CANTO IV.

TANATO ED EIRENE.

Com'è placido, o morte, e come è bello il tuo regno colorito qui fra

le rovine di Pompei, nel recinto della cenere che si inarca![9] Ben

altra tu mi apparisti nelle macerie di Roma, come un Cesare maestoso

che dalla via Appia infili i larghi archi, tacito e tetro, trionfatore

del mondo e calpestatore dei popoli; ben altra nei campi di Siraco,

dove ancora Aretusa versa giù nel mare le melodiche lagrime per il

perduto dio e la rocciosa plaga giallognola mostra i solchi del tempo

con tracce di tombe all'intorno, per quanto il falco la domina con lo

sguardo.[10] Colà come Memnone tu mi apparisti, che manda dei gemiti,

quando la madre Aurora lo sveglia e lo bacia sul capo. Ma qui come un

ricciuto fanciullo, simile al sorridente Amore, tu mi appari, o Tanato,

nelle scintillanti macerie di Pompei, scherzando con la polvere di

oro e coi rottami dei vasi infranti. E coi lapislazzuli e i perduti

ornamenti delle fanciulle tu ricami il tuo sepolcrale mosaico di

figure fantastiche e favolose. Informami soavemente il canto e venga

qui benigna Eirene, la celestiale sorella, e mi aleggi intorno al

capo, eternamente. Ed ecco che aprì gli occhi Euforione; dove mai si

trovava egli? Una nube gli avvolgeva lo sguardo e il capo accasciato

dal dolore, e dello spruzzo delle onde grondava ancora la chioma e

la testa. Era in un'arcuata caverna di rocce dentate, rischiarata

in rosso dal vaporoso lume d'un tizzo acceso a mo' di fiaccola, che

un uomo teneva in mano, ricurvo, nel vello peloso del pescatore,

mentre gli sguardi inorridivano del raccapriccio di morte. Allora

terribile mugghiò il mare con urlo, e le onde, freneticamente agitate,

risuonarono intorno per le rupi sulla caverna scossa. Ivi pendevano

in gran copia alle caviglie reti brunastre, canne da pesca, gomitoli

di nasse e corde di paretelle. Ma al suolo sulla nera terra giacevano

figure, vinte dal dolore, in un rigido deliquio. Fra la ciurma ivi

sedea anche lo stesso Serapione, col grigio capo appoggiato alle

mani, senza forza per l'indicibile pena. Inoltre, nell'abbigliamento

di festa, coi lineamenti del tutto sformati, sconvolta e arruffata

la chioma, inzuppata di acqua salsa, giacevano distesi sull'alga

gl'infelici figli di Arrio, simili alla conchiglia di porpora che il

flusso spinge alla riva sull'alga scintillante del mare.

Euforione li guardava fiso, come fantasmi, e piegandosi sulle ginocchia

cercò di pronunziare queste interrotte parole: «Ohimè! dove siamo noi

infelici precipitati? ci hanno, ohimè! trascinato giù nel profondo del

mare gli urlanti gorghi? dove sono io mai? cadde Pompei, rovinò dalle

fondamenta il globo terrestre? È questa la fossa? Ci ha tutti ingoiati

la voragine del Tartaro?» E dagli occhi cercò di scuotere con forza il

deliquio; ma la ragione gli girava intorno smarrita. Come quando di

mezzo al fumo spuntano qua e là delle figure poco riconoscibili e di

nuovo si offuscano, così a lui errava confuso lo spirito sulle immagini

scomparse. Vide tutti gli orrori della notte, il Vesuvio e Pompei

ravvolta nel fuoco, la casa della festa e Ione presso il magnifico

candelabro, gli ospiti giulivi e l'improvvisa catastrofe. Vide Arrio

fra le rovine presso la volta della casa, piegato accanto ad Ismeno,

col capo morente tutto ricoperto di cenere. Vide uomini e donne,

distesi nell'arena che si ammucchiava all'intorno, il popolo fuggente

correre giù per la china delle strade a precipizio nelle nuvole di

fuoco e sferzato da una gragnuola di lapillo, strillando come uccelli

notturni, quando ne li caccia via lo scoppiettare dell'incendio. Ed ora

ei vide sè stesso, nel vortice di cenere, con Ione sulle spalle e Ion

appeso alla veste correre verso il mare di mezzo alla città in fiamme e

alla turba confusa degli uomini; ed echeggiava l'aria dei lamenti del

popolo che si precipitava nel mare, acceffando le barchette con grida

angosciose, finchè il flutto li allontanava e di nuovo il riflusso

li gettava sulla riva. E a lui pareva come se sprofondasse nel mare,

come se tutte le acque furibonde lo inghiottissero nel gorgo; ma ad

un tratto egli intese il rumore del bordaggio, un vociare confuso ed

orribile e nel mezzo il grido risuonante di Serapione. E subito vide il

vecchio, non più come l'illusione di un sogno febbricitante, sollevarsi

sul suolo della caverna, nell'aspetto simile al nero Caronte, e cercò

di chiamare per nome l'ospite amico, stendendogli con forza il braccio,

mentre prima barcollava pieno di angoscia; ma la notte fosca gli

avvolse ben presto il capo ricurvo.

Alto tuttavia urlava il mare percosso dal turbine impetuoso, fuori

presso il roccioso lido, e già avevano i balzanti flutti trascinato

quei fuggiaschi di Pompei nel naviglio del vecchio egiziano, che

ora coll'albero infranto giaceva gettato sulla spiaggia salvatrice

di Capri. Non lungi da Napoli si eleva la bella roccia dedalica

dell'isola aprica. Ivi Amore si compiace di sognare nelle grotte di

zaffiro origliando alla camera nuziale delle sirene del mare, dove,

con delicato sorriso, le onde tremolano nel fosforo e l'aria narcotica

intesse tranquillamente di azzurro il grazioso crepuscolo. Ma fremeva

ora il mare intorno al lido tutto inarcandosi di onde cristalline, e

la schiuma schizzava fin sulla cresta dell'isola. E come una nebbia,

la cenere compatta e crocchiante copriva gli scogli, e lontano sulle

onde l'uragano agitava un vortice di nubi. Rosse splendevano le rocce e

rosso il golfo ribollente, ma fosco si agitava il mare nello splendore

solfureo, impetuosamente illuminato dai lampi e poi di nuovo coperto

subito dalla notte. E con luccicanti creste s'avvolgeano i sibilanti

cavalloni, sbuffavano in alto inalberandosi e risuonando poi sulla

scogliera, sì che intorno ne rintronava la spiaggia ed echeggiava con

rimbombo l'isola.

Così passava rapido il tempo, non più partito dal mutare delle stelle

nel cielo. Poichè non era nè giorno nè notte, e solo rossi bagliori

raccapriccianti solcavano la terra che fumava. Se le ore scorressero,

se i giorni si spegnessero nella notte senza misura di tempo, nessuno

dei mortali avrebbe saputo.

Finalmente venne la calma; presso agli scogli di Capri cessava di

fremere, stanco, il mare, e la tempesta delle nuvole ammainava le vele.

E le nebbie squarciate, già tutte infrante a brandelli, affollandosi a

mo' di schiera correvano e si spingevano al mare come corrono le flotte

di ritorno alla loro patria dopo la terribile battaglia navale, serrate

a schiere anch'esse ed affollandosi al suono delle tube, mentre le vele

sventolano rotte intorno all'antenna e foschi sporgono i tronchi degli

alberi spezzati; e le navi, stanche dalla lotta, tirano giù le vele

stridendo come gru e sempre più lontano nereggia la fitta squadra sul

mare.

E già dai crepacci della grigia nuvolaglia appariva l'azzurro del

cielo, quando spuntò timido l'astro del mattino e dall'azzurra notte

di ambrosia emerse con tutte le stelle la lampada degli Dei, Orione.

E subito splendette l'aria, il chiarore divenne sempre più limpido,

un vapore colorato si levò dalla sponda gialliccia del levante,

morbido come il chiarore dell'Iride, quando affrettandosi al mare si

trascina dietro il lembo della sua veste variamente ricamato a fiori

e la traccia luminosa delle ali. Come un brivido corse un alito di

vento e dalla scogliera si precipitò con alte strida il gabbiano,

a tuffare nei flutti le sue ali strepitanti. Un grazioso sorriso

mattinale rischiarava adesso il cielo, e spuntò rosea la magnifica

Eos vivificatrice della città, mentre in largo s'accendeva il mare e

risplendeva la cresta di Sorrento, come s'accende l'ebbro e sanguigno

capo del fiammante papavero. Timide ricomparvero le rive, avvolte come

in un velo d'incerto vapore: colà la riva di Pesto e qui gli scogli

delle Sirenusse, di là la riva di Napoli e il giallo monte Miseno.

Ma il dominante Vesuvio se ne stava lì maestoso nella sua pompa di

porpora, tranquillo come un eroe che silenzioso contempli il campo

di battaglia e i morti, niente affatto rannuvolato dal rimorso e

appoggiato alla lancia luccicante della zuffa.

Appena spuntò Elio per sanare della sua luce la terra, il vecchio

veleggiò subito con la sua nave verso la riva di Pompei, per osservare

con i propri occhi e cercare tra i superstiti e i morti.

Ma chi può dire quale orribile e violento dolore assalisse ora i

figli di Arrio, che si abbandonarono alla piena dell'affanno, quando,

simili a naufraghi, si svegliarono sull'estraneo lido, privi di

speranze, poichè il compagno svelò loro la sorte del padre e non cercò

d'illuderli in nessuna maniera? Strappandosi i ricciuti capelli e

percotendosi il petto, il fanciullo emise un profondo grido di dolore

che si ripercosse lontano negli scogli di Capri.

Arrio! risuonavano le rupi, ed Arrio! ripeteva l'Eco. E con i sensi

smarriti Ione vagava lungo la riva: ora, silenziosa contemplando le

coste di Pompei, sollevava il braccio in alto verso il cielo con le

labbra aperte senza profferir parola e pazza di dolore, ora lanciava

nell'aria un grido improvviso. Non così nello spasimo del cordoglio

uscì un giorno un canto di dolore dalla bocca di Cassandra, che

contemplava i ruderi di Ilio, seduta sul lido nemico, e versava nel

mare il suo affanno triste come la morte, impennando le aure del

suo sacro grido di malinconia, come ora si lamentava Ione cercando

il padre, gli amici, la patria, che senza tomba erano profondamente

sepolti sotto la lava vomitata dal Vesuvio. Ed ella supplicava la

morte, e spesso saltava avida di sprofondarsi nel mare; però la

stringeva gemendo il fratello Ion e forte talvolta la cingeva con le

braccia Euforione, versando lacrime di raccapriccio e unendo gemiti a

gemiti. Essi passavano nel pianto il giorno come passavano anche nel

pianto la notte, storcendo le mani con sospiro ed errando intorno alle

rupi dell'isola, così come i figli del cigno, che seggono raccolti sul

rossastro promontorio presso il mare e battono le ali e gridano senza

fine con un gemito rassomigliante al suono dell'arpa nell'azzurra

solitudine dei flutti, poichè il cacciatore uccise loro i genitori

distruggendoli insieme col nido.

Di nuovo si fe' giorno. Quand'ecco ritornò anche Serapione, mentre

quelli ansiosi, immoti nel sordo dolore, vuoto il petto di sorgenti

di lacrime, tristi pensieri volgendo, sedevano sul giallo scoglio,

sui gradini di marmo del palazzo, che Tiberio, il demone di Capri,

un giorno si fabbricò cingendolo di magnifiche colonne, da' cui

piedistalli scintillanti intorno alla scala si specchiavano giù nel

mare immagini di numi tacite e severe.[11] Colà li trovò il vecchio,

ei venne inerpicandosi per l'erta della riva e subito, come un uomo

del quale lo sguardo precursore della parola accenni a qualcosa di

triste, Serapione cominciò perplesso in tali accenti: «Infelici, oh che

cosa debbo io ora riferirvi? come potrò riuscire ad esprimervi tutto

ciò con parole? Un ammasso di polvere è diventata Pompei, inghiottita

la città e sotterrata anche la sua gente! Nè il padre, nè la casa, nè

gli amici, nè la patria sperate di vedere; l'inarcantesi terra tutti

insieme li ricopre. Ahimè! nessun occhio li vide, e chi è sfuggito

alla rovina dice che è morto Arrio, e morto anche Pansa ed è morto

anche Ismeno! Chi discerne fra i molti che perirono? Da ogni parte

imperversa la distruzione ed il caos, sembra che tutto sia una fossa

sola. Le macerie coprono colà il paese sfigurato come con le onde

fangose del Nilo. Plumbei si elevano gli ammassi della lava rappresa;

monti vomitati dal monte seppellirono i campi e le città, e la terra

fusa indurisce selvaggia, orribilmente compressa nelle sue zolle. E

d'intorno deserto; un pantano di zolfo, un indicibile ammasso a strati

di cenere e sabbia e frane e frantumi infiniti! La città precipitò nel

profondo del Tartaro senza lasciare alcuna traccia; così del Vesuvio si

distese su di essa un lenzuolo di polvere e una nera coltre di cenere,

che non un tempio si scerneva, non il teatro, non la piazza, neanche

una casa. Ma qua e là dal flutto di cenere un dorico capitello sporgeva

il suo capo tentennante come un ebbro, e si vedeva l'orlo merlato d'una

torre infranta. Ahimè! e di morti un esercito! gli uni fissi nella lava

e gli altri nella sabbia, ovvero accomunati nelle onde fangose con le

bestie marine, che il mare ora rivolge con raccapriccio negli orribili

flutti insieme coi percossi alberi e le caviglie delle infrante navi.

E il vento solleva un turbine di polvere; come nel deserto di Libia,

su Pompei la cenere danza le furiose danze della morte. Napoli e Nola

mandarono in fretta delle schiere di fossatori, se mai riuscisse loro

di liberare qualcuno dai frantumi; ma questi uomini rimangon lì fermi,

con le zappe inerti ai loro piedi, pieni di orrore e guardano la nera

campagna flegrea. E come i corvi d'autunno riempiono di strida il

terreno dissodato, accoccolandosi a stuolo, così seggono colà le donne

gemendo fra i rottami, con monotone grida, e versano sul loro capo la

polvere solfurea. Il dolore, segugio della morte, manda alti gemiti

colà e cerca la via nella cenere ammonticchiata; la fame con lucente

sguardo gironza intorno e fruga tra i rottami con urlante delirio.

Oh come basterà la parola ad esprimere tutto ciò? Intorno al grazioso

golfo ora la morte intreccia nere ghirlande; anche altre città caddero;

caddero Ercolano ed Oplonti,[12] Stabia è coperta dalla notte. Da che

la terra popolata uscì fuori del caos, giammai occhio mortale vide così

violenta ed orrida distruzione! Cessate, deh, cessate dal lamentarvi!

nessun dolore può misurare questi abissi vertiginosi e senza fondo.

Muto sta l'uomo innanzi all'opera dei celesti, compreso di stupore

e d'irresolutezza, e lascia compiere ciò che non può arrivare mai a

capire. Lasciate che i morti riposino tranquilli e che il padre dorma

nella sepoltura della casa, beati loro che non videro la caduta e lo

squallore di Pompei, perchè un demone del cielo li rapì di mezzo alla

festa».

Così il vecchio. Ancora alto gridava il giovanetto Ion con voce

risuonante e con volto nascosto amaramente sospirava. Ma Ione, con le

mani tese verso la sponda azzurro-velata di Pompei, d'un volto simile

alla morte, rabbrividito e pallido, sparsa sul petto la chioma fluente,

stava ferma a guardare nel mare, finchè le braccia non le si piegarono

per istanchezza ed il capo non s'appoggiò alla spalla dell'amico

Euforione, il quale sollevò per mano dal suolo anche il fanciullo.

E intenerito vide il vecchio come le giovani figure legasse insieme

la catena del dolore e la catena dell'amore. E a lungo esse rimasero

così silenziose nell'ansimante dolore e contemplarono malinconicamente

la vita, quando a un tratto il vecchio proruppe: «Ben vede oggi il

sole della trasformazione tante cose che i popoli istituirono, le età

consolidarono, la repentina morte disciolse. Il povero ora si unisce

al ricco e il signore chiama fratello lo schiavo. Che sono i desiderî

degli uomini e che è mai l'affaticarsi per il futuro? Che cosa è il

tuo dolore, o Euforione, che poco fa scagliasti selvaggiamente contro

il cielo per una meschina figura di argilla? Ecco, Pompei giace nella

polvere frantumata, rotta come un vaso che un fanciullo scherzando

getta giù dal piedistallo. Ora vi abitano le larve e striscia pei muti

palagi il verme schifoso, sedendo sull'oro e sulla seta di Tiro. E la

notte eterna copre le preziose meraviglie della bellezza. Così come

i ciottoli della roccia, il tempo rotola costantemente le opere degli

uomini, schernendo i figli di Prometeo che, poveri creatori, formano

polvere dalla polvere. I nipoti ereditano le macerie e la posterità

dolente raccoglie anche la più sublime azione come un rottame di mezzo

ai frantumi».

A ciò subito levò il capo il Greco e disse con commozione: «Ben

dicesti tu il vero! Un sol minuto basta a dileggiare i nostri titanici

dolori e i più eccelsi sensi divini, giacchè anche dietro la mano e

l'opera di Fidia stava un giorno motteggiando la morte e placidamente

si prendeva gioco dei rottami in cui quella si sarebbe ridotta. Pure

tutto ciò che nel petto aspira con forte desiderio alla luce, ciò

che tende all'immortale con la lieta brama del creare, o vecchio,

non è un soffio della dileguantesi ora mortale! Cadono le città e i

popoli, muoiono le opere degli uomini, ma rimane il potere dell'arte

ed il lavoro che redime; i quali, sacerdoti celesti della luce e

della libertà, peregrinano come messi andando dai padri alla vegnente

generazione dei nepoti. E l'uomo si rinnova eternamente, ammassa

opere su opere, attendendo pacifico alla perfezione del fiore della

terra, con santa umiltà. Così io la penso, e quantunque ancora l'anima

mi stilli di morte, pure mi è rimasta la forza e la brama infinita

dell'operare. Anche a me han distrutta i celesti l'officina e le

opere, e nel medesimo tempo il dubbio ed i miei piccoli dolori puerili.

Eternamente adunque le macerie coprirono le opere dell'apprendista, per

sempre quelle figure del sogno e della brama che lottava con energia

giovanile. Ma come quando nella vampa del Vesuvio io tuffai l'anima,

sì che essa, liberata dalla scoria della pesante materia e purificata

dalla torbida miscela, tende ora alle vette apriche, così io son

divenuto, così mi sento rinnovato, così ringagliardito dentro di me».

E l'Egiziano guardava lieto l'insigne giovane così entusiasta,

ammirando com'egli, con ancora la veste di schiavo sulle vigorose

forme, se ne stesse colà virilmente col capo sollevato e coperto da

riccioli neri, simile al figlio di Dedalo che aveva modellato nella

creta, ma più tranquillo e più grave; e l'ospite amico si compiaceva a

guardare come per mano ei si tenesse la più bella fanciulla di Pompei.

«Strano, diss'egli; i celesti confondono sempre le sorti degli

uomini, il flagello della Furia colpisce le teste dei potenti, mentre

intorno al capo dello schiavo essa si trasforma per incantesimo in

una ghirlanda. La morte diventa vita, la porta della tomba si cambia

in un'eccelsa porta di trionfo! Oh te beato! Io ti esalto: come una

fenice risorgesti dalla cenere di Pompei, e Iddio die' compimento a

quel che tu presago modellasti. Tu sei libero e sfuggisti anche tu

al labirinto della morte; io ti chiamo Dedalo ed Icaro ad un tempo,

perchè i Geni ti prestarono le ali di entrambi. Oh! sollevate al cielo

le mani, sollevatele in segno di ringraziamento, voi, che i celesti

stessi guidarono sulle ali nella mia nave. E tu, o nobile e rassegnata

fanciulla, che cosa scegli tu adesso? Non più vi sono vie per ritornare

in patria; a novella vita e più grande risorgerai. Perchè colui che

ha superato tali cose, ha ricevuto dalle eterne potenze una elevata

destinazione, sempre più in alto nella vita. Vuoi tu andare a Roma

col fratello? Colà abitano molti amici di tuo padre, o vuoi piuttosto

scegliere la città di Napoli? Parla, io ti guido volentieri nella

mia nave, dove desideri. Oppure comprendo esattamente quel che già

presentivo, e che voi stessi ora mi date a intendere con lo sguardo e

con l'unione fraterna delle mani?»

Non rispose a ciò la figlia dell'infelice Arrio, ma, immersa in

profondi pensieri, abbassò lo sguardo, silenziosamente. Ed allora

Euforione: «Ben hai tu presentito il vero, tu che ci fosti mandato

per pilota dagli Dei, o santo ospite amico. Sì, noi veniamo teco, tu

stesso l'hai predetto. Ma non come uno schiavo fuggiasco io monto a

bordo della nave salvatrice, giacchè mi segue Ione, come compagna di

viaggio all'uomo che essa stessa ha liberato dall'infamia della trista

schiavitù. Colei che mi prometteva la vita, mi è stata ora legata dalla

morte, ed il Vesuvio ci ha fuso, ohimè! le indissolubili catene. È

forse un sogno? O Dei, come intendo io il subitaneo mutamento! Voi, sì,

mentre io me ne sto pieno di meraviglia, mi vuotate sul capo ambedue

i corni dell'abbondanza, mischiando il dolore al piacere e la morte

alla vivificante salute. Oh come rimango confuso di vergogna dinanzi

a voi, io che solo fra tutti soffrii meno! Io debbo sembrare ora come

un misero mortale, che dai luccicanti rottami estrasse i più preziosi

tesori, rubandoli ai caduti, e fu arricchito dalla prodiga morte.

Perciò non so pronunziare alcuna adatta parola; mi batte il cuore

nella speranza, eppure il dolore lo seppelisce in un raccapricciante

silenzio. Questo solo io sento: Ione, tu vivi, e tu vivi per me, o

fanciullo! E se ancora la preghiera dei vivi scende giù nell'Orco, ben

udrà il padre gli ardenti voti, e si volgerà a me accennando dai campi

elisi l'ombra placabile di Arrio. Lungi ora navigando sul mare noi

andiamo in esilio, c'è di guida il dolore, e nel tempo stesso anche la

speranza e l'amore, che di mezzo alle rovine ci costruisce di bel nuovo

la patria. Poichè anche oltre il mare fiorisce incantevole la terra

ospitale, anche colà risplende Eos e sorge per gli uomini d'azione

anche Elio e Selene nell'amica sera».

Disse e indicò il mare e i monti luccicanti di Calabria, che dal vapore

ondeggiante sollevavano la cima violacea. Lungi ridevano le onde e

bello brillava il promontorio merlato della Licosa; qualche nave a vele

spiegate correva giù verso il sud in una corsa beatamente alata. Ma

ad Euforione sembrò come se il cielo di smeraldo risuonasse di festosi

inni e come se echeggiassero di canti i rapidi flutti, che con ansante

mormorio si rincorrevano sull'estesa assolata. Così stava egli commosso

sulla riva crestosa di Capri, agitando la mano verso il mare porporino,

mentre gli splendeva nell'occhio la celeste fiamma del desiderio.

E l'afflitta Ione sollevò il suo pallido volto e disse: «Ahimè! lungi,

o amico, tu guardi, e le ali della speranza sollevano il tuo spirito

coraggioso; ma nel mio petto il cuore sepolto come sotto le macerie, si

è cangiato in un'urna, ripieno della cenere di morte. Io cerco vincere

l'angoscia, e apprendo l'umiltà dal dolore, piegando religiosamente il

mio povero capo innanzi alla triste necessità. Ma il grido del cuore,

oh questo grido disperato mi ridesta sempre dal muto silenzio, ed

allora mi rivolgo ai celesti domandando: ma sarà Pompei sempre coperta

dalla cenere? E ritornerà mai a noi il nobile padre? Ed è per sempre

sprofondato nei frantumi? E copriranno questi frantumi eternamente

gli amici e le case ed anche la fiorente città? Io vivo sempre nel

sogno ed orfana stendo le sospirose braccia verso la patria, verso i

vani fantasmi della tomba. Perchè come sulla sabbiosa pianura il vento

distrugge con la polvere per ischerno la traccia del piede frettoloso

al viandante, così copre la sabbia tutta la mia vita ed i miei sensi.

Tutto divenne intorno a me caos, e mi vacilla nel petto il cuore

senza patria, strappato quasi alla sua ancora e spinto nell'onda del

cordoglio verso il velato avvenire. Ahimè! della casa di Arrio sono

questi gli unici avanzi, io e tu, Euforione, ed il piccolo Ion, a me

carissimo sopra ogni altro!

Ed a ciò Ion: «O Ione ed Euforione, io ora vi amo doppiamente, perchè

voi mi sembrate i genitori, essendo il padre disceso nell'Orco. Ma

tosto che noi fabbricheremo la casa sulle rive del purpureo Nilo, sia

essa com'era la nostra, chè non mai io dimentico la nostra abitazione,

la quale s'ergeva sì bella con le colonne splendenti dell'azzurro del

mare. Sabbia e frana la ricoprono, e ricoprono anche il podere e i

tesori che il padre accumulò e la diligente madre raccolse. Di tutto

posso consolarmi, solo non posso dimenticare i tuoi preziosi regali,

o sorella, che poco fa mi portasti da Roma. Ed anche il candelabro

di bronzo io piangerò, o amico; mi appare sempre agli occhi la bella

figura e ripenso alle lampade scintillanti nella sala, al padre che

stupito ivi sedeva ed agli amici che guardavano ammirati. Ma ora esso

sen giace coperto di cenere, e nessuno attizza le incantevoli lampade,

allietandosi del loro scintillio. Si affrettò subito un demone a trarlo

giù nel profondo dell'Orco, fra le lare, per la regina Persefone, dove

ora sta accanto al trono e illumina le orride tenebre».

«Lo ricopra pure la polvere, rispose sorridendo Euforione, e sia ora

lampada sepolcrale per Arrio e per tutti gli amici: ormai mi ha già

bell'è compiuto il destino. Esso era per me l'araldo della luce, un

amico salvatore dell'amore; e un tempo, quando saranno trascorse le

età e molte generazioni di uomini, quando noi tutti saremo dispersi

coperti dalla polvere, i posteri lo ritroveranno; allora dinanzi ai

tardi nepoti esso starà come uno straniero e un divino mistero. Ma

forse un uomo, un osservatore, lo contemplerà, e con malinconia dirà

allora: di chi erano le mani, le preziose mani che ne intesserono

le forme e quali sensi commovevano il maestro, quando nell'officina

modellava il lampadaro dedalico? Per chi esso infiammò e illuminò

l'anima innamorata? Ed allora il mio bronzo racconterà a questo nipote

stupefatto anche il destino di Pompei e la nostra storia passionale.

«Ma io stesso, soggiunse il fanciullo, apprenderò subito da te a

modellare il bronzo, perchè anch'io diventi maestro di plastica,

che ognuno onori ed ammiri con lode e celebrazione. Bello mi sembra

pure che l'uomo si eserciti in tutto ciò che nessun destino, nessuna

improvvisa distruzione può strappargli. Noi, ahimè, i figli del

benestante Arrio siamo adesso come i più poveri del popolo, che sulla

via polverosa chiedono l'elemosina. Ma tu unico e solo rimani ricco,

tu porti teco tutti i beni, l'arte che rende felice il mortale ed il

lavoro che crea e che ora nutrirà anche noi, orfani smarriti». Così

disse il grazioso fanciullo ed Euforione se lo sollevò al cuore, lo

strinse dolcemente al petto e guardò nel cielo commosso.

«Bene, gridò subito Ione, bene ci siamo noi scambiata la propria

forma della felicità. Prima io stava altera e piena di splendore, e mi

pareva che nessun desiderio soddisfatto mi bastasse, per quanto fossi

circondata di ogni cura. E riuscii ad ottenere che la mia bocca potesse

liberarti, o caro. Ma dei doni, o amico, che per l'innanzi offriva

la figlia di Arrio per rendere gli uomini felici, questo, ahimè, era

l'ultimo ed il più bello. Io son povera adesso, il mio tesoro d'un

tempo è ora soltanto affanno e cordoglio. Mai tacerà questo immortale

dolore, per quanti anni possano scorrere, perchè, dovunque io sia, la

mia anima sarà rivolta alla tomba dei perduti amici, e dovrò piangere

il padre e sempre piangere Pompei. Ma tu quale un celeste donatore mi

porgi la salvezza. E come saprò io esprimerti i sensi del mio cuore che

palpita? Poichè, come finalmente appare al nocchiero, sbattuto dalla

tempesta, la più propizia pace nel porto, così tu sei per me il rifugio

del dolore. Noi siamo tuoi, noi veniamo con te; ciò che oltre il mare

lontano Iddio ci prepara, noi ce lo prenderemo con un amore operoso. Ed

ora vieni, il mio cuore si strugge dal desiderio della partenza. E già

satura di dolore io voglio piangere me stessa nella polvere di Pompei,

poi prendici tutti, o vecchio, e facci viaggiare sulla tua nave amica

ed ospitale».

Odi! e risuonò dalla spiaggia un canto, l'allegro e giulivo saluto del

mare. Dalla nave rabberciata gridarono su verso la roccia i figli del

Nilo, sollecitando il vecchio; dall'albero di abete sventolavano le

banderuole, nel nord-ovest le bandiere fluttuavano e a bordo pendevano

le corone d'ulivo e i rami dei sacri pini.

«Orsù! disse l'Egiziano, perchè lì basso la solerte ciurma mi chiama

con strepito e si apparecchia a partire. L'animo di tutti aspira

con ardente desiderio alla patria sicura. Affrettatevi dunque e

calmate l'ansia affannosa del petto, o partenti, che è sempre dolce

il piangere, dolce il dolore di ogni partenza; ma di là al capo di

Pallade io mi fermo, finchè voi torniate a casa dai ruderi di Pompei.

Alcuni giorni io vi permetto di restare colà per informarvi degli

amici, ovvero per prendere delle disposizioni, nel caso che vi siano

rimasti migratori, che il medesimo destino discaccia dal patrio lido.

Io mi reco a dedicare qualche pia offerta nel tempio, com'è costume dei

naviganti, perchè favorevole gli Dei ci mandino il vento da far vela e

ci spingano la nave verso il divino Nilo, dove in un'agiata casa i miei

vi tratteranno con ogni sorta di premure, finchè Pallade in seguito non

vi erigerà la propria abitazione. Ma tosto che sarò a casa, mi farò

dipingere da un pittore, che ben ne esegua il lavoro con arte, due

preziosi quadri, indove si ammirino la città sprofondantesi col monte

che vomita fiamme e la mia nave, così come i celesti me l'hanno tratta

fuori dal gorgo vorticoso. Io voglio ch'ei ben mi riproduca questi

quadri, e l'uno consacrerò colà nel tempio di Minerva, l'altro nel

tempio d'Iside, dov'esso si eleva alto presso Canopo sulla gialliccia

pianura di sabbia».

E qui discesero la sassosa scala del palazzo, che s'incurvava a mo' di

porto intorno ai rossi scogli dell'isola. Lento seguiva il vecchio;

tenendosi per mano, i due scendevano, e innanzi a loro saltellava

rapido il roseo fanciullo, simile nell'elegante figura al ricciuto

Amore, che guida gl'innamorati nell'azzurra lontananza della vita.

Subito saliron sulla barca, che rapida corse verso la riva di Pompei

fendendo coi remi i tersi flutti. Ma la nave di Serapione passò

fremendo lo stretto di Capri, e ben presto approdò presso il bel tempio

di Minerva che s'innalzava accanto al lido del mare coi luccicanti

merli, segnale al nocchiero e sacro e da tutti onorato fin da tempo

immemorabile. Lo fondarono i coloni di Tafo, quando dalla terra

ellenica veleggiarono per edificare sulla spiaggia di Napoli e nei

campi di Cuma. E molti doni che per riconoscenza i nocchieri piamente

consacrarono colà come offerte, vasi di bronzo, ornamenti di bionda

ambra e tavole votive dipinte per l'improvviso scampo, si vedevano

intorno nel tempio accumulati presso ogni altare. Molti ve ne consacrò

il vecchio, distribuendo ai sacerdoti ricchi doni di oro e preziosi

drappi di festa.

Erano già passati otto giorni; quando però giunse il nono e trascorse e

già Elio tramontava in sulla sera, ecco, la barca si allontanò dal lido

di Pompei. Con una gagliarda corsa passò daccanto agli scogli dell'alta

Sorrento e Serapione la vide con piacere accostarsi. Euforione

sorreggeva tra le mani la curva urna di bella forma campana, che lungi

risplendeva rossa, di luccicante argilla ed ornata di leggiadre figure.

Perchè della sacra cenere di Pompei Ione vi aveva dentro raccolto la

polvere, qual funebre ricordo della patria. E adesso invece dei lari,

invece del fuoco del focolare, presero seco la polvere nell'orciuolo,

per metterlo un giorno nella nuova patria, religiosamente, come

segnacolo della propria abitazione.

Serapione con gioia guidò subito sulla sua nave gl'innamorati, perchè

più gagliardo spirava il vento di ponente col fresco della sera. I

bruni figli dell'Egitto sollevarono ora le ancore pieni di desiderio,

mentre il vento riempiva e gonfiava le vele. E la nera nave prese la

corsa come il migrante Ibi.

Era già sera: il sole già tramontava di là alla roccia lungisplendente

di Ponza, svanendo in un vapore di porpora con magnificenza e

grandezza, come si spegne la vita dei popoli e delle età, spargendo

sulla tarda generazione ancora un chiarore crepuscolare. Sempre più

calma diveniva la terra, e già si spegnevano i monti di Sorrento e di

là già si offuscava dolcemente e impallidiva l'alto Vesuvio. Ed essi

sedevano a bordo tenendosi per mano e guardavano indietro placidamente,

finchè disparve ai loro occhi la patria sepolta.

«Addio, Pompei! Addio o sacre tombe!» Così gridavano da bordo Ione,

Euforione, Ion. «Addio, Pompei!» e correva fremendo il naviglio

lontano e sempre più lontano nella vita. E scese la notte, magnifico

scintillava a ponente Espero, e le Ore celesti accesero subito

nell'azzurro la lampada degli Dei Orione, mentre le stelle dal cielo

con dolce scintillio mandavano giù sulla nave i loro raggi benigni.

NOTA DELL'AUTORE

Il candelabro, che forma il nucleo di questo poemetto, fu, com'è noto,

scavato nella casa di Arrio Diomede. Ora si trova al Museo di Napoli.

Io l'ho rifatto alquanto in ciò che costituisce l'essenziale di questi

canti, attribuendogli lampade di mia propria invenzione. Quelle che gli

sono appiccicate nel Museo sono altrimenti conformate; l'una è senza

figure, l'altra è adorna di due aquile, la terza presenta una figura

di toro a metà e alla quarta infine servono come anse d'ornamento

due delfini. Mi si vorrà scusare, quando si saprà che queste lampade

non appartenevano originariamente al candelabro, ma gli sono state

appiccate ad arbitrio. Le lampade primitive non si ritrovarono.

La figura del grazioso bronzo si trova nella Collezione del

Museo Borbonico, e il lettore non si annoi della dolce fatica di

scartabellare in quei volumi, finchè non l'avrà trovato. Egli sarà per

lo meno largamente rimunerato dalla quantità dei magnifici oggetti,

dovesse anche affaticarvisi intorno.

Coloro che hanno visitato la Pompei di oggi, non si meraviglino che

io abbia avvicinato il mare alle mura dell'antica città, poichè così

era il suo letto alla foce del Sarno, mentre dagli odierni avanzi di

Pompei il mare s'è ritirato d'un miglio in seguito al riempimento di

cenere, di lapillo e di lava. Del porto di Pompei parlano Floro, Livio

e Strabone; esso serviva di emporio anche a Nola, a Nocera e ad Acerra.

L'antico nome dell'isola d'Ischia era Enaria; io però (alla fine

del I Canto) ho conservato il nome odierno perchè più facilmente

s'intendesse.

Da ultimo ricordo che nella casa di Arrio Diomede, ancor sempre la

più bella di quelle finora scavate, sono stati ritrovati più di trenta

scheletri. Di questi diciotto si scoprirono nella galleria sotterranea,

uomini, donne e fanciulli: essi tutti avevano il volto coperto d'un

panno, segno questo di abbandono e di rassegnazione. Presso di loro

si ritrovarono collane, anelli, gemme e monete. Si scoprì il padrone

di casa accanto ad uno schiavo, presso la porta che conduceva alla

campagna: teneva una chiave in mano, mentre lo schiavo aveva preso con

sè molte monete di oro in un sacchetto di tela con l'effige di Nerone,

di Vespasiano e di Tito, e molte altre di argento e di rame. Pochi anni

da che erano stati scritti questi canti, il signor Fiorelli, direttore

degli scavi di Pompei, fece meravigliare il mondo con alcune immagini

vere e proprie di Pompeiani che nella catastrofe avevano trovato la

morte nella cenere. Egli le trasse alla luce del giorno con un metodo

per quanto semplice altrettanto geniale, versando del gesso nelle

incavature che le loro carni avevano lasciato sotto la cenere rappresa.

Così egli ottenne solidamente rappresentate come impronte plastiche le

figure di quegli infelici e il momento stesso e perfino l'espressione

della morte. Chi vide queste statue, le più meravigliose fra tutte

quelle che il mondo possiede, le avrà osservate non senza profonda

commozione, poichè quello di cui solo la fantasia del poeta può dare

un'idea, ei vide in piena e materiale naturalezza e realtà e come un

testimonio del momento.

Al lettore sarà nota la descrizione dell'eruzione del Vesuvio in Plinio

e Dione, e innanzi tutto egli si ricorderà degli _Ultimi giorni di

Pompei_ del BULWER. Una estesa descrizione di questa catastrofe non fu

toccata in questo poemetto, ed io ho lasciato alla Musa d'imitare quasi

l'esempio di quegl'infelici nella cripta della casa di Arrio Diomede;

poichè, incominciando a cadere la spaventevole pioggia di cenere, essa

si copre il volto presso il rovesciato candelabro ovvero le lampade di

Euforione, probabilmente per timore di essere soffocata, o almeno per

una disperazione e rassegnazione più moderna che antica.

INDICE

_Notizie sull'Autore_ Pag. 3

Girgenti » 11

I canti popolari siciliani » 69

EUPHORION (Poemetto pompeiano)

_Prolusione del Traduttore_ » 119

Canto I. _Oneiro_ » 131

» II. _Amore e Psiche_ » 157

» III. _Pallade Atena_ » 177

» IV. _Tanato ed Eirene_ » 205

Nota dell'Autore » 231

NOTE:

[1] _Canti popolari siciliani_, raccolti ed illustrati da LEONARDO

VIGO, Catania 1857.

[2] Questo splendido luogo ha alcune particolarità di linguaggio che

meritano d'essere notate. Mentre tutto intorno il popolo dice _domani_,

a Capranica dice _crai_ (da _cras_) ed invece di dopodomani, _biscrai_.

[3] Cfr. WIELAND negli _Abderiti_.

[4] Evidentemente quando il Gregorovius visitava Pompei e con l'anima

di artista interrogava i ruderi della civiltà passata, la casa

più bella ed elegante che colpisse l'immaginazione e la fantasia

del visitatore, era quella del liberto M. Arrio Diomede, posta in

capo al villaggio suburbano Augusto Felice. Difatti, quel grande

quadrato bislungo, scavato in tufo bigio ed in pietre vulcaniche, che

racchiudeva un vago giardino, un vestibolo dalle 14 colonne doriche,

e portici e terme e quanto si può immaginare di più sfarzoso ed

abbagliante per soddisfare alla umana ambizione, offre tuttora allo

sguardo uno spettacolo assai grandioso.

Se non che, oggidì, un'altra casa, da cui, certamente, il Gregorovius

avrebbe saputo attingere la sua materia di ispirazione per una scena

idillica o qualcosa di simile, gli contende, a giusta ragione, il

primato. È l'abitazione di una famiglia di Vettii, venuta fuori

alla luce negli scavi del 1894-95, che occupa il lato sud dell'isola

adiacente dal lato est a quella della casa «_del Laberinto_». Ricca

di decorazioni e pitture dell'ultimo stile, fatte con gusto squisito

e con finezza di particolari; adorna di candidi marmi che paiono

ancora animarla; ricinta d'un peristilio unico nel suo genere per la

gran copia di sculture figurate ed ornamentali conservateci; fornita

d'ogni sorta di comodità che l'arte e l'ingegno sanno escogitare per

rendere più delizioso ed ameno il soggiorno dei mortali, essa desta

un interesse ben più grande delle altre e supera, sotto vari aspetti,

quella di Diomede, che lo storico insigne scelse a teatro delle gesta

amorose del suo Euforione.

Chi desideri ampie e dettagliate notizie di questa importante scoperta,

legga la dotta relazione del Mau inserita nelle _Mittheilungen des

Kaiserliches Deutsches Archeologischen Instituts_, Roem. Abtheilung.

Bd. XI 1896, e la descrizione riccamente illustrata che ne fa il prof.

SOGLIANO nei _Monumenti antichi della Accademia dei Lincei_. (_N. d.

T._)

[5] L'immagine della vite come quella della pantera si può dire non

iscompagnino quasi mai la figurazione di Dionisio o Bacco nelle pitture

pompeiane. Così, per citarne un esempio, nella stessa casa dei Vettii,

il dio del vino, secondo l'intenzione dell'artista che ha voluto

riprodurre il trionfo di Dionisio, s'incontra sdraiato sopra un carro

a quattro ruote in guisa di dischi tirato da due caproni, sul quale

è stata messa sopra una pelle di pantera una _kline_ senza piedi col

basso fulcro avanti. E altrove, nel gruppo di Bacco ed Arianna, il

primo è vestito di nebride e di una veste paonazza svolazzante dietro

la schiena, con stivali alti ai piedi e lungo tirso sulla spalla destra

ed è coronato di vite.

Del resto, in tutte le antiche rappresentazioni mitologiche, Bacco si

dipinge qual fresco e rubicondo giovane (il _puer aeternus_ ovidiano)

con bionda capigliatura, una corona di ellera sulle chiome, con pelle

di pantera cascante sugli omeri, assiso sopra un cocchio a guisa di

botte tirato da tigri o da pantere, mostrando in una mano una bacchetta

cinta di pampini di vite (tirso) e nell'altra additando grappoli di uva

matura. Di qui le Baccanti nelle solennità religiose in onore del nume

si adornavano del pari della pelle di tigre e del tirso. (_N. d. T._)

[6] Di consueto, in quasi tutti gli scritti intorno ad Esopo, si

dipinge il favolista come un mostro di bruttezza, dalla statura piccola

e deforme; ma, molto probabilmente, questa pittura va dovuta anche

all'ingegno bislacco di quel monaco di Costantinopoli, che visse verso

la metà del secolo XIV, e che per il primo premise alla collezione

delle favole esopiane una biografia, nella quale volle accozzare alcuni

fatti, la maggior parte di una falsità stravagante e puerile. (_N. d.

T._)

[7] Giova qui riassumere i criteri fondamentali su cui poggia la teoria

estetica dell'arte del Gregorovius.

L'arte non è fine a sè stessa; la formula _l'arte per l'arte_ è un non

senso. L'arte, non animata dal soffio di nobili idealità, non ha valore

alcuno. Essa invece, quando seconda gl'impulsi generosi del cuore o i

palpiti ardenti di un ideale, sublima l'individuo, lo trasporta in una

beata contemplazione di gloria e di amore, gli prolunga ed abbellisce

la vita. Come, sotto l'impressione di un forte dolore, l'animo umano

è capace di attingere dal dolore stesso una gagliarda virtù; così,

individuandosi il soggettivo artistico in una passione, l'opera d'arte

verrà fuori più eloquente e suggestiva, se passata per il filtro delle

sofferenze morali.

All'arte va congiunta la più grande e nobile missione umana: non

solo solleva lo spirito, infondendogli entusiasmo e vigoria e quasi

indiandolo, ma ancora lo distriga dagli abietti ceppi del giogo, lo

redime dall'opprimente servitù, gli dona quella libertà, nel cui seno

è il segreto delle più eccelse cose. La libertà è infatti il suggello

e la consacrazione delle opere: per essa le opere ricevono uno stampo

durevole di forza e bellezza, per essa l'alato genio vi proietta sopra

i suoi sprazzi di luce.

L'arte poi non è soltanto quella che noi ammiriamo riflessa e come

emanante da una statua di Giove olimpico, grave e maestoso seduto sul

trono: anche un candelabro, una brocca orlata di figure, che servono

agli usi quotidiani della vita, entrano nei dominî dell'arte, purchè la

mano che li modellò sia stata mossa e diretta da una generosa passione,

da un plausibile intento. Gli è che il fine dell'arte non consiste

tanto nel dilettare, quanto nel riuscire utile in qualche cosa: essa

infatti, più che parlare e sedurre i sensi, deve conquidere i cuori; il

concetto del bene dev'essere contemperato e frammisto in larga misura

all'altro del bello.

In fondo, la teoria artistica del Gregorovius è calcata sulla dottrina

di quegli esteti, i quali sostengono a buon dritto che il principio

_in arte libertas_ debba intendersi con una certa discrezione, e che

le arti produttive del bello debbano essere subordinate al sentimento

morale e religioso dell'ambiente. Senza dubbio l'arte deve muovere gli

affetti, e muoverli in modo che arrechi piacere; ma questo piacere fa

d'uopo che sia per essa più mezzo che fine. Inoltre, l'arte sarà vera

solo quando sarà utile agli uomini, ed utile quando sarà conforme alla

verità, essendo questa il suo principio.

Recentemente, il prof. D'Ovidio, in un magistrale discorso

all'Accademia dei Lincei, affermava, con la coscienza di chi sa

di dire il vero, che _quando l'opera d'arte è animata dal soffio

delle più nobili idealità umane, non solo l'efficacia sua sopra i

lettori ne vien moltiplicata dal fondersi quelle con le idealità

propriamente estetiche, ma l'artista medesimo, se è artista davvero,

n'è ringagliardito nelle sue facoltà poetiche_. Ed altrove asseriva

rimaner sempre che _l'artista e il critico non hanno il diritto di

pretendere che, mentre tutte le altre manifestazioni della vita si

limitano a vicenda, l'arte sola abbia un'autonomia senza freni, che

possa sprezzare ogni altro diritto_.

(Cfr. _L'arte per l'arte_. Seduta Reale dell'Accademia dei Lincei

dell'anno 1905). (_N. d. T._)

[8] Anche l'ANDERSEN, per citarne uno, nel suo grazioso e spigliato

_Bilderbuch ohne Bilder_, tracciando un quadro della città della morte,

descrive press'a poco così l'aspetto del monte sterminatore:

«Andammo al tempio di Venere, che è di marmo scintillante...; l'aria

era diafana ed azzurrognola, e in fondo stava il Vesuvio nero come

carbone, _dal quale si elevava il fuoco come fusto di pino_; la

illuminata nube di fumo giaceva nella quiete della notte _come la

corona del pino_, ma era d'un rosso sanguigno...». (_N. d. T._)

[9] Sembra quasi ascoltare l'eco della mossa lirica dell'apostrofe che

il CORCIA, in un capitolo su Pompei, che fa parte della sua pregevole

_Storia delle due Sicilie_ rivolge agli avanzi della dissepolta

città: «O Pompeia! tu sei bella anche fra le tue rovine! Il tuo nome

vivrà splendido e glorioso come quello degl'illustri sventurati; tu

restituisci i tesori perduti dell'arte antica e però vivrai sempre

nella memoria degli uomini!...» (_N. d. T._)

[10] Con i campi di Siraco, il poeta vuole qui alludere alla storica

pianura di Siracusa, così detta dal nome della palude di Siraco, oggi

palude di Pantano; e, forse, più particolarmente ai famosi avanzi

della necropoli di Acradina, una delle cinque città murate che un tempo

costituivano l'inclita ed opulenta terra dei Dionigi.

L'Acradina, che nel passato si elevava come il più florido quartiere

accanto a quelli di Ortigia, Tica, Napoli ed Epipoli, non offre più

oggi che cumuli di macerie frammiste a piantagioni di ulivi e di altri

alberi fruttiferi, le vaste latomie o cave di pietre, ruine di bagni

che portano il nome di Agatocle, ecc., oltre alle catacombe o grotte di

S. Giovanni, incavate nel tufo calcareo.

Quanto poi alla fonte di Aretusa, dell'ampia piscina, cioè, di

acqua dolce scorrente nella penisoletta di Ortigia, della quale

favoleggiarono i poeti che comunicasse misteriosamente col fiume Alfeo

d'Arcadia, la leggenda della metamorfosi che vi si riconnette, è ben

nota perchè io ne faccia menzione. (_N. d. T._)

[11] Sono celebri nella storia gli ozi tiberiani di Capri, la vita

licenziosa che l'imperatore vi menò per ben sette anni, dimentico dei

pubblici affari, le orgie, le gozzoviglie e gl'infami piaceri a cui si

abbandonò ciecamente, dando ascolto alla voce adulatrice e perversa di

Seiano e sfogando la sua libidine in ogni sorta di vizi che prima aveva

mal dissimulati.

Chi voglia sapere di più, legga la triste relazione che ne fa Svetonio:

è un capitolo che raccapriccia, mette i brividi al pensare fin dove

possa giungere la umana depravazione!... (_N. d. T._)

[12] Oplonti era una mansione o, come oggi si dice, un luogo di

fermata, che nei tempi addietro sorgeva nei pressi dell'attuale _Torre

dell'Annunziata_. (_N. d. T._)

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come

le grafie alternative (desideri/desiderî e simili), correggendo senza

annotazione minimi errori tipografici.

Passeggiate per l'Italia, vol. 5 · 第 4 / 4 章