Martirio, che può dirsi incominciato segretamente fin da quando tutto
nell'ordine e nel progresso mirabile de' suoi studi lo portava a
confermare e proclamare le verità Copernicane; e tutto, nel triste
ambiente che lo avvolgeva, contrastava e ricacciava indietro questa
libera espansione della sua coscienza scientifica. A Pisa, nella
degna conversazione del filosofo e letterato Iacopo Mazzoni, a Padova
nella altrettanto degna corrispondenza col Keplero, questo sentimento
avea sempre pesato su lui: “non oso„ scriveva al Keplero “non oso
pubblicare quanto potrei su tale argomento; la sorte di quel nostro
maestro mi sgomenta.„ Ma la vittoria del _Nunzio Sidereo_ gli dette
animo, lo sospinse, gl'impose: quel suo prospero viaggio a Roma lo
confortò: il consenso e l'affetto de' suoi seguaci, fra' quali uomini
di Chiesa rispettabilissimi, il favore del giovine Principe e della
madre sua Cristina di Lorena, parvero quasi dischiudergli la via.
E mentre dal pulpito volgari cerretani della pietà profanavano essi
la parola di Dio che accusavano lui d'impugnare, e contro di lui la
appuntavano, vociando “Uomini Galilei, che state voi a guardare nel
cielo?,„ e contro di lui eccitavano la falange de' semplici, de'
timorati e degli ignoranti; egli in lettere, che erano manifesti e
programmi della sua dottrina stupendi, in lettere al padre Castelli
suo benaffetto discepolo, a monsignore Piero Dini, alla granduchessa
Cristina, designava con mano sicura i limiti fra la scienza e la fede:
— rivendicava “ai sensi, al discorso, all'intelletto„ il diritto e
il dover loro di strumenti datici da Dio per conoscere il vero; alla
scienza astronomica il privilegio di essere la libera dimostratrice de'
misteri (sono sue parole) di quella “gloria e grandezza del Creatore,
che mirabilmente si scorge in tutte le sue fatture, e divinamente
si legge nell'aperto libro del cielo„: avere lo Spirito Santo, per
comune sentenza de' Padri e Dottori, raccolta in un'arguta frase dal
dottissimo cardinale Baronio, voluto ammaestrarci “come si vada al
cielo, e non come vada il cielo„: doversi ben guardare dall'erigere
“ad articoli di fede le conclusioni naturali che sono in balía del
senso e delle ragioni dimostrative„; — e protestandosi cattolico
migliore e più provvido che non i suoi detrattori, scongiurava,
come atto malaugurato e funesto, la minacciata condanna del libro di
Copernico. La quale infatti può dirsi avere, nella storia del pensiero,
inaugurato formalmente il dissidio tra la fede e la scienza; tardi,
e inefficacemente riparato dai condannatori stessi, ne' primi lustri
del secolo che ora volge al suo termine, con la cancellazione di quel
marchio inconsulto dai libri e di Copernico e di Galileo.
Il marchio fu impresso sul libro di Copernico; e Galileo, generosamente
accorso a Roma alla difesa, ben si può dire oggi, non solamente della
scienza ma anche della religione, fu dal cardinale Bellarmino, per
commissione del Sant'Ufizio, ammonito che abbandonasse quella dottrina:
come a dire, che abbandonasse la coscienza del proprio pensiero. Era
il 26 febbraio del 1616; e Galileo si trattenne ancora alcuni mesi,
non per altro forse se non perchè la personale benevolenza che papa
Paolo gli addimostrava lo illudesse a credere di poter egli, restando
qua, favorito anche come si vedeva dai possenti Barberini, attenuare
le conseguenze del fatto ormai consumato, ad impedire il quale anche
Tommaso Campanella, il filosofo prigioniero, aveva assunto volonteroso,
ma senza alcun pro, l'apologia e di Copernico e di Galileo. Nè tornò in
Roma (poichè tali stazioni segnano ormai la sua via dolorosa) che nel
1624, per rendere omaggio al nuovo Pontefice Maffeo Barberini, asceso
l'anno innanzi sulla cattedra di San Pietro col nome di Urbano VIII.
Quel suo ritorno avveniva dopo pubblicato, in occasione della disputa
sulle Comete, il _Saggiatore_, cioè dopo perduta la grazia de' Gesuiti,
uno de' quali, il padre Grassi, era in quel capolavoro di dialettica
e d'ironia staffilato fieramente: e cotesta conversione di animi ne'
filosofi del Collegio Romano, i quali Galileo riconosceva “sapere
assai sopra le comuni lettere de' frati,„ cotesta mutazione d'aura in
queste sale che risonavano ancora delle festose accoglienze al _Nunzio
Sidereo_, doveva pur troppo, volgendo “i lieti onori in tristi lutti„,
ridondare in maligni influssi sull'ardimentoso censore. Tenne sospesi
tali influssi l'amicizia che Maffeo Barberini conservava da papa per
l'uomo che da cardinale avea favorito, da poeta aveva esaltato, e
che, attestata a Galileo dalla continuazione di non scarsi favori, pe'
quali egli forse s'illuse oltre il ragionevole, gli giovò tuttavia ad
ottenere nel 1630, tornato a Roma la quinta volta, la licenza di stampa
al _Dialogo de' Massimi Sistemi_. Ma quando nel 1632 il Dialogo fatale
fu pubblicato; e che in esso, di sotto al tormento del trattarsi come
mere ipotesi, accompagnate da epifonemi di esteriore disapprovazione,
le conchiusioni più evidenti che logica umana abbia mai elaborate dai
fatti; di sotto allo strazio di quella pressione indegna; la povera
angustiata verità balzava fuori più intera e gagliarda che mai, e
circondata altresì dalla possente attrattiva della patita violenza; e
con altrettanto disdoro per la caparbietà de' violentatori; — e peggio
poi, dopo che una pia calunnia ebbe insinuato a papa Urbano, come
l'antica sua affettuosa ammirazione verso il filosofo fiorentino fosse
ricambiata nel modo più sleale ed abietto, perchè fra i personaggi del
Dialogo l'interlocutore dalle opposizioni per lo più inconcludenti
e dalle inani sottigliezze scolastiche, l'uomo di paglia della
conversazione, il “buon peripatetico„ Simplicio, era proprio lui Maffeo
Barberini; — e badasse bene Sua Santità, che “quel libro di Galileo
era più esecrando e più pernicioso a Santa Chiesa che le scritture di
Lutero e di Calvino„; — allora il Pontefice, nel cui animo (non volgare
nè cattivo, fiero bensì quanto di qualsivoglia altro de' Pontefici più
tempestosi) facevano magnifica e pericolosa alleanza tutto il fastoso
orgoglio d'un Principe del secolo XVII, e l'irritabile vanità d'un
letterato..... di tutti i secoli; e che si sentiva parlare a nome
sì de' suoi doveri spirituali e sì delle sue passioncelle mortali;
trapassò dall'affezione reverente al più fiero risentimento: e da quel
giorno la rovina di Galileo fu irrevocabile. Perocchè la questione
era addivenuta, non tanto della condanna o assoluzione, quanto della
esemplarità del gastigo su quest'uomo, che sapeva il modo di vincere
anche disarmato, e che dai decreti del tribunale Romano si appellava
tacitamente, e trionfalmente, a quelli della umana coscienza.
Il 1632 è, nella vita di Galileo, l'anno che segna, insieme con la
pubblicazione del Dialogo immortale, il suo ammalarsi in quello
de' sensi che gli avevan partecipate le meraviglie del cielo, e
sul declinare dell'anno l'intimazione del Commissario generale del
Sant'Ufizio a comparire in Roma dinanzi a lui, ripetuta, poichè egli
indugiava a muoversi, con la minaccia di esservi condotto prigioniero
e in catene. Inutili le pratiche e le rimostranze del suo Principe,
che era il novello Granduca Ferdinando II: nè, del resto, dal Granduca
di Toscana poteva Galileo attendersi quella più efficace difesa di
resistenza, che sola forse degli Stati italiani la Repubblica Veneta
avrebbe potuta e voluta; la Repubblica, che l'anno innanzi ovviava
volonterosa alle difficoltà da lui incontrate per la stampa del
Dialogo, offrendoglisi per tale pubblicazione e per ricondurlo Lettore
nel mal abbandonato Studio di Padova. Nel cuor del verno, fra i disagi
del crudo gennaio e i sospetti vessatorii della moría, infermo e
prostrato, Galileo per la sesta ed ultima volta era in cammino verso
Roma: non più apportatore di nuovi trovati e di scoperte celesti,
maestro di osservazione e di metodo; non più gratulante al Pontefice,
e dai pontificali favori animato ad alte speranze per l'intento
supremo della sua vita: ma in qualità di colpevole, contravventore
alle ammonizioni del 1616, divulgatore di dottrina ormai condannata,
esposto ai rigori del tribunale più universalmente temuto. De' quali
se fu mitigata sulle membra cadenti del misero vecchio l'applicazione
materiale, consentendogli, nei cinque mesi che qua dimorò, il più lungo
soggiorno nel palazzo dell'Ambasciata toscana a Villa Medici, e a sola
una ventina di giorni, in due volte, riducendo la sua stanza a modo di
prigioniero nel palazzo stesso dell'Inquisizione; e risparmiandogli la
tortura, che quasi certamente lo avrebbe ucciso; — se, evidentemente,
la sodisfazione di vederselo a' piedi, dovuto dal suo stesso Principe
a malincuore commettere alla mercè della onnipotenza teocratica,
portò nel successivo procedimento, più miti consigli; — rimane poi
sempre, che questa menomissima parte di giustizia salvatagli fu
congiunta e subordinata all'atroce tortura, che egli da sè medesimo
dovesse infliggersi, di ritrattare le verità conquistate, mentire a sè
medesimo, sconfessare l'opera sua rivelatrice dell'universo. Fra quelle
mani inflessibili, il venerando settuagenario discese tutta la china
dolorosa delle proteste sulla sua retta “intenzione„, che la logica
autoritaria e grossolana de' giudicatori convertiva in altrettante
rinnegazioni del suo pensiero scientifico; fino alla profferta, discese
pur troppo, di profanare il Dialogo, con l'apposizione d'una quinta e
una sesta giornata, nelle quali avrebbe ripigliato gli argomenti già
recati a favore della opinione falsa e dannata, per confutargli “in
quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato.„
La sciagurata profferta non fu (sia detto, imparzialmente, a lode di
coloro) non fu raccolta; e il Dialogo non patì l'indegna profanazione:
ma se questa si adempiva, non Dio benedetto, che è fonte di luce,
l'avrebbe “somministrato„, sì lo spirito delle tenebre che in quella
ora nefasta vinceva. E quando in altro interrogatorio, e fu il terzo,
di pochi giorni appresso, dalla bocca di Galileo, dopo fatto presente
il peso degli anni e delle infermità, i disagi del viaggio, la vita
da quelle amarezze scorciatagli, uscirono parole come queste — “aver
egli fede nella clemenza e benignità degli Eminentissimi giudici; con
speranza che quello che potesse “parere alla loro intera giustizia,
che mancasse a tanti patimenti per adeguato gastigo de' miei delitti,
lo siano, da me pregati, per condonare alla cadente vecchiezza, che
pur anch'essa umilmente se gli raccomanda„; — queste parole, da quella
bocca, le riceveva, cancelliere invisibile, l'Angelo di giustizia e
di misericordia, che avvolgeva delle sue ali l'augusto imputato, e
scriveva sopra un libro che non era quello della Sacra Inquisizione
Romana. Per tal modo l'infelicissimo filosofo seguiva le istruzioni
ricevute, a sua salvezza, dal pietoso ambasciatore Niccolini; il
buono e zelante ambasciatore toscano, che lui confortò, insieme con
la gentildonna sua moglie, delle più amorevoli cure, per lui spese
presso la Curia e presso il Papa quei più valevoli uffici, che dalla
condizion delle cose e dalla qualità delle persone erano consentiti.
A Galileo, che, nella onesta baldanza del sovrano intelletto, “si
confidava di difender molto bene„ le sue opinioni scientifiche, le
quali egli, sinceramente cattolico, non riputava, nè voleva per nulla,
contraddicenti alle locuzioni figurate e interpretabilissime della
Sacra Scrittura, aveva il Niccolini, con la premura di salvarlo a ogni
costo, raccomandato che, “per finirla più presto„, non si curasse
di sostener quelle opinioni: “sottomettersi„ gli diceva “a quel che
vegga che posson desiderare sia veduto o tenuto da lei.„ Parole non
meno piene di intimo dispregio pei tormentatori, che di affannosa
pietà pel tormentato. Ma al primo riceverle, al vedersi con esse,
inesorabilmente, posta la menzogna prezzo della salvezza, il misero
vecchio era precipitato in tale turbamento e abbandono, “che„ avea
scritto l'Ambasciatore, “da ieri in qua si dubita grandemente della
sua vita.„ Quella notte di supremo strazio, alla quale appartiene la
vera tortura di Galileo; e lo aver sopravvissuto a dettare i _Dialoghi
delle Nuove Scienze_; lo assolvono dinanzi ad ogni anima generosa, e il
disonore della violenta menzogna fanno cader tutto sopr'altro capo che
il suo.
Era il 21 giugno 1633; e in un ultimo interrogatorio, agli assalti
dell'“inquirente„, Galileo dichiarava l'opinione sua essere quella de'
“Superiori„, cioè stabile la Terra, mobile il Sole: — contestatogli
il tenore e il procedimento del Dialogo incriminato, replicava essere
in quello, “esplicazion di ragioni„ dall'una e dall'altra parte, non
“conchiusione dimostrativa„; questa essere riserbata “a più sublimi
dottrine„: cioè alle dottrine di coloro dinanzi ai quali si trovava
condotto: — per la terza volta incalzato, aversi forte presunzione
del contrario; “e perciò, se non si risolva a confessare la verità, si
deverrà “contro di lui agli opportuni rimedi di diritto e di fatto„,
risponde: “Io non tengo nè ho tenuta questa opinione del Copernico,
dopo che mi fu intimato con precetto che io dovessi lasciarla.
Del resto son qua nelle loro mani: faccino quello gli piace:„ — e
minacciatogli in ultimo, che “dica la verità; se no, si deverrà alla
tortura„, il suo rispondere si estingue lamentosamente così: “Io
son qua per far l'obedienza, e non ho tenuta questa opinione dopo
la determinazione fatta, come ho detto.„ E l'obbrobrioso dramma ha
lì fine. Ma la sottoscrizione di Galileo, su quella carta 453 del
processo, è questa volta vergata con mano tremante.
Il giorno dipoi, nella gran Sala dei Domenicani alla Minerva, gli
era data lettura della sentenza che proibiva il suo libro, e a lui
infliggeva il carcere ad arbitrio, nelle prigioni del Tribunale; e
ricevevano, stando lui inginocchione, l'abiura impostagli, che egli
recitava di parola in parola, e sottoscriveva. Il motto sdegnoso
“_Eppur si muove!_„ è una postuma vendetta della umana coscienza.
Galileo non lo pronunziò. Ma il Galileo che abiurava i diritti
imprescrittibili del pensiero, non era più lui! Il vero, l'autentico
Galileo, che ancora per nove anni sopravvisse a quel povero vecchio
conculcato e disfatto, nulla abiurò, nulla rinnegò, non mentì mai a Dio
e a sè stesso: e i personaggi del Dialogo maledetto rivissero (proprio
lo stesso Sagredo, lo stesso Salviati, lo stessissimo Simplicio) in un
altro Dialogo, _Le Nuove Scienze_; rivissero imagini fedeli e immutate
del suo alto pensiero, testimoni per lui e accusatori immortali contro
i giudici suoi.