Contro tutto questo esagerare e sconfinare dell'artificio in Italia,
non esisteva un argine sicuro. L'umanismo per sè stesso era stato un
forte coefficente di vita italiana, anzi l'aveva eretta e rialzata a
più nobili ideali; ma questo accadde soltanto fino che perdurarono in
Italia certe date condizioni. Ma pur troppo la vita italiana, voi lo
sapete, decadde miseramente per tante cause che sarebbe fuori di luogo
qui l'enumerare. La vita italiana si venne rapidamente fatturando e
artificiando oltre ogni dire in tutti i suoi elementi. Se voi esaminate
tutti gli strati di questa vita, voi vedrete perchè la cultura dovesse
diventare inevitabilmente un futile fine a sè stessa. L'Italia mancò
al proprio destino, mentre altre Nazioni lo raggiungevano; e avvenne
che tutte le forze residuali di questo grande organismo, invece di
esercitarsi ed effondersi nel bene, si ripiegarono sopra loro stesse,
e in qualche guisa scambievolmente si macerarono e si corruppero.
In tutti gli strati della vita italiana, voi vedete l'artificio e la
falsità. Mancò il gran tentativo del rifacimento religioso, o riuscì
solamente in parte. Mancò in tutto e per tutto il nobile sforzo
balenato a qualche mente generosa della ricostituzione politica; e
noi rimanemmo un paese che non poteva più bastare a sè stesso, perchè
non aveva più un avvenire. Ed è doloroso insieme e curioso il vedere
come, più noi penetriamo nella essenza della vita italiana d'allora,
più risaltano l'artificio e la corruttela che prende il posto del
suo sano e spontaneo svolgimento. Bisogna rifarsi da gli usi della
casa, principiando dalla cucina, dove la droga e il pigmento portano
una specie di guerra micidiale agli stomachi. Certe morti celebri e
poeticamente immaginate (o miseria!) non sono altro che delle morti
di indigestioni. Chi oserà più scrivere romanzi e tragedie pietose
sul fato di Bianca Capello e di Ferdinanda de' Medici? Poi andate su
su per tutte le forme esteriori della vita e sempre e da per tutto si
affaccia il medesimo fenomeno sconsolante. Un povero principe di Casa
d'Este voleva che i suoi figliuoli intraprendessero un viaggio per
l'Italia; dovette rinunziarvi perchè non si riuscì mai a combinar bene
le precedenze nel passo degli usi fra lui e i Principi delle altre Case
d'Italia!
A questa vita affatturata, ammanierata e finta, doveva corrispondere
una falsa poesia, perchè la poesia, non bisogna mai dimenticarlo, è
il riflesso ingenuo, spontaneo delle condizioni morali di un popolo.
Questa poesia che non aveva più grandi ideali da cantare, dovette
profondere i suoi tesori di melodia e di immagini intorno alle
frivolezze; e più l'argomento era frivolo e più bisognava che il
tono si alzasse, e le immagini si gonfiassero, e i sentimenti fossero
manifestati con goffa ostentazione. Mancato lo scopo civile e lo scopo
religioso; ossia tenuti in basso luogo l'uno e l'altro; subordinati i
grandi e serî uffici della vita alle pompose esteriorità, anche l'arte,
anche la poesia dovevano risentirne; e a tutti gli altri ideali doveva
essere preferito quello della sorpresa; e a preferenza di tutti gli
altri effetti, doveva esserne ricercato uno solo, _lo stupore_.
La poesia del Seicento non è che una continua ricerca di questo unico
intento: _lo stupore_. Il Marino, a buon dritto, fu salutato il grande
poeta dell'epoca, appunto perchè egli diede insieme la poesia e la
poetica del suo tempo.
È del poeta il fin la meraviglia.
Chi non sa far stupir, vada alla striglia.
E fedele a questa sua massima, voi lo vedrete sempre tormentare ed
agitare il suo ingegno di poeta nato (perchè sarebbe ingiustizia grande
il negare che il Marino fosse poeta nato), lo vedrete arrovellarsi
a pungere e a sovreccitare tutte le sue facoltà preziose per non
raggiungere che questa esteriorità: _lo stupore_; per contentare
sempre e solo questa facoltà di secondo ordine: _lo stupore_. Perchè,
bisogna riconoscerlo, o signore, la meraviglia, lo stupore se non
s'accompagnano ad un grande e nobile sentimento, per sè stesse hanno
qualche cosa di puerile e di frivolo, e si confondono facilmente
colla curiosità prevalente nelle donnicciuole e nei bambini. Si tratta
insomma di una facoltà umana di second'ordine; e ben a ragione Dante
ebbe a dire che lo stupore “negli alti cor tosto s'attuta.„
E per raggiungere lo stupore, quali i mezzi? I mezzi furono molti
e furono molto ingegnosamente usati; ma prevalsero i così detti
_concetti_. Che cos'è il concetto, poeticamente parlando? Ecco:
una delle grandi magie della tavolozza poetica è il traslato. Ma il
traslato ha in sè stesso una vivacità esauriente, come quello che
rampolla nella nostra fantasia momentaneamente eccitata per l'effetto
di qualche oggetto esteriore o interiore che ci colpisca. Bisogna
dunque che il traslato abbia come una limitazione e una ragion d'essere
fuori di sè stesso. Se per il contrario noi prendiamo il traslato come
punto di partenza e come fine; se moviamo da esso per procedere alla
conquista d'un traslato ulteriore, si forma un soverchio, che ingombra
la nostra fantasia e offende il nostro gusto. La immagine invocata
opportunamente dall'artista per abbellire e dar rilievo all'oggetto
si converte in una specie di miraggio perturbatore, il quale,
frapponendosi fra la mente e l'oggetto, induce effetto contrario.
Permettetemi un esempio usuale. Se io di un bel praticello di
aprile dico che esso è “ridente„ adopro un traslato che corrisponde
perfettamente al caso mio, perchè appunto si collega con quella
vivacità di emozione che la cosa ha risvegliato in me. Ma se,
attaccandomi a questo traslato, ne adopro un altro e dico che i
fiorellini bianchi del prato sono i denti e i fiorellini rossi sono
le labbra manifestanti quel sorriso, ecco che do in una goffaggine che
abbuia e distrugge l'effetto per cui ho adoprato la prima metafora.
Orbene di queste goffaggini fecero la loro delizia e il loro vanto
continuo i poeti seicentisti; ed a tutti loro andò di sopra per
ardimento, per audacia, per maliziosa abilità tecnica Giovan Battista
Marini.
Alle volte si tratta di semplici allitterazioni, di puerili giuochi di
parole:
La vite, onde la vita è sostenuta,
D'ogni calamità fia calamita.
Oppure:
Se il crine è un Tago e son due soli i lumi,
Non vide mai più bel prodigio il cielo,
Bagnar coi soli ed asciugar coi fiumi.
E qui non c'è solo giuoco di parole, ma c'è appunto quella
sovrapposizione e quell'amalgama di più traslati a cui accennavo più
sopra, che distrugge tutta la vaghezza della prima immagine.
Ma il Marino non effuse tutta quanta la sua potenza di poeta nel
giuoco lirico dei concetti. Egli ambì di trattare i diversi soggetti
poetici cogli espedienti dell'arte sua, in modo da potersi cimentare
coi poeti più insigni che lo avevano preceduto. E qui egli manifestò,
ottenendo un infelice primato sovra i suoi contemporanei, la mancanza
di ogni misura, dandoci nel modo più rilevato il secondo carattere del
Seicento; voglio dire, oltre l'artificiosità, l'intemperanza.
Confuse lo sfarzo colla forza; confuse l'abbondanza tumultuaria colla
ricchezza vera. Il dire una cosa venti, trenta volte, parve a lui vanto
migliore che il dirla una volta sola sobriamente ed efficacemente.
Non si stanca mai di amplificare, di gonfiare, di esagerare. E quando è
arrivato al vertice della sua infelice piramide, come quel re Salmonèo
che voleva imitare Giove, lampeggia e tuona a tutto andare. Ma se
guardate bene per entro al bagliore e al fumo, troverete un concettino
che mette il burlesco accanto all'elefantesco, accanto al mostruoso il
puerile.
Questo il Marinismo ne' suoi punti più decisivi e più caratteristici.
Riprendiamo gli esempi. A dare un'idea del grandioso i veri poeti
dell'antichità ci avevano avvezzato con tocchi rapidi ed efficacissimi.
Ricordatevi Dante che ci mette davanti vivo e scolpito un gigante
smisurato:
E com'albero di nave si levò;
oppure ci fa vedere la statura orrenda e gigantesca di Lucifero con due
versi:
E più che ad un gigante io mi convegno
Che un gigante non fan colle sue braccia.
Il Marino si accinge ad emulare questa potenza di rappresentazione
e si illude di riuscirvi, profondendo a piene mani gli epiteti più
significativi pigliati alla rinfusa da tutto ciò che può associarsi
all'idea di grandezza smisurata. Ecco una sua descrizione a proposito
d'Apollo che prostra il serpente Pitone:
Già l'ingordo Piton, che avea pur dianzi
Co' fiati ardenti e con gli acuti fischi
Secche le selve, impoveriti i prati,
Decisi i fiori e consumate l'erbe,
E con la bocca e con la lingua immonda
Distrutti i fonti ed asciugati i fiumi,
Infetta l'acqua ed infamati i lidi,
Con un bosco di strali in su la scorza
Per man del biondo Dio giacea trafitto.
E il superbo Cadavere che, ancora
l'ali e la fronte orribilmente adorno
D'aurate conche di purpuree creste
E l'aspra coda e lo scoglioso tergo
Tinta di nera e squallida verdura,
La foresta cuopria di fiera pompa,
Svolte le immense e smisurate spire
Distesi gli orbi e rallentati i nodi,
Sotto il suo vasto sen lo spaziò intero
Occupato tenea di cento campi.
Il verso di Dante ci ha dato una pittura viva; i diciannove versi
del Marino ci danno una farraggine di particolari sconfinata ed
inverosimile, che lascia la nostra fantasia fredda e vuota.
E questa sua emulazione nei temi ove meglio prevalsero i grandi poeti
che lo avevano preceduto, è realmente un suo infelice proposito.
Infatti egli non tralascia nelle lettere che scrive agli amici di
vantarsi d'aver messo il piede dove l'avevano messo i poeti grandi suoi
predecessori, e di essersela cavata con molto onore! Per esempio, egli
scrive all'Achillini che è molto contento del suo idillio _L'Orfeo_,
e che gli pare di averlo trattato in guisa che egli non abbia a
scapitare, per quanti poeti, e sono tanti e così insigni, si possano
ricordare che hanno trattato il medesimo soggetto.
Alla mente qui subito si affaccia, come una ironica condanna, quel
gioiello d'ispirazione e di freschezza poetica che è l'_Orfeo_ del
Poliziano. Voi ricordate certo la semplicità melodica, l'effusione
passionata e schietta del lamento di Aristeo:
Udite selve mie dolci parole
Poichè la bella Ninfa udir non vuole!
La bella Ninfa sorda al mio lamento
Il suon di nostra fistola non cura;
Però si lagna il mio cornuto armento
Nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
Nè toccar la tenera verdura,
Tanto del suo pastor gl'incresce e duole.
Udite selve mie dolci parole Poichè la bella Ninfa udir non vuole!
Ebbene, al Marino pareva di aver fatto qualche cosa di meglio
dell'_Orfeo_ del Poliziano! Ed io vi darò per tutto saggio dello stile
alcuni versi nei quali descrive la fuga di Euridice. Euridice fugge
davanti al pastore Aristeo, che ha cercato invano di espugnare il
suo cuore con un interminabile e stucchevolissimo lamento. La bella
Ninfa per tutta risposta, si mette a fuggire e incontra la morte,
perchè, come sapete, trovò per istrada il serpente che la punse e la
mandò al di là delle acque di Lete dove lo sposo doveva poi andare a
riconquistarla. Ecco ora come il Marino descrive la fuga di Euridice:
Facean le bionde trecce
(Amorosi trofei de' bianchi ordegni)
Lacerate, grondanti ai negri busti
De le ruvide querce aurei monili;
E volando d'intorno
A quelle belle e lucide catene
Vi restò prigionier più d'un augello....
Che ne dite, o signore, di questi capelli della Ninfa convertiti in un
paretaio?