III.

Però, dopo avere enumerati tanti difetti, non si può negare al Marino

di aver portato qualche cosa di suo e di buono nella poesia italiana;

ed è, a mio creder, una seducente musicalità, per cui fu detto che egli

deve considerarsi come il vero ispiratore di Pietro Metastasio, che

trovò poi modi e forme così confacenti allo svolgersi della melodia

italiana nel secolo passato. Veramente io questo particolare merito

al Marino non mi pare che con giustizia possa esser fatto. Maestri di

Metastasio furono piuttosto i greci e Torquato Tasso, della cui indole

tanto egli risentiva, della cui più sobria e più nitida musicalità

tanto hanno impronta i suoi versi, massime dove, lasciato il movimento

degli sciolti, si riassumono e si condensano in quelle eleganti

strofette, le quali così a ragione ci sorprendono per quella che il

poeta chiamava “la sua difficile facilità.„

Ad ogni modo nel poetare di Gian Battista Marini c'è veramente qualche

cosa di nuovo; c'è una gamma musicale che la poesia italiana può

vantare come una nuova conquista:

Io chiamo te, per cui si volle e muove

La più benigna e mansueta sfera,

Santa madre d'amor figlia di Giove,

Bella Dea d'Amatunta e di Citera

Te la cui stella, onde ogni grazia piove,

De la notte e del giorno è messaggera,

Te lo cui raggio limpido e profondo

Serena il cielo ed innamora il mondo.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Dettami tu del giovinetto amato

Le venture e le glorie alte e superbe;

Qual teco in prima vissi, indi qual fato

L'_estinse_ e _tinse_ del suo sangue l'erbe,

E tu m'insegna del tuo cor piagato

A dir le pene dolcemente acerbe,

E le dolci parole e il dolce pianto;

E tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.

E tutta quella pròtasi del poema è veramente una magnifica sinfonia.

A quest'onda melodiosa il senso del lettore si lascia trascinare e

volentieri oblia.... Tante cose oblia!

Oblia per esempio la finezza più riposta, ma tanto più pregevole dei

variati e melodici atteggiamenti che i poeti avevano saputo indurre nei

loro versi. Non c'è più quella indefinita, varia, libera accentuazione

che tanto piace nei trecentisti e nei quattrocentisti. Si direbbe che

il Marino è come il precursore di certi musicisti superficiali del suo

paese, e che con un mezzo solo, al par di essi, egli vuol trascinare e

conquidere il sentimento del suo lettore.

Un altro pregio è certo la affettività, la esuberanza del sentimento

tutta meridionale che trabocca dall'animo del Marino, massime quando

descrive certi affetti e certe commozioni di un'indole, a dir vero,

non nobilissima. Talvolta egli ha realmente una foga di sensualità

che nessun poeta italiano aveva ancora raggiunto. E qui vi chiedo, o

signore, che mi crediate sulla parola anzichè indurmi a citarvi degli

esempi!

Dopo avere emulate le pagine soavissime, seducentissime del suo

conterraneo il Pantano che, per dir vero, aveva stracciato quasi

tutti i veli che cuoprivano l'amore, Giovan Battista Marini, volendo

mantenere il primato fra i poeti del suo tempo, non poteva mancare

ad un assunto, che era ancora, pur troppo, obbligatorio dinanzi

al pubblico italiano. Anch'egli, il poeta lirico che tutti i paesi

acclamavano ed invidiavano all'Italia, non si sentiva completo se non

impugnando l'epica tromba, dando all'Italia il suo poema epico.

Tutti già da tempo l'aspettavano. Ed egli lasciava dire promettendolo;

e di mano in mano faceva vedere con molta diplomazia qualche saggio

di quello che sarebbe stato il suo lavoro, enunciandolo come il

coronamento dell'edificio. E venne l'_Adone_. Ed è appunto in questo

poema, o signore, che appare manifesta la grande deficenza di questo

poeta; e la grande sproporzione che esistè fra la sua fortuna e il suo

merito.

La macchina dell'_Adone_ è tuttociò che si può pensare di più frivolo

e di più meschino. Tutto si riduce alle peripezie ed alle avventure

amorose della Dea del piacere col giovinetto figlio di Mirra. E

poichè da questo magro idillio non si poteva cavare un poema, se

non gonfiandolo ed imbottendolo in tutti i sensi, così la macchina

è ingrandita ed allargata introducendo le più strane e futili

immaginazioni che mai si possano escogitare dalla mente di un poeta

perdigiorni.

E non crediate che per questo il Marino declinasse da nessuna pretesa

degli epici suoi contemporanei e predecessori. Egli crede di aver

fatto un vero poema epico in tutta la serietà della sostanza e

con tutte le grazie della forma. A nulla egli rinuncia; nemmeno al

concetto dell'allegoria. Voi sapete che al Tasso, fatta la _Gerusalemme

Liberata_, i suoi critici dicevano: non c'è poema epico perfetto, se

non ha la sua allegoria, che dia ragione dell'insieme e di tutte le

sue parti. Dov'è la allegoria della _Gerusalemme_? E il povero Torquato

dovette stillarsi il cervello e contentarli!

Al suo poema il Marino diede dunque un'allegoria; e la diede

eminentemente morale. Ci voleva davvero tutta quanta la sua

sfacciataggine! Il poema è tessuto di scene tutt'altro che eccellenti

per morale austerità, come potete immaginare; ma egli sa così bene trar

partito dalla disinvoltura del suo ingegno che riesce a cavar fuori

delle formule morali da quel soggetto.

Per esempio, al canto VIII vi descrive le più intime scene d'amore tra

i due eroi del poema. Immaginate voi di che possa trattarsi. Ebbene:

anche il canto VIII ha in testa la sua brava allegoria, così spiegata

dal Marino:

Il Piacere, che nel giardino del Tatto sta in compagnia della

Licenza, allude alla scellerata opinione di coloro che danno al

Senso una indebita signoria sulla Ragione.

Il che ci fa pensare a quel gesuitismo artistico tanto di moda a quel

tempo, in virtù del quale si dipingevano, per esempio, delle Veneri

licenziosette anzi che no e poi, messoci accanto un teschio di morto,

si facevano passare per Maddalene pentite e penitenti. A che non

s'arriva sottilizzando e distinguendo? Ricordiamoci di quel frate che

trovandosi di venerdì con avanti un cappone arrosto sclamava: _baptipzo

te carpam_! E battezzatolo per pesce se lo mangiava con la coscienza

tranquilla.

Il fatto è che viene un senso di profondo dolore a pensare come la

materia epica, così nobilmente materiata di spiriti cavallereschi

dall'anima di Torquato Tasso, potesse cadere tanto in basso. Veramente

fa pena il doverlo dire, ma bisogna pur dirlo. Ogni paese, ha il poema

che si merita; e se l'_Adone_ è il poema delle classi colte dalla

società italiana del Seicento, è forza convincersi che queste classi

erano troppo scadute e meritavano e doveano aspettarsi ogni peggior

castigo.

Vi basti sapere, o signore, che quest'eroe, di cui nella protasi il

poeta si propone di cantare le gesta “alte e superbe„ in sostanza non

ha che due sentimenti che in lui prevalgono: la cupidità e la paura.

La paura di Adone è descritta dal Marino con termini che fanno stupore

veramente, perchè non si intende come mai il poeta non abbia avuto

l'accorgimento di dissimularla per quel naturale e pietoso amore che

doveva professare al proprio eroe.

Sopraggiunge Marte geloso. Sentite come l'eroe s'atteggia dinanzi al

suo rivale, sotto gli occhi della donna amata.

Pallido più che marmo, è freddo e muto

Mentre ch'apre le braccia e parlar vuole,

In quella guisa che talor, veduto

Dalla lupa del bosco il pastor suole!

Ed è sì oppresso dal dolor che l'ange

Che al pianto della Dea punto non piange!

Miserabile vigliacco! Vi ricordate in Omero Paride sfuggito al telo

d'Aiace e piangente al cospetto di Elena? Ma Paride è un vero eroe di

fronte a questo Adone che non sa che piagnucolare all'appressarsi del

suo rivale; ed è tanto preoccupato della sua paura che nemmeno lo tocca

il pianto della Dea che egli ama!

Vi ripeto: se il poema _Adone_ dovesse essere simbolo dell'Italia del

proprio tempo, bisognerebbe spiegare un altro grande miracolo; cioè

come un popolo caduto così in basso abbia potuto trovare delle vie

recondite e meravigliose per rialzarsi.

Fatto è, o signore, che l'Italia si rialzò dal suo grande decadimento

politico, morale ed artistico. Come questo sia avvenuto non è assunto

mio il dimostrare. Il miracolo avvenne; e noi dobbiamo compiacerci

che sia avvenuto, e tanto più quanto la nostra caduta era stata più

miserevole e profonda.

La poesia apparve rinvigorita dalla cultura dell'umanesimo, quando

dietro ad esso vi era il nerbo di una vita forte nazionale consapevole

di sè e degna di un grande avvenire. La poesia mancò completamente a sè

stessa quando non rimasero avanti a lei che dei modelli freddi, non più

animati dai forti spiriti di una vita attuale.

Noi avevamo profusi i tesori della nostra vita arricchendone

le altre nazioni; avevamo comunicate ad esse tutte le forze del

nostro risorgimento; e quella che seguì al di là delle Alpi fu una

resurrezione in molta parte aiutata dall'opera degl'Italiani. Ma le

altri nazioni, accanto e sotto alle spoglie del vecchio umanismo,

sentivano vigoreggiare una giovane vita, e seppero innestare

gagliardamente il nuovo sull'antico.

La Spagna, l'Inghilterra, la Francia, ebbero la loro vita nuova.

Noi, pur troppo, l'avevamo avuta. Nessuna meraviglia quindi che delle

fiorenti letterature sorgessero in quei paesi; e la nostra declinasse e

quasi si spegnesse. Ma quelle nazioni non dovevano troppo inorgoglirsi

e non dovevano dimenticare l'Italia. Noi avevamo dato, per così dire,

l'olio della nostra lampada per illuminare le lampade altrui, rimanendo

quasi al buio. Ma per vie provvidenziali a poco a poco la coscienza

nazionale si rifece anche in noi; si rifece dapprima in forma effimera

ed appena osservabile, poi, a poco a poco, si venne determinando e

rafforzando. La vita tornò ad avere uno scopo civile per l'Italia, e la

sua coscienza si rinnovò.

Ed allora vedemmo insieme alla coscienza della nazione risorgere

la poesia vera. Il _marinismo_ rimase un fenomeno patologico degno

d'essere studiato dagli storici. La poesia italica riprese le sue

grandi tradizioni con Vittorio Alfieri, con Giuseppe Parini, con

Vincenzo Monti. E dico appositamente, anche con Vincenzo Monti, poichè,

per opera sua e del suo gruppo, riannodandosi agli spiriti dell'antico

umanesimo, mostrò come l'anima moderna di tutti i gloriosi ricordi

dell'antico anzichè indebolirsi si fortifichi e trovi in essi un aiuto

alle nuove energie che le abbisognano per dare origine ad un'arte

veramente nuova e vitale.

La vita Italiana nel Seicento Conferenze tenute a Firenze nel 1894 · 第 57 / 92 题