PALLADE ATENA.
Canzone, prima che tu t'allontani con la mutevole lampada della vita,
va', mostrati lieta in mio nome ai lontani amanti e dispensa corone
di dolce ulivo e così parla: «Salute a voi, o nobili e pochi! Voi
alimentate sempre nel petto le fiamme ideali e fuggite la vanità e le
tristi consuetudini del giorno. Non vi manchi mai la luce nella vita,
mai la gioia del cuore. Alla vostra casa fiorente batta sempre propizia
l'Aurora e v'introduca nella casa le Ore celesti. Ed alle feste siano
invitati come ospiti gli Dei, per distribuire i doni dell'amore ed
esaudire i prudenti desiderî».
Deserta era quel giorno Pompei ed oscura nella festa di Ione, l'aria
cupa ed il mare come spento nell'afa plumbea. Senza vampe il Vesuvio,
e il suo capo era velato da una nube fulva, che il vento del sud
spingeva in alto verso il cielo. E come se errasse il Sonno per le vie
e le case di Pompei, sembravano irrigiditi la città e il lavoro dei
solerti cittadini. Non un rumore risuonava dal porto, nè nel mercato,
nè nell'officina come altre volte, quando il pieno giorno incitava gli
uomini al moto: così incombeva l'aria e l'accidia del vento che snerva.
Pure chi a passo premuroso fosse andato nel sobborgo Augusto Felice,
accanto a quei palagi e lungo i frondosi giardini, si sarebbe
soffermato subito alla casa di Arrio ed avrebbe origliato lungi nei
portici, tutti ornati di nastri e fiori. Alto vi giubilava il canto,
cui si mischiava il suono allegro dei flauti lidî e il tintinnio del
metallo e delle arpe sonore. Garzoni in vesti variopinte e graziose
fanciulle si vedevano agili portare le vivande attraverso il fitto
delle colonne. Ed echeggiava sensibilmente un ronzio dalle aperte
sale, dove, appoggiati su cuscini e su coltri di Tiro, uomini e donne
accomunati si divertivano a banchetto, festeggiando il ritorno di Ione
insieme col lauto trattamento di Arrio.
Euforione se ne stava adesso nell'atrio, cupo origliando ai suoni delle
festa, solo, in preda ai pensieri del suo cuore. Intorno s'aggiravano
i compagni, i maestri di utili arti, l'orgoglio di Arrio e il fior
fiore delle magnifiche officine, ch'egli aveva di per sè stesso anche
accresciuto, dopo averlo ereditato dal padre; perchè tutto quel che di
meglio ciascuno potè modellare con premurosa cura, gli parve ora giusto
di consacrare alla festa ed agli ospiti degni. Tutti, cautamente,
tenevano nelle mani dinanzi a sè un lavoro artistico, chi un'immagine
a mosaico, chi un vaso con le anse, un altro gioielli scintillanti e
collane di rossi coralli; l'uno un tessuto filato in oro, questi le
gemme che abilmente scavò nel sanguigno diaspro di Cipro ovvero nel
crisolito e negli strati dell'onice leggiadra.
Ma Euforione se ne stava, pieno di grazia, nella turba dei molti
compagni, con le mani appoggiate all'alto candelabro, al suo
incantevole lavoro; perchè questo, messo da lui in disparte, spiccava
come un enigma, ravvolto in una nivea tela di lino. In tutto ei
sembrava mutato e la sua nera e ricciuta chioma si levava liberamente
su gli altri, con una tranquilla serietà. E non parlava, per quanto
tutti, avidi di desiderio, mormorassero fra loro, sperando ognuno la
ricompensa, sia della libertà, sia d'un dono qualsivoglia. Nel petto
però gli batteva spesso il cuore come in estasi, quando risuonava
il melodioso nome di Ione; allora gli pulsava più rapido, ma subito
frenava la piena del sentimento, parendogli già di essere a bordo
della nave di Serapione e di vedere le onde giù correre frettolosamente
all'estraneo lido.
Passavano le ore per quelli che ivi aspettavano ansiosi enumerando le
fasi della festa: mimi e cori di danzatori in giro si vedevano andare
e venire; quand'ecco si accostò ammiccando l'ordinatore Peisandro, e
subito introdusse nella sala i volenterosi uomini coi doni. Com'essi
entrarono, mettendosi in fila lungo le rilucenti colonne, gli sguardi
del giovane corsero ben presto sulla sala, ed ei vide presso il padre
Arrio la figlia maestosa: severa e seria ella lo guardò coi neri occhi.
Ad un tratto con queste parole si rivolse agli ospiti il magnifico
padron di casa: «Vedete, o amici, i figliuoli di Dedalo si son
presentati per offrire doni alla festa, le pregevoli opere della
Grazia. Orsù avvicinatevi, o uomini, e mostrate come anche nella mia
casa Pallade Atena abbia compiuto con arte cose belle ed eccellenti.
E ciascuno a cui sarà fatto dono mi esalti, lodandomi di avermi saputo
asservire lo stesso Fidia e Zeusi».
Disse, e i giovani presentarono le graziose opere della bellezza,
che il padrone distribuì in dono agli ospiti. E intorno passavano
i regali: con compiacenza lodavano gli uomini e le donne ora urne
magnificamente ornate e vasi d'alabastro, ora nappi da belletto e
specchi di bronzo ben cesellato; volentieri essi lodavano fermagli e
corni con allegoriche e gioviali figure, ovvero vasi d'oro e di ambra
artisticamente levigata.
A un tratto Ipato, fanciullo ancora negli anni, eppure assai pratico
a dipingere sulle tavolette i miti del poeta ellenico, portò un quadro
a colori, un grosso quadro lumeggiato. Se non che questa volta non gli
era riuscito — così appariva — ed Arrio allora increspò torvamente la
fronte e disse con accento di rimprovero: «Troppo giovane ancora tu
sei, o Ipato; veggo dal quadro che tu preferisti dipingere l'orrido,
la città di Troia divorata dalle fiamme. L'artista smorzi moderatamente
le tinte spaventevoli, pio sappia scansare le Furie e non mai ci sveli
nell'opera il capo di Medusa: no! le figure non dimostrino se non un
dio liberatore degli affanni».
E appena ebbe detto queste parole, che gli ospiti origliando guardarono
fuori pieni di meraviglia — libera si stendeva agli sguardi la superba
contrada, libero il Vesuvio — e s'udiva rimbombare il cratere del
monte e scrosciare cupamente, quand'ecco una fiamma rapida come
vortice guizzò nel cielo. A riprese mugghiavano dei forti scoppi e
si riversavano nuvole di fumo e tenebre. E l'aria diveniva fulva,
scendeva come un rosso crepuscolo, ricoprendo di densa luce la campagna
e le onde ribollenti del mare. D'un subito tutto s'acchetò e tacque
l'ansante cratere che fumava.
«Non abbiate paura del monte, gridò Arrio; anzi esso offre uno
spettacolo alla festa, e già nelle sue viscere lo rode la rabbia. Batta
pure imperversando il terremoto con pie' di bronzo, rimbombi pure cupo;
afoso ahi! e soffocante spiri il vento sud; no! non abbiate paura del
monte; noi già conosciamo il modo d'agire del vecchio: per la collera
gli si gonfia a un tratto la rossa vena della fronte, ma poi tosto
sorride di bel nuovo pacato. Intorno al mento gli aleggiano tenere
aurette, e le Ore e Bacco e Pomona e Cerere, la seducente madre, gli
cingono con rose il ginocchio. Versate libagioni di vino, o amici, al
padre Vesuvio».
Disse e spruzzò del vino al Vesuvio e insieme con lui ne spruzzarono
anche gli ospiti, e continuarono a parlare con gli occhi rivolti
al fosco cratere, temendo le rinnovate scosse di terremoto, la
lava e la rovina delle pianure. Ma ben presto il vino cacciò via la
preoccupazione, svelto circolò il boccale del mulso e come coppieri
andavano intorno lo stesso Bacco ed Amore.
«Guardate Euforione! gridò Arrio di nuovo. Guardate lì il migliore che
se ne sta dietro ai buoni. O come mai tu indugi tanto, o garzone! Orsù,
avanti! che cosa di giocondo tu porti quest'oggi alla festa?»
E tutti lo contemplavano, vedendo come il grazioso giovanetto, nel
fascino fiorente della giovinezza s'avanzasse d'un'andatura virile. Le
donne bisbigliarono molto fra loro, le ragazze lo guardarono ed anche
Ione guardò commossa, mentre le palpitava il cuore nel petto.
«Fosco s'è fatto il giorno, disse ben presto il garzone, la notte già
s'avvicina; io porto la luce!» Ed ammiccando fe' cenno agli schiavi
di portare dal lato suo l'opera velata, sollevandola sulla tavola.
Allora intorno sedettero ad aspettare gli ospiti silenziosi, dallo
sguardo interrogatore. Con tremule mani ei tolse il niveo panno di
lino, e ne uscì fuori la forma slanciata e scintillante dell'opera
dell'arte, bella come il fiore dell'aloe che spicca nella corona delle
foglie, sporgendo il pomposo gambo dall'aureo frondame. La bellezza
fiammeggiava all'intorno e lungi risplendeva il bronzo simile al sole.
E risuonò un grido di gioia, sonoramente applaudirono le donne e di
bocca in bocca corse un'esclamazione di meraviglia.
Ma Euforione se ne stava lì presso il suo lavoro, con grazia s'inchinò
davanti a Ione e disse: «Salute alla figlia di Arrio! La quale,
ritornata fra noi, come attiva padrona comanda nella sala e da vera
massaia provvede a distribuire dalla pienezza della casa. Non le
manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore! Risplenda
lungamente per lei e anche fino alla più tarda sera questo bronzo. Ma
il suo ritorno alle pareti domestiche sia come un araldo banditore
di benedizione!» Disse, le s'inchinò profondamente e se ne stette
rispettoso con gli occhi bassi al suolo. Pure una rapida fiamma
divampando salì alle guance della fanciulla; nella sala d'intorno
esultava il grido di plauso, e tutti gli ospiti si precipitarono,
elogiando, verso il candelabro.
E Silvia, la figlia dell'edile Vetranio, esclamò: «Con quanto
significato e con quanta bellezza l'ha ideato l'artista! Ben sarebbe
orgogliosa del dono la stessa Giulia, la figlia dell'imperatore Tito!»
E con voce sonora alto gridò Pansa: «Che bel colpo d'occhio! Il bronzo
sembra davvero lavorato dallo stesso Efesto! O divin garzone, tu mi sei
fra gli artisti un re!»
Allora dal sedile si levò Menandro, l'eccellente maestro dell'arte
plastica, al quale la Musa non aveva mai concesso i suoi doni con
iscarso favore; molte statue infatti di Dei egli lavorò nel marmo e
molte opere scultorie pose nei templi delle città campane. Se non che,
invido del lavoro altrui e piccolo, della figura di Esopo,[6] covava
l'invidia nell'animo e la brutta serpe della gelosia. Ora sarcastico
incominciò con stridula voce: «Come mi son facili alla lode gli uomini,
quando qualche cosa di luccicante abbaglia i loro ingenui occhi!
No! non più mi state a lusingare, o amici, il magnifico padron di
casa, altrimenti ei ci rinchiude tutti, artisti e lavoratori insieme,
nell'officina degli schiavi!.. Oggi ognuno si chiama artista, dopo aver
fatto un vaso nitidamente orlato, tripodi, lampade e tazze e stoviglie
di bronzo. Chiamate voi già divino e celeste meraviglia a vedere tutto
quel che serve soltanto all'uso quotidiano, e mi nominate già arte quel
che mestamente eseguì uno schiavo con l'animo stretto dal bisogno? E
che cosa allora resterà per noi degno di un onore conveniente, se hanno
lo stesso valore per la gente avvezza a lodare una pentola, una lampada
ed una immagine di Giove seduto sul trono?!»
Così disse il censore, ed Euforione ascoltò le parole che gli
umiliavano l'arte ed il lavoro nell'anima innamorata. Ma nella collera
gli sobbalzò il cuore nel petto, rapido corse all'opera sua vilipesa,
poggiò la destra tremante sulla base inargentata e ad alta voce disse:
«Le parole ingiuriose ed offensive che tu, o Menandro, hai testè
pronunziato non possono ridondare a onore d'un uomo celeberrimo. Gli
Dei distribuiscono la felicità terrena, ma non sempre una nascita
libera rende felice l'anima insieme col corpo: spesso essi legano
alcuni di animo libero ad una schiavitù indissolubile, ma prestano
invece intorno al cuore dello schiavo le ali olimpiche, volentieri
mandandogli la Musa a consolare l'anima sofferente, perchè lo accomuni
ai migliori dei mortali ed ai saggi. Ed anche a me dette molto la
Musa, essa mi dette l'amore al bello che redime, il senso per penetrare
nelle forme e per imprimere modellando anche nelle cose piacevoli un
forte contenuto. Libero anch'io sono come te, sappilo bene, o critico
sgarbato, libero parlò al mio cuore il nume che dentro vi alberga».
Così gridò egli nella collera e cercò gli occhi di Ione.
Tutti l'ammirarono e gli schiavi se ne stettero ad origliare intorno
ansiosi; allora con un secreto cenno lo animò Pansa ed Euforione
proseguì il maraviglioso discorso: «Chiami tu questo un volgare e
triste bisogno quotidiano? È un lavoro manuale, oh bene! ma è anche
arte che diletta gli uomini, perchè, come il nume bifronte, esso
pure ha un duplice aspetto e graziosamente riunisce in sè il buono ed
il bello. Due mondi preziosi sono assegnati all'anima degli uomini:
da una parte essa assurge all'infinito, compagna degli Dei celesti;
dall'altra, compagna della polvere, spazia nel finito; varia è la sua
abitazione, e un tempio ed una casa le sono egregiamente preparati
per dimora. Salute a te, cui la Musa die' l'arte che plasma gli Dei;
nel tempio essa governa sublime e desta alla luce l'anima ammutolita.
Austera è la sua figura, muta e solinga essa impera quaggiù, come la
divina necessità e il Fato dallo sguardo grave. Ma l'arte gioconda che
io esercito, si spazia bellamente nel mezzo della vita, nella terrena
e socievole casa. Essa è sorella alla tua e si scambiano entrambe i
doni: la tua presta alla mia la maestà, la grazia e l'eterea chiarezza,
ma la mia le regala la pienezza della forza e la gagliarda virtù. La
forma che tu hai annodata, la cara arte mia la scioglie di nuovo e dà
libero corso a Fantaso, l'incantevole ed astuto dio dell'invenzione.
Essa origlia sempre al giuoco della natura, da cui prende in prestito
la forma, e graziosamente adatta l'effige animale alla pianta e alla
stessa forma umana, spiegando sensibilmente il fenomeno intrigato ed
enigmatico della vita. È anche bello tutto ciò che di finito la vitale
necessità ci offre, quando l'uomo animato l'afferra e lo modella in
plastiche forme, imprimendo alla materia greggia lo stampo della divina
libertà, in modo da divenire per lui stesso un celestiale godimento il
bisogno quotidiano. Sì, chi chiamerebbe a ragione ignobile e misera
quest'arte che nelle pareti domestiche così propizia governa come
un'economa? Tutto ciò di cui la vita ha bisogno per godimento e per
conforto del cuore, essa tocca con le mani che sanno trasformare in
leggiadre figure. Anche ciò che è ordinario sa rendere raro, e prezioso
ciò che è comune, piacevole la necessità, e per lei l'abitudine diventa
un attraente poema. Ecco, essa offre i frutti di Pomona in preziosa
tazza, versa il vino dalla brocca orlata di figure nel corno da bere e
presenta allo sguardo la rosa purpurea in tenero cristallo. Inoltre,
sospende il lume al candelabro modellato con arte molteplice, perchè
a doppio piacere rianimi e ridesti gli spiriti. Guardate così questo
svelto lavoro! Quando l'olio esalante ne ha impregnato ogni lampada ed
esse splendono all'intorno come una pensile ghirlanda, non brillerà
forse ai lieti visi e alle sagge conversazioni, ovvero alla danza
scrosciante e al suono giubilante dei flauti? Per lungo e lungo tempo
risplenda di gioia questo candelabro! E sia una sentinella al banchetto
ospitale e lungamente per te, o Ione, un messaggio di felicità e
d'innumerevoli feste!»[7]
Ciò disse e tacque. Amore gli aveva fortemente attizzato la fiamma
della parola nel petto con gli sguardi entusiastici della fanciulla.
E finì così il silenzio di ammirazione; intanto si udiva fremere il
rimbombo del Vesuvio, quand'ecco si levò un grido di giubilo: dalle
chiome si sciolsero le donne le ghirlande inanellate, le gettarono
su di lui, e come avviene a chi contempla la sbocciante primavera,
quando dai rami di pesco lo zefiro spazza via la fioritura, così
s'intrecciarono attorno al giovane e caddero le agitate corone, mentre
sulle spalle, intorno al capo scrosciava la pioggia di fiori. Ed egli
confuso apparve ancora più bello coronato di fiori, simile a un celeste
nei tratti: ognuno lo guardava con gioia. Ma Menandro nascose tra le
labbra il suo tacito malumore, levò in alto la mano e fissò Arrio con
occhio interrogatore.
A ciò Pansa: «O socratico garzone, ti benedica Apollo! Tu hai ben
parlato; vieni domattina alla mia villa, perchè ti versi dell'oro nelle
mani; ed Arrio saprà bene offrire all'eccellente giovane un regalo che
gli farà maggior piacere».
Allora gridò lieto Arrio: «Oh! accendete subito le lampade, le
artistiche lampade, in onore di colei che è ritornata! Come un genio,
come un genio amico c'è venuta oggi la luce, perchè l'aria già si
annebbia e la notte scende più presto del solito!»
Ma subito Ione: «A me sola conviene, o padre, a me sola s'addice
consacrare le lampade con le mani ospitali, e non deve alcun dito
umiliante toccarmi l'opera divina!» E s'alzò; il solerte fratello le
porse l'orciuolo dell'olio, ed essa lo versò nelle lampade, mentre
leggermente le tremava la mano. E con un lume acceso, simile ad Amore,
se ne stava a lei dappresso l'incantato giovane, aspettando con gli
occhi sorridenti. Non appena ogni lampada si fu imbevuta di olio,
egli porse subito alla sorella la candela fra le mani, ed essa con
lo spirito presago non fallì, chè prima accese l'elegante lampada di
Oneiro, poi l'attraente lampada di Psiche e di Amore, indi quella di
Pallade e finalmente la lampada ultima della Morte.
Come è sospeso al cielo nella notte di ambrosia il sublime Orione
con la splendida fascia, quando sul mar di Sicilia dolcemente lo
guidano le Ore, e quando già s'appressa la rosea Alba e un crepuscolo
tremula intorno all'immensa e nevosa cima dell'Etna, così fiammava
ora il candelabro nel tremulo crepuscolo della sala da festa, e sul
volto di Ione volava come uno sprazzo d'oro lo splendore del lume,
trasfigurandola.
E risuonò un grido di giubilo, sonoramente applaudiron subito le donne
e corse di bocca in bocca un'esclamazione di maraviglia. Ma un coro di
cantori, che era nascosto dietro le colonne, dolce intuonò un'armonia
che gonfiò di gioia il cuore di tutti.
A ciò disse Giulia, la sposa dell'eccellente Balbo: «Come armonizza
bene il candelabro col suono dei flauti e coi canti! Come se gli
si muovessero in giro all'intorno le figure di bronzo, esso agita
delle tremule danze; eppure non ne intendo appieno il senso. Chi sa
interpretare queste lampade? Sono ben scaltri gli artisti, che sempre
avvolgono negli enigmi le figure delle loro magiche mani!»
«Giusta la tua osservazione, o bella, gridò Arrio, ed anche a me non
riesce chiaro il senso. Ma tu ce lo dirai, o cantore Ismeno, poichè
invero solo il poeta maneggia la chiave dell'arte, il poeta che è un re
dominatore degli spiriti: mai la pietra silenziosa gli nega la sua voce
ed egli desta al canto persino il bronzo irrigidito».
Assai volentieri s'accostò quindi il vecchio Ismeno, che il padre di
Arrio aveva adottato in casa; argentea era la sua barba e bianca la
chioma, e il dignitoso capo già ricurvo per la stanchezza della vita.
Affabilmente ei cominciò subito: «Difficile cosa tu m'ingiungi, o
nobile Arrio. Spesso anche l'uomo più colto sbaglia dinanzi all'idea
del poeta, chè la segreta e misteriosa anima degli artisti profonda
s'immerse nel getto fluttuante del bronzo. Perciò, se la mia parola
sbagliando non desta alcuna eco nel bronzo, perdona, o maestro!
poichè è estraneo a noi il pensiero degli altri uomini». E con le mani
salutò l'amico; i due spiriti eccellenti se ne stavano presso la bella
immagine come la primavera e l'inverno insieme.
«Con arte e con sapienza veggo qui modellata nel bronzo, disse Ismeno,
l'immagine della nostra vita e la danza delle Ore. Graziosamente
la prima Ora incomincia la sua: noi la chiamiamo fanciullezza. Essa
s'accosta con incanto e soavemente con la fiaccola scintillante del
Dio del sogno intreccia le sue melodiche danze intorno alla culla
del bimbo. Ecco, il dormiente si desta, allora vengono le favole
e le fiabe, gli allegri giuochi, e lo sciame dei sogni scherzosi
introducono nella vita il bambino a divertirsi con beati trastulli.
Nella tranquillità questi sogni assumono delle forme presso il suo
cuore origliante e gl'intessono segretamente all'intorno un mondo
che comincia a svilupparsi nelle immagini. Pien di presentimento si
sviluppa il piacere e più tardi anche il tetro dolore, e germoglia il
desiderio e la sorte riposa nel germoglio. Ma ben presto se ne torna in
fretta verso il cielo l'Ora della fanciullezza, che ha compiuto il suo
tempo.
«Vedete, s'accosta l'altra, Agitando la fiaccola dell'amore, danza
nella vita la bella Menade, l'Ora della gioventù. Essa porge al giovane
la coppa spumante del piacere e del desiderio, e dalla terra gli si
dischiude un lembo di cielo. Non s'indugia nella polvere terrena,
l'umanità gli sembra schiava e pigra; egli vola col sibilante cavallo
aereo di Perseo a combattere i tiranni, ed erra come Icaro beatamente
verso la luce, e come Fetonte infiamma il mondo di ardore. Solitaria
cammina la fanciulla nella presaga tranquillità del cuore, finchè
il nudo nume non le ferisca ad un tratto i sensi, e come Psiche essa
cerca il fuggitivo, addolorata fino alla follia. O celestiale ed alata
Ora della gioventù, troppo rapida ten vai, illudendoci! Sì, colui pel
quale ancora risplende la fiaccola di Amore, è egli stesso un dio!
Goda pure l'ora fuggitiva, quell'ora che non arrivano mai a compensare
gli scettrati anni della vita, fossero pur mille, che l'uomo trascorre
affaticandosi. Una volta sola gli Dei invitano a banchetto il mortale,
ma Icaro e Fetonte precipitano in un attimo dal cielo, tramontano le
speranze ed i vani desiderî come astri, la vita procede con pie' di
bronzo e ammassa tombe su tombe. Anche l'ingannevole Amore getta via
la sua veste sfolgorante e ci lascia nella colpa e nel pentimento l'Ora
della gioventù.
«Vedete la terza! Come forte e luminosa spande la sua luce attraverso
le tenebre! Bella nella corona di ulivo, la celeste messaggera di
Pallade! Qui nell'uccello notturno si lasciò artisticamente indovinare
il modellatore. In alto l'Ora solleva l'uomo dal falso sentiero della
scompigliata gioventù e lo introduce tranquillamente nell'apparecchiata
officina della vita, che la donna, propizia adornandola, gli assetta
con amore operoso. Pallade gli apprende la saviezza e le opere
espiatrici del lavoro, e piamente gli limita la sensibilità con la
forza e con la sacra prudenza. E a lungo s'intrattiene la Dea, ben
volentieri essa benedice all'uomo beato il cuore di Dedalo e le
mani che incessanti lavorano. Ecco, già si ammucchiano le buone e
le belle opere e così si accumula una grande eredità da nutrire i
figliuoli; a un tale uomo non piace che quanto è duraturo, la simmetria
armonicamente ordinata delle forze che agiscono sul mondo. Ma nel petto
gli riposa il destino che gli Dei decretarono.
«Salve anche a te, o fiaccola della morte che scioglie la vita! Esausta
si piega giù la mano e calmo riposa il cuore dopo la tempesta degli
anni, senza che più s'agiti un desiderio od una speranza. Verso terra
s'inclina il capo, quand'ecco si accosta ieraticamente Eirene, e con
lei viene la ricordanza, la velata madre dei sacri dolori; ritornano
le Ore da lungo tempo scomparse, con dolce saluto di lontano esse
appaiono allo sguardo come le vele del mare, trasfigurate dal sole
che tramonta. Ma con mestizia le contempla il vecchio e con profonda
meditazione rivolge lo sguardo indietro alla vita e ai suoi gustati
beni, e volentieri accoglie ora dagli Dei la morte, come il supremo
dono. Così un giorno possa accostarsi anche a te con volto amico la
morte, o Arrio, tardi nella notte porporina, quando sia già terminato
il filo della tua vita. Ma il mio cuore anela la sua patria, sempre
più calmo esso m'è divenuto ed a me pare come se qui d'intorno mi
frusciasse l'ala della morte».
Così il vecchio. Dagli occhi suoi caddero le lagrime della malinconia.
E come se per il mondo si fosse diffusa la calma della sera, onde
rabbrividisce dappertutto la campagna e tacciono i canti nel bosco,
così tutto si chetò nella sala: non una parola, non un bisbiglio
si udiva. All'intorno serpeggiava il raccapriccio come il passeggio
della morte, ma a volte rompeva il silenzio un rimbombo qual dei carri
strepitosi della battaglia campale e s'udiva in pari tempo il ruggito
delle tigri e dei leoni, che la città custodiva nelle gabbie per la
lotta dell'arena, cupo e lontano, come sulla sponda del libico mare di
sabbia s'ode nella tranquillità della notte echeggiare il ruggito delle
fiere.
«La parola che dicesti, o vecchio, gridò Arrio alla fine sbalordito,
risuonò ottenebrando la gioia; pure sappi che la Parca continua a
filare benignamente nella nostra casa delle fila dorate».
Senonchè Ismeno guardò calmo verso il Vesuvio e disse: «O fortunato
colui al quale parve nella vicenda dei tempi che le Ore avessero tutto
compiuto! Ma fluttua e ondeggia la vita dietro leggi oscure. Alla cieca
l'uomo oscilla nel dubbio come la canna, e alla notte oscura solo gli
Dei annodano per lui il giorno. Così all'apparir d'ogni giorno se ne
stia l'uomo devoto e pronto a ringraziare e consideri maravigliando il
celestiale incremento della vita, come un dono della fortuna, sul quale
giammai ha contato».
Disgustato riprese Arrio: «I vecchi cantano alla morte sempre il
loro canto del cigno; poichè ad essi il tempo spense la fiaccola
dell'Amore. Questo roseo ragazzo sen vola rapido, e non mai appare
al cospetto dei vecchi; egli si cerca una preda migliore; Bacco però
inghirlanda sempre di edera le bigie rovine. Vecchio, e come hai potuto
dimenticare completamente il fido amico, che sulla tersissima base
ha modellato l'artista per richiamarcelo alla memoria? Ecco, quella
base significa la terra tutta inghirlandata di grappoli, e, araldo
del piacere, sulla magnifica pantera si eleva Lieo, con in mano il suo
corno splendente come la luna; perchè la natura non ci ha chiamato a
vivere nell'indigenza, ma bello ci ha apparecchiato il mondo alla festa
della vita fuggitiva. Goda dunque l'uomo; rapide passano le ore e più
rapidi folleggiano i piaceri, come le rapide rose dell'amore. Condite,
o ospiti, il vino! e qui a me si arrechino freschi fiori, perchè l'aria
ci ha fatto appassire le corone sulle tempie». Disse e versò il falerno
nel corno e ne offrì al vecchio.
«Se qualcuno può uguagliarti, o divino, aggiunse l'altro, è necessario
ch'egli sappia offrire agli ospiti meravigliati il fior della parola.
Una cosa sola ti è sfuggita, il fiammeggiante altare che Euforione ha
qui modellato, al sommo della base. E chiuda il nostro discorso anche
l'allegoria dell'altare: gli Dei bramano i sacrifizi, accostisi perciò
il mortale volenteroso ai loro altari, pensando come presto fugga
l'ora, acciò gli si conservi la luce e la gioia nobile e moderata!»
Così il vecchio; Euforione lo strinse affettuoso fra le braccia,
profondamente commosso. Lucido splendeva il candelabro, sembrava
il genio della vita terrena, vivificato dalla parola del sublime
cantore. Nessun lume scintillava ancora nella sala, esso soltanto
risplendeva lontano. D'intorno sedevano come ombre gli ospiti che,
taciti e seri, guardavano le lampade. E Ione fissava incantata ora il
bronzo, ora lungamente gli occhi dell'amico; e nel profondo del cuore
agitato entrambi sospiravano di stringersi le mani. Quand'ecco si levò
dalla sedia, col suo bel volto raggiante e sospiroso, coi neri occhi
irradiati dallo splendore dell'alto sentimento, con le mani sollevate
essa gridò come l'indovina: «Se al nobile s'addice il nobile, anche
all'opera sia nobile la lode! Libero quindi sen vada l'uomo che gli Dei
elessero araldo della loro luce immortale, anche lui onorino gli uomini
come gli Dei. Libero ora tu sei, o Euforione, libero e sciolto dalla
condizione di schiavo!»
E subito ricadde sul guanciale l'impallidita donzella. Allora il padre
la contemplò e gli ospiti stettero ammirati ad osservare com'ella
sembrasse convulsa ed agitata nell'anima e nel viso.
Come rumoreggiando il lampo dinanzi agli occhi di un uomo sbalordito
guizza giù pel cielo nella terra crassa di vapori, così ora questa
parola penetrò nell'anima di Euforione, ed egli vacillò, indi stette
con lo sguardo verso il cielo, poi nascose il capo fra le mani e con
profuse lagrime si buttò ai piedi di Arrio.
E vide piegarsi verso di lui il volto amico di Arrio, quand'ecco si
fecero fosche le tenebre in un momento, fosche oltre ogni dire! Come se
il mondo si spaccasse, dal Vesuvio si scatenò una bufera: il vasellame
precipitò tintinnando, con fragore caddero le tazze e con rombo
profondo risuonò anche il candelabro di bronzo, stramazzando giù nella
sala, mentre all'intorno volavano schegge di marmo. Lontano rotolarono
le lampade, sfuggite alle lacerate catene, facendo diguazzare l'olio in
esse contenuto, e guizzavano le fiamme nella notte.
E un alto e orrido grido echeggiò nella sala, selvaggio come il capo
di Medusa stava il rosso Vesuvio. Con fragore scoppiò il monte, e
una figura di fuoco usciva dalla voragine, come il turbine del mare,
e lambiva l'etere con le fiamme. Aveva l'aspetto di un pino, così
s'inarcava una volta gigantesca di fiamme e cresceva, finchè ad
un subito non s'agitò un rabbioso uragano di fuoco e con rimbombo
sprofondò nelle viscere dell'urlante cratere.[8] E a un tratto una
fosca caligine, con cupi fragori gorgogliava e ribolliva il fuoco
interminabile, si sollevava di bel nuovo rapidamente, s'aggirava in
vortice, e volavano i massi incandescenti come astri e come lune, d'uno
splendore fantastico, come un esercito tuonante di comete che con la
coda piena di scintillio sferzavano l'aria che mandava dei gemiti,
finchè non si riversavano simili ad una spaventevole grandine di
fuoco. Rosso come il sangue spumeggiava il monte, vomitando un'onda di
metalli, e ne rotolavano cascate di fuoco e ardenti cateratte di lava.
Oscurità profondissima — e nera al cielo si levava la polvere.
Scrosciando come pioggia cadeva e ricopriva la fumante città, sì che
questa si dileguava allo sguardo; soltanto orride luccicavano le torri
mandando vampe, e lottavano contro il fumo e il buio della cenere. Alto
or mugghiava il mare, spaccandosi nel fondo, e rovina si assommava a
rovina e s'alzava polvere su polvere nel nero orbe terrestre. Così
in un subito precipita giù nella valle una catena di monti per il
terremoto che tutto all'intorno sconvolge, così turbina il vorticoso
caos della nera polvere, sì che tutto si offusca il cielo e versa sulle
case e su gli abitanti fuggiaschi una pioggia interminabile di sabbia
infocata, come ora scrosciava la cenere e fremeva e strepitava con
fracasso, scorrendo simile al mare, rovesciando le porte della casa di
Arrio.
E discese nella sala la notte flegrea e la morte versava la cenere
nei bicchieri. Tutta l'aria buia si riempì di zolfo soffocante. E
un indicibile grido di dolore echeggiò all'intorno, spaventevole;
selvaggia si udiva la voce di Arrio, di Pansa, le stridule voci delle
donne e degli uomini fuggenti; terribile era il grido di Euforione,
mentr'egli, errando a tastoni lungo le colonne, faceva echeggiare del
nome di Ione tutta la casa avvolta dal fumo. E qua e là cadevano e
sporgevano le mani frugando in cerca della via, avvolti dal nembo di
polvere e di crocchiante lapillo. Rosse faci, simili ai saltellanti
fuochi fatui delle maremme, erravano e sparivano; e d'ogni parte
orrende figure, simili alle larve del Tartaro e allo stuolo delle
anime che gemono, quand'esse passavano, il torrente di fuoco fuggendo
in mezzo al vapore gorgogliante, andavano a tentoni, correvano e
precipitavano nella fuga e nella lotta disperata.
E come tutto fu spento, nella sala si vedeva fiammeggiare tranquilla
una delle lampade, come scintilla un astro nel buio delle nuvole.
Poichè dalla catena del candelabro essa cadde giù contro una sedia
che la trattenne, e lì rimase sospesa, trattenuta dal braccio della
sedia metallica, la luce vivificante di Pallade. Ed Euforione la prese
disperatamente, la sollevò nella destra e subito corse via con un grido
rimbombante.
Pure qui tu indugi, o Musa, e con profonda mestizia abbassi il tono
della lira; mostri il tuo capo nella polvere azzurriccia, che ancora fa
rabbrividire i posteri nella sala di Arrio, e lo pieghi cogitabonda e
taci.