Studente di medicina, e già male accetto ai Peripatetici dello Studio
di Pisa, de' quali se esemplava fedelmente (in un latino tutt'altro che
aureo) il dettato dalla cattedra, non si asteneva tuttavia dall'opporre
ai loro assiomi le evidenze de' fatti, Galileo non da quelle scuole
fallaci, sibbene nel silenzio delle segrete comunicazioni fra l'anima
e l'infinito, ha, sotto le vôlte austere del duomo, la prima vocazione
alla scienza vera; e misura ai battiti del polso le oscillazioni
isòcrone della lampada sacra. E pochi anni dopo, fatta prova di sè
in attuazioni diritte e ingegnose de' principii di Archimede, del suo
“divino„ Archimede, torna in Pisa lettore di Matematiche: è collega non
meglio accetto, di quel che fosse discepolo; e mentre quei barbassori
strascicano pe' loro atrii la toga professorale, egli motteggia loro
dietro giovenilmente in versi bernieschi, e a cotesta scienza umbratile
sostituisce la scienza interrogatrice delle cose in piena luce solare,
e aspirante a larghi polmoni la libertà, fra le bellezze della natura,
le meraviglie dell'arte, le realtà della vita. Inventa la cicloide; e
dimostra a dito, pel disegno del nuovo ponte sull'Arno, com'ella sia da
applicarsi nel dar forma agli archi dei ponti: espone il trattato _del
moto_, di Aristotile; e dopo averne dalla cattedra, con la reverenza
dovutagli, combattuto le conchiusioni, lascia il libro in iscuola, e,
seguito dagli scolari e dagli stessi attoniti cattedranti, sperimenta
dall'alto del campanile pendente la caduta de' gravi: séguita a
conversare amichevolmente con gli studiosi, e discendendo lungo le
rive del fiume sino a Bocca d'Arno, là dinanzi al mare immenso e
raggiante, traccia con platonica genialità le prime linee di quelli che
fra cinquant'anni, nello sconsolato tramonto della sua vita, saranno
i _Dialoghi di Scienza Nuova_, il primo codice legislativo della
dinamica.