Dicemmo, gli statuti, la libertá essere stata data a Napoli addí 11

febbraio, a Torino addí 4 marzo, a Firenze addí 17, a Roma addí 14

marzo.--Addí 18 incominciò il sollevamento de’ milanesi; al 19 Carlo

Alberto die’ ordine di adunare l’esercito al Ticino. Nella notte del

22 al 23, dopo cinque giornate di sollevamento, inopportunamente

fatto, meravigliosamente proseguito e finito, Milano fu libera dai

tedeschi. E nel medesimo dí, cinque ore prima che ne giugnesse nuova

a Torino, la guerra d’indipendenza era dichiarata dal piccolo re di

Piemonte, cioè di quattro milioni e mezzo d’anime, senza un’alleanza,

né politica, all’imperator d’Austria, cioè di trentasei milioni,

appoggiato dall’alleanza d’Europa dal 1815. Non importa; si gridò

in tutta Italia alla tardanza, alla titubanza piemontese.--Addí 25,

un primo corpo piemontese entrò in Milano, addí 26 il re partí di

Torino, addí 3 aprile entrò in Pavia, e proseguí poi a Crema, con soli

venticinquemila uomini contra l’esercito austriaco di settantamila.

Questi, fuggenti dalle cittá sollevate, si raccoglievano al campo

di Montechiaro. Il re lo minacciò, lo sloggiò piegando a destra, e

scendendo il Po. L’operazione era bella, la guerra era portata d’un

tratto sul Mincio. Addí 8 aprile, si combatté a Goito, si prese e si

passò quel fiume; addí 9 si combatté e si passò a Monzambano, addí

10 ed 11 a Valeggio. Allora la guerra era necessariamente in que’

campi tra Mincio ed Adige, dove, quando non era se non la fortezza di

Mantova, Buonaparte giovane e vittorioso dimorò e vinse per otto mesi,

dove ora era il terribile quadrilatero di Peschiera, Mantova, Verona e

Legnago, apparecchiate, rinforzate e studiate ne’ trentaquattro anni

di pace dai sospettosi stranieri, dove ora il re conduceva un esercito

nuovo di venticinquemila uomini, contro sessanta o settantamila

austriaci. Il grido d’Italia, cioè de’ settari, dei tribuni di piazza,

degli oratori di circoli, degli scrittori di giornali, del governo

provvisorio di Milano, forse senza eccezioni, e quello stesso dei

ministri e consiglieri del re con pochissime eccezioni, era che si

passasse attraverso i due fiumi, le quattro fortezze, i sessantamila

nemici, per dar la mano a Venezia, Vicenza e l’altre cittá, e si

portasse la guerra agli sbocchi, anzi alle cime dell’Alpi da Como a

Trieste. Né fa meraviglia che la povera Italia, inesperta di guerra

anche piú che di politica, gridasse siffatte stoltezze; sí il può

fare che rimangano queste in alcuni libri di uomini anche militari.

Quand’anche fosse stata vera, generale ed armata insurrezione in

Lombardia e Venezia, sarebbe stata inutilitá, fanciullaggine, correre

a dar la mano a’ veneti, perdendo piede in Lombardia, che è la solita

perdizione di tutte le guerre d’insurrezione. Ma questo poi non era né

poteva essere in Lombardia né in Venezia, non v’essendo armi colá, né

potendone dare il Piemonte, che non n’avea, pur troppo, il corredo suo

intiero per il proprio esercito; ondeché, chi accusa lombardi e veneti

di non essersi levati ad insurrezione armata, è poco meno ingiusto

che chi accusa il re di non esser corso a congiungersi (quand’anche

fosse stato materialmente possibile) con quell’insurrezione che non

esisteva. Il fatto sta che gli eventi tutti di questa guerra dimostrano

ora facilissimamente ad insegnamento (che Dio voglia non disperdere)

delle generazioni future, che la somma, che il tutto di questa prima,

ardita, forse temeraria, generosa guerra d’indipendenza, era, doveva

essere, non poteva non essere se non nell’esercito piemontese; che

questo doveva dunque serbarsi, salvarsi, mantenersi, accrescersi,

aiutarsi, incoraggiarsi, lodarsi, amarsi, e quasi adorarsi unicamente

da tutta Italia; e tenersi perciò dal suo capo coraggiosamente,

inalterabilmente sulla difensiva, ogni volta che non venisse

un’occasione quasi sicura di offensiva; e prendersi questa allora

solamente, e finché durasse l’occasione, tornando poi alla difensiva,

dando tempo alle popolazioni di procacciarsi armi ed esercitarvisi,

ed ai principi italiani di mandar aiuti, ed ai popoli di accorrervi;

dando tempo, insomma, a quel tempo che è il piú grande alleato di

tutte le guerre d’insurrezione, che era allora il solo nostro. Ma

le stolte grida fecero fare una guerra tutta opposta, una guerra in

furia, una guerra che volevasi corta e grossa; e questo fu l’errore

che perdette tutto, che il perderá, se occorre, altre volte; perché da

questo nacquero tutti gli altri, piccoli e grandi, numerosi, di rado

interrotti, sempre risorgenti, e finalmente fatali. Né io conto per

tale l’aver tentata con poca e piccola artiglieria Peschiera fin dal

13 aprile, Mantova fin dal 19; questo era necessario per tastare il

nemico, per vedere se era veramente o no scoraggiato, se appunto si

poteva fare o no una guerra tumultuaria, senza o contra regole. Ma la

vanitá dei due tentativi provò appunto il contrario; e fu errore non

vederlo subito, e non chiamare fin d’allora il parco d’assedio, per una

guerra che doveva essere evidentemente d’assedi, numerosi, ripetuti,

continuati o lasciati, centrali a tutte le operazioni eventuali, alla

Buonaparte. Ad ogni modo, fecesi bene, molto bene, ne’ dí seguenti.

Arrivava, ordinossi l’esercito di sessantamila uomini piemontesi e de’

ducati; fecesene un corpo di due divisioni sotto Sonnaz a sinistra,

uno di due altre sotto Bava a destra, una riserva di una divisione

sotto il duca di Savoia. Questo era l’esercito d’operazione; ma

alcune migliaia varianti in numero di volontari lombardi guardavan

l’Alpi a sinistra, sulla sponda occidentale sul lago di Garda; cinque

in seimila toscani arrivavano, furono posti poi a guardia contro a

Mantova; diciassettemila pontifici varcavano il basso Po, e invece di

unirsi co’ veneziani, e chiamare a sé tutti i veneti per fare un grosso

esercito minaccioso da Padova e il Bacchiglione, corsero tutto il

Veneto, chiamati da tutte le cittá, inutilmente allora, fatalmente poi;

e in ultimo era arrivato un migliaio, e s’aspettavano venticinquemila

napoletani. Con tali forze presenti, tali sperate, il re fece passare

il Mincio a tutto l’esercito d’operazione, addí 26 e 27, occupò addí 28

e 29 que’ colli che salgono da Valeggio per Somma Campagna e Sona fino

alla sponda destra dell’Adige, e quindi si collegano al Montebaldo,

alle storiche posizioni di Rivoli e delle Chiuse d’Italia. Cosí

investiva Peschiera; ma gli austriaci mostrarono volersi difendere a

Pastrengo. Il re ve li assalí addí 30, e li vinse in bella giornata,

che sarebbe stata forse piú bella se si fosse spinta per qualche

ora di piú. Ad ogni modo su que’ colli era il luogo di fermarsi, di

fortificarsi, di radicarsi, per far l’un dopo l’altro l’assedio di

Peschiera addietro, di Verona poi all’innanzi. Delle quattro terribili

piazze non erano necessarie a prendersi se non queste due, per portare,

non piú stoltamente ma sicurissimamente l’esercito nella Venezia, per

far cadere forse ed annullare per certo le altre due. Questo era non

solamente precetto, regola d’arte, ma senno o senso volgare o comune.

Ma le grida non permettevano senno e regole; volevano, dettavano

sregolature, colpi di genio, miracoli. Si tentò uno di questi addí 6

maggio. S’assalí Verona, la gran piazza d’armi d’Austria in Italia,

con fanti, cavalli, e pezzi di campagna: riuscí come sogliono tali

miracoli; fu respinto l’esercito piemontese da Santa Lucia dove era

giunto, fu salvo nel ritirarsi dal bravo duca di Savoia. Allora si

ricorse alle regole; e riuscirono a bene. In regola si fecero venir

le artiglierie grosse; in regola si camminò per le trincee, si fecero

parallele, si costrussero batterie, si aprí il loro fuoco [18 maggio]

contro Peschiera, sotto gli ordini del duca di Genova; e in regola si

propose una capitolazione, addí 26, ed in regola fu ricusata. Intanto

Radetzki, l’insultato, ma ammirabil vecchio di 86 anni, si moveva

da Verona addí 27, per far levar l’assedio con bella operazione.

Veniva a Mantova [28], assaliva il mattino appresso con quarantamila

i cinquemila toscani e pochi napoletani, staccati, od anzi, pur

troppo, sacrificati a Curtatone e Montanara; e i toscani mostrarono

costí non essere la mancanza di valor naturale, e nemmeno quella

della disciplina che impedisca di diventar militare, ma solamente la

colpevole trascuranza de’ loro governanti, o forse l’avarizia del paese

che non vuole avere esercito per non ispendervi. Ad ogni modo, si

fecero uccidere al loro posto, gloriosamente. Né fu forse inutilmente

del tutto: ché, fosse Radetzki indugiato da tal resistenza od altro, il

fatto sta ch’ei non proseguí in quel giorno, e non giunse se non alla

dimane [30] all’attacco disegnato sulla punta della destra piemontese a

Goito. Ed ivi con bella e pronta riunione di sue truppe giá stava Carlo

Alberto. S’appiccò la battaglia poche ore prima della notte; fu diretta

bene, in buona regola, e vinta da Bava. Né era finita del tutto, quando

giunse sul campo la nuova della resa di Peschiera, conseguita il

medesimo dí. Questa giornata del 30 maggio a Goito fu la piú bella di

quella campagna, che fu la piú bella che siasi fatta mai dagli italiani

da sette secoli. Quel nome e quella data, ed anzi quei due mesi e

mezzo dal 18 marzo al 30 maggio, quella prima metá della campagna del

1848, rimarranno, che che sia per succedere poi, cari e sereni nella

memoria degli italiani che vi parteciparono o li videro, ed in quella

pure dei posteri. E non giá che non vi fosser fatti di quegli errori

che si fan sempre in tutte le guerre, e piú in siffatte subitanee e

disapparecchiate; ma perché vi furono piccoli e grandemente riparati.

Ed all’incontro quelli che succedettero furono gravi, non riparati,

forse irreparabili. Radetzki, respinto e rotto a Goito, s’era

facilmente coperto e rifatto in Mantova. Questo è il vantaggio

incommensurabilmente grande, ma nemmen veduto dagl’ignoranti, del

guerreggiare tra grosse fortezze proprie; poter esser battuto ma non

sconfitto, mentre il nemico in aria è sconfitto appena battuto. E da

Mantova Radetzki spingeva vanguardie, ricognizioni, fin all’Oglio.

Allora a gridare che si sagrificava Lombardia, Milano, da quelli

stessi che pochi giorni addietro pretendevano s’andasse nel Veneto, a

Venezia, all’Isonzo. Si die’ lor retta, s’indugiò, si rimase a Goito,

vi si raccolser tutte le forze piemontesi per quattro giorni intieri.

Finalmente, addí 4 giugno, si volle assalir Radetzki; era scampato

nella notte. Si spinse fin sotto Mantova, non si trovò ancora. E

allora, ancora eran due cose a fare: ovvero inseguire il nemico tra

Mincio ed Adige, od anche oltre Adige, che allora soltanto fu forse

possibile; ovvero assalir Verona, la gran Verona che ha forse bisogno

d’un esercito a guarnigione ed allora non l’aveva, e cosí forse

prenderla, certo minacciarla in modo da richiamarvi in fretta e cosí

in disordine l’esercito austriaco. Non si fece né l’un né l’altro, né

nulla per sei giorni; e addí 10 fecesi peggio che nulla, quel che non

si dovea fare, ciò che era lungi dal vero campo di quelle operazioni,

lungi dal vero nemico; si corse alla somma sinistra sull’Alpi, a

Rivoli abbandonato.--Intanto Radetzki faceva la piú bella forse delle

operazioni sue, trasse profitto della sua stessa rotta. Ritiratosi

per Legnago, piombò su Vicenza dove Durando s’era raccolto dopo aver

invano tentato d’opporsi alla congiunzione di Nugent con Radetzki.

Ora giungeva un secondo gran rinforzo d’oltre a quindicimila sotto

Welden per Tirolo. Radetzki chiamò anche questo contra Vicenza.

Durando e i suoi e i cittadini resistettero addí 10 gloriosamente, ma

inutilmente; capitolarono alla sera. Ed alla medesima sera solamente

da Garda, il re si rivolse a marciar contro a Verona. Addí 12, fu

concentrato l’esercito a Villafranca; addí 13, fu portato presso alla

gran fortezza. Ma vi si seppe il ritorno di Radetzki poc’ore innanzi

da Vicenza presa; mancarono alcune intelligenze coll’interno della

cittá, si rinunziò all’impresa, si ritrasse nella notte l’esercito,

contento di non essere inseguito.--Seguí dal 14 giugno al 13 luglio un

mese intiero di ozio, di silenzio, militarmente inconcepibile, inudito,

non interrotto che da alcuni colpi di fucile e cannone da Rivoli e

la Corona che s’era presa dopo Rivoli. Né fu risoluzione, appiglio

a guerra difensiva. Cosí fosse stato! Trincerandosi sui colli tra

Valleggio e Bussolengo, aspettandovi i rinforzi di Piemonte e Lombardia

che venivano alla sfilata, che furono in un mese d’un venticinquemila

uomini, che avrebbon potuto essere fra pochi altri d’oltre a centomila

(come fu dimostrato poi al principio del ’49 dall’esserne sorti oltre a

cinquantamila nel solo Piemonte esausto), sarebbesi dato quel tempo al

tempo, che ridiciamo esser il piú grande aiuto alle guerre nazionali,

che avrebbe qui posto alla nazione italiana l’interpellanza, se

voleva o no davvero aiutar Piemonte che veniva, indipendente esso, ad

aiutarla all’indipendenza. Ma non fu tal risoluzione; furono trenta

irresoluzioni di giorno in giorno; non si mosse una zolla di terra sui

colli difensivi, poche s’alzarono sulla strada da Verona a Peschiera;

non si pensò ad assalir Verona con buona artiglieria, e buona pazienza,

in regola, in faccia a sé, dove s’era mal tentata due volte; si pensò

assalirla per la manca d’Adige, ficcando l’esercito tra esso e l’Alpi,

che era una stoltezza, e non si tentò nemmeno; si pensò, forse piú

strano, ad assalir Legnago, forticello piccolo, fiancheggiato dalle due

fortezze grosse, e non si tentò; e si pensò finalmente, e pur troppo si

tentò e incominciò, l’assedio di Mantova. In quella stagione, non v’era

aria cattiva, ond’è probabile che se fosse durato quell’assedio sarebbe

finito colla perdizione dell’esercito intiero. Ma se fosse finito colla

presa di Mantova, non era fatto nulla, o poco; rimanendo intiera agli

austriaci la linea dell’Adige, Legnago, e massime la gran Verona,

quella Verona che è la vera ròcca d’Austria, il vero freno d’Italia. Ad

ogni modo, addí 13 s’investí la piazza; due divisioni (si noti bene),

un ventimila uomini, a destra di Mincio; il resto dell’esercito, un

sessantamila uomini, a scaglioni tra Sacca e Marmirolo fino a Rivoli

e la Corona; cioè in somma una linea sproporzionatamente lunga, una

grossa testa intorno a Mantova, una lunga coda fino all’Alpi. Sorrideva

finalmente la fortuna saputa aspettare dal vecchio maresciallo

austriaco; colsela, accarezzò, aggravò l’errore nostro, e piombò

ardito poi a punirlo. Fin dal 14 spinse a Ferrara un corpo minacciante

i ducati. Bava si mosse verso questi; gli austriaci si ritrassero; e

Bava, non volendo perder sua mossa, si distrasse a prender Governolo

addí 18. Allora, estesa cosí piú che mai ed assottigliata la linea

de’ piemontesi, e fermata tutta l’attenzione loro a lor somma destra,

Radetzki li fece assalire addí 22 a somma sinistra, alla Corona. I

nostri vi si difeser bene, anzi vinsero. Ma Sonnaz, giudicando bene non

esser ivi la somma delle cose, ripiegossi quantunque vittorioso verso

Peschiera. E di fatti, all’alba dei 23, Radetzki assalí Sona e Somma

Campagna, con grandi forze, le prese, ne cacciò i pochi nostri che pur

si ritrassero a Peschiera, ed esso spinse sino al Mincio, a Salionze,

a Monzambano e Valleggio. Addí 24, Sonnaz rinunciò a raggiungere il

grosso dell’esercito nostro per la manca del Mincio, anzi, a difender

questo seriamente, mosse per la destra fino a Volta. Radetzki non fece

passare se non ricognizioni; e facendo anzi fronte addietro, collocò

egli l’esercito suo in quella bella posizione difensiva dei colli da

Valleggio a Somma Campagna. Il re intanto avvertito fin dalla mattina

innanzi a Marmirolo, aveva levato l’assedio di Mantova, raccoltene

tutte le truppe che erano a manca di Mincio, portatele nella notte

a Villafranca. Ardita, magnifica mossa, che poté far credere a chi

udian da lungi, essere destinato il nome di lui ad accrescer la breve

serie de’ grandissimi capitani, esser destinata ed oramai compiuta

l’indipendenza italiana. Sventuratamente la mossa fu incompiuta,

titubante, era senza disegno; il re lasciò due divisioni a destra

del Mincio, due divisioni, ventimila uomini oziosi, mentre andava a

combattere il tutto fra Villafranca e Valleggio. E perché il tutto

fu dubbio in quel giorno, e perduto di poco al dí seguente con quei

ventimila uomini di meno sul campo, certo è, matematicamente certo, che

s’egli avesse avuto quel cosí grosso soprappiú, avrebbe vinto invece

d’essere appena vinto. Ma, cosí è della guerra; la sorte di lei, il

destino delle nazioni v’è deciso da una ispirazione, anzi un pensiero

facile; e questo, facile, volgarissimo per sé, era facilitato ancora

dall’esempio cosí contrario di Buonaparte su quel medesimo terreno.

Qui convien abbassare il capo dinanzi al Dio ispiratore ed acciecatore

dei capitani e dei re: qui non piú dir altro che Dio nol volle; me lo

perdoni il mio re, immerso ora nel fonte della veritá.--In somma, con

quell’esercito peggio che dimezzato dai primi e da quest’ultimo errore,

con poco piú che venticinquemila uomini, il re assalí, senza aspettar

altri od altro, nella giornata stessa dei 24 gli austriaci su quei

colli stessi, che erano stati, che avrebbon dovuto forse essere sempre

la sua posizione difensiva inalterabile. E li vinse in quella giornata,

quantunque piú numerosi, sia per la difficoltá e il pericolo sempre

grande d’un cambiamento di fronte addietro, sia per l’impeto superiore

de’ buoni piemontesi. Ma fu un inganno, fu una perfidia di fortuna. Se

fosse stato vinto di quel poco che vinse, il re avrebbe probabilmente

indugiato l’attacco della domane, raccolte tutte le sue truppe,

combattuto con quaranta o cinquantamila uomini invece di poco piú di

venti.--Ad ogni modo, addí 25 si rinnovò la battaglia; non ne dirò i

casi, gli errori disputabili, disputati, inutilmente disputati; era

perduta prima che incominciata. Ognuno dei due eserciti aveva le spalle

alla base d’operazioni, al paese nemico; in tal situazione le battaglie

son disperate, da ambe le parti, ma sempre svantaggiose a quella che

assalita e sorpresa ha difficoltá a raccogliersi, perdute se non s’è

saputa vincere prima quella difficoltá. L’esercito piemontese, soldati,

ufficiali, generali, principi, vi fece prove di valore, riconosciute

poi dal nemico piú generoso che i compatriotti, dall’Europa militare

e che stava allora, tutta salvo il resto d’Italia, sotto l’armi. Lo

sforzo principale fu del duca di Savoia a difender Custoza; non vi

riuscí, non vi potea riuscire; rimasene il nome a quella giornata

infausta ed immortale. Se ne ricordi e se ne penta la pigra Italia

finché l’abbia fatto dimenticare. Gli errori, le spensieratezze dei

capitani, son cose frequenti, solite, da computarsi in tutte le guerre,

piú in queste di sollevamento ed indipendenza. Queste non si debbono

fare senza computar quelli, senza porsi in grado di vincerle a forza

di numero, di pazienza, di perduranza. Senza dar almeno due armate

pari all’austriaca ancorata sulle sue quattro fortezze, non vi sará

mai probabilitá di vincer questa. Finché l’Italia orientale, centrale

e meridionale non potrá, saprá o vorrá aver un esercito secondo,

vegnente sul Po ad aiutare il piemontese giunto dall’Alpi occidentali

e al Mincio ed all’Adige, se lo tolga di mente, la pigra, o divisa, o

disputante Italia, ella non sará probabilissimamente mai liberata da

questo, per quanto generoso, ardito, temerario, devoto o sacrificato

od anche meglio ordinato egli sia per essere. Quattro milioni e mezzo

in armi non bastano a liberare ventitré milioni d’oziosi contro a

trentasei milioni di resistenti, se non per un caso, un miracolo, che

è viltá sperare. Disse l’Italia che voleva far da sé; ma non fu vero:

fece il Piemonte per lei tutta a Custoza. Seppe dire ognuno che una

nazione non dee contare su aiuti stranieri; ma ella non dee contare

nemmeno su una parte sola, su un quinto di se stessa, non dee diminuire

dal cinque all’uno la sua probabilitá d’indipendenza.--Ad ogni

modo, questa era ridotta a zero; alla sera dei 25 luglio l’esercito

piemontese ritrattosi a Villafranca, si ritrasse nella notte a Goito.

Il nemico vittorioso a stento, rispettò la ritirata dei vinti.

Alla domane [26] l’esercito tutto raccolto sulla manca del Mincio vi

trovava le sue divisioni lasciatevi senza combatter nulla, e quella

di Sonnaz che pur troppo non avea combattuto il dí innanzi. Potevano

giovare a difendere la ritirata. Nuovo errore: Sonnaz fu lanciato

inutilmente e solo contra Volta: l’assalí a sera, presela, fu respinto

nella notte, riassalí rinforzato nel mattino, e fu respinto di nuovo.

Il dí appresso [27], il re domandò un armistizio e ritirarsi dietro

Oglio; gli fu imposto dietro Adda, lasciando ducati e Peschiera;

ricusò, error gravissimo.--Allora s’incominciò la ritirata disordinata,

fuga. Allora tornarono in mente a que’ soldati ed ufficiali non

solamente, come fu detto, il paese e la dolce famiglia giá abbandonata

ed ora pericolante, ma le ingiurie, i rimproveri, le stoltezze gettate

loro in faccia da tutta Italia e da casa stessa mentre combattevano e

vincevano; questo pensiero, che avrebbe pervertito forse a vendette un

vecchio e vittorioso esercito, pervertí a indisciplina il nuovo e vinto

piemontese. Ad ogni modo, si corse ad Oglio, e si lasciò dopo poco

combattere Cremona; si corse ad Adda, e si lasciò senza combattere. Il

re poteva passare il Po a Piacenza; coprirsi di quel fiume e questa

cittá, e quindi al bisogno ricoverarsi a quella linea d’Alessandria

e Genova che è la nota e sola buona difensiva del Piemonte, ma

veniva chiamato dalle grida, dalle supplicazioni de’ milanesi.

Cedette a questi, e parve nuovo e grave errore militare. Ma ogni

guerra, e questa piú d’ogni altra, dovea cedere pure alle condizioni,

ai sentimenti politici; e fu bello al re cedere al sentimento di

difendere fino all’ultimo gli alleati, ingenerosi per certo, ma per

cui s’era, in somma, incominciata e fatta tutta quella guerra. Addí

3 agosto, veniva il re da Lodi a Milano con venticinquemila uomini

al piú, e li collocava fuor delle mura meridionali. Addí 4, v’arriva

Radetzki all’incontro con trentacinquemila, cresciuti in breve a

quarantamila e piú. La battaglia s’attaccò subito. Tranne pochissimi,

i milanesi non fecer nulla; e i piemontesi, piú sdegnati che mai, non

combattendo piú che per l’onor dell’armi; e combatterono bene alcune

ore, e si ritrasser poi dietro le mura. A notte, il re domandò una

capitolazione, Radetzki la concedé; ritirata de’ piemontesi dietro

al Ticino, due giorni dati a’ milanesi che volesser seguirli. Ma

alla mattina incominciò la prima di quelle tre giornate di sacrilega

ingratitudine onde s’infama la storia della nostra impresa di

libertá e d’indipendenza, quelle tre giornate che per opera di pochi

scellerati hanno sporcato i nomi di tre nobili cittá italiane. Né

sará degna l’Italia mai di rinnovare con sufficiente virtú la grande

impresa, finché dall’Alpi ai tre mari non venga vergogna vera di

quelle macchie d’odio, e non sien lavate con lagrime, o meglio con

fatti di pentimento, di concordia e d’amore. Dal mattino di quel dí

[5 agosto] si gridò per le vie, per le piazze, dinnanzi al palazzo

Greppi, alloggio del re, traditore quel re sacrificatore (piú che mai

da ventiquattro ore) di sé, de’ suoi figli, di sua antica dinastia,

di suo popolo indipendente, all’indipendenza del popolo lombardo; si

fucilò lunghe ore contro la porta e le finestre; si stracciò dal re

la capitolazione, si rifece dallo sbigottito municipio, si liberò

il re da una compagnia di bersaglieri corsa finalmente contro a

quell’attruppaglia; il re si ritrasse a piedi in mezzo alla notte fino

al di fuori delle mura, inseguito dalle ingiurie e dalle schioppettate

lontane, rattenente la vendetta de’ suoi. Addí 6, egli e i piemontesi

erano oltre Ticino, e Radetzki entrava tranquillo a Milano. Addí

9, firmavasi un armistizio inaspettatamente favorevole, a giudizio

d’ogn’uomo militare o politico d’allora, e d’ogni scrittore assennato

dappoi; e fu gridato tradimento nuovo non piú a Milano solamente, ma in

tutta Italia e Torino stesso, e gridatovi per sei mesi quasi infame il

nome dell’ufficiale innocente e devoto che aveva dovere di firmarlo.

S’intende che nella concitazione delle rivoluzioni tutti i popoli son

talor pazzi. Ma chi l’è, o vi dura troppo, del tutto, s’intende che non

riesce a compierle bene mai, non riesce a rompere ma a ribattere propri

ferri.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 20 / 26 段