AMORE E PSICHE.
Già la notte avvolgea il mare e gli ombrosi monti della Campania che
mollemente s'innalzano intorno al golfo di Napoli, ricingendolo come
ghirlanda, placidi riflettendo le cime nelle acque eternamente azzurre.
Sempre tremola l'onda al bacio di Elio durante il giorno, sempre nella
tiepida notte al bacio ardente degli astri. Risplendeva ora un'intensa
luce rossastra sul Vesuvio; nuvole di fuoco aleggiavano attorno alla
cresta del monte rumoroso; lontano se ne accendeva al riflesso l'aria e
lo specchio del mare; lontano nella campagna guizzava anche un chiarore
sulle terre di Nola, dove sempre Flora ricopre i prati e i colli di
olezzanti germogli come di vampe, e l'albero di granato di Persefone,
dai rossi bocciuoli, arde dei riflessi del vermiglio fiore vulcanico.
E come se di nuovo fosse emersa dal mare la sera, dappertutto il cielo
e la terra divennero purpurei per il bagliore del Vesuvio.
Ma Euforione passeggiava lungo la sponda del mare, solitario ed
anelante, con trepido piede, e spesso tratteneva il passo ad ammirare
estatico l'incantevole quadro notturno di Pompei. Scintillanti
risplendevano i templi e nitido il grandioso foro; rossicci i pinnacoli
della città, i teatri e i portici marmorei. Le case allineate nei
vicoli che si dilungano per diritto, eleganti e piccole, come ville
e palazzine d'estate, sembravano davvero costrutte dalle divinità
marine del golfo, perchè vi abitasse una felice genía di uomini che
passa oziosa i giorni nel piacere e nel sollazzo, e simili a lampade
raccolte intorno al mare esse raggiavano di luce. Anche scintillanti
nel porto erano le navi nerastre, che se ne stavano ivi strette contro
un argine di tufo innanzi all'áncora. E con lo sguardo stanco, quasi
avesse trovato di là la nave di Serapione, riconoscendola al volto
raggiante di Iside, se ne stette ivi lungamente Euforione e gli sembrò
di vedere la nera figura del commerciante appoggiato al timone, in
atto di contemplare le stelle del polo e il chiarore del monte. E
subito si sottrasse dalla curva insenatura del mare, come un profugo
dai criminosi suoi pensieri. Ma per la notte errava un rumore insolito
e strano, come se una gru da lungi corresse sul mare con le sue ali
susurranti e l'aria risuonasse dal canto della migratrice.
Lungo la sponda s'ergeva la villa principesca di Arrio, in mezzo a
un boschetto di platani e di alti pini, d'ogni intorno circondata
di mura, donde sporgevano grossi vasi di fiori e statue seducenti
di delicato aspetto. Volentieri colà s'intratteneva il ricco uomo
durante l'autunno, per godere dei suoi possedimenti e dell'incantevole
campagna: dal Sarno al mare si stendeva a mo' di anello su anello il
suo podere. Ciò che i suoi superbi antenati avevano per lo innanzi
acquistato in terra straniera, case e campagne in Roma, nell'Apulia,
nel Sannio, ovvero lungo la spiaggia veneta, tutto vendè il nipote,
col proposito di accumulare quivi, in terra natia, il suo cospicuo
patrimonio in innumerevoli e fiorenti beni. E già mezza Pompei era sua,
già mezzo Ercolano gli apparteneva ed anche sino a Stabia intorno alle
falde del Vesuvio si prolungava le bella tenuta di Arrio.
Euforione si accostò ora pian piano alla porta spalancata; oh come
se ne stava accanto alla porta e guardava in alto nel cielo radioso,
tutto agitato, perchè mille pensieri gli turbinavano nella mente! E
allora lo prese subito per mano l'ilare Ion, il suo Ion che già lo
aspettava e gridò: «Come giungi tardi anche tu! Pansa ha ora mandato
a chiamare mio padre, perchè essi vanno alle falde del Vesuvio ad
osservare se mai muti la cresta del cratere, di ciò avendoci avvertito
i timidi vignaiuoli. Ma vieni a casa, stiamo lì insieme a chiacchierare
un'oretta; dentro, nella sala, le fanciulle danzano ancora delle
allegre danze, che provano per l'indomani secondo la moda di Roma, con
canto giulivo, e tutte le istruisce la intelligente sorella».
Così disse Ion e si avviò attraverso le arcate di bosso del giardino,
salendo la magnifica scala della casa che, fatta di pietra gialla, si
estendeva fino al portico. Essi ora attraversarono l'ombroso atrio,
dove ogni ospite si divertiva ad osservare le dipinte pareti e i
leggiadri fregi del suolo risplendente di mosaico. Dalla sala echeggiò
intanto un suono assai allegro, un cinguettio di flauti e uno strepito
di nacchere; nel medesimo tempo risa soffocate di fanciulle e i passi
cadenzati di piedi sparenti nella danza. Subito Ion condusse nella
camera interna il ritroso Euforione ed agile e furbo scappò fuori di
balzo e si allontanò.
Affascinante era la stanza e ombreggiata da una gradevole quiete, cui
rischiarava il fioco splendore di una lampada sospesa. D'ogni intorno,
sulla rossiccia parete come alla soffitta scintillavano figure belle
e scherzose, simili ad immagini della notte che il sogno soavemente
dipinge; poichè ivi un intelligente pittore aveva profuso sulle pareti
con senso artistico i colori della poesia. Qui sporgevano di mezzo ai
fiori maschere e svolazzanti farfalle, colà il grillo di Anacreonte
che guidava il leggiadro carrettino forzatamente tirato al passo da
un uccello variopinto; poi Amorini, che sedevano trasognati accanto
alla peschiera, adescando i pesci i quali si dimenavano nell'onda
di cristallo. Ma a preferenza delle altre seducevano lo sguardo
quelle Menadi sul fondo nerastro, che dolcemente si libravano nel
velo ondulato e spargevano scherzose la serica chioma alle aure, con
gli occhi fisi in alto, come se beate volassero al cielo. Tutto era
ricco all'intorno e disposto in un cumulo di bellezze. Dappertutto
scintillava oro, dappertutto avorio, perle e lapislazzuli; dappertutto
era un leggiadro ornamento di stoviglie, di tavole e di armadi. E là
scorreva gorgogliando da un'arcuata nicchia la polla di acqua fresca
giù nella conchiglia, che una ninfa di marmo ginocchioni le offriva,
una figura del celebre artista Menandro. Nel mezzo era una tavola
collocata proprio sotto la lampada, incastonata in alabastro; lucida
risplendeva la lastra come la luna. Ma essa non portava alcun fregio,
come sempre la desiderano le fanciulle, volentieri mettendo in mostra
delle cosette per farle vedere, le cassettine o le figurine di oro e
le variopinte conchiglie del mare. Sopra vi splendeva soltanto un vaso
d'unguenti, conformato a mo' di tulipano, da un bel calice ricurvo,
come quando esso, l'Ebe dei fiori, dopo che s'è imbevuto di rugiada, ne
porge alla cicala. Non però si sorreggeva sul gambo, chè una Pandora
lo teneva nelle mani sollevate, e sul coperchio si vedeva raffigurata
Venere come quando usciva dal bagno. Pien di gioia il maestro riconobbe
la sua opera e subito la prese dalla tavola fra le mani, quell'opera
che una volta, in un'ora di tristezza, aveva egli stesso modellata e
data a Ione come ricordo del commiato.
A un tratto stridè la porta, una veste ondeggiante dette un fruscio e
la padrona, Ione, la figlia di Arrio, si fermò subito davanti a colui
che estatico la contemplava. Come una diva, stava lì commossa l'alta
e piena figura della compagna d'infanzia. Stupefatta l'avvenente
fanciulla guardò Euforione, egli alzò gli occhi e si confuse, poi
con gli occhi fisi a terra rimase perplesso, con la bella immagine di
Pandora fra le mani, come s'ei fosse venuto, timido oblatore del cuore,
per offrirle la figura e lei per prenderla nella mano.
«Come tu pure, diss'ella sorridendo, mi richiami ora quell'età in cui
congedandoti e separandoti da me m'offristi l'opera scultoria! Innanzi
a me tu stavi allora come adesso nella medesima camera, di sera, ed
io con piacere ricevetti dalle tue mani l'opera che mi si offriva.
Vedi, son già passati e trascorsi gli anni, eccomi di bel nuovo, tu
mi t'aggiri dinanzi di bel nuovo nella medesima parvenza, come se sul
nostro capo si fossero fermate le ore. Sì, sempre come un oblatore,
o Euforione, tu mi passasti davanti, ed ora così ritorni, come un
donatore a chi è povera di doni».
Ma il giovane confuso aprì i neri e vividi occhi e li abbassò di nuovo,
quindi grave così parlò: «Ben fermo è il tempo che incessantemente
trasforma tutte le cose, per colui che resta solo, sempre stretto
dal cerchio uniforme del giorno: come potrebbe il tempo ed il mondo
cambiarlo? Taciturno ei custodisce i sacri tesori della ricordanza e,
fedele a sè medesimo, prova gli stessi piaceri ed anche gli stessi
dolori. Pure a chi spensierato passa i lunghi e instabili giorni,
lieto godendo la piena visione del mondo e della vita, ben dilegua il
passato come una nera e sperdentesi immagine di sogno. Anch'ei però
s'allontana, torna di nuovo a casa, poco la riconosce e non più gli
è sufficiente una piccola cerchia. Così sei anche tu mutata per me, o
nobile padrona».
A ciò subito rispose la giovane con assennata parola: «Sì! ben vissi in
Roma i volubili anni, lontana dalla patria e dagli ottimi amici; così
volle mio padre, allorchè rimasi orfana sì per tempo con la perdita
della madre affettuosa. Magnifica è la città e grande e oltre ogni dire
abbagliante la vita che vi serpeggia, però mi spaventa la confusione
della folla. Roma rassomiglia al caos, dove tutto s'agita e si dimena
confusamente. Spesso mi tremava il cuore colà, ed io mi sentiva sola,
pazzo il mondo sembravami, falsa ogni umana attività. Ma la zia mi
canzonava spesso schernendomi con pungenti parole, mentre io sospiravo
la patria più bella. Copiose lagrime versavo, così spesso mi richiamava
al pensiero la bella Pompei e il golfo e la placida spiaggia e questa
casa con i variopinti cubicoli. Sì, i miei mesti pensieri ritornavano
spesso sospirosi da Roma all'età della felice fanciullezza trascorsa
nella patria, così come le rondini ritornano in primavera in cerca
del nido ove crebbero senza pena, godendo degli scherzi del sole. Ma
morì, ohimè! la tua carissima madre Serena, la mia fedelissima dama, a
cui tutto io confidavo. Ora ella riposa lontano in Roma, lungo la via
Appia e non più guarda il figlio, consolandogli l'afflitto cuore coi
suoi sguardi amorosi. Ma un'amichevole parola di saluto anch'io voleva
dirti, perchè domani non mi stessi dinanzi pieno di uggioso rimprovero
quando converranno a festa nella sala i nobili amici».
Come quando un suono sprigionandosi da flauto eolico nella sera,
penetra giù nel cuore e vi desta il soave desiderio d'un sogno beato,
così volava a lui la parola, quella voce melodiosa. «Ma perchè io
dovrei sembrare afflitto? E non mi son io, così gridò egli, rischiarato
gli anni alla luce di quel giorno sospirato? Ecco, già esso s'avvicina
e sarà anche per me un giorno di festa, colà, nella sala addobbata del
padre, poichè tu, nobile, mi concedi una parte della festa con l'amica
e incoraggiante parola».
Ma Ione rivolse rapida da lui lo sguardo lampeggiante, guardò nella
notte piena di scintillio che si stendeva purpurea sul mare vaporoso,
e rossa copriva come di fuoco i neri cipressi e le cime dei pini;
non spirava in nessun luogo un alito di vento, ma il mare mugghiava
e si sentiva il frangere delle onde. A un tratto disse la fanciulla:
«Come è diventato a me estraneo il mondo, tutto all'intorno sembra
mutato al mio spirito cosciente, altra la sorte degli uomini nella
loro fortuna privata. Anche tu m'appari un altro, io ora veggo la tua
veste di schiavo; ciò che mai ha rattristato per lo innanzi la mia
anima indifferente, ora invece mi eccita malinconia nel ritrovarti così
tetro e addolorato, con l'immagine del silenzioso affanno nel volto,
che mi pesa sull'animo come un tacito e accusante rimprovero. Giacchè
veramente un Dio ti ha fornito d'un senso superiore, prestandoti i
doni celesti a preferenza degli altri uomini ordinari. Ma la natura
non ristà mai nel petto d'un uomo insigne, essa s'agita continuamente;
perciò ei deve lavorare e modellare, trasfondendo nella vita la forza
divina, acciò un tempo la posterità glorificante lo accolga nel novero
degli uomini migliori. Tutto ciò ho io considerato piena di affanno
fin dal mio ritorno, da che tu mi apparisti ed io vidi la tua triste
natura, sì che a mala pena potetti riconoscere l'amico e l'allegro
compagno. Molto mi riferì anche il fratello e molte cose ei mi narrò,
come tu eseguissi nell'officina una immagine in argilla, perch'io ne
afferrassi il senso nello spirito presago, intendendo il tuo animo
sospiroso e i tuoi segreti ed agitati pensieri. Ma ascolta la mia
parola, chè questo io volea dirti. Supplice io cinsi le ginocchia del
padre, con mesta preghiera implorai da lui il tuo riscatto, perchè
liberato dalla triste schiavitù, libero ne andassi nel mondo, lasciando
la piccola Pompei, per ammirare altre città, dove son riuniti degli
uomini eccellenti. Che se anche malvolentieri, pure mio padre mi
accontenterà domani nel desiderio, commosso dalla potente gioia del dì
festivo».
Ma Euforione rimase come sbalordito dal suono della parola; sul suo
volto si diffuse il pallore della morte e con impeto tese in alto
le mani, esclamando: «Come mai, Ione, hai escogitato di darmi questo
dolore, facendomi errare in terra deserta, quale un girovago fuggiasco?
Assai egregiamente ricinge l'uomo la magnifica corona della libertà,
e per lui essa è il colmo della forza, il suggello e la consacrazione
delle opere. Ahimè! io la desiderai ardentemente per l'amore alla santa
arte figurativa, che la Musa infondeva nel cuore a me, disgraziato
schiavo, acciò gli altri non avessero a dileggiare l'opera del mio
lavoro manuale, schernendo anche le mie produzioni per questa oscura
veste. Perciò io muto lavorando mi esercitai nell'arte nelle ore di
mestizia, senza sosta meditai e lavorai per chetare il demone nel
petto. Sperai un giorno la redenzione, sappilo bene, o padrona; la
sperai dalla tua festa se mai allora il magnanimo genitore rimunerasse
con la libertà quell'opera che segretamente meditai, dì e notti intento
ad eseguire la degna produzione. Vedi, eran confusi pensieri, era un
puerile dolore soltanto, alimentato nel petto da un vago ed instabile
desiderio. E prima che mi si allontanasse dal tuo viso animatore,
cacciandomi nel mondo, io sommergerei nelle profondità del mare il
mio lavoro più diletto, perchè non beasse della sua magnificenza alcun
occhio umano. Tu pur mi fosti la Musa dell'arte e la Musa della vita,
o padrona, che per tempo mi dischiuse il cielo del bello con fervore
e m'apprese le opere della grazia celestiale. Giacchè mi ridestasti
nell'animo giovanile lo spirito informatore per l'arte creatrice, e
mi guidasti le timide mani, allorchè, fanciullo, vegliai accanto al
padre nella sua officina dedalica, quand'ei faceva del nero metallo una
immagine maravigliosa.
«Serio e muto egli lavorava senza posa con le artistiche mani. Fu
allora ch'io modellai nella duttile cera una seducente opera plastica
e te la offrii, felice e orgoglioso come un artista. E l'entusiasmo
m'invase il petto, l'opera sinceramente ti piacque; e un'altra
ne meditai e lieto te l'offrii, e così divenni un modellatore di
giocattoli e gingilli. Poichè la tua immagine pendeva sempre nel mio
pensiero, la tua vita s'intrecciava sempre alla mia opera. Allora mi
si fece leggera la mano, e germogli da germogli eruppero potentemente
dal mio spirito entusiasta, tanto che mio padre se ne meravigliò ed
anche Arrio, il tuo austero genitore, mi accolse nel cuore come un suo
figliuolo. Ma venne il tempo desolante, tu ne andasti via e si dileguò
ben presto anche il mio Genio nella notte buia del dubbio. L'anima,
contristata da strane visioni, mi si vuotò d'immagini, e allora
indossai dapprima questa veste di schiavo che umilia, sentii come tante
catene a me d'intorno e piegai il cuore sotto il giogo della servitù.
«Lasciami tacer di quel tempo, chè oramai è di già passato; libero ora
io son divenuto, come chi a lungo languì in una torre umidiccia, ma
la porta gli si apre e gli aleggia subito dentro un raggio dell'eterea
luce e un soffio della vitale primavera.
«Ciò non accada, Ione! non mai io svesta questa tunica di schiavo; la
libertà mi sembrerebbe pur simile alla morte e il mondo mi apparirebbe
d'intorno come la notte deserta e un carcere tetro e privo di stelle.
Io lo so bene, tuo padre ti eleggerà ben presto uno sposo fra i giovani
e il primo dei ricchi aspiranti; allora, quando tu andrai sposa al
focolare di lui, oh lasciami ancora adornare con arte e con molte
immagini la tua casa, affinchè di me ti rammenti, del compagno della
passata fanciullezza!»
Così ei proruppe e dagli occhi lampeggiarono dolorosi sguardi.
E con tremula voce replicò la vezzosa fanciulla, mente nel petto
ansante e commosso il cuore le fremeva: «Qualche cosa di strano mi par
di avvertire, come se la terra leggermente mi tremasse sotto ai piedi
e il capo mi si assopisse nei sogni. Afosa è l'aria quaggiù, e la notte
accesa risplende febbrilmente nel cielo: di nuovo mi scende nell'animo
la strana visione, l'immagine che ieri notte s'aggirava attorno al
mio letto. Ma io lo so bene: era il mio proprio pensiero, poichè tanto
mi disse mio fratello della figura di Icaro. Ecco: piena di ambascia
io sedevo nella notte là, sul monte, dove gli si arrossa in alto la
voragine, il terribile cratere. Fosca era d'ogni intorno la pianura
coperta di cenere solfurea; nero si stendeva al di sotto il mare e solo
un astro scintillava nel cielo, mentre un fuoco di fumante lava mi
circondava accerchiandomi. Ad un tratto tu mi apparisti dinanzi, con
due raggianti ali arcuate sulla spalla, e tenevi ancora pronta nelle
mani un'altra ala a dicevi: “Fino a quando dovrò io portare le catene,
o Ione? Tu venisti, eppur tutto hai dimenticato; ma io feci per me le
ali ed anche per te, o padrona. Vieni, noi voleremo lontano sui flutti
ondeggianti del mare, prima che il fuoco del Vesuvio ci consumi le
ali.” E tu m'afferrasti, con te andai via... e mi svegliai».
Così la fanciulla e subito sbigottita riprese in tono grave: «Che cosa
mai io ti dico! non so dirti quest'oggi una parola assennata, così mi
vaneggiano i sensi come in sogno per l'afa dell'aria e il caldo del
vento libico. Bell'e passati son ora per sempre i cari giorni della
fanciullezza, e noi stiamo come amici sulle rive separatrici del fiume,
che si fanno i segni dell'addio. Sì, ben lo so io, il bene a noi sembra
più spesso un male, chè sovente gli Dei avviluppano la felicità in
una nera nuvola, e il nobile animo si piega devoto ad ogni destino.
Egregiamente risoluto esso adempie a tutto ciò che sempre esigono
i celesti, finchè limpida gli si apre la via a una meta più bella.
Ecco, io son venuta, tu devi pur andare, o amico, tosto che domani,
in ricorrenza della festa, mio padre soddisfarà al mio vivissimo
desiderio. Oh sappi pure che ben volentieri ti ricorderanno gli amici
ed anch'io serberò di te una eterna memoria. E adesso permetti, o
Euforione, ch'io taccia e me ne vada».
Ma nella stessa guisa che, subito sciolto dalla stretta del sogno, si
leva il dormiente, al quale battendo sul capo l'ambrosio raggio di luce
desta gli spiriti assopiti, e chiara albeggia la coscienza, così ben
presto si svegliò il cuore nel petto del giovane. Pien di dolore, ma
nel medesimo tempo pieno di beatitudine, egli alzò in alto lo sguardo,
quindi abbassò il capo e tacque, stringendo più forte le mani al
petto. Ed ambedue tacquero e stettero, i due bellissimi giovani, l'un
contro l'altro silenziosi; pure tra questi due cari giovani invisibile
se ne stava sorridente il celeste mago Amore e qua e là li toccava,
annodando l'ambascia dei loro cuori. E sospirarono le onde del mare
profondamente; tranquille stavan le aure ed un'afa era nel cielo
fiammante. E la luce del Vesuvio cadde d'improvviso, d'un insolito
chiarore, nella stanza semioscura e aleggiò luminosa abbagliando le
due giovani figure; un rumore sordo rimbombò in alto, come se tremasse
profondamente convulsa la terra febbricitante.
E Ione guardò in viso all'amico, vide i nobili lineamenti impalliditi,
gli occhi le s'intorbidarono ad un tratto, tese in alto le mani ed
esclamò: «Addio, Euforione!» Ed egli le prese e le tenne serrate le
mani pulsanti e sempre più caldo si sentì scorrere il sangue nelle sue,
e sotto ai piedi gli parve traballare la terra convulsa.
Già tuonava cupo cupo nell'aria, da per ogni dove, negli abissi; come
un murmure rimbombava nel cielo e tuonava nella voragine del monte.
Allora si sentì come un tremito più volte ripetuto, cigolò la casa,
tremarono rintronando le mura, vacillarono le colonne con sonoro
rimbombo e il suolo ondeggiò come i flutti.
Come sull'orlo solfo-spirante dell'Averno sen vanno a volo barcollando
per l'esalazione le rondini pigolanti e stordite sulla rossa arena,
cui solcano con le prensili ali, così vacillò la fanciulla alla scossa
delle aure elettriche, così barcollò e cadde sulla spalla dell'amico.
Caddero sul petto di lui i morbidi riccioli di Ione, sul cuore gli
fiammava il capo divino, mentr'essa, sostenendosi, gli avvinghiava le
nitide braccia, e l'altro, tremante, la stringeva forte e stava come
stordito nei sensi: per la scossa di terremoto il mondo vacillava
intorno. Egli era come rapito e solo gli sembrava che il cuore
ondeggiante sprofondasse nel flutto della dolorosa sventura. Sulla loro
bocca Amore spicciolava come fiori parole interrotte, spargendo intorno
esclamazioni e grida e il bisbiglio dei sacri nomi dell'amore: i nomi
di Euforione e di Ione.
Voci risuonarono nella casa, voci di fanciulle altosquillanti, e
subito nella porta balzò fuori gridando il trepido Ion: «Guai a noi!
guai! così proruppe; la casa traballa rovinando a precipizio, lassù
vomita fiamma il monte e tutto ricopre di torrenti di fuoco; ma il
padre ha fatto or ora a noi ritorno per il giardino». E appena aveva
pronunziato queste parole, appena avevano sciolto le mani quei due,
quando ecco presentarsi in fretta sulla porta il padre, Arrio, ritto
nel capo e nella persona, ravvolto in una toga increspata, serio e
imperioso all'aspetto. Ei però non s'accorse del confuso sembiante dei
due giovani, troppo soggiogato egli era dall'orrore dei sensi; solo
s'avvide che la figlia se ne scappò rapida nella stanza attigua e che
con gli occhi fissi giù a terra se ne stava davanti a lui nella stanza
l'acceso Euforione. Con imperioso e interrogante sguardo fisò il tacito
schiavo, e non iracondo ma austero pronunziò queste vibrate parole:
«A che tu mai qui ti trattieni nel gineceo, o garzone, audacemente
inoltrandoviti? Così tu attendesti al mio cenno? Altro luogo ti si
confaceva, nel cortile o nel portico fra il rimanente stuolo degli
schiavi, perchè nessun atto sconveniente deve turbarmi la disciplina e
la regola della nobile casa. E fa' in modo di non eccitarmi all'ira,
assottigliandoti il benefizio degli amichevoli doni; nessun altro
infatti si vanta dei favori che Arrio e i figli della casa a te
concedono. Orsù, via, o garzone, e lesto confondimi tutti pel giorno
di domani, o greco, con le tue eccellenti e famose opere». Così disse
e seguì in fretta la figliuola nella stanza attigua.
Ma il giovane era ancora come inebriato, ancora come nel sogno. A mezzo
soltanto comprese la voce di Arrio e a mezzo solo l'afflisse la parola
di lui: così ei se ne stava immerso in una profonda contemplazione. Ma
subito con grido eccitante lo prese per mano il fanciullo e lo condusse
fuori nel giardino attraverso l'atrio aperto. Com'egli uscì fuori nel
buio fiamme-spirante del giardino, stranamente avvolto da una luce
crepuscolare, e vide la mobile vampa sospesa estendersi in alto sul
cielo, sulla terra e sul mare, quasi che il suo spirito fosse sciolto
dall'essere, gli parve di fuggire lungo il cielo, simile ad Icaro, in
estasi beata sulle ali di Aurora.