Ma passiamo dai generosi errori militari agli ingenerosi e piú numerosi

errori civili, che si stavano facendo intanto in tutta Italia.--In

Milano e Lombardia, per cui principalmente e cosí vicino si combatteva,

non è vero che cadesse ogni ardor militare dopo le cinque giornate.

Sorsero numerosi volontari che combatteron sull’Alpi o tra le file

piemontesi, o raccolti in quelle divisioni lasciate inoperose a

Mantova. In quattro mesi, e disarmati, sarebbesi difficilmente potuto

far piú; forse sarebbesi potuto meglio, rinunciando ad avere esercito

proprio, riducendosi a supplir le file diradate dei battaglioni di

guerra, ingrossando le rade dei depositi piemontesi. Ma questo e

tutti gli altri errori vennero da quello altro che si suol chiamare

col nome nuovo di «municipalismo», ma che comprende in sé i due

vizi antichi, vergognosi, capitali e sempre fatali, della superbia

e dell’invidia, superbia d’ogni menomo merito, invidia degli stessi

piú evidenti benefattori. Milano impazzita di sue cinque giornate,

trattò in grida, in atti, in fatti, i piemontesi accorsi due dí dopo,

non come liberatori che erano stati forse veramente minacciando giá

dal Ticino, e non come almeno aiuti necessari, ma come tardivi,

inutili, usurpatori di vittoria di giá compiuta e sicura; trattò

il re, com’ebbe a dire egli stesso, a quel modo che la repubblica

francese del 1792 trattava i suoi generali. Il governo provvisorio

presieduto da quel Casati che come podestá avea giá fatta la lunga e

bella guerra legale, ma raccolto, com’è naturale, d’ogni frazione,

d’ogni tinta del partito liberale, dalle corti alle sètte, dai semplici

riformisti ai repubblicani rossi o comunisti, diviso, discorde in sé,

fu impotentissimo a dominar le discordie dell’opinione, della stampa,

delle sètte, de’ circoli, della piazza. Credette comporle con questo

mezzo termine: proporre al voto universale la fusione (parola nuova

o male applicata e che rimane infausta) di Lombardia a Piemonte, con

questo patto orgoglioso che del nome, delle memorie, delle leggi, dello

statuto stesso del vecchio e or ora rinnovato Piemonte non rimanesse,

salvo la casa di Savoia, nulla di conservato se non sancito e rifatto

da una Costituente lombardo-piemontese. E Piemonte, re, Camere,

principi, ministri, grandi, popolani, intendenti o non intendenti,

ripugnanti o non ripugnanti a quello stoltissimo fra gli errori di

qualunque rivoluzione incipiente, tutti s’affrettarono d’accettare,

per non turbare la guerra d’indipendenza, dico dell’indipendenza

non piemontese, ma lombarda. E nota che tutto ciò si faceva a mezzo

maggio, tra le due vittorie piemontesi di Pastrengo e Goito.--Non

dico altro. Nemmeno le condizioni aggiunte, la coda di quella fusione

parimente imposta, parimente accettata. A petto di questo furon nulla

tutti gli altri errori d’allora, quello stesso errore del governo di

rifiutar l’offerta fatta dallo Schnitzer, inviato austriaco, di lasciar

libera Lombardia fino all’Adige; questo almeno si potrá scusare per

la prudenza, o almeno per il non dividersi dalla compagna Venezia.

L’errore sconoscente della Costituente non fu superato se non dalla piú

sconoscente infamia della giornata del 5 agosto, che termina la breve

e fatal serie dei fatti di Lombardia libera, ricomincia quella dei

suoi dolori. Rispettiamoli e passiamo.--Venezia essa pure incominciò

con un errore grave, ma forse scusabile, e certamente breve, e piú che

compensato poi dalla sua perdurante, magnifica difesa. Male o bene,

tutto vi fu effetto delle sue condizioni peculiari, non solamente

locali, ma anche politiche. La servitú di Milano, antica giá di oltre a

tre secoli, dal 1535 in poi, era stata quasi interrotta da quindici o

diciotto anni di apparente indipendenza; e rinnovata da trentaquattro

anni, era stata grave sí, ma pure splendida fino a un certo punto, e

quasi adulata talora, fino agli ultimi anni e mesi; e quindi Milano,

forse piú profondamente, certo piú anticamente avvilito, era meno

umiliato anche prima delle insuperbienti cinque giornate. All’incontro,

Venezia non era serva che da cinquanta anni di umiliazioni e patimenti

continui, materiali, sentiti da tutti, grandi e popolo insieme; quindi

meno avvilita forse, ella si mostrò certo piú umile, piú modesta, piú

arrendevole, piú intendente la necessitá dei tempi e luoghi. S’aggiunse

la fortuna d’aver cacciati gli stranieri facilmente fin dal 24 marzo,

colle sole minacce, quasi senza sangue, e cosí quasi senza causa o

pretesto d’insuperbire. Ébbene un’altra: che gli uomini principali i

quali iniziarono la sua rivoluzione, furono meno discordi; ed uno di

essi, il Manin, crebbe in breve sopra gli altri, e sopra se stesso;

seppe e poté farvisi duce e quasi dittatore. Ma questa fortuna o

saviezza fu figlia dell’altre; essendo gran saviezza nelle rivoluzioni

saper farsi o lasciarsi fare un buon duce. Ad ogni modo, appena

liberatasi Venezia, si costituí in repubblica, ma di San Marco, piú

che alla francese, od a modo de’ carbonari o della Giovine Italia; e

quanti di costoro accorsero, il Manin seppe annientarli e scostarli,

od anche cacciarli; e appena si parlò di fusioni, ella pure Venezia

seppe aderirvi, e con Milano primamente quantunque non repubblicana,

e con Piemonte quantunque monarchico. E s’armò, che è sempre il piú

difficile e piú proficuo, per terra e per mare, assoggettando sue

truppe ad ufficiali piemontesi, sue navi all’ammiraglio genovese, senza

pettegolezzi di memorie antiche o di gelosie nuove. Né esercitonne

colle sue antiche province, e talor soffrinne da esse; che se fossero

state parimente savie, avrebbero inteso di poter, non che governarsi,

ma difendersi molto meglio facendo capo grosso grossissimo a Venezia

e Padova, che non ognuna da sé. E fatta finalmente la fusione con

Piemonte, ed accettati i commissari piemontesi pochi dí prima della

rotta di Custoza, Venezia e Manin restituirono sí la repubblica e

San Marco, ma non che eccedere in stoltezze repubblicane ne’ mesi

successivi, continuarono anzi crebbero in prudenza civile e militare,

e cosí si fecer degni di soffrir poi quel magnifico assedio dell’anno

appresso che ha rivendicato oramai il nome di lei dalle vergogne

degli ultimi anni di sua libertá, da quelle di sua caduta, da quelle

di sua servitú. Da ultimo, forse il nome di Venezia s’è fatto nel

’48 il primo fra quelli delle cittá italiane. E sia che ella debba

tal gloria a Manin, od anzi questi la sua a Venezia, certo pure il

nome di lui rimane il primo fra quelli degli uomini politici italiani

di quell’anno.--Piacenza, Parma, Reggio, Modena, operarono sole

saviamente e generosamente, operando subito, unanimamente e senza

condizioni politiche le loro unioni con Piemonte. Fa meraviglia, e

quasi dicevo tenerezza, vedere in mezzo a quello scatenamento di

superbie e d’invidie, la semplicitá delle parole, l’esposizione dei

veri e materiali interessi municipali con che quelle cittá dichiararono

le loro unioni, e fa senza meraviglia pur tenerezza ricordare la

fraternitá vera e di fatti, non di false parole, dei prodi loro co’

nostri, su’ nostri campi di battaglia. Francamente, nobilmente grati

essi allora a noi, s’abbiano la rimeritata gratitudine nostra.

Del Piemonte, centro e base d’operazioni militari e politiche di tutta

quell’alta Italia (onde giá prendevasi prematuramente e cosí forse

risibilmente il nome al nuovo regno), del Piemonte sarebbe per ciò a

dir forse piú lungamente; ma ne dirò tanto meno quanto piú vi sono

interessato. Il meglio del Piemonte, i nostri figli, i nostri prodi,

non erano in Piemonte. Torino deserta era piú magnifica, che non sia

per esser mai affollata. Nobili e plebei, liberali vecchi e nuovi e non

liberali, militari in attivitá o giá in ritiro o ancora alle scuole,

pregavano, supplicavano per un posto qualunque, o partivano senza

posto, all’esercito. Un vecchio colonnello in ritiro portò lo schioppo,

e con frutto, per tutta la campagna. Sette fratelli Brunetta fecero le

due. Undici d’un nome e d’un sangue vi si trovarono il dí di Pastrengo.

Chiusa l’universitá, gli studenti diventati bersaglieri. Un giovinotto

quasi fanciullo lascia la famiglia e il palazzo, va bersagliare dinanzi

Peschiera, ha una palla nel cappello, gli par bella cosa, corre a

Torino a mostrarlo alla madre ed ai compagni, e torna bersagliare a

Pastrengo. All’accademia militare giá spoglia de’ corsi superiori,

si sollevano quelli de’ corsi inferiori, che avean diciotto anni,

pretendendo che non la scienza ma l’etá dava diritto a combattere; e

non fatti ufficiali, partono sottoufficiali. Nella guardia nazionale

di Torino servono volontari i fanciulli di quattordici anni. Chi

per l’Italia, chi per il Piemonte, chi per il re e casa Savoia, chi

per nessuno, per battersi. Questo, e questo solo, si chiama spirito

militare; questo auguro all’Italia; che non so se abbia piú o meno

merito, so bene che serve alla patria piú che la passione, nobilissima

sí, ma, come ogni passione, fugace, della patria stessa. In men d’un

mese l’esercito fu portato da venticinque a cinquantamila uomini e

piú, l’artiglieria da quarantotto pezzi a centododici, oltre del parco

d’assedio, oltre i depositi, le riserve, ed una coscrizione nuova

chiamata. Se s’avessero avuti ufficiali bastanti, o si fosser potuti

far tali tutti i sottoufficiali, si sarebbe avuto un esercito come

quello di otto mesi appresso.

Non tutte le province, per vero dire, forniron uomini in pari

proporzioni. Non nominerò quelle che meno; sí quelle che piú, il

Piemonte antico e l’antichissima Savoia. Spoglia di truppe, ed assalita

questa ne’ primi dí d’aprile da una mano di canaglia francese che

chiamavan se stessi «feroci», si sollevarono da sé i buoni savoiardi

e se ne liberarono. Da diciassette o diciottomila combattenti ebbe

sempre, e de’ migliori: oltremontani di sito e di lingua, furono i

veri fratelli d’Italia, piú che tanti che si cantavan tali. In Torino

era reggente il principe di Carignano, fremente armi come i suoi

cugini, obbediente al posto assegnatogli dal suo re. Il ministero,

formato, con tutti que’ primi costituzionali, di uomini d’ogni tinta

liberale epperciò eterogenei, non si divise perciò, rimase unito dal

sentimento comune della indipendenza; finché non furono adunate le

Camere addí 9 maggio. Né in queste stesse si urtarono guari le parti,

da principio, finché durò al campo la vittoria. Ma venuti gli indugi,

gli errori dopo Goito, venner le accuse, giuste in parte, ingiustissime

ed anche piú inopportune nelle loro esagerazioni, contro all’esercito;

ed intanto poi la domanda de’ genovesi di distruggere (in mezzo

alla guerra!) due de’ loro forti; e poi, dopo la fusione lombarda

unanimemente pronunciata, quella coda della Consulta legislativa

staccata, che i lombardi vollero fino all’adunarsi della comune

Costituente; allora si divisero naturalmente ma miseramente e Camera

e ministero; e fu cresciuta la confusione dalle iterate demissioni di

questo e gl’indugi a formarne un altro, e finalmente dalle sconfitte

dell’esercito. Due gravi, diversi, anzi opposti, rimproveri furono

fatti allora e poi alla diplomazia piemontese; dall’una parte, di

non avere conchiusa una confederazione o almeno una lega italiana

domandata da Roma e Toscana; dall’altra, di non aver conchiusa la pace

colla linea dell’Adige offerta da Schnitzer a Milano e da Himmelauer a

Londra. Ma, quanto alla lega, i documenti posteriori e le narrazioni

stesse fattene in senso contrario dimostrano che tali negoziati non

servirono quando furon fatti, non avrebbero servito, se fatti prima,

se non (come succede in ogni negoziato senza base niuna possibile), se

non a divider piú. E quanto alla linea d’Adige, io concedo facilmente

che il non accettarla fu error sommo per il Piemonte certamente, ed

anche per l’Italia; ma fu di quegli errori che non era forse possibile

non fare allora, che il non farli non avrebbe servito a salvar le

sconfitte, e che ad ogni modo furono, come tutto il resto, generositá,

lealtá, o se si voglia pazzie piemontesi, compensate come abbiamo giá

veduto. Piú reale e nocivo errore fu forse l’avere, colle riunioni

accelerate e le parole imprudenti ufficiali, spaventato l’Italia media

e meridionale.--Tutto ciò in quel settentrione, che solo veramente,

proporzionatamente a sue forze, epperciò degnamente, guerreggiò o

almeno soffrí per l’indipendenza. Della restante Italia giá dicemmo

quant’è bello a dire, quanto fecero per quella causa i pochi toscani,

pontifici e napoletani, tanto piú lodevoli essi quanto piú pochi,

quanto piú è bello essere operoso e prode in patrie inerti. Poche

parole aggiugneremo su’ loro errori fatali e crescenti.

Se non fosse dell’inerzia militare, di che io credo colpevoli principe,

popolo e grandi, volgo, governanti e governati, tutti quanti in

Toscana, questa sarebbe il paese del mondo piú fatto a civiltá e

libertá. Il ministero Ridolfi formato in marzo, il parlamento adunatosi

in giugno, furono forse i men divisi, i piú civili, i migliori in tutto

che sieno stati a quella grand’epoca iniziatrice. Se non che, come

succede pur troppo soventi in tutti i paesi di governi rappresentativi,

le parti a cui non s’era dato adito al ministero ed alle Camere, furono

tanto piú vive e dannose fuori. Liberali estremi, o come allor si disse

alla francese, «rossi», repubblicani e settari fecero capo in Livorno.

Il ministero tranquillo nel parlamento, ebbe a pugnar colla piazza di

Livorno e suoi rimbombi a Firenze. Né tuttavia scoppiava tuttociò,

finché le vittorie piemontesi tenner fermi i governi italiani.--Cosí

in Roma sotto il ministero Antonelli [nominato li 10 marzo], ma per

pochi giorni appena. Ché incominciò a turbarsi l’animo di Pio IX per

li tumulti, anche piú anticivili che antireligiosi, contro ai gesuiti

le cui case fu ridotto a far chiudere egli stesso [30 marzo]. E si

turbò piú che mai per il proclama con che Durando invitava quasi a

crociata l’esercito pontificio [5 aprile]. E dicesi si turbasse per

le temute ambizioni del Piemonte e per il suo indugio a trattar la

confederazione; ma quelle furono posteriori ne’ lor segni, e questa

avrebbe cresciuti anziché scemati i suoi scrupoli di guerreggiare.

E il fatto sta che questi furono effetto principalmente delle voci

che venivano d’Austria, anzi di Germania tutta, che que’ vescovi,

que’ cleri, que’ cattolici si alienassero da lui parteggiante,

guerreggiante contro essi per Italia, si separassero dalla Santa Sede,

facessero scismi. Erano voci, timori esagerati, ma naturali. Cosí fu

da Alessandro III e Gregorio VII in qua, e sará sempre; epperciò,

sempre il dissi e sempre il ridirò, i papi non possono esser duci a

niuna impresa d’indipendenza nostra: fattine duci l’abbandonano, il

loro dovere di papi superando il loro dovere di principi italiani,

e la fa loro abbandonare; e abbandonandola come duci, la rovinano.

Quando, all’incontro, si saprá fare senz’essi, essi avranno anche

come papi le medesime ragioni a non mettervisi contro, che ebbero a

non mettersi contro a’ nostri nemici; lasceranno fare, tollereranno

dapprima, e se ne contenteranno poi, indipendenti essi allora piú che

mai, o indipendenti allora soltanto veramente. Ad ogni modo, tutti

questi scontenti, scrupoli, timori, troppo naturalmente incitati dalla

parte austriaca o retrograda, troppo stoltamente dalla liberale,

scoppiarono all’ultimo in una allocuzione concistoriale del 29 aprile,

nella quale Pio IX respingeva da sé ogni partecipazione alla guerra, e

tanto piú la presidenza della confederazione o lega, ch’egli chiamava

«una cotal nuova repubblica degli universi popoli d’Italia»[3]. E da

quel giorno fu tolta di mezzo la forza principale della causa d’Italia,

tolta ogni forza alla parte moderata, che s’appoggiava al concorso

dei principi, e di questo sopra tutti. Il primo effetto fu la caduta

del ministero Antonelli, e la formazione d’un nuovo [4 maggio] che

fu presieduto dal cardinal Soglia, ma prese nome ed andamento dal

Mamiani. Il papa scrisse e mandò un legato all’imperator d’Austria per

la pace, ma inutilmente. Adunaronsi le Camere, o come si disser lá i

due Consigli [5 giugno]. E subito ad ogni tratto, ad ogni fatto, per

ogni piccola parola del discorso del governo, degli indirizzi delle

Camere, delle orazioni dei deputati, fu un dividersi, un disputare,

un non intendersi, un inasprirsi a vicenda, senza paragone maggiore

che negli altri parlamenti. Era naturale, i membri del parlamento e

parecchi de’ ministri stessi volevan ridurre al nulla, o come si disse

«cacciar nelle nubi» il principe ecclesiastico, molto piú che non si

volesse od osasse fare allora de’ principi laici; e il papa si credeva

anche piú degli altri in dovere di non soffrire tale spogliazione.

Tuttavia, nemmeno a Roma nulla scoppiò finché durò la fortuna

piemontese.--Non cosí nella caldissima, anzi infocata Napoli. Dove,

appena dato lo statuto, eransi giá succeduti due ministeri presieduti

dal Serracapriola e dal Cariati, quando venute le notizie della guerra

incominciata da’ piemontesi, il popolo la chiese, il re la dichiarò

e fece un altro ministero presieduto da Carlo Troya [7 aprile].

Partirono alcuni volontari primamente condotti dalla principessa

Triulzi-Belgioioso, poi il decimo reggimento che per via di Toscana

andò ad unirsi all’esercito piemontese e vi combatté bene; poi per le

Marche fino a Bologna un esercito capitanato da Guglielmo Pepe, e partí

a un tempo l’armata di mare per l’Adriatico. Ma erasi adunato intanto

il parlamento siciliano addí 26 marzo; e nominatosi reggente dell’isola

Ruggiero Settimo, e decretata la separazione dell’isola dal Regno e la

decadenza di casa Borbone da quella corona separata, si apparecchiarono

e serbaron l’armi ed armati miseramente non all’indipendenza vera e

nazionale d’Italia, ma, profanando il nome, a quella che s’osò chiamare

indipendenza d’una provincia italiana: era diminuzione dell’unione

esistente, era disunione perpetrata allora appunto che si andava

proclamando l’unitá. E quando la flotta napoletana passò lo stretto

per l’Adriatico, Messina le tirò contro. Né erano piú savi a Napoli.

Appressandosi la convocazione del parlamento per il dí 15 maggio,

non che riunirsi, come altrove, i partiti in quella speranza, in

quell’effettuazione dello statuto, fosse opera delle sètte piú potenti

lá che altrove, o degli emissari repubblicani francesi, o diffidenza

ed odio al re, o che che sia, il fatto sta che giá gridavasi non

voler Camera dei pari eletta dal re, non lo statuto qual era, non

giuramento a questo senza riserva. Disputossene, fra re, ministri,

deputati, pari, guardia nazionale e popolo, ne’ giorni precedenti a

quello della convocazione. Nella sera de’ 14 incominciarono barricate

all’incontro del palazzo regio e delle truppe che stavanvi a guardia.

A mezza mattina dei 15, eran cresciute le barricate e guardie. Popolo

di qua, truppe in battaglia di lá, non potevano restare oziose gran

tempo. Parte un colpo: s’appiglia la zuffa, la battaglia, il macello,

il saccheggio, ogni nefanditá di guerra cittadina. Le truppe rimangono

vittoriose; il re muta ministero; Cariati presidente del nuovo;

si sciolgon le Camere senza essersi legalmente aperte; i deputati

perseveranti in lor aula, son cacciati da’ soldati; un proclama

ripromette lo statuto; i repubblicani fuggono a Calabria, e vi levano

guerra civile. Il re richiama l’esercito da Bologna, dismettendo

Pepe. Questi con pochi disobbedisce, e vanno a Venezia. Statella

sottentratogli, riconduce il resto in disordine. E cosí i pontifici di

Durando abbandonati da un esercito intiero su cui contavano, furono

perduti; cosí l’esercito piemontese perdette tra questi e quelli i

trentamila uomini che formavano tutta la sua destra: cosí la guerra

d’indipendenza, infiacchita giá il 29 aprile dalla allocuzione del

papa, fu perduta intieramente il 15 maggio, mentre i piemontesi pur

combattevano, morivano e vincevano per lei a Pastrengo ed a Goito.

Noi non celammo gli errori che trasser questi da tali vittorie alla

sconfitta di Custoza. Ma siffatti errori, al paragone, sono piccoli,

sono di quelli che si fanno in ogni guerra, anche condotta da’ migliori

capitani. Questi sono gli errori grossi, che causarono que’ piccoli, ed

impedirono di rimediare a’ piccoli; questi, quelli che due mesi prima

di Custoza avean giá perduta la guerra d’indipendenza. E con lei la

parte moderata, la parte soda, sana, virtuosa, devota d’Italia.

44. L’armistizio [agosto 1848-20 marzo 1849].--Il periodo de’ sette

mesi che seguí tra la prima e la seconda campagna di nostra guerra

d’indipendenza fu cosí fecondo d’errori e d’insegnamenti politici, come

era stato il primo di militari; fu anzi un cumulo, un precipizio, un

vero baccanale d’inciviltá. La guerra d’indipendenza aveva fatto tacere

le esagerazioni di libertá, la stolta idea dell’unitá: cessata ora la

prima, scoppiarono quelle e questa. Se l’Italia media o meridionale

fossero state mature all’indipendenza, allora si sarebbe veduto,

allora sarebber sorte sottentrando al vinto Piemonte: ma fu tutto

all’opposto; d’allora in poi non sorse, non accorse un battaglione da

quelle due Italie imbelli e distratte. I settari reduci dall’esilio,

avevano giá nel primo periodo empite e corse le cittá d’Italia, Milano,

Genova, Livorno, Roma, e Napoli principalmente; ma, fosse invidia o

vergogna dell’impresa iniziata da altri, v’avean presa poca parte, ed

erano i piú rimasti nell’ozio o nell’ombra: sbucarono sí allora da

ogni parte, si mostrarono ne’ circoli e sulle piazze, penetrarono ne’

parlamenti e ne’ ministeri, abbatteronvi governi esistenti, ne crearono

dei provvisori e vi promossero la licenza sotto nome di «libertá

democratica», la unitá sotto quello di «Costituenti italiane». Cacciati

di Milano dalla conquista austriaca, di Venezia dalla prudenza di

Manin, di Napoli dalla controrivoluzione, s’ingrossarono tanto piú in

Roma, Firenze, Livorno, Genova e Torino, vagando, come fu detto allora,

quasi compagnie comiche dall’una all’altra di quelle scene aperte a lor

fortune, sventura d’Italia. Alcuni uomini, nuovi o non logori dalla

calunnia e dai tradimenti del primo periodo, tentarono resistere, ma

invano. E non avendo noi luogo a distinguere i loro meriti, vogliamo

almeno siano eccettuati da quel biasimo, del resto universale, che

la severa e sola utile storia non può qui se non versare sull’Italia

intiera, che sará confermato da’ posteri, se saranno migliori di noi.

Se ne persuada una volta la misera Italia: ella fu perduta da’ suoi

adulatori, dagli accarezzatori de’ suoi vizi e delle sue passioni,

dagli scusatori delle colpe sue: finché ella dará retta a costoro ed

ai successori di costoro, storici, politici, oratori di ogni sorta,

ella non può riconoscere i suoi vizi; e finché ella non li abbia

riconosciuti, ella non è nemmen sulla via di correggerli; e finché ella

non li abbia corretti, ella vizierá, ella perderá tutte le occasioni,

tutte le imprese, come ella viziò e perdette quella magnifica ed

insperata del ’48.

In Torino il ministero Casati, entrato il 27 luglio, si dimise subito

dopo l’armistizio, addí 13 agosto; sottentrò uno presieduto dapprima da

Alfieri, poco appresso da Perrone. Tardi, ma opportunamente ancora,

il parlamento die’ ogni potere al re, e fu prorogato.--A Bologna

arrivarono gli austriaci addí 7 agosto, e s’accamparono per accordo

intorno alla cittá tenendone le porte. Ma sollevatosi il popolo il

giorno appresso, li cacciò di lá intorno; ed accorsi i campagnuoli,

li forzarono a raccogliersi verso Ferrara. Fu bello e raro esempio,

ma seguíto dai soliti disordini popolari che durarono tutto quel mese

e fino al principio dell’altro. E Roma era turbata da questi ed altri

moti delle province, e addentro dai circoli, dalle sregolatezze, dal

discredito del ministero. Il quale finalmente si ricompose addí 13

settembre, sotto la medesima presidenza del cardinal Soglia, ma si

rinforzò di altri uomini popolari e soprattutti di Pellegrino Rossi.

Esule questi d’Italia fin dal 1815 dopo aver preso parte al governo

di Bologna istituito da Murat, erasi rifuggito in Ginevra dove aveva

acquistata tal fama di professore, scrittore ed uomo di Stato, che gli

fu affidato il carico di proporre un nuovo patto federale per tutta

la Svizzera. Non accolto questo, erasi trasferito in Francia, dove

accrescendo la triplice fama sua, era stato fatto pari ed ambasciadore

a Roma. E qui accresciutala di nuovo in vari negoziati, ma lasciato il

posto da febbraio in qua, era pur rimasto consigliero, amico del papa,

amico delle riforme e dello statuto e d’ogni liberalitá; ondeché non

era uomo in Italia che desse tanta speranza di sé a’ moderati, tanto

timore ed odio ai settari, ai repubblicani, ai cosí detti democratici.

E quest’ire e quest’odii si accesero tanto piú ne’ due mesi che,

prorogate le Camere, il nuovo ministero governò, reprimendoli ed

ordinando, come si poteva, bene l’amministrazione e le finanze.--In

Napoli, dove il re aveva convocato un nuovo parlamento, e le elezioni

aveano rimandato il medesimo fin dal primo luglio, re e parlamento non

fecer altro guari che dividersi, com’era a prevedere, piú che mai, e

quindi addí 5 settembre nuova prorogazione fino a’ 30 novembre. Quasi

dappertutto adunque tregua politica come militare.--Ma non nella debole

Toscana, dove, fosse caso o disegno, scoppiaron le opere de’ settari.

NOTA

I

Inculcare ai suoi connazionali e contemporanei che, prima di

preoccuparsi del problema, intorno a cui tanto si travagliavano,

dell’unitá, o dell’altro, pur cosí variamente discusso, della forma

di governo, dovessero provvedere a risolver quello, ben altrimente

importante, dell’indipendenza, lasciando da banda le effusioni

rettoriche, le logomachie accademiche, le dimostrazioni di piazza

e le macchinazioni settarie, e procurando piuttosto di mantenersi

concordi e di riacquistare, fin quanto fosse possibile, quello spirito

e quell’educazione militare, che purtroppo s’eran perduti da secoli,

fu lo scopo cui Cesare Balbo tenne sempre fiso l’occhio durante la

sua lunga, laboriosa e onestissima vita letteraria. E sempre solo

mezzo idoneo al conseguimento del fine nobilissimo gli parve un libro

storico, che, narrando gli avvenimenti svoltisi nella penisola in tre

millenni, mostrasse, senza sforzi di ragionamento, ma con l’evidenza

d’un imparziale racconto, che, allora soltanto l’Italia fu grande,

prospera e felice, quando, animata dallo spirito d’indipendenza,

seppe tener lontano dalle sue fertili e agognate contrade l’aborrito

straniero.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 21 / 26 段