CANTO II.

AMORE E PSICHE.

Già la notte avvolgea il mare e gli ombrosi monti della Campania che

mollemente s'innalzano intorno al golfo di Napoli, ricingendolo come

ghirlanda, placidi riflettendo le cime nelle acque eternamente azzurre.

Sempre tremola l'onda al bacio di Elio durante il giorno, sempre nella

tiepida notte al bacio ardente degli astri. Risplendeva ora un'intensa

luce rossastra sul Vesuvio; nuvole di fuoco aleggiavano attorno alla

cresta del monte rumoroso; lontano se ne accendeva al riflesso l'aria e

lo specchio del mare; lontano nella campagna guizzava anche un chiarore

sulle terre di Nola, dove sempre Flora ricopre i prati e i colli di

olezzanti germogli come di vampe, e l'albero di granato di Persefone,

dai rossi bocciuoli, arde dei riflessi del vermiglio fiore vulcanico.

E come se di nuovo fosse emersa dal mare la sera, dappertutto il cielo

e la terra divennero purpurei per il bagliore del Vesuvio.

Ma Euforione passeggiava lungo la sponda del mare, solitario ed

anelante, con trepido piede, e spesso tratteneva il passo ad ammirare

estatico l'incantevole quadro notturno di Pompei. Scintillanti

risplendevano i templi e nitido il grandioso foro; rossicci i pinnacoli

della città, i teatri e i portici marmorei. Le case allineate nei

vicoli che si dilungano per diritto, eleganti e piccole, come ville

e palazzine d'estate, sembravano davvero costrutte dalle divinità

marine del golfo, perchè vi abitasse una felice genía di uomini che

passa oziosa i giorni nel piacere e nel sollazzo, e simili a lampade

raccolte intorno al mare esse raggiavano di luce. Anche scintillanti

nel porto erano le navi nerastre, che se ne stavano ivi strette contro

un argine di tufo innanzi all'áncora. E con lo sguardo stanco, quasi

avesse trovato di là la nave di Serapione, riconoscendola al volto

raggiante di Iside, se ne stette ivi lungamente Euforione e gli sembrò

di vedere la nera figura del commerciante appoggiato al timone, in

atto di contemplare le stelle del polo e il chiarore del monte. E

subito si sottrasse dalla curva insenatura del mare, come un profugo

dai criminosi suoi pensieri. Ma per la notte errava un rumore insolito

e strano, come se una gru da lungi corresse sul mare con le sue ali

susurranti e l'aria risuonasse dal canto della migratrice.

Lungo la sponda s'ergeva la villa principesca di Arrio, in mezzo a

un boschetto di platani e di alti pini, d'ogni intorno circondata

di mura, donde sporgevano grossi vasi di fiori e statue seducenti

di delicato aspetto. Volentieri colà s'intratteneva il ricco uomo

durante l'autunno, per godere dei suoi possedimenti e dell'incantevole

campagna: dal Sarno al mare si stendeva a mo' di anello su anello il

suo podere. Ciò che i suoi superbi antenati avevano per lo innanzi

acquistato in terra straniera, case e campagne in Roma, nell'Apulia,

nel Sannio, ovvero lungo la spiaggia veneta, tutto vendè il nipote,

col proposito di accumulare quivi, in terra natia, il suo cospicuo

patrimonio in innumerevoli e fiorenti beni. E già mezza Pompei era sua,

già mezzo Ercolano gli apparteneva ed anche sino a Stabia intorno alle

falde del Vesuvio si prolungava le bella tenuta di Arrio.

Euforione si accostò ora pian piano alla porta spalancata; oh come

se ne stava accanto alla porta e guardava in alto nel cielo radioso,

tutto agitato, perchè mille pensieri gli turbinavano nella mente! E

allora lo prese subito per mano l'ilare Ion, il suo Ion che già lo

aspettava e gridò: «Come giungi tardi anche tu! Pansa ha ora mandato

a chiamare mio padre, perchè essi vanno alle falde del Vesuvio ad

osservare se mai muti la cresta del cratere, di ciò avendoci avvertito

i timidi vignaiuoli. Ma vieni a casa, stiamo lì insieme a chiacchierare

un'oretta; dentro, nella sala, le fanciulle danzano ancora delle

allegre danze, che provano per l'indomani secondo la moda di Roma, con

canto giulivo, e tutte le istruisce la intelligente sorella».

Così disse Ion e si avviò attraverso le arcate di bosso del giardino,

salendo la magnifica scala della casa che, fatta di pietra gialla, si

estendeva fino al portico. Essi ora attraversarono l'ombroso atrio,

dove ogni ospite si divertiva ad osservare le dipinte pareti e i

leggiadri fregi del suolo risplendente di mosaico. Dalla sala echeggiò

intanto un suono assai allegro, un cinguettio di flauti e uno strepito

di nacchere; nel medesimo tempo risa soffocate di fanciulle e i passi

cadenzati di piedi sparenti nella danza. Subito Ion condusse nella

camera interna il ritroso Euforione ed agile e furbo scappò fuori di

balzo e si allontanò.

Affascinante era la stanza e ombreggiata da una gradevole quiete, cui

rischiarava il fioco splendore di una lampada sospesa. D'ogni intorno,

sulla rossiccia parete come alla soffitta scintillavano figure belle

e scherzose, simili ad immagini della notte che il sogno soavemente

dipinge; poichè ivi un intelligente pittore aveva profuso sulle pareti

con senso artistico i colori della poesia. Qui sporgevano di mezzo ai

fiori maschere e svolazzanti farfalle, colà il grillo di Anacreonte

che guidava il leggiadro carrettino forzatamente tirato al passo da

un uccello variopinto; poi Amorini, che sedevano trasognati accanto

alla peschiera, adescando i pesci i quali si dimenavano nell'onda

di cristallo. Ma a preferenza delle altre seducevano lo sguardo

quelle Menadi sul fondo nerastro, che dolcemente si libravano nel

velo ondulato e spargevano scherzose la serica chioma alle aure, con

gli occhi fisi in alto, come se beate volassero al cielo. Tutto era

ricco all'intorno e disposto in un cumulo di bellezze. Dappertutto

scintillava oro, dappertutto avorio, perle e lapislazzuli; dappertutto

era un leggiadro ornamento di stoviglie, di tavole e di armadi. E là

scorreva gorgogliando da un'arcuata nicchia la polla di acqua fresca

giù nella conchiglia, che una ninfa di marmo ginocchioni le offriva,

una figura del celebre artista Menandro. Nel mezzo era una tavola

collocata proprio sotto la lampada, incastonata in alabastro; lucida

risplendeva la lastra come la luna. Ma essa non portava alcun fregio,

come sempre la desiderano le fanciulle, volentieri mettendo in mostra

delle cosette per farle vedere, le cassettine o le figurine di oro e

le variopinte conchiglie del mare. Sopra vi splendeva soltanto un vaso

d'unguenti, conformato a mo' di tulipano, da un bel calice ricurvo,

come quando esso, l'Ebe dei fiori, dopo che s'è imbevuto di rugiada, ne

porge alla cicala. Non però si sorreggeva sul gambo, chè una Pandora

lo teneva nelle mani sollevate, e sul coperchio si vedeva raffigurata

Venere come quando usciva dal bagno. Pien di gioia il maestro riconobbe

la sua opera e subito la prese dalla tavola fra le mani, quell'opera

che una volta, in un'ora di tristezza, aveva egli stesso modellata e

data a Ione come ricordo del commiato.

A un tratto stridè la porta, una veste ondeggiante dette un fruscio e

la padrona, Ione, la figlia di Arrio, si fermò subito davanti a colui

che estatico la contemplava. Come una diva, stava lì commossa l'alta

e piena figura della compagna d'infanzia. Stupefatta l'avvenente

fanciulla guardò Euforione, egli alzò gli occhi e si confuse, poi

con gli occhi fisi a terra rimase perplesso, con la bella immagine di

Pandora fra le mani, come s'ei fosse venuto, timido oblatore del cuore,

per offrirle la figura e lei per prenderla nella mano.

«Come tu pure, diss'ella sorridendo, mi richiami ora quell'età in cui

congedandoti e separandoti da me m'offristi l'opera scultoria! Innanzi

a me tu stavi allora come adesso nella medesima camera, di sera, ed

io con piacere ricevetti dalle tue mani l'opera che mi si offriva.

Vedi, son già passati e trascorsi gli anni, eccomi di bel nuovo, tu

mi t'aggiri dinanzi di bel nuovo nella medesima parvenza, come se sul

nostro capo si fossero fermate le ore. Sì, sempre come un oblatore,

o Euforione, tu mi passasti davanti, ed ora così ritorni, come un

donatore a chi è povera di doni».

Ma il giovane confuso aprì i neri e vividi occhi e li abbassò di nuovo,

quindi grave così parlò: «Ben fermo è il tempo che incessantemente

trasforma tutte le cose, per colui che resta solo, sempre stretto

dal cerchio uniforme del giorno: come potrebbe il tempo ed il mondo

cambiarlo? Taciturno ei custodisce i sacri tesori della ricordanza e,

fedele a sè medesimo, prova gli stessi piaceri ed anche gli stessi

dolori. Pure a chi spensierato passa i lunghi e instabili giorni,

lieto godendo la piena visione del mondo e della vita, ben dilegua il

passato come una nera e sperdentesi immagine di sogno. Anch'ei però

s'allontana, torna di nuovo a casa, poco la riconosce e non più gli

è sufficiente una piccola cerchia. Così sei anche tu mutata per me, o

nobile padrona».

A ciò subito rispose la giovane con assennata parola: «Sì! ben vissi in

Roma i volubili anni, lontana dalla patria e dagli ottimi amici; così

volle mio padre, allorchè rimasi orfana sì per tempo con la perdita

della madre affettuosa. Magnifica è la città e grande e oltre ogni dire

abbagliante la vita che vi serpeggia, però mi spaventa la confusione

della folla. Roma rassomiglia al caos, dove tutto s'agita e si dimena

confusamente. Spesso mi tremava il cuore colà, ed io mi sentiva sola,

pazzo il mondo sembravami, falsa ogni umana attività. Ma la zia mi

canzonava spesso schernendomi con pungenti parole, mentre io sospiravo

la patria più bella. Copiose lagrime versavo, così spesso mi richiamava

al pensiero la bella Pompei e il golfo e la placida spiaggia e questa

casa con i variopinti cubicoli. Sì, i miei mesti pensieri ritornavano

spesso sospirosi da Roma all'età della felice fanciullezza trascorsa

nella patria, così come le rondini ritornano in primavera in cerca

del nido ove crebbero senza pena, godendo degli scherzi del sole. Ma

morì, ohimè! la tua carissima madre Serena, la mia fedelissima dama, a

cui tutto io confidavo. Ora ella riposa lontano in Roma, lungo la via

Appia e non più guarda il figlio, consolandogli l'afflitto cuore coi

suoi sguardi amorosi. Ma un'amichevole parola di saluto anch'io voleva

dirti, perchè domani non mi stessi dinanzi pieno di uggioso rimprovero

quando converranno a festa nella sala i nobili amici».

Come quando un suono sprigionandosi da flauto eolico nella sera,

penetra giù nel cuore e vi desta il soave desiderio d'un sogno beato,

così volava a lui la parola, quella voce melodiosa. «Ma perchè io

dovrei sembrare afflitto? E non mi son io, così gridò egli, rischiarato

gli anni alla luce di quel giorno sospirato? Ecco, già esso s'avvicina

e sarà anche per me un giorno di festa, colà, nella sala addobbata del

padre, poichè tu, nobile, mi concedi una parte della festa con l'amica

e incoraggiante parola».

Ma Ione rivolse rapida da lui lo sguardo lampeggiante, guardò nella

notte piena di scintillio che si stendeva purpurea sul mare vaporoso,

e rossa copriva come di fuoco i neri cipressi e le cime dei pini;

non spirava in nessun luogo un alito di vento, ma il mare mugghiava

e si sentiva il frangere delle onde. A un tratto disse la fanciulla:

«Come è diventato a me estraneo il mondo, tutto all'intorno sembra

mutato al mio spirito cosciente, altra la sorte degli uomini nella

loro fortuna privata. Anche tu m'appari un altro, io ora veggo la tua

veste di schiavo; ciò che mai ha rattristato per lo innanzi la mia

anima indifferente, ora invece mi eccita malinconia nel ritrovarti così

tetro e addolorato, con l'immagine del silenzioso affanno nel volto,

che mi pesa sull'animo come un tacito e accusante rimprovero. Giacchè

veramente un Dio ti ha fornito d'un senso superiore, prestandoti i

doni celesti a preferenza degli altri uomini ordinari. Ma la natura

non ristà mai nel petto d'un uomo insigne, essa s'agita continuamente;

perciò ei deve lavorare e modellare, trasfondendo nella vita la forza

divina, acciò un tempo la posterità glorificante lo accolga nel novero

degli uomini migliori. Tutto ciò ho io considerato piena di affanno

fin dal mio ritorno, da che tu mi apparisti ed io vidi la tua triste

natura, sì che a mala pena potetti riconoscere l'amico e l'allegro

compagno. Molto mi riferì anche il fratello e molte cose ei mi narrò,

come tu eseguissi nell'officina una immagine in argilla, perch'io ne

afferrassi il senso nello spirito presago, intendendo il tuo animo

sospiroso e i tuoi segreti ed agitati pensieri. Ma ascolta la mia

parola, chè questo io volea dirti. Supplice io cinsi le ginocchia del

padre, con mesta preghiera implorai da lui il tuo riscatto, perchè

liberato dalla triste schiavitù, libero ne andassi nel mondo, lasciando

la piccola Pompei, per ammirare altre città, dove son riuniti degli

uomini eccellenti. Che se anche malvolentieri, pure mio padre mi

accontenterà domani nel desiderio, commosso dalla potente gioia del dì

festivo».

Ma Euforione rimase come sbalordito dal suono della parola; sul suo

volto si diffuse il pallore della morte e con impeto tese in alto

le mani, esclamando: «Come mai, Ione, hai escogitato di darmi questo

dolore, facendomi errare in terra deserta, quale un girovago fuggiasco?

Assai egregiamente ricinge l'uomo la magnifica corona della libertà,

e per lui essa è il colmo della forza, il suggello e la consacrazione

delle opere. Ahimè! io la desiderai ardentemente per l'amore alla santa

arte figurativa, che la Musa infondeva nel cuore a me, disgraziato

schiavo, acciò gli altri non avessero a dileggiare l'opera del mio

lavoro manuale, schernendo anche le mie produzioni per questa oscura

veste. Perciò io muto lavorando mi esercitai nell'arte nelle ore di

mestizia, senza sosta meditai e lavorai per chetare il demone nel

petto. Sperai un giorno la redenzione, sappilo bene, o padrona; la

sperai dalla tua festa se mai allora il magnanimo genitore rimunerasse

con la libertà quell'opera che segretamente meditai, dì e notti intento

ad eseguire la degna produzione. Vedi, eran confusi pensieri, era un

puerile dolore soltanto, alimentato nel petto da un vago ed instabile

desiderio. E prima che mi si allontanasse dal tuo viso animatore,

cacciandomi nel mondo, io sommergerei nelle profondità del mare il

mio lavoro più diletto, perchè non beasse della sua magnificenza alcun

occhio umano. Tu pur mi fosti la Musa dell'arte e la Musa della vita,

o padrona, che per tempo mi dischiuse il cielo del bello con fervore

e m'apprese le opere della grazia celestiale. Giacchè mi ridestasti

nell'animo giovanile lo spirito informatore per l'arte creatrice, e

mi guidasti le timide mani, allorchè, fanciullo, vegliai accanto al

padre nella sua officina dedalica, quand'ei faceva del nero metallo una

immagine maravigliosa.

«Serio e muto egli lavorava senza posa con le artistiche mani. Fu

allora ch'io modellai nella duttile cera una seducente opera plastica

e te la offrii, felice e orgoglioso come un artista. E l'entusiasmo

m'invase il petto, l'opera sinceramente ti piacque; e un'altra

ne meditai e lieto te l'offrii, e così divenni un modellatore di

giocattoli e gingilli. Poichè la tua immagine pendeva sempre nel mio

pensiero, la tua vita s'intrecciava sempre alla mia opera. Allora mi

si fece leggera la mano, e germogli da germogli eruppero potentemente

dal mio spirito entusiasta, tanto che mio padre se ne meravigliò ed

anche Arrio, il tuo austero genitore, mi accolse nel cuore come un suo

figliuolo. Ma venne il tempo desolante, tu ne andasti via e si dileguò

ben presto anche il mio Genio nella notte buia del dubbio. L'anima,

contristata da strane visioni, mi si vuotò d'immagini, e allora

indossai dapprima questa veste di schiavo che umilia, sentii come tante

catene a me d'intorno e piegai il cuore sotto il giogo della servitù.

«Lasciami tacer di quel tempo, chè oramai è di già passato; libero ora

io son divenuto, come chi a lungo languì in una torre umidiccia, ma

la porta gli si apre e gli aleggia subito dentro un raggio dell'eterea

luce e un soffio della vitale primavera.

«Ciò non accada, Ione! non mai io svesta questa tunica di schiavo; la

libertà mi sembrerebbe pur simile alla morte e il mondo mi apparirebbe

d'intorno come la notte deserta e un carcere tetro e privo di stelle.

Io lo so bene, tuo padre ti eleggerà ben presto uno sposo fra i giovani

e il primo dei ricchi aspiranti; allora, quando tu andrai sposa al

focolare di lui, oh lasciami ancora adornare con arte e con molte

immagini la tua casa, affinchè di me ti rammenti, del compagno della

passata fanciullezza!»

Così ei proruppe e dagli occhi lampeggiarono dolorosi sguardi.

E con tremula voce replicò la vezzosa fanciulla, mente nel petto

ansante e commosso il cuore le fremeva: «Qualche cosa di strano mi par

di avvertire, come se la terra leggermente mi tremasse sotto ai piedi

e il capo mi si assopisse nei sogni. Afosa è l'aria quaggiù, e la notte

accesa risplende febbrilmente nel cielo: di nuovo mi scende nell'animo

la strana visione, l'immagine che ieri notte s'aggirava attorno al

mio letto. Ma io lo so bene: era il mio proprio pensiero, poichè tanto

mi disse mio fratello della figura di Icaro. Ecco: piena di ambascia

io sedevo nella notte là, sul monte, dove gli si arrossa in alto la

voragine, il terribile cratere. Fosca era d'ogni intorno la pianura

coperta di cenere solfurea; nero si stendeva al di sotto il mare e solo

un astro scintillava nel cielo, mentre un fuoco di fumante lava mi

circondava accerchiandomi. Ad un tratto tu mi apparisti dinanzi, con

due raggianti ali arcuate sulla spalla, e tenevi ancora pronta nelle

mani un'altra ala a dicevi: “Fino a quando dovrò io portare le catene,

o Ione? Tu venisti, eppur tutto hai dimenticato; ma io feci per me le

ali ed anche per te, o padrona. Vieni, noi voleremo lontano sui flutti

ondeggianti del mare, prima che il fuoco del Vesuvio ci consumi le

ali.” E tu m'afferrasti, con te andai via... e mi svegliai».

Così la fanciulla e subito sbigottita riprese in tono grave: «Che cosa

mai io ti dico! non so dirti quest'oggi una parola assennata, così mi

vaneggiano i sensi come in sogno per l'afa dell'aria e il caldo del

vento libico. Bell'e passati son ora per sempre i cari giorni della

fanciullezza, e noi stiamo come amici sulle rive separatrici del fiume,

che si fanno i segni dell'addio. Sì, ben lo so io, il bene a noi sembra

più spesso un male, chè sovente gli Dei avviluppano la felicità in

una nera nuvola, e il nobile animo si piega devoto ad ogni destino.

Egregiamente risoluto esso adempie a tutto ciò che sempre esigono

i celesti, finchè limpida gli si apre la via a una meta più bella.

Ecco, io son venuta, tu devi pur andare, o amico, tosto che domani,

in ricorrenza della festa, mio padre soddisfarà al mio vivissimo

desiderio. Oh sappi pure che ben volentieri ti ricorderanno gli amici

ed anch'io serberò di te una eterna memoria. E adesso permetti, o

Euforione, ch'io taccia e me ne vada».

Ma nella stessa guisa che, subito sciolto dalla stretta del sogno, si

leva il dormiente, al quale battendo sul capo l'ambrosio raggio di luce

desta gli spiriti assopiti, e chiara albeggia la coscienza, così ben

presto si svegliò il cuore nel petto del giovane. Pien di dolore, ma

nel medesimo tempo pieno di beatitudine, egli alzò in alto lo sguardo,

quindi abbassò il capo e tacque, stringendo più forte le mani al

petto. Ed ambedue tacquero e stettero, i due bellissimi giovani, l'un

contro l'altro silenziosi; pure tra questi due cari giovani invisibile

se ne stava sorridente il celeste mago Amore e qua e là li toccava,

annodando l'ambascia dei loro cuori. E sospirarono le onde del mare

profondamente; tranquille stavan le aure ed un'afa era nel cielo

fiammante. E la luce del Vesuvio cadde d'improvviso, d'un insolito

chiarore, nella stanza semioscura e aleggiò luminosa abbagliando le

due giovani figure; un rumore sordo rimbombò in alto, come se tremasse

profondamente convulsa la terra febbricitante.

E Ione guardò in viso all'amico, vide i nobili lineamenti impalliditi,

gli occhi le s'intorbidarono ad un tratto, tese in alto le mani ed

esclamò: «Addio, Euforione!» Ed egli le prese e le tenne serrate le

mani pulsanti e sempre più caldo si sentì scorrere il sangue nelle sue,

e sotto ai piedi gli parve traballare la terra convulsa.

Già tuonava cupo cupo nell'aria, da per ogni dove, negli abissi; come

un murmure rimbombava nel cielo e tuonava nella voragine del monte.

Allora si sentì come un tremito più volte ripetuto, cigolò la casa,

tremarono rintronando le mura, vacillarono le colonne con sonoro

rimbombo e il suolo ondeggiò come i flutti.

Come sull'orlo solfo-spirante dell'Averno sen vanno a volo barcollando

per l'esalazione le rondini pigolanti e stordite sulla rossa arena,

cui solcano con le prensili ali, così vacillò la fanciulla alla scossa

delle aure elettriche, così barcollò e cadde sulla spalla dell'amico.

Caddero sul petto di lui i morbidi riccioli di Ione, sul cuore gli

fiammava il capo divino, mentr'essa, sostenendosi, gli avvinghiava le

nitide braccia, e l'altro, tremante, la stringeva forte e stava come

stordito nei sensi: per la scossa di terremoto il mondo vacillava

intorno. Egli era come rapito e solo gli sembrava che il cuore

ondeggiante sprofondasse nel flutto della dolorosa sventura. Sulla loro

bocca Amore spicciolava come fiori parole interrotte, spargendo intorno

esclamazioni e grida e il bisbiglio dei sacri nomi dell'amore: i nomi

di Euforione e di Ione.

Voci risuonarono nella casa, voci di fanciulle altosquillanti, e

subito nella porta balzò fuori gridando il trepido Ion: «Guai a noi!

guai! così proruppe; la casa traballa rovinando a precipizio, lassù

vomita fiamma il monte e tutto ricopre di torrenti di fuoco; ma il

padre ha fatto or ora a noi ritorno per il giardino». E appena aveva

pronunziato queste parole, appena avevano sciolto le mani quei due,

quando ecco presentarsi in fretta sulla porta il padre, Arrio, ritto

nel capo e nella persona, ravvolto in una toga increspata, serio e

imperioso all'aspetto. Ei però non s'accorse del confuso sembiante dei

due giovani, troppo soggiogato egli era dall'orrore dei sensi; solo

s'avvide che la figlia se ne scappò rapida nella stanza attigua e che

con gli occhi fissi giù a terra se ne stava davanti a lui nella stanza

l'acceso Euforione. Con imperioso e interrogante sguardo fisò il tacito

schiavo, e non iracondo ma austero pronunziò queste vibrate parole:

«A che tu mai qui ti trattieni nel gineceo, o garzone, audacemente

inoltrandoviti? Così tu attendesti al mio cenno? Altro luogo ti si

confaceva, nel cortile o nel portico fra il rimanente stuolo degli

schiavi, perchè nessun atto sconveniente deve turbarmi la disciplina e

la regola della nobile casa. E fa' in modo di non eccitarmi all'ira,

assottigliandoti il benefizio degli amichevoli doni; nessun altro

infatti si vanta dei favori che Arrio e i figli della casa a te

concedono. Orsù, via, o garzone, e lesto confondimi tutti pel giorno

di domani, o greco, con le tue eccellenti e famose opere». Così disse

e seguì in fretta la figliuola nella stanza attigua.

Ma il giovane era ancora come inebriato, ancora come nel sogno. A mezzo

soltanto comprese la voce di Arrio e a mezzo solo l'afflisse la parola

di lui: così ei se ne stava immerso in una profonda contemplazione. Ma

subito con grido eccitante lo prese per mano il fanciullo e lo condusse

fuori nel giardino attraverso l'atrio aperto. Com'egli uscì fuori nel

buio fiamme-spirante del giardino, stranamente avvolto da una luce

crepuscolare, e vide la mobile vampa sospesa estendersi in alto sul

cielo, sulla terra e sul mare, quasi che il suo spirito fosse sciolto

dall'essere, gli parve di fuggire lungo il cielo, simile ad Icaro, in

estasi beata sulle ali di Aurora.

Passeggiate per l'Italia, vol. 5 · 第 2 / 4 章