Ma teatro della sua gloria cattedratica era destinata Padova. Nello
Studio padovano, l'alto e geloso sentimento che la Serenissima aveva di
sè e di quanto emanasse da lei, produceva effetti sommamente benefici
alla scienza e al pensiero. Sotto il dominio di San Marco, come la
ragion di Stato era, per secolari tradizioni, tirannica, così, nel giro
ben chiuso e inviolabile di questa, tutto si moveva con una libertà,
che negli altri Stati italiani, o la tradizione politica personale
e irresponsabile, in un d'essi teocratica, — o la recente loro e
artificiosa costituzione e le eventualità inerenti alla forma, sia
dinastica sia subordinata, de' loro governi, — rendevano malagevole
o addirittura impossibile. Galileo, che fin da quando, dismessi gli
studi della Medicina, si era dato alla speculazione matematica, aveva
aspirato ad una Lettura, dapprima nello Studio di Bologna (e furono
forse quelle pratiche l'occasione, perchè egli nell'87 venne la prima
volta a Roma), poi nello Studio appunto di Padova; dovè riflettere
come in questo allo sperimentare (fosse pure non metodico) nelle
cose naturali si lasciava agevolezza che altrove non era consentita;
come l'Aristotelismo vi aveva manifestazioni originali e sino a un
certo grado non vincolate da preconcetti; — come la vita scolastica,
massime per la frequenza di studiosi da ogni nazione d'Europa, vi era
la più gagliardamente animata, e la più geniale altresì, che forse in
nessun altro degli Studi d'Italia; — ed infine, quanto desiderabil
signore ad un filosofo che cercava le applicazioni della scienza al
mondo sensibile e alla vita, fosse il Senato d'una Repubblica, i cui
gentiluomini e reggitori sedevano uditori negli scanni della scuola, e
le sue navi portavano ancora pe' mari di tutto il mondo la memoria e il
retaggio d'una potenza cooperatrice gagliarda di civiltà.
E gli anni del soggiorno padovano, dal 1592 al 1610, furono, com'egli
poi ebbe a dire, “li diciotto anni migliori di tutta la sua vita.„
Glieli fecero tali la lieta giovinezza, e il mescolarsi coi giovani
che accorrevano volenterosi alla sua scuola e, come a luogo di studio
domestico, alla sua mensa ospitale; — l'agiatezza, quasi signorile,
che il lavoro procurava a lui, bisognoso non tanto per sè quanto per la
famiglia paterna, al suo cuore buono dilettissima sempre (e la famiglia
gli fu sempre, per tutta la vita, cagione di cure e travagli); — la
scienza, che da lui restituita alla retta osservazione de' fatti e
fenomeni naturali, rivelava per la prima volta a' veggenti suoi occhi
i misteri del cielo; — la indipendenza fatta al suo speculare, o, come
que' gentiluomini sovrani gli dicevano con frase caratteristica, “la
libertà e monarchia di sè stesso„, a tutti, ma più ad un pensatore e
più ancora in que' duri tempi, preziosa; — la splendida cortesia, la
gaia cordialità, la socievolezza letteraria, di quella cittadinanza; —
l'amicizia, l'amore. Egli insegna meccanica, idraulica, fortificazioni,
cosmografia: e le sue lezioni si moltiplicano, di copia in copia,
per le mani degli studiosi: e nella sua casa, in Borgo de' Vignali,
presso al Santo, agiata di spazio, amena di sito, circondata d'orto
e di vigna, che lo stesso giovane filosofo si diletta a coltivare,
sono ospitati quelli che egli chiama “scolari domestici„, la più parte
oltramontani, e v'alloggia un meccanico per la fabbricazione degli
strumenti, il compasso, l'armatura delle calamite, il termometro.
L'Università e le Accademie si onorano del suo nome: la Repubblica lo
rafferma nella Lettura delle Matematiche, con partiti di volta in volta
più onorevoli e vantaggiosi. La stessa filosofia Aristotelica, che
nello Studio di Pisa annebbiava i cervelli con la esegesi vaporosa e
pesante del già suo maestro Buonamico, in Padova almeno gli s'impersona
dinanzi in un cattedrante di vasto e valido ingegno, il Cremonino, il
quale, con l'assolutezza rigorosa e la pertinace bizzarria della sua
fede sistematica contro tutto e tutti, compresi anche, occorrendo, i
teologi e l'Inquisizione, nega sì all'avversario la sodisfazione del
combattere con le armi sperimentali, ma gli procura quella di sostenere
in faccia ad un carattere d'uomo, a una coscienza di ragionatore,
sia pur deviata, propugnare, contro l'autorevolezza d'una fama non
immeritata, i diritti del vero e prepararne l'irrepugnabil vittoria.
Quando nel 1604 una nuova stella comparve in cielo con grande spavento
dei Peripatetici, che da simili apparizioni vedevano messa in pericolo
la teoria del loro Aristotile, che il cielo fosse “inalterabile ed
esente da qualunque accidentaria mutazione„, Galileo dai sentimenti
di terrore superstizioso e di curiosità umana suscitati negli animi,
prese opportunità per esporre dalla cattedra, a un uditorio d'oltre
mille persone, i principii dell'esperienza applicati alle cose celesti;
e dalle sciocchezze che si venivan filosofando su tale argomento, per
combattere quella falsa scienza anche popolarmente, fino a collaborare
ad una arguta scrittura in dialetto padovano contadinesco. Era la
rivendicazione, scientifica a un tempo e sanamente democratica, non
pure della indagine sperimentale ma del senso comune, dalla tirannia
di quella che egli soleva chiamare “speculazione cartacea„; ed era
altresì il primo rivolgersi espressamente del grande osservatore verso
le regioni del cielo. Ma con quale animo Galileo si sia affacciato alla
contemplazione, ben si può dire, dell'universo, quando costruito nel
1609, sull'esempio venutone d'oltremonti, l'occhiale o cannocchiale;
e per prima cosa sperimentatolo ad uso semplicemente topografico coi
patrizi veneti dal campanile di San Marco, e donatane alla Repubblica
quella prima costruzione; — perfezionatolo pochi mesi appresso, e
fattolo essere il telescopio; — quando potè rivolgere la mirabile virtù
del nuovo istrumento verso le regioni luminose del cielo stellato,
rimaste sino a quel momento a disperata distanza da' nostri occhi
mortali; lo dica, non la inefficace parola nostra, ma il grido suo di
trionfo che suona e tripudia nel titolo della scrittura, latina perchè
fosse di universale intelligenza fra i dotti, con la quale annunziava
al mondo le cose vedute: “_Sidereus Nuncius_, Il messaggero del cielo
stellato, che manifesta grandi e altamente ammirabili vedute, e le
presenta alla osservazione di ciascuno, massime de' filosofi e degli
astronomi; le quali da Galileo Galilei, patrizio fiorentino, pubblico
Matematico dello Studio di Padova, mediante l'occhiale testè ritrovato
da lui, sono state osservate nella faccia della luna, nelle stelle
fisse innumerevoli, nella Via Lattea, nelle nebulose; principalmente
poi in quattro pianeti che intorno alla stella di Giove a intervalli
e periodi dispari con celerità maravigliosa si avvolgono; i quali, a
nessuno conosciuti sin oggi, l'autore ha per primo testè scoperti, e
imposto loro il nome di Stelle Medicee.„ Ed invero il nuovo satellizio,
che la scoperta di Galileo dava a Giove, spostava i termini assegnati
dal sistema Tolemaico alla costituzione dell'universo; inquantochè
la centralità assoluta ed immobile della Terra, intorno alla quale
siccome la Luna così anche girassero gli altri corpi celesti, veniva ad
essere sostanzialmente infirmata dal vedere che uno di questi era esso
medesimo il centro d'una circolazione. Nel _Messaggero_, od _Avviso
sidereo_, è senza dubbio piena di attrattiva, anche per noi profani
alla scienza degli astri, la narrazione di quanto il telescopio,
“il mio scopritore„ com'ei lo chiamava “delle novità celesti„, gli
vien rivelando; sia nella Luna, dove le parti oscure e le chiare gli
raffigurano le acque e le terre di quel corpo “similissimo alla Terra„,
divinato tale dai Pitagorici; sia nelle Stelle, il cui numero gli si
dimostra dieci volte maggiore di quello creduto, e il loro corpo gli
apparisce limitato e spoglio della criniera luminosa, e tra i pianeti e
le fisse esser diversità di semplice irradiazione e di scintillazione;
sia nella Via Lattea, favoleggiamento perpetuo e non di soli poeti, ora
nel fatto non altro che “una congerie di innumerevoli stelle insieme
ammucchiate.„ Ma quando la narrazione, che par quella d'un viaggiatore
nell'avanzarsi per regioni inesplorate, assume andamento di diario,
dal 7 gennaio 1610, che per la prima volta gli appariscono, piccole ma
lucidissime, quella notte tre, due in altre notti, finalmente quattro,
le stelle di Giove; e successivamente di notte in notte, fino alla
seconda del marzo, teniam dietro non tanto alle osservazioni dello
scienziato, quanto alle ansietà dell'uomo, che dinanzi a' suoi occhi
vede decifrarsi il mistero dell'universo, e i cieli narrare, secondo
il sublime concetto biblico, narrare a lui pel primo, la gloria del
Creatore; — e pensiamo che questo scienziato conquistava la riprova
del ragionato e sostenuto da lui, la conferma del suo metodo, il
coronamento del suo pensiero; — che quest'uomo, al quale la fede al
vero fruttava già tante molestie, e che forse presentiva quanto per
quella sua fede era destinato a soffrire, che quest'uomo, pieno di
ardore per la scienza e della religione degli alti intelletti verso il
principio delle cose supremo, poteva in quella maravigliosa rivelazione
riconoscere, col resultato dell'opera propria, anche il premio di Dio;
— allora dalla vivace e pittoresca latinità del _Nuncius Sidereus_
corriamo col cuore commosso a poche linee d'una sua lettera scritta il
dì 30 di quel gennaio memorabile, da Venezia, che dicon così: “Rendo
grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore
di cosa così ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta.„
Il rumore levato dalla scoperta galileiana fu immenso da ogni
parte del mondo civile: “il moto„ scriveva Galileo “è stato ed è
grandissimo.„ I Peripatetici avevano un bell'alzar le spalle, e
sorridere di commiserazione, alle audacie di costui che affrontava la
natura delle cose senza stillare i ragionamenti pel lambicco delle
autorità; avean voglia di polemizzare con opuscoli e diatribe più o
men velenose; avevano un bell'ingegnarsi (così lo stesso Galileo al
Keplero) di sconficcare, a forza d'argomenti loici, come per arte
magica, i nuovi pianeti dal cielo: i pianeti seguitavano la loro danza
giuliva; e i Peripatetici restavano a vedere. Anzi a non vedere: perchè
il Cremonino, il terribile Cremonino, sempre lo stesso, ricusava
di volgervi gli occhi, dicendo: “Quel mirare per quelli occhiali
m'imbalordisce la testa„; e seguitava imperturbato, dalla cattedra
e per la stampa, le sue argomentazioni più che mai aristoteliche
_sulla faccia della Luna_, sulla _Via Lattea_, sul _Denso e 'l Rado_,
preparando volumi preziosi (“semilibri„ li chiamava Galileo) per la
biblioteca del dottissimo don Ferrante, destinati ad esumarsi fra due
secoli dall'arte maestra di Alessandro Manzoni. Della cui signorile
ironia era degno questo motto che usciva in que' giorni dalla bocca di
Galileo: “Cotesti filosofi non vogliono in terra veder le mie ciancie:
le vedranno forse nel passarsene al cielo.„ Meno ostinati, o più
accorti, de' Peripatetici i Teologi, da queste mura stesse del Collegio
Romano, a Galileo, che attendeva trepidando, mandavano per bocca del
gesuita Clavio (valentuomo, ma poc'anzi ancor egli motteggiatore),
sul cadere pur del 1610, dopo osservazioni fatte con occhiali che
Galileo medesimo aveva loro provvisti, la dichiarazione d'aver veduto,
e “veduto distintamente,„ riconoscendogli “la gran lode dell'aver
egli osservato pel primo.„ Ma ricognizione più degna era la parola del
Keplero, il grande scienziato alemanno, col quale fin dal 1597, quando
questi pubblicava la sua Cosmografia, aveva Galileo avuta opportunità
di manifestare la convinzione, comune ad entrambi, delle dottrine
Copernicane: e l'uno aveva salutato l'altro fraternamente, siccome
“valoroso compagno nell'indagare e amare la verità„; e avevano augurato
il trionfo del sistema di Copernico “maestro nostro„, essi dicono “nel
cui sistema son rivissute le tradizioni platoniche e pitagoriche„; e
il Keplero a Galileo, che con presago sgomento guardava nell'augurato
avvenire, si era profferto per la divulgazione delle comuni dottrine:
ed ora, fedele alla promessa, curava una ristampa del _Nuncius_ con
una sua propria dissertazione; e appena potuto drizzare il telescopio
verso i nuovi pianeti, manifestava con un motto storico: _Galilæe,
vicisti!_ (o Galileo, vincesti!), la sua esultanza per quella che
davvero era una vittoria della esperienza sull'affermazione, della
scienza sulle opinioni, della verità sull'errore. E alla vittoria
non mancavano i cantici: canzoni toscane, odi latine; e da Napoli, di
dentro alle carceri spagnuole, un'allocuzione entusiastica di frate
Tommaso Campanella. Galileo fissava pure il cielo col suo telescopio:
e a quella de' Satelliti di Giove aggiungeva la scoperta di Saturno
tricorporeo, delle macchie solari, delle fasi di Venere.