Tre insigni paesisti del secolo XVII dimorarono lungamente in Roma:
Poussin, Claude Lorrain, Salvator Rosa. Il paesaggio dei primi due,
sopratutto del primo, ha carattere essenzialmente romano. Poussin,
benchè metta troppa architettura e troppa archeologia nelle sue
tele, ebbe vivissimo il sentimento della campagna romana. Claudio
mise primo nei suoi paesaggi effetti di sole e di luce, prospettive
aeree, la diversa poesia dei cieli, i fasci di raggi luminosi, le rose
dell'aurora, gli incendî del tramonto, le forme varie e incessantemente
mutabili delle nuvole. Salvatore è il pittore delle foreste —
misteriose, sinistre, minacciose — popolate di banditi, e di querci
fulminate o atterrate. Lo accusan perciò di non essere abbastanza
meridionale: ma l'accusa non ha fondamento; perchè i boschi e molti
paesaggi meridionali sono in realtà più sinistri e paurosi dei paesaggi
del Nord. Sparse di spenti vulcani e di viventi solfatare, certe selve
meridionali somigliano alla selva dei suicidi di Dante; e gli alberi
sembrano agonizzare in attitudini disperate. Salvatore li vide così, e
così li dipinse.
_Ce damnnè Salvator_, come lo chiama Michelet, è il pittore delle
selvagge solitudini, del furore degli elementi scatenati, dei boschi
tormentati dalla bufera, delle piagge flagellate dai flutti sconvolti,
delle irte scogliere, degli antri tenebrosi, delle battaglie feroci
combattute su terreni desolati, o fra selve incendiate....
Ha talvolta del manierato, del barocco; verissimo; ma noi ci troviamo
dinanzi a una possente personalità. Tale l'artista. L'uomo poi era
superbo, violento, chiuso ai domestici affetti — ma rimane nonostante
uno dei pochissimi caratteri virili e sinceri in un'epoca di falsità
e di barocchismo. Ha una fierezza indomabile in quel secolo adulatore
e cortigianesco: e nelle sue satire strappa il velo a tutte le piaghe
civili, sociali, ed artistiche: attacca la triplice tirannia feudale,
sacerdotale, e soldatesca, con generosi rabbuffi, con invettive larghe
ed eloquenti, con un impeto tribunesco, che se talora diventa un po'
declamatorio, è sempre di una penetrante efficacia.
Quest'uomo _crede_ a qualche cosa; è come ammalato alla vista delle
miserie e delle vergogne di quella Italia Spagnola; dell'agonia
delle plebi, languenti negli stenti e nella fame.... Ha un ideale
religioso, un ideale patriottico, un ideale estetico, fra tutti quei
contemporanei che non credono a nulla; è un uomo-realtà fra tutti
quelli uomini-fantasmi. Tra il fracidume d'allora sente l'alito dei
tempi nuovi; e sembra stender la mano al Parini ed al Beccaria.
Di alcune sue satire può dirsi davvero che _facit indignatio
versum_. Ecco come egli apostrofa i poeti contemporanei, cortigiani e
voluttuosi, e che facevan dell'arte un trastullo o un pervertimento:
“Uscite fuor dei favolosi intrichi,
Accordate la lira ai pianti, ai gridi,
Di tanti orfani, vedove e mendichi!
Dite senza timor gli orridi stridi
Della terra, che invan geme abbattuta,
Spolpata affatto da tiranni infidi.
Dite la vita infame e dissoluta
Che fanno tanti Roboàm moderni,
La giustizia negata o rivenduta.
Dite che ai tribunali ed ai governi
Si mandan solo gli avvoltoi rapaci.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Dite che sol dai principi si pensa
A bandir pésche e cacce, onde gli avari
_Su la fame comune alzan la mensa_.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Dite che ognor degli Epuloni al soglio
I Lazzeri cadenti e semivivi
Mangian pane di segala e di loglio.
Dite che il sangue giusto scorre a rivi,
Che esenti dalle pene in faccia al cielo
Son gl'iniqui, ed i rei felici e vivi.
Queste cose v'inspiri un santo zelo,
Nè state a dir quanto diletta e piace
Chioma dorata sotto un bianco velo!
È una voce isolata e magnanima, _clamans in deserto_. Poi la notte
s'addensa anche più buia, e l'Italia per quasi due secoli sembra
morta. Per quanti lunghi anni parlarono con insultante leggerezza
di lei, come di persona profondamente sepolta fra i morti! “Sì, essa
fu, essi dicevano, — così il poeta di _Atalanta_ e di _Mary Stuart_ —
essa fu, quando i tempi eran giovani; ma ora più non è. I brandelli
del suo sudario tremolano nell'aria sepolcrale: remote stagioni di
anni immemorabili avvolgono ormai il suo antico e freddo cadavere,
su cui son passati tanti vènti d'inverno, e tante pallide primavere;
essa non è più una cosa di questo mondo. Nè importa che la sua morta
testa conservi sempre, come una viva ghirlanda, l'aurea lunga chioma
che le scorre giù sul petto fino ai piedi. Morte regine, la cui vita
era stata lieta e trionfale, furon trovate così fredde, così composte,
così coronate, con ogni cosa appassita addosso e d'attorno, eccetto una
sola cosa bella, — la loro antica chioma immortale, — mentre la carne
e l'ossa diventavan polvere, appena esposte alla luce. E l'Italia è
morta come loro!.... Ma mentre essi parlavan così, l'Italia riebbe a
un tratto il suo possente respiro; e il latino sangue gentile ricircolò
nelle esauste sue vene.„