artistica d’allora, vien raccontato che Michelangelo, volendo emulare
Rafaello nelle temperate invenzioni e nel colorire armonico, desse i
proprj disegni a tingere a Sebastiano del Piombo (1485-1547), imitatore
del Giorgione, e diligente nel finire. A questo modo la Risurrezione
di Lazzaro fu contrapposta alla Trasfigurazione; e Sebastiano,
invanito, pretese pareggiarsi a Michelangelo e Rafaello: ma quando
egli accompagnava Tiziano alla visita delle pitture, questi vedendo i
restauri fatti nelle stanze vaticane dopo i danni del sacco, proruppe,
— Chi fu il presuntuoso ignorante che guastò quelle faccie?» Era stato
Sebastiano.
Di Francesco Rustici, scolaro di Leonardo, e morto in Francia, sono
le statue di bronzo sopra il battistero di Firenze, dove lavorò pure
Andrea Contucci da Sansovino, scultore, fonditore, architetto, che
lasciò opere a Genova, a Roma nella chiesa del Popolo, in Portogallo,
e principalmente l’esterno della Santa Casa di Loreto. Molti Fiesolani
continuavano la disciplina del Ferruccio e del Boscoli.
E già pareva non si potesse far meglio che imitare o le delicatezze
di Rafaello o le grandiosità di Michelangelo; ma, come disse ad
altro proposito il Guicciardini, «l’imitazione del male supera sempre
l’esempio, siccome, al contrario, l’imitazione del bene rimane sempre
inferiore». Gli scolari di Raffaello ne seguirono principalmente il
lato sensuale; e cacciati dalla peste e dai Tedeschi, si diffusero
per tutta Italia propagatori del buon gusto, che modificò le qualità
primitive delle varie scuole.
A Giulio Pippi (1492-1546), di storia ignota, pien d’estro e celerità
più che scelto nelle idee, Rafaello dava a compire le invenzioni
architettoniche appena schizzate; donde nacquero varj casini di Roma,
e la elegantissima villa Madama a monte Mario, colle decorazioni più
gentili dopo le loggie vaticane. Dal marchese Gonzaga fu chiamato
a Mantova, dove la scuola del Mantegna era sopravvissuta in due
suoi figliuoli, nei Monsignori, in altri che scolpendo e pitturando
modificarono la maniera di quel maestro, poi il ferrarese Costa avea
formato eccellenti scolari, fra cui il Leonbruno e il Febus. Giulio di
robuste dighe vi frenava il Po ed il Mincio, sanò le bassure, intere
vie rifece, restaurò antichi e pose edifizj nuovi, tra cui principale
è il palazzo del Te, quadro di sessanta metri di lato, con immenso
cortile; ed egli stesso lo storiò imitando l’antico, massime nei
bassorilievi di stucco[40], e nella sala de’ Giganti mascherando la
forma architettonica colla pittura, e sempre decrescendo di nobiltà e
purezza con invenzioni gentilesche, conformi alla sensuale sua vita, nè
sdegnò prostituirsi alle infamie dell’Aretino. La cattedrale di Mantova
rifece sul gusto antico; nella facciata ineseguita di San Petronio a
Bologna tenne il mezzo fra il gotico e il greco.
Baldassarre Peruzzi (1481-1556), abbandonato a Volterra da un
Fiorentino fuoruscito, per vivere copiò quadri, finchè potette fare
di suo. Come ajuto di Rafaello dipinse in Vaticano, poi sostentato
da Agostino Chigi, perfezionò la prospettiva da teatro, dipingendo
scene per le feste di Giuliano de’ Medici, e per la _Calandra_ del
Bibiena. Opere temporanee, di cui possiamo farci un’idea nella galleria
della Farnesina, dipinta con tanta illusione, che Tiziano la credette
rilievo[41]. Nel sacco di Roma bistrattato, e costretto a fare il
ritratto dell’ucciso Borbone, fugge ignudo a Siena. Ivi fabbricò,
e principalmente le fortificazioni; ricusò assistere Clemente VII
nell’assedio di Firenze; pure da quel pontefice e da altri ebbe lavori
a Roma più che denari, e conduceva il palazzo Massimi, capo suo, quando
morì.
Il Fattorino (Francesco Penni) andò a ravvivare la scuola napoletana.
Perino, figlio abbandonato da un de’ Francesi di Carlo VIII, fu posto a
dipingere sotto il Vaga, da cui prese il nome; e adoperato da Rafaello
ad eseguire a fresco, al fare di questo s’attenne poi sempre, ma
declinando al materiale. Anche Polidoro da Caravaggio, capitato a Roma
come manovale, e da Rafaello avviato alla pittura, con Maturino dipinse
di chiaroscuro al modo del Peruzzi, perciò copiando l’antico. Fuggendo
dai Tedeschi ripararono a Napoli, ove Maturino morì, nè a Polidoro
badavano i nobili, dediti a caccie e comparse: in Sicilia abbondarongli
commissioni, fin quando il servo per rubarlo l’assassinò. Da Rafaello
e dal Pinturicchio, che vi effigiò le imprese di Paolo II, di bei
paesaggi variando il fondo, Siena conobbe l’arte moderna, che la fece
infedele alle caste ispirazioni, conservate fino a quell’ora.
Fu detto che Rafaello visse poco per le arti, e il Buonarroti troppo; e
in fatto già sul costui sepolcro in Santa Croce le statue, atteggiate
in aria di farsi copiare, preludono ai difetti de’ suoi scolari. I
quali, dimenticando quel suo detto che «chi va dietro non passerà
mai avanti», copiavano dalle sue figure il rilievo muscolare, non la
morbidezza de’ rivestimenti, nè sovrattutto l’impetuoso immaginare
e il profondo sentire. L’esecuzione era migliorata, modellavasi e
scolpivasi vivo e ben composto, meglio foggiavansi le prospettive,
ma più sempre dalla pia semplicità si sviava alla mera apparenza;
stil grande voleasi; nulla di magro, di secco; movimento, muscoli,
appariscenza, grazia; dimenticando che questa è schiva di chi la cerca,
e che il bello degli antichi non salta agli occhi con pretensione,
ma esce a forza di contemplarlo. Quindi dappertutto atteggiamenti
ostentati, arida anatomia, giganti, statue sdrajate su cartelloni:
quindi una spensata facilità d’invenzioni, tanto più che i Medici,
piuttosto generosi che savj mecenati, soggetti mitologici o adulatorj
surrogarono alla devozione e al sentimento; e il profano Paolo Giovio
sceglieva e divisava quei della villa di Poggio a Cajano. Fra quella
turba, improntata d’un’aria di famiglia, distingueremo il Granacci
fiorentino; Battista Franco, che emulò Giovanni da Udine nel dipingere
le majoliche di Castel Durante; Mariotto Albertinelli, avverso al
Savonarola per ligezza ai Medici, che non fece scelta fra’ suoi tipi, e
morì d’intemperanza; Bernardino Poccetti, che il miracolo dell’Annegato
nel chiostro dell’Annunziata farebbe porre tra i sommi se all’estro e
al tocco risoluto avesse unito la pazienza.
Pier di Cosimo, idolatro della natura fino a non soffrire che l’uomo
la modificasse, stizziva quando fossero potate le piante o svelte le
erbaccie dal suo verziere; non teneva ora fissa al mangiare, vagolava
in luoghi strani, e contemplava le figure disegnate dalle nubi e
dagli sputi; onde riuscì sommo nell’imitare, nella prospettiva e nel
chiaroscuro, quanto scarso nel sentimento. Il Battista nel duomo di
Firenze, e il monumento di san Giovanni Gualberto, disperso nel 30,
lodano Benedetto da Rovezzano. I mausolei dei Doria a Genova e del
Sannazaro a Posilipo, e la fontana di Messina di frate Montorsoli sono
macchinose esecuzioni di poveri concetti. Nelle porte di San Petronio
a Bologna il Tribolo seppe schivare le esagerazioni. Vincenzo Danti
perugino del fondere lasciò ragionevolissimi suggerimenti e opere
finissime, comechè peccanti di leziosaggine. Giacomo della Porta
milanese voltò la cupola di San Pietro, finì i lavori di Michelangelo
in Campidoglio, e fece palazzi, facciate, fontane in Roma, a Frascati
il Belvedere degli Aldobrandini, a Genova la bella cappella del
Battista. Suo nipote frà Guglielmo, addestratosi alla Certosa di Pavia
e a Genova, abbandonò le sobrie finitezze de’ Lombardi per ormare
Michelangelo; e il suo deposito di Paolo III è delle migliori opere in
San Pietro, chi guardi all’atto soltanto, alla grazia, alla carnosità:
ma ai due lati del bellissimo papa son coricate una giovane e una
vecchia che, sotto il simbolo di non so quali virtù, ritraggono l’amica
del papa e la madre di lei, inverecondamente ignude, sicchè l’un corpo
raggrinzito eccita schifo, l’altro voluttà e peccato.
Tra gl’Italiani si schiera Gian Bologna, di Fiandra venuto giovanissimo
in Firenze, dove lavorò assai marmi e bronzi, fra cui il Mercurio
volante, di componimento ardito e d’esecuzione gentile; il ratto della
Sabina, ove s’intrecciano con arte le figure di tre differenti età;
la bella statua equestre di Cosmo I; e preparò quella di Enrico IV,
terminata poi da Pietro Tacca. Molto gli giovò il valente fonditore
Domenico Portigiani fiorentino, principalmente nella grandiosa cappella
di Sant’Antonio ne’ frati di San Marco, i quali vi spesero ottantamila
scudi; e nelle porte della cattedrale di Pisa.
Ai Michelangioleschi e all’emula stizza di Benvenuto Cellini fu
bersaglio Baccio Bandinelli, inventore scorretto ma robusto, qual si
vede nell’Ercole e Caco, opera non inferiore alle contemporanee. Il
Nettuno in piazza del granduca, fatto da Bartolomeo Ammanato a concorso
con Gian Bologna, col Danti e col Cellini, fu preferito perchè le
decisioni non dipendeano più dal popolo, ma da Cosmo (1490-1559).
Quell’edificatore di colossi fece il Giove Pluvio a Pratolino, che
rizzandosi sarebbe alto sedici metri; a Roma fabbricò il palazzo
Ruspoli, che doveva avere quattro faccie, e il vastissimo collegio de’
Gesuiti; finì il palazzo Pitti, adattando l’interno alla facciata con
opportuni abbellimenti. I ponti soleano voltarsi su pile massiccie fin
d’un quarto o un terzo della luce dell’arco, col che restringevasi il
letto, e tanto più quanto più crescea la piena; mentre la curva a tutto
sesto crescea la ripidezza del pendìo. L’Ammanato in quello di Santa
Trinita a Firenze aprì i tre archi circa trenta metri, e sopra le pile,
grosse otto, li curvò in ellissi molto scema. Vecchio si raccolse a
Dio, e pentivasi delle figure nude[42].
Infervorato di Michelangelo, Giorgio Vasari aretino (1512-74) ancor
giovinetto diceva a se stesso: — Chè non poss’io procacciarmi le
grandezze e i gradi che hanno acquistato tant’altri?» Misero scopo
per un artista, e il conseguì dipingendo a furia per la coronazione
di Carlo V, poi a Roma pel cardinale Medici una Venere con le Grazie;
e quell’impudica composizione tanto aggeniò al prelato, che diede una
veste nuova al pittore, e la commissione di un gran baccanale, per cui
entrò nelle grazie di Clemente VII, e fu l’artista di que’ dinasti dopo
ch’ebbero impugnata Firenze. Valoroso architetto si palesa nell’ardita
fabbrica degli Uffizj e negli appartamenti di Palazzo Vecchio, ch’egli
poi coprì di storie medicee, tirando via di pratica e a giorni contati.
In quanto si dice, dipinse la sala della cancelleria, sempre con
concetti superficiali o frivole allegorie e fisionomie insignificanti,
colorito abjetto e disarmonico, scarso rilievo, negletta prospettiva
aerea, studio delle statue e di Michelangelo, non della natura. Egli
cavaliero, egli pittor di corte, egli in grado di dare occupazione alla
gioventù, col suo esempio avvezzò al toccare audace e negligente, allo
stile manierato.
Più che dall’arte trasse lode dalle sue _Vite de’ Pittori_. Affatto
incerto di cronologia, quasi solo di cose toscane vi ragiona,
anzi di fiorentine, e colle passioni di contemporaneo e d’artista;
encomiasta de’ recenti, dimentica che essi aveano ammirato e studiato
i quattrocentisti[43], quasi volesse adulare i Medici col cancellare
anche in ciò le memorie, come restaurando Santa Maria Novella avea
cancellato affreschi di Masaccio e dell’Angelico; e prendendo per
canone unico la scuola propria, pone mente soltanto alla forma, alla
materialità del disegno, alla collocazione dei piani, al muscoleggiare,
al rilievo delle teste, armonizzino poi o no collo stato dell’animo;
mai un istante non elevasi alla poesia, a contemplare il concetto;
innanzi al mirabile componimento di Giotto ad Assisi non vede che «il
grandissimo e veramente meraviglioso effetto d’uno che beve stando
chinato in terra a una fonte»; non calcola i tempi in cui l’artista
fiorì, e le circostanze che il poterono soccorrere o disajutare; quasi
a un gran pittore bastasse essere abile operajo, non interprete del
pensiero morale de’ suoi contemporanei.
Pure egli dissodava un campo vergine; vide infinite opere co’ proprj
occhi, e giudicolle da esperto; per la seconda edizione moltissime
correzioni e mutamenti gli suggerirono il tempo, gli amici, la prudenza
e un nuovo viaggio per Italia; e sebbene non vi sia storico che non
abbia dovuto ad ogni piè sospinto confutarlo, pure rimarrà sempre
uno de’ più cari testi per l’ingenuità del parlare; per la copia di
aneddoti che ci dànno vera e spirante la vita d’allora; sovrattutto per
la passione che mette nella descrizione di quadri. Con quale evidenza
non ritrae la Crocifissione del Gaddi in Arezzo, la cappella Spinelli
in Santa Croce, le pitture della beata Michelina in Rimini! come si
esalta per la Maria in gloria del frate Angelico[44], pel ritratto
di Leone X e per lo Spasimo di Rafaello! con che impeto ritrae i
capolavori di Michelangelo! Solo l’artista può innamorarsi così; e
chi ha gustato le delizie stesse esulta di riprovarle con esso. Si
gode pure del suo piacersi nell’amicizia de’ grandi, e del vantarsi
che «nessuno abbia praticato Michelangelo più di lui, e gli sia stato
più amico e servitor fedele; nessuno possa mostrare maggior numero
di lettere, scritte da lui proprio, nè con più affetto». Aggiungete
ch’egli non è costretto alla polemica, nella quale s’imbroncano
perpetuamente i successivi scrittori d’arte, anche per colpa de’ molti
errori di lui.
_Pareri_ scrisse Bernardino Campi; _Veri precetti_ Giambattista
Armenini di Firenze, appoggiandosi agli esempj; Rafaele Borghini estrae
dal Vasari per esporre in dialoghi, che sono lunghissimi discorsi
di stentati tragetti, coll’assurdità di far recitare a memoria tante
notizie positive. Trattò di pittura anche Federico Zuccari, che col
fratello Taddeo dipinse i palazzi Farnesi a Roma e Caprarola, poi
l’Escuriale di Spagna, e fu presidente all’accademia di San Luca; la
quale, fondata sotto Gregorio XIII, ottenne che nessuno scritto sulle
belle arti si pubblicasse in Roma senza sua licenza; spediente sicuro
d’impedire che si conoscessero ed emendassero gli abusi.
Gianpaolo Lomazzo milanese, buon pittore quanto vedesi principalmente
a Tradate, e che a trentun anno perdè la vista, avea dettato precetti
dell’arte sua[45], che considerava come un sacerdozio privilegiato a
rappresentare Dio e i santi. Da queste idee, rinvolte in astruserie e
circonlocuzioni e metafore secentiste e osservazioni di stelle, deduce
alti concetti e devote pratiche; più che lo studio degli antichi e de’
Tedeschi vuole si cerchi d’avere nell’idea quel che poi s’ha da ridurre
in tela; molta cura domanda dei caratteri, e in quelli dei santi vuol
combinate maestà e bellezza, onde crescere in noi i sentimenti di pietà
e venerazione; mostrasi arguto osservatore nell’esprimere le passioni,
principalmente nelle delicate, battendo il mal gusto, e gli sfoggi
teatrali de’ Michelangioleschi, e la predilezione per soggetti lubrici
e il rappresentar la donna sol come oggetto sensuale, o villanamente
nelle cariatidi; predilige la venustà infantile, sin a credere che
senz’essa un quadro non possa essere bello; nell’architettura e
nella decorazione preferisce il modo antico e il bramantesco a quegli
introdotti dagli idolatri di Vitruvio. Dopo di che fa meraviglia come
secondi i pregiudizj correnti nel giudicar degli autori, nell’ammirare
la muscularità, nello sprezzo del medioevo. Ma oltrechè men
superficiale del Vasari ne’ giudizj, giova alla storia in quanto i suoi
precetti appoggia d’esempj anche lombardi, altronde ignoti.
La scuola lombarda rimontava fino ai giotteschi Andrino d’Edesia e
Giovan da Milano, che lasciò bei dipinti in Firenze, e fu seguito da
Vincenzo Foppa bresciano, dal Crivelli, da Nolfo di Monza, imperfetti
di forme, non senza grandezza di carattere. I due Civerchi, Bernardino
Zenale e il Buttinoni da Treviglio poterono profittare degli esempj del
Bramante. Sull’orme di questo, Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino,
delicato modellatore, valse assai nella prospettiva, studiò gli effetti
più che il carattere, lavorò pure a Roma, e scrisse sulle antichità
greche e romane, come il Foppa e lo Zenale sulla prospettiva lineare
e le proporzioni del corpo umano. Anche dopo che il Mantegna vi
aveva recato le pratiche prospettiche, Gentile Bellini le tradizioni
dell’Umbria, poi le raffinatezze fiorentine Leonardo, una fisionomia
particolare conservarono i migliori; quali Francesco Melzo prediletto
del Vinci, ma più grazioso che robusto; Gianantonio Boltraffio, che
della scuola arcaica mantenne la gravità e le vigorose concezioni,
pur diffondendovi freschezza di vita, magia di chiaroscuro, finezza di
modello, ed esatta traduzione della fisionomia. Marco d’Oggiono rimane
inferiore, massime per disegno, quando non copiò il maestro; ma è
maggior di sè nel quadro in Sant’Eufemia a Milano.
E fa meraviglia come la scuola lombarda continuasse a fiorire, malgrado
di tante sventure pubbliche e quasi a consolazione della perduta
indipendenza; ma non fortunata di storici come le altre, restò quasi
ignorata di fuori. Eppure gli affreschi di Bernardino Luini (-1528?),
abbastanza frequenti in Lombardia, non iscapitano dai migliori, e
le sue tele sono dai forestieri scambiate con quelle di Leonardo,
sul quale egli avea studiato a segno, da farne propria la sublime
schiettezza, la purità del concetto, la vereconda soavità, sebbene di
quell’iniziatore non raggiunga la veemenza e l’espressione grandiosa e
profonda, prevalendo nella dolcezza di spirito e nella grazia armonica.
Ma egli non fu protetto dai re, bensì da quei che piangevano e
pregavano nelle sopravvenute miserie, e lavorò quasi soltanto in chiese
e conventi. Della Santa Caterina, leggenda prediletta dei pittori
lombardi, non è possibile trovare una composizione e un’esecuzione più
felice che il trasporto del cadavere per man degli angeli, qual si vede
a Brera. Nulla di più soave e patetico degli affreschi nel Monastero
Maggiore. Nell’età piena dipinse a Saronno la disputa di Cristo, e a
Lugano la Crocifissione, vero poema, con infinite persone in atti e
panni ed affetti tutti varj e veri, con teste spiccanti, e quella magia
di guardatura che pajono chiederti risposta. Eppure sembra non avesse
veduto i sommi contemporanei se non forse per via delle stampe; ed era
retribuito a miseria[46].
Cesare da Sesto (-1524) tiensi nella ragionevolezza del soggetto come
il maestro, e come lui si prepara con lunghi studj e attenti disegni;
e se non l’eguaglia in ricchezza d’idee e costanza di correzione, e se
spesso abbandonasi alla sicurezza dell’applauso, non si torrebbe mai
l’occhio dalle tele dove ha voluto esser grande. Passò poi a vedere
modelli differenti in Sicilia e a Roma, dove ajutò Rafaello, il quale
vuolsi gli dicesse: — Non comprendo come, essendo noi tanto amici, ci
usiamo così pochi riguardi». Il suo carissimo Bernazzano spesso gli
lavorava i fondi con paesaggi, ne’ quali era eccellente. Quando si
scoperse il quadro di Antonio Salaino della sagristia di San Celso,
tratto da cartone di Leonardo, tutta Milano concorse ad ammirarlo.
Gaudenzio Ferrari di Valdugia (-1550), educato a Vercelli da Girolamo
Giovenone, poi ajuto di Rafaello quand’ancora attenevasi alle maniere
dell’Umbria, ma soprattutto studioso del Vinci[47], ancor meglio
di questo unì la forza alla grazia, sebbene al fine s’ingrandisse,
cioè degenerasse dietro ai Michelangioleschi. Singolarmente accurò
l’espressione de’ volti, e la pia affezione; e il Lomazzo sfida
chiunque a rappresentare la divina maestà meglio che nella sua morte di
Cristo, al sacro Monte di Varallo. Quel santuario e quel di Saronno,
allora frequentati a proporzione delle pubbliche miserie, furono
il campo dell’abilità di Gaudenzio, e d’ogni parte eragli chiesto
qualche episodio del gran dramma della redenzione, che a Varallo avea
rappresentato intero.
Bernardino Lanini vercellese, più che nel disegno e nel chiaroscuro
valse nel buon comporre anche in grande, come nella Santa Caterina
presso San Nazaro. Di Giannantonio Bazzi da Vercelli (1477-1519),
detto il cavaliere Soddoma, peniamo a credere le turpitudini che il
Vasari racconta, poichè la bellezza de’ suoi dipinti in Lombardia
tiene del leonardesco, anzi nelle Madonne supera per grazia naturale il
maestro; i Senesi, della cui scuola ridestò lo spirito, gli affidarono
a dipingere le storie di san Bernardino e santa Caterina, e gonfaloni
veneratissimi; altre pie immagini fece altrove, leggiadre insieme
ed elevate e gravi principalmente a Napoli, e veramente di Rafaello
mostrasi scolaro ne’ puttini e anche negli adulti: vero è che non sa
comporre storia, e invecchiando declinò verso i manieristi.
Con questi pittori va una eletta di scultori, massime ornatisti.
Maestri di muro e di pietre, venuti dai laghi di Lugano, di Como, di
Varese, divenivano scultori e architetti; e le cattedrali lombarde
e Venezia s’allietano d’opere di autori non nominati, o appena col
titolo di Lombardi, di Campioni, di Bregni. Gaspare e Cristoforo Pedoni
luganesi assai lavorarono d’ornato a Cremona, e a Brescia il vestibolo
de’ Miracoli; i fratelli Rodari di Maroggia con incantevole pulizia nel
duomo di Como, e probabilmente nella semicattedrale di Lugano; Bonino
da Campione il mausoleo di Cansignorio a Verona, una delle più belle
opere gotiche, a sei faccie con sei colonne d’eleganti capitelli, e con
bellissimo serraglio di ferro; Antonio Amedeo pavese in Bergamo quel
del Coleone.
Gian Galeazzo avea dotato lautamente i monaci della Certosa di Pavia
perchè continuassero la fabbrica (tom. VII, pag. 185); finita, quella
somma dovesse compartirsi ai poveri. La distribuzione cominciossi nel
1542; ma i grandi miglioramenti recati ai terreni lasciarono ai monaci
di che proseguire, e farne, come il Guicciardini lo chiamava, «il
monastero il più bello che alcun altro non sia in Italia».
Fu architettata da Giacomo da Campione milanese nel 1396, non dal
fiorentino Nicolò de’ Galli, cui molti l’attribuiscono. Disposta al
modo bramantesco e policromatico, senz’archi acuti, sessanta medaglioni
sulla base della facciata offrono ritratti di imperatori e re, stemmi,
simboli, fatti scritturali, la più parte d’eccellente gusto: i quattro
finestroni direbbonsi incomparabili, se non li vincesse la porta,
con un incantevole complesso di sculture, storianti la fondazione
del tempio, i funerali di Gian Galeazzo, le vite de’ santi Ambrogio,
Siro ed altri: e l’infinità delle figure, la finitezza di tutte,
l’espressione di qualcuna incantano gli occhi, per quanto il vandalismo
rivoluzionario e la villania irreligiosa le abbiano mutile e guaste.
Dentro, la maestà delle ampie arcate, le volte ad oltremare stellato e
a fregi, la cupola ottagona a gallerie, le quattordici cappelle ornate
a gara, gli avanzi d’alcune vetriate dipinte, le ricche balaustrate di
ferro e ottone, toccano di meraviglia prima che si venga ad ammirare le
particolarità.
A tacere altri lombardi, Andrea Solaro, che lavorò a Venezia e in
Francia[48], e Bernardino Campi meritano lode di vivace espressione
e vigorosa tavolozza in un quadro della sacristia nuova, ora spoglia
delle ricchezze religiose e artistiche. Aggiungi le prospettive
felicissime e le riquadrature, con qua e là alcuni monaci, che si
direbbe veramente sporgano e ti guardino, e solo non parlino perchè la
regola lo vieta[49]. Ma qui è a conoscere ed ammirare come pittore il
Borgognone, cioè Ambrogio da Fossano, quasi ignoto alle storie[50],
e che per vigor di disegno, artifizio di ombre, varietà di scorci va
co’ migliori, mentre per espressiva e castigata dolcezza, pel posare
grazioso, per la mistica delicatezza può dirsi il frate Angelico
lombardo. Sempre mosso da pie ispirazioni, e ascetici ricordi, senza
perdersi in allusioni e simboli, imprime carattere serafico agli
angeli, grave devozione ai santi, aura divina alla Madonna, come può
vedersi nel coro di San Sebastiano a Milano, e a Bergamo nell’Assunta
di Santo Spirito, con quegli apostoli d’estatica espressione, irradiati
dall’alto.
Ne’ tempi di decadenza vi si proseguirono i lavori, ed enormi colossi
ingombrarono le arcate minori; gli altari furono sopraccarichi di
tarsie, di marmi, d’intagli, diligentissime esecuzioni principalmente
dei Sacchi, famiglia che restò per secoli addetta a questa chiesa.
I quadri del Procaccino, del Cornara, del Fava, gli affreschi del
Lanzani, de’ Carloni, del Ghisolfi, del Bianchi, del Montalto,
del Vairone, del Cerano, del Morazzoni, le sculture del Begarelli,
del Bussola, del Simonetta, del Brambilla, del Rosnati, per quanto
stacchino dalla cara semplicità dei primitivi, non mancano di merito, e
formano una galleria tutta lombarda, che a noi non parve fuor di luogo
descrivere.
Su disegno del Borgognone gli stalli del coro della Certosa furono
intarsiati da Bartolomeo Dalla Porta o da Pola nel 1486, con
atteggiamenti semplici. Nella sacrista vecchia un trittico di denti
d’ippopotamo in sessantasette bassorilievi e ottanta statuine presenta
storie sacre, opera pazientissima di Bernardo degli Ubriachi di
Firenze. Nel mausoleo del fondatore, cominciato il 1490 a disegno
d’un Galeazzo Pellegrini, e finito solo nel 1562, con lautezza di
ornati, Antonio Amedeo ne espresse la storia in sei medaglioni: la
statua è stesa sul proprio avello, dove impropriamente si aggiunsero
due statue simboliche di Bernardino da Novi, sedute sul monumento
come aveano introdotto i Michelangioleschi. Nè minore miracolo è il
sarcofago della duchessa Beatrice d’Este, opera di Cristoforo Solaro
il Gobbo. Capolavoro d’architettura è il chiostro, disegno di Francesco
Richino, portico a cenventi campate con colonnette di marmo sostenenti
bassorilievi di terra cotta, busti, statuine, fogliami, arabeschi che
danno la più vistosa varietà policromatica, e tutt’attorno al gran
cortile, ventiquattro cellette, ciascuna disposta come un compiuto
quartiere, e con giardinetto ove ricrearsi dall’obbligata solitudine.
Un’altra è il duomo di Milano, del quale manca una descrizione,
che per sentimento d’arte e giustezza d’erudizione convenga ai
tempi. Il Martino V, lavorato da Jacopino da Tradate, e alcune
guglie dell’Omodeo, son di gotico grazioso. Oltre il Gobbo Solaro,
ricordiamo il Bambaja che mettea per tutto rabeschi, fiori, recami e
nettissimamente conduceva i capelli, le barbe, le pieghe; e prova di
prospettiva più da ammirare che da imitare fece nella Presentazione
al tempio, scorciando una scala, in cima alla quale sta Simeone, ed
al piede Maria. S’abbandonò al gusto ammodernato nel deposito del
Caracciolo; ma più memorabile era quello di Gastone di Foix, che,
cambiati i dominatori, andò dissipato, e i pezzi che sopravanzano si
direbbero di cera, sicchè il Vasari «mirandoli con istupore, stette un
pezzo pensando se è possibile che si facciano con mano e con ferri sì
sottili e meravigliose opere»[51].
Annibale Fontana, Andrea Biffi, Andrea Fusina, chinavano al manierato:
Francesco Brambilla ornò la cappella dell’Albero, e fuse le cariatidi
del pulpito, squisitamente condotte, ma tormentate di minuzie; Marco
Agrati volle scaltrito il pubblico non esser opera di Prassitele[52]
quell’ammirato suo San Bartolomeo scorticato che panneggia la propria
pelle, senza espressione nè idealità. Altri bellissimi lavori de’
suddetti offrono le facciate di San Paolo e di San Celso in Milano.
È fra i più notevoli lavori di Napoli la cripta dell’arcivescovado,
fatica di Tommaso Malvita comasco; sala tutta marmo, col più bel
lacunare a mezze figure, sostenuto da colonne e pilastri squisiti.
Noi ci diffondiamo sul Lombardi perchè i patrioti, con vezzo non
più disimparato, neglessero le glorie compaesane, e i forestieri
gl’ignorano. Il Vasari, che solo per incidente li nominò, confessa che
il Bambaja, il Solaio, l’Agrati, Gaudenzio, Cesare da Sesto, Marco
d’Oggiono, il Luini «farebbero assai se avesser tanti studj quanti
n’ha Roma; onde fu bene che Leon Leoni vi recasse tante opere antiche
e modelli». Intende dello scultore Leon Leoni d’Arezzo, che a Milano
fuse pulitissimamente il mausoleo del Medeghino in duomo, sopra disegno
di Michelangelo alquanto manierato; e per sè costruì un palazzo colla
facciata sostenuta da grandi cariatidi (gli Omenoni), e l’aveva empito
di gessi e modelli che propagarono il gusto delle prominenze musculari
e delle manifestazioni esagerate della forza vitale, sempre più
spegnendo l’ideale artistico.
E artisti e scuole avea si può dire ciascuna città d’Italia; ma troppo
spesso i paesani trascurarono di darcene contezza, o svisarono.
Bergamo, fra molti che vi chiamò o nutrì il patronato del Coleone
e dei Martinengo, ci mostra il suo Lorenzo Lotti, che quando da
Alessandro Martinengo ebbe commissione di un quadro per la chiesa
di San Domenico, «pubbliche preci si fecero alla Madonna e ai santi
perchè l’ispirassero; e finito che fu, venne portato in processione
per le vie» (Tassi). Lodi aveva in San Francesco pitture vecchie
d’eccellente maniera, quando la pietà e la scienza del santo vescovo
Carlo Sforza Pallavicino fece erigere il tempio dell’Incoronata dal
Battaggio lodigiano bramantesco, e chiamò a dipingerla il Borgognone,
con Giovanni e Matteo della Chiesa, e a scolpirvi Ambrogio e Gianpietro
Donati milanesi. Forse da loro prese scuola la famiglia Piazza, che
diede molti artisti, fedeli alla tradizione affettuosa, finchè Calisto,
quasi unico nominato fuor di patria, si gettò al giorgionesco, pur
qualche volta raggiungendo l’affetto, come nell’Assunta di Codogno e
nel monastero Maggiore di Milano.
Nulla in Piemonte fino al 1488, il che fa strana la pretensione del
Galeani Napione, che la scuola senese, la genovese, la milanese devano
i cominciamenti a tre piemontesi, Antonio Razzi di Vercelli, Lodovico
Brea di Nizza, Gaudenzio Ferrari[53]. A Genova nel 1481 gli statuti
de’ pittori sono detti antichissimi; poi si costituirono come arte
distinta, pel cui esercizio si chiedevano sette anni di tirocinio.
Dal 1475 al 1525 v’ebbe ottantatre pittori, non contando quei che
lavoravano nelle Riviere, e v’appartenevano alcuni de’ Grimaldi, dei
Calvi, dei Da Passano, d’altre casate illustri. Un Damiano dei Lercari
sopra un osso di ciliegia scolpì tre santi, e sopra uno di pesca la
passione di Cristo. Daniele Téramo nel 1437 vi fece la bella cassa
di san Giovanni Battista d’argento dorato, colle storie in rilievo;
collocata nel tempietto, splendido di marmi e d’oro, cominciato il
1451.
Napoli imparò la scultura da Nicolò e Giovanni di Pisa, i cui lavori
nel duomo e nelle cappelle de’ Minutoli e Caraccioli furono finiti
da Masuccio primo: il secondo rifabbricò Santa Chiara, San Giovanni
a Carbonara ed altre chiese, ed eseguì i farraginosi depositi dei re
in San Lorenzo e Santa Chiara. Se la torre di quest’ultima chiesa,
fondata il 1318, fosse del primo Masuccio, un secolo prima di Bramante
avrebbe tornato in uso gli ordini greci[54]; ma ogni occhio avverte il
diversissimo modo con cui al rustico del primo ordine si sovrapposero
il dorico e lo jonico, che aspettano ancora il finimento. Sembra dovuto
a Pier di Martino milanese[55] l’arco di marmo bianco erettovi pel
trionfo di Alfonso I, il migliore dopo i romani, e non copiato da essi:
sebbene disacconciamente serrato fra le due torri del Castel Nuovo,
ne sono ben disposte le parti e gli accessorj, rigogliosa la generale
decorazione. Di venti anni posteriori, assai meno lodevoli sono le
porte di bronzo, da Guglielmo Monaco poste ad esso castello.
Il macchinoso e complicato mausoleo di re Ladislao in San Giovanni
a Carbonara loderebbe Andrea Ciccione se fosse del trecento. Poco
migliore, ma di più interesse è l’altro deposito suo in quella
cappella Caracciolo, nella quale Silla e Giannotto milanese ritrassero
guerrieri, col vestire di que’ tempi[56]. Nella cappella di Tommaso
d’Aquino in San Domenico, Angelo Aniello Fiore mostrò abilità e
purezza; mentre disordinatamente cariche sono le composizioni di
Antonio Bamboccio da Piperno.
La scuola giottesca fu colà propagata da maestro Simone napoletano,
di cui nessun’opera certa. Antonio Salario, di Civita degli Abruzzi
o più veramente veneto, detto lo Zingano, s’invaghì della figlia
di Colantonio pittore[57], e per ottenerla si mutò da pentolajo
in dipintore, e si segnalò per colorir fresco e buone mosse,
principalmente nella storia di san Benedetto a San Severino. Incerti
e poco degni di nota gli altri di quella scuola, finchè allo stile
nuovo dal Fattorino e da Polidoro di Caravaggio furono allevati
Andrea di Salerno, il Lama, il Ruviale detto Polidorino; poi altri
dal Vasari e dal Soddoma. Simone Papa il giovane si scevera da tutti
codesti per nobile semplicità. Giovanni Marliano da Nola finì scolture
eccellenti in Montoliveto, in San Domenico Maggiore e al monumento
di tre Sanseverino avvelenati dalla zia, di Antonio Gandino in Santa
Chiara, di Pier Toledo in San Giacomo degli Spagnuoli. A gara con lui
Girolamo Santacroce fece le pale di marmo alle Grazie, e altri lavori a
Montoliveto, al sepolcro del Sannazaro, e alla cappella dei Vico in San
Giovanni a Carbonara.
A Modena, Properzia de’ Rossi, rejetta dall’amante, per allusione ai
proprj casi, scolpì egregiamente il casto Giuseppe. A Bologna Lorenzo
Costa mantegnesco, di vigoroso colorito e lieta fantasia, frescò pei
Bentivoglio favole greche; datosi a quadri di chiesa, e visti i buoni
a Roma, depose le durezze, e ben avviò una scuola ricca di ducento
allievi. Simone dei Crocifissi e Lippo Dalmasio delle Madonne trassero
il soprannome dai soggetti di cui si piacquero. Jacopo Davanzi a
dipingere preparavasi col digiuno e colla comunione. Anche Francesco
Raibolini, detto il Francia, abilissimo in far nielli e medaglie,
passato di quarant’anni alla tavolozza e al fresco, dipinse quasi
sempre Madonne, con pazienza più che dottrina e varietà. Rafaello
quando spedì a Bologna la santa Cecilia, il pregò a ritoccarla se
alcun guasto v’avvenisse: complimento di modestia; ma è favola che
il Francia ne morisse d’invidia, giacchè sopravvisse fino al 1533.
Il suo san Sebastiano della Zecca fu il tipo dei Bolognesi; mentre
altri formavansi sui nuovi, come Ippolito Costa, che empì Mantova di
manierati dipinti; come il Sabbatini, grazioso nel comporre, debole
nel colorire; come Orazio Sammachini, suo grand’amico, che nei santi
infonde dignitosa e tenera pietà, mentre seppe esser robusto nella
volta di Sant’Abbondio in Cremona. Tommaso Vincidor, pittore e scultore
di Carlo V, che lasciò insigni monumenti nelle Fiandre, non è tampoco
citato dal Vasari, dallo Zani è dato per forestiero: ma l’Accademia
Belgica negli atti del 1854 lo provava bolognese.
Poichè i principi aveano il sentimento del bello anche mancando
dell’intelletto del buono, la trista genìa degli Estensi fece lavorare
gli artisti a Ferrara; e il marchese Nicola, oltre la gran chiesa
votiva a san Gotardo, fabbricava Belriguardo, le cui trecensessanta
camere furono dipinte da un Giovanni da Siena: come in quello di
Schifanoja il duca Borso fece da Piero della Francesca effigiare
principalmente uccelli e caccie, la meno ignobile delle sue passioni:
poi il duca Ercole di pitture coprì palazzi e chiese. Francesco Cossa
devotamente dipinse la miracolosa Madonna del Baracano a Bologna, e vi
allevò Lorenzo Costa. A Bologna si drizzarono gli artisti ferraresi,
quali Ercole Grandi, dal Vasari appajato ai migliori, il Vaccarini,
l’Ortolano, il Cortellini, Girolamo Marchesi da Cotignola. Il Garofolo
(Benvenuto Tisi) da Rafaello, da Leonardo e dal Boccaccino trasse
gentilezza, perfezione di modello dalle statue antiche; ma ripete gli
stessi tipi, gli stessi partiti di pieghe, collo stesso valore di toni:
che se l’eleganza e soavità il fanno encomiare, e quella finitezza
da miniatura ne’ piccoli lavori, e la devota idealità di molti suoi
quadri, in altri sacrificò alla moda o alle commissioni ducali; collocò
in paradiso l’Ariosto fra santa Caterina e san Sebastiano; fece il
bambin Gesù che si diverte con una scimmia sulle ginocchia di Maria.
In vecchiezza votò di lavorare tutte le domeniche a ornare il convento
di San Bernardino, dove s’erano consacrate due sue figliuole; finchè
divenne cieco.
Nel Giudizio universale della metropolitana, Sebastiano Filippi, detto
il Bastianino, seppe riuscir grande e nuovo anche dopo Michelangelo.
Sigismondino Scarsella suo competitore fu superato dal figlio Ippolito,
gentile nelle fisionomie e nelle velature, e di agile disegno. Il
Bastarolo (Giuseppe Mazzola), dipintor lento e studiato, è conosciuto
men del merito. Alfonso ed Ercole d’Este, che facevano dipingere nudità
mitologiche e le imprese d’Ercole, trovavano compiacenza nell’estro
pagano di Giambattista Dossi paesista e di Dosso Dossi figurista e
coloritore vantato, fratelli sempre in rissa, e che pure lavorarono
sempre insieme ai palazzi ducali e altrove, e non meritavano certo che
l’Ariosto gli affastellasse coi sommi.
La forma, la grazia, l’armonia pareano incarnate in Leonardo,
Michelangelo, Rafaello, eppure con questi trova posto originale Antonio
Allegri di Correggio (1494-1534). I documenti odierni smentiscono
quanto ne disse il Vasari, benchè scrivesse appena ventott’anni dopo
lui morto, ma non rendono bastante conto degli atti e del genio di lui.
Formato sui Lombardi, anzichè sul Mantegna, istruitosi nelle lettere e
nella storia, si fa stile indipendente e grazioso, e insieme potente
e ardito, benchè non paja essersi mai mosso da Parma, ove non ebbe
larghezze di lodi e compensi, ma non è vero languisse nell’inedia[58].
La Madonna di Sant’Antonio fatta a diciott’anni è forse il quadro suo
più bello, elegante e puro. Nell’appartamento della badessa di San
Paolo scene più che mondane ritrasse colla libera facilità e la limpida
grazia degli antichi, ammirate per leggerezza di capelli, labbra
femminili, sorrisi innamorati. Chiesto a dipingere in San Giovanni la
cupola, fece miracolo nuovo, giacchè non esisteva ancora il Giudizio
della Sistina, colla quale gareggia per grandezza d’espressione e
ardimento d’attitudini, principalmente negli apostoli de’ pennacchi.
Ben gli sta a fianco l’Assunta della cupola del duomo, composizione fin
troppo ricca, sicchè la celestiale purità è confusa dal desiderio di
ostentare abilità.
Nell’espressione degli affetti il Correggio possiede una tenerezza qual
neppure Rafaello conobbe, sebbene talora l’esageri quando domanderebbe
tranquillità: e desta la maraviglia degli accademici collo scortare
di sotto in su, e colla prospettiva della figura umana, ove contorna
sempre con curve eleganti fino alla leziosaggine. Ma o dipinga momenti
sereni come le sacre Famiglie e il riposo in Egitto e la Notte, o
dolorosi come Cristo all’orto e davanti a Pilato, o colla mitologia
non miri che alla vita esterna, sempre primeggia, sempre vi si ammira
la sovrana intelligenza de’ chiaroscuri, l’armonica fusione della luce
coll’ombra, le tinte impercettibilmente graduate in modo da parer
sobrio quel ch’è trattato con una ricchezza, valutabile solo da chi
tenta copiarla; come la facilità che sembra d’improvvisatore dileguasi
a chi esamini la varietà delle pose e la ragionevolezza degli atti.
Testimonio ch’egli associava l’immaginazione all’erudizione, l’eleganza
alla ricchezza.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino (1503-40), ingegno
precocemente maturo, la grazia di lui esagerò fin al lezioso. Attento
alle sue tele, non s’accorse quando le bande del Borbone devastavano
Roma, e lui come tanti altri ridussero alla miseria. Cominciò a
dipingere alla Steccata di Parma, poi non finendo benchè avesse tocchi
i denari, dovette fuggire a Casalmaggiore, dove ne vive la memoria
in popolari tradizioni e in quadri grandiosi, di buon concetto e di
miglior esecuzione[59]; dappertutto ottenendo onori e non ricchezze,
queste cercò all’alchimia, e finì di rovinarsi, e morì all’età del suo
Rafaello. Abilissimo nell’incidere, pare v’introducesse l’acqua forte.
Girolamo Beduli viadanese, marito di Elena sua cugina, bene impasta e
colorisce, felice nelle prospettive, vario nelle composizioni ma dalla
fretta pregiudicato.
I Farnesi, nuovi dominatori di Parma, non vi suscitarono alcun
grande; quando poi il Sammachini ed Ercole Procaccino furono chiamati
a dipingervi, poi l’Aretusi e Annibale Caracci, la correggesca fu
modificata dalla maniera bolognese, come si vede nel Tinti e nel
Lanfranco.
Nella depravazion generale galleggiò la scuola veneta. Tiziano Vecelli
cadorino (1477-1576) cominciò la sua reputazione dal terminar opere
di Giovan Bellini, fosse il Federico Barbarossa nella sala del gran
consiglio, fosser quelle nel palazzo di Ferrara; e lo studio di
tal maestro, poi l’emulazione del Dürer lo fecero attentissimo alle
particolarità, e fin minuto quando volesse. Dicea dover il pittore
esser padrone del bianco, del nero, del rosso, benchè non sia vero
che soli questi adoprasse; e per virtù de’ contrapposti ottenne un
ombreggiar robusto di stupendo effetto. Nelle invenzioni non mostra
gran fantasia; agli uomini impronta dignità ed espressione ben meglio
che negli angeli e santi; nè le composizioni sacre anima di devozione
affettuosa, sempre i concetti subordinando all’effetto, e questo
cercando dal colorito, fin a trascurare il segno.
Han riflesso che le opere sue per la patria son meno accurate di quelle
commessegli di fuori; forse perchè erangli retribuite scarsamente.
In fatto ben poco guadagnava, sinchè non capitò a Venezia l’infame
Aretino, il quale, sprezzatore di Dio e adoratore dei potenti, non
potea che contaminare una scuola educata nella fede. Tiziano n’ebbe
l’amicizia e le lodi, e sua mercè la commissione di ritrarre Carlo
V; e subito, entrato di moda fra i cortigiani, divenne il pittore dei
re, e gli chiesero l’immortalità del ritratto Francesco I, Paolo III,
Solimano II, Filippo II, l’imperator Ferdinando, il duca e la duchessa
d’Urbino, il Farnese, varj dogi e cardinali. Cresciuto di gloria e
denaro, a Venezia in palazzo ricchissimamente addobbato, riceveva
principescamente; ottenne trionfi a Roma, alla corte dell’imperatore,
in Ispagna, ove lasciò le opere sue più encomiate. Non potea dunque
tenersi sempre alle ispirazioni de’ suoi maestri, la patria, e la fede;
sfoggiò maestria in soggetti di mera e inespressiva bellezza naturale,
come le tante sue Veneri e Danae e Diane; dal quale naturalismo deriva
la sua abilità nel paesaggio. Lunghissimi giorni menò e tranquilli,
sopravvissuto agli amici; e senza conoscere nè tardità nè decrepitezza,
moriva in tempo di peste, e il senato dispensava il suo cadavere
dall’esser bruciato come gli altri.
Poco paziente all’insegnare o forse geloso, non formò scolari; pure una
famiglia di pittori gli si cacciò dietro, con composizioni macchinose
e trascurate. Mentre Michelangelo cerca espresso le difficoltà, il
Tiziano le declina, volendo imitar la natura senza che vi paja stento:
e però gl’imitatori del primo peggiorarono esagerando, quei dell’altro
dall’apparenza di semplicità furono strascinati nel triviale. Perocchè
le scuole apparvero distintissime quando ciascuna si sforzò d’elevare
sopra la natura l’ideale a cui propendeva; a Firenze sottoponendola
alla dottrina delle proporzioni coll’armonia delle tinte e le soavi
gradazioni; a Roma dandole espressione leggiadra, col disegno fino e la
squisitezza dei contorni e delle forme, derivati dalle statue antiche,
pel cui studio si deteriorò nel sentimento, non già nell’esecuzione:
la scuola lombarda, meno attenta alla regolarità dell’arte, forzò
l’espressione; la veneta, corrispondente alla tedesca per fedeltà alla
natura, volle esprimerne tutta la forza mediante il colorito sereno e
splendidamente armonioso, fin al punto di negligere il concetto e il
disegno. Nei frequentissimi ritratti non avendo campo a inventare, i
veneti si raffinavano sulle particolarità; donde la loro maestria in
riprodurre panni, velluti, metalli, oltre le architetture, le mense ed
altri accessorj.
Francesco I fece ritrarre le principali damigelle della sua Corte
a Paris Bordone trevisano, di colorito ridente e variatissimo, di
teste vivaci, di decente composizione, ma che sfumando sagrifica il
contorno, nè vale dove si richiede forza. Licinio da Pordenone, nei
tre Giudizj del palazzo ducale, al colorito tizianesco unisce il
chiaroscuro e il fuso modellare lombardo, ma dà nel caricato: vivea
selvatico, figurandosi continuamente nemici, dai quali dicesi fosse
avvelenato. Il Tintoretto (Giacomo Robusti 1512-91), avea scritto sul
suo studio _il disegno di Michelangelo e il colorito di Tiziano_, e su
tali modelli più che sul vero s’esercitava. Dicendo non potersi trovare
corpo perfetto, disponeva figurine di cera o creta, e le illuminava
secondo l’occorrenza, per copiarle, ottenendone un ombreggiare tetro,
lontano dal chiaro e vivace di Tiziano. Dell’acquistata facilità abusò
per precipitare i lavori, sicchè alcuni quadri pajono appena sbozzi,
e diceva che accurandoli li fredderebbe. Buon uomo, ambiva la gloria,
purchè senza macchia: gli scolari ne imitarono i difetti, non la
potenza.
Verona, non dimentica dei modi di frà Giocondo, più che del Brusasorci
manierista deve gloriarsi di Paolo Cavazzola, che l’affetto esprimeva
secondo le migliori tradizioni, e fu il più corretto disegnatore
dell’arte veneta. Paolo Caliari (1528?-88) s’ingrandì dietro al Tiziano
e al Tintoretto, e sulle stampe e le statue antiche, il cui studio
accoppiando a quel della natura, tradusse piena ed esultante la vita
con pompose architetture, gente briosa, metalli e vetri smaglianti,
giojelli, festivi banchetti, e più d’ogni altro rivela i meriti e i
difetti della scuola veneziana. A dipinger la vôlta della libreria
vecchia di Venezia concorsero il Salviati, il Franco, Andrea Schiavone,
lo Zelotti[60], il Licinio, il Varotari, facendo ciascuno tre dei
ventuno compartimenti; e per giudizio di Tiziano, la palma fu data a
Paolo, che dai procuratori di San Marco ebbe allora la commissione de’
quattro suoi quadri migliori: due Maddalene a’ piedi di Cristo, Gesù
coi pubblicani, e le nozze di Cana. In quest’ultimo, di ben centrenta
figure, tutti ritratti, fin il cane di Tiziano, finge una suntuosità,
degna solo dello sfarzo del XVI secolo; tra sfoggiato vestire e cani e
mori e nani e infinito servidorame fingendo un concerto, ove ciascun
artista suona lo stromento che simboleggia la sua qualità; e Carlo
V siede da imperatore a quel banchetto de’ mal provvisti artigiani
galilei: tanto il naturalismo soffocava e convenienze e tradizioni[61].
Nè Paolo badava a costume o carattere; la stalla di Betlemme pareggiava
a una reggia; le donne di Dario svisava col guardinfante. Ester
si presenta ad Assuero col corteggio d’una dogaressa: ma tutto si
perdona a quella gaudiosa serenità, a quell’inarrivabile freschezza e
trasparenza di colorito.
A malgrado di questo irrazionale naturalismo, il palazzo ducale, che è
la vera galleria veneta con tanta profusione di dipinti, di stucchi,
d’oro, d’intagli, respira dappertutto devozione e patriotismo. I
ventidue quadri della sala del maggior consiglio, ove il Pisanello,
il Guariento ed altri aveano dipinto il convegno di Alessandro III col
Barbarossa, essendosi guasti precocemente, nel 1474 si decretò fossero
rinnovati da Giovanni e Gentile Bellini, Alvise Vivarini, Cristoforo da
Parma ed altri, fin a Giorgione, Tiziano e Tintoretto; ma l’incendio
del 1577 li mandò in rovina. Quelli che si vedono ora, esaminati
distintamente, accusano la ricerca dell’effetto, eppure formano un
grandioso complesso.
Francesco da Ponte, piantatosi a Bassano, vi cominciò una scuola
rinomata. Giacomo suo figlio (1510-92) imitò Tiziano e il Parmigianino,
ma con semplicità naturale; preferì soggetti di modica forza, lumi
di candela, lustri di rame, capanne, paesaggi; tutto quello che poi
si caratterizzò per fiammingo, e dove il soggetto si smarrisce negli
accessorj. Lavorò moltissimo, e meglio di tutto il Presepio a Bassano.
Vivere in pace, non intrigare, non accattare o invidiar lodi, fu
il suo piacere. Francesco suo figlio, al contrario, si piaceva di
soggetti tragici, e n’ebbe alterata la mente a segno che credevasi
sempre assalito, e una volta balzò dalla finestra. Altri di quel
cognome empirono le botteghe di loro quadri, ai quali mancava anche
la spontaneità, essendo manuale riproduzione di anteriori. Giacomo
Palma emulò Giorgione nella vivacità del colore e nello sfumare: fu
detto il Vecchio per distinguerlo dall’omonimo suo nipote, che mal
pretese gareggiare con Paolo Veronese e col Tintoretto finchè vissero;
morti, diè al pessimo. Non è inferiore al Vecchio il Verla, benchè poco
dipingesse, e fu dimenticato da tutti gli storici dell’arte.
In Cremona, che già sul fine del quattrocento mostrava abilissimi
artisti, poi il pittore Bonifazio Bembo, e l’architetto Bartolomeo
Gazzo, acquistarono grido Altobello Melone e Boccaccio Boccaccino, «il
miglior moderno fra gli antichi e il miglior antico fra i moderni»
di quella scuola, e che, quanto grandioso nel Cristo dell’abside in
duomo, tanto grazioso si mostrò in minori soggetti. Il fare veneziano
vi dominò da che la città venne a San Marco; e Camillo suo figlio,
«acuto nel disegno, grandioso coloritore», come dice il Lomazzo che
lo appaja ai sommi, a quella guisa carpì l’ammirazione. Dicevasi che
ogni merito ne fosse dovuto alla verità degli occhi; ond’esso fece il
Lazzaro resuscitato e l’Adultera senza pur un occhio: bizzarria imitata
da un nostro contemporaneo nel supplizio di Giovanna Grey. Galeazzo
Campi, e Giulio Antonio e Vincenzo suoi figli, e Bernardino parente
ebbero colorito morbido, disegno corretto e grandioso; ma nobiltà ed
eleganza perdeano man mano che acquistavano le qualità per cui gli
esalta il Vasari. Di quattro sorelle Anguissola pittrici, la Sofonisba,
dal duca d’Alba condotta in Ispagna, ottenne favore presso la regina, e
adulazioni da esso Vasari[62].
Il Moretto (Alessandro Buonvicino), venuto quando le sventure
disponevano Brescia alla pietà, mentre usava un sugo tizianesco,
propendette alla scuola milanese per le ispirazioni, e alla soavità
di Rafaello, che conobbe sol dalle stampe; e in patria lasciò dipinti,
che i maestri ammirano per scelto e variato panneggiamento, magnifici
accessorj e tinte di grand’effetto; noi per graziosa espressione di
volti, per elevatezza e soavità devota. Gli vanno di brigata i suoi
compatrioti Girolamo Romanino e Giambattista Morone sommo ritrattista,
a cui la condotta studiata non toglie l’ingenuità.
Per decorare palazzi, molti Veneti si diedero alla quadratura, con buon
intendimento di prospettiva; altri al paesaggio e agli ornati, del
che avevano esempio domestico in Giovanni da Udine, inarrivabile ne’
chiaroscuri, negli arabeschi, ne’ vasi, ne’ paesaggi.
L’architettura si corruppe men presto che la pittura; ma la venerazione
pei classici ridestati e per Vitruvio fece considerar barbarie i lavori
del medioevo, e scorrezione ogni novità; alla convenzionale purezza
sacrificare l’esperienza di molti secoli, gli ardimenti ignoti agli
antichi, e le forme generate da idee e da abitudini nuove. Smarrite
allora le esoteriche tradizioni, tolti i reciproci sussidj, ripresi
l’ordine e la regolarità classica, lo stile nuovo rimase disgiunto
dai nuovi bisogni; copie senza relazione coll’originale, imitazioni
senza vita, dove non si rinnovava già l’antico, ma se ne adottavano
superficialmente le apparenze, mal conciliabili col vivere moderno.
Antonio Sangallo, di famiglia d’architetti, pel fiorentino cardinale
Farnese disegnò in Roma il gran palazzo, che passa pel più perfetto
che si conosca, massime il cortile, terminato poi da Michelangelo e
dal Vignola. Varie parti del Vaticano eseguì, e principalmente belle
scale; le cittadelle di Civitavecchia, Ancona, Firenze, Montefiascone,
Nepi, Perugia, Ascoli: in quella d’Orvieto riparò al difetto d’acqua
con un pozzo, per la cui doppia scala anche bestie da soma scendono e
risalgono senza incontrarsi. Diresse a Roma le feste per Carlo V che
tornava da Tunisi; e guardano come un modello la sua porta a Santo
Spirito non finita.
Pirro Ligorio napoletano, ingegnere civile e militare, che fece
l’originale casino del papa in Vaticano, e riparò Ferrara dal
Po, pubblicava il primo libro sui costumi dei popoli; ci conservò
disegnati i monumenti romani, ove spesso nelle iscrizioni erra, spesso
nelle misure geometriche; pure giova tanto più perchè molti di que’
fabbricati più non sussistono. Anche Sebastiano Serlio bolognese levò
disegni e misure degli edifizj di Roma, su’ quali formò lo stile
corrompitore dell’estetica tradizionale, e lo applicò in Francia a
fabbriche e ad un buon trattato d’architettura.
Giacomo Barozzio da Vignola (1507-73) molte regole di prospettiva
scoprì, e trovò ingegnose soluzioni. Nella _Regola dei cinque ordini_
ridusse l’architettura a misure fisse e principio costante; nè
pago agli esempj, indagò le ragioni, e proclamò che degli edifizj
antichi più lodati il merito consiste nell’offrire una intelligibile
corrispondenza di membri, convenienze semplici e chiare, e un complesso
ove le minime parti vengono comprese e ordinate armonicamente nelle
più grandi; lo che costituisce il fondamento delle proporzioni. La
guerra non lasciò eseguire veruno dei progetti ch’e’ fece in Francia,
nè quello pel San Petronio di Bologna; ma gli sono vanto immortale
il palazzo ducale di Piacenza, varie chiese e nominatamente quella
degli Angeli d’Assisi, eseguita poi dall’Alessi e da Giulio Santi.
La chiesa del Gesù e la Casa professa in Roma avea disegnate con
eleganza di profili e regolare distribuzione, guastata poi da Giacomo
della Porta. Giulio III gli affidò l’acquedotto di Trevi, e la villa,
sulla via Flaminia, a lui più cara che non gli affari, col vicino
tempietto rotondo. Al palazzo di Caprarola pel cardinale Alessandro
Farnese, in pittoresca situazione, diede aria di castello con pianta
pentagona e bastioni al piede, mentre opportunissimi ne sono l’interna
distribuzione e i disimpegni. Annibal Caro vi dirigeva le pitture,
eseguite dagli Zuccari e da altri con prospettive del Vignola stesso.
Allora Filippo II ergeva l’Escuriale, e da ventidue disegni di artisti
italiani il Vignola ne compilò un nuovo; ma non volle andare ad
eseguirlo, preferendo lavorare a San Pietro, ove continuò le idee di
Michelangelo, alzando le due cupole laterali.
In Venezia con maggiore indipendenza s’architettava, desumendo molti
concetti anche dal Levante, abbellendo il gotico[63], e variando in
guise originali, quanto può vedere chi scorra il Canalgrande. Precoci
frutti di buona scoltura e distinta dalla toscana sono le statue che
nel 1393 Jacopo e Pier Paolo delle Masegne posero sopra l’architrave
dell’abside di San Marco; e i capitelli del palazzo dogale, lavoro
forse del malarrivato Filippo Calendario[64]. Da poi vi vennero molti
Lombardi, fra’ quali Guglielmo bergamasco nella cappella Emiliana
a Murano merita posto fra gl’insigni. Alessandro Leopardi fece nel
deposito di Andrea Vendramin in San Giovanni e Paolo i migliori
bassorilievi d’arte veneziana, il monumento Coleone e i pili di bronzo
in piazza San Marco. D’Antonio Rizzo da Bregno sono il monumento
Tron ai Frari, di ricchezza non esuberante, l’Adamo ed Eva or posti
rimpetto alla scala de’ Giganti da lui architettata, come anche il
prospetto interno del palazzo dogale, e forse l’esterno verso il rio.
A lui, a Paolo, a Lorenzo pur da Bregno, cioè comaschi, sono dovuti
altri monumenti, e singolarmente quelli del doge Foscari e di Dionigi
Naldo da Brisighella; altri a Pietro, Antonio, Tullio Lombardo, che
segnano il passaggio fra l’ingenuo scolpire di quei delle Masegne e la
raffinatezza già leziosa nel ricco deposito del doge Pier Mocenigo in
San Giovanni e Paolo. Pietro Lombardo[65] fece Santa Maria de’ Miracoli
con decorazioni francamente graziosissime. Altri di quella piuttosto
colonia e scuola che famiglia operarono di decorare e d’architettare
al modo dell’alta Italia; e nominatamente la cappella Zeno, ammirata
in San Marco[66], alla quale preferisco il vicino altare; e a tacer
altro, il palazzo Vendramin, la ricca torre dell’orologio, e il fianco
del cortile ducale verso San Marco, «esempio d’aurea ed elegante
ordinanza». Di Martino Lombardo basti accennare la scuola di San Marco,
di bellissimo effetto. Dello Scarpagnino sono le fabbriche vecchie a
Rialto e l’incantevole facciata dell’arciconfraternita di San Rocco.
Bartolomeo Buono fabbricò le Procuratie vecchie. Gianmaria Falconetto
veronese (-1524), mutatosi dal pennello alle seste, e nudritosi degli
antichi, di cui disegnò e descrisse pel primo i teatri e anfiteatri,
servì all’imperatore Massimiliano che allora aveva conquistato Verona;
poi rimessa la pace e avuto perdono, di begli edifizj empì lo Stato, in
Padova pose la _bellissima e ornatissima loggia_ dei Cornaro, le porte
di San Giovanni e Savonarola, quella sotto l’oriuolo in piazza de’
Signori, e gli ornamenti di stucco alla cappella del Santo.
Mutò l’andazzo il Sansovino (Giacomo Tatti di Firenze 1479-1570). Già
era chinato allo stile michelangiolesco quando dalla saccheggiata Roma
ricoverò a Venezia, e nominatovi protomastro, sgombrò la piazzetta e
vi pose l’ammirata loggetta, riparò le cupole di San Marco, fece la
chiesa di San Geminiano, e più semplice, l’interno di San Francesco
della Vigna, la scala d’oro, i bellissimi palazzi Cornaro presso San
Maurizio, e Dolfin a San Salvadore; e nella facciata della Libreria,
uno de’ migliori edifizj moderni, pretese sciogliere il problema
difficilissimo, e nato da mala interpretazione del testo vitruviano,
del far cadere la metà d’una metopa nell’angolo del fregio dorico.
L’aveva appena finita, quando ne crollò la vôlta; ond’egli fu messo
prigione, poi rilasciato, la eseguì di legno e cannuccie. Nelle
scolture diede al gonfio; e i due suoi giganti che impiccioliscono la
scala da essi denominata, sebbene non pecchino degli atteggiamenti
teatralmente triviali, che allora usavano il Baldinelli e simili,
mancano di significazione e di opportunità, e cedono a gran pezza alla
dignitosa statua di Tommaso da Ravenna sulla porta di San Giuliano,
alla Madonnina, e agli altri bronzi nelle nicchie della loggetta, e a
quelli della squisita porta, da lui soltanto disegnata, della sacristia
di San Marco[67].
Andrea Palladio vicentino (1518-80), deliberato a non dare mai passo
fuor dei canoni di Vitruvio, divenne modello del buon gusto per coloro
che nol riscontrano fuori del greco e romano. A Roma postosi a misurare
e disegnare le fabbriche antiche, sui loro restauri stampò un’opera,
e un trattato d’architettura che fu voltato in tutte le lingue[68].
Avvertiva ch’è «comoda quella casa, la quale sia conveniente alla
qualità di chi l’ha ad abitare»; e perciò «a gentiluomini e magistrati
si richiedono case con loggie e sale spaziose e ornate, acciocchè in
tai luoghi si possano trattenere con piacere quelli che aspetteranno il
padrone per salutarlo e pregarlo di qualche ajuto e favore... Le sale
servono a feste, a conviti, ad apparati per recitar commedie, nozze
e simili sollazzi; e però devono esser molto maggiori degli altri, ed
aver forma capacissima... Le stanze devono essere compartite dall’una
e dall’altra parte dell’entrata e della sala... Ma si badi che le case
siano comode all’uso della famiglia, senza la qual comodità sarebbero
degne di grandissimo biasimo»; e qui segue a divisare le opportunità
delle stanze grandi, mediocri e piccole, delle estive e invernali.
La gotica basilica di Vicenza, cominciata il 1444, e che già rovinava,
egli rinfiancó di portici a stile nuovo, con prodigalità di colonne.
Ammirando quell’opera, i signori vicentini gli diedero commissione di
palazzi, che restarono poi incompiuti; fece la rotonda del Capra, e per
l’Accademia Olimpica un teatro disposto all’antica per rappresentazioni
di soggetto classico; e nell’entrata del vescovo Priuli coprì di
disegni architettonici tutto il corso di Vicenza dal ponte degli Angeli
fino alla cattedrale. Chiesto a gara per fregiare Venezia e le rive
del Brenta, tutte le combinazioni di ordini e di materiali sperimentò
ne’ palazzi, dove più che la magnificenza appare l’eguaglianza di
molte fortune, e la gara di non parere inferiori al vicino. Belli
sono gli atrj suoi, perchè tali li trovava ne’ Romani, ma appiccia
quelli de’ tempj alle ville; negli appartamenti riesce discomodo, meno
delle convenienze brigandosi che del gusto classico, dell’esecuzione
corretta, delle forme scelte. Succeduto in Venezia al Sansovino, nel
chiostro della Carità effettuò il piano dato da Vitruvio per le case
romane; ma il fuoco lo distrusse, come il suo teatro. Nella chiesa
e refettorio di San Giorgio Maggiore, anzichè il tempio gentilesco
imitò le basiliche. Suo capolavoro è il Redentore, voto del senato
per la peste del 1576: ma i pochi elementi offertigli dagli antichi lo
costrinsero a riprodurre tre volte quella medesima facciata in Venezia,
senza riguardo alla distribuzione interna, nè alla differenza tra due
chiese di poveri Cappuccini ed una di lauti Benedettini. Concependo poi
separate l’architettura e la scultura, lasciava le opere sue deturpare
dagli stucchi e dalle statue farraginose del Vittoria e del Ridolfi.
A Brescia lavorò pel duomo e pel pretorio; a Torino pel parco reale;
avea dato disegni per la cattedrale di Bergamo, e per altri edifizj
non eseguiti; in somma non faceasi opera d’importanza, ch’egli non
ne fosse sentito. Amò murare di mattoni, vedendoli durare più che la
pietra. Edificando riccamente senza soverchia spesa, adoprando ogni
sorta materiali a decorare, meritò essere studiato come classico, non
dai contemporanei, che anzi allora ruppero al peggio, ma dai moderni, e
quando principal bellezza si considerò ancora la regola.
Il ponte di Rialto, studio di frà Giocondo, del Sansovino, del
Palladio, fu dato a fare a Giovanni da Ponte, che offrì il disegno
men costoso, e insieme così ardito che si dubitò della solidità, ora
attestata da due secoli e mezzo. Fosse altrettanta la bellezza[69].
Vincenzo Scamozzi da Vicenza (1552-1616), recato all’arte dagli esempj
del Palladio suo concittadino, e conoscendo i libri e i lavori degli
antichi, si mostrò valente costruttore e ingegnoso a Venezia, vero
campo dell’architettura civile; ma trovando già i primi seggi occupati,
pensò sbizzarrire in novità o palliare l’imitazione, protestandosi
indipendente da maestri, nè parlandone che per vilipendio. Il suo
mausoleo del doge Nicola da Ponte nella Carità, più architettonico che
altro, gli ottenne di lavorar la fronte della libreria di San Marco e
le Procuratie nuove. Nella prima superò con lode l’ineguaglianza dello
spazio; nelle altre adottò il disegno del Sansovino, peggiorandolo col
sovrapporgli un altro piano, e adoprandovi i tre ordini, nel qual modo
fu terminato da Baldassarre Longhena. Nessun lavoro volea ricusare
per quanti gliene fioccassero, ma di molti non ci restano che i
disegni. A Bergamo fece il bel palazzo del Comune: però al suo disegno
per ricostruire quella cattedrale, fabbrica di Antonio Filarete, fu
preferito quello del Fontana; a quello per la cattedrale di Salisburgo
uno di Santino Solari comasco.
Nell’_Idea dell’architettura universale_ lo Scamozzi intendeva a
precetti unire esempj, raccolti da tutta Europa. Per averne i disegni
teneasi bene coi nobilomini veneti che andavano ambasciadori, coi quali
potè far lontani e ripetuti viaggi senza spesa, e tutto scrivendo,
tutto delineando. Ma sarebbesi richiesto troppo più di cognizioni e
di viaggi; ed egli riuscì confuso, prolisso, ingombro di digressioni,
oltre la noja di vederlo sempre posporre alle sue le opere altrui,
per quanto insigni. — Le fatiche le abbiam fatte molto volentieri,
e per studio nostro particolare e per benefizio degli edificatori,
e anche per lasciar qualche esempio del bel modo di edificare alla
posterità; chè veramente nulla aveano lasciato ad esempio Palladio,
Buonarroti, Vignola, Sanmicheli, Sansovino, ecc.»; così nell’_Idea_:
e perfino nel testamento scriveva: — Ho procurato di restituire alla
sua antica maestà questa nobilissima disciplina...; con molta fatica
e spesa ho ridotto a perfezione i miei libri...; ho adornato Venezia
d’infinite fabbriche, le quali in bellezza e magnificenza non cedono a
qualsivoglia delle antiche... Non dubito che li miei scritti di tante
fabbriche fatte da me non sieno per conservare la memoria del mio nome
a pari dell’eternità».
La loggia di Brescia basta a lode del Formentone vicentino, come il
palazzo ducale di Modena a lode del romano Bartolomeo Avanzini.
A Milano già eransi fatti il canale della Muzza e il Grande, i maggiori
del mondo, eppure guidati senz’altra arte che quella d’un agrimensore
di genio. Ora Giuseppe Meda ideò i navigli di Paderno e di Pavia con
nuovi congegni, e architettò il maestoso cortile del seminario grande.
Per quello così teatrale del collegio Elvetico e per la biblioteca
Ambrosiana s’immortalò Fabio Mangone; Martino Bassi architettò la porta
Romana e San Lorenzo; Vincenzo Seregni molte fabbriche attorno alla
piazza de’ Mercanti e alcuni chiostri; Francesco Richini molte chiese
e varj palazzi, tra cui quello di Brera, notevoli per grandiosità,
apparenza scenica e bei cortili: eppure son nomi ignoti agli storici.
Pellegrino Pellegrini di Tibaldo (1527-92), milanese nato a Bologna,
rammaricato di mal riuscire nella pittura, volea lasciarsi morire,
poi meglio si consigliò a voltarsi all’architettura. Tra molti suoi
lavori grandiosi e scorretti sono i santuarj di Ro e di Caravaggio,
l’arcivescovado di Milano, la casa professa dei Gesuiti a Genova.
Dichiarato ingegnere dello Stato di Milano e direttore della fabbrica
del duomo, ne disegnò il pavimento e la facciata, dove Martino
Bassi s’oppose a molte sue bizzarrie, appoggiato dal voto di buoni
maestri[70]. Da Filippo II chiamato ad architettare l’Escuriale, ne fu
rimunerato con gran somma e col feudo di Valsolda.
Genova, sentendosi ricca, volle anche esser bella, e i suoi signori
quasi d’accordo presero ad ornarla, e non potendo estenderla in
quartieri nuovi, rifecero i vecchi, nel che si esercitarono Andrea
Vannone comasco, Bartolomeo Bianco, Rocco Pennone lombardo, Angelo
Falcone, il Pellegrini, altro di bel nome. Anima di tutti fu Galeazzo
Alessi perugino, che in patria avea compiuta la fortificazione
cominciata dal Sangallo, e molti palazzi, e in Genova aperse la strada
Nuova, fronteggiata dei superbi palazzi Grimaldi, Brignole, Lercari,
Carega, Giustiniani, pei quali la natura chiedea distribuzione diversa,
e offriva marmi e colonne. Quello de’ Sauli va fra’ meglio intesi
d’Italia, tutte colonne d’un sol pezzo di marmo. Tacendo alcune ville
ne’ contorni, eseguì la Madonna di Carignano, una delle più finite
e solide chiese; prolungò il molo, abbellì il porto e i granaj;
nell’arditissimo edifizio de’ Banchi, con pochissimi materiali coperse
la lunghezza di trentacinque metri e la larghezza di ventidue. Anche
altrove lavorò, e a Milano il palazzo di Tommaso Marino, sfoggio
degli ordini e delle decorazioni più appariscenti, e la troppo carica
facciata di San Celso.
Michele Sanmicheli (1481-1559) apprese l’arte dal padre e dallo zio,
e dai resti dell’antichità, prima in Verona sua patria, poi in Roma,
ove presto salì in rinomanza. Nella cattedrale d’Orvieto, lavorata dai
migliori architetti precedenti, s’uniformò al loro stile; a quella di
Montefiascone, trovandosi più libero, fece una cupola ad otto spicchi,
la cui circonferenza costituisce il tempio. D’altre opere abbellì la
sua patria e Venezia, e non imprendea lavoro senza avere fatto cantare
messa.
Il suo nome è specialmente affisso all’architettura militare, la
quale avea dovuto riformarsi col cambiar delle armi. Già se n’erano
occupati il Brunelleschi, che lavorò di fortificazioni per Filippo
Maria Visconti, e a Pisa, a Pesaro, a Mantova; Mariano Jacopo Taccola e
Giorgio Martini senesi, Leon Battista Alberti, Lampo Biraghi milanese,
che fu de’ primi a parlar d’artiglierie, proponendole per liberare
Terrasanta. Il trattato, che Roberto Valturio stese ad istanza di
Sigismondo Malatesta, portò in queste costruzioni il lume, che nelle
civili quel dell’Alberti; e può vedervisi il passaggio fra le armi
da tiro antiche e le nuove. Ne scrissero pure per incidenza Pietro
Cattaneo da Siena, Daniele Barbaro, il Filarete, Antonio Cornazzano,
Francesco Patrizio, Vannoccio Biringucci, e per tacere d’altri,
Leonardo da Vinci.
Il Sanmicheli, quando ebbe da Clemente VIII l’incarico delle
fortificazioni dello Stato papale, e principalmente di quelle di Parma
e Piacenza con Antonio Sangallo seniore, s’innamorò di tal genere, e ne
conformò il sistema al mutato modo di guerra. Sin allora una robusta
mura, largo fossato, torri quadre o rotonde che proteggessero la
frapposta cortina, distanti due trar d’arco, bastavano per proteggere
una città. Introdotte le armi da fuoco, colle rotonde si richiesero
torri angolose, che precedettero i baluardi propriamente detti[71],
e che, al comparire di questi, bisognò demolire, perchè, sporgendo
dalla cortina, impacciavano la difesa. Il Sanmicheli fece i bastioni
a triangolo saliente più o meno ottuso, appoggiato sui due fianchi che
proteggono le cortine, con camere basse ai fianchi, che raddoppiano il
fuoco, e schermiscono la cortina e la fossa. Mentre nel modo antico la
fronte restava scoperta, qui tutte le parti venivano tenute in riguardo
dai fianchi de’ bastioni.
Alle difese piombanti sostituivansi così le fiancanti, alle mura
perpendicolari quelle a scarpa; l’artiglieria, dando ad angolo obliquo
nei muri, facea minor colpo che percotendo a retto; e se anche smuri la
camicia esteriore, il terreno si regge per se medesimo. A questo modo
il Sanmicheli fabbricò a Verona il bastione della Maddalena ed altri,
demoliti ai dì nostri per condizione della pace di Lunéville; e quelli
di Legnago, Orzinovi, Castello; poi a Sebenico, Cipro, Candia, Napoli
di Romanìa, buone barriere contro gli Ottomani. Della fortezza di Lido
a Venezia, sopra terreno molliccio e flagellato dalla marina, si fece
la prova collo sparare da quelle mura tutta l’artiglieria grossa a un
tratto.
Dalla forza il Sanmicheli non dissociava la bellezza, ornando le
entrate cogli accorgimenti che il Vauban suggeriva dappoi: e le
porte Nuova, del Pallio, di San Zenone a Verona mostrano quanto giovi
l’accordo di molteplici cognizioni.
Galeazzo Alghisi da Carpi inventò di applicare la cortina a tanaglia
a qualsiasi poligono, e volle sperimentare la bontà delle cortine
addietro, riflesse in angolo quanto più acuto tanto migliore; ma
la prova stette contro di lui. Nicolò Tartaglia prevenne i tiri di
rimbalzo, che si credono inventati un secolo e mezzo più tardi; primo
disputò intorno ai gradi d’inclinazione dei pezzi, all’effetto de’
projetti, alle distanze dei tiri ragguagliate all’inclinazione ed alla
carica; e molti miglioramenti propose circa la forma de’ baluardi e
cavalieri. Giambattista Bellucci da San Marino, che servì al Marignano
nell’oppugnazione di Siena, a Francesco I e ad altri, perfezionò le
fortificazioni. In tempo che tanta fiducia si riponeva in queste,
Giambattista Zanchi dimostrò che contro l’offensiva non danno altro
vantaggio se non del tempo che gli assediati ebbero per provvedersi: e
null’altro che traduzione dell’opera sua è quella del La Treille[72],
che i Francesi adducono come la prima di tale materia in lor favella.
Jacopo Lentieri bresciano scrisse dialoghi su questo proposito e
sul levare le piante delle fortezze; e primo vestì di matematiche la
scienza delle fortificazioni. Carlo Theti insegnò varj contrafforti,
recinti doppj, controguardie continue, bastioni distaccati. Pierantonio
Fusti da Urbino, detto il Castrioto, osteggiò Siena, munì San Quintino,
Calais e tutta quella frontiera con un campo trincerato, fece tre forti
in Navarra, e morì ingegnere generale di Francia il 1563. Egli avea
stampato _Della fortificazione delle città_ (Venezia 1564), insieme
con Girolamo Maggi che difese Famagosta, dove preso dai Turchi, dopo
dura cattività fu strozzato. Gabriele Tadini di Martinengo restaurò
le fortificazioni di Bergamo; operò per Venezia nella guerra contro
la Lega, onde meritò d’esser fatto soprantendente alle fortificazioni
di Candia; fu de’ più attivi difensori di Rodi, indi granmaestro
dell’artiglieria di Carlo V; infine provvide a fortificare le isole
dell’arcipelago contro i Turchi.
Vuolsi saper grado a questi ingegneri d’aver opposto un riparo ai
nuovi Barbari che minacciavano la civiltà europea, e contro cui i re
litigiosi lasciavano Venezia a combatter sola.
Aristotele Fioravanti, che in Bologna trasportò la torre della città,
lavorò molte fortezze per la Moscovia. Rodolfo, dopo fatti i baluardi
di Camerino, sua patria, in Transilvania e in Polonia servì al re
Stefano Batori, e v’insegnò l’uso delle palle roventi. Nelle Fiandre
il Paciotto alzò la cittadella di Anversa, e diede disegni per quelle
d’America: altre ne fortificò nelle Fiandre Ascanio della Cornia.
Girolamo Bellarmati, fuoruscito senese e autore di una _Corographia
Thusciæ_, fu ingegnere maggiore di Francesco I, costruì il porto
dell’Havre de Grace allo sbocco della Senna, e bastionò Parigi; e
volendo il re mandarlo coll’ammiraglio conte dell’Anguillara ad assalir
Barcellona, ricusò, perchè con quello era stato costretto due volte a
fuggire[73].
Con Caterina de’ Medici andarono in Francia Girolamo e Camillo Marini,
il Campi, il Befani, ingegneri militari, e il cavalier Relogio che
fortificò sapientemente la città di Brouage. Antonio Melloni da
Cremona, dopo difesa Vienna e ajutato a prendere molte fortezze sul
Reno, ove allestì un campo trincerato per quarantaquattromila Francesi,
ne fabbricò altre in Picardia, prima che Calais fosse presa dal nostro
Strozzi; poi ottomila Italiani con esso guidati dal principe di Melfi,
combatteano altrettanti Italiani che, al soldo d’Inghilterra, in
Boulogne si munivano per opera dell’ingegnere Girolamo Pennacchi da
Treviso, che vi perdè la vita nel 1544.
Bourg-en-Bresse fu munito dal Busca milanese. Alessandro del Borro
aretino, allievo del Piccolòmini, utilissimo all’Impero, massime per
avere fortificato Vienna, già prima munita da altri Italiani, quali
il Floriani di Macerata, Pietro dal Bianco, lo Scala, Giovan Peroni,
intervenne alle principali battaglie di quel tempo; a servigio di
Venezia, sottomise Egina, occupò Tenedo e Lenno, e morì dalle ferite
tocche nel difendersi con una sola nave contro tre barbaresche[74].
Ostilio Ricci toscano fortificava le isole di If e Pommiers: Agostino
Ramelli milanese serviva al re di Polonia, e morì sotto la Roccella, da
lui munita: il Pasini ferrarese fortificò Sedan: nel Portogallo lavorò
Vincenzo Casali, autore della darsena di Napoli: e a Saragozza Tiburzio
Spannocchi faceva un ponte levatojo che bastava un soldato ad alzarlo,
e non se ne vedeano le catene. Francesco Giuramella munì Custrino; il
Bosio genovese fondeva artiglierie pei Russi; il Solaro costruiva due
castelli a Mosca; Simone Genga nel 1581 muniva le sponde della Duina.
Più segnalato nella pratica e nelle teoriche fu Francesco Marchi
bolognese, ingegnere di Alessandro de’ Medici, poi di Pierluigi Farnese
e di Paolo III, indi passato in Fiandra colla costui vedova Margherita,
dove attese trentadue anni a munimenti militari, e introdusse le
carrozze all’italiana. D’un suo lavoro esteso su molte scienze e molte
macchine, restato imperfetto e inedito, porse ampia informazione il
Fantuzzi negli _Scrittori bolognesi_. Inventò molte guise di bastioni,
cavalieri, rivellini, aloni, tanaglie semplici e doppie, grande varietà
di linee magistrali, fossi, strade coperte. Cercò innanzi tutto di
elevare il carattere e la morale dell’uomo. Gli si accerta il merito
dei tre metodi attribuiti a Vauban, al quale forse solo spetta la
gloria delle applicazioni sistematiche, e dell’alleare l’arte delle
fortificazioni colla strategia.
Nè a sostenere la priorità degli Italiani è inutile il riflettere
che i nomi delle fortificazioni nuove sono la più parte d’origine
nostrale anche nel parlar francese, e a tacere _piattaforma, mina,
rivellino, ingegnere,_ possiamo addurre _bastione, cittadella,
baluardo, orecchione, merlone, parapetto, gabbioni, casematte, caserme,
banchetta, cannetta, lunetta, contrascarpa, palizzata, spianata, bomba,
artiglieria._..
Altri s’occuparono dell’architettura nautica, come Camillo Agrippa
milanese[75] e Mario Savorgnano conte di Belgrado[76]. Nell’idraulica
molti ebbero ad esercitarsi e a scrivere, fra cui il longevo Luigi
Cornaro tratta delle lagune venete come difesa[77].
Come in queste grandi opere, così in minori s’addestravano i nostri.
La scrittura e la pittura, uscendo insieme dal santuario, continuarono
lungo tempo affratellate; e la miniatura de’ libri dove procedeano
di conserva, mantenne a lungo i tipi, che gli artisti abbandonavano.
Che se la stampa e l’incisione le aveano tolto importanza, ne abbiamo
ancora stupendi esempj in libri devoti e in corali, anzi può dirsi
che i migliori fossero degli ultimi tempi. A Venezia il codice di
Marciano Capella, alluminato dal fiorentino Atavanti sul finire del
Quattrocento, con tale ricchezza d’oro, di minio al modo antico, di
oltremare al modo nuovo, e tanta varietà di figure e di fregi, dedotti
dalla natura materiale, dalla fantastica e dalla simbolica, impone
l’ammirazione anche ai più ritrosi. Meravigliosi corali dalla Certosa
di Pavia passarono in Brera a Milano: di bellissimi Antonio Cicognara
ne miniò pel duomo di Cremona, e nel 1484 un mazzo di tarocchi pel
cardinale Ascanio Sforza. E come che questa minuta maniera fosse
considerata di povero gusto, fatta per denari, ristretta a copiare
materialmente il vero, molti cultori trovò, fra’ quali primeggiarono
Girolamo de’ Libri, Liberale da Verona, don Giulio Clovio croato, e
Felice Ramelli suo scolaro, frà Eustachio, frà Filippo Lapaccini ed
altri Domenicani. Il breviario della Marciana, che fu del Grimani,
opera dell’Hemmeling, disputa il primato colle miniature di Stefano
Fouquet di Tours, oggi possedute dai Brentano di Francoforte.
Benvenuto Cellini, orefice e fonditore di cui altrove discorreremo,
unicamente a Michelangelo soffriva d’essere considerato inferiore;
nel suo Perseo risente dell’esagerazione dominante, ma è considerato
inarrivabile nel niello e nelle orificerie. Usavano allora ai berretti
medaglie d’oro, e Caradosso Foppa milanese le facea pagare non meno
di cento scudi l’una. Il Cellini, che lo reputava «il maggior maestro
che di tali cose avesse visto, e di lui più che di nessun altro aveva
invidia», ne fece di molte, e vezzi per gli arredi papali e per le
belle della Corte francese. La preziosità della materia fece perdere
molte delle opere sue; le rimaste non è prezzo che le adegui. E
forse tutti i grandi artisti si esercitarono anche in piccoli getti e
giojelli.
Le gemme non pareano lusso bastante se non fossero lavorate; e Giovanni
delle Corniole s’immortalò sotto il Magnifico Lorenzo, e fece uno
stupendo ritratto di frà Savonarola; Domenico de’ Cammei milanese
ritrasse Lodovico Moro in un rubino; Giovan Antonio milanese nel più
gran cammeo moderno ritrasse fin alle ginocchia Cosimo duca, Eleonora
sua e sette figli; il Raggio intagliò sopra una conchiglia l’inferno
di Dante, colle bolgie e i diversi supplizj. Una meraviglia sembrarono
i cristalli dei cinque fratelli Saracchi; uno dei quali pel duca
di Baviera fece una galea legata in oro e gioje, con schiavi negri,
artiglieria che sparava, vele e tutto; un vaso gli fu pagato seimila
scudi d’oro, oltre duemila lire di regalo. Jacopo da Trezzo scolpì
in diamante lo stemma di Carlo V, e per l’Escuriale di Madrid un
tabernacolo con otto colonne di diaspro e sanguigno e dovizia di statue
d’oro, di gemme.
Valerio vicentino (-1546) in gemme fece composizioni difficili, «con
una pratica così terribile, che non fu mai nessun del suo mestiere
che facesse più opere di lui» (Vasari). Una sua cassettina, con nove
compartimenti nel coperchio e nove nell’urna, storiati della vita di
Cristo, gli fu pagata duemila scudi da Clemente VII, che la regalò
a Francesco I in occasione delle nozze con Caterina de’ Medici. Una
d’argento con fregi e statue michelangiolesche e molti soggetti in
cristallo di rôcca, che come del Cellini mostrasi nel museo di Napoli,
è fatica di Giovan Bernardi di Castelbolognese. Matteo del Nazaro
veronese in un diaspro sanguigno fece una Deposizione dalla croce,
ove le macchie rosse figuravano il sangue; comprato a gran valuta da
Isabella d’Este marchesa di Mantova. Francesco I lo chiamò in Francia,
pensionato come artista non meno che come sonatore, poi gli diede
a lavorare alla zecca. Una serie d’intagliatori nostri continuò a
quella Corte, e di loro certamente sono i braccialetti in conchiglie
di Diana di Poitiers, che or s’ammirano al gabinetto imperiale di
Parigi. Girolamo del Prato cremonese, detto il Cellini lombardo, fece
nielli, medaglie, oreficerie, e un giojello che Milano donò a Carlo
V. In commessi di pietre dure lavorarono altri milanesi a Firenze
e in Francia: e sin dai Fiorentini erano allogate opere ad orefici
milanesi[78].
Molti mostrarono eccellenza nelle medaglie[79], altra imitazione degli
antichi; e ve n’ha de’ primi artisti, e principalmente del Pollajuolo.
Vittore Pisanello da Verona si applicò affatto a questo genere, che può
dirsi da lui creato, con teste finitissime e variate, e nel rovescio
belle invenzioni, trattate con vita e con ardito disegno. Gianpaolo
Poggi fiorentino lavorò alla corte di Filippo II: così Leon Leoni
aretino, e Pompeo suo figlio. Ma a migliorare le monete correnti si
pensò tardi, e coll’uso dello stampo.
Alcuni, preponendo il guadagno alla gloria, davansi a contraffare
l’antico, e Giovanni Cavino da Padova empì il mondo di medaglioni
falsi, mentre avrebbe potuto insignemente far di proprio. Michelangelo
disse essere giunta al colmo l’arte, quando vide una medaglia di
Alessandro Cesari, detto il Grechetto, che nel diritto rappresentava
Paolo III, nel rovescio Alessandro Magno che s’inchina al gran
sacerdote a Gerusalemme: il costui Focione non cede ad antichi. Anche
il baccanale, detto sigillo di Michelangelo, fu per un pezzo creduto
antico, ma si sa lavorato da Maria di Pescia.
Il magistero della tarsia (1549) fu vôlto principalmente a stalli di
coro e sacristia. Gli armadj di Santa Maria del Fiore di Benedetto
da Majano sono ammiratissimi, e più le opere ch’egli mandò a Mattia
Corvino. Frà Damiano da Bergamo, converso in quell’ordine de’
Domenicani, che di tanti artisti segnalossi, lavorò insignemente in
patria, ma più a Bologna pel coro di San Domenico, migliorando la
maestria de’ colori e degli scuri, tanto da emulare il dipinto[80]. A
suo fratello Stefano pajono da attribuire le tarsie ne’ Benedettini
di Perugia, su disegno del Sanzio o di Rafaellin del Colle o forse
di lui stesso. Altri compaesani lo imitarono, quali Lorenzo Zambelli
nel coro della cattedrale di Genova, a Bergamo i fratelli Capodiferro
da Lovere in quel di Santa Maria Maggiore, e Piero de’ Maffeis, e
i Belli: così furono lodati i Legnaghi e frà Rafaello da Brescia, i
Genesini da Lendinara, gl’Indovini da Sanseverino, in Milano Cristoforo
Santagostino, Giuseppe Guzzi, Giambattista e Santo Gorbetti. Padova,
Verona, Treviso, Venezia ebbero stupende tarsie da tre frati Olivetani,
il più celebre de’ quali, frà Giovanni da Montoliveto veronese,
chiamato da Giulio II, al Vaticano intagliò una bellissima porta su
disegno di Rafaello; oltre gli stalli di cui ora si vanta la cattedrale
di Siena. Fra varj che mostrano a Napoli, il coro di San Severino e
Sossio per Bartolomeo Chiarini e Benvenuto Tortelli di colà, dal 1550
al 65, è meraviglioso per varietà ed eleganza. Con quest’arte si posero
ai quadri cornici bellissime; e Rafaello fece lavorare porte e soffitte
in Vaticano da Giovanni Barile.
Sto per chiamare tarsie i chiaroscuri di pietre commesse, arte forse
nata, certo perfezionata a Siena nel meraviglioso pavimento del duomo,
da Duccio cominciato rozzamente, proseguito dai migliori, via via
raffinando sin al Beccafumi. I musaici di San Marco furono una scuola
continua in Venezia; ma di migliori se ne compirono a Roma.
Nell’arte delle finestre colorate ci vinceano Francesi e Fiamminghi.
Bramante chiamò maestro Claudio e frà Guglielmo di Marcillac per ornare
il palazzo Vaticano e Santa Maria al Popolo: l’ultimo arricchì d’altre
opere Arezzo, Firenze, Perugia, e fu maestro del colorire al Vasari,
che nel ripagò con un’affettuosa biografia. Artisti nostri in tal
genere troviamo Fabiano di Stagio Sassoli e Battista Porro aretini,
Pastorino Micheli da Siena, Maso Porro da Cortona, Visconti e Andrea
Postanti all’Incoronata di Lodi, un Alessandro fiorentino che fece
quelli di Santa Maria Novella a Firenze: ma non son certo de’ Vivarini
quelli in San Giovanni e Paolo a Venezia. Molti Gesuati applicaronsi a
questo artifizio.
Neppure negli smalti non raggiungemmo i forestieri; ma mentre questi
asseriscono che di translucidi se ne fecero soltanto nel cinquecento,
noi possiam mostrarne sin dal 1350 a Orvieto ed a Venezia.
L’arte delle majoliche, come accennammo (p. 15), fiorì a Urbino,
Pesaro, Gubbio e Casteldurante. In Pesaro l’artifizio era antico,
giovato dalla fina terra del Foglia (Isauro), ma risorse sotto gli
Sforzeschi, tanto che questi regalarono vasi, nel 1478, a Sisto IV.
Hanno la particolarità d’un lustro meraviglioso di vernice, quasi di
perla, che cangia di riflessi a ogni voltarsi. Dal 1500 al 1540 gli
artisti lavoravano su cartoni di Rafaello, comprati da Guidubaldo, che
ne fece disegnare anche da altri artisti, massime da Rafaele del Colle
e Battista Franco veneto. Giacomo Lanfranco trovò di mettervi l’oro
vero, e ne fece di forma antica con rilievi, ond’esso e la famiglia
ebbero il privilegio di tali manifatture. Francesco Maria donò alla
spezieria della Madonna di Loreto 300 vasi, la più parte disegnati dal
Franco, e che passano pei più belli: altri mandavansi a varie Corti,
storiati con fatti d’allora, o del Testamento, o della mitologia,
e talora con versi, ovvero con frutti, con amori, con allusioni,
con oscenità; o sbizzarrivasi in calamaj, gruppi, vasi magici,
rinfrescatoj: faceansi anche pavimenti a disegni.
Delle fabbriche d’Urbino la prima menzione cade nel 1477, poi nel 1501.
Giorgio Andreoli forma la gloria di Gubbio, eccellente non solo ne’
modelli, ma nella pittura e scultura, e introdusse il buono stile,
mentre quivi insegnava il segreto de’ colori rosso, verde, aureo e
argenteo, che aveva imparato in Lombardia. Morì dopo il 1552.
Di Casteldurante le produzioni erano grossolane finchè da Luca della
Robbia non s’imparò la maravigliosa vernice. Si valsero di disegni
di Rafaello, e dal 1535 all’80 ebbero i principali artisti, molti de’
quali andarono in colonia in altri paesi, ad Anversa, alle Jonie, in
Venezia. I fratelli Orazio e Camillo Fontana raggiunsero l’eccellenza,
e dietro loro il Piccolpassi, Luzio Dolce, Giustino Episcopi, Tommaso
Amantini, Taddeo Zuccari, che disegnò una credenza da donare a Filippo
di Spagna. Quivi le fabbriche durarono anche dopo che ne’ paesi
anzidetti erano cadute dopo il 1560, perchè mancò l’incoraggiamento, e
perchè s’introdussero le porcellane della Cina, superiori al certo per
finezza e colore, ma spoglie d’ogni merito artistico[81].
Altre majoliche lodatissime fabbricavansi ad Atri negli Abruzzi e
principalmente dai Grue.
Artisti italiani e l’italiano esempio diffusero il moderno gusto e la
correzione oltr’Alpi, e fecero abbandonare il gotico: del che il primo
esempio è forse nella sala della coronazione a Praga, e in una fabbrica
di Solesmes nella Turena del 1493. In Francia lo stesso Luigi XI, in
mezzo all’ignobile suo corteggio, apprezzò i meriti di Giovan Bellino.
Carlo VIII, invaghito della nostra coltura, menò di là dall’Api
artisti e artieri[82]; fece eseguire molti lavori, principalmente ad
Amboise, «da operai eccellenti scarpellini e pittori che avea menati
da Napoli» (COMMINES); e la sua tomba di marmo nero con figure di
bronzo dorato è del modenese Paganini. Francesco I, svegliato dal
funesto suo sogno della conquista d’Italia, si fece a Fontainebleau
un’Italia artifiziale, raccogliendovi i rottami del paese, al cui
naufragio avea troppo contribuito; e il maresciallo di Chaumont,
che governando il Milanese, avea procurato alleviare la servitù
col proteggere le arti, chiamò di quivi Andrea Solaro, che dipinse
il castello di Gaillon. Leonardo da Vinci avrebbe potuto educare
i Francesi non a contraffare i nostri, ma a studiare in che modo
operassero; non abbagliarli coll’entusiasmo, ma secondare la qualità
in essi dominante, l’intelligenza. Al contrario, col recare di colpo
la Francia a copiar l’Italia, le fu tolto il vantaggio del noviziato,
e affogata l’originalità nell’imitazione. Rosso de’ Rossi fiorentino,
quasi non esistesse pittura prima del grande stile, e non comprendendo
se non quella che sapeva, operava di pratica, e pretendendo non
seguire alcuno, cadeva nel fantastico; nella Trasfigurazione a Città
di Castello, collocò a’ piè del quadro una zingarata. Costui impiantò a
Parigi la scuola italiana, compatendo cotesti Francesi secchi, poveri;
pochi accettava a scolari, e a patto che rinnegassero le tradizioni
nazionali e ingenue, per assumere il teatrale, il lezioso; a compagni
preferiva i mediocri, onde adoperò Lorenzo Naldini allievo di Francesco
Rustici, il quale pure aveva lavorato colà; Antonio Mimi, Domenico del
Barbiere, Luca Penni, Bartolomeo Miniati, Francesco Caccianimici.
Il Primaticcio di Bologna, che gli succedette nella sovrantendenza
ai reali edifizj, derivava da Rafaello, ma erasi cambiato dopo visto
Michelangelo e sotto Giulio Romano, con cui lavorò nel palazzo del
Te; conservava dell’eleganza, ma credeva ai metodi di scuola. Decorò
la villa di Fontainebleau, e vi pose molte statue e modelli antichi:
v’ebbe a collaboratori Bagnacavallo, Ruggeri di Bologna, Prospero
Fontana, Nicolò dell’Abbate modenese, che tutti lasciarono opere in
Francia. Girolamo della Robbia, itovi nel 1530, ornò il palazzo di
Madrid nel bosco di Boulogne, con terraglie dipinte magnificamente,
alcune grandissime e con rilievi: ma tutto fu diroccato nel 1792, e
le opere vendute a un terrazziere, che le macinò per farne cemento.
Domenico Boccadoro di Cortona, nel disegnare il palazzo di città
a Parigi, non dimenticò i bisogni e il gusto del paese, onde le
larghissime finestre del pian terreno, la tettoja molto inclinata,
con forma monumentale. Il Vignola stette due anni a Parigi, il Serlio
vi morì, il Bellarmati, il Bellucci, Gianangelo da Montorsoli, altri
ed altri chiamati o venuti; sicchè Fontainebleau fu un museo d’opere
italiane e di copie, su cui si formarono alcuni buoni, quali Pietro
Lescot, Goujon, Cousin, Delorme, che per incarico di Caterina de’
Medici alzò il Louvre.
Contucci da Montesansovino fu in Portogallo; in Inghilterra Jacopo
Aconzio, Girolamo da Treviso e Toto della Nunziata; in Ispagna Leon
Leoni, l’Anguissola, il Pellegrini. Matteo Pietro Alesio romano dipinse
a Siviglia un san Cristoforo, le cui gambe al polpaccio han quattro
piedi di larghezza. Fu ammirato dagli anatomisti, ma egli, veduto un
Adamo di Luigi di Vargas, dichiarò: — Una gamba di questo vale ben più
che tutto il mio Cristoforo».
Pier Torrigiani, allevato negli orti di Lorenzo de’ Medici con
Michelangelo, prese ira contro di questo, e gli ruppe il naso;
fuggito, militò nelle truppe del Valentino, poi da mercanti si lasciò
condurre in Inghilterra, ove fu ammirato pel mausoleo di Enrico VII
nell’abbadia di Westminster. Per un grande di Spagna lavorò un bambin
Gesù, che fu trovato mirabile; e il committente per pagarlo gli mandò
a casa alcuni sacchi di denaro: ma svolgendoli trovò ch’erano piccole
monete, sommanti appena a trenta ducati; onde stizzito diè del martello
nell’opera propria. Il grande, in luogo di vergognarsi, ne volle
vendetta, e l’accusò come oltraggiatore d’immagine sacra; onde preso
dall’Inquisizione e messo allo spasimo, lasciossi morire.
Il czar Ivan, che allora tentava introdurre la Moscovia nella società
europea, chiese artisti nostri: e nel kremlin di Mosca, Aristotele
Fioravanti fabbricò la chiesa; Pierantonio Solaro nel 1487 il palazzo
detto di granito, terminato da Paolo Bossi genovese, da Marco ed
altri; Aloisio milanese vi fece il Belvedere, e finì l’Assunta con nove
cupole, e altre fabbriche, dove l’orientale era modificato secondo il
tipo italiano, che collocavasi a fianco alle piramidi del Messico e
alle pagode dell’India[83].