In quella età media, che occupano successivamente il Risorgimento
e il Rinascimento, l'arte, atto immediato dello spirito verso i tre
connaturati amori, ciò che è bello, ciò che è buono, ciò che è, aveva
dominato le manifestazioni della vita intellettuale, era stata essa il
verbo della civiltà e dell'umano progresso. La scienza, la quale di ciò
che è cerca e dimostra le ragioni, non aveva potuto più che questo, ed
era già molto: raccogliere ed assumere la tradizione che la barbarie
aveva spezzato; e dalla sapienza antica, che il genio universale
d'Aristotile avea piena di sè, derivare, lungo le traccie luminose
impresse dai Padri e dai Dottori della Chiesa benemerita conservatrice,
una filosofia, la quale, innanzi tutto, era un conserto di autorità
e testimonianze intorno alla verità delle cose, ai problemi nella cui
soluzione si è sempre affaticato, in qualsivoglia età, per sua gloria
e tormento, il pensiero degli uomini. Questo conserto era bensì stato
solidato ed eretto in maestoso edificio dalla mano poderosa di San
Tommaso, l'Aristotile cristiano; e la scolastica, nella gran mente
di lui, fu invero un organismo di propria vita animato, nel quale la
ragione naturale delle cose e l'ordine ideale che ad esse sovrasta, i
postulati della scienza e i dommi della fede, avevano ricevuto coesione
e armonia di sistema. Ma quella filosofia teologica, già fin dal suo
nascere rumorosa di dispute e molteplice di sette; — disdegnata dagli
eruditi del Rinascimento, i quali, risalendo alle fonti dell'antichità
classica, sovrapponevano al contenuto disputabile lo studio positivo
del testo, al modo stesso che nelle vagheggiate conciliazioni di
Aristotile con Platone cercavano un cristianesimo geniale, a cui meglio
si adattasse la latinità di Cicerone e di Virgilio; — la filosofia
teologica, che con frate Rogero Bacone e il cardinale Cusano si
era pure inoltrata fin sulle soglie della indagine sperimentale; —
sopraffatta per gli assalti di quello che, dal Pomponazzi al Bruno, mi
sembra possa chiamarsi il reagire del misticismo negativo; conchiudeva
il periodo della sua attività, feconda, ne' secoli pe' quali cosiffatto
filosofare fu proprio, e benefica. Non però che se a tale sua
attività cessava il favore delle condizioni esteriori e storiche, la
filosofia teologica potesse essa stessa cessare. Ella rimaneva, perchè
congiunta ad una funzione naturale dello spirito, che è la fede, e
ad una istituzione di fatto, la Chiesa: ma in atteggiamento rimaneva
di difesa (tanto più sospettoso ed ostile, in quanto la grande e
possente unità della Chiesa Romana era stata smembrata, ed era tuttavia
minacciata, dalla Riforma), in atto di difesa e di repugnanza contro il
procedimento ulteriore del pensiero, e disgraziatamente, in comunione
d'interessi e in coalizione colla tirannide civile, che nella rovina
delle libertà di Comune veniva costituendo, e duramente calcando
sulle nazioni e sulla società, un diritto che si usurpava il titolo
di divino. E il procedimento ulteriore dello spirito, fu la filosofia
del dubbio; dico del dubbio, non della negazione, che è anch'essa
una servitù del pensiero: fu la filosofia del dubbio, disciplinato
dal metodo, e applicato alla enciclopedia dello scibile: — furono, la
induzione che Francesco Bacone vuole applicata, mediante l'esperienza,
alle cose reali; e la deduzione, le cui affermazioni il Cartesio chiede
al proprio pensiero: — realismo e idealismo critici, che atteggiati
in varietà di sistemi (e sopr'essa si librano le visioni radiose del
Leibnitz e del Vico), faranno capo al Kant, dal quale, o contro il
quale, si svolge, per diversi rami, tutta la filosofia moderna.
Ma a cotesto procedimento chi assicurò, non per teoria e come verità
di senso comune e _a priori_, sibbene con l'opera e l'esempio propri,
l'istrumento e il beneficio dell'esperienza; — il filosofo che attuò il
metodo sperimentale, così sui fatti e fenomeni più semplici attinenti
alle cose che tocchiamo, come per lo studio e la rivelazione della
macchina universale, di cui ciascuno degli esseri umani non attinge
che una menoma particella; — il dialettico, che ridusse a impotenza
perpetua gli arbitrii dei sofisti e i delirii degli allucinati, che il
ragionevole ossequio all'autorità subordinò alla legittima confidenza
dell'umano intelletto nelle proprie forze; — il pensatore che fece
della logica una matematica, e restituì alla metafisica lo studio
dei fatti interni e della idealità, togliendole l'abusivo ingerimento
nell'argomentazione dagli effetti naturali alle cause; — che alla voce
effimera degli uomini sostituì quella immortale delle cose e di Dio; —
questo, più che filosofo, liberatore del pensiero, fu Galileo.
Invitato a dire di lui, in Roma, dinanzi alla maestà e al fiore della
gentilezza italiana, — fra queste pareti, dove aleggia quasi la voce
che v'è risonata del gran pensatore e incombe il peso e il delitto
della sua persecuzione, — ritrarrò rapidamente dai fatti l'idealità
della sua vita, quale si disegna, con tanta gloria d'Italia, nella
storia dell'umano pensiero. Un altro studio, più ricco di particolari
e d'analisi, che rimarrebbe da farsi sul filosofo e lo scrittore —
La mente e l'arte di Galileo, — aspetterà, non uditorio più degno,
ma un oratore che possa affrontare con minor trepidanza il soggetto,
nobilissimo ed arduo sempre.