IV.

Ma teatro della sua gloria cattedratica era destinata Padova. Nello

Studio padovano, l'alto e geloso sentimento che la Serenissima aveva di

sè e di quanto emanasse da lei, produceva effetti sommamente benefici

alla scienza e al pensiero. Sotto il dominio di San Marco, come la

ragion di Stato era, per secolari tradizioni, tirannica, così, nel giro

ben chiuso e inviolabile di questa, tutto si moveva con una libertà,

che negli altri Stati italiani, o la tradizione politica personale

e irresponsabile, in un d'essi teocratica, — o la recente loro e

artificiosa costituzione e le eventualità inerenti alla forma, sia

dinastica sia subordinata, de' loro governi, — rendevano malagevole

o addirittura impossibile. Galileo, che fin da quando, dismessi gli

studi della Medicina, si era dato alla speculazione matematica, aveva

aspirato ad una Lettura, dapprima nello Studio di Bologna (e furono

forse quelle pratiche l'occasione, perchè egli nell'87 venne la prima

volta a Roma), poi nello Studio appunto di Padova; dovè riflettere

come in questo allo sperimentare (fosse pure non metodico) nelle

cose naturali si lasciava agevolezza che altrove non era consentita;

come l'Aristotelismo vi aveva manifestazioni originali e sino a un

certo grado non vincolate da preconcetti; — come la vita scolastica,

massime per la frequenza di studiosi da ogni nazione d'Europa, vi era

la più gagliardamente animata, e la più geniale altresì, che forse in

nessun altro degli Studi d'Italia; — ed infine, quanto desiderabil

signore ad un filosofo che cercava le applicazioni della scienza al

mondo sensibile e alla vita, fosse il Senato d'una Repubblica, i cui

gentiluomini e reggitori sedevano uditori negli scanni della scuola, e

le sue navi portavano ancora pe' mari di tutto il mondo la memoria e il

retaggio d'una potenza cooperatrice gagliarda di civiltà.

E gli anni del soggiorno padovano, dal 1592 al 1610, furono, com'egli

poi ebbe a dire, “li diciotto anni migliori di tutta la sua vita.„

Glieli fecero tali la lieta giovinezza, e il mescolarsi coi giovani

che accorrevano volenterosi alla sua scuola e, come a luogo di studio

domestico, alla sua mensa ospitale; — l'agiatezza, quasi signorile,

che il lavoro procurava a lui, bisognoso non tanto per sè quanto per la

famiglia paterna, al suo cuore buono dilettissima sempre (e la famiglia

gli fu sempre, per tutta la vita, cagione di cure e travagli); — la

scienza, che da lui restituita alla retta osservazione de' fatti e

fenomeni naturali, rivelava per la prima volta a' veggenti suoi occhi

i misteri del cielo; — la indipendenza fatta al suo speculare, o, come

que' gentiluomini sovrani gli dicevano con frase caratteristica, “la

libertà e monarchia di sè stesso„, a tutti, ma più ad un pensatore e

più ancora in que' duri tempi, preziosa; — la splendida cortesia, la

gaia cordialità, la socievolezza letteraria, di quella cittadinanza; —

l'amicizia, l'amore. Egli insegna meccanica, idraulica, fortificazioni,

cosmografia: e le sue lezioni si moltiplicano, di copia in copia,

per le mani degli studiosi: e nella sua casa, in Borgo de' Vignali,

presso al Santo, agiata di spazio, amena di sito, circondata d'orto

e di vigna, che lo stesso giovane filosofo si diletta a coltivare,

sono ospitati quelli che egli chiama “scolari domestici„, la più parte

oltramontani, e v'alloggia un meccanico per la fabbricazione degli

strumenti, il compasso, l'armatura delle calamite, il termometro.

L'Università e le Accademie si onorano del suo nome: la Repubblica lo

rafferma nella Lettura delle Matematiche, con partiti di volta in volta

più onorevoli e vantaggiosi. La stessa filosofia Aristotelica, che

nello Studio di Pisa annebbiava i cervelli con la esegesi vaporosa e

pesante del già suo maestro Buonamico, in Padova almeno gli s'impersona

dinanzi in un cattedrante di vasto e valido ingegno, il Cremonino, il

quale, con l'assolutezza rigorosa e la pertinace bizzarria della sua

fede sistematica contro tutto e tutti, compresi anche, occorrendo, i

teologi e l'Inquisizione, nega sì all'avversario la sodisfazione del

combattere con le armi sperimentali, ma gli procura quella di sostenere

in faccia ad un carattere d'uomo, a una coscienza di ragionatore,

sia pur deviata, propugnare, contro l'autorevolezza d'una fama non

immeritata, i diritti del vero e prepararne l'irrepugnabil vittoria.

Quando nel 1604 una nuova stella comparve in cielo con grande spavento

dei Peripatetici, che da simili apparizioni vedevano messa in pericolo

la teoria del loro Aristotile, che il cielo fosse “inalterabile ed

esente da qualunque accidentaria mutazione„, Galileo dai sentimenti

di terrore superstizioso e di curiosità umana suscitati negli animi,

prese opportunità per esporre dalla cattedra, a un uditorio d'oltre

mille persone, i principii dell'esperienza applicati alle cose celesti;

e dalle sciocchezze che si venivan filosofando su tale argomento, per

combattere quella falsa scienza anche popolarmente, fino a collaborare

ad una arguta scrittura in dialetto padovano contadinesco. Era la

rivendicazione, scientifica a un tempo e sanamente democratica, non

pure della indagine sperimentale ma del senso comune, dalla tirannia

di quella che egli soleva chiamare “speculazione cartacea„; ed era

altresì il primo rivolgersi espressamente del grande osservatore verso

le regioni del cielo. Ma con quale animo Galileo si sia affacciato alla

contemplazione, ben si può dire, dell'universo, quando costruito nel

1609, sull'esempio venutone d'oltremonti, l'occhiale o cannocchiale;

e per prima cosa sperimentatolo ad uso semplicemente topografico coi

patrizi veneti dal campanile di San Marco, e donatane alla Repubblica

quella prima costruzione; — perfezionatolo pochi mesi appresso, e

fattolo essere il telescopio; — quando potè rivolgere la mirabile virtù

del nuovo istrumento verso le regioni luminose del cielo stellato,

rimaste sino a quel momento a disperata distanza da' nostri occhi

mortali; lo dica, non la inefficace parola nostra, ma il grido suo di

trionfo che suona e tripudia nel titolo della scrittura, latina perchè

fosse di universale intelligenza fra i dotti, con la quale annunziava

al mondo le cose vedute: “_Sidereus Nuncius_, Il messaggero del cielo

stellato, che manifesta grandi e altamente ammirabili vedute, e le

presenta alla osservazione di ciascuno, massime de' filosofi e degli

astronomi; le quali da Galileo Galilei, patrizio fiorentino, pubblico

Matematico dello Studio di Padova, mediante l'occhiale testè ritrovato

da lui, sono state osservate nella faccia della luna, nelle stelle

fisse innumerevoli, nella Via Lattea, nelle nebulose; principalmente

poi in quattro pianeti che intorno alla stella di Giove a intervalli

e periodi dispari con celerità maravigliosa si avvolgono; i quali, a

nessuno conosciuti sin oggi, l'autore ha per primo testè scoperti, e

imposto loro il nome di Stelle Medicee.„ Ed invero il nuovo satellizio,

che la scoperta di Galileo dava a Giove, spostava i termini assegnati

dal sistema Tolemaico alla costituzione dell'universo; inquantochè

la centralità assoluta ed immobile della Terra, intorno alla quale

siccome la Luna così anche girassero gli altri corpi celesti, veniva ad

essere sostanzialmente infirmata dal vedere che uno di questi era esso

medesimo il centro d'una circolazione. Nel _Messaggero_, od _Avviso

sidereo_, è senza dubbio piena di attrattiva, anche per noi profani

alla scienza degli astri, la narrazione di quanto il telescopio,

“il mio scopritore„ com'ei lo chiamava “delle novità celesti„, gli

vien rivelando; sia nella Luna, dove le parti oscure e le chiare gli

raffigurano le acque e le terre di quel corpo “similissimo alla Terra„,

divinato tale dai Pitagorici; sia nelle Stelle, il cui numero gli si

dimostra dieci volte maggiore di quello creduto, e il loro corpo gli

apparisce limitato e spoglio della criniera luminosa, e tra i pianeti e

le fisse esser diversità di semplice irradiazione e di scintillazione;

sia nella Via Lattea, favoleggiamento perpetuo e non di soli poeti, ora

nel fatto non altro che “una congerie di innumerevoli stelle insieme

ammucchiate.„ Ma quando la narrazione, che par quella d'un viaggiatore

nell'avanzarsi per regioni inesplorate, assume andamento di diario,

dal 7 gennaio 1610, che per la prima volta gli appariscono, piccole ma

lucidissime, quella notte tre, due in altre notti, finalmente quattro,

le stelle di Giove; e successivamente di notte in notte, fino alla

seconda del marzo, teniam dietro non tanto alle osservazioni dello

scienziato, quanto alle ansietà dell'uomo, che dinanzi a' suoi occhi

vede decifrarsi il mistero dell'universo, e i cieli narrare, secondo

il sublime concetto biblico, narrare a lui pel primo, la gloria del

Creatore; — e pensiamo che questo scienziato conquistava la riprova

del ragionato e sostenuto da lui, la conferma del suo metodo, il

coronamento del suo pensiero; — che quest'uomo, al quale la fede al

vero fruttava già tante molestie, e che forse presentiva quanto per

quella sua fede era destinato a soffrire, che quest'uomo, pieno di

ardore per la scienza e della religione degli alti intelletti verso il

principio delle cose supremo, poteva in quella maravigliosa rivelazione

riconoscere, col resultato dell'opera propria, anche il premio di Dio;

— allora dalla vivace e pittoresca latinità del _Nuncius Sidereus_

corriamo col cuore commosso a poche linee d'una sua lettera scritta il

dì 30 di quel gennaio memorabile, da Venezia, che dicon così: “Rendo

grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore

di cosa così ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta.„

Il rumore levato dalla scoperta galileiana fu immenso da ogni

parte del mondo civile: “il moto„ scriveva Galileo “è stato ed è

grandissimo.„ I Peripatetici avevano un bell'alzar le spalle, e

sorridere di commiserazione, alle audacie di costui che affrontava la

natura delle cose senza stillare i ragionamenti pel lambicco delle

autorità; avean voglia di polemizzare con opuscoli e diatribe più o

men velenose; avevano un bell'ingegnarsi (così lo stesso Galileo al

Keplero) di sconficcare, a forza d'argomenti loici, come per arte

magica, i nuovi pianeti dal cielo: i pianeti seguitavano la loro danza

giuliva; e i Peripatetici restavano a vedere. Anzi a non vedere: perchè

il Cremonino, il terribile Cremonino, sempre lo stesso, ricusava

di volgervi gli occhi, dicendo: “Quel mirare per quelli occhiali

m'imbalordisce la testa„; e seguitava imperturbato, dalla cattedra

e per la stampa, le sue argomentazioni più che mai aristoteliche

_sulla faccia della Luna_, sulla _Via Lattea_, sul _Denso e 'l Rado_,

preparando volumi preziosi (“semilibri„ li chiamava Galileo) per la

biblioteca del dottissimo don Ferrante, destinati ad esumarsi fra due

secoli dall'arte maestra di Alessandro Manzoni. Della cui signorile

ironia era degno questo motto che usciva in que' giorni dalla bocca di

Galileo: “Cotesti filosofi non vogliono in terra veder le mie ciancie:

le vedranno forse nel passarsene al cielo.„ Meno ostinati, o più

accorti, de' Peripatetici i Teologi, da queste mura stesse del Collegio

Romano, a Galileo, che attendeva trepidando, mandavano per bocca del

gesuita Clavio (valentuomo, ma poc'anzi ancor egli motteggiatore),

sul cadere pur del 1610, dopo osservazioni fatte con occhiali che

Galileo medesimo aveva loro provvisti, la dichiarazione d'aver veduto,

e “veduto distintamente,„ riconoscendogli “la gran lode dell'aver

egli osservato pel primo.„ Ma ricognizione più degna era la parola del

Keplero, il grande scienziato alemanno, col quale fin dal 1597, quando

questi pubblicava la sua Cosmografia, aveva Galileo avuta opportunità

di manifestare la convinzione, comune ad entrambi, delle dottrine

Copernicane: e l'uno aveva salutato l'altro fraternamente, siccome

“valoroso compagno nell'indagare e amare la verità„; e avevano augurato

il trionfo del sistema di Copernico “maestro nostro„, essi dicono “nel

cui sistema son rivissute le tradizioni platoniche e pitagoriche„; e

il Keplero a Galileo, che con presago sgomento guardava nell'augurato

avvenire, si era profferto per la divulgazione delle comuni dottrine:

ed ora, fedele alla promessa, curava una ristampa del _Nuncius_ con

una sua propria dissertazione; e appena potuto drizzare il telescopio

verso i nuovi pianeti, manifestava con un motto storico: _Galilæe,

vicisti!_ (o Galileo, vincesti!), la sua esultanza per quella che

davvero era una vittoria della esperienza sull'affermazione, della

scienza sulle opinioni, della verità sull'errore. E alla vittoria

non mancavano i cantici: canzoni toscane, odi latine; e da Napoli, di

dentro alle carceri spagnuole, un'allocuzione entusiastica di frate

Tommaso Campanella. Galileo fissava pure il cielo col suo telescopio:

e a quella de' Satelliti di Giove aggiungeva la scoperta di Saturno

tricorporeo, delle macchie solari, delle fasi di Venere.

La vita Italiana nel Seicento Conferenze tenute a Firenze nel 1894 · 第 46 / 92 题