(1565-1635)
CONFERENZA
DI
OLINDO GUERRINI.
_Signore e Signori,_
Ricordo che, alcuni anni sono, tenni questa Società di letture a
battesimo, facendo un poco di prefazione alle dotte ed applaudite
conferenze che vennero di poi. Mi rivolsi specialmente alle Signore,
scongiurandole a prendere sotto la protezione loro la associazione che
nasceva, perchè le donne sono il sale che conserva le instituzioni
e perchè il loro buono e santo istinto materno protegge ed alimenta
i nati da poco. E mi compiaccio con amore di padrino di rivedere
così prospera la figlioccia e mi congratulo con lo squisito gusto
fiorentino e con la costante ed affettuosa gentilezza delle dame le
quali crebbero e mantennero amorosamente questa società che oramai ha
una storia gloriosa, mentre tante altre sorelle sue italiane dormono
o cloroformizzate o morte. E di questo titolo di padrino mi glorio
e mi valgo per raccomandarmi ancora alla vostra cortese ed ambita
benevolenza, poichè io e l'argomento che tratto ne abbiamo troppo
bisogno.
Alessandro Tassoni, di cui debbo intrattenervi, nacque e visse in tempi
di così basso decadimento che peggiori non potranno farci vergogna
mai più. L'Italia non fu mai più serva, più abietta, più fracida.
La religione degli avi, la religione santa e pura, per la quale da
San Francesco al Savonarola tante anime avevano spasimato sino al
delirio, era morta allora allora, affogata nel Concilio di Trento, e
la Compagnia di Gesù cresceva già lieta di trionfi terreni, e Filippo
II, laudando le pie ed atroci carneficine del duca d'Alba, accendeva
i roghi benedetti da Pio V, non Pontefice ma Inquisitore, e Carlo
IX assassinava con la sua mano i sudditi acattolici la notte di San
Bartolomeo. Dalle anime sgomente esulava la fede cedendo il posto alle
piccole divozioni, alle sottigliezze della casuistica, alle reliquie
diventate talismani, al meccanismo rituale e cerimoniale delle pratiche
esterne. Si dimenticava il Vangelo e si diceva il Rosario, e Giordano
Bruno e Lucilio Vanini erano arsi pel delitto di pensare, e Galileo
Galilei era costretto ad abiurare e a rinnegare la scoperta verità.
Nè a tanti mali, se pure l'avessero voluto, potevano metter riparo i
Pontefici, avviluppati come erano in troppe cure terrene, interessi
di nipoti, contese con principi, difficoltà di governo in uno Stato
impoverito dai balzelli, guasto dai banditi che nemmeno le innumerabili
forche di Sisto V poterono sterminare. E tutta l'Italia era così, se
non peggio. Napoli e Lombardia, dominio spagnolo, eran spremuti da
Governatori o da Vicerè avidi, imbroglioni, prepotenti, il cui potere
dipendeva dall'instabile capriccio di una corte, dove l'autorità non
era che insolenza violenta. Le piccole dinastie agonizzavano nei vizi,
come i Gonzaga e i Della Rovere, impiccolivano nei raggiri come i
Medici, diventavan bastarde, come gli Estensi. Decadeva Venezia che
vide la pelle del suo eroico Bragadino appesa all'albero di una galera
turca, portata a ludibrio sui mari, mostrata a vergogna lungo le coste
che furon già di San Marco. Gli Uscocchi corrono il Golfo impuniti,
Dragutte infesta il Mediterraneo e i Turchi scendono in Italia a
saccheggiare le città ed a bruciarle, facendone schiavi gli abitatori.
Era troppo e la virtù latina fu costretta all'ultimo sforzo di Lepanto,
dove tanto sangue e tanto valore furono gloriosamente ma inutilmente
prodigati. Le galere trionfatrici non erano ancora tornate al porto e
già le vele degli infedeli erano in vista del lido italiano. Pochi anni
dopo, Manfredonia e parecchie altre città erano arse dai Turchi e le
belle latine rapite veleggiavano per l'harem del Gran Signore.
Solo il Piemonte era immune da tanta lue. Chiuso tra la Francia e il
dominio spagnolo, era costretto a viver sempre con l'orecchio teso
e l'armi pronte. La razza forte, l'ambizione tenace dei principi, la
potenza pericolosa dei vicini, lo costringevano alla vigilanza assidua,
della sentinella che sa di aver presso il nemico e, in simile attesa,
nè un soldato nè un popolo possono addormentarsi. Emanuel Filiberto,
indi Carlo Emanuele, non pensarono che a negoziati ed armi, e guatando
oltre i confini, meditarono e prepararono accrescimenti di spazio e
di potenza, non paurosi della formidabile arroganza spagnuola, non
disavveduti tra le insidie degli ausili francesi. Il pericolo educava
alla fortezza e nel laido sfacelo della Italia di quel tempo, unica
regione non putrida fu quel Piemonte al quale si dovette poi in gran
parte il miracolo della risurrezione di un cadavere, l'unità d'Italia.
Nè la morale aveva di che invidiare alla politica. Se i re
assassinavano i sudditi, c'erano assassini anche pei re, e il Clément
uccise Enrico III e il Ravaillac, Enrico IV. Il pugnale non faceva
orrore nemmeno a Roma e frate Paolo Sarpi lo seppe. Era il tempo
dei bravi assoldati per servire l'iniquità dei signori, era il tempo
dei duelli mortali per quistioni di preminenza e di etichetta; era
il tempo dei banditi, della immoralità bestiale trionfante dovunque
fosse potente e prepotente. Immoralità in alto e in basso, poichè il
popolo si lorda di delitti atroci e di vizi turpissimi non soffocati
dal capestro e dal rogo, e la nobiltà ci offre la tragedia dei Cenci,
e Bianca Cappello è granduchessa di Toscana. Venezia è piena delle
orgie e della crapula in che abbrutiscono i discepoli dell'Aretino;
i conventi, come quello di suor Virginia de Leva, sono scuole di
lussuria e di veneficio; le Corti d'Urbino e di Mantova, già onore
della gentilezza italiana, non hanno più gentildonne ma cortigiane, e
in tutta Italia trionfa la brutalità più lurida, la perversione degli
istinti più sfacciata.
L'arte stessa è tutta una rovina. Michelangelo e Tiziano si
sopravvivono e in questi anni si spegne la loro geniale decrepitezza;
ma da loro e per loro nascono la corruzione, l'esagerazione, la
falsità. L'energia diventa contorsione, l'audacia stravaganza, e
impera oramai il barocco tumido e vuoto, che non ha più espressioni ma
smorfie. Le lettere, malate del gongorismo imbecille che infierisce su
tutta l'Europa, impazziscono nella ricerca di stranezze inaudite, nella
caccia puerile ai concetti sbalorditivi, alle freddure scempiate, e il
Marino è l'astro maggiore di questo povero cielo, dove l'Achillini,
il Preti e mille altri, anfanando dietro alle vesciche sonore, alle
ampollosità bislacche, sperano di meritare un posto alla lor volta.
L'artificio e la falsità si accoppiano, e dalle nozze nefaste nascono i
mostri che ora ci muovono al riso o alla noia mentre allora destavano
l'ammirazione sincera di un pubblico di matti. Solo la musica,
vellicatrice degli orecchi avidi di nuove lussurie, rallegratrice delle
feste o rinnovata compagna delle pompe ecclesiastiche, la musica che
non fa paura nè ai governi nè alla Inquisizione, esce di nido in quei
giorni e comincia a spiegare il dilettoso volo. Ma tutto il resto non
è che un mucchio di oscene macerie, un enorme sterquilinio in cui male
si cercherebbe una piccola perla. Religione, politica, costumi, arte,
tutto è lezzo di corruzione, fracidume di cimitero.
Tali furono i dolorosi tempi in cui visse Alessandro Tassoni, il quale
ebbe anche nemica la fortuna in questo, che nato (1565) da una famiglia
di buona nobiltà e già ben fornita di censo, al suo avvento nel mondo
la trovò spiantata. Così, orfano di buon'ora, le sue prime impressioni
della vita non dovettero esser piacevoli certo ed i suoi più antichi
ricordi d'infanzia dovevano condurgli in mente un lungo e malauguroso
andirivieni di avvocati, di procuratori e di notai che, rodendo le
ultime briciole della fortuna sua, infestavano la casa con allegazioni,
libelli e liti senza fine. Triste infanzia non consolata da carezze
materne, non protetta da vigile affetto di padre, che dovette lasciar
nell'anima del Tassoni quel sapore amaro che gli sale tante volte alle
labbra mal curvate al sorriso. La povertà fin d'allora gli fu compagna
assidua ed anche quando riuscì per poco a tenerla lontana, ebbe
sempre meno pecunia che desideri ed aspirazioni. Finalmente spuntò il
raggio della fortuna anche per lui e raccolse una eredità che lo mise
nell'agiatezza; finalmente! Ma egli aveva tanto usato dello scherno
e dell'ironia che i fati gli reser la pariglia. L'eredità aspettata e
benedetta gli capitò solo pochi giorni prima della morte.
Tanto però gli restava, da giovane, che potè studiare, prima in patria,
poi girovago in varie Università italiane. Fu a Bologna, a Ferrara, a
Pisa e forse altrove, finchè, addottorato, ritornò a Modena. Pare che
a Bologna gli si appiccasse il malo morbo di compor versi, o almeno
i primi che ci restano di lui vengono appunto di là e sono gonfi,
idropici di bisticci e di arguzie come li voleva la moda, poichè
corteggiando in un sonetto certe signore Orsi, madre e figlia, le
paragona all'Orsa maggiore e minore, e altrove, poichè piovve durante
il funerale di una bella signora, esclama:
Velò di nubi il sol, versando al basso
Lagrime amare in doloroso nembo
E sospiri esalò con tutti i venti.
Queste scioccherie delle nubi che piangono ed altrettali parevano
allora squisitezze, ma il Tassoni che aveva il gusto fine e molti
studi, presto se ne ritrasse, nè lo si vide più cadere in simili
sguaiataggini. Era però caduto quasi in miseria e gli era pur forza
trovare qualche occupazione che gli desse profitto. In tali casi, pei
gentiluomini pari suoi, spiantati e letterati, la via era indicata
dalla tradizione: il servigio dei principi. Già gli umanisti avevano
rimesso in moda Mecenate ed Augusto e servirono in corte senza
sentirsene umiliati. Gli esempi di Orazio e di Virgilio scusavano
tutto, fino la domesticità, e la divinità delle lettere non lasciava
sentire nemmeno le offese alla dignità personale. L'esempio del
commendatore Annibal Caro era recente e in quelle pompose corti
del seicento erano numerosi i gentiluomini poveri e talora gli
avventurieri, diventati ricchi e potenti. Perciò il Tassoni si acconciò
al servizio del cardinale Ascanio Colonna, figlio di quel Marcantonio
che aveva onorato il nome italiano a Lepanto; principe ricco e
splendido, è vero, ma bizzarro perchè malsano, imperioso perchè conscio
della grandezza della sua casa, insofferibilmente superbo perchè
educato in Spagna, spagnolo nell'animo e, nell'alterigia, imitatore ed
emulo di quella nobiltà.
Il Tassoni lo servì in qualità di segretario, con diligenza se non con
affetto. Lo seguì in Spagna e di là tornò parecchie volte in Italia
per affari del suo padrone che era stato creato vicerè d'Aragona. Ma se
non si guastò col cardinale, si guastò colla Spagna; e da quell'epoca
comincia l'avversione, anzi l'odio feroce del Tassoni contro la nazione
che preponderava allora in Italia. Egli che poco tempo prima in un
sonetto un po' pretenzioso aveva pur pianto la morte di Filippo II,
scaraventò due sonetti, l'uno più lurido e sucido dell'altro, contro
Madrid e Valladolid, infamandone l'aspetto, i costumi e le donne.
Semplice antipatia non dovette essere, e facilmente il bizzarro
poeta che era pronto al risentimento, tra quella nobiltà superba e
dominatrice dovette ricever qualche urto le cui lividure gli rimasero
per sempre.
Si congedasse egli dal cardinale, come crede il Muratori, o lo servisse
fin che lo vide morire, come pare al Tiraboschi, certo è che quelli
furono gli anni della sua attività letteraria più feconda, gli anni
anzi in cui concepì, o cominciò, o scrisse le sue opere maggiori,
tenendo onorato luogo nelle Accademie dei Lincei e degli Umoristi.
Forse, servendo così splendido padrone, aveva raggruzzolato qualche
peculio, poichè per qualche tempo non volle nuove catene e visse a suo
modo studiando, scrivendo e litigando, libero, bizzarro e mordace,
non risparmiando invettive e libelli ai suoi avversari che non ne
risparmiavano a lui e dimenandosi in queste baruffe ora elegantemente,
ora trivialmente, ma sempre con un non so che di originale, di tutto
suo, che lo leva in alto anche come polemista tra la turba de' suoi
coetanei competitori. Ma questi bei giorni di libertà non potevano
durar molto. La necessità picchiava all'uscio e bisognava trovare un
nuovo padrone e una nuova catena.
Forse il suo aborrimento verso la Spagna gli persuase di cercar
servizio presso la corte di Torino, poichè il duca Carlo Emanuele
era il solo principe italiano che avesse l'ardire di resistere alla
prepotenza spagnola. Ma se Carlo Emanuele era allora il principe più
illustre d'Italia e non alieno dalle lettere, stimava più i soldati
che i letterati. Resisteva alla Spagna, è vero, e la combattè spesso,
ma non dimenticava la politica tradizionale della sua casa e, dietro
sè, teneva sempre una porta aperta alla ritirata, volendo esser
libero di cambiare parte e bandiera secondo l'interesse suo e de' suoi
richiedeva. Irrequieto, impetuoso, avvolto sempre in guerre infelici
che gli rodevano il tesoro, non poteva essere Mecenate troppo splendido
e, pel Tassoni specialmente, sciolse di rado e di malavoglia i cordoni
della borsa. Poetava anch'egli in italiano, in francese, in spagnolo,
in piemontese e cantava:
Italia, ah, non temer! Non creda il mondo
Ch'io mova a' danni tuoi l'oste guerriera,
egli che trovava la famosa formula del carciofo italiano che vuol
esser mangiato foglia per foglia, e i suoi successori lo mangiarono
così bene! Ma il peggio è che si dilettava sopratutto di poesie
satiriche e, mietendo così appunto nel campo del Tassoni, è naturale
che lo guardasse un po' di traverso. Infatti in tutta la condotta di
Carlo Emanuele verso il Tassoni si sente una freddezza che spesso pare
antipatia e qualche volta canzonatura. Ordinò che gli fossero pagati
dugento scudi, ma da levarsi dalle entrate che la Casa di Savoia
aveva nel regno di Napoli. Ora gli Spagnoli che tenevano il regno,
non pagavano affatto, e nessuno meglio del Duca lo sapeva, per cui il
dono dovette parere al Tassoni un pessimo scherzo. Altre provvigioni
sfumarono così, finchè fu messo come gentiluomo presso il cardinale
Maurizio di Savoia, giovane splendido, anzi prodigo, che dovette esser
cagione di buone speranze al povero poeta. Ma ahimè, il cardinale
prodigo con tutti fu avaro col Tassoni pel quale anch'egli sembra aver
provato una certa avversione. Complimenti e promesse ne largì senza
fine, ma quattrini pochi o punti.
Il Tassoni tirava innanzi alla meglio col suo cardinale in Roma quando
fu richiamato a Torino (1620). Nuove speranze, poichè l'ufficio di
segretario cui era destinato, apriva l'adito a miglior fortuna; ma
all'arrivo, il duca gli si mostrò freddo, anzi avverso. Il poeta
aveva lo scilinguagnolo sciolto e la lingua lunga e bene affilata, per
cui si può ben credere che trattato e pagato a quel modo, ne dicesse
delle sue. Il duca inclinava di nuovo alla Spagna, ed al Tassoni, che
protestava del contrario, erano attribuite le ferocissime _filippiche_;
sì che i competitori del poeta al posto di segretario, ingrossando
tutte queste faccende, fecero sì che anche l'ufficio sperato gli fosse
negato. Dovette tornare a Roma dal cardinale che lo accolse male e lo
pagò peggio, così che il Tassoni, perduta la pazienza e la speranza,
sciolse il freno alla lingua e scrisse un certo oroscopo mordacissimo
del suo padrone che gli valse il congedo e un breve esilio da Roma.
I sogni ambiziosi erano così finiti e il Tassoni dovè cercarsi, non
più un principe, non più una corte, ma un cardinale qualunque pur
che pagasse; e l'eminentissimo Ludovisi pare che fosse buon pagatore
poichè il Tassoni lo servì per sette anni, in capo ai quali, morto il
cardinale, si ridusse in patria a servire il duca Francesco I, ai cui
stipendi morì nel 1635. Ultimi anni in cui il Tassoni schizzò fuori
tutto l'aceto e il fiele di cui si era abbeverato nella passione della
vita, ultimi anni, torbidi per polemiche feroci, che per poco non
finirono a coltellate. Un frate almeno ne riportò un carico di legnate
solenni. E chi sa con quanta amaritudine il poeta moribondo riandò la
vita sua così sciupata e si dolse di non aver colto più ricchi frutti
dall'ingegno grande! Ed ecco, ultima ironia della fortuna, egli che
aveva ramingato, servito, scritto tanto per fuggire la miseria, ecco,
poco prima di morire, quando il denaro non serve più a nulla, eredita e
diventa ricco. Tristi tempi e triste vita che devono farci intendere e
scusare quel che nel Tassoni vorremmo di più generoso, di più delicato,
di più buono.
Come scrittore, la prima cosa di lui che vedesse la luce fu una _Parte
dei Quesiti_ che protestò edita contro sua voglia e che corresse ed
ampliò in seguito sino a farne i dieci libri dei _Pensieri diversi_.
Ivi ragiona di tutto, di astronomia, di fisica, di politica, di
morale, di letteratura, capricciosamente, e con quella ricerca della
singolarità che non è impronta di cervello originale, ma artificio
freddo e voluto per attirare le occhiate; quel che oggi dicono _posa_.
L'argomento di molti pensieri è pensatamente stravagante, come là dove
ragionando di cose fisiche cerca perchè il pane sembri più bianco
freddo che caldo o il biscotto sia più duro caldo che freddo. Tra i
pensieri di cose naturali si cerca perchè incanutiscano i vecchi,
perchè non nascano peli verdi, perchè le donne non abbiano barba,
perchè i gamberi camminino all'indietro, perchè fossero create le
mosche. Per la morale, si chiede perchè chi si vergogna tenga gli
occhi bassi, perchè le donne vadano vestite di lungo (dice press'a poco
che è per nascondere le gambe storte), perchè si amino anche le donne
brutte e finisce col sostenere che il mestiere di boia non è infame;
e per la letteratura, basti che egli addenta caninamente Omero, al
quale, in più luoghi, antepone il Tasso, e mette in burla il Villani
al quale, come stilista, preferisce il Guicciardini. E tutti questi
pensieri, la cui enunciazione è ora buffa, ora paradossale, sono
mescolati con altri più gravi e seri, ma sono svolti tecnicamente lo
stesso, cioè con un apparato d'erudizione greca e latina che pesa come
un monumento. Il vero pensiero dell'autore si coglie difficilmente,
avviluppato com'è da cento allegazioni e citazioni, annegato in un
mare di testi odiosi e noiosi, in cui si sente troppo l'ostentazione.
Anche Michele Montaigne, prima di lui, aveva proceduto con lo stesso
metodo ne' suoi meravigliosi _Saggi_ e forse il Tassoni non lo ignorò;
ma quale immensa distanza tra il moralista benevolmente scettico e il
pedante che affetta ghiribizzi eruditi, conditi spesso da una ignoranza
e da una credulità, anche per quei tempi veramente calandrinesca! Il
Tassoni infatti credeva all'astrologia, all'alchimia, agli oroscopi
ed alla pietra filosofale; credeva che i corpi dei fulminati non si
putrefacessero, perchè lo dice Plutarco, e che l'anno sessagesimoterzo
fosse climaterico o pericoloso, perchè l'imperatore Augusto lo credeva.
I _Pensieri_ riveduti e accresciuti, vennero in luce quando gli studi
copernicani erano nel primo fervore e il Galilei spiegava già i nuovi
sistemi. Se la bizzarria del Tassoni fosse stata vera e non affettata,
la novità lo avrebbe subito sedotto; ma invece egli, Accademico Linceo,
sostiene ancora che la terra è immobile e mobile il sole, rifriggendo
i vecchi testi tolemaici e biblici in un lungo e verboso ragionamento
che ricorda quello di don Ferrante sulla peste nei _Promessi Sposi_. Il
libro fu accolto da un sordo brontolìo, foriero di prossime burrasche,
ma non suscitò polemiche o risposte. I filosofi inorridirono del poco
rispetto usato verso Aristotele che allora era testo infallibile, gli
eruditi arrabbiarono per le insolenti beffe ad Omero, i letterati ed i
linguisti inferocirono per le canzonature alla lingua del trecento, ma
per allora tacquero. I tempi non erano maturi e il libro, forse, non
ebbe gran voga.
Ma se i _Pensieri_ passarono in silenzio, non fu così delle
_Considerazioni_ sul Petrarca, scritte in gran parte viaggiando col
cardinal Colonna. Il Tassoni, rivedendo le chiose del Castelvetro,
altro bizzarro ingegno modenese, più secco ma più serio del Tassoni,
chiosava alla sua volta alcune rime. Qua e là era qualche osservazione
mordace, come: “questa non mi pare comparazione da invaghirsene„
oppure “questi son due quaternari da far venir l'asma a chi non
ha buon petto„; ma a noi, ora, queste non paion punture da levarne
strilli disperati. Altre e ben più gravi discussioni e critiche hanno
assalito idoli più venerati del Petrarca, e oramai ci abbiamo fatto
il callo; ma allora non era così. Bisogna pensare a quel che era il
Petrarca nel concetto dei letterati di quel tempo, arca santa che non
si poteva toccare, Adonai venerando di cui si poteva appena pronunciare
il nome tra due genuflessioni. Il dubbio solo, come in religione, era
eresia e sacrilegio, e quelle _Considerazioni_ che a noi sembrano, ora
lambiccate e cavillose, ora giuste e calzanti, parvero un sovvertimento
della santità della tradizione e della ragion poetica, un nero delitto
di lesa maestà. Un Giuseppe degli Aromatari, sotto il nome di Falcidio
Melampodio, rispose criticando le osservazioni del Tassoni, il quale,
alla sua volta, sotto il pseudonimo di Crescenzio Pepe, si difese.
Replicò l'Aromatari, inspirato ed aiutato dai devoti del Petrarca
scandolezzati, e il Tassoni, col nome di Girolamo Nomisenti, mise
fuori un volumetto che intitolò la _Tenda rossa_, dove, rotto ogni
freno, inveì fieramente contro le idee e le persone, assalendo e
mordendo senza riguardi. La discussione letteraria si era così per via
inacidita ed invelenita fino a ricordare le invettive degli umanisti
e, diventando più piccina, era diventata più feroce. Non avevano
certo i letterati d'allora la tempra dura del Poggio e del Filelfo,
e i tempi diversi e gli occhiali dei revisori nol consentivano, ma il
lievito c'era, e basta ricordare le contese del Marino col Murtola e
con lo Stigliani, in cui si sparse sangue. Ad ogni modo l'Aromatari
si tacque, perchè aveva la lingua meno aguzza del Tassoni e minor
coltura, ma rimase un lungo strascico di rancori e di libelli infami
pei quali un Bisaccioni fu carcerato e il conte Brusantini inspiratore
e collaboratore di costui, se fuggì al bargello, non fuggì alla
vendetta atroce del poeta che lo infamò col nome di conte di Culagna
nella _Secchia Rapita_. Il Tassoni ebbe il disopra perchè più ardito e
perchè più dotto, come si vede dallo studio sui poeti provenzali che
egli fece, cosa rara allora, per trarne chiose e confronti alle rime
del Petrarca; ma a poco a poco i libri incendiari andarono a dormire
sotto la polvere delle biblioteche. Tuttavia l'idolo, se non era caduto
infranto, aveva però perduto l'aureo nimbo della santità impeccabile.
Il Petrarca tornò fin d'allora qual era, uomo e poeta. E se il Tassoni
rimpicciolì troppo la contesa e non vide quel che di alto e di severo
poteva derivare da una discussione ragionata e ragionevole, ebbe però
il inerito di scuotere, sia pure per capriccio, per umor nero, per
bizza, il fastidio di un culto cieco che addormentava nella noia la
lirica italiana.
Di altre sue opere minori è inutile dire. Le _Considerazioni_ sul
vocabolario della Crusca che vanno sotto il suo nome, non sono sue, ma
dell'Ottinelli, come provò bene il Muratori e come del resto si sento
bene dalla mancanza di causticità e di punte in quel libro pregevole.
Il Tassoni avrebbe fatto un volume di motti e di arguzie, non un posato
e serio studio lessicografico e d'altronde, essendo Accademico della
Crusca, non avrebbe voluto dar troppe noie ai colleghi, già nel poema
abbastanza stuzzicati. Anche le _filippiche_, biliose e furibonde
diatribe contro la Spagna e gli Spagnoli, non sono forse tutte sue, od
almeno egli, o per interesse o per paura, le rifiutava, e d'altronde
sono opera più politica che letteraria. Il suo capolavoro, al quale è
ormai tempo di venire, è la _Secchia rapita_, poema pel quale il suo
nome fu e rimase glorioso, meritamente.
Tutti sanno quel che sia la _Secchia rapita_ e non importa raccontarla.
Solo è da notare che si può dividere in due parti. Nella prima sono
descritte le zuffe tra i Bolognesi e i Modenesi a proposito _d'una
infelice e vil secchia di legno_ tolta per forza; passati in rassegna
le genti ed i capitani con un lusso di cognomi regionali che dovette
contribuire assai alla voga del poema; narrate le ambascierie, messo in
caricatura il concilio degli Dei, l'assedio di Castelfranco, insomma
beffeggiato, stravolto, parodiato, il contenuto eroico dei poemi
cavallereschi. Nella seconda parte e specialmente nei canti VIII, IX,
X ed XI, prevale invece l'elemento schiettamente comico che si svolge
come episodio sproporzionato nei canti del cieco Scarpinello e nelle
avventure del conte di Culagna che diventa protagonista. Il Tassoni
disse di aver trovato una nuova forma di poema, e invero il suo è il
primo dove per deliberato proposito, in un tutto organico, primeggi
e domini la comicità. Egli diceva che nell'opera sua era un innesto
dell'eroico col comico, e così dicendo stabiliva forse la divisione
del poema in due parti, cui si è accennato. Infatti nel canto VI, per
esempio, poche sono le facezie e, salvo che in alcune ottave, leggiamo
un frammento di poema serio: ma tuttavia il ridicolo penetra da per
tutto e l'intonazione burlesca non lascia mai in pace l'ascoltatore
anche quando si crede tra i paladini.
Per questo il poema era veramente una novità e gli antecedenti che gli
si possono trovare non gli levano quel che ha di originale. Non importa
risalire alla _Battaglia delle vecchie con le giovani_ del Sacchetti o
disseppellire la _Nanea_ o la _Gigantea_ o la _Contesa di Parione_ per
questo. Già accenni alla canzonatura de' propri eroi se ne trovano nel
Pulci, nel Boiardo e nell'Ariosto e non pochi; ma sono sorrisi e non
risate, incidenti, episodi, non intenzioni principali e sostenute. Più
vicini alla _Secchia_ sono l'_Orlandino_ del Folengo, dove il ridicolo
è cercato nella trivialità del turpiloquio erotico e scatologico,
l'_Orlandino_ frammentario dell'Aretino dove c'è il travestimento dei
paladini in gaglioffi e non altro, la _Vita di Mecenate_ del Caporali,
conosciuta certo dal Tassoni, che è piuttosto una sfilata di capitoli
bernieschi che un poema organico, e forse il _Poemone_ del Bardi,
poichè il Tassoni ne conobbe l'autore (_Secchia r._ XII, 15), scherzo
idiomatico e noioso in cui la festività è affidata alla parola, non
al concetto. Ma se può dirsi che qualcuno di questi poemi sia stato
presente agli occhi della memoria del Tassoni, certo l'influsso fu ben
tenue e a troppe sottigliezze condurrebbe il cercarne le tracce.
L'inspirazione la trasse dal suo tempo e l'indole del suo ingegno
fece il resto. In quella putrefazione di ogni cosa bella e grande,
che poteva fare un uomo della sua tempra? Ridere; amaramente,
velenosamente, ma ridere. Le forme invecchiate si canzonano volontieri,
le mode antiquate destano l'ilarità e il poema cavalleresco era oramai
decrepito. Dove trovar più gli ingenui ascoltatori delle imprese
d'Orlando in un secolo malizioso, in un paese nel quale è spenta sino
l'ammirazione istintiva della forza, del valore, della generosità,
poichè non ha soldati se non forestieri, principi se non vigliacchi? E
la produzione di poemi eroici dopo il Tasso era stata così eccessiva
da diventar seccatura e render necessaria la natural reazione del
ridicolo. Molti lo sentirono e meglio di tutti il Cervantes che ebbe
ben altra e più geniale tempra ed altezza di cuore che non il Tassoni,
quando faceva ardere la libreria del suo eroe, condotto in mezzo a
cento eroicomiche avventure ad una dolorosa vendemmia di bastonate.
Il Tassoni conobbe il _Don Chisciotte_, e il conte di Culagna nel suo
duello col romanesco Titta, reca
Il brando famosissimo e perfetto
Di Don Chisotto e il fodro ha il suo padrino.
Ahimè, no, questo è inverosimile! Troppo sarebbe pesata la spada
del buon Cavaliere della Trista Figura alle mani ignobili del conte.
Don Chisciotte è una idea, il conte di Culagna una persona, anzi una
personalità. Don Chisciotte è ridicolo, ma non vile; pazzo, ma non
volgare. Affronta, è vero, i mulini a vento, ma li crede giganti
e, pur credendolo, non ha paura. Si macera in buona fede, attira
le risa e le legnate, ma sempre col cuore alto, con la illusione di
difendere il debole e di onorare la dama. Invece il conte di Culagna
è stomachevolmente vigliacco, bestialmente basso e triviale. In tutto
il poema cerchereste invano una figura che sotto al ridicolo abbia il
cuor nobile e fiero. La stessa Renoppia, che dovrebbe esser la Clorinda
e la Bradamante del poema, non è che una figura senza plasticità,
una Marfisa di stoppa. Sin da principio è deformata con una infermità
ridicola e più avanti riprende il cieco Scarpinello con un linguaggio
sboccato, sconveniente non che ad una gentildonna, ad una vituperata.
Non c'è nemmeno una rassomiglianza lontana, o nella vita, o nelle
opere, tra i due demolitori dei romanzi cavallereschi. Il Cervantes,
soldato valoroso, storpiato a Lepanto, schiavo dei mori, è dignitoso
nella miseria del suo mantello stracciato, mentre il Tassoni, servo
di principi, impiegato di cardinali, è querulo ed amaro lamentatore
della Sua povertà mal celata dal saio del cortigiano o dalla veste
talare dell'ecclesiastico. Il _Don Chisciotte_ non è solo un assalto ad
un genere letterario invecchiato, ma proposizione di una letteratura
nuova, più umana e più vera. La _Secchia_ invece è negativa affatto,
nuova solo nella parte formale, scherzo, bello certamente, ma scherzo
soltanto.
Perchè io non riesco a scoprire i riposti intenti civili e morali che
alcuni videro nella _Secchia rapita_, non parendomi da ciò nè i tempi
nè il poeta. Ci fu chi, vedendo intenti simili un po' da per tutto,
disse che se i contemporanei avessero inteso il Tassoni, il poema non
avrebbe potuto veder la luce. Altri, al polo opposto, negò, non solo
ogni seconda intenzione, ma ogni efficacia alla _Secchia_. I più,
tenendosi ad una via di mezzo, riconoscono qualche effetto, ma negano
l'intenzione.
Si disse per esempio che questi intenti civili sono dimostrati dalla
scelta dell'argomento. Il mettere in canzone una di quelle sciocche
e feroci guerre di città a città che insanguinarono il medio evo,
era mostrare i mali della divisione, la necessità dell'unione fra gli
stati italiani per cacciare lo straniero, era, si direbbe, precorrere
al Mazzini. Esagerazione. Dov'erano più, al tempo del Tassoni, le
lotte tra comune e comune, o anzi, dove erano i comuni, i Guelfi
e i Ghibellini, il potestà, il carroccio e sopra tutto dov'era la
libertà? A chi si rivolgeva egli, al popolo o ai principi? Al popolo no
certamente, poichè il Tassoni non lo capiva che come plebe, e del resto
non ci voleva gran testa per intendere che gli Italiani del seicento
potevano levarsi a qualche sommossa, ma ad una rivoluzione mai. E
nemmeno poteva rivolgersi ai principi, senza forze e senza volontà di
scuotere il giogo spagnolo. Avrebbe quindi predicato al deserto il
verbo della unità nazionale; ma il vero è che all'unità non pensava
allora nessuno, nè il Tassoni, nè il popolo, nè i principi, se pure
nei torbidi sogni dell'ambizione non ci pensava Carlo Emanuele, non per
fare un poema, ma per fare un regno.
Per gli intenti morali che sarebbero nascosti nella _Secchia_ basti
il ricordare l'episodio di Bacco e di Venere, i canti del cieco
Scarpinello e le sciagure coniugali del conte di Culagna. Chi volesse
sillogizzare potrebbe sostenere che l'intento non fu morale, ma
immorale; il vero è che non fu nè l'uno nè l'altro.
No, io non mi posso persuadere che il Tassoni fosse un carbonaro o
un riformatore. Certo che volendo far ridere bisogna pur trovare un
argomento adatto, e gli Dei di Omero e i paladini di Carlo Magno erano
frolli abbastanza per essere cucinati a quel modo. Certo che frustando
a destra e a manca, qualche frustata colpisce chi se la merita; ma
l'intenzione del poeta non era nè politica nè etica, era solamente
artistica.
La _Secchia rapita_ è dunque soltanto un'opera letteraria, una parodìa
indovinata dei poemi cavallereschi, una caricatura dell'Olimpo di
cartone abusato dai poeti, una morsicatura ai cruscanti della rigida
osservanza in quei tempi dell'Infarinato e dell'Inferigno. Tale fu
il primo poema eroicomico, forma facile e volgare dell'arte, segno di
decadimento letterario come la satira e il romanzo, secondo ci mostrano
le letterature decadenti di Grecia e di Roma. I popoli e i tempi hanno
l'arte che meritano, e quando i poeti non cantano più per Mecenate o
per Leone X, ma per la folla, bisogna pure che cerchino di piacerle,
che respirino nell'ambiente suo e che da lei s'inspirino e scelgano
le forme artistiche della decadenza quando la società è decrepita.
Così fece il Tassoni, e l'opera sua rimane come pietra miliare che
segna la civiltà e l'arte di un'epoca, opera di buon gusto, di ingegno
vivo, di facile vena, ma opera di second'ordine. Già, nel suo secolo,
se mancava la fiamma sacra, se gli scrittori insanivano dietro ai
concettini artificiosi od alle iperboli tonanti, la tecnica ad ogni
modo era posseduta a perfezione. A frugare nelle montagne di versi
che ci lasciarono mille poetastri, non se ne trova uno duro, stonato,
enarmonico. Se si potessero gustare i versi come la musica e fare
astrazione dalle parole, la poesia avrebbe raggiunto il suo culmine nel
seicento, tanta è la sonorità musicale che anche nei mediocri si trova.
Ma purtroppo le parole bisogna sentirle e sono troppo noiosamente
sciocche nei più per non sentirne l'uggia. Pochi non impazzirono, e fra
questi il Tassoni, che pure alle bizzarrie era inclinato e da giovane
aveva poetato come gli altri ubriachi. Si mantenne anche nel poema
castigato e naturale e bisogna tenergli buon conto di questa prova di
gusto artistico eccellente, poichè mantenersi immuni dal vizio tra i
viziosi è difficile. C'è più merito ad esser Lot puro in Sodoma che
Aron puro nel tempio.
Il poema ebbe un effetto enorme, maggiore forse di quel che il poeta
avrebbe voluto, poichè ammazzò il poema eroico forandolo proprio nel
cuore, mentre anch'egli meditava e cominciava un _Oceano_ che doveva
cantare le glorie del Colombo. Dopo la _Secchia_ non fu più possibile
e tollerabile in Italia poema che non fosse eroicomico, e tanto
son pecore matte ed imitatrici i poeti, che alla colluvie dei poemi
eroici successe ben presto il flusso degli eroicomici, e l'imitazione
dilagò, valicò i monti e figliò a suo tempo buona prole come il
_Riccio rapito_, il _Lutrin_ e la _Pulcella d'Orleans_. Tutta questa
letteratura vanta per solo padre il Tassoni, poichè le querele del
Bracciolini, che mal gli contese la priorità, furono giudicate, e del
resto lo _Scherno degli Dei_, principe nel regno dei libri noiosi, non
poteva avere e non ebbe effetto alcuno.
Ma la trivialità che nel Tassoni di rado è sguaiata, peggiorò nei
figli e nei nepoti, e quasi subito dopo, vediamo l'incanagliamento
della _Secchia_ nel _Lambertaccio_ del Bocchini che vorrebbe essere
una risposta bolognese al poema modenese e non è che una seccatura
grondante volgarità. Si cade sempre più in basso, come a ruzzoloni
per una scala, lo spirito diventa sboccatura, le frasi si razzolano
in mercato e il comico diventa buffoneria di pagliaccio. Eppure la
storia delle lettere poteva indicare l'esempio della Nencia dove il
rozzo parlare dei villani e la bassezza dei sentimenti sono con tanto
gusto lavorati dall'arte, che lo scherzo talora olezza della soavità
dell'idillio. Ma siamo sempre lì; erano i tempi del Gran Duca Cosimo
II, non quelli del magnifico Lorenzo, e l'arte era come quei tempi la
volevano e la meritavano. E questi furono i tempi, questa la vita,
queste le opere di Alessandro Tassoni. Quel che fosse come uomo lo
dicono l'acredine mordace ed il pessimismo bizzarro, i quali, anche
nello scherzo, ci lasciano la bocca amara. Il perchè è da cercare
così nell'indole come nelle vicende sue di gentiluomo decaduto e
bisognoso, costretto in servitù e inacetito dalle delusioni delle
corti, dalle umiliazioni del servire, dalle lividure della emulazione
e dell'invidia. Un carattere ed una vita così fatti non dispongono
l'animo alla benevolenza, all'amore, al rispetto del proprio simile, e
il Tassoni non rispettò nessuno, nemmeno i preti, coi quali allora non
si scherzava. Conscio del proprio ingegno, si rodeva dentro vedendo
il poco frutto che ne poteva cavare, e quando poteva scioglier la
lingua, la sua parola putiva di fiele. Un altro perchè si può cercare
nell'assenza dell'eterno femminino nelle sue opere e nella sua vita.
Qual poeta, per piccino che sia stato, non cercò una donna per la
rima e pel bacio, madonna Bice purissima e ideale o mona Belcolore
fiorente e tangibile? Ma nel Tassoni la donna si cerca indarno e da
per tutto, specialmente ne' _Pensieri_, trasuda da lui una itterica
persuasione della imperfezione e della inferiorità muliebre, traspare
una antipatica ottusità di sentimento che gli cela ogni fior di
gentilezza. Pare che abbia il gusto malato e pervertito perchè sente
l'odor del concio, non quello delle rose, e l'unica donna che traversa
per poco la sua vita fegatosa è una Lucia Graffagnina, più serva che
druda, la quale lo compromette col Santo Ufficio e gli partorisce il
bastardo Marzio da lui trascurato, riconosciuto, maltrattato, scacciato
e quasi aborrito. Anima arida, cuore di legno, in nessuna pagina delle
sue opere, in nessuna ora della sua vita manda un fioco barlume di
sentimento. Chiuso in tutte le piccole vigliaccherie dell'egoismo,
non ha una frase per la patria o per l'amore che non sia di scherno,
e tanti, minori di lui, l'avevano pure; contorta, affettata, barocca,
ma l'avevano. Solo il riso amaro, il sarcasmo, l'ironia sono nella sua
bocca e i fiori che ci porge grondano di veleno e l'arte squisita è
scelleratamente tentatrice a cose non degne.
Non è questa l'arte da imitare, sia pure nel furore delle polemiche,
non è questa l'arte che è sogno di tutte le anime; che se l'arte deve
esser questa, muoia pur l'arte. Se dobbiamo serrarci in una Atlantide
bieca, dove l'odio vinca la bontà, dove i baci diventino morsicature,
dove tutto goccioli tossico e bava, muoia pur l'arte. Ma non morrà
perchè voi, Donne e Signore, nell'arte ci siete pure per qualche cosa
e gli occhi vostri parlano e dicono: “o non verrà anche per l'arte il
giorno dell'amore?„ E pure il sole ride ancora sui colli verdi d'ulivi
e fragranti di rose: e pure in fondo ai cuori vigila sempre il vivo, il
santo, il giocondo desiderio d'amare; e pure in voi, Donne e Signore,
è sempre l'anima buona e misericorde di Beatrice, di Laura e, nol
dico per male, anche di Fiammetta. Che, dovremo odiar sempre, maledir
sempre, morire come cani arrabbiati mordendoci le viscere a vicenda?
No, voi, Donne e Signore, nol consentirete. Voi non vorrete l'insipido
e perpetuo miele d'Arcadia, ma nemmeno il vituperio di questo livore
giallo che avvelena l'arte e la vita. Non lo vorrete, non lo volete,
poichè nella luce serena de' vostri occhi, ciascuno di noi legge: “Ecco
la primavera. Amiamo!„
LA
VITA ITALIANA
NEL
SEICENTO