Secolo di Leon X. Belle arti.
La vitalità de’ tempi repubblicani sopravvivea, portando all’attività
e alla creazione; mentre dai modelli classici, che allora o si
discoprivano, o meglio fissavano l’attenzione, imparavansi eleganza e
correttezza. Da questo felice temperamento trae carattere il secolo di
Leon X; secolo di tante miserie per l’Italia, eppure di bocca in bocca
qualificato come d’oro, come un meriggio, sottentrato alle tenebre del
medioevo: ma l’altezza a cui si spinsero le arti del disegno e quelle
della parola, anzichè creazione de’ Medici, fu effetto dell’antica
vigoria, che agitava l’Italia anche sul punto di perire.
Il bisogno di contemplare e imitar la bellezza visibile siccome
scala alla suprema e immutabile, e di farla specchio alla coscienza
meditatrice, alimentò sempre le arti fra noi: tanto che, ridotte quasi
una parte della liturgia, si prefiggevano certi tipi e forme rituali,
volendo esprimere piuttosto la visione dello spirito che la corretta
imitazione della natura, raggiungere l’evidenza efficace dell’emblema
piuttosto che la squisitezza della forma; piuttosto ispirare devozione
e raccoglimento, che destare vaghezza e meraviglia; atti di fede
insomma, meglio che prove d’abilità. All’ispirazione accoppiasi poi
lo studio; dalle immobili rappresentazioni bisantine si passa alle
libere e variate d’un’arte indipendente, la quale infine prevalse fin
a proporsi anzitutto la plastica squisita, lasciva però di sembianze,
scarsa d’affetto; traducendo la realtà della fisica, non interpretando
i misteri della morale natura. Infine si torna a tipi convenzionali,
non desunti dalla liturgia, ma da un maestro; e l’imitazione vaga o
servile scostasi dal vero e dal bello, mentisce alla natura, mentre
lascia perire ogni tradizione.
L’arte che il medioevo esercitò insignemente è l’architettura,
mantenendole il predominio sopra le altre. L’ordine gotico, nato a
piè degli altari, era giganteggiato in erigere chiese e conventi,
sede e simboli della podestà preponderante allora; e il duomo di
Milano, la Certosa di Pavia, San Petronio di Bologna ne sono tardi
e insigni monumenti. Ma oggimai la civiltà e ricchezza de’ laici
aumentate domandavano edifizj, che non potevano improntarsi di quel
carattere jeratico; e come le lettere rifaceano i classici, così nelle
costruzioni cominciò quel ritorno verso l’antico, che s’intitola
risorgimento. Se la originale inventiva si fosse attemperata ai
modelli antichi per ragionare meglio l’insieme, proporzionare le
parti, ingentilire gli ornamenti, poteva uscirne un’arte cristiana
e nazionale. E di fatto que’ nostri che primi si conformarono ai
modelli dell’antichità, non rassegnaronsi alla servile imitazione;
ma appurando la parte ornamentale, sbizzarrirono in modiglioni,
candelabri, gemme e marmi colorati, ed animali e fiorami finissimi,
intrecciati a fantastiche capresterie, dette grotteschi e arabeschi.
Tali occorrono spesso a Venezia, tali ne’ Miracoli di Brescia, nel
mausoleo Coleoni a Bergamo, sulle cattedrali di Como e di Lugano, nella
Certosa di Pavia: e fregi a porte, a pulpiti e pilastri, e candelabri
in luogo di colonne, e finestre a somiglianza di compiuti edifizj
sono finiti col fiato, anche se in posizione meno visibile; sempre di
gusto squisito, anche quando d’artefici innominati: l’eleganza delle
impronte rileva l’umiltà della terra cotta, della quale si compiacquero
i quattrocentisti, e che resistendo al tempo meglio che la pietra,
unisce alle variate forme quell’apparenza policromatica, che solo gli
accademici sentenziarono di barbarie[1].
Dell’architettura romana, la quale attestava la maestà del gran
popolo più originalmente che nol facesse la letteratura, non crederà
che avessimo smarrite le tradizioni chi abbia posto mente alle
costruzioni gotiche: pure al fiorentino Filippo Brunelleschi (-1444)
assegnano il merito d’aver ricondotta quell’arte dall’immaginazione
all’intelligenza, migliorata col volgere de’ secoli. Di Roma non
istudiò soltanto gli avanzi classici, per rinnovare i calcoli delle
forze, de’ materiali, delle spinte, e trarne esatto concetto de’ metodi
di costruire, e di quel punto ove confinano l’ardimento e la temerità;
ma meditò pure sui monumenti cristiani, e cercò la divina melodia del
ritmo visibile.
L’appello fatto dai Fiorentini agli architetti d’ogni paese per voltare
la cupola sopra Santa Maria del Fiore, lasciata scoperta da Arnulfo,
fece sottigliare gl’ingegni; e che bizzarri spedienti non furono
suggeriti! Uno diceva di ergere in mezzo un pilastro, cui attaccare
le volte a maniera di padiglione; uno di empiere la chiesa di terra,
con monete per entro, affinchè l’avidità di trovare queste inducesse
a sgombrarla dopo cessatone il bisogno; e tali altri armeggiamenti,
che, forse abbindolati dai cortigiani de’ Medici, furono raccolti
dal Vasari. Vero è che nessuna cupola fin allora avea coperto un
ottagono del diametro di quarantatre metri. Nelle antiche del Panteon,
della Minerva Medica, delle terme imperiali, della villa Adriana, la
calotta posa immediata sopra i muri di sostegno, senza pennacchi. La
cupola di San Marco a Venezia misurava il diametro di quattordici
metri, di diciotto quella di Siena, minore la pisana; tutte poi
erano circolari, elevate sovra pendenze, che ripartivano il loro peso
sui punti d’appoggio, disposti secondo il quadrato circoscritto al
circolo della base. I concorrenti conosceano le forme, gli effetti, il
pittoresco dell’architettura, non i mezzi scientifici di costruzione,
ed ajutavansi con rinfranchi esterni; mentre il Brunelleschi ideò una
mole che si reggesse da sè, e invece di rinunziare all’arco acuto,
conquista del medioevo, comprese come la spinta in su venga corretta
dalla sovrapposta lanterna, e da quella massa di marmo ne derivi la
solidità. Vinte l’invidia oculata e la miope diffidenza, s’accinse
attentissimo all’opera[2]; sopra gli archi d’Arnolfo elevò un tamburo
alto otto metri, e con aperture circolari, sicchè la volta insistesse
sopra i sostegni con doppio sistema d’arcate; una calotta esteriore
incatenavasi all’interna con una robustezza qual non raggiunsero
altre, benchè minori. Dal calcolo scientifico doveva scaturire la forma
artistica e quel grandeggiare maestoso, che sembrava privilegio delle
guglie gotiche; e ancora la casa di Dio sovrastette alle abitazioni
degli uomini, e costituì la fisionomia della città.
È del Brunelleschi anche Santo Spirito, la più bella chiesa di
Firenze, ideata sulle basiliche antiche: in San Lorenzo, già avviato
su piano timido, piegò il contorno delle cappelle fin a terra, gotico
avvedimento, dissonante dal resto. Le costruzioni appropria alla
destinazione senza arroganza, con più severità che grazia, più armonia
nell’insieme che nei particolari. Cosmo de’ Medici, che, colla spesa
di centomila scudi romani, gli aveva già commesso la badia a Fiesole,
il richiese di un palazzo; ma trovò il disegno troppo magnifico per un
privato qual egli voleva parere. Non se ne fecero riguardo i Pitti, e
sul suo modello fabbricarono quel che oggi ancora stordisce per una
forza come di costruzioni ciclopiche, con bugne non interrotte per
centottanta metri, senza studio di gentilezza e varietà.
Cosmo preferì il disegno di Michelozzo (palazzo Riccardi), il quale
accoppiò il lusso alla solidità, conservando le bugne ma variando
il prospetto esteriore, e nell’interno distribuendo con opportuna
magnificenza gli appartamenti; ed oltre il palazzo Cafagi a Mugello,
uno a Fiesole, quel de’ Tornabuoni a Firenze, e la villa di Careggi,
disegnò un ospedale per Costantinopoli, un acquedotto per Assisi, la
cittadella di Perugia, la biblioteca di San Giorgio a Venezia, a Milano
una porta in via dei Bossi, tutti per Cosmo, di cui pure fece la tomba
ne’ Serviti.
Leon Battista Alberti fiorentino (n. 1401), bello, robustissimo,
destro a giuochi, a cavalcate, alla musica, versatissimo nel diritto
civile e canonico, autore del _Philodoxeos_, commedia che fu creduta
antica, dettò libri latini e italiani sul dipingere; dei ritratti
reputava merito primo la somiglianza, onde ne cercava il giudizio a’
bambini. Avendo l’accorgimento d’imparare dagli ignoranti, travestito
girava le botteghe, informandosi dell’arti e involandone i segreti
per migliorarle. Fece una cassa, in cui guardando per breve pertugio
vedeansi monti e piani e notturni aspetti di costellazioni; cioè la
camera ottica, che suole attribuirsi a Giambattista Porta. Elaborò
Vitruvio, malconcio dal tempo e dai copisti; e conoscendo che il
migliore commento n’erano gli antichi edifizj, andò ad osservarli,
disegnarli, misurarli per tutta Italia, viaggiando con Lorenzo Medici,
Bernardo Rucellaj, Donato Acciajuoli; e riscontrate le teoriche
dell’arte, ne scrisse pel primo (_De re ædificatoria_, 1485).
Era però rimasto inedito un trattato di Averulino Filarete fiorentino
verso il 1450; il quale nel divisare una città non perde mai di vista
il concetto simbolico, e il _Nisi dominus ædificaverit civitatem_.
Fa la chiesa in forma di croce con cupola e decorazioni a modo del
San Marco, e vuole che, come l’uomo, sia _bella, utile, perpetua_. La
casa del principe resti inferiore, ma più ricca di pitture religiose,
simboliche, allegoriche, storiche, sicchè egli ritragga continue
istruzioni sui proprj doveri verso Dio, verso i popoli, verso se
stesso: v’avrà un portico per la storia sacra, uno per la profana,
e tutto dai migliori pennelli. Vicino staran le memorie degli eroi
cristiani, cioè le chiese de’ santi Francesco, Domenico, Agostino,
Benedetto, e una casa di Carmelitani, una di Clarisse. Vengono poi
gli ospizj in forma di croce; la casa d’un patrizio, quadrata con una
torre a ciascun angolo; e circo, e porta, e anfiteatro, e ponte, e una
carcere dove tenere i condannati, invece di farli morire; e un ginnasio
per la gioventù, che principalmente venga avvezzata alla preghiera,
al digiuno, ai sacramenti. Le fanciulle s’insegnino a cucire, filare,
tessere, ricamare. La città, oltre le fortificazioni, avrà sentinelle
avanzate che la custodiscano coll’arma migliore, la preghiera; cioè
santi eremiti.
Tali concetti mistici cedevano all’arte più materiale; e l’Alberti,
occupati i primi libri intorno al terreno, alle misure, ai materiali,
agli operaj, ai modi di costruzione, alle cerimonie degli antichi,
nel quinto dà norme pei castelli dei cattivi e i palazzi de’ buoni
principi, per tempj, accademie, scuole, spedali e gli altri edifizj
civili e militari, campagnuoli. Empiono il sesto la storia dell’arte,
e la scienza delle macchine; il settimo gli ornamenti architettonici,
in particolare per le chiese. Nell’ottavo son notevoli le sue idee
religiose e morali intorno alle tombe; nel qual libro e nel nono
informa delle vie, de’ sepolcri, delle piramidi e d’altri pubblici
edifizj, e sul decorare i palazzi. L’ultimo s’aggira sulle acque: ed a
lui crediam dovuto l’ingegno delle chiuse o conche, non a Leonardo da
Vinci, nè a Dionigi e Pierdomenico Orologieri di Viterbo, poichè esso
le descrive quali appunto oggi le usiamo, e non come trovato nuovo[3].
Semplicità, grandezza, variata invenzione, solido costruire,
convenienza d’ornamenti egli aveva imparato dagli antichi, se non la
castigatezza. Dei principi favorito, non cortigiano, gli innamorava
del bello. Dal signore di Mantova, cui la protezione delle arti valse
il titolo di Augusto, applicato a molti lavori d’architettura in
quella città già ricca di opere antecedenti, disegnò San Sebastiano
a croce greca (1460), e Sant’Andrea (1472), regolare di pianta e ben
distribuita; imitato nella facciata l’arco di Rimini, nell’interno
volea dar lume soltanto dalle finestre della facciata, della cupola
e dello sfondo del coro, siccome egli avea dimostrato convenire agli
edifizj religiosi. Da Nicola V fu molto adoprato a Roma; a Firenze
fece la porta di Santa Maria Novella, il palazzo Rucellaj colla loggia
rimpetto, e migliore quella dell’altro palazzo Rucellaj strada della
Scala, ove non voltò l’arco sopra colonne, il che tenne pure nella
cappella d’essa famiglia in San Pancrazio.
Sigismondo Malatesta, che ornava Rimini col fiore d’uomini e donne
e colle arti, destinò alle ceneri degli illustri la chiesa di San
Francesco, già ben avanzata alla gotica, e con altissimi pilastri
tripartiti, a teste d’elefanti, e nicchie ed altri fregi di eletto
lavoro. L’Alberti, chiamato a ridur quella fabbrica, cercò dare maestà
all’insieme, rialzando con uno stilobate e guidando lunghe linee di
portico, le quali ai lati sono interrotte da sarcofagi, lavorati alla
classica.
Simile mistura del classico col gotico ricorre nel palazzo d’Ancona,
e a tacere altri, nell’ospedale di Milano, condotto dal Filarete
con egregia distribuzione e proporzioni[4], e con finestre gotiche a
fregi classici. La quale unione del pieno sesto coll’acuto, dell’arte
medievale colla romana e con ricchi ornati di cotto, ove, pretendendo
rifarsi all’antico, si secondava però l’alito nuovo e cercavasi
l’effetto pittoresco delle masse, forma un genere più proprio della
Lombardia.
Lo intitolano bramantesco, da un Bramante, di cui e casato e patria e
tempo sono mal sicuri: nè è fuori probabilità che vengano attribuite
ad un solo le opere di tre, o natii od oriundi milanesi. Finchè il
dubbio non sia chiarito, ripeteremo colla vulgata che Bramante de’
Lazzari d’Urbino (1444-1514?), da Lodovico Moro chiamato a Milano,
vi eseguì l’elegante canonica di Sant’Ambrogio, la pittoresca cupola
delle Grazie, il cortile peristilo di San Celso, il Lazzaretto, la
sacristia di San Siro, e a Pavia la chiesa di Canepanuova. Serbando
dell’architettura gotica l’indipendenza, la sveltezza ardita
delle elevazioni, la maestria delle volte, dai classici deduceva
l’euritmia, la decorazione regolata, che accompagna la costruzione
senza mascherarla, e la prudente scelta delle proporzioni, che dà
rilievo ai più semplici edifizj. Così fosse rimasto più fedele al
medioevo, anzichè surrogare simboli, allegorie, teste ideali alle sante
sembianze! Chiamato a lavorare a Roma, i diruti della villa Adriana
e le vestigia antiche della Campania lo resero più severo nel palazzo
della Cancelleria, nel tempietto a San Pietro Montorio, nel chiostro
della Pace, ove però non si fece scrupolo d’interporre una colonna
sul falso ai pilastri del secondo ordine troppo distanti: come alla
Consolazione di Todi, croce greca di quattro tribune semicircolari,
variò ne’ capitelli e negli ornamenti. Alessandro VI gli fece eseguire
la fontana di Transtevere e quella di San Pietro ed altri lavori.
Giulio II gli diè campo di giganteggiare in Vaticano, dove la valle
fra il palazzo e i due casini del Belvedere ridusse a cortile,
dissimulando la china con ingegnosa combinazione di terrazzi e scale;
e vi diede aspetto teatrale mediante due ale di gallerie, svolgentisi
per trecencinquanta metri; a un estremo del cortile la gran nicchia con
galleria circolare; all’altro un anfiteatro per giuochi.
La scala spirale, sostenuta da colonne di ordini succedentisi, è
accessibile sino a cavalli. Ma, forse per secondare la furia di Giulio
II, talvolta difettò di solidità.
Gli fan merito dei ponti da fabbrica sospesi, non attaccati alla volta;
e delle centinature portanti l’impronta de’ rosoni, che così trovatisi
begli e finiti, e incorporati colle volte. Scriveva e improvvisava
versi; onesto e retto, amò gli emuli, incoraggiò i talenti nuovi. Il
suo allievo Ventura Vitoni pistojese in patria eseguì il gentilissimo
tempio ottagono dell’Umiltà, che, quantunque poi guasto dal Vasari,
forma la compiacenza di quella città, ricca d’altri monumenti sì
romanzi sì del risorgimento.
Scolaro del Bramante s’intitola Cesare Cesariano milanese (-1542),
che primo vulgarizzò ed illustrò Vitruvio, pretendendo riscontrarne le
regole negli edifizj gotici. Con più bizzarra idea Francesco Colonna,
nato a Venezia da famiglia lucchese, volle rendere famigliari le
dottrine di Vitruvio, mediante uno strano romanzo (Cap. CXXI, fine),
dove illustra molte antichità, iscrizioni e pietre incise. Anche frà
Giocondo veronese commentò l’architetto latino ed altri scrittori
d’arte, quali Frontino, Catone, Cesare, Aurelio Vittore, l’Ossequente,
e venne in riputazione nel fabbricare ponti, come forse a Verona quel
di pietra, e a Parigi il Piccolo e quel di Nostra Donna di sasso a
pieno sesto[5]; ove pure fece la corte dei Conti, la villa di Gaillon,
e forse quella di Blois. Di Venezia specialmente ben meritò, sia
fortificandola contro la lega di Cambrai, sia regolando il Brentone;
divisò un bel ponte colle fabbriche a Rialto: ma avendo i soliti
intrighi fatto preferire lo Scarpagnino, egli indispettito migrò a
Roma, dove, morto Bramante, fu posto architetto di San Pietro[6].
Di Giuliano da Majano è il palazzo a Roma ordinato da Paolo II e da lui
regalato a Venezia, estesissimo e pesante, con grandiosi compartimenti:
come anche Poggio Reale presso Napoli, con giardini, boschetti, giuochi
d’acqua, insidie d’uccelli, e quanto può lusingare una regia residenza.
Benedetto, suo fratello ed ajuto, fece lavori di tarsia, e l’altare
dell’Annunziata a Montoliveto nella stessa città; operò alla corte
di Mattia Corvino in Ungheria; a Firenze eseguì il pulpito in Santa
Croce colla storia di san Francesco, e cominciò il palazzo Strozzi,
finito da Simone Pollajuolo, detto il Cronaca, il quale vi pose il
cornicione più bello che ancor siasi eseguito. Al Cronaca deve pure
Firenze la elegante sacristia ottagona di Santo Spirito, il salone dei
Cinquecento, ed il San Francesco al Monte.
Non ancora si erano segregate le tre arti del disegno, e in tutte dovea
valere chi alto aspirasse. Andrea Orcagna alle pitture sottoscriveasi
_sculptor_, alle sculture _pictor_, e fu inoltre poeta, architetto,
orafo; raccomandò il suo nome alla loggia dei Lanzi, che, se girasse
l’intera piazza, non avrebbe la pari al mondo; ai Novissimi del
cimitero di Pisa, invenzioni severe dantesche, con contorni rigidi
ma non senza prospettiva; al Giudizio, che servì di tipo per quello
di Signorelli a Orvieto, e per quel di Michelangelo nella Sistina;
in fine al tabernacolo in Or San Michele, capolavoro di quel secolo,
indipendente da modelli classici, e con facile e maestosa ricchezza.
In questa chiesa il corpo de’ mercadanti fiorentini sfoggiò una
magnificenza, che i principi posteriori non emularono; ed oltre il
Battista, il Santo Stefano ed il San Matteo del Ghiberti, bronzi
ammirati, v’ha fatture insigni di Nicola d’Arezzo.
Pietro e Paolo aretini, allievi di Angelo ed Agostino senesi, primi
(1346) eseguirono opere grandi a cesello, e per un arciprete del loro
paese condussero una testa d’argento quanto il vivo. Poco poi, Cione
faceva l’altare d’argento in San Giovanni di Firenze, cavando molte
storie ragionevolmente in argento a mezzo rilievo, e che fu poi ornato
dal Finiguerra, da Antonio Pollajuolo e da altri. Ugolino di maestro
Pieri senese aveva già prima finito un preziosissimo reliquario pel
santo Corporale d’Orvieto, di seicento oncie d’argento, con graziosi
dipinti sopra smalto. Insigne è pure l’altare di san Giacomo nella
cattedrale di Pistoja, lavorato da molti fra il 1314 e il 1466.
A Perugia ben da antico fioriva l’oreficeria, se fin dal 1296 il
consiglio concedeva a quell’arte di eleggersi il proprio rettore,
purchè sotto la tutela dell’arte del Cambio, _sicut fuerunt in
temporibus retroactis_. La tazza dell’insigne fontana, le tre ninfe
del piede, i due grifi, i due leoni di bronzo portano _Rubeus me fecit
A. D._ MCCLXXVII, _indictione_ V: il tabernacolo in Santa Giuliana, di
rame dorato a smalti e figure rilevate, è del secolo XIV uscente: poi
nel cinquecento Cesarino Roscietto non la cedeva a qualunque miglior
cesellatore per abilità e gusto[7]. A Lanciano nel regno di Napoli
ammiravano una croce del 1360, coperta di lamina d’argento, con figure
sbalzate ad alto rilievo e smalti.
Come Nicolò ebbe soprannome dall’arca di San Domenico a Bologna, da
lui ornata, così Jacopo della Quercia dalla fonte di Siena. Quivi un
elegante tabernacolo eseguì nel duomo Lorenzo Vecchietta nel 1492, e un
Redentore in croce, oltre compire il fonte battesimale in San Giovanni.
Il Brunelleschi col Filarete condussero le porte di bronzo della
basilica Vaticana.
L’arte spiegò le ale quando i Fiorentini decretarono mettere al
battistero porte di bronzo che accompagnassero quelle disegnate da
Giotto ed eseguite da Andrea di Pisa. In concorso col Brunelleschi,
con Jacopo della Quercia e con quattro altri, ebbe la preferenza
Lorenzo Ghiberti; e la meritò. Decretate nel 1400, solo nel 1413 furono
compiute, avendovi egli adoprato con diligente lentezza, tutto copiando
dal vero, ogni pezzo esponendo al pubblico, ascoltando i pareri,
distruggendo i modelli meno perfetti, e così con purezza di forme,
nobile semplicità d’espressione, naturale varietà di pose, movenze
eleganti, felice aggruppamento de’ fatti e chiarezza ad esprimerli,
sostenne la poesia della composizione. Il metterle in posto fu una
solennità per Firenze; alla casa dell’artista si portò trionfalmente il
gonfalone della giustizia: un secolo più tardi, Michelangelo le diceva
degne dell’entrata del paradiso; e dopo quattro secoli e mezzo noi le
ammiriamo come il primo giorno.
Il Ghiberti, non che superare gli antichi nella prospettiva lineare
ed aerea, pretese raggiungere gli effetti della pittura: e quivi
e nel sarcofago di san Zanobi in duomo avventurando molte figure
in profondità, e mescolando l’alto, il basso, il mezzano rilievo,
come gli antichi mai non aveano osato. A siffatte illusioni aspirò
pure il Donatello fiorentino, lodato pei pulpiti in San Lorenzo, i
putti cantanti con sì gaja ingenuità nel Santo di Padova, a Napoli
l’adorazione de’ Pastori in Montoliveto e altri nella cappella de’
Brancacci. Invaghitosi del vero, cercò l’anatomia e la forza muscolare:
del che se lo ammirava poi Michelangelo, il Brunelleschi, a cui
mostrò un suo Crocifisso fatto di quel gusto, lo trovò somigliare a un
facchino; e tolse a far quello che sta in Santa Maria Novella; veduto
il quale, Donatello sclamò: — Tu sai fare dei Cristi, io dei villani».
D’allora pose maggiore studio all’espressione, come si vede nella
Maddalena, nel San Giovanni, nel San Giorgio d’Or San Michele, nello
Zuccone sul campanile, e nella Giuditta.
Statue equestri, che sono il monumento eroico per eccellenza,
non s’erano fatte da Giustiniano in poi[8], ed ecco in trent’anni
eseguirsene quattro da fiorentini: da Donatello quella di Gattamelata
a Padova nel 1453; da Antonio di Cristoforo e da Giovanni Baroncelli
quelle di Nicolò e Borso d’Este a Ferrara nel 1445, abbattute poi nel
1799; e nel 1479 il Coleone in Venezia, modellato da Andrea Verocchio,
fuso da Alessandro Leopardi, che vi sottopose elegantissima base[9].
Andrea Verocchio, valoroso orefice, insegnò ad accurar un giojello
quanto una statua; introdusse di formare di gesso sul vivo, col che
poi si levarono le maschere de’ morti, e si fecero anche figure intere
di cera; cioè al naturalismo s’immolava interamente il concetto. Di
Andrea, oltre molti argenti e bronzi, sono l’Amore abbracciante il
delfino per la fontana di Palazzo vecchio, il san Tommaso di bronzo
d’Or San Michele, il mausoleo ornatissimo di Giovanni e Pietro di Cosmo
de’ Medici in San Lorenzo, con flessibili festoni fusi.
Desiderio da Seltignano impresse alle figure il riso e la capricciosa
finezza che più tardi rinnovò il Correggio. Di Matteo Civitali
ammirano a Lucca il San Sebastiano, l’altare di san Regolo con statua
e bassorilievi accurati, il sepolcro di Pier da Noceto segretario
di Nicola V, con grandiosa architettura e ornamentazione finita:
l’elegantissimo suo tempietto ottagono in duomo, ov’è riposto il santo
Volto, precede di diciassette anni l’ammirato di Bramante a San Pietro
Montorio[10]. Antonio Pollajuolo pittore e orefice, vivace e sicuro
disegnatore, dall’anatomia imparò a dar movimento e posa alle figure,
come si vede in Vaticano nei depositi d’Innocenzo VIII e Sisto IV,
quello più semplice, questo più faticato. Lavorò attorno alle porte del
Ghiberti, e massime una quaglia ammirata, e molti nielli e medaglie:
ed è rinomato un suo grande intaglio di dieci uomini nudi combattenti
colla spada.
Chi abbia veduto il coro di fanciulli cantanti che sta nella galleria
degli uffizj a Firenze, e le porte di bronzo alla sacristia del
duomo, non esita a porre in prima altezza Luca della Robbia. Inventò
di vetriare le terre cotte, e se ne ammirano per tutta Toscana, e le
migliori ne’ SS. Apostoli e sulla porta maggiore d’Ognissanti a Firenze
e sullo spedale di Ceppo a Pistoja[11], se pur non sono della sua
famiglia o d’alcuno dei tanti imitatori che ebbe, finchè il magistero
perì nel 1565 con Sante Buglione. Il Vasari non rifina di lodar
quell’arte: e divenuta oggetto da commercio, se ne posero fabbriche
principalmente ad Urbino, a Pesaro, a Casteldurante, massime ducando
Guidubaldo II, ove stoviglie e piatti erano condotti or sopra soggetti
di Rafaello e Giulio Romano, ora con modelli appositi di Rafael del
Colle e Battista Franco; e la maggior raccolta è quella che dai duchi
d’Urbino passò alla pia casa di Loreto.
Di Mino da Fiesole nel duomo della sua patria, oltre un altarino
d’ineffabil grazia, la testa di Leonardo Salutato vescovo è vera pelle
e carne. Bello è pure il cenotafio di Paolo II nella cripta della
basilica Vaticana, e in badia a Firenze il monumento di Ugo marchese,
svelto nell’insieme, con una Madonna ed angioletti graziosissimi. Il
mausoleo di Bernardo Giugni vogliamo accennare per l’iscrizione che lo
chiama _publicæ concordiæ semper auctori et civi vere populari._
Questi esempj fecero estendere i sepolcri suntuosi, e anche da vivi
se li prepararono i cardinali, principalmente gli spagnuoli venuti
coi Borgia; e può indursene il più certo e originale andamento della
scoltura. Sono per lo più composti architettonicamente con zoccolo e
frontone, il morto disteso, angeli che sorreggono un panneggiamento,
molli ornati, qualche bassorilievo, e in alto madonne e santi, e spesso
fiori che di tranquillità e speranza consolano la morte. Non v’è chiesa
che non se n’abbelli; ed oltre i menzionati sono insigni i depositi
del Coleone a Bergamo per Antonio Amedeo pavese, d’Ilaria del Carretto
a Lucca per Jacopo della Quercia, a Roma del cardinale Consalvi in
Santa Maria Maggiore, e di Bonifazio VIII per Giovanni Cosmate, a
Verona de’ Torriani in San Fermo per Andrea Ricci, architetto di Santa
Giustina di Padova, e autore del più ricco e grandioso candelabro di
bronzo nel Santo. Bernardo Rosellini in Santa Croce fece il deposito
del cancelliere Leonardo Bruni, Desiderio da Settignano quello de’
Marsuppini; quasi riscontri l’un dell’altro, abbandonando l’arco acuto,
sdrajando il morto sopra un letto, in alto due angeli che sorreggono la
Madre della misericordia. Un più magnifico eseguì Antonio Rosellini in
San Miniato al Monte per un cardinale portoghese, morto di venticinque
anni il 1459, occupando l’intera cappella, ricchi marmi il pavimento,
smalti la volta, il defunto giacente in abito vescovile sopra un letto
sostenuto da due angioletti, in alto l’urna, e più in su la Madonna
fra gli angeli; tutto marmi a vario colore, festoni e ornati, la cui
sobrietà è offesa dallo smanioso drappo funereo aggiunto nel secolo
seguente.
Fin allora ai monumenti e alle pitture s’accompagnavano iscrizioni,
che insinuassero le virtù pie e le patriotiche, e soprattutto
raccomandassero la pace e la concordia. Nel palazzo della repubblica di
Siena[12], sotto Curio Dentato leggesi la sua lode per aver disprezzato
l’oro, che adesso, ahimè! corrompe il mondo (_Et spretum auram,
proh! quod nunc inficit orbem_): sopra una porta di Padova il podestà
Giovanni Ardizzo metteva il consiglio di evitar le discordie, per le
quali le città sono disfatte[13]: al tribunale di Milano un’iscrizione
rammentava ai litiganti come dai processi nascano nimicizie, si perda
denaro, si cruci l’animo, si stanchi il corpo, ne derivino disonestà e
colpe, e oblio delle buone e utili opere; e quei che credono vincere,
spesso soccombono; o se vincono, alla fine non hanno che un pugno di
mosche[14]: a Siena suddetta, sotto a Cesare e Pompeo è rammentato come
la costoro rivalità traesse a ruina Roma[15]; e fra le immagini d’altri
grandi romani, una scritta insiste perchè da loro s’impari come fu
grande il popol di Marte per l’unione, e scadde per le scissure[16]; ma
insieme un’altra intìma: _Quodcumque facilis in verbo aut in opere, in
nomine domini nostri J. C. facite_.
Ormai però le belle arti, intimamente associate nel medioevo, si
disunivano, e quelle del disegno raffinavansi una separatamente
dall’altra. La pittura ai vivi colori e ricisi della orientale ne
preferiva di degradati e misti; alla convenzione surrogavasi la
realtà; a’ segni delicati ma fantastici de’ fondi, il paesaggio e
le architetture; e Giotto (tom. VII, pag. 199), pur conservandosi
monumentale, staccavasi dai tipi jeratici per accostarsi al ritratto,
non cercando però nella materia un maestro troppo grossolano, nè
dipartendosi dal sentimento di pietà. Quai gli mancarono qualità
di gran maestro? I visi femminei più pudicamente colora; piega
elegantemente gli abiti; disegna a meraviglia, come può vedersi ne’
monocromi della cappellina degli Scrovegno a Padova; studiò caratteri,
donde scaturisce la forza delle rappresentazioni simboliche, di cui
egli si piaceva; e infatti variatamente gli espresse nella Cena di
Santa Croce, con guisa meno scientifica di Leonardo, non meno sentita.
Se non dava ancora profondità ai quadri, nè posa ben equilibrata
alle figure, le composizioni sue, siano le minute sugli armadj della
sacristia di Santa Croce, o le gigantesche di Assisi e di Padova, sono
bene aggruppate ad un’azione comune, con altitudini espressive e scorci
arditi, quali il San Giovanni che alla vista di Lazzaro resuscitato
gitta indietro le braccia: e Michelangelo affermava «non poter esser
dipinta più simile al vero di quel ch’era» la sua morte della Madonna.
Estesa influenza esercitò per tutt’Italia, ma presto cominciarono a
dividersi quei che voleano esprimere il sentimento e quei che miravano
all’effetto, e per esso all’anatomia. Paolo Uccello, così detto per
l’abilità in ritrarre bestie, considerava merito supremo il situar
figure su piani diversi, e farle scortare; e tanto s’affaticava in
tirar di prospettiva cerchi armati di punte, triangoli differentemente
combinati, palle a settantadue faccie, che la moglie facevagliene serj
rimproveri, e Donatello gli diceva: — Cotesta tua prospettiva ti fa
lasciare il certo per l’incerto».
I pittori, quando, mercè di lui e di Pietro della Francesca, trovaronsi
in possesso della prospettiva, la credettero mezzo supremo di ben
esprimere le forme vere, alle apparenze esatte della realtà, agli
scorti ben indovinati, al rilievo evidente posponendo l’espressione.
Masolino da Panicale in Val d’Elsa, avvezzo all’arte dell’orafo, diede
insigne rilievo ai dipinti per mezzo delle ombre, e morendo a soli
trentasette anni lasciò imperfette nella cappella Brancacci al Carmine
le storie, ritratte con maestà di sembianze e morbido panneggiare. Le
compì Masaccio (Tommaso Guidi 1402-43) con belle attitudini, vivaci
movenze, contorni sinuosi, toni robusti di colorito forte e ricco,
felici combinazioni di chiaroscuro, per cui i suoi gruppi movonsi
liberamente anche su spazj ristrettissimi: al che vuolsi aggiungere la
buona rappresentazione degli affetti[17].
Dalla devozione unicamente ispirato, il beato Giovanni Angelico da
Fiesole (1387-1455) la pittura guardava come un’elevazione della
mente a Dio, e commoveasene fin al pianto. Sebbene fin nella dolcezza
ponga austerità, innamora colla soavità de’ volti, e con que’ santi
che anche fra i crucci del martirio serbano la pace che il mondo non
può rapire. Coprì il convento di San Marco d’affreschi da cui non si
staccherebbe mai l’occhio, e nella grandiosa storia del Capitolo unì
maravigliosamente il sentimento antico con un disegnare che nessuno
eguagliò fino a Rafaello. Per la storia dei santi Stefano e Lorenzo
in Vaticano il papa gli offerse l’arcivescovado di Firenze, ed egli
preferì la povertà del convento. Semplice uomo e santissimo ne’ suoi
costumi, volendo una mattina papa Nicola V dargli desinare, si fece
coscienza di mangiar della carne senza licenza del suo superiore, non
pensando all’autorità del pontefice (VASARI).
La finitezza di Masaccio col sentimento del beato Angelico cercò
accoppiare Benozzo Gozzoli, che nel camposanto di Pisa rappresentò
ventiquattro grandi storie, tutte movimento e fantasia, ed altre
altrove con serenità e vaghezza sbizzarrendo in accessorj. Frà Filippo
Lippi (1412-69) cede appena a Masaccio nelle figure al Carmine, nella
tribuna di Spoleto, e nell’Assunta, con toni vigorosi, aria grande,
proporzioni eroiche; ma secondò il genio voluttoso del rinascimento
col sostituire alle ascetiche i ritratti di belle, sviato com’era da
avventure romanzesche. Offerto frate a otto anni, fuggì di convento;
caduto schiavo de’ Barbareschi, col ritrarre il suo padrone guadagna
la libertà; rimpatriato, dipinge nelle monache di Santa Margherita da
Prato, e ne rapisce una educanda, e n’ebbe un figlio cui trasmise il
nome e l’arte sua, e ne fu superato per scioltezza di composizione,
dignità e grazia, qual si ammira ne’ due grandi affreschi della
cappella Strozzi in Santa Maria Novella.
Domenico Ghirlandajo (1485-1560) pose un’accuratezza direi fiamminga
agli accessorj e all’esatta imitazione della natura[18]; e colle severe
forme architettoniche rialzò i suoi affreschi, pure mostrando maschia
nobiltà e varietà nelle composizioni estese, quali la gran Cena della
cappella Sistina, ove dipinse con Filippino, figlio non degenere di
Filippo Lippi, con Luca Signorelli e con Cosimo Roselli. Quest’ultimo
in Sant’Ambrogio di Firenze frescò gruppi rafaelleschi, ma poi si voltò
ai guadagni sì col lavorare in fretta, sì col darsi alle ciurmerie
degli alchimisti.
La dipintura a fresco predominava sull’altre, obbligando a studiare
le vaste proporzioni, le leggi della disposizione e la prospettiva.
I quadri di solito faceansi sul legno, scegliendo tavole compatte e
capaci di fina levigatura; se occorresse commetterle di varj pezzi, vi
si stendeva una tela, sopra cui uno smalto finissimo, o talvolta una
foglia d’oro che diveniva il campo; alla quale si surrogarono paesaggi
o cieli. Vuolsi derivato dai Greci, vale a dire che è molto antico fra
noi l’uso di dipingere i cassoni e cassapanchi che si teneano nelle
camere da piè del letto, e massime quelli in cui la sposa portava il
suo corredo; con soggetti semplici dapprima e generalmente devoti,
poi recati ad ampiezza dai gran maestri: ne fece Andrea Tafi, poi
Spinello di Arezzo, Taddeo Gaddi, e di più grandi Mariotto Orcagna,
Dello fiorentino, il Lippi, l’Uccello, il quale pure dipingeva certi
taglieri, sopra i quali si offrivano doni alle puerpere. Sui mobili
della camera di Pierfrancesco Borgherini, magistralmente intagliati da
Baccio d’Agnolo, più tardi esercitarono a gara il pennello Andrea del
Sarto e Jacopo Pontormo; Neri di Bicci pitturò l’armadio ove a Firenze
si custodivano le Pandette; l’Angelico quello dei vasi sacri in Santa
Maria Novella e all’Annunziata; Antonio Razzi a Siena i cataletti;
altri le predelle degli altari.
Ricchezza di colori già possedeano i Bisantini; e crebbe poi così,
che alla tavolozza di Masaccio non mancava alcuna gradazione. Che gli
antichi non istemperassero i colori coll’olio ce n’è prova il silenzio
di Plinio: nel medioevo sì; e Teofilo, monaco del XIV secolo, vivente
in Lombardia, suggerisce l’olio di linseme per pitturare case e porte;
se non che, essendo il dissolvente meno essicabile, riusciva lungo e
difficile il ripassarvi sopra. Il Cennino, nel trattato, della pittura
del 1437, «insegna a lavorar d’olio in muro o in tavola, che usano
molto i Tedeschi»; e suggerisce di cuocer l’olio di lino, e valersene a
stemperare i colori e velarli. Giovanni Van-Eyck surrogò olio di noce e
di papavero, mescendovi un essiccante che permettesse di immediatamente
passare sopra lo stesso colore. Fu dunque considerato inventore della
pittura a olio; e aggiunsero che Antonello da Messina, presa con lui
dimestichezza, ne succhiellasse il secreto, che poi recò in Italia,
insegnandolo a Domenico veneziano, che nol tacque ad Andrea del
Castagno fiorentino, il quale l’ammazzò per rimaner unico possessore
d’un artifizio che «ancora in Toscana non si sapeva»[19], e che fu
surrogato alla tempera.
A Venezia fin dal secolo VI una colonia bisantina ornava di musaici
le chiese di Grado e di Torcello; una migliore fu chiamata dal doge
Orseolo a decorare San Marco nel 1000; altri artisti vi accorsero
dall’espugnata Costantinopoli: de’ musaici in San Marco, se alcuni
sono di mano greca, altri s’accertano di nazionale; è memoria d’una
confraternita di pittori, erettavi sin dal 1290; e in tutte le città
venete ricordansi dipinti in muro o in tavola anteriori a Giotto.
Del quale poi appare l’influsso in Giovanni e Antonio padovano, nel
Semitecolo, nel Giusto, nell’Altichieri, nel Guariento, che dipinse il
palazzo ducale, e tutto cura ed espressione il Crocifisso a Bassano.
I Vivarini di Murano, che per quasi un secolo fiorirono attorno
al 1400, han bello e schietto fare, ma stecchito, formato men
sugl’italiani che su Fiamminghi e Tedeschi, molti de’ quali operarono
a Venezia, e massime Giovanni da Brugia e l’Hemmelink, il più grazioso
pittore mistico di quel secolo[20]. Di maniera propria lavorarono
Paolo veneto e Lorenzo; e Carlo Crivelli sfoggiò di colorito in gemme e
rabeschi.
Gentile, da Fabriano nella marca d’Ancona, formatosi sul beato Angelico
e sulle tradizioni dell’Umbria, fu invitato dalla Signoria a dipingere
il palazzo dogale, decretandogli un ducato al giorno, e il diritto di
portar la toga senatoria. Egli educò Giacomo Bellini, e questo i due
suoi figliuoli Giovanni e Gentile; i quali a concorrenza con Luigi
Vivarini, col Carpaccio, col Pisanello rappresentarono nel palazzo
dogale i patrj fasti. Ricchi di pratica, pittori insieme e architetti,
miniatori, orefici, armonizzavano i loro quadri coll’ordine della
chiesa per cui li facevano, colle cornici di cui gli ornavano, sicchè
lo spostarli è un corromperli. Gentile (1421-1507) fu chiamato a
Costantinopoli; e narrano che, per dargli un modello di decollazione,
Maometto facesse balzar la testa d’un paggio. Più acconcio alle scene
popolose e alle cose di prospettiva, come si vede nel miglior suo
quadro che sta in Brera, egli cercava l’arte classica, benchè non
fallisse alla poesia religiosa[21]: mentre Giovanni (1426-1516),
disegnatore più savio, più intelligente del chiaroscuro, tutto
devozione, escludeva qualunque leziosità potesse frastornare il
patetico severo, la dignitosa gravità e l’intensa espressione; nella
lunga vita andò sempre migliorando, talchè immenso divario corre dalle
prime alle ultime opere sue, e fu dei primi a dare colla pittura a
olio vigor nuovo ai dipinti. Aveva ottant’anni quando fece la mirabile
tavola in San Zaccaria, e divenne contemporaneo ai rinnovatori
dell’arte.
Capitava in quel tempo a Venezia (1506) Alberto Dürer, insigne pittore
e incisore tedesco, per domandar riparazione di certe sue stampe,
contraffatte da Marc’Antonio. I Veneziani, innamorati del colorito, in
lieve conto presero lui incisore, ma Giovan Bellini il suffragò presso
i patrizj. — Deh poteste voi esser qui!» (scriveva Dürer a un amico).
Quanto amabili sono gl’Italiani! mi si fecero attorno, e ogni dì più
mi s’affezionano; di che in cuor mio provo indicibile contentezza.
Sono gente educata, istruiti, eleganti, bravi sonatori di liuto, tutti
spirito e dignità, affabili e buoni con me oltre ogni dire. Vero è che
non vi è difetto di sleali, mentitori, bricconi, che non hanno i pari
sotto il cielo; e a vederli li scambiereste pei migliori del mondo;
ridono di tutto, fin della loro cattiva reputazione. Io fui avvertito
in tempo da’ miei amici di non mangiare nè bere con costoro, nè coi
pittori del loro mazzo. Tra questi alcuni si sono messi a farmi guerra,
e copiano sfacciatamente i miei quadri nelle chiese e ne’ palazzi,
mentre gridano ch’io rovino il gusto allontanandomi dall’antico. Ciò
non tolse a Gian Bellini di largheggiarmi elogi in numerosa brigata;
inoltre egli volle qualche cosa di mio, venne a trovarmi in persona e
domandarmi un disegno, aggiungendo ch’era geloso di pagarlo bene. Egli
è amato, riverito, ammirato da tutti, e non si parla che della bontà e
dell’ingegno suo; e benchè vecchio, ha pochi uguali».
Il sentimento di Giovan Bellini si trasfuse nel Cima da Conegliano,
non inferiore a verun quattrocentista per bella convenienza ed intensa
espressione, mentre la grazia di Vittore Carpaccio commove anche
gl’ignari dell’arte in molti soggetti leggendarj, e principalmente
nelle storie di sant’Orsola, piene di popolo e di addobbi, come doveva
esser Venezia allora.
Pellegrino da San Daniele udinese, scolaro di Gian Bellini, così
povero che chiese dalla città sua il posto di portiere, promettendo,
se gliel concedessero, di dipinger le arme de’ luogotenenti, il pallio
della comunità e gli stemmi su tutte le fabbriche nuove, le porte,
gli stendardi ove occorressero, lavorò principalmente a San Daniele;
e in Sant’Antonio (1497) una Crocifissione è grandemente ideata, ben
colorita e piena d’espressione, non men che altri soggetti evangelici.
Anche Marco Basaiti friulano, Giovanni Mansueti, Bartolomeo Montagna
vicentino si tennero alla castigatezza antica. Cominciò a traviare
il padovano Francesco Squarcione, che li superava in dottrina, in
prospettiva, in espressione, quanto n’era dissotto nel colorito,
nella dolcezza di contorni, nelle arie gentili e nel sentimento
religioso. Dal Levante, ove trovava intatte molte opere, da poi
mutile o distrutte, recò in patria la più bella raccolta di disegni,
statue, urne, bassorilievi, e sostituì il culto classico alle
tradizioni cristiane, coadjuvato in ciò dai professori dell’Università
padovana; sicchè vene e muscoli diligentati, pieghe architettate, pose
artifiziose parvero merito supremo.
Tali effetti spinse al massimo grado Andrea Mantegna (1430-1506), il
quale, negligendo la leggiadria dei frammenti greci per non vederne che
l’esattezza, riuscì secco come il suo maestro, fin quando sui bronzi
del Donatello acquistò un segno più libero e men convenzionale, e
pareggiò i migliori, mentre a tutti sorvolava per l’accorta convergenza
delle linee al punto di vista, non solo negli edifizj, ma nelle varie
posizioni e mosse del corpo umano: della qual maestria è il colmo il
suo scorcio del Cristo morto in Brera a Milano. Per Luigi Gonzaga a
Mantova dipinse molte opere in castello, e a chiaroscuro il trionfo di
Cesare, divenuto per l’incisione il suo più celebre lavoro, come lo
stupendo trittico della tribuna degli Uffizj, condotto con diligenza
da miniatore. Con larga erudizione e buona estetica scrisse sopra i
giganti, dipinti in chiaroscuro da Paolo Uccello nel palazzo Vitaliani
a Padova, e ottenne fama e lodi più di qualfosse contemporaneo.
Dall’ingenuità affettuosa e dalla mistica ispirazione più sviò
Giorgione Barbarelli da Castelfranco (1477-1511): come uomo che conosce
la propria possa e l’adopera senza misura, superò tutti nell’impeto,
negli impasti cacciati terribilmente di scuro, e nell’anatomia;
lusingando i sensi, non il sentimento. Di tal passo la scuola veneta
erasi avviata allo sfarzo e a non vedere il concetto se non traverso al
colorito; e la moda dei ritratti, invalsa ne’ patrizj, fe cercare più
ch’altro la materiale imitazione del vero.
Già da pezza si sapeva stampare con legni carte da giuoco e immagini
sacre, al qual modo si formavano iniziali, fregi, contorni ai libri fin
da quando esemplavansi a mano, e più dopo che si stamparono; e a tale
artifizio, ampliandolo a grandi composizioni, si applicarono Mecherino
da Siena, Domenico delle Greche, Domenico Campagnola ed altri. I nostri
però non raggiungono il merito del Dürer e dei Tedeschi, poco accurando
la perfezione tecnica, e piuttosto conducendo schizzi[22]. Solo nel
chiaroscuro, che imita l’inchiostro della Cina, primeggiarono Andrea
Andreani ed Ugo da Carpi, pittor mediocre, di cui nella sacristia de’
Beneficiati in Vaticano è un sudario _fato senza penelo_, cioè colle
dita; e che inventò o piuttosto introdusse di stampare a chiaroscuro;
cioè in due, poi tre pezzi, sicchè esprimessero tre tinte; col che
pubblicò varie invenzioni di Rafaello, con evidenza maggiore di
Marcantonio.
Un gran passo fu il sostituire al legno il rame. Il _Tractatus
lombardicus_ di Teofilo anzidetto descrive a punto il _nigellus_,
«fusione d’argento puro, rame, piombo, solfo, che si fa entrare negli
incavi fatti in una lamina d’argento, indi si leviga, e ne risulta una
lastra lucente col disegno nero». Di siffatti _nielli_ si ornavano
scrigni d’ebano, paliotti, calici, messali, reliquie, paci; e vi
spiegarono maestria Forzone Spinelli aretino, il Caradosso e l’Arcioni
milanesi, Francesco Francia da Bologna, Giovanni Turini da Siena, e i
fiorentini Matteo Dei, Antonio Pollajuolo ed altri. Compito l’intaglio,
per vedere l’effetto del nero, se ne cavava l’impronta con terra
finissima, sulla quale gittavasi solfo liquefatto, ne’ cui incavi
insinuato del nerofumo, imprimevasi su carta umida, a mano o col rullo.
Si conservano alcuni di quei solfi e di quelle prove, esordj d’un nuovo
magistero. Poichè, notatone il bell’effetto, si pensò a tirarne molte
copie, e così nelle botteghe degli orefici ebbe culla la calcografia.
Si cambiò di materia, preferendo alfine il rame; s’introdussero i
torchi, si variarono le tinte; e pare che Corrado Schweinheim, editore
dell’elegantissimo Tolomeo di Roma, insegnasse qui l’inchiostro più
opportuno.
Di questo o trovato o passo deve gloriarsi Maso Finiguerra fiorentino?
Quand’anche si accertasse che la prima impressione della sua Pace su
carta appartenga al 1452, i Tedeschi ne producono di anteriori al 50;
certo al 66 n’aveano di più belle de’ nostri[23]: dei quali poi fu
carattere il maggior rilievo, l’accuratezza de’ contorni, poi l’ombrare
robusto perchè tondeggiassero le forme. Si applicarono all’intaglio
artisti di nome: Baccio Baldini sopra disegni di Sandro Botticelli
ha lavori certi del 1477, poi il Pollajuolo, e meglio il Mantegna
cinquanta lastre lavorò, tirando alla plastica antica. In questa
pendenza lo seguirono Giannantonio e Giammaria da Brescia, Giulio e
Domenico Campagnola, Nicoletto da Modena, Girolamo Mozzetto, Benedetto
Montagna. A tutti sorvolò Marcantonio Raimondi bolognese (1488-1546?),
allevato nel niellare dal Francia, poi imitatore del Dürer, finalmente
raffinato nel disegno sotto Rafaello, col cui spirito prese un
movimento, corrispondente allo slancio dell’arte d’allora. Lo ajutarono
e seguirono Agostino veneziano e Marco ravignano, l’innominato Maestro
col Dado, Enea Vico, i Ghisi, che moltiplicarono le opere degli artisti
d’allora; talvolta disegnarono di proprio, o variavano le composizioni
dei maestri, o toglieanle da pensieri di questi; come principalmente
fece Giulio Bonasone bolognese, sicchè venivano imitati come originali.
Il fare leggero di quest’ultimo introdusse il manierato, nel quale
caddero i susseguenti.
Tutto era dunque predisposto a grandiosi progressi; la scienza dava
braccio alle arti; il Brunelleschi e l’Alberti porgevano canoni
matematici di costruzione e di prospettiva; l’incisione divulgando le
opere, cresceva l’imitazione, non restringendo più l’azione su pochi
maestri; l’immobilità monumentale delle fisionomie faceasi varia e
morbida; più studiate e ragionevoli le composizioni. Se non che lo
studio dell’antico portava a vagheggiare la correttezza delle forme
meglio che l’espressione, più ad eccitare meraviglia ai sensi che
affetto al cuore; sicchè l’arte, quanto guadagnava vigore e leggiadria,
tanto perdeva d’innocenza e dignità, divenendo manualità di stile, e la
cura di questo riducendo a puro effetto. Poi i privati per ornamento
delle case, i principi per le loro residenze chiedeano soggetti
mitologici o scene naturali; laonde gli artisti si staccarono dai
pensieri affettuosi e devoti e dai tipi tradizionali, che erano nella
pittura quel che il dantesco nella poesia.
Se la derivazione dell’arte bisantina è evidente in Firenze e Venezia,
città cresciute dopo caduto l’impero romano, in altri paesi d’antica
grandezza gli artisti poterono formarsi su modelli rimasti dall’età
latina, e fin anco dalla etrusca; e scuole distinte ebbero i paesi già
etruschi, poi aggregati alla Romagna. Piero della Francesca di Borgo
Sansepolcro dipinse in patria e pei signori di Feltre e di Ferrara,
con grazia, semplicità e difficili scorci; valse nelle matematiche,
e primo introdusse di fare modelli di terra, e coprirli di panni per
ritrarre le pieghe e le pose. Lo superò il suo scolaro Luca Signorelli
di Cortona (1440-1521), che dalle immagini commoventi e terribili passò
ad ormare i nuovi nel nudo e nel movimento, e ghiribizzò d’anatomia
nel finimondo in quel duomo d’Orvieto, nel quale apparve la robusta
giovinezza dell’arte, come l’adolescenza nel camposanto di Pisa e nel
tempio d’Assisi.
E quasi le spirasse l’alito di questo, la scuola dell’Umbria serbò
le devote concezioni e i tipi mistici, meglio il cuore appagando
che i sensi. Ivi crebbe Pietro Vannucci perugino (1446-1514), e
venuto a Firenze, coi bei paesaggi e coi fondi calmi su cui rilevano
persone agili, con piccole teste, fisionomie soavi ed espressive,
contorni fin aggraziati, pastoso rivestimento della muscolatura,
destò meraviglia; mentr’egli a vicenda vi contraea le mode che allora
invaleano della forza e del movimento, e la ricerca dell’abilità e
dell’anatomia. Quindi la diversità del suo fare; e dove nelle teste
ovali così studiate, in occhi da colomba, nelle fine labbra, sublima
il sentimento; dove invece palesa il convenzionale e gli spedienti
stereotipi, non variando le composizioni, e tirando via di pratica.
Pitagora, Orazio Coclite, Pericle, Catone, altri eroi nel Cambio di
Perugia hanno pose arcaiche e uniforme dolcezza di visi, disdicente
dal loro carattere; nè lodevoli ci pajono gli Dei della vôlta, ai
quali accompagnò sibille, profeti, il Padre Eterno, la natività, la
trasfigurazione. Stupendamente riuscì quando non cercò espressioni
istantanee, ma si attenne ai tipi devoti e alle pose riposate de’
santi: che se pare povero ne’ vestimenti e secco negli atti, con
somma grazia arieggia le teste, e colorisce con leggiadria e con un
dorato, forse troppo uniformemente diffuso per naturale sentimento
dell’armonia, ma che anima i quadri d’un dolce calore. Sisto IV lo
chiamò ad ornare la sua cappella, immortalata poi da Michelangelo: si
ammirano la Pietà del palazzo Pitti e l’affresco in Santa Maddalena de’
Pazzi: l’Assunta meritò d’essere collocata fra i pochissimi del museo
Vaticano. I dipinti fastosi di Città della Pieve sono l’anello tra lui
e Rafaello, il quale forse v’ebbe mano, certo gl’imitò.
Il quale Rafaello (1483-1520), nato da Giovan Santi pittore e poeta
d’Urbino, cominciò a lavorare in Civita di Castello e ne’ Camaldolesi
di San Severo a Perugia, e nel 1504 creò lo Sposalizio[24], di
componimento (che che vi appuntino) sobrio e di celestiale purità,
come uomo che produce il bello quasi per istinto. Quelle testoline su
corpi svelti, quelle proporzioni delicate, quella graziosa euritmia,
que’ tempietti che sembrano incorniciare la bellezza delle figure,
quell’incantevole chiarezza diffusa pertutto, rilevano affatto
del maestro. Quando poi a Firenze vide gl’idolatri dell’antico e
del naturale, fuse i tipi coll’individualità, l’ispirazione colla
finitezza; e trattando le figure con maggior pienezza e dignità,
attrasse l’universale ammirazione.
Da Bramante presentato a Giulio II, com’ebbe commissione di coprire le
vaste pareti delle camere vaticane, maggior volo prese; e colà vuolsi
seguirlo nelle varie sue maniere, che altri chiama progresso, altri il
contrario, secondo che più s’attenne all’ingenua grazia del Perugino, o
al sapiente disegno de’ Fiorentini, o al caldo colorire de’ Veneziani.
Ritraendo dalla primitiva scuola l’essenza dell’arte cristiana,
ancorchè sostanzialmente differisca nel modo di rappresentare, scelse
soggetti simbolici, la Teologia, la Filosofia, la Giurisprudenza, la
Poesia, rappresentando le idee colle figure, sfoggiando la poetica
bellezza, tanto diversa dalla simmetrica; e se minore finitezza,
ha maggiore sentimento che nella seconda maniera. Le Sibille alla
Pace non rivelano il divino spavento misto a una vaga contentezza di
concepire le verità future! Il conversare cogli eruditi, l’ammirare gli
stupendi avanzi di Roma, massime da che Leon X lo sovrappose a tutte le
antichità, lo innamorarono del classico, di più caratteristiche forme,
di più vigoroso chiaroscuro, di quello insomma che diceasi il far
grande, col che, staccandosi dalle tradizioni, indulse alla fantasia;
non si restrinse nell’unità del soggetto; alle composizioni tipiche ne
surrogò di accademiche, le quali nè forza traevano nè unità da concetti
elevati e generali. La voluttà antica purificare colla grazia, parve
il compito di Rafaello; e la serie della bellezza migliorantesi, il
progressivo affinarsi del tipo medesimo può seguirsi nella Madonna
de’ Constabili, nella Giardiniera di Parigi, in quella del Cardellino
alla Tribuna, in quella del granduca, in quella della Seggiola, nella
Madonna di San Sisto ora a Dresda, in quella di Foligno nel Vaticano.
Ma se sorpassarono quanto si fosse mai fatto, non raggiungono quella
bellezza di pacato soddisfacimento, che da Dio viene e a Dio conduce;
e mentre prima, interrogato donde traesse quelle sue divine effigie,
rispose, — Da una certa idea che mi vien in mente», da poi le cavò da
certe persone.
Agostino Chigi senese, ricchissimo e voluttuoso negoziante, lo
richiedeva di lavori continui, compiacendogli a segno, che, saputolo
invaghito d’una fornarina, se la tolse in casa acciocchè il pittore
non isvagasse fuori. E la Fornarina divenne il modello delle sante di
Rafaello, alle quali manca spesso dignità, mentre agli uomini tale
la imprime, che pajono cosa più che umana, e nel ritrarli rivela
potenza interiore; affabilità intelligente in Leone X, vivacità
arguta nel Bibiena, in se stesso grazia dolce insieme e focosa. Nella
storia di Psiche sfoggiò d’arte pagana, eppure nel nudo non riusci
mai eccellente[25]. Com’egli accurasse le opere lo attestano i suoi
cartoni; e in quelli a Milano della scuola d’Atene fin sette volte
ripassa su linee, che altri avrebbe tenute perfette alla prima. Più
tardi, pressato da commissioni, abbozzava le tele; fattele tingere
da Giulio Romano, egli vi dava quella tranquilla chiarezza e quel
finimento, oltre il quale non si poteva pretendere; poi lasciavale
copiare da scolari di seconda mano, riservandosi gli ultimi tocchi.
Ecco perchè tante le opere attribuitegli, e tante dispute su quali
siano originali: ma quanta immaginazione, quanta prontezza si voleva
per idearne e finirne tante, e anche di vaste dimensioni; oltre
dirigere feste, e disegnare cartoni per tappeti da eseguirsi in
Francia.
Di quelle stranianze, di quel fare selvatico e astratto che gli artisti
affettano quasi segno di genio, non peccava Rafaello; benignissimo
di naturale, amabile quanto le sue pitture. Instancabile a crescere
in cognizioni, traeva a sè con una specie di fascino i migliori
intelletti; de’ cui consigli si giovava, e spesso per genio antiveniva
i trovati faticosi della scienza. I giovani dirigeva amorevolmente,
e fin cinquanta pittori di nome gli facevano corteo come a maestro
allorchè andava a corte. Non che detraesse agli emuli, s’ingegnava
profittare del merito di ciascuno; quindi cerco da tutti, e la sua
vita fu una serie di trionfi; fortunato sempre, anche nel morire
prima di perdere le illusioni. A trentasette anni, spossato da
voluttà cui traevalo la sua sensibilità al bello, fu salassato, e
dovette soccombere. Il quadro della Trasfigurazione ch’egli avea sul
cavalletto, quasi la parola incompiuta d’un morente che lasciando
indovinare raddoppia l’emozione, fu la più splendida orazione alle sue
esequie.
A parte a parte si troveranno pittori che lo superino; nessuno che
come lui congiunga disegno, colorito, forza di chiaroscuro, effetto
prospettico, immaginativa, condotta, quella grazia che è più cara
della bellezza, e l’armonia della vita esteriore coll’interna; egli
divoto ne’ santi e voluttuoso nelle Galatee; egli grazioso a finire
un quadretto, magnifico nelle epopee della sacristia di Siena e
dell’incendio di Borgo, patetico nello Spasimo. Il suo disegnare non
è il supremo grado della delicatezza e giustezza? dove trovar mani e
piedi meglio rilevati che nel Battista della Tribuna? dove chiaroscuro
più efficace che nella liberazione di san Pietro? l’Eliodoro e il
miracolo di Bolsena sono pel colorito i migliori affreschi del mondo,
anche a fronte di quei del Giorgione e di quei del Tiziano a Padova. Nè
altri mai colse la natura sul fatto come lui; mirabilmente esprimendo
le particolarità della vita morale e fisica, cioè l’individualità,
senza pregiudicare all’insieme; e in quegli ampj componimenti
potè estenderla alle età, agli affetti, ai caratteri tutti, non in
situazioni esagerate, ma in gradazioni composte, alla profondità
congiungendo flessibilità meravigliosa, nulla trattando alla leggera,
e dalla graziosità delle forme non iscompagnando la giustezza del
pensiero; sicchè, come Apelle dell’antica, così egli offre il tipo
della bellezza moderna e del mistico ideale[26].
Scolpiva anche ed architettava; e composizioni di gusto castigato e non
servile pose per isfondo dei quadri. A Firenze i palazzi Uguccioni in
piazza del granduca, e Pandolfini in via San Gallo disegnò con purezza
e nobiltà d’elevazione e di fregi; in Roma rimpetto della Farnesina
del Peruzzi pose un palazzino elegantissimo pel Chigi; e principalmente
lodano quello vicino a Sant’Andrea della Valle. Nel cortile in Vaticano
le loggie aperte a tre piani, e vi storiò cinquantadue fatti sacri, con
arabeschi ai quali innestò figure umane e simboliche, cosa non usitata
nè da Cristiani nè da Arabi, ma che poi si riscontrò nelle terme di
Tito, e ch’egli potea aver conosciute: e quel lusso fu adottato a
ornare regalmente i palazzi, e diffuse il gusto di purissimi ornamenti;
tanto più che, essendosi allora perfezionata l’incisione, Marcantonio
non credette adoprar meglio il magistrale suo bulino che sulle opere
di Rafaello, le quali così potevano rapidamente essere ammirate dai
lontani.
Per altre vie che dell’ordine e della castigatezza giganteggiò
Michelangelo Buonarroti (1475-1564), da Caprese aretino. Allogato
a Firenze col Ghirlandajo, il dipintore allora più famoso, tanto se
l’affeziona, da farsene perdonare le correzioni che fa ai disegni di
lui, ridintornandoli fieramente. Per dare la baja a cotesti che non
sanno ammirare se non ciò ch’è antico, finge avere scoperto un Cupido,
e come l’ode lodato a cielo, palesa d’esserne autore egli, giovane sui
vent’anni. Il conversare con Lorenzo de’ Medici e coi letterati della
costui Corte, e le preziosità di quella galleria l’iniziano ai precetti
della scuola; ma diceva che chi non sa far bene da sè, non può ben
servirsi delle cose altrui.
Vedendo insigni antichità allora venute in luce, quali il torso del
Belvedere, l’Ercole e Anteo, l’Ercole Farnese, il Laocoonte, giudicò
inespressiva la calma dei moderni: e mentre prima di lui usavansi
inflessioni sobrie e maestose, cercando nel disegno piuttosto il
decente che il miracoloso, dell’anatomia valendosi solo per dar
ragione delle movenze; nell’architettura volendo accoppiare la forza
colla convenienza, Michelangelo pensò bisognasse alle figure dare
vita dal capo ai piedi, anzichè concentrarla nel solo volto; preferì
i nudi e le musculature; e pigliata fiducia dalle vive lodi e dalle
grandiose commissioni, lanciossi ad ardimenti che solo il suo genio
può giustificare; e colla imitazione della natura arrivò a surrogare
all’antico ideale un altro, ch’è l’apoteosi della forza dell’uomo.
Dapprima baldanzoso ad abbracciare tutte le arti sorelle, come si
vide cerco e vantato fu preso da subito sgomento di se stesso e
dell’arte; e gittato lo scalpello, senz’altro che la Bibbia e la
Divina Commedia si ritirò a gemere in versi desolati; avvicendamenti
d’esaltazioni e di sconforti, che le anime grandi conoscono. Gli
restituì la fiducia Giulio II, commettendogli un mausoleo, degno del
committente e dell’artista, con grande architettura e ben quaranta
statue, delle quali il Mosè non era che una[27]. Ne strillarono i
competitori, e attesero a torgli l’amor del papa; ma avendolo questo un
giorno fatto aspettare in anticamera, egli lasciò detto all’usciere:
— Quando mi domanda, rispondigli che son ito altrove». E detto fatto,
monta sulle poste e torna in Toscana; vani i corrieri a spron battuto
spacciati sull’orme di lui dal pontefice; vane le lettere a lui, i
brevi minacciosi alla Signoria; dice voler recarsi al granturco, che
lo richiede d’un ponte fra Costantinopoli e Pera. Alfine rivenne a
Roma, e il monsignore che l’introdusse volle scusarlo presso Giulio
II della sua scortesia; ma il papa, costretto a fargli buon viso, fu
lieto d’avere su cui sfogare il suo rancore, strapazzando il prelato;
poi all’artista commise la statua sua per Bologna. «Maestà, forza,
terribilità» v’avea egli espressa, talchè il papa gli domandò, — Dà la
benedizione o la maledizione?» I Bolognesi ammutinati la mandarono a
pezzi, e Alfonso d’Este ne fece un cannone.
I cartoni della guerra di Pisa, che in venti mesi terminò a Firenze,
avevangli dato fama del più grande disegnatore. Vorrebbesi che
Bramante, per mortificarlo, insinuasse a Giulio II di fargli storiare
la cappella di Sisto IV, sperando, nell’insolito artifizio del fresco,
resterebbe inferiore a Rafaello e agli altri. Invano scusatosene,
Michelangelo si rinchiuse senza veder nessuno, nè a nessuno fidarsi;
non potendo escludere le distraenti officiosità del papa, or gli faceva
cascare una tavola ai piedi, or lo impolverava, quasi fosse caso; e se
l’impaziente gli chiedeva — Quando avrai finito?» rispondeva: — Quando
potrò». Vorrebbero che in venti mesi compisse quel suo capolavoro.
Rispettando le architettoniche forme, come opportune a dare anch’esse
solidità e vita, divise in altrettanti comparti la storia, dalla
prima colpa sino a’ preludj della redenzione. I profeti e le sibille,
gigantesche cariatidi ne’ pennacchi, sembrano appoggiare non meno la
vôlta della sala che l’edifizio dell’antica legge; e negli atti nuovi,
ne’ volti, ne’ panneggiamenti mostrano quel vigore di spirito che sa
tenere viva la speranza in un mondo pervertito: mentre con moltissime
difficoltà d’esecuzione è espresso l’incanto del bello nella creazione,
e la calma nelle scene patriarcali.
Compiva egli i sessant’anni quando Paolo III con dieci porporati gli
venne a casa pregandolo di ripigliare a dipingere una faccia della
cappella stessa. Accettò, ma cascato dal palco e fiaccatasi una
gamba, per nuovo scoraggiamento avea deliberato lasciarsi morire; pure
distolto dal proposito, in otto anni compì il famoso Giudizio. Quella
simmetria che s’ammira negli affreschi precedenti, qui è dissimulata
fino a somigliare alla varietà della natura: eppure senza che verun
interstizio palesi una distribuzione sistematica, il pensiero si eleva
di giro in giro dal primo rifluire della vita, dalle prime angosce
dell’inferno, dalle prime aspirazioni verso il bene supremo, fino alle
ultime lotte della speranza, o dalla calma delle schiere beate fino
all’esultanza del trionfo e alla gloria di Colui, che sovra i maledetti
fa terribilmente inclinare le sfere rotanti.
Ebbe così ritratti in quella cappella i due punti estremi della vita
del genere umano; e niuno seppe meglio rapire alla natura il segreto
delle ineguali proporzioni, in modo d’imprimere sulle membra i
differenti destini; nè rivelare più sentitamente la robusta espressione
meditabonda. Come Fidia ad Omero e alle tradizioni poetiche dell’età
sua, così egli s’ispirò alla Bibbia e alla Divina Commedia per
nobilitare la natura umana: ma Dante, dopo gli spasimi dell’inferno,
ricrea coll’eterno riso e l’ineffabile dolcezza del cielo; Michelangelo
subordina l’etereo e il sovrumano ai materiali spedienti del
disegno; vuole il nudo e l’anatomia, senza riflettere a modestia o a
convenienze, senza ricordarsi che, nell’arte non meno che nella morale,
si trova vero quel proverbio, — Non osservar troppo sotto la pelle». E
coloro che si avventano contro Paolo IV che fece da Daniele di Volterra
velare i nudi della Sistina, sappiano che l’Aretino, l’Aretino io dico,
disapprovò tali indecenze, il cui abuso in un’anima così bella mostra
quanto si fossero incarnate coll’arte le idee pagane[28].
Vogliono che dalle opere di lui Rafaello traesse l’ultima sua
maniera larga: ma mentre Michelangelo diceva, — Quanto Rafaello sa
di pittura, sono io che glie l’ho insegnato», questi, senza tenersi
offeso dell’esagerazione, si chiamava felice d’essere nato al tempo di
Michelangelo. Mentre Rafaello infrena il proprio genio, s’acconcia ai
varj maestri, e tiene della grazia primitiva anche quando s’avventura
al robusto e al teatrale, il Buonarroti sovverte le nozioni del
bello, rende incerti, arbitrarj, convenzionali i limiti dell’arte.
Rafaello, col segreto delle simpatie esprime il carattere, il patetico
ancor più che il bello; in invenzioni che appagano il giudizio e
toccano il cuore, si può dir veramente trasfonda la vita e il sentire
e il visibile parlare. Gli studiosi dei segreti dell’arte e delle
difficoltà materiali stordiscono innanzi alle opere di Michelangelo;
ma chi non vuole disgiunto il bello dal ragionevole, appunta quella
fantasia senza moderazione, quel grandioso esagerato, quella robustezza
posta ne’ santi come ne’ demonj, quei gruppi d’abilità, d’apparato,
d’ostentazione, che comandano la meraviglia, non ispirano l’affetto.
In mano di Michelangelo ogni cosa giganteggia; sempre originali i
concepimenti, grandiose le forme, larga la maniera; magnificenza di
piani e varietà di accessorj accoppiate a profondità e semplicità. Nel
Mosè io non vo ad ammirare quel braccio nè a censurare quella barba,
e i muscoli da facchino o il non istorico panneggiamento; neppure mi
ricordo che dovea figurare fra tante altre statue e in piano diverso
dal presente: ma a quell’indefinibile di melanconico e di venerando
impressogli nel viso che cosa potrebbe mettere a petto l’antichità?
Se non che l’anima sua tutt’azione mal tollerava i freni dell’arte,
quasi neppur quelli della materia: di qui la natura de’ suoi lavori,
tanti eppure tutti staccati da ogni tradizione di scuola, e sempre con
potente personalità, e aventi per carattere indefettibile la forza.
Architetture bizzarramente complesse carica di statue in posizioni
faticose, quasi potenti volontà incatenate da una forza prevalente, e
costrette a mestizia eterna o ad una meditazione prossima al disperare:
fino i suoi colori sono così ricisi, così taglienti i contorni, che li
credi destinati a rilevarsi in marmo.
Soggiogando la materia alla sua fantasia, pretendeva dare corpo
al sentimento, ridurre le statue ad esprimere generose concezioni,
possibile fosse o no; onde molte incominciò e non finì; altre ferì
di colpi sì risoluti, da venirgli poi meno il marmo; i nudi sdrajati
sulle tombe de’ Medici, doveano essere allegorie, nate nella concitata
immaginazione per significare tutt’altro che le glorie dei Medici; e in
Lorenzo di Pietro, il più inetto e tristo di quella razza, atteggiava
un’idea intitolandolo il _Pensiero_, e mettendo l’anatomia a servizio
di questa. E sempre egli vagheggiava una forma indipendente, che
traesse importanza unicamente da sè e per sè, che comandasse lo stupore
colle ardite combinazioni: ma cercando l’effetto senza riguardo alla
convenienza, aperse la via alla corruzione, e coll’abuso dell’astratto
spuntò il sentimento della castigatezza. Sarebbe però ingiustizia
apporre all’iniziatore il trasmodare degli imitatori.
Anche nell’architettura ridestò lo stile colossale e l’unità d’ordine:
ma poichè il modo antico non si confaceva più coi bisogni e colle
idee presenti, gli si surrogava il convenzionale. La sacristia di
San Lorenzo, cappella funeraria de’ Medici, maestosa nelle masse,
pecca di licenze e magrezze: nella biblioteca Laurenziana si trovava
legato da troppe convenienze: al palazzo Farnese di Roma, disegnato
dal Sangallo, pose il cornicione più bello dopo quel del Cronaca a
Firenze. Commessagli da Pio IV una chiesa sulle terme di Diocleziano,
seppe valersi delle ossature antiche con un rispetto che neppure
in quella chiesa usarono a lui i successivi architetti. Riordinò il
Campidoglio sul declive opposto al primitivo, con un balaustro tutto
a pezzi antichi, e col Marc’Aurelio equestre; la spianata fiancheggiò
di due ale di palazzo, e cominciò quello del Senatore, alzato poi da
Giacomo della Porta e dal Rainaldi con infelici variazioni. Ivi egli
inventò il capitello jonico colla voluta in fuori, per quel desiderio
d’originalità che il traeva a innovamenti non necessarj di disposizione
e di decoramento; come nella porta Pia, mescolanza illaudevole
di classico e di nuovo, da cui furono spinti a tante bizzarrie
gl’imitatori.
La basilica di San Pietro in Vaticano, malgrado i difetti, resta
il capolavoro delle arti, delle quali offre la storia dal tempo
che Proba nel IV secolo v’ergeva un tempietto a suo marito Anicio,
infino al Tenerani. Ideata al tempo di Costantino sul tipo di San
Giovanni Laterano e di San Paolo, ebbe atrio quadrifario al vestibolo;
internamente cinque navi; erte mura di mattoni; pavimento di marmi varj
di figura, di grandezza e colore; finestre colorate in telaj di bronzo;
bronzo le imposte della porta principale, tolte a qualche tempio, come
n’erano tolti altri membri. In appresso fu modificata, e aggiuntivi
altari e monumenti di forma e destinazione diversa, oratorj, sacristie,
cappelle, biblioteca, monasteri, mausolei; varianti di stile secondo
i passi dell’arte. Dite altrettanto delle pitture e de’ musaici, sì
internamente come sulla facciata, alla quale sovrastava una croce di
marmo con a’ piedi Cristo seduto, avente alla destra la Madonna, alla
sinistra san Pietro, da piè Gregorio IX inginocchiato, e ai lati i
quattro animali simbolici.
Riedificare quella basilica in modo che, sorpassando i monumenti eretti
dai padroni del mondo, rappresentasse la grandiosità cattolica, pensò
Nicola V, e ridurre il palazzo Vaticano bastante a tutti i cardinali,
che circonderebbero il papa quasi un concilio permanente; ivi tutti gli
uffizj della curia; ivi grandioso ricinto del conclave; immenso teatro
per la coronazione; sontuosi appartamenti pei principi; il colle,
tutto sparso di edifizj, comunicherebbe colla città per lunghi portici
a botteghe; attorno giardini, fontane, cappelle, biblioteca. Morte
interruppe il disegno datone da Nicolò Rosellini; e il piano di Leon
Battista Alberti per la chiesa conosciamo solo dalla descrizione del
Bonanni.
Fatto che sarà il mausoleo di Giulio II, dove collocarlo? Michelangelo
propose di compiere la tribuna, dal Rosellini divisata in testa
all’antica basilica; non vi vorrebbero meno di centomila scudi. —
Ducentomila se occorrono», rispose Giulio; e si cominciò a discuterne;
e come di cosa nasce cosa, quel papa, a cui nulla parea troppo grande,
sentì nascersi il desiderio di dare degna occupazione ai valenti
artisti col ricostruire San Pietro. Bramante prevalse ai competitori,
ma i disegni andarono perduti, salvo quel che Rafaello raccolse e che
il Serlio pubblicò. Davanti, un peristilio a triplici colonne; dentro,
croce latina terminante in tre semicircoli, donde l’occhio s’alzerebbe
alla cupola, per la quale, sopra le volte gigantesche del Tempio della
Pace, proponevasi collocare la rotonda del Panteon.
Niuno dunque può contendergli il merito del gran concetto, benchè non
effettuato: e quella perfetta unità, con armonia delle linee e delle
parti, avrebbe fatto parere San Pietro più grande del vero, come ora
accade il contrario. Postovi mano, della fretta apparvero risentimenti
nei crepacci; e i contrafforti con cui Michelangelo rinforzò i deboli
piloni, alterarono l’economia dell’edifizio. Morti Giulio e Bramante;
morto il Sangallo che aveva compilato tutti gli edifizj di Roma antica
in un disegno che sarebbe riuscito interminabile; morti frà Giocondo
e Rafaello, cui Leone X l’avea successivamente affidato, l’ebbe
Baldassarre Peruzzi. Costui disegnò una croce greca, finita in quattro
emicicli, sopra cui quattro campanili: entrandovi per quattro porte,
l’occhio da ogni parte cadeva sopra l’altare posto in mezzo, sotto alla
cupola. Bello e armonico disegno, ma al quale sarebbe stato mestieri
altro coraggio e vivacità che non n’avesse il Peruzzi, meglio opportuno
a disporre piccoli palazzi e facciate eleganti.
Paolo III nel 1546 affidò la fabbrica a Michelangelo, il quale
di settantadue anni si accinse a coprire San Pietro. L’età e più
il carattere toglievano ch’e’ pensasse, come altri, a perpetuarsi
l’impiego eternando il lavoro; ricusò l’assegno di seicento zecchini;
e mentre un modello complicatissimo del Sangallo era valso cinquemila
centottantaquattro scudi, egli finì il suo in quindici giorni, e
con venticinque scudi, sopprimendo le particolarità dispendiose, e
con ciò aumentando maestà, grandezza, facilità. Preferì la croce
greca, corintia dentro e fuori, con un ordine solo, e colla più
possibile unità. Il papa gli concesse di mutare quel che voleva,
ma nulla alterasse il modello; ond’egli, vinte le cabale, superando
le maldicenze coll’unico mezzo da ciò, il disprezzarle, inoltrò di
pari passo tutto l’edifizio. La cupola doveva costituirne la parte
principale, e dai quattro bracci godersene la vista; e il grandioso
stilobate, sovra cui rilevò tutto l’edifizio, accenna qual sarebbe
riuscita la fronte se i successivi non l’avessero guasta.
Tra questi lavori morì a novant’anni. Al suo mortorio in San Lorenzo
soprastavano il Vasari e il Bronzino pittori, l’Ammanato e il Cellini
scultori: Benedetto Varchi recitò l’orazione funebre, molti poetarono,
altri fecero una quantità d’iscrizioni. V’assisteano da ottanta fra
pittori e scultori: molti aveano fatto mostra di abilità nel catafalco,
ornato di storie a chiaroscuro e di statue: e Fame ed Eternità, e
l’Odio e la Sproporzione e la Pietà, tutti i fiumi del mondo che
venivano a condolersi coll’Arno; tutti i pittori da Cimabue in poi che
incontravano l’ombra di Michelangelo; e varj atti della vita di questo,
e massimamente gli onori rendutigli da principi; ed altre invenzioni ed
allegorie, perdonabili ad apparati effimeri[29].
Certo egli fu uno de’ caratteri più nobilmente improntati. Molto doveva
ai Medici, pure ne aborrì la tirannia; munì di difese Firenze, ma
prima che assediata fosse partì per Venezia. Reduce poi, e perdonato
da Clemente VII, s’adoprò per quelli che aveano resa serva la sua
patria; ma sulla statua della Notte scrisse, « — È bene ch’ella dorma
per non vedere i mali e l’obbrobrio»[30]: rifiutò d’architettare la
fortezza; e chi dicesse che poco monta perchè altri la farebbe, non
merita di capire cosa sia la dignità. Di profondità morale e religiosa
son monumento le sue lettere al Vasari, che gli narrava le feste per la
nascita d’un nipotino di lui: — Mi dispiace tal pompa, perchè l’uomo
non deve ridere quando il mondo tutto piange; e mi pare che Lionardo
a un che nasce non abbia a fare quella allegrezza che s’ha a serbare
alla morte di chi è ben vissuto». Austero di condotta, frugale e perciò
incorruttibile, amò quei che gli stavano attorno, la morte d’un fedel
servo l’accorò come fosse d’un figlio, e scriveva al Vasari: — Voi
sapete come Urbino è morto, di che m’è stata grandissima grazia di
Dio, ma con grave mio danno e infinito dolore. La grazia è stata che,
dove in vita mi teneva vivo, morendo m’ha insegnato morire non con
dispiacere, ma con desiderio della morte. Io l’ho tenuto ventisei anni,
e hollo trovato carissimo e fedele; e ora che lo avevo fatto ricco, e
che io lo aspettavo bastone e riposo della mia vecchiezza, m’è sparito,
nè m’è rimasta altra speranza che di rivederlo in paradiso. E di questo
m’ha mostro segno Iddio per la felicissima morte che ha fatto, chè,
più assai che ’l morire, gli è rincresciuto lasciarmi in questo mondo
traditore con tanti affanni, benchè la maggior parte di me n’è ita
seco, nè mi rimane altro che un’infinita miseria».
Amò Vittoria Colonna d’amor casto e profondo, e nella morte di lei
risentì tutta la poesia del dolore; «e mi ricorda d’averlo udito
dire che d’altro non si doleva, se non che, quando l’andò a vedere
nel passare di questa vita, non così le baciò la fronte o la faccia,
come baciò la mano»[31]. Agli emuli non rispondeva, dicendo: — Chi
combatte con dappochi non vince a nulla». La persuasione del suo
merito s’avvicinava all’arroganza, eppure tratto tratto ricadeva nella
diffidenza, non delineava più che soggetti della Divina Commedia,
e rifuggiva sotto l’ale della misericordia eterna[32], e credevasi
insufficiente all’arte, mentre gli fioccavano onori.
Con sì splendide, anzi uniche commissioni abbracciando l’intero
ciclo delle arti, sopravvivendo a quanti aveano levato grido,
colla robustezza di un genio che ne’ suoi vortici trascinava quanto
l’avvicinasse, colla nobiltà d’un carattere incontaminato, colla
franchezza nel dar precetti e sentenze, coll’aver creato modelli
in ciascuna delle arti e nelle due città che n’erano centri, dovea
naturalmente eccitare l’entusiasmo del suo secolo, che lo proclamava
«più che mortale angel divino»; entusiasmo alimentato anche dagli
scrittori d’arte, fiorentini i più, e dai successivi che voleano
innestare la nascente loro gloria sul nome del maestro di cattiva
scuola. Perocchè, amico siccom’era del singolare più che del vero,
proponendosi che le produzioni dell’arte riuscissero più belle che
quelle della natura, e mirando agli effetti anche dove il soggetto non
li domanda, avviò ad un bello di convenzione, e a quel precipizio di
cui egli accorgevasi di camminare sull’orlo, quando, nel compiacersi
della cappella Sistina, esclamava: — Quanti quest’opera mia ne vuole
ingoffire!»
Fu nel maggior trionfo di Michelangelo che tornò a Firenze il Perugino,
e mentre le sue figure erano dichiarate goffe da quello, egli trovava
dure e senz’anima quelle di Michelangelo: ne derivarono ingiurie e
risse, e il tribunale degli Otto interpostosi, die’ torto al Perugino.
Il quale allora scredette in se stesso, volle emulare la scuola
naturalista, e mal riuscendo, era bersagliato dai Michelangioleschi
con epigrammi e pasquinate, come secco di stile, duro e povero nel
drappeggiare, monotono ne’ caratteri e nelle pose, scarso e ripetuto
nelle invenzioni; aggiungevano fosse avaro[33]; le quali maldicenze
raccolsero e tramandarono il Vasari per piaggiare a Michelangelo,
e Paolo Giovio, pel cui museo egli non volle tributare. Il Perugino
difendevasi male, come chi un tempo si vide lodatissime le qualità che
allora gli si rinfacciavano; uscì di Firenze per sempre, ma continuò
a lavorare; e attorno a lui fiorivano Giovanni spagnuolo, Gaudenzio
Ferrari lombardo, Girolamo Genga d’Urbino eccellente prospettista,
Pierino da Pistoja, il Boccaccini di Cremona, il Pinturicchio, il
Rossetti, l’Ingegno, come era soprannominato Andrea Luigi d’Assisi,
che divenuto cieco, visse fino a ottantasei anni, consolandosi che sol
questa miseria l’avesse impedito d’eguagliare Rafaello.
Coi due sommi s’accompagna Leonardo da Vinci (1452-1519), pittore,
scultore, poeta, musico, geometra, architetto; talento universale,
eppure in niuna parte leggero; se non che quel suo bisogno di cercar
sempre novità gli lasciò eseguire poche cose, poche finirne. Carattere
puro e fermo, a’ suoi scolari largheggiava soccorsi; a chi non fosse
contento de’ suoi quadri, restituiva il prezzo convenuto; e quanto
fosse disinteressato lo attestano le centinaja di disegni che lasciò,
la cui finitezza prova pure quanto e come studiasse. Comprava uccelli
per diletto di liberarli: sbizzarriva d’invenzioni; e per sorprendere
gli amici or diffondeva esalazioni fragranti, ora fetide; or
disponeva un immenso budello, e riempiendolo d’aria con un soffietto,
ravviluppava gli astanti fra quelle inaspettate spire; or dava il volo
ad uccelletti meccanici, trastulli di mente bisognosa di creare.
Lodovico il Moro, «il quale molto si dilettava del suono della
lira», lo chiamò a Milano «perchè sonasse uno stromento, di sua
mano fabbricato»; ma datosi a conoscere per meglio che sonatore,
fu adoperato in opere di meccanica e idrostatica. Mentre però tanto
ardimento mostrava in queste, «pareva che di ogni ora tremasse quando
si poneva a dipingere; e però non diede mai fine ad alcuna cosa
cominciata, considerando la grandezza dell’arte, talchè egli scorgeva
errori in quelle cose che ad altri parevano miracoli» (Lomazzo).
Sedici anni si ostinò attorno al modello della statua equestre di
Francesco Sforza, e indugiossi a fonderla tanto, che i Francesi di
Luigi XII venuti a Milano la presero a bersaglio. Nel refettorio delle
Grazie dipinse con lunghissima attenzione il Cenacolo[34]; dove,
escludendo i materiali indizj della santità e divinità e i simboli
tradizionali degli apostoli, volle che ciascuno restasse conosciuto
dall’aria e dall’emozione natagli all’udire le patetiche parole: onde
in quel dramma armonico e ragionevole presentò la scala ascendente
nella bellezza della forma, usandola come pacata manifestazione di
sentimenti profondi. E dipinger la passione fu la sua gran lode, e
col rappresentare i caratteri elevò l’arte al patetico che n’è il
trionfo. Duole che, oltre l’infelice situazione, egli abbia compromesso
quest’insigne lavoro col dipingerlo non a fresco, ma a olio; sicchè
ormai non si va che a deplorarne gli smunti avanzi. Con sentimento
ragionato coglie felicemente l’insieme e i particolari, unendo l’ideale
e il reale penetra nella vita del corpo e dello spirito; giovasi
di tutte le scuole per vestir forme perfette a concetto assegnato e
profondo, nè cede a veruno de’ contemporanei per isquisito disegnare
e fermezza di linee e forme. Sommo nel magistero del colorire, colla
grazia e il giuoco dell’impasto dava ai lumi uno splendore misurato
che portasse rilievo alle figure, sicchè divenne maestro del tingere ai
Veneziani stessi, e al Giorgione[35] non meno che a frà Bartolomeo.
Caduto Lodovico il Moro, Leonardo tornò a Firenze, e per quattro
anni carezzò il ritratto di madonna Lisa, dove il sorriso della
voluttà antica è rialzato dall’intelligenza moderna, e che fu da re
Francesco comprato quattromila scudi; come la bellezza misteriosa
e il riso fugace si ammirano in quella sua Gioconda, attorno alla
quale s’industriò vent’anni il bulino del Calamatta, per offrirla
come un giojello all’esposizione universale del 1855. Preparò il
cartone della battaglia d’Anghiari, che a concorrenza con Michelangelo
dovea dipingere, tutto impeto e vita d’uomini e di cavalli: ma nato
un tumulto, gli invidiosi o gli ammiratori (spesso per vie diverse
riescono al medesimo fine) lo fecero in brani per disputarseli: quasi
fosse destino l’andar a male le opere di lui più studiate. Aveva allora
cinquantadue anni; e incontentabile com’era, non potè più reggere a
fronte de’ Michelangioleschi, che a vedere e non vedere finivano le
loro opere; onde volentieri accettò la chiamata di re Francesco, ma non
pare compisse alcun lavoro in quella Francia, che or tanti possiede dei
quadri e degli scritti suoi[36].
Quanto profondo scrutatore fosse della natura, lo attestano gli scritti
di variatissima scienza, che lasciò confusi ed informi, e gli estratti
o raccozzamenti che se ne stamparono; dove la qualità che campeggia è
la sagacità. Il suo trattato della pittura è delle prime disquisizioni
intorno ai canoni dell’arte, solendo dire che la teorica è il capitano,
la pratica i soldati: meditato scientificamente il corpo umano, diede
una teorica precisa d’anatomia pittoresca. Pose prima di Bacone che,
«senza la sperienza, nulla dà di sè certezza»; e vuole per mezzo di
questa si scopra la ragione: essa è interprete della natura, nè mai
s’inganna, bensì il giudizio nostro coll’aspettare effetti ch’essa non
porge; la si consulti dunque, variando di modi, finchè possano trarsene
conseguenze generali. Mancano di certezza le scienze cui non possa
applicarsi qualche parte delle matematiche. Quelli che non consultano
i fatti ma gli autori, non sono figli della natura, ma nipoti,
poichè essa sola è maestra de’ veri ingegni. Benchè essa cominci dal
ragionamento e finisca colla sperienza, via opposta dobbiamo tener
noi; citare prima lo sperimento, poi dimostrare perchè i corpi sieno
costretti operare a quel modo.
La meccanica chiamava «paradiso delle scienze matematiche, perchè
con quella si viene al frutto d’esse scienze»: onde fece moltissime
macchine per le arti o per le occorrenze domestiche, e v’applicò la
geometria. Conobbe la teorica delle forze obliquamente applicate alla
leva, e il contrasto delle travi; tenne conto degli sfregamenti, con
metodi ingegnosi che poi Amontons perfezionò; dichiarava impossibile
il moto perpetuo e la quadratura del circolo; inventò un dinamometro;
applicò a molti casi il teorema delle celerità eventuali; primo de’
moderni si occupò del centro di gravità e dell’influenza sua sui corpi
in riposo e in moto; spesso ripete che i corpi pesano nella direzione
del loro movimento, e che il peso (oggi diremmo la forza) cresce in
ragione della velocità; sa che, nella discesa per piani inclinati di
eguale altezza, il tempo sta come le lunghezze; che un corpo discende
per l’arco d’un circolo, piuttosto che per la corda; e che calando
per un declive, risale con altrettanta velocità come fosse caduto
perpendicolarmente da altezza eguale.
Scrisse sulle fortificazioni; d’idrostatica stese un compiuto trattato
con un concatenamento di problemi, e prevenne d’un secolo il Castelli
posando le basi della teoria delle onde e delle correnti; conobbe la
forza del vapore, e pensò fin applicarlo ai cannoni da guerra[37]. A
lui è dovuto il pensiero d’incanalar l’Arno dopo Pisa, opera compiuta
due secoli appresso da Vincenzo Viviani; insegnò le colmate, o almeno
le descrisse esattamente e ne diede la teorica; descrive la camera
oscura prima del Porta; prima del Maurolìco spiega lo spettro solare
in un buco angoloso; prima di Argand osserva che, se il lucignolo
d’una lampada fosse forato, il colore della luce riuscirebbe uniforme;
insegna la prospettiva aerea, la natura delle ombre colorate, i
movimenti dell’iride, gli effetti dell’impressione visuale e altri
fenomeni dell’occhio, ignoti a Vittelion.
In un capitolo _Sull’antico stato della terra_ confuta coloro che
diceano la natura e l’influenza degli astri aver potuto formare le
conchiglie d’età differenti che si trovano nelle roccie, e indurire
le sabbie a varie altezze, in varj tempi; ma supponendo il mare
abbia coperti i terreni, non solo spiega per via di sedimenti le
stratificazioni orizzontali o diversamente inclinate, ma accenna
anche il sollevamento de’ continenti. Attribuì alla forza del sole
l’esser le acque sotto all’equatore più elevate che ai poli, affine
di «ristabilire la perfetta sfericità»; errore, ma che indica come
conoscesse la disuguaglianza degli assi. Prima di Copernico sostiene
la rotazione della Terra, in grazia della quale considera come composto
il movimento de’ corpi nel cadere. La luce cinerica della parte oscura
della Luna spiega colla riflessione della Terra, come gran tempo
di poi asserì Mästlin[38]. Capì che l’aria atta alla respirazione
doveva alimentare la fiamma. All’universalità di cognizioni univa
quella potenza magistrale, che non solo trova la perfezione, ma sa
trasmetterla, e alle due scuole distinte che lasciò a Firenze e in
Lombardia insegnava a dipinger la vita, il movimento, farvi concorrere
alla rappresentazione tutte le abilità, disegno, colorito, carattere, e
tutte regolate dalla ragione.
Collochiamo dunque il Vinci tra i restauratori della scienza e della
filosofia, col rincrescimento che le occupazioni troppo variate gli
abbiano impedito di trarre a compimento o di far pubbliche tante
sottilissime e capitali invenzioni. E agl’ineducati artisti dei
giorni nostri non si finisca di ripetere come i tre più grandi fossero
addottrinati così che sarebbero immortali se anche non avessero dipinto
e scolpito. L’intelligenza dà all’arte l’ultima forma e grandezza.
Meno per genio proprio che per fatica perseverante e armoniosa
imitazione si schiera coi sommi Andrea del Sarto (1488-1530), il quale
la devozione di frate Angelico e la meditazione di Leonardo riprodusse
nella Madonna di San Francesco, e in quella del Sacco, che Rafaello
non avrebbe finita più delicatamente, nè Michelangelo più largamente
disegnata. La storia del Battista nello Scalzo del 1514 ha disegno
puro e facile, semplice disposizione di figure, pôse assicurate,
angeli e bambini deliziosi a vedersi, e inarrivabile contrasto di luce
e d’ombre. Nel cortile dell’Annunziata cominciò, il 1510, la vita di
san Filippo Benizzi, ridente sempre e grazioso, con ischietta dignità,
pur già piegando verso la monotonia e la negligente facilità: che
se meritò il nome di _Andrea senza errori_, difettò nella poesia di
grandiosi concetti, e nel robusto aggruppare. Chiamato in Francia, e
avuto da quel re denari per venir qui a comprare quadri, se li tenne
per passione della Lucrezia del Fede; dalla quale bassezza avvilito, si
rimpiattò; ebbe a soffrire dei disastri ultimi della sua patria, infine
morì di quarantadue anni, derelitto perfino dalla Lucrezia. Quando, per
l’assedio del 1529, si demolivano i sobborghi di Firenze, non si osò
porre il martello ad una parete di San Salvi, dove Andrea avea dipinto
la Cena.
Furongli amici e ajuto il Franciabigio e il Puligo; e migliore Jacopo
Carducci, detto il Pontormo, che, vedute le incisioni di Alberto Dürer,
chinò a quel fare, poi al michelangiolesco, e così variando sempre
senza proprio carattere, l’altrui imitava per modo di farsi scambiare.
Del Bronzino suo scolaro lodano l’Adultera e il Sagrifizio d’Abramo;
gentile ne’ volti e vago nelle composizioni, ma con poco rilievo e
colorire giallastro e scarsa varietà. La Deposizione alla Trinità de’
Monti, uno dei tre migliori quadri di Roma, loda Daniele Ricciarelli di
Volterra, indipendente scolaro di Michelangelo, come la strage degli
Innocenti alla galleria di Firenze. L’intimo sentimento religioso,
ricavato dalla venerazione pel Savonarola, salvò frà Bartolomeo della
Porta (1469-1517) dalle invenzioni voluttuose, allora domandate, e
colla tranquillità dignitosa che infuse nelle sue figure meritò un
posto nella tribuna di Firenze. A lui Pier Soderini gonfaloniere
commise un quadro da collocare nella sala del gran consiglio, dove
fossero tutti i santi e protettori di Firenze, e quelli nel cui
giorno ebbe vittorie. Sommo coloritore e maestro nel panneggiare, dai
Michelangioleschi era motteggiato come inetto alle grandi proporzioni
e inesperto d’anatomia; al che rispose trionfalmente col colossale
San Marco e col nudo San Sebastiano: ma la moda e le statue antiche lo
trassero negli ultimi tempi in crudezze di linee e di tinte[39].
Fede all’arte cristiana conservarono l’incisore Baldini, devoto al
Savonarola, Giannantonio Sogliani, che ne’ visi dei santi esprimeva
«un riverbero della gloria del cielo», e dell’inferno in quelli dei
ribaldi; Lorenzo di Credi, puro, ingenuo, tutto soave melanconia;
Ridolfo del Ghirlandajo, che spira pietà nella Madonna in San Pietro
di Pistoja, e nei due miracoli di San Zanobi alla galleria de’ Pitti.
Ebbe carissimo un Michele, per ciò detto di Ridolfo, che seco lavorò in
molte chiese di Firenze. Le costoro botteghe prendeano spesso apparenza
di oratorj; e deposto il pennello, or recitavano passi di Dante, ora
sul liuto accompagnavano qualche sacra cantilena, o ragionavano della
morte; mentre la bellezza delle modelle, le braverie, le canzoni
amorose spassavano quelle del Cellini o del Peruzzi.