Da quel giorno la rivoluzione italiana, che era stata fino allora piú

nelle lettere che nelle opere, uscí dalla teoria, entrò in pratica,

entrò in quel secondo periodo che fu detto bene «delle riforme», e

che fu pure di un’unione, un’unanimitá, un intendersi quasi tra Stato

e Stato d’Italia, tra divisioni e suddivisioni della parte liberale,

non escluse (almeno in apparenza) le stesse sètte, e di tutti quanti

poi col compatito popolo di Lombardia e Venezia, solo in disaccordo

col principe suo straniero; un periodo poi di speranze esaltate, di

lodi e adulazioni reciproche, di feste avvicendate colle riforme, e

cosí continue. E tutte le rivoluzioni incominciano cosí, per vero

dire; e son famose, tra l’altre, le epoche di letizia e speranze del

1640 in Inghilterra, e del 1789 in Francia. Ma niuna arrivò al paro di

questa italiana, che durò diciotto mesi di matta letizia. Del resto,

fu naturale; i miseri italiani non erano avvezzi piú oramai che a due

serie d’idee e di fatti: congiure, repressioni, supplizi, esigli, e

di nuovo congiure di tempo in tempo, teatri, canti, amoreggiamenti,

feste ne’ tempi ordinari. E cessando i supplizi e lor paure, si

precipitarono nelle feste. Accrebberle molti liberali per arte;

volevano impegnar i principi, di che pur dubitavano; ed i settari ed

altri repubblicani, che prevedevano non aver a rimaner contentati

dalle riforme spontanee, apparecchiavano coi moti festosi quelli

ostili della piazza. E questo, per certo, fu gran danno venuto da tale

stoltezza delle feste, ma non il maggiore. Il quale fu, che questi

miseri popoli italiani, disavvezzi, dico, da ogni civile opera politica

o militare, se ne disavvezzarono sempre piú tra l’opera puerile

delle feste, vi si contentarono, vi si sfogarono; non concentrarono,

non risparmiarono, non serbarono all’occasione vera, seria, grave,

fatale, tutti que’ pensieri, quelle passioni che non si concitano se

non dopo frenate, che son necessarie a concitarsi fino all’ultima

loro potenza, per produrre effetti buoni e durevoli. E gli italiani,

sciupati, stemprati dalle feste, non ne seppero piú produr di tali;

niuno grande, dico, pochi durevoli, molti piccoli: diversi dispersi,

inutili o nocivi. Ad ogni modo, fu un vero baccanale di dimostrazioni

festive nelle piazze, di festive passeggiate per le vie, banchetti in

sale, banchetti all’aria, canto di giorno e di notte, dappertutto,

cantate per li teatri, coccarde, nastri, bandiere, catene di pezzuole

e veli femminili che si chiamavano d’«unione nazionale», o che so

io; poesie, prose, vaneggiamenti, pazzie.--E ad ogni modo questo fu

il séguito, la serie de’ fatti, la quale domando licenza di por qui

cronologicamente, non soltanto per abbreviare a’ leggitori ed a me

un’angosciosa fatica, ma perché parmi che riesca cosí piú chiaro, e

quasi parlante da sé, il cenno di questi diciotto mesi, operosi se

si riguardi indietro, sprecati in gran parte se si guardi innanzi,

o, per parlar piú esattamente, produttori di libertá e di licenza;

improduttivi di quell’indipendenza, che è anche piú da desiderarsi,

dell’indipendenza che avrebbe dovuto esser la prima e la sola mira

degli italiani. All’8 agosto, fu fatto segretario di Stato il cardinal

Gizzi, popolare allora. S’incominciò con riforme piccole; accademie,

scuole e simili, e commissioni per preparar le piú grandi. All’8

settembre, nuova e gran festa popolare a Pio IX, seguita da altre

piccole, ogni volta che usciva egli a visitare una chiesa, un ospedale

o una villa. Intorno a’ medesimi giorni, congresso dei scienziati

a Genova: era il sesto di que’ convegni annui, vera celia quanto a

scienza, veri preparativi quanto a politica, e che perciò erano stati

ottenuti a stento sotto ai governi assoluti. Questo fu libero oltre al

solito, e naturalmente fu occasione di feste. La piú strana delle quali

fu poi, senza paragone, quella pur fatta in Genova addí 5 dicembre, per

il centenario del medesimo giorno dell’anno 1746, quando i genovesi

cacciarono di lor cittá austriaci e piemontesi, allora male uniti. Se

servisse tal festa ad unire o disunire que’ due popoli italiani, forse

poteva giudicarsi fin d’allora, certo fu poi giudicato dai fatti. Ai 14

gennaio del 1847, il papa fu complimentato di tutti questi iniziamenti

del suo pontificato, conformi alla civiltá universale cristiana e fino

extracristiana, da un ambasciatore straordinario del sultano; il quale

era stato qui preceduto da un figlio del re di Francia, e fu seguito

in breve dal principe Massimiliano di Baviera, e Maria Cristina regina

di Spagna, ed un ambasciatore del Chili, e congratulazioni degli

Stati Uniti d’America. E dall’Irlanda si partí per Roma O’Connell;

ma morí per via, e fu occasione di altre feste e discorsi funebri.

E continuando intanto altre riforme piccole in Roma, seguí a’ 12

marzo la prima grande, e tanto grande che in meno di un anno riuscí

compiuta la rivoluzione rappresentativa in Italia, dico la riforma

della stampa. Non che le fosse conceduta la piena libertá; ma tra ciò

che ne le fu conceduto e ciò ch’essa se ne prese a poco a poco in

aggiunta, il fatto sta che bastò a quel gran risultato. Ma allora parve

troppo poco, ed incominciarono le feste a diventar tumulti. Sorsero

e moltiplicaronsi giornali in Roma e negli Stati, come poi, quando

vi furono concedute le medesime libertá, in Toscana e negli Stati

sardi. E come succede sempre negli Stati liberi, dove la popolaritá è

come il favore nelle corti assolute, ma come succede tanto piú negli

Stati che sono in rivoluzione di liberarsi, perché la popolaritá vi

è allora come il favore nelle corti tiranniche; chiunque corteggiava

popolaritá, si pose fatalmente a spingere innanzi la rivoluzione, e

pochi vollero od osarono tenerla ne’ limiti della prudenza e della

moderazione, pochissimi professaron apertamente queste due ingrate

virtú; e di questi, pochissimi perseverarono poi nell’impopolarissima

professione.--Ai 14 aprile, seguí una riforma che parve allora e fu

festeggiata come maggiore, e fu nulla; un sistema di governo che parve

forse ad alcuni poter tener luogo per sempre del rappresentativo,

che sarebbe certo stato bene ne tenesse luogo finché fosse finita la

conquista dell’indipendenza, ma che, ad ogni modo, nol tenne nemmeno

fino al principio di essa, nemmeno un anno. Questo sistema era il

consultativo; cioè una Consulta (cosí si chiamò allora in Roma), o di

un Consiglio di Stato, od anche di parecchi corpi di diversi nomi, i

quali in qualsiasi forma consigliassero il principe nella elaborazione

e pubblicazione delle leggi, senza avervi tuttavia niun voto impeditivo

o realmente deliberativo. E questo sistema non era nuovo, anzi

vecchio ed invecchiato sul continente, dov’era stato provato fin dal

secolo decimosesto quasi dappertutto. In Italia era stato riprovato

in Napoli e Torino, ma in ombra; ondeché non avea mutato il governo

assoluto. Ma provato ora piú realmente in Roma (e poi in Firenze e

Torino), e coll’opinione ferma in desiderare governi deliberativi e

rappresentativi, ed insieme coll’altra novitá della stampa di fatto

libera, egli produsse prontissimamente ciò che doveva produrre in

tali condizioni, ciò ch’ei produrrá sempre piú o men prontamente,

ma inevitabilmente oramai, il desiderato governo rappresentativo.

Perciocché insomma, questi governi consultativi, è una forma ibrida

che poté durare due secoli nella civiltá de’ secoli decimosettimo e

decimottavo, e senza la libertá né la diffusione della stampa; ma che

con queste, e nel nostro secolo decimonono, non avrá forse mai piú

tant’anni di vita, quant’ebbe secoli; che non uscirá mai piú di questo

dilemma di fatti: o rivoluzione retrograda al governo assoluto, o

rivoluzione progrediente al rappresentativo; e cosí sempre rivoluzioni.

Ai 14 giugno, riforma minore ma piú durevole, come quella che è logica,

e s’adatta ad ogni forma di governo; un primo ordinamento razionale

del ministero per ordine di materie. Ai 16 giugno, anniversario

dell’elezione dell’adorato Pio IX; e, naturalmente, festa maggiore.

Ai 17, anniversario dell’incoronazione, e seconda festa. Parve troppo

finalmente; e con bando del 22, Gizzi sgridò il popolo dolcissimamente;

e il popolo se n’offese e gridò a Gizzi, quasi uno de’ retrogradi

gregoriani, oscurantisti, sanfedisti, gesuiti, austro-gesuiti; nomi

che incominciarono a prodigarsi da chiunque voleva andare innanzi

a chiunque andava un passo meno che lui.--E sí che Gizzi e il papa

andavano pure non poco, forse troppo. Al 5 luglio, istituzione della

guardia civica, istituzione anche questa ottima, anzi indispensabile

negli Stati rappresentativi, stolta in quelli che volevano rimanere

consultativi.--Al 7, rinunzia di Gizzi; al 10, nomina di Ferretti. Addí

16, anniversario dell’amnistia, doveva esser gran festa; fu invece

gran tumulto addí 14 e 15, ché sparsasi, naturalmente come succede in

tali concitazioni, o ad arte come succede de’ concitatori, o l’uno e

l’altro insieme, la voce d’una gran congiura retrograda, sanfedista

e via via, si affiggono a’ muri i nomi de’ supposti congiurati, poi

si cercano, si entra in lor case, s’arrestano, si serrano in Castel

Sant’Angelo, si dá lor caccia per le campagne, e fino oltre i confini,

e se n’istituisce, annuente il governo, un gran processo che non

riuscí a nulla mai. Intanto, tumulti qua e lá nelle province.--E

intanto (che diede ombra di veritá ai sospetti popolari), addí 17,

escono gli austriaci dalla cittadella di Ferrara che occupavano dal

1814, s’acquartierano in cittá. Proteste quindi del cardinal Ciacchi

governatore addí 6 agosto, e Ferretti a dí 12. Ma addí 13 gli austriaci

occupano i posti militari della cittá; riprotestano Ciacchi e Ferretti,

risponde il gabinetto di Vienna. Ne seguirono poi negoziati ufficiosi

ed ufficiali a Roma, a Vienna ed a Milano, e finirono in dicembre colla

restituzione della cittá alle truppe pontificie, con poche e piccole

concessioni alle pretese dell’Austria, con grande scapito di sua

dignitá e tranquillitá in Italia; essendosene accesi intanto contro

lei, e non domati, gli animi di tutti gl’italiani, popoli e principi,

Pio IX con gli altri, e Carlo Alberto piú di nessuno. Fu minaccia

senza effetto, o, ciò che equivale, fatto piccolo con grande scandalo;

grand’errore.--E ne fu agevolato un affare che sarebbe stato grave,

se avesse potuto durare, l’effettuazione di quella lega doganale tra

gli Stati indipendenti d’Italia, la quale era stata giá piú desiderata

che sperata dagli scrittori precedenti le riforme. Mandato monsignor

Corboli Bussi da Roma a Firenze, Torino e Modena, se ne stipularono

le basi tra le tre prime corti, addí 3 novembre in Torino; e non

accedendo Modena austriaca, dichiarò pure non far ostacolo per il suo

territorio di Massa, frapposto fra Piemonte e Toscana. Intanto, al 2

ottobre, ordinamento del municipio romano in forma piú liberale, e

feste piú che mai in quel giorno, ed alla dimane e cinque dí appresso;

e poi al ritorno del papa da sua villa di Castel Gandolfo, e per il

viaggio a Porto d’Anzo e per il ritorno, e per una sua visita alla

chiesa di San Carlo, e per un nuovo motuproprio sulla Consulta, e per

l’installazione di lei addí 15 novembre, e per quella del municipio

addí 24, e per la vittoria degli svizzeri contro il _Sonderbund_, addí

30. Né quest’ultima fu tutta festa: insultaronsi i gesuiti, e fu il

primo di que’ tumulti che fecersi poi in tutta Italia contro a quella

Compagnia, e furono seguiti dalla cacciata di lei pochi mesi appresso,

quando appunto sarebbesi dovuto attendere a cacciare gli austriaci,

e non a dividere italiani da italiani, preti o non preti, gesuiti o

non gesuiti, scandalezzando, incominciando ad alienare Pio IX.--E

finí l’anno in Roma [30 dicembre] con un nuovo e miglior ordinamento

dell’ordine delle materie nel ministero. Ed io non so ciò che ne parrá

ad altri; so bene che l’avere qui concentrate quelle numerose riforme,

que’ grandi passi fatti in diciotto mesi, dal governo assoluto qual era

stato lasciato da Gregorio XVI, a questo governo cosí largo di Pio IX,

mi fa, non che ingiuste, parere ingiustissime le lagnanze allora di

tanti, e duranti in alcuni ancor oggi, che egli andasse troppo lento

in esse. E tanto piú, che molto piú lenti andavano gli altri principi

italiani.

In Toscana, la rivoluzione delle riforme non si può dire incominciata

se non un dieci in undici mesi dopo che a Roma, quando, addí 8 maggio,

uscí una legge che rallentò le censure della stampa. Seguirono feste

in Firenze e tutto lo Stato, insulti al console austriaco in Livorno;

e poi giornali numerosi, liberi oltre la legge, liberissimi, ed alcuni

licenziosi. Poi, commissioni a preparare altre riforme; e il governo

consultativo che giá esisteva lá in ombra, riordinato, praticato; poi,

ai 4 settembre, istituzione della guardia civica; e nuove feste, in

cui apparí per la prima volta, fra altre innumerevoli, la bandiera

tricolore. Intanto, feste e tumulti in Lucca; paura dei due duchi

padre e figlio; e addí 1º settembre, concessione di tutto ciò che era

stato conceduto in Toscana; poi fuga dei duchi, e cessione al granduca

dell’usufrutto che tenevano finché morisse Maria Luisa, e lasciasse

loro Parma. E cosí Lucca fu riunita a Toscana.

In Piemonte poi s’incominciò anche piú tardi; e fu fatale che quel

paese e quel re, i quali avean date le prime mosse alle riforme,

e dovevano poi prendere la prima e massima, e quasi sola parte

all’impresa d’indipendenza, entrassero cosí ultimi in tutto ciò che

ne era apparecchio. Ma il fatto sta che Carlo Alberto, vivissimo

all’indipendenza, era lentissimo alla libertá, né, io credo forse

e potrei dire so, per odio o vil paura ad essa, ma per nobilissima

paura che questa nocesse a quell’acquisto d’indipendenza che era

insomma il primo, il grande, il supremo de’ suoi pensieri. E certo,

che questo spiega e le antiche e le intermediarie e le ultime azioni

di lui, e le sue virtú e i suoi errori, le sue lentezze, le sue

titubanze, le sue ostinazioni. Ad ogni modo, dal principio del 1846

al settembre del 1847, non s’era fatto un passo, non una riforma in

Piemonte. Né una festa o un tumulto, che fu gran vantaggio a tener

nuovi gli animi all’opere reali. Né a settembre stesso ed ottobre

fu altro che una lettera confidenziale, ma confidenzialmente fatta

pubblica, dove Carlo Alberto diceva che «se la provvidenza mandava

la guerra d’indipendenza, co’ suoi figli a cavallo se ne farebbe

capo». Il mondo sa come essi adempissero la parola. Ma allora non fece

grand’effetto. L’opinione era alle riforme, di che il re non faceva

né diceva nulla. Sorsero, si rinnovarono frequenti tumulti, i piú

pacifici e rispettosi siensi veduti mai. Finalmente, addí 29 ottobre,

fu pubblicata una notificazione in che si promettevano tutte insieme

le riforme che dovevano portare e portarono il Piemonte al paro dei

due altri Stati riformati, Roma e Toscana; governo consultativo, cioè

Consiglio di Stato, riordinato, corroborato di membri provinciali,

nuove attribuzioni ad esso ed a’ Consigli provinciali e comunali;

larghezza alla stampa che in breve ne diventò qui pure liberissima,

cercatrice di popolaritá licenziosa; e guardia civica (?). E allora

pur qui i tumulti piccoli diventarono feste grandi, ma cosí ordinate,

che fu una meraviglia ed un’eccezione. E tutte queste promesse vennero

effettuandosi poi con sinceritá e prontezza. Il re s’era deciso oramai;

non die’ indietro, non titubò mai piú d’allora in poi. Ma fu certo

gran danno che si fosse incominciato cosí tardi, che le riforme non

avessero tempo ad effettuarsi, a preparare il paese, quando si venne

ai due scoppi della libertá rappresentativa e dell’indipendenza. E fu

danno maggiore, che entrando appunto nelle vie della libertá, egli si

rallentasse nel pensiero dell’indipendenza a tal segno, che, anche dopo

le minacce testé pronunciate, non facesse un apparecchio di guerra,

non una riunione, non un collocamento militare di truppe, nulla, salvo

la chiamata d’uno dei quattordici contingenti che erano a lor case.

Miseria umana! negli uomini come nelle nazioni, una preoccupazione

caccia l’altra. Napoleone stesso diceva non potersi fare che una cosa

alla volta.

Nei due ducati di Parma e Modena, niuna riforma, pochi tumulti,

sufficienti passioni. E cosí in Napoli e Sicilia: salvoché i tumulti

scoppiarono in Reggio di Calabria e Messina [settembre]; ma furono

repressi. Ferdinando Borbone si vantava di non aver bisogno di dar

riforme; esser date da gran tempo lá: ed era vero, in ombra. Non gli

venne in pensiero che si domandava e rimaneva a darsi la realitá. E

cosi vantava il governo austriaco in Lombardia e Venezia; ed era vero

poi, non solamente in ombra, ma in parecchie realitá. Se non che,

costá il gran desiderato era di ben altro che riforme, e l’Austria

nol poteva effettuare. Festeggiossi, tumultuossi in Milano per

l’instaurazione d’un nuovo arcivescovo [settembre], e festeggiossi

e parlossi in Venezia in occasione del congresso scientifico. Ma il

governo, la polizia d’Austria reprimevano ben altrimenti che quelle de’

principi italiani. La repressione piú efficace fece poi, al solito,

tanto piú efficace lo scoppio.

Questa era la condizione d’Italia, questo il progresso della

rivoluzione riformativa al principio del fatale anno 1848. E in men

di tre mesi era compiuta la rivoluzione, era incominciata l’impresa

d’indipendenza. Al 1º gennaio gran festa in Roma, non per altra

occasione che del capo d’anno. Se ne spaventa la corte, apparecchia

armi. Il popolo se n’offende, e la corte cede, scioglie gli armati;

e il papa esce il dí appresso per le vie, e il popolo trionfante,

Ciceruacchio capo solito di esso, acclama, inghirlanda, imbandiera la

vittima sua.--Addí 2 e 3 moti in Milano... e feste funebri in tutta

Italia. Addí 12 poi, moti anche piú gravi in Sicilia, e poi Napoli.

Dove essendosi tumultuato e represso, e l’uno e l’altro invano, da

parecchie settimane, finalmente i siciliani appuntarono pubblicamente

quel giorno per sollevarsi davvero, se non fosse fatto nulla dal

governo. E non essendosi fatto, si sollevarono cosí in Palermo.

Resistettero le truppe regie, e vinte due volte si ritrassero, e fu

fatto lá un governo provvisorio, a che aderí Sicilia tutta. E addí

16, domato il re finalmente, fece a un tratto e inutilmente tutto

ciò che non aveva voluto fare a tempo ed agio; concedette libertá di

stampa, governo consultativo, amministrazione separata per la Sicilia.

Non serví piú; il popolo tumultuava peggio che mai addí 17. Cede il

re, muta il ministero, chiama a capo di esso Serracapriola, promette

costituzione. Addí 29 ne pubblica le basi, addí 10 febbraio ne pubblica

il testo. Fu egli ridotto a tal passo ulteriore che finí la lenta

(finché non fosse fatta l’impresa d’indipendenza) pendente rivoluzione

riformativa, ed iniziò la rappresentativa, da quella necessitá appunto

e sempre dall’imprudenza di coloro che non seppero essere prudentemente

operosi? ovvero da qualche gelosia, dalla vanitá personale di far

piú a un tratto, che non gli altri principi italiani fin allora; di

essere conseguente a se stesso, che s’era vantato di non aver a far

riforme giá fatte nel suo regno? Sono questioni intenzionali che non

si potrebbero sciogliere, se non in una storia fatta da Dio. Ad ogni

modo, in quell’anno, in quei giorni, in quelle condizioni d’Italia,

che qualunque favilla anche minore scoppiata in un luogo serpeva quasi

lampo in ogni altro; non era possibile oramai che questa gran parola,

questo immenso e desiderato fatto d’una costituzione rappresentativa,

compiuto e proclamato in uno degli Stati italiani, rimanesse esclusivo

in quello, non facesse sorgere fatti simili in tutti gli altri. I

particolari delle feste e tumulti che giá non si potevan distinguere,

delle domande legali od illegali, opportune od inopportune, coraggiose

o cedenti, e delle cedenti resistenze, sarebbero troppo lunghi

per questo cenno, e cadrebbero in que’ giudizi che non voglio qui

promuovere. Ondeché mi accontenterò di dire, che la costituzione

rappresentativa fu pubblicata in massima addí 8 febbraio, sancita in

statuto addí 4 marzo; la costituzione toscana promessa addí 7 febbraio,

e data in statuto addí 17 marzo, e la costituzione romana promessa addí

14 febbraio, e data in statuto addí 14 marzo. Cosí, quattro Stati,

cioè tutti gli Stati grandi indipendenti d’Italia, cioè diciassette

dei ventitré milioni, due terzi degli italiani, entrarono nella gran

rivoluzione rappresentativa europea, ebbero rappresentativi statuti. E

se n’applaudirono a vicenda principi e popoli, quando in quegli ultimi

giorni di febbraio scoppiò la rivoluzione repubblicana di Francia.

E se n’applaudivano principalmente i liberali piú moderati ed amici

della monarchia. La concessione degli statuti, dicevano, n’avea salvi

dalla repubblica. Pochi sapevano ricordare che giá due volte, alla fine

del secolo decimoquinto e decimottavo, Francia ci aveva interrotto

l’assestamento, il progresso riformativo d’Italia; sapevano temere che

la nuova libertá italiana e la nuova repubblica in Francia, fossero

due ostacoli invincibili alla guerra d’indipendenza che tutti vedevano

imminente.

43. Continua l’appendice. Principio d’un’etá ottava della storia

d’Italia? La guerra d’indipendenza [1848-1849].--Se non m’inganni

quell’illusione troppo frequente che fa a ciascuno parer grandissimi

que’ fatti, quelle sventure in che visse, operò o soffrí, io credo

che l’anno 1848 sia per rimanere uno de’ piú notevoli nella storia

non solamente della gran rivoluzione rappresentativa, ma forse anche

di quella che non può non seguire delle nazionalitá europee. Quattro

grandi desidèri politici, o, se cosí si vogliano chiamare, idee,

scoppiarono insieme qua e lá in Europa, la sconvolsero in quell’anno.

1º Il desiderio della democrazia assoluta, esclusiva, sotto i due nomi

poco diversi di «comunismo» e «socialismo». 2º Il desiderio della

libertá rappresentativa. 3º Il desiderio delle indipendenze nazionali.

4º Il desiderio delle cosí dette unitá delle nazioni, o riduzioni

di esse a un governo solo o centrale. La rivoluzione francese di

quell’anno fu prodotta non piú che dal primo e piú stolto di questi

desidèri; la germanica, dal quarto e piú vano di essi; l’italiana sola

fu l’effetto di quei due che non si debbono dir solamente piú legittimi

e piú santi di que’ desidèri o sentimenti, ma principi imperituri

dell’esistenza d’ogni nazione civile, i due sentimenti, desidèri, o

passioni o principi, della libertá e dell’indipendenza. Sventuratamente

l’Italia ebbe a propugnare i due insieme, e sventuratissimamente

(dando retta di nuovo a consiglieri scartati negli ultimi anni) ella

v’aggiunse il vano desiderio dell’unitá, o sogno settario. Chi vuol

arrivare, non può avere che uno scopo solo; due, o peggio tre vie, sono

impossibili a seguire. La mente umana non è infinita, anzi è misera;

piú misera la mente di un popolo, dov’è la difficoltá di riunir tante

menti in una. Napoleone stesso, una delle meno misere fra le menti

umane, e mente unica assoluta d’una gran nazione, si vantava di non far

mai che una cosa alla volta. Finché l’Italia fará imprese di due o tre

scopi alla volta, ella le perderá sempre, quand’anche avesse occasioni

piú belle che non quella del ’48, che è difficile, e quand’anche avesse

a capo un Napoleone, che non è possibile, senza quell’unitá, la quale

non si può (quando si dovesse) cercare senza l’indipendenza; la quale

appunto si tratta d’aver prima ed anzi sola.

Tuttavia, a malgrado la sua importanza, l’anno 1848 non rimarrá per le

altre nazioni èra di niuna nuova etá.

La democrazia assoluta tentata in Francia, e l’unitá governativa

tentata in Germania, sono giá state vinte una volta; e perché quella

è assurditá contraria a tutte le presenti e crescenti civiltá, questa

vanitá o almeno utilitá non proporzionata a sue difficoltá, elle

saranno probabilissimamente vinte altre volte.--Ma, all’incontro,

perché due dei tre motori della rivoluzione italiana del ’48, sono, non

che conformi, ma necessari a questa medesima universale e cristiana

civiltá, perciò non credo debba rimaner dubbio a nessuno, e non

rimane almeno a me: questi due scopi continueranno a concitare le

menti italiane, a far nuove rivoluzioni, finché non sieno pienamente

ottenuti. Dopo il fatale ma grande nostro ’48, non sono piú possibili

né i vili ozi del Seicento, né le stentate riforme del Settecento, né

le guerre sotterranee, gli scoppi inutili, le sètte inefficaci della

prima metá dell’Ottocento; né per conseguenza quella preponderanza

straniera che oltre tre secoli durò giá tranquilla con tali servi,

poco inquietata da tali nemici. Dopo lo scoppio pur infelice, ma tutto

diverso dei precedenti del ’48, rimangono e rimarranno, Dio solo sa

quanto, gli stranieri in Italia materialmente, né piú né meno che

prima. Ma non sono piú essi che possano dare lo spirito ai fatti, né i

nomi alla storia d’Italia; sono, saranno le memorie del ’48; è, sará

quella libertá rimasta in risultato e ricompensa degna ai propugnatori

veri dell’impresa del ’48. Durerá dieci, cento, mille anni la nuova

etá? Si chiamerá essa della libertá e dell’indipendenza conquistate?

ovvero della conquista della libertá e dell’indipendenza? ovvero anche

(che non credo, e Dio pietoso nol voglia) dell’inutile tentativo alla

libertá e all’indipendenza? Io nol so; ma questo so dagli esempi di

trentasei secoli noti alla storia, dalle condizioni di questo nostro

in tutto il mondo; che le rivoluzioni (non le congiure) di libertá,

una volta iniziate, possono retrocedere sí, ma non cessare; che la

libertá interna è incompatibile colla servilitá al di fuori; che

potrá quindi essere in Italia un’etá forse lunga, forse terribile,

forse infelicissima, di lotta tra servi e padroni, ma non piú un’etá

di servilitá da una parte, e quindi di preponderanza dall’altra.

Sarebbe, cosí Dio non voglia, piú possibile un’etá di servitú, che

di servilitá o preponderanza. Questa è finita oramai; incomincia dal

1848 un’etá nuova, che io numero ottava della storia d’Italia, che i

posteri battezzeranno essi, secondo che saranno piú o meno buoni della

generazione nostra iniziatrice.

Qui giunto, cresce la difficoltá di quest’appendice. Potrei scusarmi

di finirla qui. Ma poiché (bene o male) io superai giá quella di

parlare dei fatti a cui preser parte gli amici ed avversari miei,

io mi proverò a superar pur quella che qui s’aggiunge di parlar de’

fatti in cui ebbi parte anch’io. E supererolla al medesimo modo, solo

possibile in questa brevitá, di giudicare sí i fatti, ma non la parte

che v’ebbe ciascuno. E faccio e domando quindi per me la medesima

riserva, che mi par giustizia. Quand’io loderò o condannerò un fatto

in che ebbi parte io, come altri, non vuol dire che io lodi o condanni

me. A un fatto moralmente cattivo è cattiva qualunque partecipazione

per certo; ma un errore politico, pur rimanendo errore al complesso

di quella nazione e di quelle persone che il fecero, può essere, non

che scusabile, ma bello e generoso in chi il fece per iscansare errori

maggiori. Gli errori del ’48 sono certi, poiché fallimmo l’impresa;

ma quali sono? Chi vede gli uni, chi vede gli altri, io ne vedo forse

piú che nessuno; e noterolli, anzi non vo incontro all’ingratissima

fatica se non per notarli, perché credo possa essere piú utile ciò che

tutto il resto del mio volume. Ma il giudicare qual parte abbia avuto

ognuno in quegli errori, sarebbe materialmente impossibile qui; e non

sarebbe poi anche in opera piú lunga possibile a me. Delle cose a cui

si partecipò io credo che sia piú bello, piú franco farsi non giudice,

ma piú modestamente avvocato; scrivere non storia, ma memorie. E queste

detterò poi, quando io abbia tempo e voglia; ché non credo aver né l’un

né l’altra.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2 · 第 19 / 26 段