CANTO I.

FERDINANDO GREGOROVIUS

Passeggiate per l'Italia

* * *

* *

Girgenti.

I Canti popolari siciliani.

Pompei e i Pompeiani.

_Versione dal tedesco di Mario Corsi_

ULISSE CARBONI — LIBRAIO EDITORE

ROMA

_Via delle Muratte, 77_

1909

I DIRITTI DELLA PRESENTE TRADUZIONE SONO RISERVATI

Roma — Officina Poligrafica Editrice di Eduardo Manna

Piazza della Pigna, 53.

Notizie sull'Autore

Nacque Ferdinando Gregorovius il 19 gennaio 1821 nella piccola città

di Neidenburg, presso la frontiera polacca, in un antico castello

medioevale fondato dai cavalieri teutoni. Suo padre era consigliere di

giustizia a Neidenburg: appena innalzato a questo ufficio, ottenne dal

Governo che il glorioso castello, in gran parte ruinato ed abbandonato,

venisse interamente restaurato. Ivi prese sede il tribunale e fra

quelle storiche mura, che tanto dicevano del passato, si stabilì la

numerosa famiglia del consigliere di giustizia.

Certo, questa dimora esercitò la sua influenza sul giovane Ferdinando:

egli stesso ha lasciato detto che forse non avrebbe scritto la _Storia

di Roma nel medioevo_, se non avesse trascorso la sua giovinezza in

quel vecchio castello dei cavalieri tedeschi. Si aggiunga a questo la

rivoluzione della Polonia nel 1830, quando egli aveva nove anni, di

cui udì narrare tutte le fasi, e gli episodi più impressionanti e le

memorabili gesta. Sin da allora ei dovè cominciare ad appassionarsi

ai grandi fatti del passato, ricollegandoli a quelli del tragico e

sanguinoso presente, e a comprendere l'odio contro l'oppressore e la

pietà per l'oppresso.

Nel 1831 al giovane Gregorovius morì la madre di etisia, e poco

dopo egli fu dal padre mandato in ginnasio, a Gumbinnen, in casa di

un suo zio. Terminati nel 1835 questi studi, passò all'Università

di Königsberg, per seguire i corsi di teologia, continuando così

una tradizione della famiglia, giacchè l'avo, il padre ed il nonno

di suo padre erano stati pastori evangelici alla stessa parrocchia

nella Prussia orientale. Ma la teologia non rappresentava pel giovane

studente la sua più alta aspirazione ed in breve ei l'abbandonò

per dedicarsi invece interamente agli studi filosofici, letterari e

storici. Kant ed Hegel, spiegati da Carlo Rosenkranz, lo entusiasmarono

e per un momento si credette destinato a diventare egli pure un

filosofo.

Non pertanto, per esaudire un desiderio di suo padre, nel 1841 sostenne

felicemente gli esami di teologia; dopo di che abbandonò Königsberg, e

vagabondò per qualche tempo in cerca della propria via, dopo essersi

laureato anche in filosofia con uno studio sul _Senso del bello in

Plotino e presso i neoplatonici_.

In questo periodo di transizione, quando ancora nella sua mente v'era

qualcosa di caotico che impedivagli di vedere il dritto cammino che

gli si apriva dinanzi, compose molte liriche e un romanzo, _Werdomar e

Wladislaw_, che apparve nel 1845. Fu il tributo del giovane scrittore

al sorgente romanticismo tedesco che doveva poi tanto irritare Federigo

Nietzsche. L'azione tutta fantastica si svolgeva nel mondo in cui era

vissuto, sul confine tedesco-polacco. Il libro non ebbe un grande

successo, ma fu letto, sopratutto a Königsberg. Le sventure della

Polonia scossero e commossero fortemente Ferdinando Gregorovius, il

quale, nel 1848, riassunse sulla questione le sue idee in un opuscolo,

_L'idea polacca_. Più tardi pubblicò, sullo stesso argomento, una

raccolta di liriche, _Polen und Magyarenlieder_ (_Canzoni polacche e

magiare_).

Già in questi suoi primi lavori palpitava quel sentimento della vita

dell'umanità, quell'alto ideale umano che fu — come ha detto Domenico

Gnoli — come la stella a cui per tutta la vita sollevò l'occhio

dell'anima. «Io credo — scriveva nel romanzo sopra ricordato —

nell'umanità e nel suo genio». E in un altro suo scritto vagheggiava

«la fratellanza di tutti gl'interessi, di tutte le religioni, di tutte

le culture».

Nel primo centenario di Goethe pubblicò un caratteristico studio,

_Mastro Guglielmo ne' suoi elementi socialisti_, nel quale Goethe

appare come il Colombo della Germania che ha scoperto l'America

dell'Umanesimo.

L'anno 1851 segna una data di grande importanza pel grande storico,

perchè in quest'anno egli, per la prima volta, rivolse la sua

attenzione su Roma e su Roma scrisse una specie di biografia

drammatica, una tragedia, _La morte di Tiberio_, che se non era

un'opera di grande valore artistico e teatrale, appariva già come

un preludio alla sua grande opera avvenire sulla città dei Cesari. E

difatti, poco dopo cominciò la _Storia dell'Imperatore Augusto_, che

più tardi rifece ed ampliò.

In questo anno, 1852, avvenne un fatto che ha la sua importanza

biografica: il pittore storico Luigi Bornträger, suo carissimo amico,

su consiglio dei medici, partì per l'Italia e Gregorovius decise

di seguirlo. Visitò dapprima Venezia, poi, nell'estate, percorse la

Corsica, che illustrò in due volumi, si fermò a Firenze, donde proseguì

per l'Isola d'Elba, poscia Roma, Napoli, tutta l'Italia meridionale e

la Sicilia. Fu in questa sua peregrinazione attraverso la penisola che

scrisse per la _Gazzetta d'Augusta_ molti dei capitoli che figurano in

queste _Passeggiate per l'Italia_, apparse in Germania in cinque volumi

sotto il titolo di _Wanderjahre in Italien_, editi dal Brokhaus di

Lipsia; e cioè i capitoli: «San Marco in Firenze», «Melodie toscane»,

«L'Isola d'Elba», «Idilli delle spiagge romane», «Il Ghetto di Roma»,

e negli anni successivi gli altri che formano questa raccolta.

In queste monografie il suo ingegno aveva trovato la forma spontanea,

originale in cui manifestarsi in tutta la sua ricchezza, riunendo in

un genere nuovo, nel paesaggio storico, le forze e le attitudini varie

che aveva esercitato ne' suoi lavori di gioventù: il pensiero del

filosofo e la fantasia del poeta, la tavolozza del pittore e la ricerca

dell'erudito.

Ecco quello che ne ha scritto un poeta di fama ed un conoscitore di

cose romane di valore indiscutibile, Domenico Gnoli:

«Gregorovius entrò in Roma coll'animo del visitatore, proponendosi

di proseguire il suo viaggio dopo aver osservato e illustrato nel

presente e nelle origini storiche quanto di più caratteristico lo

colpisse. Incominciò infatti con uno scritto sul “Ghetto di Roma,” ma

avvinghiato a poco a poco dal fascino della città eterna, gli mancò la

forza di allontanarsi, e la stazione si cambiò in sede. A comprendere

l'impressione profonda prodotta dalla vita di Roma sull'anima

fantastica e meditativa del Gregorovius, conviene rappresentarsi

quel tempo di cui il ricordo, a noi stessi che vi abbiamo vissuto in

mezzo, è come la lettura d'una storia lontana. Se qualche moto si

agitava in Roma, nulla ne appariva alla superficie; ma ne' silenzi

di quell'isola medioevale pareva vivere solo la storia. La vicenda

degli avvenimenti del mondo, l'assiduo lavorío della scienza, le nuove

battaglie del pensiero vi giungevano come il sordo frangersi delle

onde in una spiaggia remota. Un passato d'immani grandezze, di glorie

immani schiacciava col suo peso il presente, e l'avvenire anch'esso

era aspirazione al passato: i contemporanei di Roma erano gli eroi

biancheggianti nel marmo, i martiri dormenti sotto i mosaici dorati

delle basiliche. E Gregorovius aspirava con tutta l'anima la poesia

della storia. Vedeva tre città, Gerusalemme, Atene e Roma rifulgere

come città universali nella vita del mondo: Gerusalemme portare alla

civiltà il monoteismo, Atene l'opera creatrice del pensiero e della

fantasia, Roma l'azione, l'_Imperium_, l'idea dello stato universale,

dell'unità della gente umana; e quindi Roma ereditare dalla Grecia

la cultura dell'intelletto, dalla Giudea la religione universale

ed estendere la civiltà coll'organamento universale dell'Impero, al

quale succede la monarchia universale della Chiesa che, accogliendo

l'organamento dello Stato, si fa dominatrice e legislatrice

dell'università dei popoli cristiani. Egli vedeva la Chiesa associarsi

al Germanesimo che aveva atterrato l'Impero, la Germania per lunghi

secoli avvinta a Roma coi legami della fede e dell'Impero germanico

romano, e la storia della città divenir parte integrante della

storia tedesca. Da Roma, come da una specola sublime, gli si apriva

sott'occhio tutto il medio evo, e le ricordanze nazionali spiccavano

per lui sul campo della storia del mondo cristiano. Pieno l'animo

della grande epopea romana, la vastità della materia spezzava la forma

ristretta del Paesaggio storico e si allarga nell'ardito concetto della

storia di Roma nel medio evo».

Così Ferdinando Gregorovius pervenne, attraverso a queste mirabili e

pittoresche monografie, alla grande opera di Roma medioevale, opera che

si leva come monumento gigantesco a perpetuare la gloria della città

eterna e che alla fama dell'autore è monumento perenne.

Ormai l'Italia era divenuta per lo storico tedesco la sua seconda

patria, ed egli vi rimase sino a quasi gli ultimi anni della sua

vita, sino al 1890, allontanandosene solo di tanto in tanto per dei

brevi periodi, nei quali tornava in Germania. Durante l'inverno

e la primavera, egli correva ogni anno fra' suoi amici italiani,

specialmente a Roma. Dopo il 1880 visitò la Grecia, l'Egitto, la Siria,

e frutti di tali viaggi furono degli studi sulla storia e i dintorni di

Atene, l'idillio «Corfù», la monografia «Atenaide», brevi lavori che

dovevano poi compendiarsi nella sua opera maggiore, la _Storia della

città di Atene nel medio evo_, apparsa nel 1889.

In questo frattempo, però, terminata la sua _Storia di Roma_, egli

aveva scritto un volume su Lucrezia Borgia, su documenti tratti dagli

archivi di Modena e di Mantova (1874); una monografia su _Urbano VIII

in lotta con la Spagna e l'Impero_ ed alcuni nuovi capitoli di queste

_Wanderjahre in Italien_.

L'ultimo lavoro dello storico tedesco fu una conferenza sulle «grandi

Monarchie o gl'Imperi universali della Storia», tenuta il 15 novembre

1890 all'Accademia bavarese delle scienze di Monaco. In quest'anno

egli aveva abbandonato Roma, lieto delle molte prove di ammirazione

e di affetto ricevute; contava di tornarvi nell'autunno seguente,

quando suo fratello Giulio si ammalò gravemente. Era da poco uscito

di convalescenza, quando, alla sua volta, Ferdinando si ammalò. «Ho da

pochi mesi compiuto il settantesimo anno — scriveva egli il 28 gennaio

— sicchè di ragione sono entrato nella via Appia e mi trovo vicinissimo

al _bustum_». Egli prevedeva prossima la morte. Tre mesi dopo soltanto,

infatti, il 1º maggio 1891, Ferdinando Gregorovius «cittadino romano»

si spegneva nella città di Monaco.

M. C.

GIRGENTI

(1855).

Girgenti.

(1855).

Partimmo, a cavallo, il mio compagno ed io, da Palermo alla volta di

Girgenti, l'antica Agrigento. Giuseppe Campo — nativo della vetusta

città saracena di Misilmeri, — la miglior guida di tutta la Sicilia,

ci aveva forniti di due ottimi muli; lui stesso, poi, ne cavalcava un

terzo su cui erano caricati anche i bagagli. La giornata era magnifica:

passato Monreale, percorremmo una strada montuosa e deserta per la

quale non trovammo anima vivente, se escludi le aquile di Giove, che

ci guardavano dall'alto tranquille e silenziose, oppure disegnavano

nell'aria ampie spire coi loro voli. Così camminammo parecchie ore

sino a che alla nostra vista non si distese la meravigliosa pianura

di Partinico e di Sala, vicino al golfo di S. Vito. A dritta si trova

Borghetto, l'antica _Hykara_, patria di Laide, la più bella donna

dell'Ellade, che i Greci condotti da Nicia portarono bambina ad Atene.

Le linee del golfo di S. Vito sono belle e insieme grandiose, come

quelle di Cefalù; la pianura, poi, è tra le più feraci della Sicilia,

così lussuriosa nella vegetazione da far pensare ai tropici. Ci

soffermammo a Sala, minuscolo villaggio, e quindi, risaliti in groppa

ai nostri muli, traversate regioni fertili, vigneti e oliveti,

giungemmo ad Alcamo, città montanara. Il paesaggio acquistava in

grandiosità a misura che avanzavamo, assumendo quasi carattere greco

con l'armonia delle sue montagne colorate da tinte calde, or rosse, or

verdamente cupe. Il carattere di quella contrada — grazie i giganteschi

pini, i malinconici cipressi, le palme annose, gli aloe dagli snelli

fusti fioriti — è reso più grave dall'autunno. Qui tutto è monocromo,

scuro sovrapposto allo scuro e, con meraviglia, si vede quanto possa la

natura con una sola tinta fondamentale.

Stanchi di una camminata di nove miglia tedesche, con la non lieta

prospettiva di doverne percorrere dieci all'indomani, undici il terzo

giorno e nuovamente dieci il quarto, prima di giungere a Girgenti,

arrivammo in Alcamo che era sera inoltrata.

Questa è città linda e piacevole, di circa 15.000 abitanti, con un

vetusto castello saraceno. Altro non posso dire, se non che in una

miserrima locanda fui martirizzato tutta la notte dalle zanzare, in

modo tale, che portai per venti giorni le cicatrici prodottemi dalla

voracità di quegli alati spiriti notturni. Alla sera, il capitano della

guardia ci offrì la scorta militare che doveva esserci compagna sino a

Segesta; ma noi la rifiutammo.

Per vedere il rinomato tempio di Segesta, ripartimmo mentre ancora

lucevano le stelle e, per nove miglia, camminammo in un paese deserto,

tra monti calcarei. Orione, vera stella sicula, della quale Messina

ha fatto un mito, sfolgorava su tutte le altre. Già, in Sardegna,

ove il popolo l'ha nominata stella dei Re Magi, avevo ammirato questo

astro; ma fu solo in Sicilia che lo potei contemplare in tutta la sua

magnificenza; i suoi raggi sprizzavano come fuoco d'artifizio. Intanto

s'alzava la brezza mattutina, il cielo si imbiancava ad oriente, si

diradavano le tenebre e si dissipavano le nebbie; le sagome dei monti

accennavano a dileguarsi e compariva il mare, di purpureo si tingea

la campagna e Orione spariva dopo avere brillato per lo spazio di una

notte meravigliosa.

Improvvisamente, si parò dinanzi ai nostri occhi il tempio di Segesta;

sebbene fossimo ancora lontani tre miglia, lo vedevamo ergersi

solitario sulla scura pendice del monte, da cui maggioreggiava sul

severo paesaggio, bello di aspetto e tale da non poterlo dire rovina,

poichè stava con tutte le sue colonne e i due suoi frontoni. La

strada che porta colà è un sentierucolo battuto solo dai pastori ed è

fiancheggiata per oltre un miglio da piante di aloe, in numero di cento

circa per parte, di venti piedi d'altezza, formanti come un viale sino

al tempio che sorge sui fastigi di una brulla collina.

Quella terra nera punteggiata da cardi selvatici, meschino pascolo

per le capre; quella profonda solitudine; i ricordi delle antiche

favole troiane; i versi sonori di Virgilio; la guerra di Segesta con

Selinunte, che die' origine alla spedizione degli Ateniesi contro

Siracusa e a tanti eventi storici; ogni cosa eccitava la nostra

fantasia.

Qui la solitudine è maggiormente pittorica che non quella di Pesto, e

l'aria v'è quasi saturata di favole, di miti, di tradizioni, di memorie

storiche. Sedendo nell'antico teatro dissepolto da Hittorf, l'occhio

raccoglie in sè tutta quella regione di magica solitudine, di tragica

serietà; si scorgono il golfo di Castellammare, i monti di Alcamo; ai

piedi si svolge una valle selvaggia nel cui fondo corre il favoloso

Krimolfo; all'opposta parte si rizza il monte grigio di Calatafimi e

ne' suoi fastigi si discerne la città di colore scuro e cupa. Volgendo

lo sguardo ad occidente, si vede una catena di colline giallastre e,

più in alto, fantastici monti azzurri, i monti Erici, su cui s'ergeva,

ora non più, il tempio a Venere. Oltre sconfina il mare Egeo, che

attira lo sguardo sulle spiagge ove fu Cartagine e ricorda le guerre

puniche.

Non indugerò a parlare del tempio di Segesta, già sufficientemente noto.

Proseguimmo la nostra strada verso il monte Pispisa oltre il tempio,

in arida solitudine, senza incontrare che rari pastori vestiti di pelli

di montone, pascolanti i loro greggi; non trovavamo che pochi cespugli,

cardi selvatici coperti di lumache bianche che circondavano quasi ogni

pianta, e traversammo terreni, riarsi e fenduti dal sole, su cui non

eravi la più lieve orma di sentiero.

D'un tratto, ci apparvero, verso oriente, il mare Egeo, il monte Erice

a piramide e ai suoi piedi Trapani — l'antica Drepano —, le isole del

mare Egeo, che scintillavano tra lo scintillìo delle onde, e le spiagge

di Marsala e Mazzara, che si stendono fino al Lilibeo.

Ivi giungono direttamente i venti cartaginesi, e il battello che

salpava allora alla volta dell'Africa, in dodici giorni m'avrebbe

portato a Tunisi, in terra punica.

Verso il mezzodì, sotto un sole insopportabile, arrivammo a Vita,

meschino villaggio smarrito nella solitudine, abitato da più meschina

gente, di carnagione bronzea, dai capelli crespi come quelli dei

negri, parlante un dialetto di cui nulla capivo. Scendemmo presso

un calzolaio, mangiammo quel po' che il campo ci potè procurare

e rimontammo sui muli per guadagnare Castelvetrano, ove dovevamo

pernottare. Malgrado bella fosse la strada che percorrevamo, la

stanchezza ci impediva di percepire ciò che ci circondava. Dopo dieci

miglia tedesche, toccammo finalmente Castelvetrano, ma io non ebbi la

forza di scendere dal mulo e fu necessario mi aiutassero.

Con la prospettiva di dovere all'indomani fare nuovamente undici

miglia, rotto come mi trovavo in tutte le membra, non mi stimavo in

condizioni di potere sopportare quella marcia faticosa; ma ebbi agio di

sperimentare come l'uomo è capace di qualunque sforzo allorchè voglia

seriamente. La costanza vince anche la cocciutaggine di un mulo.

Così all'indomani, feci, senza eccessiva difficoltà, quelle undici

miglia e le ultime dieci sino a Girgenti, quasi piacevolmente.

Il mio compagno di viaggio — còlto fino dal secondo giorno da un colpo

di sole — fu meno fortunato di me; stette assai male nella zolfara

di Alcara e fu salvato da certa morte grazie solo la prontezza di un

salasso; ma gli fu necessario allettarsi a Palermo per varie settimane.

Partimmo il 6 settembre da Castelvetrano per recarci a Selinunte, sul

mare africano. Il mattino era di quella bellezza come sola può trovarsi

in Grecia od in Sicilia.

Non è possibile descrivere con la parola la magnificenza versicolore

del cielo ad oriente. Io precedevo gli altri per assaporarmi

indisturbato la bellezza di quel fenomeno; giunto all'estremo limite

della città, mi soffermai presso una chiesa antica, sotto alcuni alberi

e sospinsi gli occhi infra il mare verso Selinunte, lontano circa

sei miglia. Orione mandava ancora la sua luce purpurea, e il cielo si

stendeva con quella peculiare limpidezza di cui solo la lingua greca,

con la parola _etere_, può darci la precisa sensazione.

Scendendo da Castelvetrano, verso il mare per circa sei miglia,

traversando pingui campagne, si scorgono già da quella distanza

i diruti templi di Selinunte, di cui, per dare pallida idea della

grandiosità, è sufficiente quanto sto per dire.

Il giorno non era ancor bene uscito dalle tenebre ed io scorgevo

qualche torre in rovina; una, snella ed alta, primeggiava sull'altre

nei silenzi dell'alto. Dissi a Giuseppe che sarebbe stato conveniente

andare in quella città, che mi pareva ragguardevole sotto ogni punto di

vista e nella quale mi sorrideva la speranza di trovare un gelato. Ma

Giuseppe, sorridendo, mi rispose:

— Quello che a voi sembra città, altro non è che un ammasso di rovine

dei templi di Selinunte.

La vista di quelle rovine sulla sponda del mare, in una regione

deserta, non ha l'eguale al mondo e là solo ho potuto sentire quel che

significhino le parole _rovine classiche_. Si contemplino da presso

o da lontano, quei ruderi dell'antica fastosità greca, vi avvolgono

sempre di maraviglia e di rispetto quasi superstiziosi. Contornati

da florida vegetazione, aventi in sè ancora una forma esteriore non

priva di significato, sono estremamente pittorici: triglifi, metope,

frantumi di fusti di colonne scannellate, capitelli dorici colossali,

giacciono — nelle loro forme graziose — confusamente, sì come zolle di

un campo arato; la prepotenza del tempo passò su d'essi, si accumulò

da una parte e dall'altra confusamente, bizzarramente. Un certo ordine

impera in qualche punto sotto il lavorio pervicace di quella diuturna

distruzione; così le enormi colonne del tempio di Giove olimpico sono

distese a terra sul posto ove sorgevano, al pari di membra infrante di

gigante caduto nell'aspra battaglia; poche colonne sorgono ancora sulla

propria base — come quelle note sotto il nome di _Pileri dei giganti_

— e su esse ergesi dominando, regina di rovine, la deserta solennità

della campagna.

La località dell'antica Selinunte, a ridosso di alturette nei pressi

del mare, è indicata da due gruppi di quelle rovine. Quello di levante

è costituito in maggior parte da un tempio diroccato; l'altro di

ponente, dai ruderi della città, e nella sua compagine, pittorescamente

disordinata, si vedono i resti di quattro templi. Camminando su quei

massi, quegli architravi, quelle cornici, avvinghiati e quasi sepolti

da sterpi, da piante florispine selvatiche, si turba la quiete delle

_serpi brune_, uniche abitatrici di quel mondo morto.

Il Selinos, oggi Madinini, scende al mare fra questi due gruppi di

rovine; la spiaggia è bassa, il fiume l'ha resa paludosa, e su entrambe

le sponde non si vedono che stagni arsicci, cosparsi di erbe, di fiori

azzurri e di molti gigli fragranti.

Sin dall'antichità più remota, le paludi formatisi attorno a Selinunte

ammorbarono l'aria e diedero origine a pestilenze; così che Empedocle

venne chiamato da Girgenti acciocchè si provasse a combattere tanta

iattura, e si pretende che mediante molteplici canali scavati a

traverso le paludi, fosse riuscito a redimere la città.

Non dirò dei templi di Selinunte, ma ricorderò che qui si rinvennero

le famose metopi, ora nel museo di Palermo, che aiutarono tanto nello

studio dell'arte antica. Non voglio dimenticare, anche, che lo storico

Tommaso Fazello, il frate che diede alla luce nel XVI secolo la più

recente storia di Sicilia, nacque nei pressi di Sicilia.

Nel rimanente d'Italia, si vede la vita moderna vicino alle rovine,

come nella campagna romana; oppure si vedono, le une a fianco delle

altre, rovine di epoche diverse. Quelle di Selinunte sono tutte del

medesimo tempo, e attorno non hanno alta di vita; davanti si stende la

deserta solitudine dell'orizzonte e del mare.

Camminando verso levante, giungemmo al fiume Belice, l'_Hypso Potamos_

degli antichi, e, dopo alcune foreste di sugheri e spiagge di sabbia,

toccammo Menfrici e da qui, per deserta pianura, ci fermammo a passare

la notte a Sciacca (_Thermae Selinuntiae_), piccola città di 16.000

anime, con castello pittoresco, posta su di una collina in faccia al

mare.

Dopo Sciacca si cammina per circa quattro miglia tedesche lungo la

spiaggia, ora fra sassi e conchiglie, ora su terreni paludosi, ora

seguendo il greto dei torrenti, alla ventura, senza strada battuta.

Attraversammo un torrente, il Platani, l'antico _Alico_; sulle sue

sponde pascolavano mandrie di buoi dalle lunghe corna, i quali, come

ebbi agio di constatare, sono di pelame rosso — i veri buoi di Elio

— mentre nel continente sono di candido pelame. I mandriani — di

miserabile e rozzo aspetto — stavano a cavallo, come quelli della

campagna romana e delle paludi Pontine.

Dopo aver lasciato la spiaggia del mare, ci inoltrammo in una regione

di colline disabitate, coltivate a grano: non un villaggio! L'abbandono

più completo! Non rammento di aver mai visto paese più deserto...

Nell'uscire da alcuni cespugli fui colpito dalla vista di uno stagno

disseccato, piano e candido come neve.

Finalmente arrivammo a Montallegro, dopo avere cavalcato per

ventiquattro miglia italiane. Montallegro non corrispondeva con il

nome, alla sua povertà e allo squallore suo: circondato da campagna

arida, su cui allignavano poche viti intisichite e radi olivi, avrebbe

meglio meritato il nome di _Montristo_.

Poichè si soffriva penuria d'acqua, da un secolo il villaggio era

sceso dall'alto del monte; però si scorgono ancora due aggruppamenti di

case vicini l'uno all'altro: l'antico in alto, con le sue vie, le sue

case in piedi ma disabitate, quasi mummia di villaggio; il moderno, ai

piedi del monte stesso, pressochè deserto e, come il primo, squallido

squallido.

Le case sono costituite di roccia calcarea, grigia, triste. In questi

pressi sorgeva un dì _Kolikos_, l'antica città di Heraclea Minoa che

ricordava il nome di Minosse; quando questo re venne in Sicilia per

perseguitarvi Dedalo e fu ucciso dalla figlia del re Corato, i Cretesi,

venuti con lui, identificarono Minoa. Poche grotte e qualche sepolcro

scavati nella roccia, sono gli ultimi resti della antichissima città.

Da Montallegro, per squallide contrade, sotto la molestia del sole

cocente, giungemmo a Siculiana, cupo paesello, su un monte arido, in

cui non crescono, tra l'asprezza delle rocce, che cactus pungenti. Qui

è grande la miseria degli abitanti...

In tutti questi paraggi, le donne portano una specie di scialle nero

o bianco, a guisa di mantiglia, che rialzano sul capo, e gli uomini,

berretti alti a punta, pure neri e bianchi. Da per tutto è odore

di zolfo e, qua e là, si vedono solfatare fumiganti. Di fronte a

Siculiana, anticamente, sorgeva Anedra e si trova dopo una catena di

piccole colline, di natura vulcanica e che contengono tutte, più o

meno, del zolfo.

La notte era intanto sopraggiunta e noi cavalcavamo in quella

sterminata solitudine al chiarore stupendo di luna, non udendo

altro rumore fuorchè lo strido degli uccelli notturni e il mugghiare

lamentoso del mare a cui ci avvicinavamo a poco a poco.

Giungemmo, così, a Molo di Girgenti, piccolo porto lungi tre miglia

circa da Agrigento, e la notte era profonda allorchè entrammo

nell'antica Akraga, la patria di Empedocle, ora la meschina città di

Girgenti.

All'incerta luce delle stelle tutta quella solitudine assumeva un

aspetto classico e malinconico e, allorchè, al mattino, fui alle porte

della città, vidi un paesaggio di poco inferiore ai campi di Siracusa

per grandezza e solennità di stile.

Eravamo nell'antica Agrigento, e m'è forza, per soddisfare ad una

promessa, dire brevemente di questa formosa vetusta città e dei suoi

monumenti.

Essa giace in una pianura incassata scendente al mare, distante oltre

tre miglia, e circondata da colline sassose e di aspetto imponente. Due

fiumi corrono ad oriente ed occidente di questa pianura: l'_Akraga_

e l'_Hypoa_, denominati oggi rispettivamente S. Biagio e Drago.

Questi circoscrivevano da due parti il perimetro della città e si

congiungevano a' piedi delle mura di questa a mezzogiorno; qui il

secondo perdeva il nome e scendeva al mare riunendo le sue acque con

quelle del primo.

La pianta dell'antica Agrigento si presentava come un triangolo

irregolare, fiancheggiato dai due fiumi, con la base verso nord,

appoggiata contro due colline: il _Kamiko_, per cui trovasi con

Girgenti e la Minerva. Questa era la città propriamente detta, a cui

si accostavano i sobborghi, Neopoli (città nuova), come la denomina

Plutarco, la quale si allargava sotto il _Kamiko_ occupando quasi tutta

l'altura.

Le alture naturali ed un dedalo di gole e di fossati, costituivano

le difese della città, e ancora oggi ne sono visibili le vestigia a

levante ed a mezzogiorno.

Ponendosi dove sorgevano le mura a sud, nel centro di quella serie di

templi divisi, dei quali sono giunte sino a noi alcune reliquie, si ha

davanti una costa di grandiosa e malinconica bellezza, della quale è

meglio tacere piuttosto che tentare la descrizione con parole.

La pianura scende al mare e offre, nel suo aspetto solenne e deserto,

un paesaggio di forme severe che doveva trovarsi in completa armonia

con la grandezza monumentale dei templi dorici.

Tutto vi è grandioso: l'orizzonte ampio, il mare vasto, calde vi sono

le tinte e la terra arida ci indica la prossimità dell'Africa; l'unica

vegetazione che qui si scorga è quella malinconica degli olivi.

All'ingiro — ove s'ergevano templi, ove ancora posano centinaia di

tombe, di loculi, di grotte — sorgono qua e là tronchi di colonne e

il suolo è coperto di avanzi di architravi colossali e di triglifi;

tutto vi chiama alla contemplazione, all'ammirazione, e chi non si

sente commosso a quella vista, vuol dire che non nutre nessun amore per

l'antica Grecia, e non sa apprezzare la splendida civiltà di questa.

Non è possibile considerare una città distrutta o parlare dei suoi

monumenti senza prima ricordarne le vicende. Perciò io voglio anzitutto

dare un cenno della storia dell'antica Agrigento nella speranza che

il lettore di queste pagine sia indotto a fermarsi in questa città di

fama mondiale e di completare quanto io accenno semplicemente. Vi sono

inoltre nella vita di Agrigento una folla di grandi figure, il cui nome

è sulle labbra di tutti, in quanto questa città fu una delle principali

fra le città elleniche, e se non così potente come Siracusa, fu però

ricca in non minore misura di felici e spirituali qualità.

Anche prima dei Greci era già un centro importante dei Sicani. Il

suo re Kokalus aveva, secondo il racconto di Diodoro, ospitato Dedalo

fuggiasco e questi costruì per lui sul Kamiko una rocca alla quale si

poteva accedere solamente per una tortuosa via artificiale.

In questo castello imprendibile portò Kokalus il suo tesoro.

L'Agrigento ellenica sorse nei due anni della 49ª olimpiade (582)

come città coloniale della vicina Gela, e presto superò in importanza

la città madre: avendole dato un rapido sviluppo il commercio con

Cartagine.

Gli Agrigentini avevano prima una forma oligarchica di governo secondo

gli statuti di Charondas di Katana, che durò fino a che Falaride

la mise in mano ai tiranni. Quest'uomo straordinario era Cretese di

nascita. Incaricato della costruzione del tempio di Zeusi Polieus, si

giovò di questa impresa che gli metteva a disposizione denaro e uomini,

nonchè il punto più forte della città.

Egli assoldò dei mercenari, armò i prigionieri e mentre che si

celebrava la festa di Cerere, si rese signore e tiranno di Agrigento.

Ai Greci era così odiosa la monarchia, che concepirono Falaride come un

mostro favoloso, e la sua crudeltà diventò proverbiale.

A tutti è nota la leggenda del toro di bronzo arroventato, che Perillo

dovette costruire per quel tiranno a fine di farvi morire dentro gli

stranieri e le persone a lui nemiche.

Il toro d'Agrigento e l'immagine del toro di Dedalo furon rimandati

a Creta e di poi alla vicina Cartagine, dove furono sacrificati degli

uomini nei fianchi del toro.

Che il toro di Falaride esistesse veramente lo afferma Diodoro. Egli

racconta: Himilkone lo ha spedito a Cartagine dopo la conquista di

Agrigento, ma Scipione, 260 anni dopo, in seguito alla distruzione di

Cartagine, lo ha ritornato agli Agrigentini.

Il toro di Falaride ha servito a Luciano per due dialoghi satirici,

dove egli fa comparire degli inviati del tiranno in Delfi i quali

portano come offerta al Dio quella macchina infernale, e il crudele

tiranno vi è presentato come un uomo giusto; egli, inoltre, per bocca

dei sacerdoti, fa comparire il dono del feroce come un'assai religiosa

offerta.

Non è facilmente possibile potere spingere più oltre la malignità

contro la Chiesa come Luciano ha fatto in questi suoi scritti.

Falaride fu potente e crudele, ma anche egli col tempo, circa verso

la metà del VI secolo a. C., si distinse a guisa degli altri tiranni

greci come uomo d'intelligenza, e visse nella compagnia di filosofi e

artisti.

Si raccontano di lui dei tratti di generosa magnanimità come la storia

di Menalippo e Cariton che ricorda quella Dionisia di Damon e Pitia, e

quella che viene ricordata dal famoso Stesicoro. Falaride, che aveva

assoggettate tante città, si alleò una volta con quelli d'Imera, a

patto che essi dovessero eleggerlo a loro capo e potersi così vendicare

dei loro nemici. A ciò si oppose Stesicoro: egli venne al popolo e

raccontò una favola. Un cavallo pascolava una volta, solo, in un campo;

venne il cervo, più forte, e lo cacciò via. Il cavallo andò per aiuto

dall'uomo e lo pregò di castigare il cervo. Bene, disse l'uomo, però tu

mi devi portare sul dorso. Il cavallo acconsentì, si vendicò così del

cervo con l'aiuto dell'uomo, ma portò per sempre il morso che questi

gl'impose e subì il suo dispotico dominio.

«Così, disse Stesicoro, volete somigliare anche voi al cavallo

della favola, o uomini d'Imera; voi dovete ben riflettere prima di

sottomettervi al giogo di Falaride». Gli Imeresi rifletterono, infatti,

e quindi abbandonarono ogni idea di alleanza col tiranno.

Però, poco dopo cadde il poeta in suo potere e gli fu condotto davanti.

Ma non gli fece alcun male, bensì gli offrì ospitalità e ricchi doni,

prendendo molto diletto a' suoi sapienti discorsi, e all'armonia dei

suoi canti, e lo licenziò quindi con ogni onore.

Assai importante appare l'influenza che i filosofi avevano sui tiranni

di Sicilia. Come nei tempi favolosi gli eroi erravano pel mondo per

distruggere i mostri, così più tardi i filosofi viaggiavano pel mondo

per liberarlo dai tiranni.

Il cómpito della filosofia è sicuro: liberare l'umanità da ogni

specie di tirannia, e questo scopo è chiaramente espresso nelle

antiche relazioni dei famosi viaggi compiuti dai Pitagorici e dagli

Eleusini. Vanno verso Falaride Demostene, Zenone di Elea e Pitagora per

ammonirlo, allontanarlo dalla tirannia, e rivolgerlo alla virtù. Nella

vita di Pitagora sono narrati i ragionamenti che un filosofo ebbe con

Falaride. Egli paragonò i cattivi e i buoni modi di vivere, gli scopi,

le capacità, le imperfezioni e le passioni dell'anima, rese manifesta

l'onnipotenza di Dio dalle sue opere, e convinse così l'incredulo

tiranno.

Egli non tacque del castigo che aspetta ai violatori della legge, e

parlò molto sul giudizio divino e sulla virtù, sulle vicende della

sorte e della bramosia degli uomini pel possesso e la sovranità.

Ai discorsi dei filosofi rispondeva così il tiranno geniale: «Per

la signoria è come per la vita. Nessuno vorrebbe nascere se sapesse

anticipatamente il martirio della vita, però appena si è nati non si

vuol più morire; così nessuno vorrebbe essere tiranno, se conoscesse

anticipatamente la pena che soffrono i tiranni; appena però lo si è

divenuti, non si può più cessare di esserlo».

Si ricordano le parole profonde che un siracusano rivolse a Dionisio.

Quando questi una volta era in dubbio se deporre la sovranità o no, uno

dei suoi amici gli disse: «O Dionigi, la tirannide è una bella veste da

morto!»

Il presente, così mi sembra, fa rivivere quei tempi della tirannide

con un esempio visibile nel ricordo: esso mostra che la natura umana è

eternamente la stessa. Quando si paragonano i due grandi periodi della

tirannide, la ellenico-sicula e la medioevale, che si equivalgono,

con l'apparizione della nostra giovane tirannide nei suoi intrighi e

nelle sue macchinazioni, si vede che nulla è nuovo sotto il sole. È

cessata solamente la vecchia libertà dei discorsi filosofici e i nostri

professori di filosofia adesso non fanno che creare o combattere dei

sistemi e delle chimere, che non hanno nessun potere sulla felicità dei

popoli.

Una favola dice che Falaride perdette la vita per una parabola di

Pitagora. Parlava una volta, il gran filosofo, alla sua presenza e

a quella dei cittadini della paura degli uomini davanti ai tiranni e

dimostrò come essa fosse senza fondamento con l'esempio dei colombi,

che, paurosi, fuggono davanti lo sparviero e invece potrebbero metterlo

in fuga se essi contro di esso coraggiosamente si volgessero.

Questo discorso infiammò un cittadino presente, che raccolse una pietra

e la gittò contro il tiranno: altri seguirono il suo esempio e così

Falaride rimase ucciso.

Altri raccontano che Zenone di Eleusi spingesse gli Agrigentini alla

rivolta contro di lui.

Il ricordo di Falaride si è mantenuto nel mondo e così notevole sembrò

quest'uomo all'antichità che gli si attribuirono centoquaranta lettere

morali e filosofiche, sulla autenticità delle quali però i dotti hanno

lungamente disputato.

Dopo la sua morte fu di nuovo innalzata la democrazia e a capo dello

Stato subentrarono due uomini saggi, Alkmener e Alkander, sotto il

potere dei quali la repubblica rifiorì e divenne così ricca, che i

cittadini cominciarono a portare abiti bagnati nella porpora.

La lussuria e la loro essenza geniale e sofistica sembrano essere state

principalmente causa della loro rovina.

Al tempo di Gerone di Siracusa, un uomo molto forte, Tirone, riuscì

a diventare il tiranno in Agrigento. Egli si era imparentato con

quel re e ambedue i capi siciliani si aiutavano nell'esecuzione dei

loro progetti. Cominciò allora il periodo di fioritura della Sicilia

dopo che i Cartaginesi presso Imera ebbero a soffrire una sanguinosa

sconfitta nell'anno 480. Il maggior numero di prigionieri cartaginesi

l'aveva fatto Agrigento, e parecchi cittadini tenevano nella loro casa

500 incatenati. Però il numero maggiore fu assegnato alla comunità,

dalla quale furono obbligati a trasportare le pietre che servirono a

fabbricare i tempî d'Agrigento, ed a lavorare nei canali sotterranei

che il celebre Faax aveva ideati. Oltre a ciò gli Agrigentini

costruirono una piscina per ingrassare dei pesci rari per le loro cene

raffinate; essa offriva anche un quadro pittoresco, così dice Diodoro,

perchè molti cigni vivevano nelle sue acque. Gli abitanti piantavano

inoltre su tutta la loro terra la vite e molti alberi da frutta.

La signoria di Tirone fu il periodo più splendido di Agrigento. Il

commercio e l'agricoltura resero assai ricca la città, che si arricchì

di belle opere architettoniche, plastiche e pittoriche; feste pompose

dilettavano il popolo e alla corte del mite signore si videro i

sapienti e i poeti dell'Ellade: Pindaro, Bacchilide, Eschilo furono

in Agrigento; quando una questione sorta fra Gerone e Tirone stava per

trascinarli alla guerra, si intromise per rappacificarli il gran poeta

Simonide. Pindaro inoltre compose i suoi canti olimpici di vittoria su

Tirone di Agrigento che aveva vinto col suo ardire, e magnificò nei

canti istmici Kenokrate Akragas come la più bella fra le città del

mondo.

Tirone regnò sedici anni. Quand'egli, nell'anno 472, morì, il popolo

gl'innalzò una bella tomba e gli rese gli onori degli eroi. Suo figlio

Trasidaos non gli somigliò; odiato dagli abitanti, fu scacciato e più

tardi giustiziato a Megara. Gli Agrigentini avevano abbattuto i tiranni

e avevano dato a tutta la Sicilia il segnale della liberazione dalla

tirannia.

Mentre, dunque, nelle città veniva esaltata la democrazia, Empedocle

in Agrigento dava una costituzione che assegnava uguali diritti tanto

all'aristocrazia, quanto al popolo.

Sembra che le basi politiche del gran filosofo fossero rappresentate

dall'eguaglianza di tutte le classi di cittadini; egli però si

considerò come un Dio, come vien riferito da lui stesso.

Vestiva di porpora e portava una corona d'oro sulla chioma lunga e

abbondante; quando usciva lo seguivano paggi graziosamente abbigliati.

Così lo descrissero gli antichi, come un eroe nel quale la natura

spiegò il suo più alto valore. Empedocle fu una delle figure più

fulgide nelle quali i Greci abbiano ammirato il genio; i biografi

postumi gli attribuirono la più alta coscienza della divinità del genio

umano.

La filosofia naturale della quale fu maestro Empedocle, non rimase

astratta in lui, ma l'applicò alla vita; e fu uno dei più grandi medici

dell'umanità. Egli aveva liberato i Selinuntini dalla peste, e così

meravigliose apparivano le sue guarigioni, che di lui si favoleggiò che

sapesse resuscitare i morti.

La medicina divenne così la scienza prediletta dei Siciliani: accanto

ad Empedocle troviamo il suo amico Pausania e il suo emulo Akrone di

Agrigento. Fu anche famoso più tardi, nella scienza medica Erodico,

fratello di Gorgia, e al tempo di Aristotile Menecrate di Siracusa.

Questi imitò la vanità di Empedocle, e di lui vengono narrate storie

assai amene. Non prendeva denaro per le sue cure, ma voleva solo che i

suoi pazienti si nominassero suoi schiavi. Aveva guarito, ancora, con

grande arte, due ammalati; essi dovevano seguirlo ovunque, chiamandosi

uno Ercole, l'altro Apollo; però egli era Giove! Una volta scrisse a

Filippo di Macedonia la lettera seguente:

«Menecrate Giove a Filippo, salute!

«Tu regni in Macedonia, io regno nella Medicina. Tu puoi far morire

quelli che stanno bene, io posso assicurare gl'infermi di vivere sani

fino alla vecchiaia, se essi mi ubbidiscono. La tua guardia del corpo

è di Macedoni, la mia di quelli che ho guarito. Poichè io, Giove, ho

ridato la vita!».

Rispose il re:

«Filippo augura a Menecrate cervello sano. Ti consiglio di fare un

viaggio a Anticyra».

Anche Plutarco racconta che ad una lettera di Menecrate ad Agesilao di

Sparta, questi in simil guisa rispondesse:

«Il re Agesilao alla sanità di Menecrate».

Si scorge già, come alla scienza naturale, della quale la Sicilia era

la patria, cominciasse ad unirsi la ciarlataneria, come alla filosofia

cominciasse ad unirsi la sofistica. La Sicilia, patria dei sofisti,

era anche la patria dei ciarlatani, e anche oggi questa regione è

caratterizzata in diversi modi da menti sofistiche e dal ciarlatanismo,

ed io credo che non perderà mai questi caratteri, essendo i prodotti

della sua natura vulcanica.

Empedocle preludiava già alle storie magiche e meravigliose dei tempi

seguenti. Intorno alla sua morte la leggenda futura distese una luce

favolosa, come per il famoso Apollo di Tyana e per molti altri semidei

e profeti cristiani. Si racconta che egli abbia richiamato in vita una

donna già morta e che sia quindi andato con molti amici nella villa di

Peisanax per fare dei sacrifici. Quando essi al mattino si svegliarono,

si accorsero che mancava Empedocle. Se ne domandò agli schiavi, dei

quali uno solo potè riferire che aveva sentito gridare nella notte da

una voce soprannaturale il nome di Empedocle. Quando egli si svegliò

vide una luce celeste, un chiarore di fiaccole e poi nulla più.

Così Empedocle fu subito collocato fra gli dei. Secondo un'altra

leggenda, il filosofo salì sull'Etna e si precipitò nel cratere. Il

monte poi rigettò una delle sue scarpe. Si dice che Empedocle abbia

scelto questa morte dopo che i Selinuntini gli avevano tributato onori

divini, per rafforzare in loro la credenza ch'egli fosse un dio.

Ciò non pertanto, secondo quanto dice Diogene, egli morì nel

Peloponneso.

Gli Agrigentini gli eressero una statua che i Romani più tardi

portarono a Roma e posero davanti la Curia.

La temperata democrazia che aveva introdotta Empedocle si mantenne a

lungo in Agrigento.

Però il carattere della città aveva molte somiglianze con quello di

Sibari e di Taranto.

Avversi alle imprese guerresche, gli Agrigentini si mantennero neutrali

anche nelle guerre fra Siracusa ed Atene. La loro lussuria era senza

limiti. Fabbricavano, dice di loro Empedocle, come se dovessero vivere

in eterno, e banchettavano come se dovessero morire il giorno dopo.

In tutto il mondo fu famosa «la opulenza della mensa agrigentina».

Diodoro ci informa della vita d'Agrigento poco tempo prima della

distruzione di questa città, e possiamo quindi farci un concetto vivo

della ricchezza e della mollezza de' suoi cittadini. Possedevano

eccellentissimi cavalli, che erano rinomati in tutta l'Ellade. Non

solo s'innalzavano loro dei monumenti funerari, ma perfino ai piccoli

uccelli tenuti in casa da ragazze e da paggi.

Quando un _Exanctos_ aveva vinto nella corsa dei carri, lo si conduceva

in città con 300 coppie di bianchi cavalli, tutti di Agrigento.

La ricchezza dei cittadini era straordinariamente grande.

Antistene festeggiò le nozze di sua figlia dando un banchetto a tutto

il popolo nelle strade; la sposa fu accompagnata da 800 carri e molti

cavalieri; alla sera suo padre organizzò un'illuminazione con i mezzi

possibili in quel tempo. Fece ricoprire le are di tutti i templi con

della legna e in un attimo, quando sulla rocca fu acceso un fuoco,

tutti quelli si accesero. Si divertivano facilmente e già fin d'allora

amavano le illuminazioni, come oggi nel sud d'Italia, dove la passione

per i fuochi d'artificio produce tanto stupore nella gente del Nord.

Così ricco come Antistene era Gellia. Considerava tutti gli amici come

suoi ospiti. Lo stesso facevano molti altri in Agrigento; secondo

un vecchio uso invitavano chiunque. Perciò dice Empedocle della sua

patria: che fu «una porta sacra per gli ospiti, lungi restando la

falsità».

Una volta, imperversando un temporale, vennero ad Agrigento, da Gela,

500 cavalieri. Gellia li prese tutti con sè e diede ad ognuno del suo

guardaroba un doppio vestito. Nella sua cantina aveva 300 anfore di

pietra, delle quali ognuna conteneva 100 barili; accanto ad esse vi era

un tino della capacità di 1000 barili, dal quale il vino colava nelle

anfore.

Si può arguire da ciò la magnificenza delle case e lo splendore dei

banchetti. Gli uomini — dice Diodoro — si abituavano fin dall'infanzia

al lusso; portavano abiti e ornamenti preziosi, amavano specialmente i

pettini per la chioma e le fiale d'oro o d'argento per profumi. Molto

meglio rivela la mollezza degli Agrigentini l'ordinanza emessa al tempo

dell'assedio della città fatto dai Cartaginesi, la quale ordinanza

prescriveva ad ogni sentinella di non portare più di un materasso, una

coltre, una coperta e due origlieri.

Chi può biasimare questi uomini se, sotto un cielo bellissimo, fra

le voluttuose dovizie della natura, ricchi di sapienza e di cultura,

Elleni e cittadini liberi, trascorrevano in gioie la vita così fugace?

Ma chi può compiangerli e meravigliarsi se questa città, la cui

popolazione era di circa 800,000 uomini soggiacque in poco tempo ai

Cartaginesi?

Vi sono pochi avvenimenti nella storia che dimostrano la incostanza

delle cose umane in modo così schiacciante come la improvvisa caduta di

Agrigento.

Dopo la sconfitta degli Ateniesi davanti Siracusa, la città di Segesta

aveva chiamato in aiuto i Cartaginesi. Erano comparsi essi in grandi

forze nel 409 condotti da Annibale figlio di Giskone e avevano già

distrutto Selinunte e Imera.

Siracusa, che non vedeva con dispiacere la caduta di queste città, non

si affrettò a salvare Agrigento e Gela, e perciò quel tempo è il più

ignominioso degli Elleni di Sicilia; esso offuscò la fama dei Greci nei

turpi vizi, dei quali, come in tutti gli altri popoli del Sud, maggiore

fu l'ira di parte.

Nel 406 soltanto tornarono i Punici con forze novelle.

Gli Agrigentini, che avevano a temere i loro primi assalti, assoldarono

lo spartano Dexippo con 1500 uomini e chiamarono pure dei mercenari

campani.

Annibale e Imilcone accamparono davanti la città, ad ovest del colle

di Minerva, da ogni parte e al di là dell'Akaragas; fecero costruire

un baluardo, facendo distruggere all'uopo i monumenti funebri. Cadde

però il fulmine sulla tomba di Tirone, la peste scoppiò nel campo e

colpì lo stesso Annibale: questi cattivi presagi gettarono un panico

superstizioso nell'esercito.

Imilcone proibì allora la distruzione delle tombe, offrì al Moloch, in

espiazione, un ragazzo e per Poseidone fece affondare nel mare molti

animali.

Mentre i Cartaginesi investivano Agrigento, i Siracusani mandavano in

suo soccorso il loro generale Daphnaus con truppe.

Egli battè gli Africani che gli si fecero contro e Agrigento sarebbe

stata salva se i suoi corrotti generali avessero fatto una sortita

dalla città. Ma essi invece fecero il possibile perchè il nemico

si mettesse in salvo nel suo campo. Il popolo sollevatosi lapidò i

traditori.

Avendo Daphnaus bloccato i Cartaginesi, questi videro sorgere il

pericolo di morir di fame. Però il caso li aiutò, giacchè le navi

cartaginesi catturarono il carico di grano che doveva approvigionare

Agrigento. I cittadini avevano usato con prodigalità dei viveri,

anzitutto perchè non abituati alle privazioni e perchè poi si cullavano

nell'idea della prossima fine dell'assedio.

Fu consumata presto la provvisione dei viveri. Però non questo bisogno,

ma la mancanza di forza difensiva propria abbattè la città; i mercenari

la tradirono.

Prima disertarono al nemico i Campani, sotto pretesto che era scaduto

il loro tempo di servizio; si allontanarono poscia anche Dexippo e

Daphnaus. Agli Agrigentini allora mancò l'animo. I loro capi, dopo

essersi assicurati che i viveri erano finiti, comandarono al popolo

di abbandonare, tutti insieme, nella notte seguente la città. Avvenne

l'inaudito; così presto si scoraggiò questo popolo numeroso che esso,

invece di tentare tutto il possibile, come più tardi fecero Siracusa

e Cartagine, si coprì dell'onta di abbandonare al nemico la fortissima

città con tutti i suoi tesori. Venuta la notte, uscì il popolo: uomini,

donne, fanciulli, empiendo l'aria di grida di dolore. Tanta era la

paura e così vile l'animo loro, che non si curarono dei congiunti

ammalati e dei vecchi deboli.

Molti cittadini però rimasero e si diedero la morte per perire almeno

nella dimora dei loro padri.

La folla del popolo si avviò verso Gela con una scorta di armati, e si

videro le ragazze educate tanto mollemente, camminare a piedi.

Nella deserta città entrò Imilcone dopo 8 mesi di assedio. Quelli

che vi erano rimasti, furono trucidati. Si dice che il ricco Gellia,

rimasto in vita, si nascondesse nel tempio di Atena e quando vide che

gli Africani non risparmiavano nemmeno gli Dei, incendiò il tempio e

perì con le sacre offerte.

Il bottino d'Agrigento, che non era stata mai conquistata da nessun

nemico e che, secondo l'affermazione di Diodoro, era allora la più

ricca città ellenica, dovette essere stato immenso. Imilcone mandò

le opere d'arte più preziose a Cartagine, che poi caddero nelle mani

dei Romani. Fece quindi devastare Agrigento e bruciare i templi.

Tracce d'incendio si vedono ancor oggi in parecchi architravi. E dopo

che i Punici vi ebbero svernato, Imilcone distrusse completamente la

città. Come racconta Diodoro, fece infrangere tutte le opere d'arte

dei templi, ritenendo che il fuoco non le avesse sufficientemente

annientate. La cultura subì allora una perdita inestimabile, proprio

nel fiorire del tempo di Pericle; avendo inoltre molte altre guerre

devastatrici funestata la Sicilia, il suolo dell'isola è rimasto assai

impoverito. I popoli che distrussero la Sicilia greca, il Cartaginese

e il Romano, erano egualmente barbari.

Questo terribile destino aveva colpito Agrigento nell'autunno dell'anno

406 prima della nascita di Cristo e d'allora in poi la città non si

sollevò, sebbene una nuova popolazione vi si stabilisse. Corinzio la

popolò con una colonia nell'anno 341, sicchè a poco a poco si rialzò.

Essa persino si sollevò durante la tirannide di Agatocle di Siracusa,

mentre questi era occupato nel suo strano viaggio in Africa allo scopo

di assoggettarsi tutta la Sicilia. Però il piano fallì e Agrigento

cadde di nuovo in potere degli Africani.

Sorse in seguito, come tiranno, Finzia, un nuovo Falaride. Gli

Agrigentini lo cacciarono via e si diedero a Pirro di Epiro, la cui

signoria fu però assai breve. La città divenne di nuovo cartaginese ed

anzi una delle loro piazze principali, nella guerra contro i Romani;

essi mantennero questa città ancora dopo la caduta di Siracusa. Nella

prima guerra punica fu di nuovo in Agrigento un figlio di Annibale,

Giscone con 50,000 uomini.

I consoli L. Postumio e Q. Emilio circuirono Agrigento con 100,000

uomini, dove Annibale si difendeva accanitamente. Avendo però

Annibale fatto una sortita per liberarsi, ed essendo stato battuto, i

Cartaginesi furono sloggiati dalla città. I Romani l'avevano assediata

per 7 mesi, e quando vi entrarono, massacrarono il popolo con accanito

furore e lo trattarono più iniquamente di come i Punici avevano

fatto una volta. I cittadini rimasti in vita furono tutti tratti in

schiavitù (262 a. C.). Non molto tempo dopo però ricadde Agrigento

in potere del generale cartaginese Cartalus che fece distruggere e

incendiare l'infelice città. Quando cadde Siracusa si trovavano ancora

in Agrigento Epecide, Annone e Mutines contro Marcello. Mutines fu

un Punico d'Ippona, che aveva spinto il grande Annibale in Italia;

egli ottenne dei brillanti successi comandando la cavalleria, sì che

tutta la Sicilia era piena del suo nome. Annone invidioso, gli tolse

il comando e Mutines, per vendetta, cedette Agrigento ai Romani. Notte

tempo aprì le porte della città al console Lavinio. Annone ed Epecide

ebbero appena il tempo di salvarsi su di una barca. Coll'usata ferocia

i Romani punirono Agrigento, i maggiorenti della città furono uccisi,

i rimanenti furon venduti come schiavi.

D'allora la bella città di Empedocle e di Tirone si perdette nella

storia.

Al tempo degli Elleni si distinse per nobili intelletti. Le diedero

lustro Empedocle, Pausania, Acrone il filosofo, oratori e medici,

Proto scolaro di Gorgia, Dinoloco lo scrittore di commedie, Phaas

l'architetto, Metello il maestro di Platone, nella musica, Fileno

lo storico e ancora nel tempo della miseria, quando Verre rubò alla

decaduta Agrigento gli ultimi tesori che la grazia dello spogliatore di

Cartagena gli aveva lasciati, onorò la sua patria Sofocle, difendendola

davanti ai Romani contro quel ladro.

Si può supporre che Agrigento, prima delle ultime conquiste si sia

limitata al Kamikus, dove sta anche oggi, da 2000 anni durevole nella

miseria come nello splendore. Nell'anno 825 la presero i Saraceni, i

successori dei Punici provenienti dalle stesse terre. Il loro ultimo

emiro, Kamul, vi fu sconfitto nel 1106 dal conte Ruggiero. D'allora

Agrigento diventò feudo di nobili famiglie cadendo sempre più in basso,

arrivando ad una popolazione di soli 16,000 abitanti.

Passando sul colle di Minerva si raggiunge quella fila di templi

che stanno sul confine meridionale delle mura della città. La loro

vista sullo sfondo del mare Libico, quando il sole ardente illumina

le loro pietre gialle e fa sfavillare le colonne potenti, è ancor

oggi incantevole; e fa pensare quanto stupenda dovesse essere

nell'antichità.

Il bel tempio di Giunone Lucina è il primo della serie. S'innalza su di

un piccolo colle, ed è a metà distrutto; soltanto da una parte esistono

ancora le sue 13 colonne doriche che sostengono l'architrave.

Sul prospetto solo due colonne stanno ancora in piedi, con un pezzo

dell'architrave; alle rimanenti mancano i capitelli, o sono abbattute

e spezzate. Il tempio giace sopra un alto ripiano di quattro gradini.

Era circondato da 34 colonne doriche con 20 scannellature; di esse

13 stanno ai lati e sei nel prospetto. Le colonne hanno cinque palmi

di diametro e un'altezza di circa cinque metri. I loro capitelli sono

scolpiti con eleganza ed armonia.

Disgraziatamente nulla è rimasto del frontone e del fregio. Nelle

rovine si notano tracce d'incendio. Lo storico Fazello fu il primo

che diede a questo, come agli altri templi, il nome, perchè prima si

chiamava la «Torre delle pulselle».

Secondo Plinio, Zeusi dipinse per esso il celebre ritratto di Giunone e

per modello gli Agrigentini misero a sua disposizione cinque delle più

belle fanciulle della città. Cicerone però riporta lo stesso episodio

pel quadro di Elena, nel tempio di Giunone a Crotone.

Dai gradini del tempio si abbraccia benissimo il circuito dell'antica

città.

Vicino a chi guarda si ergono le mura meridionali, formate dalla rupe

naturale, come si vede anche in qualche punto dell'antica Siracusa,

dove l'a picco di una rupe servì di muro. Molte tombe, colombari,

nicchie e sepolture rotonde si scorgono nel muro.

Anche il tempio della Concordia sorge su di una collina, in mezzo ad

un pittoresco insieme di rovine e di fichi d'India. È completo fino al

tetto, che manca con le due fronti e tutte le colonne. Anch'esso posa

su quattro gradini ed ha 34 colonne.

Non distrutto dai Cartaginesi, ha sfidato vittoriosamente il tempo e

nel medioevo, essendo stato trasformato in chiesa, se ne impedì così il

suo deperimento. Quando nel secolo XV si fece della cella una cappella,

si introdussero nelle pareti laterali i due archi che rimangono

ancor oggi. In seguito, la chiesa fu abbandonata, e nell'anno 1748 il

principe di Torremuzza restaurò il tempio. Fazello gli ha dato il nome

di Concordia, con la quale non ha che fare nessuna divinità dorica. Fra

tutti i templi italiani e siciliani, nessuno ha conservato la cella

così intatta come questo; le scale che conducono dalla sua entrata

orientale sul tetto sono rimaste intatte in ogni loro parte.

Senza dubbio è il più completo dei templi siciliani, poichè quello

di Segesta rimase incompleto, non scorgendosi in esso il minimo

indizio di cella. Le colonne maestose, i capitelli colossali, le belle

proporzioni dell'architrave che ha preservato gli ornamenti del suo

triglifo, la grandezza semplice dell'architettura, offrono il più puro

godimento estetico. La costruzione dorica è certamente la più bella

dell'antichità, certo non apparisce inferiore alla plastica e alla

poesia, la cui forza e la cui purezza viveva nell'anima del popolo

greco, che fu capace di trovare quelle semplici leggi architettoniche.

Guardando un tempio dorico non si può fare a meno di ricordare in

quali grandi e semplici ritmi si è sviluppata la vita dei Greci,

se l'intero modo di sentire nazionale, che quel popolo espresse nel

modo più originale ed evidente nell'architettura religiosa, si potè

rappresentare in simil guisa.

Noi comprendiamo benissimo quest'armonia, che è così semplice come una

relazione fondamentale geometrica; però ancora non possiamo afferrare

l'intero senso della sua intima connessione coi costumi del popolo. Io

son persuaso che il duomo cristiano di Monreale (Palermo) sia il più

bel contrapposto a questo tempio della Concordia.

Se la Sicilia non avesse altro che questi due edifici, monumenti

di due grandi culture, rimarrebbe sempre una terra meravigliosa. Il

tempio dorico è l'effigie vivente del tenace ordinamento del mondo

greco e delle sue tragiche necessità; il caso, e tutto il fantastico è

escluso da questa prima forma; nessun principio pittorico predominante

vi signoreggia, non v'è ancora il lusso del disegno, nè il giuoco di

diverse figure.

Il terzo tempio è quello di Ercole, un tempo il primo d'Agrigento, oggi

una massa gigantesca di rovine che giacciono fieramente accavallate.

Una sola colonna scannellata si erge da quel caos. Si contemplano con

stupore quei blocchi di pietra, quei bellissimi capitelli, le rovine

dell'architrave, che hanno conservato tutti le tracce della loro

coloritura purpurea, e quei pezzi di colonna scannellata che giacciono

miseramente all'intorno simili a gigantesche pietre molari, sepolti per

metà nel terreno e coperti da piante incolte. Questo tempio, vicino

all'Olimpion, era il più grande della città e aveva fama mondiale:

il suo porticato aveva 38 colonne doriche, di cui 6 sulla larghezza e

15 per la lunghezza, numerando pure le colonne degli angoli. Il loro

diametro era di 8, 5, 10 palmi, la loro altezza col capitello poco più

di quattro metri.

Vivaci colori, il rosso, l'azzurro, il nero e il bianco, ornavano

l'architrave; il fregio era munito di teste di leoni nella scanalatura,

e di decorazioni floreali. Serradifalco calcolò la lunghezza del tempio

in 259,2,8 palmi e la larghezza in 97,10,6. La cella era ipatrica.

In essa sorgeva l'_Ercole_ di Mirone, in bronzo; Cicerone narra che

la base di questa statua del dio era levigata per i molti baci di

coloro che venivano a pregare nel tempio. Oggi possiamo fare la stessa

osservazione in S. Pietro a Roma, dove i baci dei cattolici hanno

consumato il piede del _S. Pietro_ di bronzo.

Si può rimproverare al tempo e agli elementi la distruzione delle

opere d'arte, se gli stessi lavori in bronzo sono così vergognosamente

baciati?

Questa singolare analogia di costumi non è del resto l'unica comune al

paganesimo ed alla Chiesa cattolica.

Il magnifico _Ercole_ svegliò le brame di Verre, che decise di

rubarlo, dal momento che gli Agrigentini non glielo volevano cedere.

In una notte tempestosa fece forzare il tempio da schiavi armati;

essi vi erano già penetrati e stavano per togliere il bronzeo dio dal

suo posto, dov'era saldamente piantato, quando il popolo corse alla

loro volta. «Non vi fu nessuno in Agrigento, così dice Cicerone, che

per quanto debole per vecchiaia, o indebolito, che in quella notte,

spaventato da quella notizia, non si sollevasse e prendesse un'arma.

L'intera città affluì in poco tempo al tempio». I ladri furono

inseguiti e non portarono con sè che due soli quadri. I Siciliani

crearono un motto sul mal riuscito tentativo di furto, dicendo: «Fra

le fatiche di Ercole si dovrebbe cantare da oggi la sconfitta di quel

mostro di Verre».

Nello stesso tempio dovette sorgere l'_Alkmene_ di Zeusi, che riuscì

così meravigliosamente bene, che il pittore non si accontentò di nessun

prezzo e volle dedicare il quadro alla deità. Nell'anno 1836, sotto le

macerie si trovò la statua di Esculapio, senza testa, ora esposta nel

museo di Palermo.

Continuando, arriviamo alle rovine del più famoso dei templi siciliani,

una delle opere più grandi dell'antichità, l'Olimpion. Fu fabbricato

dopo la vittoria presso Imera e nello stesso tempo che sorgevano

il tempio di Giove a Selinunte, il Partenone ad Atene, il tempio

di Zeus in Olimpia, il tempio di Giunone in Argo, mentre cioè in

tutti i paesi ellenici si generalizzava la perfezione dello stile

dorico. Gli Agrigentini avevano condotto appena a termine l'immenso

edificio, e mancavagli solamente il tetto, quando scoppiò la guerra coi

Cartaginesi, e la conseguente distruzione della città rese impossibile

il suo completamento.

Imilcone saccheggiò l'Olimpion, ma benchè i barbari devastassero

l'interno, non potevano che difficilmente pensare ad abbatterlo, data

la grandezza e la saldezza della costruzione. Colpisce il carattere

della sua architettura, giacchè non aveva peristilio con colonne

isolate, ma era attorniato da pareti con mezze colonne. Polibio vide

ancora intatto il meraviglioso edificio, e tale si conservò fino al

medioevo, andando però sempre più in rovina per le ingiurie del tempo

e per i terremoti; e fu anche danneggiato dalla barbarie di coloro che

usavano le sue pietre quadre come materiali da costruzione, fino a che

gli ultimi resti che si reggevano in piedi, precipitarono a terra.

Così racconta Fazello, che ritrovò il tempio e che aveva saputo del

tempio e del suo nome dai ricordi del popolo: «Sebbene ciò che rimane

del fabbricato sia caduto nel corso dei tempi, un pezzo però rimase

molto tempo in piede appoggiandosi a tre giganti e ad alcune colonne.

Ciò è ricordato ancor oggi nella città di Girgenti ed anzi lo han posto

nel loro stemma. Però, anche questo pezzo cadde per la incuria degli

Agrigentini nel 9 dicembre 1401». Un poeta contemporaneo cantò questa

caduta di ruderi nei seguenti rozzi versi leonini, dei quali riportiamo

la traduzione libera subito appresso, come quella che spiega la ragione

dello stemma di Girgenti:

Ardua bellorum fuit gens Agrigentinorum

Tu sola digna Siculorum tollere signa

Gigantum trina cunctorum forma sublima.

Paries alta ruit, civibus incognita fuit.

Magna gigantea cunctis videbatur ut dea.

Quadricenteno primo sub anno milleno

Nona decembris deficit undique membris.

Talis ruina fuit indictione quinquina.

Possente sempre fu in guerra la valorosa gente degli Agrigentini.

Tu sola degna veramente fra tutti i popoli siculi di elevare

Nello stemma il trino segno de' Giganti, portentosi per forma fra

tutti.

Ruinò a terra l'altissimo muro, ed i cittadini più non l'ebbero in

cura.

Parve a tutti la mole gigantesca della statua essere una divinità.

Nell'anno quattrocento uno dopo l'anno millesimo.

Nel nono giorno di dicembre cadde il monumento da ogni parte.

Tale ruina ebbe luogo correndo la quinta indizione.

Girgenti continua a portare sul suo stemma i tre giganti e le rovine

dell'Olimpion, dal popolo chiamate col nome di «Palazzo dei Giganti».

Oggi del gran tempio non resta altro da vedere che la sua pianta, che

si è potuta formare per l'assetto dato alle rovine, e la sua grandezza

mette stupore.

Ai lati si è formato un argine di macerie coperto di piante selvagge;

alcuni olivi hanno messo radici fra le rovine. La massa maggiore è

dalla parte di ponente, dove i pezzi giganteschi sono ammucchiati gli

uni sugli altri, e sotto vi sono dei frammenti di colonne nelle cui

scannellature un uomo trova comodamente posto. Però, per quanto questo

ammasso sia grande, appare piccolo in rapporto al tutto, e fa anzi

ritenere che la maggior parte del materiale sia stato portato via.

Con le pietre quadre di uno di questi templi fu costruito, al tempo di

Carlo III, il molo attuale di Girgenti. Nel mezzo del pavimento libero,

vi è disteso uno di quei giganti che servivano da cariatidi. È formato

di varî mazzi di tufo calcareo conchiglifero, uniti l'uno all'altro.

La testa gigantesca, a causa delle intemperie e della caduta, è

informe, ha capelli inanellati e un berretto frigio; le braccia sono

sollevate in alto per sostegno, come nelle cariatidi.

La statua è lunga quasi 30 palmi e rivela molto bene lo stile egiziano,

finendo in punta al basso, e tiene i piedi uniti. Ricorda perciò i

giganteschi monumenti di pietra di Menfi e di Tebe; e quella figura di

gigante dalla forma strana appare come il dio stesso che si sia posto a

dormire l'ultimo sonno sotto le rovine del suo tempio, e nè terremoti,

nè lotta di elementi, nè lo strepito della storia del genere umano lo

possono svegliare. Diodoro ha descritto la meravigliosa costruzione. I

templi sacri, e specialmente quello di Giove rivelano la bellezza della

città in quel tempo. Tutti gli altri sono bruciati o distrutti, perchè

Agrigento fu spogliata diverse volte. L'Olimpion rimase senza tetto,

perchè in quel mentre sopravvenne una guerra. Dopo la distruzione della

città, gli Agrigentini non vi tornarono per completarlo.

È lungo 340 piedi e largo 60 (secondo Winkelmann dev'essere 160) alto

120 senza le fondamenta. È il più grande di Sicilia e a cagione della

robusta costruzione può anche mettersi a paro di quelli forestieri.

Benchè l'edificio sia incompiuto, la sua pianta è chiara. Mentre in

altri la casa del tempio è circondata da sole pareti o attorno alla

divinità da colonne, questo ha ambedue i sostegni. All'esterno sono

poste delle colonne in giro alle pareti, nell'interno del tempio sono

quadrangolari. La parte esterna delle colonne, le cui scannellature

sono così larghe da potervi stare un uomo, ha una circonferenza di 20

piedi, quella interna 12 piedi. Nel frontone dalla parte di levante

era rappresentata la lotta dei giganti in bei rilievi, e dalla parte

di ponente la presa di Troia. Le figure sono conformi al carattere

di ogni protagonista. Le rovine e le fondamenta dell'Olimpion

sono sufficientemente autenticate dalle indicazioni di Diodoro. Il

tempio posava sopra cinque gradini come sopra un piedistallo ad esso

proporzionato; aveva una lunghezza di 417 palmi e una larghezza di 203.

Fu l'unico della specie dei pseudoperipteri; lo circondavano delle mura

nelle quali erano incastrate 14 mezze colonne scannellate, di grandi

proporzioni.

Alle mezze colonne all'esterno corrispondevano dei pilastri quadrati

all'interno. Dalla parte di levante, dove in altri si praticava

l'entrata del tempio, Serradifalco contò il numero dispari di 7 mezze

colonne, disposizione questa veramente fuori del comune.

Egli è d'opinione che l'entrata fosse dalla parte di levante e

l'architetto avesse tolto la colonna dispari del centro per avere

la porta da quella parte. Benchè la larghezza di essa nei templi

dorici fosse ordinariamente più grande del doppio intercolunnio,

l'architetto si ingegnò in quel modo, non interessando tale regola pel

pseudoperiptero.

L'interno era diviso in tre parti, nel senso della lunghezza, per

mezzo di due file di pilastri, uniti con dei muri, sicchè il centro

veniva destinato alla cella e le ali servivano da peristilio. Non si è

potuto sapere dove erano collocati quei giganti, dei quali alcuni hanno

aspetto femminile, con i lunghi capelli; se addossati ai pilastri o

attorno alla cella. Non essendo rimasto altro dei grandi rilievi del

frontone che dei frammenti rovinati, così l'unico resto di scultura

dell'Olimpion è dato da tale cariatide.

È molto da rimpiangere la perdita di quelle sculture, perchè se si

fossero conservate, sarebbero state insieme con la metope di Selinunte

un grande acquisto per la storia dell'arte. Il caso forse potrà far

rinvenire qualche loro resto.

Tornando verso il tempio d'Ercole, in prossimità del taglio praticato

nelle mura, si scorge la tomba di Tirone. È un monumento quadrangolare

di blocchi calcarei, costituito di due costruzioni sovrapposte: la

sottostante non è cementata, è divisa da un cornicione dalla superiore,

la quale finisce in una piattaforma e chiude il monumento. In ogni

angolo è una colonna scannellata con capitelli ionici e basi attiche.

Verosimilmente questo edificio è un cenotafio del tempo dei Romani,

e possono anche aver ragione coloro che sostengono, sia stato il

monumento di qualche cavallo.

Non lungi, verso sud e presso il mare, sono le rovine del tempio

d'Esculapio dove una volta era l'_Apollo_ di Mirone, che Imilcone portò

a Cartagine, e Scipione ridonò agli Agrigentini, e che Verre finalmente

rubò.

Sono questi i resti dell'antica Agrigento che si trovano fuori le mura.

La lunga linea di templi che vi sorgono deve aver offerto altra volta

uno splendido panorama a quelli di Eraclea, cioè a quelli che venivano

dal mare, che percorrevano prima gli ubertosi campi e vedevano poi al

di là delle mura i templi, i sacri protettori della popolosa città, che

copriva le colline con le sue strade e con i suoi splendidi edifici,

e che finiva da una parte col tempio di Minerva sulla rupe più alta,

a levante, e a ponente con l'Acropoli. Fino alle più piccole rovine

di questa città interna sono scomparse. Il suolo è coperto ovunque di

vigneti, e fra di essi vengono tirate fuori continuamente monete, vasi

e altre antichità.

Quasi nel centro dell'antica area della città sorge la villa del

Ciantro Panisseri, al quale appartengono alcune antichità. Nei

dintorni si mostra il cosiddetto oratorio di Falaride, cosa che non

può mettersi in relazione con quel tiranno. Il piccolo edificio è di

forma oblunga, con basi attiche e capitelli dorici ed è senza dubbio di

origine romana. I monaci di S. Nicola lo hanno mutato in una cappella

cristiana.

Nel piccolo museo del pittore Politi di Girgenti si trova il modello

dell'Olimpion, secondo le indicazioni di Diodoro e dei moderni

archeologi; esso dà una chiara idea dell'edificio, la cui grandezza

per altro viene ad essere molto chiaramente dimostrata dall'estensione

delle pareti che lo limitano. Però le colonne, non essendo state

isolate, gli dovettero togliere la sveltezza e la bellezza che ha

l'Olimpion di Selinunte, il più splendido fra i templi siciliani,

appunto perchè le sue colonne sono isolate.

Come le mezze colonne o le colonne addossate alla parete nuocciano

all'effetto dell'edificio, si può vedere oggi nella pomposa facciata

di S. Pietro, le cui colonne doriche per poco sono inferiori di mole a

quelle di Selinunte e di Agrigento.

Le proporzioni dell'Olimpion di Selinunte, che del pari non fu portato

a completamento sono, secondo Serradifalco: lunghezza 425,2, larghezza

192,6 palmi. Diametro delle colonne circa 13 palmi, e un'altezza

straordinaria di 68,2 palmi, 8 colonne di prospetto e 17 ai lati. Se

si immagina un tale edificio perfettamente completo, non ve n'è nessuno

che gli si possa paragonare.

Il tempio di Zeus in Olimpia era lungo solo 278 palmi, il tempio di

Diana di Efeso 445, quello di Apollo di Didna 407, il tempio di Nettuno

a Pesto 242 di lunghezza e 165 palmi di larghezza, il gran tempio di

Edfu in Egitto era lungo 378.

Al disopra dell'Olimpion, verso ovest, sorge l'assai pittoresco

resto del tempio di Castore e Polluce; chiamato così da Fazello e

giacente in terra fino a poco tempo fa. Le quattro colonne principali

col frontone sono state trovate da Serradifalco e Cavallari fra le

macerie e felicemente rimesse in piedi. Sono doriche, scannellate e

coperte di stucco bianco. Il tempio aveva 13 colonne in lunghezza e 6

in prospetto. Trovati i singoli pezzi di questo bell'edificio ridotto

in rovina, si poterono mettere insieme in modo che fosse chiaro il

carattere dell'insieme. Era policromo, e nell'architrave si vedono

ancora dei resti di pittura. Il fregio è un lavoro molto grazioso,

delle teste di leone sono poste nelle gronde.

Serradifalco ritiene il tempio greco senza dubbio, però con ristauro

romano.

L'ultimo monumento della serie meridionale è verso ovest ed è il

cosidetto tempio di Vulcano.

È l'unica cosa antica fra il Kamicus e le mura meridionali della città,

giacchè nella città non si presenta più nulla d'antico, eccettuati

i cosidetti resti del tempio di Zeus Polieus, sulle cui fondamenta è

stata innalzata la chiesa di S. Maria dei Greci. Scendendovi con delle

fiaccole, si vedono ancora alcuni gradini e pezzi di colonne doriche.

Però un tesoro raro contiene la cattedrale, un vistoso edificio sul

Kamicus.

Vi serve da fonte battesimale il famoso sarcofago, i cui bassorilievi

rappresentano delle scene della _Fedra_ di Euripide. I musei romani

sono ricchi di sarcofaghi degni di nota, però generalmente i loro

bassorilievi, fatti nel tempo post-ellenico curano più il contenuto di

ciò che viene rappresentato, che la bellezza dell'esecuzione.

Invece nel sarcofago di Agrigento lo scultore gareggia col poeta, e

difficilmente si sarebbe potuto rappresentare con maggior commozione la

scena della tragedia nella quale Fedra cade in deliquio.

È nota la predilezione dei Siciliani per Euripide, i cui versi

bastavano per fare andare in estasi i Siracusani, e dopo la sconfitta

di Nicia molti prigionieri ateniesi ebbero la libertà, perchè

declamavano quei versi.

Si deve aggiungere che questo sarcofago è opera d'arte siciliana. Il

valore dei rilievi dal punto di vista artistico è ineguale; sembra

che l'anima dell'artista non sia stata divisa egualmente in ogni

parte. Come in pochi altri sarcofaghi, l'azione qui è rappresentata in

una successione bene sviluppata; comincia con la caccia d'Ippolito,

sulla quale anche Euripide fonda l'odio di Venere. Il bel garzone è

a cavallo con la lancia confitta nel cignale attorniato dai cani. Tre

altri cacciatori vi partecipano con mazza, spiedo e pietre. Un quarto

trascina un cane. Tra i fogliami si osserva il _cactus_ siciliano (fico

d'India). Segue la seconda scena sul lato minore destro, culmine e

anima di tutto, con un rilievo della massima bellezza e leggiadria. Vi

è Fedra seduta sulla sedia, di classico aspetto, d'espressione ideale;

la balia è dietro di lei che la copre; un'ancella tiene abbassato il

suo braccio destro, il sinistro fa atto d'impedire ad Eros, mentre

questi punta la sua arma.

L'artista ha espresso magistralmente la causa del malanno, l'affanno

d'amore e la lotta morale nell'animo di Fedra, il cui ritratto è il

più splendido come riuscì ad Euripide, e dove egli diventò lirico come

Calderon. Giovani donne, dal bello aspetto, tengono delle cetre davanti

agli ammalati d'amore: e anche questo motivo è assai bello; le figure

però sono semplici e dure come quelle simili degli antichi affreschi.

Benchè sianvi riuniti molti contrasti, Fedra illanguidita, le donne che

la servono nella sua follia, la vecchia balia, le giovani suonatrici di

cetra, hanno tutti una drammatica fierezza.

Assai piacente è il corteggio delle Grazie melanconiche all'apparire

di Fedra. È il poema più commovente della potenza di Eros, e la

composizione di questo rilievo si può mettere al paro di quelli che

possediamo a Pompei.

La terza scena mostra, sul lato esterno, Ippolito con la lancia

in mano, gli amici con cavalli e cani ai lati, il capo mestamente

chino, mentre la balia gli fa noto l'amore della matrigna. La fine

è completata sull'ultima parte laterale: Ippolito giace al suolo

precipitato dalla biga, mentre il guidatore cerca di frenare i cavalli;

il mostro nettuniano, immoto, è accennato leggermente di dietro. Molte

teste e figure in quest'opera magistrale sono guastate grandemente;

nell'insieme però la scultura è conservata piuttosto bene. Fra i brutti

quadri che pendono nella cattedrale, rendendo percettibile la mitologia

da lazzaretto del cristianesimo, questo antico sarcofago sta come

straniero, di un altro mondo, mentre si celebra il trionfo silenzioso

del genio greco sul cristianesimo.

Chiudo con esso questi frammenti di Agrigento. Gettai sguardi

lontani sulla riva del mare, e sarei volentieri andato verso le coste

meridionali, verso Noto; però avevo toccata la meta e tornai a Palermo

attraversando l'isola in due giorni di marcia.

Oltrepassammo Aragona, dove si erge un magnifico castello baronale.

Dietro sta Comitini con le inesauribili miniere di zolfo. Ci vennero

incontro molti muli carichi di zolfo. I pezzi di un bellissimo giallo e

di forma regolarmente quadrata son belli a vedere. Ovunque sulla strada

zolfo rotto e calpestato, e qua e là nei monti spesse colonne di fumo

proveniente dalle miniere, e che riempiono l'aria di odor di zolfo;

si sente fisicamente che si è nell'isola dell'Etna. La sua maggiore

industria e la vera sorgente di vita delle impoverite terre siciliane

è solo lo zolfo, che in grande quantità viene esportato in Inghilterra.

Attraversammo diverse volte il fiume S. Pietro che si getta nel

Platani. Serpeggia variamente attraverso una melanconica valle rupestre

e si getta in silenziosi campi sui quali pascolano i buoi rossi; nessun

ponte passa su di esso. Mi piacque guardarlo tante volte: Giuseppe

Campo assicura con certezza matematica che l'abbiamo passato trentasei

volte.

L'ardore sciroccale nella valle ci dava le vertigini, e noi

desideravamo ardentemente un ristoro, il sorso rinfrescante di un

sorbetto, ma nulla si vedeva intorno. Due volte ci fermammo in un

gruppo di case di campagna, dove abitavano dei maniscalchi, che

ferrarono i cavalli. Il paesaggio diviene più importante e più

pittoresco a metà strada fra Palermo e Girgenti; alti pini e cipressi

e potenti carrubi rompono la monotonia che ci aveva presi e corriamo

silenziosi all'apparire della luna siciliana. Chi può descrivere una

simile notte di luna in un tale caos omerico, ove non si ode altro che

il passo dei muli e qua e là l'elegia dell'uccello di Minerva? Andavamo

così sul nudo monte, verso le miniere di Lercara.

Dalla piccola Lercara la strada va verso Palermo e si può servirsi

della posta. Io cavalcai di buon mattino, mentre il mio compagno,

essendosi ammalato, proseguiva in carrozza. Il giorno era chiaro

e meravigliosamente bello. Dopo Belle Fratte e oltrepassato il

ruinato castello di Palazzo Adriano verso Misilmeri, pervenni alla

bella dimora del cortese Campo. L'eccellente mulattiere mi accolse

in casa sua con sorbetti, mi caricò sulla bestia una cesta dell'uva

più bella, che aveva còlta dal giardino del principe Buongiorno e mi

lasciò in compagnia de' suoi figli, coi quali feci le nove miglia

che mi dividevano da Palermo. Una buona strada porta attraverso i

lussureggianti dintorni della città, lungo la campagna fiorita, i cui

giardini d'aranci raggiungono il vecchio _Panormus_.

I canti popolari siciliani.

I canti popolari siciliani.

I canti popolari della bella Sicilia, nel dialetto dell'isola,

dall'antica Siracusa, da Agrigento, dalla spiaggia ricca di palme

di Selino, da Palermo, dal fabuloso Etna, sono rarità preziose e

misteriose che noi salutiamo di gran cuore. E li abbiamo ricevuti

raccolti da Leonardo Vigo,[1] insieme con quelli toscani raccolti dal

Tigri, perchè tutti e due i libri sono apparsi in questi ultimi anni.

Ciò che le campagne d'Italia producono di prezioso appare raccolto

in queste foreste vergini della canzone e trasmutato in fiorite

immagini di poesia. È necessario leggere tutte e due le raccolte

per apprezzare i grandi doni di cui è fornita questa Nazione, che

appunto ora è agitata di nuovo da un così profondo movimento politico;

bisogna scendere nelle genuine regioni del popolo che, non ostante la

demoralizzazione dello stato politico ed amministrativo, ha saputo

dettare le bellezze di questi canti, per amare gli Italiani come

meritano. Si devono abbandonare le città e rifugiarsi nelle campagne,

si deve cercare il popolo, non nelle grandi strade, ma nelle montagne

senza strade, dove esso lavora e canta, per farsi un concetto esatto

delle sue belle qualità. La musa popolare di questo paese, con simili

rami fioriti nelle mani, è capace di disarmare l'odio più feroce di

anime nemiche. Ed è principalmente bene che il suo canto innocente

abbia visto la luce appunto oggi che essa, mite come la cicala

d'Anacreonte, canta le sue belle canzoni in mezzo al tuonar del cannone

ed agli schiamazzi dei partiti.

Poichè i Siciliani hanno pubblicato le loro canzoni contemporaneamente

con i Toscani, ci viene offerto il destro di fare degli

interessantissimi paralleli; e questo simultaneo apparire delle gemme

più preziose tra le canzoni d'Italia può essere considerato come un

felice avvenimento per la storia della poesia. Ciò che è cresciuto

nella dolce e leggiadra Toscana, come potrebbe essere diverso dalla

graziosa e ben formata lingua e dal bene sviluppato senso d'arte dei

Toscani? Noi troviamo nella raccolta del Tigri solamente ciò che vi

abbiamo cercato, e la nostra fondata aspettativa non viene sorpassata.

Ma il concetto che noi abbiamo della poesia popolare siciliana si

fonda più su quello che non sappiamo che su quello che sappiamo. Il

dialetto toscano è il più puro d'Italia; il siciliano è oscuro spesso

agli Italiani stessi. La letteratura, le condizioni e le città della

Toscana ci sono ben note, ma la remota Sicilia è rimasta ancora molto

misteriosa per noi. Il solo nome di Sicilia eccita la fantasia anche

di chi non ha veduto con gli occhi questo paradiso divenuto selvaggio.

L'immagine delle sue bellezze ha per noi qualche cosa di mistico, nè

la parola dei poeti, nè il pennello dei pittori possono rappresentarci

un paesaggio siciliano. Che carattere avranno quindi i canti che, non

modellati da mani colte, sono sorti spontaneamente dagli elementi di

quella natura meridionale ed incantevole?

L'Italia del Nord e la Toscana si sentono fiere di tutta la fioritura

medioevale. Sul Lazio brilla ancora l'inestinguibile splendore della

grande Roma e del canto di Virgilio. A Napoli comincia quel soffio

ellenico che dà a tutta l'Italia meridionale quella sua atmosfera

incantevole. La Sicilia è tutta pervasa da quel soffio. La musa latina

vi entra solo come ospite straniera; ma la musa dell'Ellade ci saluta

con gli antichissimi canti mistici e con i nomi di Stesicoro, Teocrito

ed anche con quelli di Pindaro e di Eschilo. Ai ricordi ellenici si

uniscono i punici, e si respira l'aria della vicina Cartagine. Uno

spirito bizantino viene dall'Oriente, e poco dopo l'orientale poesia

degli Arabi, che così a lungo regnarono nell'isola. Un'altra corrente

di cultura si precipita dal Nord e trasporta in terra di Sicilia il

romanticismo della cavalleria normanna e del grande periodo svevo della

nostra patria tedesca. Poi segue il dominio degli Aragona e di Spagna:

e così si incontrano e si fondono in quest'isola unica i più diversi

caratteri della cultura mondiale: Grecia, Roma, Cartagine, Bisanzio,

Bagdad, Germania, Francia, Spagna e Napoli. E tutti questi paesi hanno

lasciato qui la loro orma, ed hanno creato questa straordinaria natura

siciliana.

Appunto per questo diventa di grande importanza l'osservazione

seguente. La Sicilia è stata tanto a lungo sotto il dominio di così

numerosi elementi stranieri, e pure nessuno di questi elementi è

riuscito a disperdere il linguaggio popolare ed a distruggere quei

fondamentali caratteri nazionali sui quali riposa, come in Toscana,

la poesia popolare. Il dialetto siciliano è un antichissimo ramo

del grande ceppo latino. Io, per amore del signor Vigo, lo chiamerò

siculo, e lo farò derivare da quei Siculi che in tempi remotissimi

abitarono sulle rive del Tevere e nel Lazio, prima di essere costretti

ad emigrare in Sicilia ed a stabilirsi quivi presso i Sicani. L'antico

idioma di Sicilia era anche un ramo di quell'idioma che in terra ferma

si distingueva in sabino, osco e latino, e la lingua dei Siculi (Siculo

non è che un sinonimo di Italico, come ha dimostrato il Niebuhr)

può sempre considerarsi come la lingua madre dell'odierno dialetto

siciliano. Il lungo e splendido dominio degli Elleni nell'isola vi

diffuse la lingua greca come lingua letteraria, senza distruggere però

l'idioma siculo-italico, e vicino ai canti di Stesicoro e di Teocrito

continuano a risuonare i canti popolari dei pastori siculi sui monti

come sulle rive del mare. I Romani posero fine all'influenza greca,

e trovarono nell'isola un dialetto assai affine alla loro lingua,

e che dovettero considerare arcaico, e che durante la loro secolare

dominazione dovettero latinizzare, come già avevano fatto con la lingua

etrusca. La stessa discendenza da una stessa razza e da una stessa

lingua materna avvinse strettamente la Sicilia all'italia, come ad una

grande patria comune, e tutte le conquiste posteriori non riuscirono

che a staccare solo politicamente la Sicilia dall'Italia. Dopo che

l'Impero Romano passò nelle mani di Bisanzio, il popolo siciliano si

mantenne fedele al suo idioma italico, e la cultura e la lingua greca

che, dopo una lunga interruzione, rientrava di nuovo nell'isola, potè

impadronirsi solo del culto.

Ancora più notevole è la resistenza vittoriosa che l'idioma dell'isola

oppose alla lingua araba; difatti, durante una dominazione di duecento

anni, i Maomettani non riuscirono nè ad estirpare il linguaggio, nè a

soffocare il cristianesimo. Gli Arabi rimasero stranieri nell'isola,

e il dialetto siciliano si perpetuò anche senza l'aiuto di monumenti

scritti. Gli Arabi accettarono anzi i nomi più usitati di luoghi,

fiumi e montagne, mentre i Siciliani, come gli Italiani in generale,

presero da loro solamente alcune espressioni. Così sono parole arabe:

_dugana_, _maremma_, _giarra_, _bagaredda_, _sciarra_, _zzammara_,

_zibibbu_, _arcova_, ecc... Appena i Normanni conquistarono la Sicilia,

la lingua araba disparve dall'isola. E gli stessi Normanni trovarono

un linguaggio popolare così vivente e così armonioso, che non si

provarono nemmeno di far prevalere il loro proprio normanno-francese;

perfino nella Corte ben presto dominò il siciliano; e fu sotto la loro

protezione che i poeti siciliani poterono per la prima volta lasciare

scritti i loro versi.

Con questi fatti e storicamente con il poeta Ciullo d'Alcamo comincia

la storia del dialetto siciliano, ed il suo sviluppo si può seguire

fino ai nostri giorni su documenti scritti. L'ardente patriottismo dei

Siciliani, così ben fondato sulla loro grande ed antica cultura, e così

spiegabile per la posizione insulare della loro bella terra, ancor

oggi si rifiuta di considerare l'idioma siciliano come un dialetto

dell'italiano. Esso è una lingua propria e originale, se non proprio la

lingua madre dell'italiano. I Siciliani non hanno dimenticato ciò che

Dante ha detto nel suo trattato sulla lingua volgare, cioè, che tutto

quanto gli Italiani composero in volgare deve essere detto siciliano

e dovrà esserlo anche pel futuro. Quest'opinione di Dante non si è

avverata, perchè la lingua toscana ha dato il suo nome all'idioma

letterario italiano, ed il siciliano non ha conservato che la gloria di

aver forniti i primi saggi poetici scritti.

Io sono pronto ad ammettere col Vigo che una tradizione assai vivace si

sia mantenuta dall'antico siculo all'odierno siciliano, appunto come

le radici dell'odierno italiano possono ricercarsi nella lingua che

si parlava nella Sabina e nel Lazio, ancora prima che Roma dominasse

l'Umbria; ma ciò non toglie che il siciliano, anche ai tempi di Ciullo

e di Federigo, non sia in rapporto al latino che una _lingua volgare_,

perchè il latino ha un tempo modificato l'antico siculo, così come ha

modificato tutti gli altri idiomi regionali d'Italia. Nel secolo xii,

mentre non vi era ancora una universale lingua italiana consacrata

dalla cultura e dagli autori, all'infuori del latino, la lingua si

spezzava in tante forme diverse quante erano le provincie; ogni forma

conservando naturalmente le antiche radici italiche, ma tutte anche

assumendo i caratteri che dava loro l'antica e nuova corruzione del

latino. Il siciliano non era che una di queste forme, e da quel tempo

più vicina alle altre forme che non sia ora, perchè dopo molti secoli

di poca cultura il siciliano si è guastato, ed oggi è molto diverso

da quello adoperato dai poeti dei secoli XII e XIII. E pure anche oggi

il dialetto siciliano ha molte somiglianze con quello dei Napoletani,

dei Còrsi e dei Sardi, ed anche qui, nel centro dell'antico Lazio, a

Genazzano presso Palestrina, dove scrivo queste pagine, ascolto ogni

giorno voci da me trovate nei canti popolari siciliani. Anche qui,

in molte parole la lettera _r_ viene posposta, così che anche qui si

dice _crapa_ e non capra, e Capranica, il vicino nido di roccie, viene

chiamato _Crapanica_.[2] Invece di Clorinda qui si dice _Crolinda_ e

_Craudia_ invece di Claudia, e così si dice _andare_ a _balle_ (valle),

e invece di _padre mio_, _patremo_, come a Napoli ed in Sicilia, invece

di _questo_ e _esso_, _quisto_ ed _isso_; invece di _so_, _sacciu_. E,

come in Sicilia, anche qui l'_nd_ dei gerundi e dei sostantivi si muta

nel doppio _n_ (_vivenno_, _campanno_, _granne_, _banno_ e _munno_).

Perfino le stesse forme barbariche in _ora_ ed _ara_ del latino

corrotto, che io ho trovato così spesso nei documenti romani del IX,

X e XI secolo, ritrovo ora qui in questo dialetto, come in Sicilia.

In quel tempo i notai scrivevano ed il popolo diceva _fundora_ come

plurale di _fundus_, _censora_ (da _census_), _arcora_ (da _arcus_),

_bandora_ (da _bandus_); in una scrittura del secolo X ho trovato

perfino l'accusativo _domoras_ da _domus_. Questi barbarismi, che si

leggono ancora nella cronaca di Giovanni Villani, erano in uso nel

popolo da tempi antichissimi, perchè il popolo prende volentieri quelle

desinenze che piacciono all'orecchio.

Erra quindi il Vigo quando fa derivare il siciliano _ficora_ (plurale

di _ficus_) dal _figuier_; i Siciliani formano oggi il plurale in

modo analogo a quell'antico linguaggio volgare: _ramira_ (da _ramus_),

_ficara_ (da _ficus_), e così _nomira_, _loghira_, _ronura_, _ortura_.

Anche qui a Genazzano, 37 miglia lontano da Roma, sento tutti i giorni

dire come a Messina _le ficara_ e _le ramora_; e pochi giorni fa mentre

andavo verso l'antica Norma nei monti Volsci, mi divertii a far parlare

un ragazzo che mi accompagnava, ed oltre le parole già citate gli

intesi dire, proprio come un siciliano, _marmora_ invece di _marmi_.

In generale si può dire che tutti i dialetti d'Italia hanno una stessa

base fondamentale. Se il poeta sardo don Gavino Pes canta:

Li dì, l'ori, e l'istanti

Chi viè possu; cun sinzeru amori

Offeru a chist'Amanti,

Chi da l'omu nò vò sinnò lu cori.

il suo canto è assai simile a quello dei Siciliani, e se la canzone

popolare còrsa dice:

Un ghiornu mill'anni

Mi sarà pensandu a te;

anche essa somiglierà molto a quella siciliana. Tuttavia il dialetto

siciliano ha alcune particolarità molto notevoli, specialmente nella

coniugazione dei verbi che terminano in _ari_ ed _iri_. La seconda

persona del plurale ha poi l'aggiunta prenominale _vu_ (_voi_),

_dicisti-vu_, _vidisti-vu_. Il Vigo mette in evidenza la grande

dipendenza della coniugazione siciliana da quella latina; per esempio,

in latino: _vidi, vidisti, vidit, vidimus, vidistis, viderunt_; in

siciliano: _vitti, vidisti, vitti, vittimu, vidisti-vu, vitturi_. La

terza persona del perfetto finisce in _ao_ o _au_, invece di _ò_,

_durao_ invece di _durò_, ed anche questa forma si trova in altri

dialetti come anche il futuro _aggio_, _partiraggio_ per _partirò_, che

deriva da _partir-aggio_, vale a dire, _ho a partire_, perchè _aggio_

è la forma dialettale ed antica di _ho_ e quindi _partirò_ è uguale a

_partir-ho_. Ancora oggi nella provincia romana si dice _aggio_ invece

di _ho_. Molte parole che terminano in _u_ nel dialetto siciliano,

non sono che parole latine a cui il popolo ha tolto la desinenza _s_

o _m_: _tempus-tempu_, _bonus-bonu_, _matrimoniu_, _muru_, _periculu_,

_maritu_. In questo il siciliano, come il sardo è più vicino al latino

del toscano che ha mutato la desinenza _us_ in _o_. La terminazione in

_u_ è del resto comune a tutti i dialetti d'Italia e certamente deriva

dall'antichissimo latino popolare. Il dialetto siciliano ha anche _i_

per lettera finale al posto di _e_ come _notti_ invece di _notte_.

Il cambiamento del _b_ e del _v_ è antichissimo e si trova già nelle

innumerevoli iscrizioni cristiane dell'Impero al Vaticano. Il siciliano

trasforma _bibere_ in _viviri_, _bos_ in _vo_, _brachium_ in _vrazzu_,

_buca_ in _vucca_, e _votum_ in _botu_.

Caratteristico del dialetto siciliano è il cambiamento del doppio _l_

in doppio _d_, per esempio _beddu_ invece di _bello_, _iddu_ e _idda_

invece di _illo_ e _illa_. Ma poichè questa forma si trova presso i

Sardi, è dubbio per me che essa derivi, come sostiene il Vigo, dai

Cartaginesi. Del resto è il Vigo stesso che nella sua notevolissima

introduzione dice: «Questo idioma che io ho chiamato insulare e che

ha una sola ed identica impronta, vive non solo in Sicilia, ma anche

in Calabria, certamente con speciali modificazioni, ma con uguali

caratteri, e le sue traccie sono numerose in Sardegna ed in Corsica.

Dopo tanti secoli e tante vicissitudini politiche, in alcune città

delle Calabrie si parla quasi come in Sicilia. Ciò dipende dalla

origine comune e perciò il de Ritis dice: “Dalla cinta degli Appennini

fino al mare, l'idioma popolare è _campano_, o se si vuole _osco_ e per

conseguenza simile al siciliano”».

L'espressione _campano_ è felice, perchè abbraccia anche la lingua

popolare dei Romani, del Lazio e di una parte della Tuscia. Se si

confronta il _romanesco_, quello per es. della Vita di Cola di Rienzo,

con le cronache pugliesi, con quella per es. di Spinello, ed anche con

le siciliane, si osserverà subito quanta comunanza vi sia tra loro. Ma

dall'altra parte degli Appennini, la Romagna, le Marche, la Lombardia,

Venezia e il Piemonte parlano un altro gruppo di dialetti in cui

l'influenza straniera delle lingue gallo-francese e longobardo-tedesca

è facilmente riconoscibile. I confini quindi dell'idioma volgare

italiano coincidono con quelli dell'Italia propriamente detta e

storica, che va dagli Appennini alla Sicilia e che ha il Lazio per

centro.

Questo volgare può essere più antico del tramonto della potenza

romana, e le sue traccie più antiche possono trovarsi nelle commedie

di Plauto e presso Ennio; ma la sua completa formazione data solamente

dal perdersi del latino, come ho potuto osservare in centinaia di

documenti latini dei secoli VII-XI. Allorchè la cultura scientifica

e politica di Roma annegò nella barbarie, il latino sparve dall'uso

del popolo, e le forme dialettali più basse divennero le dominanti,

accogliendo in sè le sformate rovine del latino. Il moderno linguaggio

d'Italia è sorto, come la seconda Roma, dai bei marmi dell'antico

linguaggio di Roma, si è poi formato lentamente, magnifico fenomeno di

trasformazione della cultura, e ha dato poi i suoi fiori in Toscana.

Alla Sicilia toccò il duraturo onore di aver coltivato per la prima

questo volgare campano, perchè sotto i re normanni ed ancor più sotto

Federigo esso fu innalzato a linguaggio della poesia, designata come

_aulica_ e arricchita delle forme della canzone e del sonetto, così che

i primi poeti italiani conosciuti sono siciliani e principi tedeschi

di Sicilia. Con ragione può dunque il Vigo dire: «Allora noi fummo

Italiani». Questo merito dà al siciliano un bel carattere venerando, e

se si legge la raccolta del Vigo insieme con quella toscana del Tigri,

sembra di udire la voce della madre vicino a quella della figlia più

colta. E difatti l'odierno siciliano suona assai arcaico. Un ampio

abisso di cultura lo separa dal toscano, mentre l'originario idioma di

Ciullo d'Alcamo, di Iacopo Lentini, di Pier delle Vigne e di Federigo

II, reso puro dai poeti, ma pur sempre idioma popolare siciliano del

secolo XII, somiglia di più al toscano odierno che non il siciliano che

si parla oggi.

Il fissarsi dell'italiano come lingua letteraria data appunto da quel

secolo XII in cui vissero quei cantori siciliani. Prima di Ciullo non

ci rimangono documenti scritti nè in siciliano nè in italiano, se si

eccettua il frammento di una canzone apparentemente del secolo XI, che

si trova nell'archivio di Monte Cassino e che è stato pubblicato nella

_Storia dei duchi e dei consoli di Gaeta_ del Federici. Tuttavia i

diplomi latini anche anteriori a quell'epoca formicolano di espressioni

in volgare, che lasciano bene intravedere l'esistenza di un linguaggio

popolare. Nei documenti romani da me osservati non c'è tanta abbondanza

di frasi volgari, come ce n'è in quelli còrsi del X secolo, messi in

luce dal Muratori e dal Mittarelli; e le frasi interamente italiane

che io ho trovate in un documento latino del X secolo esistente a Monte

Cassino (_Sao che chelle terre per chelle fini che contene trenta anni

le possete parte sancti Benedicti_), provano che il popolo parlava già

italiano, la cui esistenza risale a molti secoli indietro.

L'odierno siciliano poi si differenzia da città a città, da pianura a

pianura. Oltre di ciò l'isola presenta il fenomeno stranissimo di un

altro linguaggio che, quantunque italiano, è perfettamente estraneo

ai Siciliani che non lo capiscono neppure. È questo l'idioma delle

colonie longobarde in Sicilia. Ed è veramente sorprendente che ancor

oggi possano trovarsi in Sicilia dei discendenti di quei Longobardi,

di Alboino, di Rotari, di Liutprando e di Desiderio, un tempo così

feroci, poi così devotamente inciviliti, mentre in Lombardia ed a

Benevento almeno da sette secoli si sono sperduti nel grande elemento

italiano. Il dominio dei Longobardi venne distrutto da Carlomagno; ma

il fiorente ducato di Benevento, aveva sopravvissuto alla rovina, e si

era mantenuto, quantunque diviso nelle tre città di Benevento, Salerno

e Capua, fino all'undecimo secolo. I Normanni poi distrussero anche

questi ultimi belli avanzi della signoria longobarda. Quando Roberto e

Ruggiero ebbero conquistata la Sicilia, molti Longobardi di Benevento

e di Salerno, che avevano combattuto nell'isola sotto le loro bandiere,

vi fissarono la loro dimora stabilmente, ed a loro se ne unirono altri

venuti dalla Lombardia, quando Ruggiero prese in moglie Adelaide di

Monferrato. Questi Longobardi si fissarono a Piazza, Nicosia, Aidone,

San Fratello, Randazzo, Sperlinga, Capizzi e Maniace e Ruggiero dette

loro un conte longobardo, Enrico fratello di sua moglie e figlio di

Manfredi, marchese longobardo. L'antico idioma germanico dei Longobardi

aveva certamente da lungo tempo ceduto il passo all'italiano, ed i

lontani pronepoti non parlavano più il linguaggio eroico di Alboino;

pure il loro dialetto diventato italiano conservava accenti, voci e

terminazioni germaniche. In alcuni paesi della Sicilia i Longobardi

si mescolarono con i Normanni e quando questi ultimi furono in numero

preponderante, la lingua longobarda prese un'intonazione francese che

ancor oggi è riconoscibile. I Normanni, come i Greci e gli Arabi,

sono scomparsi dalla Sicilia senza lasciar traccia: queste colonie

longobarde invece hanno resistito per otto secoli agli attacchi

dell'elemento siciliano, prova questa non solo della straordinaria

tenacità di questa razza, ma anche del basso livello della cultura

siciliana. Alcune di queste colonie oggi naturalmente non esistono più,

e il Vigo che fa ascendere a 30.000 anime la popolazione longobarda di

quei tempi, osserva che il loro linguaggio oggi si parla solamente a

Piazza, San Fratello, Nicosia e Aidone; ed anche in questo, a Nicosia

gli elementi franco-normanni sono in proporzioni non disprezzabili, e

solo a San Fratello la lingua si è mantenuta prettamente longobarda.

Il Vigo racconta un aneddoto che mette in evidenza la forma di dialetto

parlato da queste colonie. Quando nel 1806 Ferdinando III passò per

Piazza, domandò ad un contadino: «Che cosa mi avete fatto trovare

qui a Piazza?» Ed il longobardo rispose: «_Ppi V. M. a Cciazza gh'è

'nciangh cing dì fi riau_». Parole, dice Vigo, più incomprensibili

della lingua del diavolo e che fanno pensare al cinese. Tradotte in

italiano significano: «Per V. M. v'è un piano pieno di fichi reali».

A San Fratello, osserva ancora il Vigo, si dice _parduoma a dumbard_

(longobardo) quando gli abitanti vogliono parlare sanfratellese

e _parduoma a datin_ quando vogliono parlare latino, cioè a dire

siciliano.

Un'ottava di San Fratello suona così:

Ajudam tucc a sgugghier st'strecc,

Cunfess ù mie debu e 'un m'ámmucc.

A miei figgh cuminzà a dumer ù mecc,

Ognun si van abbuscher ù sa stucc.

Volu camper li fommi, brutt'impecc',

E roi divaintu cum i babalucc,

E quand puoi fan i scaramecc

'N spartuoma la fam 'n tucc 'n tucc.

Eccone la traduzione italiana:.

Aiutatemi a sciogliere questa matassa

Confesso il mio debole e non mi occulto,

A miei figli cominciò ad ardere il mecco,

Ognuno si vuol buscare il suo astuccio:

Voglion campar le femmine, brutto impiccio.

Ed esse addiventano come le lumache,

E quando poi faranno i picciolini.

Ci spartiremo la fame in tutti in tutti.

Oltre queste colonie longobarde, vi sono poi quelle albanesi anch'esse

molto notevoli, che da oltre quattrocento anni conservano il loro

idioma ed il loro culto greco. Dopo la caduta dell'Epiro nelle mani

dei Turchi, molti compagni del celebre Giorgio Castriota Scanderberg si

rifugiarono in Italia, alcuni stabilendosi in Calabria, altri accolti

in Sicilia da Ferdinando il Cattolico. Quei di Sicilia vi giunsero

nel 1482 sotto la guida del loro capitano Giorgio Mirsgi, e presero

dimora a Palazzo Adriano. Poco dopo ne giunsero altri e si fermarono

nelle vicinanze di Palermo, dove occuparono i feudi dell'arcivescovo

di Monreale, Merco e Aidingli che da allora prese il nome di Piano de'

Greci. Oggi gli Albanesi di Sicilia sono circa diecimila ed abitano

Mezzojuso, Contessa, Piana e Palazzo Adriano. Qui, oltre la loro lingua

nazionale albanese, parlano anche greco, e così la lingua di Eschilo,

di Pindaro e di Platone un tempo nazionale dell'isola, poi per lungo

tempo abbandonata per rifiorire brevemente sotto i Bizantini, torna

per la terza volta a risuonare in Sicilia, e questa volta per opera

di gente che aveva perduta la sua patria. Queste piccole colonie,

vicine alle rovine degli antichi tempi, fanno ripensare al periodo

glorioso in cui gli Elleni fondarono le splendide città di Siracusa,

Agrigento, Selinunte e tante altre. Il loro rito è bizantino, e fa

quindi ripensare a quel periodo certamente non glorioso in cui gli

imperatori bizantini governarono, o meglio oppressero l'isola, fino a

che se ne impadronirono i Saraceni e due secoli dopo i Normanni che

latinizzarono il culto. Il vescovo greco degli Albanesi risiede in

Palermo e nel vescovado v'è pure un collegio o seminario greco, da cui

sono usciti degli ellenisti di valore tra i quali Crispi. A questo

semplice istituto si riducono ora le antiche scuole di sofisti e di

filosofi nella patria di Gorgia e di Empedocle. Il greco naturalmente

è, per gli Albanesi, solo l'idioma del culto e della scienza. Il

linguaggio di cui si servono tra loro e nel quale compongono le loro

canzoni e le loro apostrofi alla patria è ben diverso. Il Vigo afferma

che fino a poco tempo fa era loro costume ogni anno al 24 giugno (forse

il giorno in cui lasciarono la patria) di riunirsi sul Monte delle Rose

ed al sorgere del sole di cantare, rivolti verso l'oriente, un lamento,

di cui ecco il ritornello:

O' ebúcura Morée

Cù cuur të glieë néngh të peë.

Ati cám ù zootintát,

Ati cám ù mëmën t'i me,

Ati cám ú t'im vëlua.

O ébúcura Morée,

Cù cuur të glieë néngh të peë.

Il lettore che non ha mai inteso parlare albanese, può, da questo

saggio, vedere come questa lingua non abbia alcuna affinità con le

altre lingue conosciute. Essa infatti rappresenta un problema tra

le lingue vive, come l'etrusco lo è tra le lingue morte. Il dotto

linguista monsignor Crispi nella sua introduzione alla piccola raccolta

di canzoni popolari siculo-albanesi da lui inserita nel libro del

Vigo, dice: «L'albanese è così antico che si può considerare come una

lingua originaria cui somiglia per meccanismo e per suono. Difatti

somiglia alla caldea ed alla ebraica ed è intimamente legata alla

frigia, alla pelasgica, all'antica macedonica e alla primitiva eolica.

La sua maggiore gloria è appunto quella di essere una delle lingue

originarie da cui è sorta la divina lingua degli Elleni. Ma quantunque

questa lingua sia così vetusta, e quantunque possa considerarsi come un

fenomeno assai raro che essa si sia mantenuta sempre viva nella bocca

del popolo, pure essa ha avuto pochissimi scrittori e quindi non ha mai

acquistato un carattere letterario». Se la cosa è veramente così che

la lingua degli Albanesi sia la lingua originaria dell'Ellade, e, se

nel dialetto siciliano si possono trovare ancora le tracce dell'antica

lingua originaria sicula ed italica, allora in Sicilia sarebbe

avvenuto uno strano riavvicinamento tra le lingue affini che furono

originarie del greco e del latino. L'alfabeto originario degli Albanesi

era il fenicio; ma ora essi si servono, e già da lungo tempo, dei

caratteri greci, e, nella propaganda che fanno a Roma ed in Sicilia,

dei caratteri latini. E con questo monsignor Crispi ha aggiunto

alla raccolta del Vigo 17 canzoni e due canti spirituali, dandone

a lato la traduzione italiana. Non trovo in queste canzoni speciali

caratteristiche di bellezza, sono molto lontane dalle celebri antiche

canzoni popolari dell'Epiro e della Grecia, nel tono e per la forma

somigliano più alle ballate serbe; pure qua e là hanno un'intonazione

particolare, per qualche accenno di carattere siciliano o napolitano.

Occupiamoci ora della poesia popolare siciliana genuina. Nella

introduzione alla mia traduzione in tedesco di alcune poesie di

Giovanni Meli, ho gettato uno sguardo sulla poesia siciliana dai

tempi di Ciullo fino a quelli di Meli, ma senza occuparmi della poesia

popolare. Difatti i noti poeti siciliani come don Antonio Viniziano, il

marchese Rao, Vitale da Gangi, Giovanni Meli, Domenico Tempio e Ignazio

Scimonelli sono poeti letterati, quantunque essi abbiano scritto in

quello stesso idioma nel quale il popolo anonimo compone le sue belle

canzoni. Solamente il celebre Pietro Fullone di Palermo, vissuto ne

primi anni del secolo XVII e le di cui innumerevoli poesie hanno avuto

una diffusione enorme in tutta l'isola, può considerarsi come un vero

poeta popolare e il caposcuola della _poesia rustica_ di Sicilia.

Egli stesso appartiene al popolo, perchè era un povero tagliatore

di pietra che lavorava nelle reali galere. Nella sua facilità quasi

senza esempio d'improvvisatore in ogni genere di componimenti, sacri,

profani, erotici, epici e satirici, si ha un'espressione personale del

carattere, naturalmente poetico del popolo siciliano; pure la sua vena

era così ricca che dopo di lui (morì il 22 marzo 1670) nessuno lo potè

mai uguagliare. Tuttavia vi sono sempre nel popolo dei poeti i nomi

dei quali vengono tramandati e che fanno stampare in fogli volanti

le loro poesie di occasione. Il Vigo, che a questa classe di poeti ha

rivolto tutto il suo amore e tutta la sua attenzione cita come viventi

e specialmente degni di lode, Alaimo, Adelfio e La Sala da Palermo.

Il primo di questi tre fa lo zappatore, e si è reso celebre per una

ricca vena satirica. Il Vigo lo chiama il Salvator Rosa della _poesia

rustica_; Stefano la Sala poi ne è, sempre secondo il Vigo, l'Ariosto.

Questo poeta vive poveramente in Palermo, fabbricando chiodi; il Vigo

lo conobbe nel 1845, quando egli faceva stampare le sue poesie col

suo ritratto e con una litografia rappresentante il suo mestiere. Ma

il popolo gli ordina solo delle canzoni e non del lavoro, così che la

fabbrica del povero La Sala non vuol prosperare.

Assai notevole è ciò che il Vigo dice sull'accademia poetica dei

mendicanti ciechi di Palermo, e che da sola basta a provare lo

straordinario senso poetico dei Siciliani. In tutta la Sicilia i ciechi

esercitano l'arte della musica e del canto, l'innumerevole quantità

di tabernacoli e di cappelle dove si venerano immagini sacre, le

novene del santo protettore, il Natale, le feste di S. Giuseppe, di

Maria e di S. Rosalia, la settimana santa, i venerdì di marzo, e poi

le nozze conspicue, il carnevale, ecc. dànno moltissimo da fare ai

ciechi. Si vedono andare da un capo all'altro di Palermo, guidati da un

ragazzino e cantare sul violino e sulla ghitarra le laudi in onore dei

santi, canzoni d'amore, di gelosia e d'odio, o storie di banditi come

Testalonga, Fra Diavolo, Tabbuso, Zuzza. Essi sono così occupati che

è possibile averli solo dopo averli chiamati in precedenza. A Palermo

hanno formato una vera e propria accademia con relativi statuti.

La interessante storia di questa scuola di ciechi trovatori è la

seguente. Nel 1661 i ciechi di quella città si riunirono e ricevettero

l'autorizzazione di organizzarsi in congregazione, alla quale alcuni

cittadini pietosi donarono una rendita annua di 42 once. Nel 1690

il generale dei gesuiti Tirso Gonzales concesse loro come luogo di

riunione l'atrio della casa dei professi; concessione di cui godono

ancora oggi. Quando l'ordine dei gesuiti fu soppresso, i ciechi

continuarono a godere l'uso di quel locale. I gesuiti tornarono poco

dopo ed il re donò loro la terza parte delle entrate di tutte le

congregazioni che si radunavano nella casa dei professi.

I poveri ciechi cominciarono da allora e continuano ancora a lamentarsi

che l'ordine di Gesù abbia tolto loro tutte le rendite, ed intentarono

anche un processo che di tanto in tanto rinnovano con qualche atto per

non far prescrivere il loro diritto. Finalmente nel 1815 Ferdinando

III si piegò alle loro continue lamentele e concesse loro una rendita

annua di 14 once da prelevarsi sulla sede vacante vescovile. Ma i

ciechi continuano più ostinati degli _Illuminati_ a lottare contro

la Compagnia di Gesù. I gesuiti volevano cacciarli dalla casa dei

professi, i ciechi non volevano cedere, fondandosi sui documenti che

possedevano, ma che non potevano leggere nè vedere. Mentre il duca di

Laurenzana governava la Sicilia, essi ottennero un ordine ministeriale

che li manteneva nella casa dei professi. I ciechi chiusero questo

decreto così importante per loro in un forziere munito di tre chiavi

e il Vigo racconta che lo conservavano con tanta gelosa cura, da

non permettere nemmeno a lui, che pure era un loro benefattore, di

esaminarlo, per paura che egli potesse essere un emissario dei gesuiti.

E così i ciechi hanno sconfitto l'ordine di Gesù, un trionfo assai

importante e commovente di Orfeo diventato cieco e mendicante contro il

potentissimo generale Ignazio Loyola.

La Congregazione si compone di trenta membri, tutti suonatori e

cantori. Alcuni sono compositori di nuove rime (_trovatori_) altri

rapsodi che quelle rime cantano e diffondono. Essi si obbligano di

non cantare nelle case di piacere, nè di portare in giro per le strade

poesie profane; recitano inoltre ogni giorno il rosario, ed ogni anno

al 2 novembre pagano 10 _grani_ per la commemorazione dei ciechi

defunti, ed un _tarì_ per la festa dell'Immacolata l'8 dicembre.

Hanno inoltre un cappellano che dice loro la messa ogni mattina, ed un

gesuita presso il quale si confessano il primo giovedì di ogni mese, ed

al quale devono far leggere le loro poesie per la censura. Hanno poi

degli impiegati propri, un superiore, due aggiunti e sei consultori.

Fieri della loro associazione, si vantano d'essere soci della

Congregazione di S. Maria Maddalena in Roma, ed il loro misterioso

forziere racchiude anche un breve del vescovo Mormile, nel quale è

concessa un'indulgenza di 40 giorni a chiunque fa cantare una poesia ad

un cieco. Ogni socio era tenuto un tempo di presentare ogni 8 dicembre,

una nuova poesia in lode della Madonna; ma ora questa usanza è andata

scomparendo. Se si assiste ad una loro riunione, commuove vedere questi

infelici sedere in circolo come tanti Omeri, pieni di ardente zelo,

cantare uno dopo l'altro le loro nuove composizioni, accolte sempre da

un caldo applauso di tutti i camerati, mentre i ragazzi che fanno loro

da guida si riposano del loro servizio, seduti per terra in un angolo

e si divertono a qualche giuoco infantile.

Questa è la pittura che il Vigo ci offre dell'accademia dei ciechi di

Palermo, un interessantissimo quadro della vita del popolo, pel quale

dobbiamo essere assai riconoscenti all'autore. Ogni lettore correrà

con la mente a quelle noiose e pretenziose accademie, che ancora

fioriscono in tutte le città d'Italia e dove signori e dame recitano i

loro sonetti faticosi, proprio come al tempo del Marini. E pure sarebbe

difficile trovare un solo poeta che senta così santamente la poesia

come quelli di Palermo. Io non conosco nessun verso di questi poveri

cantori, perchè il Vigo non ne ha riportato nessuno, ma comunque essi

sieno, e per quanto aspro sia il loro archetto, pure io credo che le

Muse ascoltino questi ciechi maestri con un tranquillo sorriso, e che

talvolta si degnino anche di mandar loro una buona rima ed un buon

concetto.

Durante la mia permanenza in Sicilia ho avuto spesso l'occasione

di ascoltare qualche improvvisatore o qualche rapsode che nella

strada, circondato da un cerchio di persone attente, narra qualche

storia cavalleresca o qualche novella. Sono anche questi uomini assai

strani, ciechi o gobbi, e mi ricordo specialmente di uno in Catania,

il quale gesticolava con una mazza nelle mani, ed appena narrava

di un combattimento tra cavalieri, la mazza cominciava a fare dei

terribili mulinelli per l'aria; ed in quei momenti rassomigliava assai

al cosidetto Esopo della villa Albani a Roma. Quando si è notata

la serietà e l'avidità con cui il popolo sta ad ascoltare questi

improvvisatori, non fa più meraviglia che l'isola formicoli di canzoni

e di ballate. In tutta la Sicilia è celebre la _pietra della poesia_.

Si trova a Mineo e il Vigo dice: «È una credenza popolare che per

diventare poeta, bisogna andare a Mineo e baciare la pietra della

poesia». Se qualche mio compatriota, trovandosi in Sicilia, vuole

anch'egli farne la prova, vada a Mineo, contrada Camuti, e nella villa

di Paolo Maura troverà la pietra della poesia. Tuttavia chi dà questo

bacio, non col cuore puro, torna indietro da Mineo con così poco estro

poetico come se tornasse da Abdera[3]. È strano che anche gli Irlandesi

abbiano una tradizione simile; difatti essi dicono lo stesso della

pietra di Blarney; chi la bacia diventa eloquente.

Nessun popolo, compreso il napoletano, possiede una così spiccata

attitudine per l'improvvisazione, come il siciliano. Quando siede

dinanzi ad un bicchiere di vino, la sua gioia si manifesta in rima

senza nessuno sforzo.

Di questo talento ha dato una prova Giovanni Meli nel suo _Ditirambo_

che io ho tradotto. A nessuna delle loro feste, di qualunque genere

siano, mancano i poeti popolari. «Ognuno canta per sè» dice il Vigo,

«come gli antichi trovatori, ed è seguito da una folla di popolo

che lo applaude e lo paga fino a che la gara dei cantori e degli

ascoltatori infiamma la tenzone. I poeti si raccolgono sotto l'ombra

di un albero, o in una taverna e prima di dar principio alla lotta,

tentano di investigarsi a vicenda per conoscere le forze avversarie.

La prosa è bandita, si salutano e si provocano in versi, poi si

attribuiscono i temi per l'improvvisazione. Il vinto viene fischiato

e cacciato via, mentre il vincitore continua a cantare allegramente

ed a strimpellare la sua ghitarra. Ma la fine abituale di queste

tenzoni è che il vinto si slancia come un dannato sul vincitore, e

solo l'intervento di qualche prete che accorre al frastuono, riesce a

separare i contendenti». Il Vigo racconta di aver assistito a Palermo

ad una tenzone pacifica il giorno di S. Giovanni: «Erano radunati da

cinque a seimila spettatori per aspettare il mezzogiorno, ora in cui

l'immagine del santo viene portata fuori della Chiesa e collocata nel

mezzo della piazza. Ecco che nella macchina preparata per accogliere

il santo salgono cinque poeti, Antonio Russo, un ragazzo condotto da

suo padre, un fabbro, Giovanni Pagano, il ciabattino Andrea Pappalardo

e il contadino Salvatore da Misterbianco. Uno dopo l'altro cantano le

virtù ed i miracoli di S. Giovanni e poi comincia la tenzone. Tutti

si servivano dell'ottava siciliana; meno Pappalardo che componeva

sestine con due rime piane in fondo. Tutti e cinque erano assai bravi

ed ardenti, ma il fabbro superava tutti gli altri. Nessuno sa, continua

il Vigo, da quanto tempo vige l'uso di queste tenzoni, quello che è

certo è che sono antichissime, e che meritano tutto l'incoraggiamento

possibile, perchè non solo sono di grande utilità, ma anche perchè

fanno ripensare alle nobili tradizioni dell'epoca greca».

La straordinaria facilità degli Italiani e dei Siciliani

d'improvvisare, viene mantenuta desta per mezzo di forme tradizionali

con le quali poetano. Presso i popoli che non hanno ritmi

universalmente noti ed adoperati, l'improvvisare è molto più difficile,

perchè c'è maggiore sforzo individuale. Il popolo italiano possiede

fin dall'antichità le sue ben determinate forme ritmiche. Quasi da

per tutto, in Toscana, nel Lazio, a Napoli e in Sicilia specialmente

viene adoperata l'ottava; difatti tutta la voluminosa raccolta del Vigo

non contiene, salvo poche eccezioni, che ottave, nelle quali vengono

espressi gli stati d'animo più differenti. L'ottava, così come è stata

adottata dai Siciliani, ha le rime che si incrociano quattro volte,

mentre nell'ottava toscana, tanto in quella popolare, quanto in quella

letteraria adoperata dall'Ariosto e dal Tasso, le rime s'incrociano

solo tre volte di modo che gli ultimi due versi rimano tra loro.

L'ottava siciliana ama l'assonanza, così che spesso anche le quattro

rime contrastanti, modificate solo con qualche leggero cambiamento,

si avvicinano alle altre quattro, per esempio _usi-asa_, _etu-atu_,

_uppa-appa_. Ciò dà una grande dolcezza musicale e il Vigo cita come

modello la seguente ottava:

Susiti, amanti mia, susiti susi.

'Ntra ssu lettu d'amuri 'un arriposi;

Vinni a spizzari ssi sonnura duci,

Di ssi biddizzi 'nciammari mi vosi,

Grapitimi ssi porti si su chiusi,

Quantu sentu l'oduri di li rosi.

Idda ccu li so' modi graziusi

Grapiu, mi contintau, mi detti cosi.

Si comprende come non sia difficile poetare con un idioma così

incomparabile. L'ottava, e solamente una, è del resto più che

sufficiente al cantore. Essa può contenere tutta la canzone o tutto

il poema, essa è una canzone d'amore, una sentenza, un lamento, una

serenata e tutto quello che si vuole. Il suo nome è _canzuna_ come

in Toscana, e talvolta anche _strambotto_ o _stornello_, come si

dice nell'Etna. La parola _strambotto_, che secondo il Tigri viene

da _strano motto_, è assai antica; rimonta per lo meno al secolo

XV. Lo strambotto è a buon diritto considerato come un'invenzione

dei Siciliani, ed i Toscani solo più tardi ne hanno modificato

la disposizione delle rime. La patria di questa ottava si rileva

facilmente leggendo la raccolta del Vigo. Si confrontino difatti le

ottave del Vigo con quelle della raccolta toscana dei Tigri e si vedrà

che i Toscani si sono staccati dalle forme degli antichi trovatori

siciliani. Mentre in Sicilia l'ottava è rimasta costantemente immutata,

in Toscana non solo vi hanno apportata la modificazione cui ho già

accennato, ma non hanno conservato neppure la disposizione delle rime

dei primi sei versi. Spesso in Toscana anche gli ultimi due versi della

sestina propriamente detta rimano tra loro, così che l'ottava finisce

con due coppie di versi rimati.

Come in Toscana, così anche in Sicilia vi sono gli stornelli _dei

fiori_ e che i Toscani chiamano appunto stornelli. La raccolta del

Tigri ne contiene una grande quantità ed alcuni così belli, così arguti

e così poetici che non è possibile trovarne di simili in nessun altra

lingua. Questa deliziosa forma di poesia popolare è diffusa, così

come lo sono i fiori, per tutta l'Italia, ma la sua vera patria è in

Toscana, nel giardino d'Italia. In Sicilia invece essa è meno prospera.

Difatti nella raccolta del Vigo gli stornelli sono pochissimi e nessuno

raggiunge il profumo e la grazia di quelli toscani.

Quando il Vigo si accinse a questa patriottica raccolta distribuì per

tutta la Sicilia una circolare, nella quale erano così suddivisi gli

argomenti che egli intendeva raccogliere.

1. Canti d'amore, d'odio, di disprezzo, di gelosia, d'abbandono, di

lontananza, di nozze, ecc. 2. Ninne-nanne. 3. Indovinelli. 4. Fiori. 5.

Canti funebri. 6. Canti sacri. 7. Canzoni di banditi, di vendette, di

streghe e di guerra. 8. Canti popolari longobardi ed albanesi.

Il libro è riuscito discretamente completo, specialmente per il numero

uno. Ma, come mi comunica lo stesso sig. Vigo, ne è in preparazione

una nuova edizione con l'aggiunta di molti altri _fiori_, e molte

altre canzoni di briganti e di vendette, di cui la Sicilia è molto

ricca e che potranno servirci per un interessante confronto con le

belle canzoni còrse sullo stesso soggetto. Mi aveva già colpito il

fatto che in tutta la raccolta del Tigri non vi sia una sola canzone

di soggetto storico; ora lo stesso fatto ho riscontrato nel Vigo. Il

canto popolare italiano tratta quasi esclusivamente d'amore. L'eterno

splendore del cielo e la svegliatezza di mente degli Italiani sono

poco favorevoli allo sviluppo della leggenda e della ballata, e poi

la quantità, la grandiosità e l'esattezza dei fatti storici in questa

patria della storia non consentono il fiorire della leggenda storica.

Ed il popolo canta un avvenimento storico solo quando la leggenda se ne

è impadronita e lo ha trasformato.

Nelle montagne d'Italia ho trovato innumerevoli rovine di antichi

castelli, ma neppure una di queste rovine è popolata di leggende

popolari propriamente dette, come accade in Germania ed in Inghilterra.

Ma all'incontro non c'è luogo in Italia che non abbia negli annali

storici una derivazione antichissima, e pochi che non abbiano la

loro storia speciale stampata e assai diffusa, con dilucidazioni

archeologiche che sono le peggiori nemiche delle Muse, come il fumo lo

è per le api.

Il Vigo ha molto saggiamente aggiunto ad ogni poesia il paese donde

essa proviene, e solo alcune città sono rimaste, e non per sua colpa,

prive di qualche saggio in questa raccolta. Solo una poesia ho trovato

di Siracusa, nessuna di Agrigento, Taormina, Cefalù e Monreale. Le

più numerose di tutte sono quelle della patria dello stesso Vigo,

Aci Reale, una delle più incantevoli cittadine del mondo, posta in

un piccolo paradiso ai piedi dell'Etna, non lontano dal mistico Aci,

dalle sorgenti sacre e dirimpetto all'isola dove Polifemo languiva

per Galatea. Se si è veduto quel paese dove le rose fioriscono

perennemente, pieno di aranci e di viti, non fa più meraviglia che in

mezzo a quel popolo le Muse abbiano un così dolce e melodioso canto.

Dopo Aci i migliori saggi ci vengono da Messina, da Catania, dallo

stesso Etna e poi da Palermo, Mineo, Raffadali, Lentini, Termini,

Modica, Bronte, Itala, Piazza, Siculiana, Aderno e da molte altre

città che un tempo ascoltarono la Musa dell'Ellade. Se i grandi poeti

siciliani, Stesicoro e Teocrito, se gli stessi Pindaro e Simonide

ascoltassero le canzoni che ancora oggi, dopo più che duemila anni,

fioriscono sulle rovine delle città greche illustri, cantate da

un'altra razza, non potrebbero rifiutare il loro applauso. Le antiche

fogge dell'ode sono scomparse e solo la canzone bucolica si è rinnovata

per virtù del Meli. La strofa artistica si è trasformata nell'ottava

rimata; la Musa ha cambiato lineamenti, ma anche la nuova è bella,

piena d'espressione, di spirito e di sentimento. Perchè la Musa è

immortale, come la Natura, ed il cuore degli uomini che canta sotto la

guida di lei, i suoi dolori e le sue gioie.

Se si paragonano le canzoni amorose raccolte dal Vigo con i _rispetti_

pubblicati dal Tigri, si rimane sorpresi dalla loro somiglianza. La

concordanza di queste forme popolari è una prova evidentissima della

unità della nazione italiana. L'unica confederazione che abbia salde

radici è quella della poesia. Una storia sanguinosa ha dilaniate

le sue provincie, la politica delle altre nazioni, ed anche quella

interna dei vari Stati, ha resa sempre più profonda la separazione;

il regionalismo divide ancora una città dall'altra, la mancanza di

industrie, di commerci e di strade allontana territori vicini, ed

anche intellettualmente mancano all'Italia le grandi ed universali

correnti intellettuali che mantengono stretti i rapporti. E ciò

non ostante nella poesia popolare degli Italiani, c'è un'impronta

nazionale indistruttibile, che afferma con energia davanti a tutto

il mondo l'unità della Nazione. La canzone popolare è il tesoro

dove la nazionalità conserva le sue inalienabili pietre preziose.

Infatti leggi, diritto, libertà, istituzioni politiche e cittadine si

cancellano e si distruggono lungo il corso degli avvenimenti storici,

ma la lingua, con la quale il popolo parla e canta, è un elemento che

dura fin che quel popolo dura. In questo senso della nazionalità le

due raccolte di poesie toscane e siciliane sono un significantissimo

documento storico dell'intima unità del popolo italiano e di tutto ciò

che i Latini ed i loro discendenti indicano con la parola _indoles_.

Si leggano queste poesie e si vedrà di quanta nobile, fine e delicata

cultura di cuore è capace questo popolo che pure è costretto a vivere

sotto così dolorose condizioni politiche e cittadine, e quasi senza

istruzione di sorta. Si ripete fino alla nausea il fatto di viaggiatori

di tutte le parti del mondo che hanno veduto l'Italia solo dalla

diligenza, trattenendovisi un paio di mesi o solamente un paio di

settimane e percorrendola solo sulle grandi strade maestre, e poi

scrivono dei grossi volumi sulle condizioni di questo popolo, ripetendo

continuamente le stesse frasi, forse per vendicarsi di qualche brutto

tiro giuocato loro dagli albergatori di campagna. Ed essi conoscono

l'Italia, come conosce Roma chi l'ha veduta una sola volta di notte

alla luce di uno zolfanello. Per imparare a conoscere un popolo, si

deve saper scrivere e saper parlare con esso, e si deve frequentarlo

nelle sue feste e nel suo lavoro, nei monti e nelle valli. La poesia

popolare è una landa che la civiltà falsificante non ha ancora

profanata.

Le stesse sensazioni, lo stesso concetto degli uomini e delle cose,

la stessa poetica rappresentazione delle cose, lo stesso culto dei

sentimenti, specialmente riguardo alla cavalleresca galanteria verso

le donne, dominano in questi canti popolari e la stessa espressione

del pensiero poetico si trova in Toscana, nel Lazio, nella Corsica,

in Sardegna ed in Sicilia. Questo culto poetico procede con la stessa

unità, come il culto religioso; e come l'anima popolare mostra ovunque

in Italia le stesse tendenze, così anche le forme poetiche sono

pressochè uguali anche a traverso qualche particolarità locale. Le

_stanze_ della Toscana hanno per esempio, oltre le modificazioni già

accennate, la caratteristica di ripetere il concetto principale, ciò

che dà loro una bella impronta popolare. Il _ritornare_ sembra che

sia proprio caratteristico della Toscana. Ma nell'insieme la poesia

popolare italiana ha un comune stile architettonico.

La forma italiana è più ricca di quella esclusivamente trocaica degli

Spagnuoli e di quella così monotona nell'insieme dei Serbi e dei

Greci. La poesia popolare italiana ha la forma della stanza epica,

e rappresenta la base immediata della poesia letteraria, che nei

suoi momenti più gloriosi non è altro che la perfezione delle stanze

popolari: un fatto questo che è della più alta importanza perchè

dimostra che in Italia la poesia letteraria e quella popolare non sono

divise da nessun abisso. Da noi in Germania le poesie di Schiller e di

Goethe, come prodotti di una perfetta cultura letteraria, sono molto

lontane da quegli strati in cui fiorisce la canzone popolare; in Italia

invece i capolavori perfetti del Tasso e dell'Ariosto non sono affatto

separati dalle regioni che hanno dato origine alle poesie raccolte

dal Tigri e dal Vigo. In molte ottave popolari io trovo frequentemente

concetti che ho già veduti nella poesia letteraria. E quindi od essi

sono proprietà originaria del popolo, od il poeta popolare li prende

a prestito dall'alta poesia perchè non discordanti da tutto l'insieme

della vena popolare. Per esempio in una canzone di Raffadali trovo:

Vinissi chiddu patri chi ti fici,

Fari non nni po' chiù, persi la stampa.

ed Ariosto dice:

Natura il fece, e poi ruppe lo stampo.

Un'altra canzone comincia col noto verso di Dante:

Donni ch'aviti 'ntellettu d'amuri.

Inoltre vi è un'altra fonte d'intimi rapporti in questo paese tra la

poesia popolare e quella letteraria, fonte che deriva dalla natura

stessa del popolo. Infatti anche la poesia popolare degli Italiani ha

in sè qualche cosa di letterario, perchè il popolo italiano è artista

per natura.

Il senso della bellezza delle forme diffuso in tutte le classi, il

fine gusto per la misura, la grazia naturale dei movimenti, il modo di

vestire, il contegno che rendono gli Italiani (e questo lo ammettono

anche i loro più acri nemici) molto superiori a tutti gli altri popoli,

si manifestano meglio che altrove nella canzone popolare. In essa si

riscontra un'arte di poetare che è divenuta una seconda natura, oppure

una natura che senza sforzo si trasforma in arte. La poesia elevata

non è che il canto popolare meglio abbigliato, e le ottave popolari

composte non senza arte, risplendenti di metafore belle e talvolta

anche meravigliose, somigliano alle belle donne della campagna quando,

nei giorni di festa, si adornano con orecchini rilucenti, con collane

di coralli e con anelli d'oro.

La poesia popolare italiana è ricchissima d'immagini, ed offre ai

poeti elevati un tesoro inesauribile in cui essi possono attingere,

tanto più che la metafora, questa polvere variopinta che riveste le

ali della Musa, si è quasi dispersa nella loro poesia moderna. La

metafora è qualche cosa di più di un semplice ornato nell'architettura

di una poesia; essa è il mutevole spirito della fantasia che dà bella

veste ai pensieri, che toglie alla rappresentazione delle cose la sua

dura uniformità, che le rende poetiche e le mette in rapporto con la

vita morale e materiale. La metafora riposa nel senso della natura

e dà significato agli innumerevoli collegamenti che sono in essa.

Il poeta che lavora chiuso nel suo studio ha difficoltà a trovare le

metafore, mentre per un poeta popolare è facilissimo, e sbaglierà solo

se ne accumula troppe. Un poeta serbo paragona con bella immagine, le

sopracciglia della donna amata alle nere ali aperte di una rondine;

un poeta còrso dice che il cuore di un bandito è diventato per l'odio

così piccolo, come una palla di fucile; un poeta siciliano chiede alla

sua bella che sciolga i suoi capelli e li faccia fluttuare fuori della

finestra, come una scala di seta. Queste immagini appaiono qua e là

come fugaci meteore nella poesia letteraria, mentre il poeta popolare

le semina a piene mani come fiori di una siepe vivente.

Quest'arte di personificare e di dipingere poeticamente le cose, è

in generale un dono della poesia naturale, specialmente nel Sud ed in

Oriente, e gli Italiani a questa qualità aggiungono anche la sottile

e trasparente chiarezza dell'ingegno, ed anche una natura arguta che

si diletta delle antitesi; di modo che la loro poesia popolare si

avvicina assai a quella letteraria. L'Italiano è per eccellenza un

logico, un abile dialettico, un avvocato nato, un sofista; non c'è

niente di vago nella sua fantasia, non conosce il sentimentalismo,

nè le mezze tinte, nè l'ansioso divenire e svilupparsi degli elementi

della vita; così come il suo anno non conosce la lunga primavera, nè il

suo giorno conosce il lungo crepuscolo. Le sue sensazioni sono estreme

e pronte e guidate dal pratico impulso di una volontà cosciente e non

dal desiderio doloroso. L'oscillare in una pena incerta che come un

essenziale elemento della poesia nordica, le dà gli aspetti bellissimi

di un tramonto, è interamente sconosciuto agli Italiani. Il Vigo

per formare la sua raccolta ha chiesto, bene specificatamente, canti

d'amore, di odio, di disprezzo, di gelosia, di abbandono, di lontananza

e di nozze, e sono sicuro che un raccoglitore tedesco non avrebbe

domandato tali motivi, mentre avrebbe trovato un numero incalcolabile

di canzoni esprimenti sentimenti ed aspirazioni vaghe.

Nella poesia popolare italiana il concetto chiaro e la coscienza dello

scopo frenano e limitano le sensazioni. Essa quindi non è lirica e

musicale secondo le nostre idee, ma ha sempre qualche cosa di epico e

di rappresentativo. La poesia popolare nordica è ricca di sentimento

e di pensiero. La meridionale è graziosa ed arguta. La quantità di

trovate e di motivi originali è meravigliosa e con tutto ciò rimane

l'ingenua espressione dell'anima di un popolo che è bello, vivace ed

arguto per natura. Io ho letto attentamente le due raccolte, la toscana

e la siciliana, e le ho trovate tutte e due ugualmente forti nelle

qualità sopra accennate. La ricchezza di motivi è ammirevole in tutte

e due; gli eterni, e semplici stati del cuore vi sono continuamente

ripetuti con nuove e incantevoli immagini. Tuttavia a me pare, e non

ho paura di confessarlo al Vigo, che il canto popolare toscano sia più

grazioso, più fiorito e più dolce di quello siciliano. Quantunque la

raccolta siciliana contenga molte canzoni straordinariamente delicate,

pure nell'insieme ne trovo di più nella raccolta toscana.

La poesia toscana ha tinte così delicate come quelle dei pittori di

Siena e di Fiesole ed un movimento così bello come lo hanno le _Grazie_

di Lippi, Botticelli e Ghirlandaio. E ciò non è opera solamente del

melodioso dialetto che si parla sulle rive dell'Arno e dell'Ombrone, ma

anche del temperamento degli uomini che in Toscana è più dolce ed in

Sicilia più energico. La canzone popolare toscana è molto più lirica

di quella siciliana, e quindi si accosta di più alla nostra poesia

tedesca; ma è anche più libera da regole; la siciliana invece ha forme

più artistiche e letterarie. Molte canzoni delle due raccolte hanno uno

stesso motivo ed uno sviluppo quasi uguale, ed è difficile riconoscere

se è la Musa toscana che è penetrata in Sicilia, o viceversa.

Mi limito a tradurre solo qualche ottava di questa bella raccolta

siciliana, cercando di conservare per quanto è possibile l'originaria

spontaneità e rinunciando così a crearmi la fama di un buon traduttore.

Anche l'abilità di un Rückert si troverebbe imbarazzata nel riprodurre

le quattro rime o le assonanze senza intaccare profondamente il senso e

l'andamento della canzone. Non è possibile rendere l'incanto di simili

poesie popolari; se ne può dare solo una pallida idea.

Ecco un'ottava che viene da Itala:

Acula, vai vulannu mari mari

Spetta quantu ti dicu dui palori,

Quantu ti scippu tri pinni d'ali,

Mi cci fazzu 'na littra a lu me' beni;

Tutta di sangu la vogghio lavari,

E ppi sigillu ci mettu lo cori;

Quannu la littra è spidduta di fari,

Acula, porticcilla a lu me' beni.

L'ottava seguente di Raffadali non è possibile tradurre con le rime,

perchè perderebbe tutta la sua bellezza. I versi siciliani terminano

di regola con la parola più significativa sulla quale cade l'accento

del pensiero e su cui riposa tutta la bellezza del verso. Ma per noi

Tedeschi è quasi impossibile terminare con quattro rime senza che le

parole rimate non sieno le più secondarie.

Bedda, ca tra li beddi si' fenici,

Nni lu me cori addumasti 'na lampa

Tu di li cori si' l'imperatrici,

E cu ti vidi pazziannu campa.

Zoccu si leggi a lu munnu o si dici,

E 'na faidda avanti a la to vampa;

Vinissi chiddu patri chi ti fici,

Fazi non nni pò chiù, persi la stampa.

Termino qui, augurando al signor Vigo una meritata fortuna alla sua

opera. Egli ha conservato uno dei più bei monumenti della letteratura

siciliana ed ha collocato un magnifico gioiello nel forziere in cui si

conservano i tesori della musa popolare che noi Tedeschi apprezziamo

tanto, sin dai tempi di Herder. È molto tempo che la letteratura

italiana non produce niente che possa anche lontanamente paragonarsi

a quanto hanno raccolto il Tigri e il Vigo dell'opera di pescatori, di

contadini e di altri operai. È un riposo il leggere quelle raccolte e

dimenticare lo sforzo delle povere rime stentate dei poeti letterati.

Gl'Italiani possono ascrivere a grande consolazione il fatto che queste

raccolte sieno venute alla luce in questo momento; perchè esse sono la

più splendida apologia dell'Italia, sono il parlamento popolare delle

Muse che innalza la sua voce anche all'estero, dove viene ascoltata con

simpatia.

EUPHORION

POEMETTO POMPEIANO DI FERDINANDO GREGOROVIUS

TRADUZIONE E NOTE DI MARCO GALDI

Pompei, la storica e infelice città della Campania, ha sempre

esercitato sugli animi degli artisti un'attrattiva affascinante di

maga. Difatti, quelle zolle arrise dal sole e irradiate dalle sovrumane

bellezze della natura, su cui, in un momento d'ira, il Vesuvio osò

riversare la piena del suo mal contenuto furore, riducendo in un

mucchio di rottami e di polvere quanto prima era stato rigoglio e

splendore, presentano all'occhio dell'artista tale un interesse, ch'ei

non sa, nè può distaccarsi dall'oggetto della sua contemplazione, senza

riportarne una impressione profonda di meraviglia e di magnificenza.

Giacchè, dinanzi alla sua accesa fantasia sfilano, come attraverso

a un caleidoscopio, immagini e figure che un dì popolavano quel sito

delizioso: ed il pensiero, con audacia pari alla sua forza, sormontando

le barriere del tempo e dello spazio, raccoglie e ricostituisce, nella

universalità della sua comprensione, gli avanzi dell'età passata e, al

lume della storia, rianima le spente sembianze affacciantisi all'orlo

dello smosso sepolcro, mentre, quasi soffiandovi dentro, v'infonde

vita, calore e sentimento.

A questo fenomeno d'irresistibile seduzione magica, che assorbe e

rapisce gl'ingegni, va dovuta la ricca fioritura di romanzi e poemetti,

inspirati dall'idea d'intrecciare, qual più qual meno, gloriosi fregi

e corone intorno al nome immortale di Pompei.

Si tratta di far rivivere la civiltà trascorsa, cómpito invero assai

arduo, come quello che richiede la piena ed esatta conoscenza di ciò

che chiamasi ambiente storico. E a tal uopo, o librandosi in alto

sulle ali della loro bizzarra fantasia, inventando così situazioni

ed intrecci, o pigliando le mosse da qualche opera d'arte, venuta

fuori alla luce del sole dopo tanti secoli d'oblío, e allargandola

e sviluppandola nei suoi varî atteggiamenti, i poeti — nel senso più

ampio della parola — ci trasportano col pensiero ai tempi passati, ci

riproducono, in mezzo a scene caratteristiche, le passioni e le lotte

che un dì agitavano e laceravano i cuori dei figli della Campania,

indovinano e quasi vogliono strappare alla polvere il segreto di ciò

che avveniva dopo l'immane catastrofe della città.

Così il _Pompei_ di Augusto Vecchi, gli _Ultimi giorni di Pompei_ di

Eduardo Bulwer, l'_Arria Marcella_ di Teofilo Gautier, l'_Euphorion_ di

Ferdinando Gregorovius ecc.

Di quest'ultima gemma dello storico di Roma medioevale, che io qui

presento modestamente tradotta in italiano, piace discorrere un po' più

da vicino, perchè si vegga se e fino a qual punto l'autore sia riuscito

nel suo intento.

Giova però, anzitutto, qui riprodurre il giudizio che ne dà il Sogliano

nella sua rassegna dei tentativi fatti per ricondurre ad una piena

vita gli antichi abitanti di Pompei: «Meno noto degli _Ultimi giorni_,

ma non meno felicemente riuscito parmi l'_Euphorion_ di Ferdinando

Gregorovius... il traduttore di Giovanni Meli. È un grazioso poemetto

in quattro canti, la cui azione si svolge in Pompei, nella famosa casa

di Diomede... I quattro canti sono intitolati Oneiros (sogno), Amore

e Psiche, Pallas Athene (Minerva) e Thanatos ed Eirene (morte e pace),

dalle figure che ornano il candelabro, eccellente lavoro di Euforione,

e che forma il pernio del poemetto».

Come ognun vede, un'opera d'arte, e non certo delle più fini

ed eleganti, è quella che sorprende e colpisce il Gregorovius,

commovendolo a tal segno da fargli creare tutta una serie di situazioni

e di intrecci, armonicamente disposti e collegati fra di loro. Si

direbbe quasi che la fantasia dell'artista vada scovando fin là dove

occhio umano non giunge, o se mai passa indifferente, gli elementi

meno noti o meno opprezzati, per materiarli poi di forti e geniali

concezioni ed imprimervi un'impronta stabile e duratura di grandezza e

splendore. Così come l'alchimista sapeva scoprire le recondite virtù di

disadorni metalli, e con l'aiuto di processi e combinazioni ottenerne

dei mirifici effetti, pei quali sperava di aver finalmente ritrovato la

panacea del genere umano...

Il candelabro, intorno a cui s'avvolge la delicata storia d'amore,

fu realmente scavato nella casa del ricco commerciante pompeiano, ed

oggidì figura in una delle splendide raccolte del Museo Nazionale.

Però — il Gregorovius medesimo lo avverte — il bronzo ha assunto una

nuova figurazione nella fantasia di lui; come son di sua invenzione le

lampade che l'adornano, le immagini che vi si ammirano scolpite, l'idea

alla quale debbono prestarsi per afferrare e conquidere potentemente

l'immaginazione del lettore.

_Euphorion_ — dal nome dello schiavo artefice del candelabro — è un

poemetto prettamente simbolico, e l'allegoria v'è profusa a significare

come nulla valga contro la forza dell'amore, specie quando nato

dall'arte, e come questo sopravviva persino al sepolcro, trovando

sempre il modo di riaccendere la spenta fiaccola del sentimento.

_Omnia vincit amor_: è la tesi che poeticamente illustra il

Gregorovius, contornandola e abbellendola degli svariati colori della

sua tavolozza. Non distinzioni di grado, non vantata nobiltà di natali,

non fiere persecuzioni o rampogne, possono rattenere l'impeto di una

passione pura e ardente, divampata nel cuore di due giovani innamorati.

Che anzi, là dove più palese si oppone la differenza di casta, sembra

quasi che talora intervenga di proposito una forza arcana a soggiogare

l'altrui ribelle volontà, per sancire con un vincolo indissolubile la

comunione dell'affetto e dare così compimento al più bello degli ideali

umani. Questa volta è il Vesuvio che trama la sua orrenda congiura

contro i diritti della boriosa aristocrazia, cospirando ai destini di

Euforione e permettendogli di tradurre in atto un sogno, già da tempo

concepito e vagheggiato nella quiete operosa della sua officina.

Euforione, lo schiavo artista, ama Ione, la figlia di Arrio, la giovane

avvenente ed esperta delle più signorili costumanze romane e della più

fine cultura. Nell'intimità del suo cuore, ei che pur si eleva tanto

su gli altri suoi simili per ingegno e nobiltà di sentimento, ben

s'avvede di perseguire un ideale assai ardito, sol perchè ai piedi gli

si attacca plumbeo e grave il mondo e si suole dai beffardi vilipendere

il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e servile. Quella tunica

di schiavo l'inceppa e rattrista e una vampa di vergogna gli sale in

volto, mentre però la sua anima si spinge sempre più sospirosa verso

la luce... Di natura irrequieta e bollente, facile agli entusiasmi ed

allo sconforto, come il suo Icaro che spicca il volo fino all'astro

fiammante per cadere poi nella spalancata voragine, ha peraltro fiducia

nella bontà del suo padrone, entro le cui vene scorre ancora una goccia

di sangue ellenico. E in tal fiducia, nell'agognata attesa dell'ora del

riscatto, lavora attorno al candelabro di bronzo per farne un regalo

pei festeggiamenti di Ione, benchè di tanto in tanto l'assalga il

dubbio e la disperazione...

I due giovani pompeiani vissero insieme i teneri anni della

fanciullezza, sognarono insieme un mondo di belle cose, nella loro

piccina fantasia vagheggiarono ideali di gioia e di felicità, anzi

per essi i giorni si svolsero come sempre avviluppati in una vaporosa

nube di sogni... Ma quest'età trascorse, ed Euforione e Ione non più

si baloccarono coi loro gingilli, perchè una grande distanza dovè

separarli, l'uno restando come imprigionato nell'officina di schiavo,

l'altra correndo ad attingere il fremito della vita in mezzo alla

elegante società romana. Ma già il dio dell'amore aveva scoccata

furtivamente la sua freccia, già gli aculei della passione si erano

conficcati nei cuori...

Ecco il simbolo del sogno che adorna la prima lampada del bronzo.

Separato a lungo per imperscrutabile volere della sorte, Euforione

rivede, il giorno prima della festa, nello splendore degli

abbigliamenti, la graziosa compagna d'infanzia, reduce da Roma. Al suo

cospetto, si sente come confuso e resta perplesso; ma Ione, rievocando

i dolci ricordi della fanciullezza e la vita agitata vissuta nel

rimescolío della capitale del Lazio, ha come un senso di rimpianto

per i giorni trascorsi insieme sulle sponde del Sarno e di disgusto

per quelli passati fra i rumori della cosmopolitica città. E a poco

a poco il cuore le s'intenerisce alla vista di chi l'è dinanzi nella

tunica di schiavo, e così, impietosita, arriva fino a svelargli il

segreto d'un sogno... Fra le rovine avvolgenti d'ogni intorno Pompei,

mentre il mare si distendeva al di sotto come inviluppato in una densa

caligine, Euforione le si presentava con due ali arcuate sulla spalla,

invitandola a fuggire sui flutti ondeggianti... e lei, afferrata,

fuggiva verso lidi lontani...

Oh potenza dell'amore precorritrice degli eventi! Chi avrebbe detto

che Ione, già promessa sposa ad un ricco pompeiano sceltole dal padre,

sarebbe stata invece la consorte invidiata d'un suo schiavo artista,

solo per la suggestiva potenza dell'arte?

Così Amore e Psiche, le simboliche figure della seconda lampada,

intrecciano i loro destini a quelli dei due amici, che l'impari sorte

aveva diviso, e pei sentieri della speranza li avviano al conseguimento

della pace e della felicità...

Anche i rosei anni della giovinezza voleranno via nella rapida corsa

delle Ore, ma a conforto dei sogni e delle voluttà per sempre dileguate

rimane l'Arte che vivifica la vita, apportando la luce rischiaratrice

delle tenebre.

Euforione simboleggia appunto quest'arte che, inspirandosi ai

quotidiani bisogni, solleva lo spirito alla contemplazione di un ideale

più sereno, e lo ritempra alla tranquillità e alla calma necessaria al

lavoro, dopo le ansie tormentose e gli ardori delle passioni giovanili.

Così, quando i due coniugi avranno bevuto, fino all'ultima goccia,

alla coppa dei piaceri, allora, nel tempietto delle pareti domestiche,

l'uomo devoto al culto di Pallade Atena intesserà intorno al capo

ancora carezzevole della compagna una ricca ghirlanda di artistici

fiori, come prova del suo immenso amore e della sua anima libera e

forte. E Ione sarà la sposa felice, cui l'Arte presenterà devotamente

i suoi omaggi: dall'alto del suo piedistallo, ove salgono gl'incensi

dell'adorazione e della glorificazione, guarderà beata chi per lei suda

nel bronzo, ed allora gli sorriderà con aria di compiacenza, ammirando

riflessa nel viso dei figliuoli l'immagine operosa di lui...

Il candelabro è per ispegnersi: già tre lampade non dànno più guizzi.

Simbolo delle età dell'uomo, esso accenna all'ultima fase della vita.

Dopo i sogni, le follie dell'amore, le intime e secrete soddisfazioni

dell'arte, non resta che il soave conforto delle rimembranze. L'uomo

si ripiega su sè stesso e rivolge indietro lo sguardo, desideroso

di conoscere il proprio passato. Non più stimoli di passioni, non

intemperanze, non lotte, non disinganni: tutto è equilibrio ed armonia,

e la dea Eirene, la celestiale sorella di Tanato, vi aleggia sopra il

suo mite soffio; poi subentra la morte e la vita serenamente finisce...

Euforione e Ione pagheranno anch'essi il loro tributo alla Natura:

fra le carezze ed i trastulli vissero insieme gli anni innocenti

dell'infanzia; separati dalla sorte, sentirono entrambi bruciare nei

loro petti il fuoco dell'amore; accomunati dal medesimo destino in

mezzo al lapillo crocchiante vomitato dal Vesuvio, voleranno verso lidi

lontani, ove coi frutti dell'arte euforionea crescerà su una novella

famiglia, allietata dalle allegre grida di bimbi vezzosi, finchè non

tramonteranno come l'astro benefico del giorno, legando il loro nome

all'ammirazione dei posteri...

Tale è nelle sue linee generali il poemetto del Gregorovius; un inno

all'amore che nasce dall'arte e di arte si nutre e per cui dalla

morte stessa balza fuori rigogliosa e sorridente la vita. Inquadrato

in una bella cornice di descrizioni ed episodi, lumeggiato dai

riflessi dell'ambiente pompeiano che penetra e colorisce ogni menomo

particolare, irrigato da una copiosa vena di sentimentalismo che

rinfresca e purifica le più riposte fibre del cuore umano, esso mi pare

perfettamente riuscito. Si potrà forse obiettare che la vivezza ed il

bagliore delle immagini rincorrentisi ad ogni passo conferiscano un non

so che di ricercato o lezioso al soggetto, nocendo in parte alla sua

semplicità ed eleganza; ma chi vorrà ciò pensare, fa mestieri ricordi

che sempre e in ogni tempo la rievocazione di Pompei nella storia

della sua grandezza e della sua rovina impennò le ali al pensiero,

dette libero varco alla fantasia, sprigionò la favilla del genio,

dischiuse tutto un tesoro d'immagini vaporose e iridescenti... E non è

senza forte commozione che noi, assistendo allo svolgersi dell'idillio

dei due giovani pompeiani, ora udiamo estasiati l'eco dei canti

che risuonano lungo la via delle tombe, ora guardiamo esterrefatti

il Vesuvio rigido e fiero, che vomita fiamme lingueggianti, ora

contempliamo il lusso sfarzoso e gli artistici mosaici della casa di

Arrio, ora infine proviamo come un brivido di morte dinanzi alla folla

pazza di dolore, che fugge al mare in cerca di scampo, attraverso

alle vie già mezzo sprofondate e coperte dalla cenere... E questa

commozione, naturalmente, vien determinata in noi dal fatto che il

colorito storico in _Euphorion_ è ben mantenuto: Pompei rivive nelle

sue abitudini e nelle sue costumanze, i personaggi sono mossi ed

animati dallo spirito del tempo, la civiltà che vi freme dentro è

proprio quella di allora.

Dove, forse, non si riesce a spiegare, o meglio a giustificare

l'assunto del nostro poeta, è nelle lunghe e spesso astruse parlate

ch'ei mette in bocca ai suoi personaggi. Che anzi — se non è troppo

arrischiato il paragone — a me pare che qui l'autore arieggi la nota

consuetudine dei poeti alessandrini, i quali nel corso delle loro

opere si dilettavano d'introdurre delle questioni di ogni specie,

per ricamarvi poi intorno una ricca e varia trama di considerazioni

più o meno originali e bislacche e sfoggiarvi il lusso della propria

erudizione.

In verità, sorprende non poco che un commerciante stia lì a discutere

di arte e a manifestare con acume e profondità di argomentazioni i

suoi pensieri al riguardo; così non sembra verosimile che uno schiavo,

decoratore di muliebri gingilli e costruttore di candelabri, si

allontani tanto dalla realtà cruda che lo investe per fissare da vicino

un radioso miraggio di luce, e tanta commozione e tanto entusiasmo

provi per l'arte sua manuale, da parlare di fiamma purificatrice, di

forza che crea, di lavoro che redime...

Anche qui, come del resto in tutta la intonazione del poemetto, si

potrebbe riprendere la medesima fosforescenza dello stile, il medesimo

colorito lussureggiante della verseggiatura; ma quel che giova notare

più particolarmente si è che il Gregorovius tratteggia qui tutta una

teoria estetica dell'arte, considerando questa nei suoi principî,

nei suoi mezzi e nelle sue finalità. Insomma, egli si vale dei suoi

personaggi per introdurre e discutere una questione di per sè stessa

già tanto trattata, e riconnette all'ambiente pompeiano quello che

costituisce il risultato delle sue ricerche e della sua esperienza.

Così, quando l'egiziano Serapione e l'elleno Euforione filosofeggiano

su gl'intenti e le aspirazioni dell'arte, sono entrambi mossi dalla

mano segreta del Gregorovius, entrambi animati dal soffio potente della

parola di lui. Ma questo studio appunto, d'insinuare cioè le proprie

convinzioni nello svolgimento tranquillo e sereno dell'idillio, doveva

evitarsi per un poemetto, ovvero ridursi entro più stretti confini.

A parte però questo neo, che spicca evidente agli occhi del lettore, è

bene avvertire che in tutto il resto i caratteri dei singoli personaggi

sono ritratti con molta abilità psicologica: Euforione incarna il tipo

dello schiavo raggentilito ed urbano, dall'anima libera e grande, che

è tutto fede nell'arte sua, nel lavoro delle sue dotte mani. Ione è la

giovane passionata e sensibile, niente orgogliosa della pompa che la

circonda, e in cui si direbbe che già incominci a spuntare il germe del

sentimento cristiano. Arrio è il commerciante arricchito, l'epicureo

che guazza nell'oro e crede di annegare nelle coppe spumanti il bieco

fantasma della morte, sempre fiero e superbo di una comprata nobiltà;

Ion, l'ingenuo fanciullo che pure nello spavento e nella desolazione

non sa dimenticare i suoi ninnoli; Menandro, l'immagine dell'invidia

che occhieggia torva e sprezzatrice l'altrui lavoro, pronta al biasimo

ed al sarcasmo, dove altri ha una parola di lode e d'incoraggiamento;

Serapione, infine, — per tacere di qualche altra figura secondaria —

l'immagine della vecchiezza intelligente e sagace, che legge nel lampo

degli occhi del giovane e con fatidica antiveggenza ne vaticina i

trionfi futuri...

Ora, se si tien conto della difficoltà enorme che si affaccia

agl'ingegni nel far rivivere una civiltà passata, cotanto diversa dalla

loro — alla qual cosa accennavo poc'anzi — ond'è che molti tentativi

miseramente abortirono, come pure dei mezzi che l'arte sa suggerire

al Gregorovius per fargli superare egregiamente la prova, si dovrà

considerare l'_Euphorion_ come uno dei più perfetti e indovinati quadri

pompeiani, una delle più vive e geniali pitture del tempo, in cui ogni

tinta fu suggerita da un'impressione di meraviglia e di compiacimento,

ogni linea tracciata col cuore.

Ed io vo' augurarmi che tale appunto lo giudichi il benevolo lettore,

se pure sia riuscito a ritrarre e trasfondere nella veste italiana

la bellezza sentimentale che vi sfolgora e tutto il brio che sì

efficacemente lo anima.

Cava dei Tirreni, ottobre 1905.

MARCO GALDI.

CANTO I.

ONEIRO.

Allegri suoni echeggiavano nella magnifica casa di Arrio, canti di

schiavi operosi e risa di solerti fanciulle, che insieme con gli

efebi intrecciavano nel cortile molti e graziosi fiori variopinti,

quale addobbo festivo per il domani. Tutto ciò che ognora offrivano

i campi ed i giardini di Pompei, era lì dintorno accumulato; già si

contornavano le colonne di ghirlande di edera e scintillavano rosei

nastri. Agili poi correvano su e giù gli affaccendati schiavi, a

frotta portando vasi e brocche e aurei utensili per la festa, perchè

dappertutto raggiasse e splendesse la casa di serena bellezza.

Ritornava la desiderata figliuola di Arrio, che il padre aveva condotta

a Roma dalla piccola Pompei, acciò vi osservasse il mondo, i costumi,

e una nobile educazione ne compisse il fiore della gioventù. E subito

il padre aveva convitato a banchetto gli amici, perchè degni ospiti

onorassero la nuova arrivata; e chi ora vedesse la casa quale si ergeva

magnificamente la più bella di Pompei,[4] sentirebbe scoppiarsi il

cuore di gioia e arriderebbe alla festa.

Se ne stava nel cortile il capo degli schiavi Peisandro, appoggiato ad

una colonna dell'ingresso; a voce alta gridava: «Intrecciatemi presto,

o efebi e fanciulle, i serpeggianti fiori; Elio declina al mare; già

cresce più forte colà intorno alla bruna e fumante cima del Vesuvio

una irradiazione del colore dell'iride. Quest'oggi l'aria è afosa e

non aleggia dal golfo nessun soffio respirabile. Affrettate le mani, ne

tocca festeggiare la divina Ione».

Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina, Ione! — Così

come un'eco risuonò questa voce di là, alla finestra, dove sul

cortile sorgeva il luminoso e aereato piano. Frattanto, s'indugiava

nell'officina tutto ingegnoso ed occupato un garzone, curvo sulla

tavola presso la finestra; e con le sue abili mani intrecciava una

ghirlanda di fiori, come gli efebi nel cortile, ma una molto più bella,

e la foggiava con ogni cura intorno alla nitida base del magnifico

candelabro che gli si ergeva dinanzi, opera eccellente di bronzo

bruniccio.

Agile come l'alta figura delle mani creatrici dell'arte spiccava

l'immagine del maestro nel fascino della leggiadra gioventù, pure

ravvolto in una tunica di lana, come si conviene agli schiavi. Spesso

ei tendeva lo sguardo giù nel cortile e contemplava gli azzurri monti

di Sorrento sopra il golfo, come il roseo vespro alitava già mollemente

su in alto alle cime gl'infocati colori. Ed egli raddoppiava ancora la

fretta della mano e dei sottili martelli, quasi la paura lo spingesse.

Eppure non mancavan solo che pochi intrecci di foglie, giacchè la

maggior parte erano state battute. Ma il candelabro s'ergeva bell'e

compiuto, un'opera d'arte divina.

Sulle zampe del leone risplendeva la luccicante base robusta e

levigata; vi si poteva bene specchiare dentro una fanciulla. Sul suo

orlo dentellato con molta finezza si avviticchiava un ramo di vite

battuto in argento e d'accanto si elevava l'altare fiammante, nitido e

bello, e di contro la magnifica opera plastica. Ivi danzava agile con

le vivaci membra una pantera, ardita e superba, poichè sul suo dorso

sedeva il divino cavalcatore, incoronato di pampini, Dionisio, avente

per tazza un lucido corno.[5]

Così queste figure ne ornavano graziosamente la base. Or dalla base

si ergeva la poderosa opera di bronzo, leggiadra per il capitello

e le braccia e le lampade pendenti, arrivando fino a sommo il petto

di un uomo all'impiedi. Consisteva in un pilastro di stile corinzio,

una maschera lo abbelliva dinanzi al capitello, e di dietro sporgeva

una grossa testa di toro. Ed era una maraviglia a vedere come belle

di sotto al capitello s'incurvassero le braccia che, protendendosi,

sostenevano quattro lampade. Così era anche grazioso vedere il loro

giuoco e la loro forma intrecciata di foglie, splendida, scintillante e

crespa come le foglie del fiore d'acanto. Ma da ogni braccio scendeva

giù sospesa a catene rilucenti una lampadina, e queste lampade

risplendevano magnifiche d'un bronzo raggiante a color d'oro, come

all'ombroso ramo le rosse arance. Artisticamente spiccava ognuna,

distinta per una imagine allegorica. Così sulla prima si elevava

delicata una figura di bronzo, con una torcia lucente: era Oneiro, il

dio del sogno, quale una farfalla nell'azzurro crepuscolo della sera.

Ben altrimenti effigiata era la seconda: ivi sedevano dall'aspetto

celestiale, cianciando e baciandosi ad un tempo, due giovani figurine

innamorate, Amore e Psiche uniti insieme. Come colombi teneramente

baciucchiantisi col becco nella selva, essi si accarezzavano vagamente,

e l'avvenente Psiche innalzava nella destra la torcia, mentre con le

braccia la cingeva il Nume e la baciava con affetto.

La terza lampada era anch'essa variamente configurata. Sulla curva

calotta serio con le ali basse e dagli occhi intelligenti poggiava un

uccello; il notturno gufo di Pallade Athena; tra gli artigli reggeva

la torcia più grande, fiso e grave spingendo innanzi lo sguardo, e

ridestava anche il senso della serietà. Ma l'ultima delle lampade

svegliava commozione e malinconia: Tanato v'era scolpita, spegnendo

la torcia nella notte; e le si librava a volo di fianco l'amica Ora

Eirene, ravvolta in un velo, col pacifico ramo di palma ricurvo nella

mano.

Così era fregiato il candelabro artisticamente scintillante in bronzo,

ma il maestro dava ancora colpi di martello sugl'intrecciati viticci.

Talora sollevava il capo, tal altra lo abbassava di nuovo e buttava

giù per la nuca la nerissima chioma, quindi guardava con aria di

compiacenza l'opera sua e subito prorompeva sospiroso in cotesti vaghi

accenti: «Oh arrecami domani la salvezza, Orione, tu lampa del cielo!»

Ma la fronte era mesta, e si rigonfiava scintillante il suo occhio

fondo come per un trepido dolore e per un impaziente desiderio lontano.

Così ei se ne stava tutto intento al lavoro, senza sapere che di

nascosto, appoggiato alla colonna accanto alla porta, lo adocchiava

di lontano uno straniero; era un vecchio di vigoroso aspetto; lo

ravvolgeva una nera veste pieghettata, succinta da cinghie di porpora

sidonia. Bruno era il colorito del volto, la figura come d'un uomo

che abiti da lungo tempo il giallo Egitto. Ed egli contemplava fiso il

candelabro e stupiva dinanzi a quell'officina così ricca di vasi e di

artistiche forme, queste già belle e complete nel getto del bronzo,

quelle appena abbozzate in duttile cera e in molle argilla. Ma nel

mezzo dell'officina s'ergeva una statua dissimile dalle altre e doppia

— così pareva, — perchè dei veli increspati la nascondevano allo

sguardo, mentre di sotto al panno si delineavano i robusti contorni di

agili corpi di eroi.

A un tratto il vecchio si appressò, battè leggermente sulla spalla

dello schiavo e disse: «Un assai eccellente maestro tu sei diventato,

o Euforione, da che l'ultima volta io vidi te e le opere delle tue

artistiche mani. Magnifico è questo bronzo! non ne ho visto uno simile

e pure ne ho contemplati di belli e tanti ne ho acquistati in Egitto e

in Roma. E chi avrà la ventura di vedersi nella sua stanza circondato

dagli sprazzi di luce di quest'opra incantevole, avrà bene a godere del

magnifico possesso».

Ma in segno di amichevole saluto il giovane gli porse la destra e

subito rispose: «Sia il benvenuto, o Serapione, degno ospite ed amico!

Solletica forse questo enigma il tuo spirito egiziano? Caro mio,

tel dico subito: no! tu non mel compri neanche per tutti i tesori di

Ramesse! Molti giorni e molte notti taciturno e paziente ho io vegliato

accanto al lavoro e lungamente mi sono io stesso quasi fuso modellando

questo bronzo, e con esso ho diviso la mia vita. Ahimè! tutto quello

che arreca diletto sembra scaturito unicamente dal piacere; ma il

maestro che creò, sedette qui muto sull'opra, incombendo al lavoro,

e ne intesserono la varia tela la speranza, il dolore, il desiderio

della felicità, la desolante tristezza. Ora ne rendo grazie alle Ore:

dall'ondeggiante getto di bronzo mi uscì l'opera perfetta e corrisponde

ora pienamente al disegno, piacevole nella sua serietà».

A ciò muto rimase l'Egiziano, contemplando estatico l'immagine

meravigliosa, mentre il giovane Elleno dallo sguardo lampeggiante

ripigliava: «O vecchio, tu guardi estatico, eppure pressochè estranea

mi sembra la forma; essa se ne sta ora lì freddo e irrigidito bronzo

senza moto e senza vita, come un prigioniero ed uno schiavo dagli

sguardi più strani. Ma essa mi viveva calda e luminosa nel petto

infuocato, come l'immagine delle stelle che si disegnano librandosi

nel cielo. Son già quattro anni da che meditai questo candelabro, una

volta in sul vespro, quando la mia morta madre Serena veleggiò verso

Roma insieme con la figlia di Arrio. Ma io sedetti col più profondo

dolore sulla riva del mare, seguii con l'occhio la vela, finchè

l'allontanantesi nave disparve in un crepuscolo di porpora. Allora

vidi lassù nel cielo la sacra costellazione di Orione fiammeggiare

sugli ansanti flutti; come agitato da un nume stavo allora a guardare

la zona delle stelle celesti, quando mi si presentò al cuore la figura

di questo candelabro e l'immagine delle lampade. Tutto ciò come in uno

specchio mi rifletterono nell'anima le carezzevoli stelle, ma dormì la

mia opera e soltanto ora l'ho finita».

«Davvero, replicò il vecchio, fu allora la tua buona sorte a

fornirtela: oh te beato, nel cui cuore albergano le Grazie!»

«Ben dici il vero, o vecchio, rispose l'altro con rapido gesto, eppur

sempre con piacere sento agitarmisi nel cuore un impulso di gioia, un

impulso a modellare la superba figura: come una musica mi risuona di

continuo nel petto, tal che i pensieri mi si muovono incessantemente

in una nuova allegra danza di figure e di forme, intrecciando e

sciogliendo le arie come una lira melodiosa. Anche nel sogno, quando

stanco dal lavoro diurno desidero appisolarmi, mi s'agitano nello

spirito delicate immagini; come contemplo allora felice la forma della

pura bellezza, che mai arrivo a comprendere quando son desto. Ma ahimè!

ciò che di meglio l'uomo anela, gli penzola sul cuore, solo come un

sogno celestiale, ahimè! solo come una fuggevole brama! Io sento il mio

spirito così elevarsi in alto, allora vorrei, o Serapione, volando più

in alto e sempre più in alto, accostarmi agli antenati divini. Ma grave

e plumbeo mi si attacca ai piedi il mondo, e un affanno paralizzante

erra nel labirinto del mio cuore. Oh come mi addolora profondamente

quella frase dei motteggiatori, quand'essi, sparlando della graziosa

arte della mano che foggia il bronzo, disprezzano il lavoro manuale

come qualcosa d'ignobile e una bassa necessità umana. Ma per l'eterna

luce! Guarda l'artistico intreccio di queste agili forme! Anch'esse

sono l'immagine scolpita della Grazia, o amico, e dànno l'idea del

bello e del sublime. Perchè anche a me veglia sul cuore e sulle mani la

Musa».

«Che tu sia consolato! proruppe con gioia il vecchio, tu non eserciti

veramente alcun vile mestiere: io chiamo sempre magnifico il lavoro

delle mani. Ben t'invidiano molti; l'insieme di queste forme avvenenti

te lo dette la divinità; non più ricche si presentarono esse alla

mente dell'artista che infonde nel bronzo le forze vivificatrici della

Grazia. Duolmi però teco, che tu debba creare come uno schiavo servile

ciò che solo ai liberi si addice: la servitù arreca onta alla sacra

arte! Nè mai a questa dovrebbe accostarsi un uomo di oscura condizione,

ammantato di veste da schiavo: no, libero di corpo ei dovrebbe

essere e libero di anima, come i figli dell'etere, gli Dei placidi e

sorridenti».

Allora una vampa di vergogna salì in volto allo schiavo, sollevò con

rabbia la destra e gridò pieno di angoscia queste grame parole: «Hai

tu veduto le notti che io affannosamente — ohimè! — ho pianto sul

misero giaciglio, contorcendo il cuore e le mani? E quando di notte, sì

spesso sedendo come una vigile figurazione del dolore che strugge, io

accuso la mia vile sorte, oh! allora s'avanzano nella triste disabitata

officina le figure di Dei scintillanti in bronzo, in pietra e gridano:

qui stiamo noi! ci scolpì Fidia, ci scolpì Policleto, mi lavorò Mirone,

mi lavorò Prassitele, uomini dell'Olimpo. Or chi sei tu mai, infelice,

che osi stendere anche la mano alla fiamma di Prometeo? Allora ohimè!

esse sghignazzano sonoramente e con piedi di bronzo calpestano il mio

cuore che ansa. Al banchetto dei tetri dolori siede la mia anima, o

vecchio, cibandosi di un duplice affanno. Ma nel petto non mi vien mai

meno l'anima rovente, anzi nei dolori più forte si spinge sospirosa

solo alla luce. Allora mi sento battere dentro, allora mi vengono mille

pensieri; allora come per ischerno mi s'agita nello spirito la forma

snudata simile alla convulsa Menade, io contemplo l'immagine più bella.

Ma presto l'estasi svanisce, e di nuovo mi sembra tutto così meschino,

così insulso, e spregevole financo la forza e la propria attività, e

più non appaio a me stesso nobile, come chi con pesante martello batta

sull'incudine il suo ferro che sprizza scintille. Allora nello sdegno

manderei in frantumi le mie opere e strozzerei fin nel germoglio tutti

gl'impulsi divini».

A ciò serio e sarcastico soggiunse quegli: «Come sono vani e meschini

i dolori dei mortali! E intanto l'uomo sempre scontento ingrandisce

il suo misero pulviscolo fino alle proporzioni del mondo; sulla nuca

ei solleva la sfera del cordoglio e si crede ben presto un Atlante. E

ciò che di soave gli si desta nel petto, non più germoglia in un vago

fiore, non più in un placido frutto; ma solo l'istinto ne prorompe

pieno di bacchico furore, provocando gli Dei alla lotta, e così l'anima

diventa sempre un campo di battaglia».

Ma il giovane dal viso sconvolto, tutto iracondo, gridò: «Vuoi tu

vedere come il mio cuore è schiavo e come arido scorre in me il fonte

della forza immortale, da cui credevo di attingere? Mira: qui sta la

mia vergogna, umidi ancora sono i panni che avvolgono la mia opera. O

vecchio, io lavorai intorno alla figura, a lungo stetti ginocchioni e

pregai gli Dei perchè spandessero su queste immagini un raggio del loro

lume vivificatore che penetra fiammeggiando le opere. Ma nessuna vita

vi scese, nessun vezzo seducente, perchè dal cuore alla mano un demone,

schernendo, arresta ed impedisce all'artista da strapazzo la corrente

magnetica del suo animo. Sì, io riconosco d'esser non altro che uno

schiavo, e sebbene io circondi il mio animo del più caldo sentimento e

dello scintillio di entusiastici pensieri, pure, quando mi accingo ad

un'opera, mi si disvela con ischerno la mia impotenza».

E con un tratto violento strappò dall'immagine il panno, da

quell'immagine che alta e coperta si ergeva nell'officina. E si

offrirono allo sguardo, dall'argilla azzurrognola, due alte figure,

congiunte in un poderoso gruppo. Eran Dedalo ed Icaro, il suo celeste

figliuolo, che, imprigionati nel labirinto della roccia di Creta, si

fecero con la loro arte le ali per sottrarsi arditamente alla mortifera

voragine. Ma il padre, già vecchio divino, sedeva presso i crepacci

della rupe, tranquillo e intento a fabbricare con pratica mano le ali

dalle penne maestre del cigno selvatico. Sparpagliata ed a mucchi stava

a lui dintorno sul suolo una quantità di fioccose piume; ed Icaro, il

giovane entusiasta, era presso il padre, avido di desiderio, pronto

a volare, intollerante di freno. A lui già s'inarcavano, circondando

come di argini le rilucenti spalle, due agili ali di sirene, di color

cupo qual notte porporina, arditamente e saldamente connesse, forti per

dare impeto al volo. Ed esse si agitavano, già ventilavano come cigno

sollevantesi, quando la sua ala stride sui neri flutti. Così stava

l'ardente giovane, con gli occhi rivolti al cielo; ma lavorava ancora,

tranquillamente affaticandosi, il vecchio con una pensosa serietà...

Meravigliato contemplava l'Egiziano e stupiva come il sembiante dello

schiavo si rassomigliasse tanto ad Icaro per la giovinezza e per

la figura. «Robusta mi sembra, gridò egli, e grande, ma solamente

disarmonica quest'opera; manca qui lo spirito tranquillo ed anche

la sobria forma. Tu creasti un Dedalo senza vita, perchè l'impeto

dell'entusiasmo ti attirò ben presto la mano alla figura del focoso

figliuolo: tu elevasti a un Titano l'entusiasta Icaro che fu abbagliato

dal sole».

A ciò pieno di cattivo umore rispose l'offeso giovane: «No! tu non

comprendi giammai la mia alta e bollente natura, non mai tu intendi il

mio desiderio così potentemente alato. S'avvii pure la vecchiaia alla

polvere del sepolcro, limiti per bene la zolla del securo intelletto

e con ansia d'avaro calcoli la mercede della sua fredda arte che, con

la polvere della conoscenza, foggia i dolori terreni e i momentanei

piaceri. Ma lo spirito, che le superne Muse infiammarono, deve

liberarsi dalla notte greve e dal labirinto della polvere opprimente.

L'anima del poeta, attratta dalla luce, alza grida di gioia al cielo

ed ei non fa distinzione tra umano e divino. Sulle ali dell'amore

s'innalza al sole per accendere pel popolo mortale la sacra fiaccola di

Prometeo al raggio della bellezza immortale. Ardito siede tra gli Dei,

ardito squarcia il velo di Iside, osservando la ineffabile parvenza

divina. Non hai tu mai agognato le alte sfere della bellezza, quando

fuor del mondo hai guardato nell'etere scintillante? Non mai quindi nel

tremito ti sollevò in alto il petto bramoso? Ah! chi non volerebbe come

Icaro, chi non vorrebbe come lui respirare la luce celeste, quand'anche

dovesse pagare con la morte l'ebbrezza di tale entusiasmo e la voluttà

dei polsi librantisi a volo?»

Allora tranquillo sorrise il vecchio e dolcemente disse: «Assai bella

è negli occhi del giovane la fiamma dell'entusiasmo, bella la lagrima

del desiderio, nutrita nel profondo del seno per le occulte sorgenti

della luce e l'immagine primigenia e velata della vita. Ascolti pure

il barcollante mortale il canto delle sfere cullarsi sulla polvere

nella comprensione ampia del cosmo, ma sia pur certo che alla fine ei

non stringe che un sogno. Perchè noi uomini non siamo posti sull'aereo

delle nubi sì da contemplare oziosi le alate danze delle stelle. No!

noi stiamo tra l'incombente necessità del sepolcro e la terra nutrice!

Aimè! un atomo di luce e un pulviscolo luccicante dell'eterea fiamma

dell'anima scintilla nel petto caduco: ma per l'uomo esso è tutto ed

un profondo enigma. Come innanzi alla sfinge tebana, così sempre muto

innanzi al proprio spirito sosta almanaccando il mortale e vacilla

nell'oscuro labirinto del proprio cuore continuamente per un falso,

malsicuro e tortuoso sentiero. Guarda un po' Dedalo! quanto poco arrivi

a comprendere il saggio! Egli è il padre del lavoro manuale, un secondo

Prometeo per l'uomo; compie un'opera buona e possente, quindi si

solleva con impeto all'arte divina, qual suo sublime e serio fondatore,

e ve lo portano le ali, le ali fabbricate con arte e con sicurezza.

Simile a quel maestro anche tu! sì, resta nell'officina di Dedalo! Quel

che è bello riesce a pochi, ai più ciò che è buono, il grande è solo

di pochissimi. Ben vidi io tanti e tanti precipitare vertiginosamente

dall'etereo cammino, così come egli sprofondò nella spalancata voragine

per la fiacchezza; ma solo pochissimi vidi cimentarsi a cose audaci, o

amico, in quanto seppero modestamente non dare ascolto alle lusinghe

del Dio che soffiava nel petto. Perchè sempre ci aleggia dintorno

il canto fascinatore delle sirene, traendo ciascuno dal suo proprio

cammino oscuro come la notte. Sì! chi ciò potesse, bene per lui! chè

non chiamato gli si accosta il Genio a prestargli le sue ali robuste».

Così il vecchio, e tacque; e guardava estatico le sublimi figure,

mentre dal cortile echeggiava in pari tempo un giulivo canto e spesso

nel canto risuonava il nome melodioso di Ione. Pallida s'era fatta la

gota del giovane, mesto il suo sembiante; ma Serapione vide il mutato

aspetto e gridò subito: «O strano uomo! se tu fossi libero, ben si

slancerebbe lassù, nel cielo, la tua forza. Pur non ti scoraggiare,

o amico! orsù e spezza il giogo, perchè di molto è capace la

risolutezza».

Ma Euforione si calmò ben presto, indicò il suo candelabro e disse

con accento di serietà: «Ben so io che le opere degli uomini sono un

olocausto, o vecchio, per implorare dal cielo il riscatto. E in ciò

è riposta la mia speranza, che è per me un araldo divino della luce!

Arrio è nobile e come un padre mi tratta; pure a lui scorre nelle

vene una goccia di sangue ellenico. Una volta un tale gli eseguì

nell'officina un lavoro d'un'arte così rara che pien di gioia ei lo

mostrò agli ospiti ammirati, e perciò l'onora, concedendogli l'ambita

libertà. Di ciò mi ricordai quando creai questo candelabro, perchè io

lo espongo quale offerta per la festa del domani». E subito arrossì,

affrettando il suo detto.

Serapione allora scrollò il capo: «Indarno tu speri! Arrio riscatta

di buon grado tutti gli altri, dei quali può fare a meno, non però

te che sei la ghirlanda e il fiore dell'officina, te che ogni città

accoglierebbe a braccia aperte. Credimi, Euforione, è tutta mutata

l'umanità! Altri tempi, altre esigenze! L'uomo non è più in grado di

contemplare il grande, l'ideale e le figure così come incantavano il

cuore negli splendidi giorni dell'Ellade. Poichè per lui fiorisce il

mondo, un più vago cielo ogni giorno, assai somministra la terra, ed

anche il mare che lo circonda offre tesori su tesori; il cittadino

accumula preziosi beni. Ecco, ora egli chiama l'artista, che deve

arricchirgli ogni giorno di bellezza e prestare nobili forme ai comodi

d'una vita agiata. Or tu davvero sei fatto per soddisfare cotesti

desideri, o amico. Se tu vedessi Alessandria, la magnifica principessa

del mare, tu stesso verresti meco, quale un celeste passeresti

dovunque, a te l'oro affluirebbe nel seno, l'amore di parecchie donne

avvenenti ti sedurrebbe»; e così guardò in viso allo schiavo con aria

interrogatrice e penetrante. Sinistramente muto se ne stava il nobile

artista, con una stizza nello sguardo da far meraviglia. E sorridendo

con espressione disse il commerciante: «Per domani io disposi la

partenza, la nave è stata oggi noleggiata, chè m'invade uno strano

timore come se qui s'appressasse la sciagura. L'aria mi mette un

brivido d'angoscia e un opprimente raccapriccio del cielo mi paralizza

il capo: di notte spesso mi desta un demone improvviso, mostrandomi

immagini di fuoco al polo e stelle erranti. Presso il monte si agitano

meteore e figure gigantesche, spesso anche ne echeggia come un suono

di trombe e di tube rimbombanti. Vieni, come libero ti accolgo e ti

salvaguardo alla mia terra».

Oh come scattò il giovane stupito, come gridò allora con collera:

«Taci, o vecchio, che non ti dica una parola sconvenevole, pur nell'ira

del ribrezzo che tu m'ispiri nel petto. Poichè questa sacra casa è come

una patria per me: qui visse Agatarco mio padre, quantunque schiavo

forzato; qui l'arte ei mi apprese, e quasi come un figlio mi tenne

Arrio fin da quando egli morì. Non mai come uno schiavo, ma come un

simile io appaio ai dissimili nella casa, sempre, per la divina arte.

Che altri sogghignino, a me solo disgusta questa veste di schiavo

che, ohimè! dal padre ereditai! No! non può la stizzita Erinni farmi

scappare con ignominiosa fuga. Sì, mi offrissi pure il tesoro delle

Indie, io vivo qui più volentieri da schiavo, che da signore nel più

deserto paese straniero».

Così diss'egli crucciato e battè sulla spalla all'ospite amico. Ma il

vecchio gli strinse ambo le mani e affettuosamente disse: «Bene a te,

che alberga nel tuo spirito la virtù anche accanto al Genio. Oh potessi

io coi miei propri beni riscattarti, ben volentieri mi addosserei una

parte del carico».

Tacciono entrambi, agitando le parole nel petto, appoggiati sulla

grata, dove libero innanzi allo sguardo si stendeva il cortile. E

colà gli schiavi sulle scale a piuoli sollevavano con sonoro canto la

ombrosa ghirlanda, in modo che ben ne ricingesse la porta.

Ascolta! allora risuonò subito nel portone un suono di timballi

dolcemente ondulato, e saltò nell'atrio un ragazzo danzando e agitando

a battuta gli aurei sonagli del timpano, simile ad un Amore nella sua

chioma nera e ricciuta; quindi comparvero delle donne leggiadramente

e splendidamente adornate. Ma passò innanzi a loro d'un'andatura

maestosa una fanciulla, svelta come l'Ora del maggio, che viene sui

campi. Indossava con disinvoltura una veste vaporosamente intessuta

di azzurre viole, e di sotto ne traspariva la tunica bianca come

neve, strettamente allacciata alle piene forme del corpo. Sulla

spalla cadevano le pieghe della veste ch'essa portava con avvenenza

e con grazia. E la sua ricca chioma, bruno-dorata come il fiore

dell'elicriso, s'intrecciava fittamente e scendeva, sostenuta da nastri

scintillanti, dappertutto, sulla fronte e le guance giù fino al collo

gentile. Lenta ella camminava e coi neri occhi guardando giù raggiava

di leggiadria, come il raggio di luce che abbellisce la sera. Allora

le donne che intrecciavano corone e i garzoni nel cortile le sparsero

fiori dinanzi, gridando un sonoro: «Salute a te!» A un tratto lanciò

uno sguardo alla finestra la fanciulla che s'allontanava, rapida, e

disparve nel portico della casa ombrato da colonne.

«Vedi un po', disse il vecchio, vedi Ione, la figlia di Arrio! Niente

di più nobile può vantare altrove la bella Pompei. Ma così precipitano

i tempi nella corsa che tutto trasforma. Quand'io venni da Arrio

negli anni passati a portargli vasi di mirra e stoffa di Tiro, vi

vidi tanto spesso quali avvenenti fanciulli e partecipai volentieri ai

vostri giuochi. A te era sorella di latte la ragazza, e per ischerzo

vi si chiamava nella casa Amore e Psiche. Ma il fanciullo è divenuto

un maestro d'arte e come vergine brillante e come superba signora

dominatrice torna a casa la fanciulla di allora. A lei tra breve il

padre sceglierà uno sposo fra tutti i liberi della città e i primi dei

ricchi aspiranti».

E d'un tratto volgendosi dalla grata, proruppe lo schiavo: «Come s'è

fatta afosa l'aria! come ansa colà il monte impetuoso, vomitando dal

cratere nugoli di fumo! Sembrano le aure imbevute di zolfo; a me duole

il capo per queste emanazioni che si diffondono all'intorno. Guarda, il

sole è al tramonto, si fa tardi: domattina, o ospite amico, io verrò a

trovarti presso il mare e ti porterò la novella della liberazione».

A ciò quegli: «Hai fatto bene a richiamarmi, poichè da molto indugiavo.

Arrivederci; tutto riesca secondo il tuo desiderio, o mirabile giovane:

possa il giorno vegnente essere per te la festa della liberazione!» —

Così disse il commerciante, fe' cenno col capo e si voltò subito per

partire.

Ma Euforione restò nell'officina: era pallido come il marmo, il cuore

gli pulsava forte e rapido nel petto. Timido gettò ancora l'alato

sguardo nel cortile, si voltò via subito e stette dinanzi l'immagine di

Icaro, sinistro, immerso nell'ombra, contemplando il poderoso lavoro.

Quindi gli si oscurò sempre più la guancia, e fiammeggiando gli salì

negli occhi una collera impetuosa e terribile. «Pazzo, ei gridò, tutto

quello che tu ami è troppo lontano, troppo alto per te! E fino alle

stelle tu tendi le mani di schiavo! Va' via, sogno celeste! Sia morto

il passato, morto per me!» E con impetuosa mano s'avventò alla statua

di Icaro, la divelse e guastò; cadde dalle spalle il maestoso capo,

ruzzolando su pei piedi i gentili tratti del volto tristemente deformi;

frusciando cadde giù una delle ali, giù dall'alto stramazzò la spalla e

il braccio e il ferro che lo sosteneva. — Ad un tratto come sbigottito

Euforione rattenne la mano furente, gli s'inorridì lo sguardo, alla

vista di quel figliuolo di Dedalo così bruttamente mutilato, frantumato

nelle sue forme fiorenti, dal tronco grigiastro, mentre il capo era lì

rigido e raccapricciante sul suolo, quasi che dolente, dallo sguardo

interrotto, con profondi sospiri si lamentasse! «Ahimè! come tu, pazzo,

hai frantumato nel nulla l'immagine della celeste aspirazione, e come,

precipitata dall'alto la tua sacra forza, il sole si spegne nel tuo

petto rinnegandoti ogni cosa! Icaro io fui, e tu? ahi! tu ora rimani

nella polvere!»

Così stette lungamente il maestro, guardò immoto il confuso

disfacimento e dagli occhi cascarono giù amare lagrime a lungo

trattenute, come se ne sta un fuggiasco, che il rapido naviglio

allontana dal patrio lido, e che, appoggiato all'albero, l'occhio

rivolto ancora alla città nativa, contempla le sponde che si

disperdono, le azzurre vette che scompaiono, e tutte insieme le figure

della perduta felicità. Ma egli guarda lì fermo nei flutti del mare

informe e nebbioso e da gli occhi cadono le lagrime della terribile

malinconia.

Ascolta! Rimbombò di nuovo il timballo e sempre più vicino echeggiò nel

cortile, e risuonò alla finestra il canto del garzone. Ma Euforione si

affrettò a coprire con panni la brutta e deforme immagine, e trillando

e cantando salì le scale il caro Ion e sorridente entrò per la porta.

«Salute! gridò lieto il garzone, salute a te, il più caro dei mortali!

Il padre vuol darti un saggio consiglio per l'opera artistica che

Pansa desidera per sè. Oggi si banchetta nella villa presso la sponda

del mare e v'interviene anche la sorella con le donne, per godere il

fresco refrigerante della sera. E tu non la vedesti ancora, non le

hai dato il benvenuto: pure tutti quelli di casa glie lo dettero. Tu

solamente siedi racchiuso e muto nella ricca officina tra i bronzi,

e quasi tu stesso diventi per me un freddo bronzo. Vuoi vedere la

sorella? O che cosa stai meditando? Ognuno la glorifica e tutti

complimentano la bella. Anche a te essa porge il suo saluto e mi disse

in pari tempo ch'io devo condurti, se lo vuoi, nella villa di sera,

perchè ti dica avanti la festa di domani una parola di saluto». E il

ragazzo non ascoltò la risposta, ma agile saltò attorno al candelabro

ammirando con gioia puerile. «Oh come tutti spalancheranno gli occhi

su di te! O carissimo, gridò egli, nessuna parolina avevo io susurrato

alla sorella, ed essa mi domandò subito tante cose di questo o di

quell'altro. Son sempre con lei e starei sempre ad ascoltare i racconti

che sa farmi di Roma; com'è magnifica e grande la città! Essa mi portò

anche molti regali, molte cassettine artistiche di oro, di oro fino,

e molte vesti di oscura porpora, ciò che tutto io ti mostrerò così

com'è conservato nella camera; ed anche il timballo. Ecco, i magnifici

sonagli son di oro risuonante, così li hanno anche in Roma i fanciulli,

quando danzano la scrosciante ridda nelle feste bacchiche». E lieto

rise il garzone e saltellò nell'officina, quindi uscì fuori saltando e

cantarellando per la porta spalancata.

Già il sole s'immergeva nelle onde alla roccia di Ponza, che dietro

la vetta della verdeggiante isola di Ischia verso ponente emerge

azzurrognola dal mare come la corolla del fiore di loto. E ancora un

raggio fiammante attraversava l'aperta grata riempiendo del suo roseo

lume l'officina e rischiarando il candelabro. E magicamente risplendeva

l'opera magnifica, tutte le lampade che pendevano in giro raggiavano di

luce.

Euforione intanto guardava pien di mestizia il bel fenomeno, nè, pieno

di malinconia, l'opera sua prediletta lo rallegrava, quell'opera che

a lui più d'ogni altra avrebbe dovuto piacere. Ma tuttavia si calmò

e si addolcì l'impeto dell'animo. D'un attimo gettò sulla spalla la

sua sopravveste e uscì fuori dall'officina verso l'aperto, recando

nell'animo virile la dolce figura del dolore.

Età felice, quando ancora attorno agli occhi distende il velo il

seducente Dio del sogno; scorrono gli anni, la Parca che ronza lo

toglie e allora si presenta grave agli occhi il muto Destino. Ma

l'amore si diletta dell'impari sorte degli uomini, scocca allegramente

la sua freccia e nella notte che incombe soffia le segrete vampe con il

battere delle ali dei sogni.

Passeggiate per l'Italia, vol. 5 · 第 1 / 4 章