Giova, a questo punto del nostro rapido discorso sopr'una delle
più nobili vite che mai abbiano onorata ed esaltata l'umana natura,
soffermarsi un tratto, e considerare. Galileo, non ancora toccato il
suo cinquantesimo anno, aveva ormai in pugno l'intento nobilissimo
di tutte le sue fatiche. Aveva dissotterrato dalla congerie de'
vacui e speciosi filosofemi il principio sovrano dell'esperienza, e
del ragionamento matematico sui dati genuini di lei; e dopo molte e
varie e squisite applicazioni di tale principio ai fenomeni naturali,
aveva, sempre mediante l'uso di quello, resa sensibile, al lume della
razionale evidenza e dello splendore degli astri, invitta a qualsiasi
impugnamento, la costituzione dell'universo. D'ora innanzi, ed era nel
vigore d'una sana e ben complessa virilità, la parte ch'egli aveva da
Dio verso gli uomini era la divulgazione della nuova dottrina, il suo
svolgimento compiuto, la dimostrazione de' particolari, le riprove
molteplici del già dimostrato o argomentato, le induzioni ulteriori;
ed inoltre, come genialmente egli concepiva il proprio ufficio,
l'abbellimento di quella verità coi lumi dell'arte, con le attrattive
del sentimento: che fu il creare la prosa scientifica italiana. A ciò
fare gli erano sembrate meno atte od anguste le aule della scuola,
e aveva traveduto mezzo più efficace la immediata dipendenza da un
Principe: aveva presentito ostacoli da Roma, e si era subito mosso a
remuoverli o prevenirli. Questa parte, che egli teneva da Dio, doveva
essergli contrastata dagli uomini; e più duramente da quelli, fra gli
uomini, che parlavano nel nome di Dio.
Le maggiori opere di quei tre ultimi decennii della sua vita, le
“grandi opere„ che gli abbiam sentito annunziare, non tanto al
desiderato Principe quanto con gioiosa fiducia a sè stesso, nel
trasferirsi da Padova a Firenze, furono il _Dialogo de' Massimi
Sistemi_ e i _Dialoghi delle Scienze Nuove_: — il _Dialogo de' Massimi
Sistemi_, in dichiarazione e dimostrazione del sistema Copernicano
comparato al Tolemaico, interlocutori i due suoi grandi amici e
patroni, il Sagredo veneto e il fiorentino Filippo Salviati, e un buon
diavolo di peripatetico, che da uno de' commentatori di Aristotile
ha il nome, al quale fa molto onore, di Simplicio: — l'altra opera,
i _Dialoghi delle Scienze Nuove_, pur co' medesimi interlocutori,
lavoro eroico de' suoi estremi anni, da cieco infermo e perseguitato,
dove, ripigliando i suoi giovanili studi sul Moto, “suggetto eterno„
son sue parole “e principalissimo in natura, speculato da tutti i
gran filosofi„, su questo, e “sulla resistenza de' corpi solidi ad
essere per violenza spezzati„, pone i principii o, com'egli dice
quasi affacciandosi all'avvenire, “apre le prime porte di due nuove
scienze, che gl'ingegni speculativi ne' seguenti secoli accresceranno
con progresso e trapasso da quelle proposizioni ad altre infinite.„
Insomma, ne' _Massimi Sistemi_ la costituzione della macchina mondiale:
nelle _Nuove Scienze_ le fondamenta della fisica moderna. E frammezzo
a queste monumentali opere, il cui concepimento occuperebbe esso solo
degnamente la vita intera d'un uomo, s'interpongono, materia adeguata
all'operosità di tutta intera la vita d'un altro, gli studi (e le
incresciose ma pur feconde controversie che li conseguitano) sulle
macchie solari, quelli sulle cose galleggianti, quelli sul flusso e
riflusso del mare, la trasformazione del telescopio in microscopio
e il perfezionamento di questo, il ritrovato per la determinazione
delle longitudini in mare, gli studi sulle comete, e da questi
quella maraviglia di scrittura polemica che è il _Saggiatore_: nè
la enumerazione è completa: e vi si aggiunge un immenso indefesso
carteggio, prezioso del pari per quant'altro contiene di contributo
alla scienza, e per essere in troppe pagine il desolato giornale d'un
sublime martirio.