambullari, che i fatti generali d’Europa dopo il IX

secolo espose con bellissima retorica; caro alle scuole dove si separa

il pensiero dalla parola. L’irremediabile amplificare di Francesco

Guicciardini, que’ periodi intralciati di tante fila, che dianzi un

editore faticò per distrigarli in qualche modo, possono correggere il

moderno sfrantumare, ma troppo distano dalla rapidità che il racconto

esige[102]. In fatto egli non erasi mai esercitato a scrivere; ma la

profonda intelligenza e il buon senso, cui unisce sperienza e calcolo,

gli valgono a gran pezza meglio che i precetti.

Bernardo Davanzati mercante fiorentino (1529-86), indispettito dal

forestierume che s’infiltrava col commercio e colla Corte, per rimedio

suggeriva di «spolverare i libri antichi, e servirsi delle gioje nostre

che ci farebbero onore»: preferiva la lingua fiorentina alla comune

italica, che «quasi vino limosinato a uscio a uscio, non pare che

brilli ne’ frizzi». Ristrettosi a Tacito, Orazio e Dante, maestri dello

scolpire i pensieri, egli solo, fra tanto sproloquio in cui smarrivansi

i pensieri, propose di mostrare come la nostra favella possa emulare

la madre in nervosa brevità; e traducendo Tacito, ridusse più conciso

il concisissimo fra gli storici antichi. Che se licenziossi a qualche

ribobolo che detrae al signoresco narratore, le più volte l’intende

a meraviglia, e lo riproduce colla vera fisionomia, coll’efficace

semplicità afferra il punto e picca; e noi lo teniamo inarrivabile

modello del vulgarizzare[103].

Rimane sempre vero che i libri più pregevoli di quel secolo sono i

meno artifiziati, le lettere del Caro, la vita del Cellini, e quelle

del Vasari. Ben hanno preteso i letterati d’aver abbellito queste

ultime; ma la storia li smentisce, quand’anche nol facessero esse

medesime. Chiarezza, brevità, vigore son lodi costanti dello stile del

Machiavelli, più pregevoli quanto al suo tempo più rare; del resto

va senz’arte: ne’ periodi zoppica non di rado, mirando unicamente

alla forza; è ricco d’idiotismi; ma quei che supposero non sapesse

di latino, badino come l’imitazione latina lo traesse a costruzioni

o falsate o contorte; e, malgrado i molti difetti, merita gran lodi

da chi sappia non solo ammirare ma osservare. Come poeta, oltre le

commedie ove mostrò quanto poteva migliorarsene il gusto, stese i

_Decennali_, meschina imitazione di Dante, narrando i fatti del suo

tempo. Nell’_Asino d’oro_, che solo pel titolo rammenta la spiritosa

fatica di Apulejo, finge essersi smarrito in una foresta, ove da’

mostri lo campa una donna, che lo conduce a un serraglio di bestie

allegoriche.

Nell’imbratto che fece della lingua di Dante e del Villani, il

Boccaccio ebbe troppi imitatori; sicchè i novellieri sentono tutti

di quella puzza. D’interesse, di color locale, d’affetto mancano in

generale, si dilatano in uno stile spento e languido, e connettono i

racconti con filo ancor più tenue che il loro modello. Nella peste del

1374, una brigata d’ogni condizione viaggia per Italia, distraendosi

con cencinquantasei racconti, la più parte osceni, tutti incolti,

che Giovan Sercambi lucchese raccolse. Dall’Aretino, da Speron

Speroni, da Ercole Bentivoglio ed altri, sorpresi dalla pioggia alla

pesca, suppongonsi narrate le diciassette novelle dei _Diporti_ di

Girolamo Parabosco, musicante piacentino e poligrafo. Cinque uomini e

altrettante donne, spinti da egual accidente in una casa, vi ingannano

la sera novellando; del che sono formate le _Cene_ del Lasca speziale

fiorentino, procedenti con sintassi naturale, periodo disinvolto,

espressione tersa propria; e con molta varietà, nè senza tragico

interesse, che poi l’autore volge dispettosamente in riso. Egli

avea pure composto pungentissimi scherzi e commedie di candidissima

dettatura, di scarso intreccio, d’invereconda morale.

Agnolo Firenzuola fiorentino (1493-1548), tutto fiori e grazie,

deh perchè quell’insuperabile trasparenza di stile adoprò solo in

frivolezze e scurrilità? Era monaco vallombrosano; e appassionato

della materiale bellezza femminile, ne stese un trattato fra lubriche

particolarità e sogni cabalistici. In una brigata fa ragionar d’amore,

e raccontare laide novelle innanzi alla «regina del suo cuore... bella

e pudica quant’altre mai». Anche dagli animali fa dare precetti ed

esempj; sul soggetto di Apulejo forma un _Asino d’oro_, acconciato ad

altre idee.

La _Filena_ di Nicolò Franco fu messa un momento di sopra del

_Decamerone_, poi dimenticata. Giovanni Sabadino degli Arienti

bolognese dettò neglettamente settanta Novelle Porrettane. Masuccio

Salernitano nel _Novellino_ moltiplica avventure a scorno de’ frati

e in istile boccaccevole. Delle ottanta novelle latine trivialmente

oscene di Girolamo Morlino napoletano si valse Gianfrancesco

Strapparola di Caravaggio, che le divise in notti, zeppe di

meraviglioso e d’inverosimile, e benchè da postribolo, le suppone

esposte da oneste fanciulle. Alle consuete immoralità vollero sottrarsi

Sebastiano Erizzo, che fece sei giornate di racconti prolissi, e

Giraldi Cintio, che negli _Ecatomiti_, narrati da giovani fuggenti

a Marsiglia dal sacco di Roma, pretese insegnar la morale, e non fu

letto; eppure somministrò il soggetto a più d’una composizione di

Shakspeare.

Matteo Bandello da Castelnuovo di Scrivia (1480-1561), generale dei

Domenicani in Milano, ostentò amori e cortigianerie a Napoli e Firenze,

eppure ottenne da Enrico II il vescovado d’Agen. Tra le occupazioni,

raccolse piuttosto aneddoti che vere novelle, alle quali non si brigò

tampoco di dare qualsiasi legame, ma a ciascuna prepose una dedica

adulatoria, unica e misera originalità; chè del resto va con parlate

prolisse, dialogo sgraziato, insulse particolarità, scarsa fantasia,

caratteri sparuti, nè mai drammatico movimento. «Dicono i critici che,

non avendo io stile, non mi doveva mettere a fare questa fatica: io

rispondo loro che dicono il vero, ch’io non ho stile, e lo conosco pur

troppo: e per questo non faccio professione di prosatore». Così egli; e

di fatto la sgraziataggine del suo scrivere rende viemeno tollerabile

con lardellarlo di frasi classiche[104]. «Dicono i critici che le mie

novelle non sono oneste...: io non nego che non ce ne siano alcune,

che non solamente non sono oneste, ma dico e senza dubbio confesso che

sono disonestissime...; ma non confesso già ch’io meriti di essere

biasimato; biasimarsi devono... coloro che fanno questi errori, non

chi li scrive». Muove nausea la sguajatezza con cui, egli vescovo e

di settant’anni, espone sconcezze, da cui ebbero sciagurato appiglio i

Protestanti: eppure il marchese Luigi Gonzaga gli affidò ad educare sua

nipote Lucrezia; e monsignore se ne innamorò, ma platonicamente, e la

cantò in molte liriche e in un poema di undici canti!

I trattatisti di morale, oltre non aversene pur uno originale,

peccano del massimo dei difetti, l’esser nojosi. I _Ragionamenti_

di monsignor Florimonte, la _Vera bellezza_ di Giuseppe Beluzzi,

i _Ricordi_ di monsignor Saba da Castiglione, i _Ritratti di donne

illustri d’Italia_ del Trissino, sono per lo più dissertazioni in

tono retorico, rinzaffate di erudizione e prive d’attualità. Benedetto

Varchi, prolisso, allenato, cascante sempre anche nella storia, empì

le sue _Lezioni_ di futilità aristoteliche; pure dagli stranieri erano

ristampate e lette come delle migliori. Mattia Doria fece la _Vita

Civile_, ed aveva preparato l’_Idea d’una perfetta repubblica_, ma se

ne sospese la stampa; e conosciutovi immoralità e concetti panteistici,

fu arsa.

Di Sperone Speroni, che fece arringhe ciceroniane, e che giudicano

armonioso e grave, sono gracilissimi e di concetti generici i dialoghi

intitolati il _Guevara_, il _Marcantonio_, l’_Orologio dei principi_,

molte volte ristampati: al più si possono leggere i suoi _Consigli

alla figlia_. Molto da lui copiò Alessandro Piccolòmini senese nelle

_Istituzioni di tutta la vita dell’uomo nato nobile e in città libera_:

professava a Padova, e nelle opere di filosofia considera Aristotele

come suo «principe e guida e più che uomo», eppure osa scostarsene;

e secondo l’andazzo, distingue la verità filosofica dalla teologica.

Francesco Piccolòmini della patria stessa, nel _Comes politicus pro

recta ordinis ratione propugnator_, discute la morale (_de moribus_)

e la sociale (_de republica_), considerando come un dovere de’

magistrati il diffondere la virtù nella città e nello Stato. Altri

scritti sull’educazione e sulla morale stanno nelle biblioteche,

non più fra le mani: solo vive il _Galateo_ di monsignor Della Casa,

libro condiscendente più che retto, che la cortesia confonde colla

moralità. Delinea o adombra i costumi d’allora, in alcun lato ancora

grossolani, mentre già si mescevano a puntigli e smancerie spagnuole;

e molto insiste sul modo di raccontare accidenti e novelle, il che era

ingrediente primario del conversare di quel tempo. Nei _Doveri fra

amici di stato diverso_ riduce a precetti la servilità; l’inferiore

mai non intacchi il suo patrono; ne soffra piacevolmente persin le

impertinenze. Pur troppo va così: ma perisce la civiltà vera d’un paese

quando la moralità svapora in cerimonie, e il dovere in convenevoli,

che non vagliono se non sgorgando dal cuore.

Analisi dell’uomo e degli affetti intimi, efficacia di particolarità,

la profonda riflessione di Pascal o l’ingenua sensualità di

Montaigne mancano sempre ai nostri, che offrono soltanto modelli

generici e astrazioni; del qual falso sistema la maggior riprova sta

nell’_allegoria_ anteposta da Torquato Tasso al suo poema; come i

difetti di questo rivelano l’assurdità del metodo. Esso Torquato; il

Varchi, il Muzio, altri ed altri discussero alcuni punti particolari

di condotta, e massime dell’onore e della scienza cavalleresca. Questa

cominciava a prender piede, per divenire poi quasi unica norma a’

portamenti de’ gentiluomini; e sul duello, punto essenziale, scriveano

i teologi per disapprovarlo, gli altri per darvi regole. Tutto ciò pei

gentiluomini, reggentisi in un’atmosfera affatto artifiziale; ma al

grosso della nazione avvilita, al popolo escluso dagli interessi, chi

provvedea più fuorchè i preti?

Pietro Martire d’Angera milanese, del 1488 portato in Ispagna, col

Mendoza conte di Tendilla vi attese alle armi, e dopo presa Granata si

ordinò ecclesiastico, e la regina Isabella il pose maestro de’ paggi.

Avendo il soldano d’Egitto spedito a re Ferdinando il padre Antonio

da Milano, guardiano de’ Francescani al Santo Sepolcro, per intimargli

cessasse di molestare i Mori, se no egli tratterebbe all’eguale stregua

i Cristiani in Terrasanta, Ferdinando gli mandò Pietro Martire, che

ottenne quanto chiedeva, e in quell’occasione vide il Cairo e le

piramidi, che descrisse; come poi l’_Oceano_ ed il _Mondo nuovo_ da

che fu consigliere reale per gli affari dell’India, onde potè avere in

mano i documenti della navigazione di Colombo, opera tradotta in tutte

le lingue. Fin al 1525 dettò ottocentotredici lettere sugli uomini

e sui fatti contemporanei, perciò cercate dagli storici, quantunque

paja certo che non furono dettate al tempo proprio degli avvenimenti.

Approva l’Inquisizione e l’intolleranza, pressente l’importanza della

Riforma appena nata, descrive egregiamente le fazioni di Firenze, la

battaglia di Pavia.

Altri dei nostri si occupavano di paesi forestieri. Girolamo Faletti

di Ferrara (_De bello sicambrico_) narrò le guerre di Carlo V coi

Francesi ne’ Paesi Bassi, e contro la lega Smalcaldica; Orazio Nucula

in latino non inelegante la spedizione di esso in Africa. Paolo Emili

veronese, chiamato da Luigi XII a Parigi per iscrivere la storia di

Francia, la stese latina in quattro libri, dall’antichità fino al 1489,

qualche ordine portandovi colla critica allora possibile[105]: fu la

prima ragionevole di quel paese, e lodatissima, tradotta, per lungo

tempo rimase di testo, e Giusto Lipsio diceva che _pene unus inter

novos veram et veterem historiæ viam vidit....; genus scribendi ejus

doctum, nervosum, pressum...; non legi nostro ævo qui magis liber ab

affectu_[106]. Lucio Marineo siciliano a Salamanca dettava la storia

di Spagna ad esaltazione di Fernando e d’Isabella; Polidoro Vergilio

di Urbino, autore d’un esile trattato _De inventoribus rerum_, ebbe da

Enrico VII l’incarico di scrivere quella d’Inghilterra: sicchè anche

gli storici di que’ paesi cominciano da un nostro. Così Ciro Spontoni

scrisse quella d’Ungheria; Alessandro Guagnino veronese quella della

Polonia; il padre Antonio Possevino quella di Moscovia; Gian Michele

Bruto quella dell’Ungheria e di Stefano Batori; Luigi Guicciardini

fratello dello storico, _Commentarj delle cose di Europa specialmente

ne’ Paesi Bassi_ dal 1529 al 60, e una descrizione di questi, ne’ quali

egli abitò quarant’anni come negoziante.

Valeriano Pierio trattò de’ geroglifici come allora si poteva, delle

antichità di Belluno sua patria; e sull’infelicità dei letterati

raccolse aneddoti che ora potrebbero triplicarsi, anche tralasciando,

come egli non fece, le miserie inseparabili dall’umanità. Luca

Contile senese, segretario al cardinale Trivulzio e a Ferrante

Gonzaga governatore di Milano, al cardinale Trento, al capitano Sforza

Pallavicino, al marchese Pescara, fu storico diligente e chiaro più che

coraggioso, e nel trattare delle divise e insegne si elevò a qualche

intendimento generale. Corteggiò la marchesa Del Vasto e Vittoria

Colonna, cui dedicò la _Nice_, poema non casto, assomigliando le virtù

di lei al vello d’oro e ai pomi esperj, custoditi, invece di drago, da’

suoi begli occhi, lo spavento de’ quali non potrebbe superarsi che da

Giasone od Ercole.

Altri speculavano sulla vanità tessendo genealogie, e spesso

inventandole, all’appoggio principalmente di frate Annio da Viterbo e

simili. Scipione Ammirato storiò le famiglie napoletane e fiorentine,

il Morigi quelle di Milano, il Sansovino le illustri d’Italia, Marco

Barbaro la discendenza delle patrizie famiglie, e moltissimi di

particolari parentele. Alfonso Ceccarelli da Bevagna con autorità

e documenti falsi formò le genealogie dei Monaldeschi, de’ Conti e

d’altre; e infine meritò che Gregorio XIII gli facesse tagliar la mano

e impiccare.

Il più bel campo ai letterati sarebbe stata la storia: ma molti

valendosi della lingua latina perchè più divulgata, ne veniva nocumento

alla verità, costretta ad un linguaggio non suo, ed a sopprimere

quelle particolarità che le danno vita. Ricorrere alle fonti immediate,

raccogliere gli svariati materiali, vagliarli severamente, valersene

con intelligenza, e ridurli ad un complesso omogeneo, non si pensava

ancora. Presi gli autori precedenti meglio reputati, se ne compievano

i racconti o supplendo l’un coll’altro, od osservandoli sotto aspetto

diverso, o inserendovi documenti nuovi, senza farsi coscienza di

copiar lunghi brani, e talvolta quasi solo traducendo: come assai

fosse l’indurvi nuova veste, e unificarne lo stile col resto dell’opera

propria.

Ma già la storia riduceasi classica, cercando al racconto attribuire

eleganza ed ordine, nettezza di stile, interesse di ritratti e quadri.

Si volle dunque analizzarne l’arte, e Giovian Pontano, che primo ne

trattò, la considera come una specie di poesia; nota che Livio comincia

col mezzo verso (_Facturus ne operæ pretium_), e Sallustio con un

esametro spondaico (_Bellum scripturus sum quod populus romanus_),

e va mettendo a fronte passi di questi autori e di Virgilio. Insieme

però raccomanda la brevità, posta nelle parole, e la rapidità posta

nel movimento dello stile; quanto al fondo, desidera le particolarità,

massime le biografiche, e descrizioni topiche, e le arringhe.

E la storia alla poesia confronta pure Francesco Patrizi in dieci

dialoghi, nojosi di digressioni e appoggiati al trattato di Luciano.

Eccetto le storie sacre, s’avvisa che nelle antiche si va troppo

tentone, nelle moderne manca libertà; lo storico non differisce dal

poeta che nel non alterare i luoghi e i tempi; noi siamo spettacolo

agli Dei, e verità non avvi se non nelle opere di Dio e della natura.

I precetti dati dal Foglietta nell’introduzione alla sua storia

genovese, e dal Viperano (_De scribenda historia_), sono trivialità

o plagi, che che ne paja al Tiraboschi. Quel genio universale di

Bernardino Baldi disputò pure della storia, ponendo per fine di essa

non l’ammaestrare che spetta alla filosofia etica, ma il rappresentare

altamente e secondo le leggi sue la verità delle cose succedute.

Nell’esporre i consigli, lo storico deve esprimere il proprio giudizio,

non solo in universale, ma scendendo allo speciale, e dire qual cosa

lodi o vituperi; perciocchè il narrare i fatti nudi e non esternare che

cosa ne senta, è da uomo che non discerne il bene dal male. Il parlar

dello storico sia grave e chiaro[107].

Annibal Caro (1507-66), uno de’ più simpatici scrittori, nato

poveramente a Cittanova nella Marca, si direbbe vero toscano; con tanta

proprietà adopera i modi più calzanti della lingua viva; professando

riconoscere tutto quel poco che ne sa dalla pratica di Firenze[108].

Servì ai Farnesi, e scrisse le loro lettere: ma veri modelli son quelle

in proprio nome. Si lagna più d’una volta che gli fiocchino versi ed

encomj di gente sconosciuta, che poi pretende risposta; e che i libraj

mettano a stampa le sue epistole[109]: nuovo argomento della passione

universale allora per gli studj, e dell’importanza attribuita agli

scriventi.

Pure l’ufficio più sociale a cui questi fossero chiamati, era lo

stender lettere per signori: Giambattista Sanga e il Sadoleto scrissero

quelle di Clemente VII; il Berni quelle del Bibiena pei Farnesi; il

Flaminio pel datario Ghiberti; Bernardo Tasso pei Sanseverino, il Muzio

per don Ferrante Gonzaga ed altri; Luigi Cassola piacentino, forse

il maggior madrigalista di quell’età, pel cardinale Santafiora; altri

per altri. Da ciò una prodigiosa ricchezza di epistole, dettate colla

scorrevolezza e precisione che mancano nei lavori più studiati. Molto

si scrisse intorno alla confezione delle lettere; e benchè il buon

senso riprovasse il dirigere il discorso all’_altezza, eccellenza,

signoria_ d’un altro, queste spagnolesche ostentazioni rimasero. In

quelle del Bembo e di Paolo Manuzio sentesi l’intenzione di stamparle:

Bernardo Tasso è retore di sterile abbondanza: dignitose e d’artifizio

velato son molte del Casa, e quelle di Claudio Tolomei, inventore de’

versi alla latina[110]. Jacopo Bonfadio di Salò (t. IX, p. 267) fu caro

al Bembo e al Flaminio, ma anche al ribaldo Franco e agli ereticali

Valdes e Carnesecchi; in Genova ebbe cattedra di filosofia: ma si

lagna che colà «letterati non ci sono, dico che abbiano finezza»;

confessa che «gl’ingegni sono belli», ma si contenterebbe di più «se

fossero tanto amici di lettere quanto sono di traffici marinareschi»:

coltissimo nelle due letterature, poeta migliore in latino, stese le

lettere con dignitosa affabilità, non senza lambiccature e lungagne.

Forse la fama di lui restò ingrandita dal supplizio del fuoco, al quale

Genova lo condannò, dicesi per amori infami.

Letterati di mestiere, quali il Porcacchi, l’Atanagi, il Dolce, il

Ruscelli, il Sansovino, lo Ziletti raggranellavano ogni frivolezza

de’ migliori, per farcirne volumi da guadagno: ma da quella farragine

di carteggi alcun paziente potrebbe stillare pochi volumi, rilevanti

non solo alla letteraria, ma alla politica storia. Quelle d’artisti

splendono di meriti particolari e maggior libertà, e fanno conoscere

quali fossero più o men colti, e come l’animo si trasfonda non men

nelle tele che nelle carte. I secretarj doveano anche inventare imprese

e motti, dar idee di pitture e di feste, accompagnare di versi le

principesche solennità.

Il Caro tutta la vita elaborò le opere sue, senza mai pubblicarle;

ridottosi poi in riposo, pensò fare un poema, e per addestrarvisi

prese a tradurre qualche cosa dell’_Eneide_; e vi si piacque tanto,

che la trasse a fine, sentendosi vecchio per un’epopea. Son versi

sciolti cinquemila cinquecento più dell’originale; onde il compatto del

parlare antico scompare, talvolta la fedeltà è tradita o per errore o

per negligenza, ma conservata la ricchezza e la lucidità dell’autore;

vi è fatta prelibare la potenza del verso sciolto, arricchendolo

d’infinita vaghezza di armonie, e di frasi e giri nuovi; sicchè, dopo

tanti tentativi e tante censure, rimane la migliore veste che siasi

data all’impareggiabile Virgilio. Il Caro con greca venustà vulgarizzò

gli _Amori di Dafne e Cloe_ secondo Longo Sofista; e con grandiloquenza

alcun che de’ santi Padri.

D’ordine de’ suoi padroni aveva egli scritto in lode dei Reali di

Francia la canzone _Venite all’ombra dei gran gigli d’oro_, dove,

togliendosi alla monotona sobrietà dei petrarchisti, avventuravasi

nell’immaginoso, nel ricercato, in quella gonfiezza che si scambia

per sublimità. Ai servidori di quella casa e ai molti amici di lui

nessuna lode parve bastante a un componimento che usciva dalle vie

ordinarie; ma altrimenti ne parve a Lodovico Castelvetro, arguto e

schizzinoso modenese, e ne mandò attorno una censura. Al Caro parve

più ostica quanto maggior dolciume di lodi avea gustato, uscì con

apologie e risposte, or sue, or d’altri, or sue in nome d’altri,

massime fingendo ciancie degli scioperoni che frequentavano la via

de’ Banchi a Roma. L’altro risponde, e come avviene nelle dispute, si

travalica ogni moderazione, e si divulga una delle liti più clamorose

di questa litigiosa repubblica letteraria. Il Castelvetro ebbe il

torto d’essere provocatore; indi trovò gusto a mostrare acume, e con

illustri nimicizie guadagnarsi celebrità. Scriveva egli le censure con

tocco impetuoso e colla vivacità di chi attacca, sottile talvolta,

ma con maggior gusto che non si aspetterebbe in un tempo in cui il

bello era sentito più che ragionato: il Caro era sussidiato da amici,

e principalmente dal Molza e dal Varchi ricevea pareri e correzioni:

villanie da piazza mai non furono dette con maggior eleganza che

nell’_Apologia_ e nei sonetti _de’ Mattaccini_, ove la bile lo fece

poeta; nè celie più spiritose si potrebbero opporre a ragioni ben

rilevate. Donne gentili, cardinali, il duca di Ferrara s’interposero

pacificatori, ma inutilmente; i partigiani del Castelvetro

obbrobriarono il Caro a principi e cardinali; essendo ucciso un amico

di questo, se ne pose colpa al Castelvetro; si pose colpa al Caro

d’aver lanciato sicarii contro il Castelvetro. Certamente il Caro avea

scritto: — Credo che all’ultimo sarò sforzato a finirla per ogni altra

via, e vengane ciò che vuole»; e fu chi sostenne che, coll’arte infame

onde anche oggi cotesti manigoldi dell’arte subillano i Governi contro

il censurato, denunziasse all’Inquisizione il Castelvetro: imputazione

alla quale egli fece piede col dirlo «filosofastro, empio, nemico di

Dio, che non crede di là dalla morte», e «agl’inquisitori, al bargello

e al grandissimo diavolo vi raccomando». Fatto è che il Castelvetro

stimò prudenza rifuggire tra i Grigioni e morì a Chiavenna (1571).

Chi non si sgomenti delle lungagne, trova nella costui _Poetica

d’Aristotele_ molta erudizione, riflessi sottili, critica assennata,

e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che

applaudire. Spesso egli censura Virgilio; a Dante imputa la pedanteria

di parole scientifiche, ingrate e «inintelligibili a uomini idioti, per

li quali principalmente si fanno i poemi»; incolpa di plagio l’Ariosto,

oltre l’infedeltà storica sino ad inventare a capriccio i nomi dei re.

Non era più il tempo che l’Italia splendesse unica al mondo; e Francia

poteva opporle Montaigne, Balzac, Voiture e l’altra plejade non

duratura; Spagna e Inghilterra gl’immortali nomi di Calderon, Lope

de Vega, Camoens, Shakspeare. Questi conoscevano e usufruttavano la

letteratura italiana; e da Andrea Navagero ambasciator di Venezia

presso Carlo V, che molto viaggiò e ben vide e ben descrisse, fu

ispirato l’amore pei nostri classici a Giovan Boscano Almogaver, che

postosi sull’orme del Petrarca, introdusse la correzione nella poesia

spagnuola; alle fonti nostrali attinsero Garcilaso de la Vega imitatore

del Sannazaro, e Diego Hurtado de Mendoza (t. IX, p. 482); il principe

de’ poeti francesi Ronsard traduceva sonetti del Bembo; il maggior

tragico dell’Inghilterra e del mondo, Shakspeare, dai nostri novellieri

deduceva alcuni soggetti da drammatizzare, come più tardi Milton

scriveva sonetti italiani, e Molière razzolava ne’ nostri comici per

trovarvi o temi o caratteri o scene; Grangier traduceva Dante, e tutti

i Francesi leggevano il Petrarca, come poi il Tasso.

Al contrario, i nostri mai non danno segno di conoscere i grandi

contemporanei[111]; e allorchè il Castelvetro, che pur esso forse ne

avea contezza solo per udita, osò dire che in Francia e in Ispagna si

trovavano scrittori grandi quanto in Italia, se ne scandolezzarono i

pedanti, che mai non gli aveano saputi; e rabbuffollo il Varchi, il

quale poi sosteneva Dante esser superiore ad Omero. Dal che pullularono

nuove quistioni; e per puntiglio Belisario Bulgarini senese s’aguzzò

a spulare difetti nella Divina Commedia, in una serie di lettere e

risposte e dissertazioni, dimostrando che non era vero poema perchè

mancava alle regole d’Aristotele: il Mazzoni scese nella lizza a

difenderla.

Ma quel poeta, il più ispirato insieme e calcolato, il più lontano

dall’orpello e dal gergo convenzionale, che reggesi soltanto su nome

e verbo senza epiteti nè frasi, mal s’affaceva all’arte raffinantesi;

la sua simbolica cristiana diveniva meno intelligibile all’irruente

classicismo; studiavasi, ma non come ritratto di cose cittadine e

incarnazione di credenze vive; e posponevasi al Petrarca, a cui si

usava la venerazione che più non s’aveva per la Bibbia, togliendo

a disputar delle parole, stillarne ogni voce, ogni verso, ogni

sentimento, ogni atto. A tacere gl’infiniti commenti, dei quali

sopravvissero quelli di Bernardino Daniello e d’Alessandro Velutello,

Simon della Barba perugino, a proposito del sonetto _In nobil sangue

vita umile e cheta_, dichiarava qual sia stata la nobiltà di madonna

Laura; Lodovico Gandini lungamente indagò perchè messer Francesco

non avesse mai encomiato il naso di lei; poi disputavasi se fu donna

vera; se allegoria, cosa rappresentasse: e si prese scandalo quando il

Cresci osò crederla maritata. Così da lite nascea lite, mentre Carlo

V spegneva l’indipendenza d’Italia, e Lutero squassava la potestà di

Roma.

Di mezzo al culto che prestavasi alle lettere, ecco il ferrarese

Giglio Gregorio Giraldi sostenere, non solo la vanità, ma il pericolo

del sapere (_Proginnasma_); la medicina incertissima, garbugliona la

giurisprudenza, bugiarde e sofistiche l’eloquenza e la dialettica,

piacentiera al vizio la poesia; i letterati inetti a governare le città

e le famiglie; Roma, grande finchè rozza, essersi corrotta a misura che

ingentiliva. Sono i paradossi che a Rousseau furono poi suggeriti da

accessi di superbia, come al Gregorio da accessi di pogadra; il quale,

del resto, conchiude avere scritto per pura mostra d’ingegno. Forse per

penitenza ordì la storia degli Dei, poi ancor più quella scabrosa de’

poeti anteriori e de’ viventi.

Girolamo Muzio (1496-1576) nato a Padova, ma che s’intitolava

justinopolitano perchè oriundo e cittadino di Capodistria, buon’ora

attaccatosi a persone illustri lodandole e ad esse dirigendo lettere e

componimenti, a Venezia lega pratica coi giovani studiosi: nel concorso

apertosi per la cattedra di retorica, dove gli aspiranti doveano

ciascuno leggere per tre o quattro giorni sopra alcun classico, egli

menò la briga fra gli studenti perchè fosse preferito Giambattista

Egnazio, che perciò lo alloggia e nutre: agli spettacoli che da natale

a tutto carnovale ogni domenica davansi ora sull’uno ora sull’altro

campo delle chiese, con balli e improvvisatori, vagheggia un’alta

donna, che presto gli è tolta da morte: poi coi nobiluomini visita

varie parti d’Italia, soffrendo dall’insolenza militare, ed ora ai

militari si unisce al soldo del conte Claudio Rangone: ito in Francia

con questo, vi conosce la Corte: serve a Galeotto Pico, usurpatore

della Mirandola, poi al duca di Ferrara, ove canta la celebre Tullia

d’Aragona, per la quale, dopo ammogliato, dettò il trattato intorno

al matrimonio. Col Varchi, col Cittadini, col Cavalcanti, col Tolomei

si rissò per cose di lingua (pag. 141); con Fausto da Longiano,

coll’Attendolo, coll’Averoldo, con Giambattista Suzio, con altri per

punti e giudizj cavallereschi; giacchè, vedendo non poter fare abolire

il duello (dic’egli), volle almeno porvi regola, e le opere sue in tal

proposito, stampate con privilegio di Pio V, passavano per classiche:

poetò anche[112], e divisava un’epopea su Goffredo Buglione, che forse

avrebbe distolto il Tasso dalla sua. Talento universale, diplomatico

e guerriero, letterato e teologo, prosatore e poeta, instancabile

disputatore, diede egli stesso il catalogo degl’innumerevoli scritti

che poterono «uscir dalla penna ad uomo che, dal ventesimoprimo anno

della sua età fin al settantesimoquarto ha continuamente servito, ha

travagliato a tutte le corti di cristianità, e vissuto fra gli armati

eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e

gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». La sua _Arte

poetica_ ha merito di non servili giudizj, appuntando l’Alighieri

per durezza, per mollezza il Petrarca, il Boccaccio perchè prosastico

ne’ versi e poetico nella prosa: all’_Orlando_ preferisce le commedie

dell’Ariosto; e di certe verità gli daremmo lode se non venissero dal

farnetico d’accattar brighe, che l’accompagnò quanto visse.

Alfonso de Ulloa, figlio d’un capitano di Carlo V, e soldato egli

stesso sotto Ferrante Gonzaga, tradusse in italiano un’infinità di

opere spagnuole, tra cui principalmente la vita di Colombo scritta

da Ferdinando suo figlio, preziosa perchè l’originale andò perduto:

scrisse pure la vita di Carlo V, di don Ferrante, e altre storie di

pochissimo valore.

Fra cotesti scarabocchiatori, che a forza di lodarsi a vicenda si

creavano una reputazione, novereremo anche Francesco Sansovino figlio

dell’architetto, che tradusse, raccolse, compose, raffazzonò orazioni,

lettere, poesie, una storia dei Turchi, l’arte del secretario, le

famiglie illustri, il ritratto delle città, osservazioni sulla lingua

e sul _Decamerone_, Venezia descritta, del governo dei regni e delle

repubbliche, e ortografia, retorica, arte oratoria; molte altre opere

promise, ne stampò d’altrui col proprio nome, e di sue con nome

finto; ebbe amicizie ed inimicizie, doni, titoli accademici, lode

di contemporanei e anche di posteri; e maggiori lodi si diede da se

stesso, o le finse dategli in lettere[113].

Siamo entrati con costoro nelle fogne della letteratura militante,

corrispondente alla giornalistica d’oggi, fin d’allora chiassosa,

intrigante, vaniloqua, superba, carezzatrice de’ mediocri e di chi

paga, implacabile a chi mostra ingegno o dignità. E ce ne verrà a mano

di tali, che il classare fra i letterati sarebbe vergogna, come il

mettervi la plebe degli odierni giornalisti.

Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15) · 第 5 / 22 题